21 marzo 2020 – Nati in Italia senza nome, mai più-5

21 marzo 2020 – Nati in Italia senza nome, mai più_5

« Nell’odio in cui siamo immersi c’è spesso assenza totale di pensiero. Assoluta ignoranza della storia. Nonché, il più delle volte, inconsapevolezza di quali ferite si aprano nel ridare corpo a certi fantasmi. È come se nel gesto di odio si riassumesse una nuova ‘normalità’, una declinazione come un’altra della cultura imperante dell’outing. Ebbene, io a questo fallimento non voglio rassegnarmi e penso non sia giusto rassegnarsi». [fonte 1]

Così ha dichiarato in una sua intervista la ministra Lamorgese e sono parole in cui mi riconosco pienamente.

Nowrūz
Oggi è il primo giorno di primavera. Rappresenta anche l’inizio di un nuovo anno.
Gli iraniani lo festeggiano e lo chiamano Nowrūz ma anche – a causa della diversità di pronuncia fra le varie lingue e i vari dialetti – Novruz / Norouz

tomba di Ciro il grande

Quando sono stata in quello splendido paese che è l’Iran era la primavera del 2009 e il presidente Mahmoud Ahmadinejad sarebbe stato rieletto il successivo mese di agosto.
La festa di Nowrūz era illegale ma un ignoto aveva inserito un mazzolino di fiori primaverili nei godono di quella che è tradizionalmente nota come tomba di Ciro il grande, imperatore di Persia nel VI sec. a.C.
Lo potete vedere inserito in basso a destra fra le pietre della scalinata.
La foto non è bella ma sono orgogliosa di averla scattata e conservata.
Avevo capito il significato di quel minuscolo mazzolino.

Anche i virus hanno un nome – Covid 19 significa Corona Virus Disease 2019
Precisa Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS «dare un nome alla malattia è importante per evitare che vengano utilizzati appellativi scorretti o stigmatizzanti » e continua per il Covid «abbiamo dovuto trovare un nome che non si riferisse a una posizione geografica, a un animale, o a un individuo o un gruppo di persone. Un nome che sia anche pronunciabile e correlato alla malattia».
Troppo spesso abbiamo sentito abusare di una parola per identificare un gruppo di persone una categoria professionale, una popolazione intera con un termine spregiativo, tale da farne oggetto di disprezzo, di odio, per condannarla all’estraneità assoluta.
Il Presidente degli Stati Uniti ama chiamarlo “cinese”.
Chiaro! Essenziale!
In Italia si è fatto ricorso a un arzigogolo che raggiunge lo stesso effetto devastante ma, poiché è di difficile comprensione, la scelta di non vedere consente appunto di ignorarlo. [fonte 2]

FONTI
[fonte 1]
https://www.open.online/2020/02/06/luciana-lamorgese-odio-e-emergenza-di-questo-paese/

[fonte 2] Legge 94/2009 art. 1 comma 22 lettera g
g) all’articolo 6, comma 2, le parole: «e per quelli inerenti agli atti di stato civile o all’accesso a pubblici servizi» sono sostituite dalle seguenti: «, per quelli inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie di cui all’articolo 35 e per quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie»;

21 Marzo 2020Permalink

13 marzo 2020 – Il mio blog ha un nuovo tag: pandemonio

Ho scelto un titolo ridicolo perché sono ridicolmente donchisciottesca e testardamente persevero.
Me lo ha suggerito Il Manifesto.

Oggi pubblico il messaggio che avevo mandato ieri ad alcuni amici e lo pubblico perché mi rendo conto dell’importanza che assume nella mia vita il mio blog con il suo rozzo glossario che mi garantisce la continuità di certi argomenti, oltre i buchi e la deformazione della mia memoria.
Però ho ricevuto alcuni riscontri importanti e ho deciso di
– continuare con la corrispondenza e di raccoglierla per dare una piattaforma a un dialogo che non deve sparire;
– e di pubblicare la corrispondenza come tale senza modificarla in una forma narrativa che non vorrei ne spegnesse l’autenticità.
Oltre i propositi ho verificato che il nuovo tag che ho inserito: PANDEMONIO, funziona.
Quindi la piattaforma c’è e accanto a pandemonio inserirò sempre il tag anagrafe perché quello è il fondamento di quanto sto facendo da anni per sostenere il diritto di ogni nato in Italia ad avere un certificato di nascita, un impegno che voglio salvare nella sua testarda continuità perché – secondo me – è un segno di pesante degrado della politica e della cultura su cui dovrebbe fondarsi la nostra convivenza, un pilastro che ignoranza e malafede hanno reso traballante.

La lettera inviata ieri
Cari amici,
vi scrivo alcune considerazioni su cui non so e non voglio tacere.
L’allegato è lungo, noioso. Per chi non abbia tempo da perdere in questo momento dove ogni gesto consueto cambia modalità di proposta e si fa complicato, allego un mio testo che pubblicherò quanto prima in diariealtro.
Per ora due annotazioni:
– questa mattina sono uscita per fare la spesa e comperare i giornali all’edicola.
L’altra notte non ho avuto pace finché non mi è stato chiaro che la mia edicola di ventennale riferimento sarebbe stata aperta.
E lo era, così non mi è stato negato il breve incontro con il signor Costantino che mi conserva i giornali finché li vado a prendere. E non ci neghiamo uno scambio di battute. A volte mi segnala qualche lettura importante ;
– per strada passo davanti a un ingresso dell’Università. Nel piccolo spazio oltre il portone ci sono gli avvisi delle varie iniziative promosse e spesso aperte al pubblico.
Ora (e per quanto?) ci sono solo le tabelle predisposte per gli attacchi dei vari manifesti.
Sono vuote. E’ molto di più di un simbolo passeggero.
Mi rattrista molto.

Chi per strada non può esserci
Non posso impedirmi di pensare (fra i tanti disastri che caratterizzano questo momento di inaspettata svolta storica)ai figli dei sans papier, condannati a non esistere.
Se i loro genitori, privi di permesso di soggiorno, li nascondono significa almeno che hanno un luogo che suppongono sicuro in cui farlo. Ma se non hanno neppure quello …i piccoli svolgeranno il ruolo di spie che la legge ha loro affidato per distruggere i loro genitori e loro stessi.
Per arrivare a tanto si sono dovuti creare della condizioni che possano significare condanna.
Nel testo che allego c’è la posizione di due vescovi consapevoli nei confronti della società umana ai tempi del coronavirus.
Anche loro ignorano i nati invisibili.
E comunque le regole per chi “esiste” sono note e, se applicate, possono garantire una sicurezza tanto più significativa quanto migliore è la situazione economica e sociale di cui le persone dispongono.
In fondo al baratro può essere il nulla assoluto che però appartiene a persone con un nome
Ai piccoli invisibili invece lo abbiamo negato.

12 marzo 2020 – PANDEMONIO
Il titolo azzeccato è de Il manifesto che così si introduce          [Link 1]
«Il coronavirus è una pandemia». Il temuto annuncio da parte dell’Oms è arrivato. Il plauso dell’Organizzazione mondiale della sanità agli «sforzi dell’Italia per contrastarlo».
Bacchettate invece ai paesi che «non mostrano la volontà di farlo» e a quelli che marciano in ordine sparso. Tra questi Germania, Spagna, Francia e Stati Uniti

BOLOGNA – L’arcivescovo invita tutte le chiese della diocesi a suonare le campane alle ore 19 da domenica 8 marzo fino a martedì 17 marzo e vi associa una preghiera (per chi fosse interessato
Se ne può leggere il testo nel [Link 2]
Nel contesto trovo molto interessante un servizio di 12Porte del 25 aprile 2019 ci racconta la tradizione del suono delle campane per la Chiesa cattolica e in particolare per la diocesi di Bologna.     [Link 3]
Ho tratto la notizia da un articolo pubblicato oggi da La repubblica:
La prima cosa bella di giovedì 12 marzo 2020 di Gabriele Romagnoli [Link 4]
La prima cosa bella di giovedì 12 marzo 2020 sono le campane alle sette della sera, che suonano a Bologna per chiamare a raccolta contro l’emergenza. I rintocchi partono nello stesso istante da tutti i campanili della diocesi e si diffondono nella città deserta, fanno eco nella piazza vuota, rimbalzano contro le serrande abbassate dei bar, vagano per i vicoli del centro e gli stradoni di periferia. È un messaggio universale, anche per chi religioso non è. Come noto, la campana suona per tutti noi. Non importa sapere che è stata battezzata con acqua, cosparsa d’olio e d’incenso. Non importa riconoscere il suono, sapere che è il doppio bolognese, una tecnica cinquecentesca nata quando venne issata la seconda campana perché nemmeno uno strumento può vivere da solo. Basta ascoltarla e sentire che un’altra risponde. Hanno cominciato domenica scorsa e continueranno fino al 17 marzo, per nove sere, una novena voluta dall’arcivescovo Zuppi. Esiste anche una preghiera laica, collettiva e muta, fatta di assenso e riconoscimento, di rispetto e fiducia, negli altri come nel destino. Curiosamente ieri più persone, da Bologna, mi hanno mandato un sonoro delle campane delle sette di sera, come per propagarlo, per annullare la distanza proprio mentre la stiamo tenendo.

Da Bologna a Milano
Le messe con i fedeli non si possono fare, niente matrimoni e nemmeno funerali. E allora all’arcivescovo di Milano Mario Delpini non resta che affidarsi alla Madonnina, o meglio alla ‘Madunina’ come si dice in milanese. Oggi pomeriggio, è salito sul tetto del Duomo per rivolgere un’invocazione alla statua, simbolo religioso e civile della città, che sormonta la guglia maggiore della Cattedrale, a oltre 70 metri di altezza.
L’immagine, devo dire estremamente suggestiva, si può raggiungere con il [Link 5]
La statua, è stata posizionata sulla guglia maggiore del Duomo da tre magutt (manovali per i Giargiana) nel lontano 30 dicembre 1774. La Madunina nasce da un’idea di tal Giuseppe Perego. Di lui, che ha scolpito la storia, si sa poco o nulla. Solo che aveva vinto un concorso tra scultori della fabbrica del Duomo. La canzone è di Giovanni D’Anzi (1934)

Trovo molto interessante questo intreccio fra un linguaggio proprio di uno spazio sacro e un altro proprio del linguaggio profano: le campane di San Petronio (il fondamento dello svolgersi della vita della società civile di una città medievale orologi e radio dell’epoca) e i decreti che si rincorrono proponendo via via le indicazioni per comportamenti corretti) come vogliono le indicazioni di trasmesseci anche con ottimi servizi radiofonici.
Sottotraccia emergono a mio parere
– la preoccupazione di salvare prima di tutto la salute (e se oggi l’obiettivo ha un tema dominante dopo dovrà riprendere in mano con attenzione e rispetto delle competenze, fuori da giochini di nomine spartite fra le forse partitiche in auge, la ricostruzione di un sistema sanitario pubblico via via devastato. Ci sono responsabilità che non possono nascondersi dietro proclamazioni di eroismo dei lavoratori del settore!
– la preoccupazione di salvare l’economia,
– la preoccupazione di salvare la scuola,
– la preoccupazioni per relazioni internazionali che no n si giocano a livello di tavoli diplomatici ma negli spostamenti di popoli interi minacciati.
L’antidoto che trasforma la preoccupazione empatica in disprezzo, rigetto, indifferenza è da molto tempo diffuso a piene mani anche con norme di legge che legittimano disprezzo e odio come una sorta di risorse comuni. Il collante è l’ignoranza, assicurata dall’indifferenza come progetti di vita
Un settore di ‘altri’ condannati per essere nati in un luogo sbagliato da genitori “sbagliati”.

 

Tartarughina, che non si arrende al gallo del mosaico aquileiese da 1700 anni non molla, e so che quando tornerò a trovarla mi dirà che anch’io devo dire no a galli e gallacci per quanto coperti da penne accattivanti.

Dal 2009 la legge impone la presentazione del permesso di soggiorno a chi si presenti allo sportello di un comune per registrare la nascita di un figlio in Italia.
La mostruosità di questa norma è segnalata ancora una volta nel mio blog

Il mio blog è una fonte
7 febbraio 2020    http://diariealtro.it/?p=6937
E sempre nel mio diariealtro ancora lo scorso settembre ho riportato la posizione finalmente chiara e senza ambiguità della ministra Laborgese
Non conto nulla ma voglio che il mio blog ringrazi la ministra Lamorgese
7 settembre 2019 Nascite invisibili per legge

7 febbraio 2020 – NASCITE INVISIBILI per legge

LINK
[link 1 ] https://ilmanifesto.it/

[link 2 ] https://www.chiesadibologna.it/la-novena-di-preghiera-alla-madonna-di-san-luca

[link 3] https://rep.repubblica.it/pwa/rubrica/la-prima-cosa-bella/2020/03/12/news/la_prima_cosa_bella_di_giovedi_12_marzo_2020-250984611/

[link 4 ] ] https://rep.repubblica.it/pwa/rubrica/la-prima-cosa-bella/2020/03/12/news/la_prima_cosa_bella_di_giovedi_12_marzo_2020-250984611/

[link 5] https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/emergenza-coronavirus-larcivescovo-prega-la-madonnina-311766.html

13 Marzo 2020Permalink

3 febbraio 2020 – Una notizia che avrà un seguito degno, spero

Le ricercatrici e i ricercatori dell’istituto Spallanzani di Roma hanno isolato il virus del coronavirus:
“Aver isolato il virus – spiegano dallo Spallanzani – significa avere molte opportunità di poterlo studiare, capire e verificare meglio cosa si può fare per bloccare la diffusione. Sarà condiviso con tutta la comunità internazionale. Ora sarà più facile trattarlo”.
Ci tornerò su ma ora voglio sottolineare la decisione generosa, consapevole e responsabile:
                          Sarà condiviso con tutta la comunità internazionale.

3 Febbraio 2020Permalink

29 gennaio 2020 – Abbandono facebook

Difendermi dalla frustrazione
Per accedere mi si chiede una fotografia. Mi spiace no e non per la fotografia richiesta che comunque mi irrita: ho sempre scritto con il mio nome senza nascondere la città in cui vivo e ho sempre motivato – con nome e cognome – i commenti che scrivevo.
Ma non è solo irritazione.
Ora ho l’ennesima conferma dell’uso del like con pollice in su. Serve a dire ‘mi piace’ senza coerenza e senza impegno a trasformare quel ‘mi piace’ in un progetto qualsiasi quando è messo sotto segnalazioni che possono indicare decisioni personali o collettive. Certo serve anche dire mi piace un testo, una foto, ma il pastrocchio polisemico per cui avevo deciso di non fare mai uso di quel segno è diventato per me inestricabile ed equivoco.
E allora riprendo a nutrire il mio blog e comincio con un testo importante che trascrivo con altro e successivo post.
Nessuno lo legge? Lo leggo io e il piccolo glossario (i tag!) mi aiuta a seguire i percorsi critici e consapevoli che mi sono concessa.
So che non riesco a fare di più ma è già qualche cosa.

29 Gennaio 2020Permalink

26 gennaio 2020 – 1 maggio 1945. Una data poco chiara e molto fluttuante

«Gli alleati liberarono Udine, non i partigiani» dice il Sindaco Fontanini
Non bastando va oltre e promuove un evento il 2 maggio: la sfilata della “Colonna della Libertà”, (carri armati, camion e quant’altro di mezzi bellici in movimento) , iniziativa proposta dalla associazione “Cingoli e ruote per conoscere la storia”.
Se il sindaco avesse avuto l’accortezza di alzare il naso dalla sua scrivania avrebbe visto i ritratti dei suoi predecessori e avrebbe letto, sotto la fotografia del Sindaco Giovanni Cosattini, la data del suo insediamento:
1 maggio 1945.
Tra l’altro domenica 19 gennaio abbiamo posto una pietra di inciampo davanti alla sua casa di Udine, in ricordo del figlio Luigi morto a Buchenwald, dove era stato deportato per aver partecipato alla Resistenza.
I carri armati alleati sarebbero arrivati il giorno successivo accolti da un sindaco legittimato dal mandato del Comitato di Liberazione Nazionale.
Se avesse voluto onorare i caduti inglesi, neozelandesi, americani avrebbe potuto pensare a una atto di omaggio riconoscente al cimitero militare di Tavagnacco dove si trovano le tombe di coloro che erano venuti a combattere per stroncare la minaccia del nazismo considerato ormai minaccia per tutto il mondo.

Presa da curiosità vado a vedere cos’è è Cingoli e ruote per conoscerne la storia che non mi tranquillizza. Leggo: “Questo sito è indirizzato a collezionisti ed appassionati di mezzi militari, divise ed armi ed è bandita ogni forma di ideologia politica o razziale”
E leggo ancora la loro proposta nel loro sito: “Perché non festeggiare assieme e seguendo la linea storica di quel giorno e non fare una giornata unica sia essa il 25 il 1 o il 2 Maggio? La mattina le celebrazioni istituzionali mentre il pomeriggio la festa con l’arrivo dei mezzi alleati… ”
Al sindaco va bene. A me (e non credo di essere la sola), NO.

26 Gennaio 2020Permalink

31 dicembre 2019 – Discorso presidente Mattarella

Presidenza della Repubblica
Mattarella: «L’Italia riscuote fiducia»
«Questa sera, care concittadine e cari concittadini, entriamo negli anni venti del nuovo secolo.
Si avvia a conclusione un decennio impegnativo, contrassegnato da una lunga crisi economica e da mutamenti tanto veloci quanto impetuosi.
In questo tempo sono cambiate molte cose attorno a noi, nella nostra vita e nella società.
Desidero, anzitutto, esprimere a tutti voi l’augurio più cordiale per l’anno che sta per iniziare.
Si tratta, anche, di un’occasione per pensare – insieme – al domani. Per ampliare l’orizzonte delle nostre riflessioni; senza, naturalmente, trascurare il presente e i suoi problemi, ma anche rendendosi conto che il futuro, in realtà, è già cominciato.
Mi è stata donata poco tempo fa una foto dell’Italia vista dallo spazio.
Ve ne sono tante sul web, ma questa mi ha fatto riflettere perché proviene da una astronauta, adesso al vertice di un Paese amico.
Vorrei condividere con voi questa immagine.
Con un invito: proviamo a guardare l’Italia dal di fuori, allargando lo sguardo oltre il consueto.
In fondo, un po’ come ci vedono dall’estero.
Come vedono il nostro bel Paese, proteso nel Mediterraneo e posto, per geografia e per storia, come uno dei punti di incontro dell’Europa con civiltà e culture di altri continenti.
Questa condizione ha contribuito a costruire la nostra identità, sinonimo di sapienza, genio, armonia, umanità.
E’ significativo che, nell’anno che si chiude, abbiamo celebrato Leonardo da Vinci e, nell’anno che si apre, celebreremo Raffaello. E subito dopo renderemo omaggio a Dante Alighieri.
Incontro sovente Capi di Stato, qui in Italia o all’estero.
Registro ovunque una grande apertura verso di noi, un forte desiderio di collaborazione. Simpatia nei confronti del nostro popolo. Non soltanto per il richiamo della sua arte e dei paesaggi, per la sua creatività e per il suo stile di vita; ma anche per la sua politica di pace, per la ricerca e la capacità italiana di dialogo nel rispetto reciproco, per le missioni delle sue Forze Armate in favore della stabilità internazionale e contro il terrorismo, per l’alto valore delle nostre imprese e per il lavoro dei nostri concittadini.
Vi è una diffusa domanda di Italia.
Abbiamo problemi da non sottovalutare.
Il lavoro che manca per tanti, anzitutto. Forti diseguaglianze. Alcune gravi crisi aziendali. L’esigenza di rilanciare il nostro sistema produttivo. Ma abbiamo ampie possibilità per affrontare e risolvere questi problemi. E per svolgere inoltre un ruolo incisivo nella nostra Europa e nella intera comunità internazionale.
L’Italia riscuote fiducia.
Quella stessa fiducia con cui si guarda, da fuori, verso il nostro Paese deve indurci ad averne di più in noi stessi, per dar corpo alla speranza di un futuro migliore.
Conosco le difficoltà e le ferite presenti nelle nostre comunità. Le attese di tanti italiani.
Dobbiamo aver fiducia e impegnarci attivamente nel comune interesse. Disponiamo di grandi risorse. Di umanità, di ingegno, di capacità di impresa. Tutto questo produce esperienze importanti, buone pratiche di grande rilievo. Ne ho avuto conoscenza diretta visitando i nostri territori.
Vi è un’Italia, spesso silenziosa, che non ha mai smesso di darsi da fare.
Dobbiamo creare le condizioni che consentano a tutte le risorse di cui disponiamo di emergere e di esprimersi senza ostacoli e difficoltà.
Con spirito e atteggiamento di reciproca solidarietà.
Insieme.
In particolar modo è necessario ridurre il divario che sta ulteriormente crescendo tra Nord e Sud d’Italia. A subirne le conseguenze non sono soltanto le comunità meridionali ma l’intero Paese, frenato nelle sue potenzialità di sviluppo.
Naturalmente, per promuovere fiducia, è decisivo il buon funzionamento delle pubbliche istituzioni che devono alimentarla, favorendo coesione sociale. Questo è possibile assicurando decisioni adeguate, efficaci e tempestive sui temi della vitaconcreta dei cittadini.
La democrazia si rafforza se le istituzioni tengono viva una ragionevole speranza.
E’ importante anche sviluppare, sempre di più, una cultura della responsabilità che riguarda tutti: dalle formazioni politiche, ai singoli cittadini, alle imprese, alle formazioni intermedie, alle associazioni raccolte intorno a interessi e a valori.
La cultura della responsabilità costituisce il più forte presidio di libertà e di difesa dei principi, su cui si fonda la Repubblica. Questo comune sentire della società– quando si esprime – si riflette sulle istituzioni per infondervi costantemente un autentico spirito repubblicano.
La fiducia va trasmessa ai giovani, ai quali viene sovente chiesta responsabilità, ma a cui dobbiamo al contempo affidare responsabilità.
Le nuove generazioni avvertono meglio degli adulti che soltanto con una capacità di osservazione più ampia si possono comprendere e affrontare la dimensione globale e la realtà di un mondo sempre più interdipendente.
Hanno – ad esempio – chiara la percezione che i mutamenti climatici sono questione serissima che non tollera ulteriori rinvii nel farvi fronte.
Le scelte ambientali non sono soltanto una indispensabile difesa della natura nell’interesse delle generazioni future ma rappresentano anche un’opportunità importante di sviluppo, di creazione di posti di lavoro, di connessione tra la ricerca scientifica e l’industria.
Torniamo con il pensiero alle popolazioni delle città minacciate, come Venezia, dei territori colpiti dai sismi o dalle alluvioni, delle aree inquinate, per sottolineare come il tema della tutela dell’ambiente sia fondamentale per il nostro Paese.
I giovani l’hanno capito. E fanno sentire la loro voce proiettati, come sono, verso il futuro e senza nostalgia del passato.
Ogni società ha sempre bisogno dei giovani. Se possibile ancor di più oggi che la durata della vita è cresciuta e gli equilibri demografici si sono spostati verso l’età più avanzata.
Questa nuova condizione impone di predisporre nei confronti degli anziani – parte preziosa della società – maggiori cure e attenzioni. Occorre, al tempo stesso, investire molto sui giovani.
Diamo loro fiducia, anche per evitare l’esodo verso l’estero. Diamo loro occasioni di lavoro correttamente retribuito. Favoriamo il formarsi di nuove famiglie.
Dobbiamo riporre fiducia nelle famiglie italiane. Su di esse grava il peso maggiore degli squilibri sociali. Hanno affrontato i momenti più duri, superandoli. Spesso con sacrificio.
Fornire sostegno alle famiglie vuol dire fare in modo che possano realizzare i loro progetti di vita. E che i loro valori – il dialogo, il dono di sé, l’aiuto reciproco – si diffondano nell’intera società rafforzandone il senso civico.
E’ una virtù da coltivare insieme, quella del civismo, del rispetto delle esigenze degli altri, del rispetto della cosa pubblica.
Argina aggressività, prepotenze, meschinità, lacerazioni delle regole della convivenza.
Una associazione di disabili mi ha donato per Natale una sedia. Molto semplice ma che conserverò con cura perché reca questa scritta: “Quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo il privilegio di essere liberi”.
Esprime appieno il vero senso della convivenza.
Due mesi fa vicino Alessandria, tre Vigili del Fuoco sono rimasti vittime dell’esplosione di una cascina, provocata per truffare l’assicurazione. Nel ricordare – per loro e per tutte le vittime del dovere – che il dolore dei familiari, dei colleghi, di tutto il Paese non può estinguersi, vorrei sottolineare che quell’evento sembra offrire degli italiani due diverse immagini che si confrontano: l’una nobile, l’altra che non voglio neppure definire.
Ma l’Italia vera è una sola: è quella dell’altruismo e del dovere. L’altra non appartiene alla nostra storia e al sentimento profondo della nostra gente.
Quella autentica è l’Italia del Sindaco di Rocca di Papa, Emanuele Crestini. Nell’incendio del suo municipio ha atteso che si mettessero in salvo tutti i dipendenti, uscendone per ultimo. Sacrificando così la propria vita.
Senso civico e senso della misura devono appartenere anche a chi frequenta il mondo dei social, occasione per ampliare le conoscenze, poter dialogare con tanti per esprimere le proprie idee e ascoltare, con attenzione e rispetto, quelle degli altri.
Alle volte si trasforma invece in strumento per denigrare, anche deformando i fatti. Sovente ricorrendo a profili fittizi di soggetti inesistenti per alterare lo scambio di opinioni, per ingenerare allarmi, per trarre vantaggio dalla diffusione di notizie false.
Il mosaico che compone la società italiana ha tante tessere preziose.
Penso – tra le altre – al mondo delle nostre università, ai centri di ricerca, alle prestigiose istituzioni della cultura.
Ho conosciuto e apprezzato in tante occasioni l’attività che si svolge in questa costellazione di luoghi del pensiero, dell’innovazione, della scienza.
Si tratta di un patrimonio inestimabile di idee e di energie per costruire il futuro.
E’ essenziale che sia disponibile per tutti.
Che sia conosciuto, raccontato, condiviso. Che siano rimossi gli ostacoli e reso più agevole il rapporto tra istituzioni culturali e società e l’accesso al sapere.
In questo senso un ruolo fondamentale è assegnato ai media e in particolare al nostro servizio pubblico.
Abbiamo bisogno di preparazione e di competenze.
Ogni tanto si vede affiorare, invece, la tendenza a prender posizione ancor prima di informarsi.
La cultura è un grande propulsore di qualità della vita e rende il tessuto sociale di un Paese più solido.
Ringraziamo Matera che ha fatto onore all’Italia e al suo Mezzogiorno, in questo anno in cui è stata Capitale della cultura europea.
Con questo spirito rivolgo gli auguri a Parma che, con il suo straordinario patrimonio umano e artistico, da domani sarà Capitale italiana della cultura per il 2020.
Un saluto particolarmente grato e sentito rivolgo a Papa Francesco, Vescovo di Roma, che esercita il suo alto magistero con saggezza e coraggio e che mostra ogni giorno di amare il nostro Paese, a partire da coloro che versano in condizioni di bisogno e da chi, praticando solidarietà, reca beneficio all’intera comunità civile.
Nel rinnovare gli auguri a quanti sono in ascolto in Italia e all’estero, a tutti i nostri concittadini, a quanti il nostro Paese ospita, vorrei rivolgere un saluto particolare a coloro che, in queste giornate festive, assicurano – come sempre – il funzionamento dei servizi necessari alla nostra vita comune.
Rivolgo gli auguri alle donne e agli uomini delle Forze Armate, delle Forze dell’Ordine, a tutti coloro che, con vari ruoli e compiti, operano a beneficio della Repubblica e di tutti noi cittadini.
Per tutti, saluto Luca Parmitano – il primo astronauta italiano al comando della stazione spaziale internazionale – impegnato nella frontiera avanzata della ricerca nello spazio, in cui l’Italia è tra i principali protagonisti.
Da lassù, da quella navicella – come mi ha detto quando ci siamo collegati – avverte quanto appaiano incomprensibili e dissennate le inimicizie, le contrapposizioni e le violenze in un pianeta sempre più piccolo e raccolto.
E mi ha trasmesso un messaggio che faccio mio: la speranza consiste nella possibilità di avere sempre qualcosa da raggiungere.
E’ questo l’augurio che rivolgo a tutti voi !
Buon 2020!»
Roma, 31/12/201

31 Dicembre 2019Permalink

17 dicembre 2019 – Una intervista che ci propone una pagina di storia

L’Espresso 17 novembre
Padre Sorge: «Ruini sbaglia a benedire Matteo Salvini. Il Vaticano fece lo stesso col Duce»

Il grande gesuita racconta i suoi tre Papi, la politica e gli attacchi contro Bergoglio. «Ci vuole un sinodo della chiesa italiana. Per dire che odio, razzismo e chiudere i porti ai naufraghi sono contro il vangelo»
di Marco Damilano

Nella mia lunga vita ho avuto tre sogni: diventare un santo sacerdote gesuita; impegnarmi con tutte le forze nella costruzione della città dell’uomo; realizzare con fede e amore la Chiesa del Concilio, rinnovata, libera dal potere, povera, in dialogo con il mondo. Il primo sogno, ahimè, è ancora tale, ma ho fiducia che il Signore lo compirà. Il secondo sogno l’ho visto realizzarsi progressivamente nel lungo arco della mia vita, soprattutto negli anni ’80, quando mi trovai a combattere la mafia che in Sicilia mirava al cuore dello Stato. Gli undici anni vissuti a Palermo li ho passati quasi tutti sotto scorta armata. Agostino Catalano, uno dei miei “angeli”, saltò in aria con Paolo Borsellino. Purtroppo non potei essere vicino a lui e alla sua famiglia, perché mi trovavo in America Latina. Il terzo sogno lo rincorro da 50 anni (cioè, dalla fine del Concilio), metà dei quali alla Civiltà Cattolica, accanto a tre grandi papi».
También están los jesuitas, si diceva in America Latina: se la situazione è disperata, ci sono i gesuiti. Eccone uno illustre, un grande vecchio italiano. Padre Bartolomeo Sorge il 25 ottobre ha compiuto novant’anni, parla nella casa di Gallarate che ospitò negli ultimi anni il cardinale Carlo Maria Martini. Ha diretto dal 1973 al 1985 la rivista Civiltà Cattolica, ha promosso la “primavera di Palermo” con il sindaco Leoluca Orlando negli anni ’80. Oggi usa i social. Un tweet su Matteo Salvini: «Non basta baciare in pubblico Gesù: l’ha già fatto anche Giuda». Si calca un basco nero sul capo e si racconta.

Nella leggenda nera dei suoi avversari lei è stato un potente gesuita, influente nella Chiesa e tra i politici cattolici. È vero che stava per essere nominato cardinale?
«L’ho saputo con certezza solo di recente, leggendo i documenti pubblicati documenti pubblicati da Stefania Falasca nel suo libro sulla morte di papa Luciani. Ho appreso che Giovanni Paolo I voleva mandarmi patriarca a Venezia al suo posto, rimasto vacante dopo la sua elezione al pontificato. Provvidenzialmente il cardinale Antonio Poma, presidente della Cei, si oppose e la ebbe vinta. Per due motivi. Il primo fu che, dopo la lettera di Enrico Berlinguer al vescovo Luigi Bettazzi, avevo auspicato che i cattolici non temessero di confrontarsi culturalmente con i comunisti. Il secondo, che fin dalla relazione finale che tenni al convegno della Chiesa italiana su “Evangelizzazione e promozione umana” (1976), prevedendo la fine della Dc, mi davo da fare affinché si trovasse un modo nuovo di presenza politica dei cattolici in Italia, diverso dal partito democristiano. Fu così che persi la gondola…».

Lei è un italiano del ’900. Che formazione ha avuto?
«Sono nato a Rio Marina, nell’isola d’Elba. La mia famiglia si trattenne qualche tempo in Toscana e poi si trasferì in Veneto. Morto mio papà in guerra, non ci siamo più mossi da Castelfranco. A 17 anni entrai nella Compagnia di Gesù, desideroso soprattutto di dedicarmi all’apostolato spirituale. Non avrei mai immaginato di finire in politica! Studiai filosofia nella facoltà dei gesuiti milanesi e teologia in Spagna, all’Università di Comillas. Erano gli anni della dittatura di Franco e, come da noi durante il fascismo, circolavano le barzellette. Un esempio? Un signore – raccontavano – giunge di corsa, tutto trafelato, al palazzo del Caudillo. Lo fermano: “Che cosa vuole? Perché tutta questa fretta?”. “Devo sparare un colpo a Franco”. “Beh! Allora si metta in coda!”».

Subito però i suoi superiori la spostarono sulla politica.
«È così. Terminata la formazione, nel 1960, fui inviato subito alla Civiltà Cattolica. Direttore era padre Roberto Tucci. Avevo appena 30 anni, mi concessero cinque anni di tempo per specializzarmi. Dopo un biennio alla facoltà di Scienze Sociali dell’Università Gregoriana, mi laureai in scienze politiche alla Sapienza di Roma e cominciai a “scarabocchiare” sulla rivista, Divenni così politologo, giornalista e vice-direttore, finché il generale dei gesuiti padre Pedro Arrupe, nel 1973, mi nominò direttore. In quella posizione, privilegiata ma piena di responsabilità, fui testimone diretto del periodo più difficile del post-Concilio. Gli anni esaltanti della rinascita e della nuova e tormentata primavera ecclesiale».

Gli anni, anche, dell’inverno: il terrorismo, le divisioni e la contestazione nella Chiesa, la fine del pontificato di Paolo VI e l’elezione del papa polacco Giovanni Paolo II che si abbatté sul cattolicesimo italiano.
«Finché visse Paolo VI, ebbi sempre le spalle coperte. Il papa mi voleva bene e mi incoraggiava. Un giorno, in un’udienza privata, mi disse: “Lei, padre, fa sempre un passo avanti, prima che arriviamo noi”, ma aggiunse subito: “vada avanti! Prosegua sempre nella fedeltà adulta al Magistero della Chiesa” (parole sue!). Nei dodici anni della mia direzione, la rivista fu sempre improntata alla linea di papa Montini. Le prime difficoltà iniziarono per me nel 1978 quando, morto Paolo VI e dopo la meteora di papa Luciani, venne eletto papa Giovanni Paolo II. Nella Chiesa italiana il clima cambiò visibilmente. A partire dal Convegno ecclesiale di Loreto nel 1985, l’interpretazione profetica del Concilio, sostenuta con coraggio e sapienza da Montini, fu lasciata cadere. La visione wojtyliana di una Chiesa “forza sociale”, apertamente schierata in difesa dei “valori non negoziabili”, prese il sopravvento sulla visione montiniana della Chiesa del dialogo e della “scelta religiosa”».

La scelta religiosa era il distacco dal collateralismo, del voto per la Dc. Contestata dal nuovo potere forte del mondo cattolico: Comunione e liberazione.
«Il modello principale dell’impegno dei laici nel mondo, costituito dall’Azione Cattolica, fu messo in discussione dall’affermarsi del nuovo stile battagliero e militante di Comunione e Liberazione, più vicino allo stile di papa Wojtyla. In una intervista al Sabato (settimanale di Cl) mi permisi di farlo notare: “Se oggi avessi 17 anni, sarei certamente un ciellino. Infatti trovo in Cl quell’entusiasmo che ieri, da ragazzo, mi attrasse nell’Azione Cattolica. Il problema è che, tra ieri e oggi, c’è stato di mezzo il Concilio, il quale ha spiegato chiaramente che il Signore ci comanda di salare il mondo, non di trasformare il mondo in una saliera!” Non l’avessi mai detto! Non me l’hanno più perdonato, neppure a distanza di anni».

Infatti lei fu estromesso dalla direzione di Civiltà Cattolica.
«Di fronte alle crescenti difficoltà che incontravo nel mantenere la rivista fedele alla linea montiniana, ne parlai con il padre generale Hans-Peter Kolvenbach: “Se bisogna cambiare linea editoriale, è meglio cambiare il direttore”. Quando fui destinato a Palermo, in molti scrissero: padre Sorge è stato spedito in esilio. In realtà, il Centro Studi Sociali dei gesuiti di Palermo stentava a decollare, mentre la situazione in Sicilia era drammatica. Bisognava fare qualcosa. Nacque così l’Istituto di formazione politica Pedro Arrupe, che segnò l’inizio del proliferare delle scuole sociali e politiche, un po’ in tutte le diocesi italiane».

Il centro Arrupe approvò e sostenne la giunta di Leoluca Orlando con la Dc e insieme il Pci, che, alla fine degli anni ’80, diede origine alla Primavera di Palermo, divenendo un caso nazionale. Per questo, lei e padre Ennio Pintacuda foste attaccati dai socialisti con Claudio Martelli, , dagli andreottiani e perfino dal presidente Cossiga. Vi paragonavano ai gesuiti rivoluzionari del ‘700 in America Latina, quelli del film “Mission”…
«Mi rendevo perfettamente conto della delicatezza della situazione politica, che si sarebbe creata dando vita alla giunta di Palermo. Ma era necessario farlo, se si voleva rompere il predomino che la mafia aveva in città. Ricordo il decisivo intervento di Sergio Mattarella, che al telefono, senza mai alzare la voce ma portando convincenti ragioni politiche, vinse in extremis le ultime resistenze di chi a Roma si opponeva al varo della giunta Orlando. Fu un’esperienza difficile, ma piena di speranza».

Il 16 novembre 1989, in Salvador, sei gesuiti e due donne furono trucidati all’università dagli squadroni della morte. Tra loro il rettore padre Ignacio Ellacuría. In Sicilia in quegli anni la mafia uccise un prete, padre Pino Puglisi, e lei girava sotto scorta.
«Furono anni terribili. Ma non dimenticherò mai la gioia che provai quando vidi l’intera città di Palermo reagire apertamente contro la mafia, superando la paura e l’omertà che l’avevano tenuta a lungo inchiodata. Finalmente si era svegliata la coscienza popolare, reagendo alla rassegnazione dominante, che mi aveva impressionato negativamente, quando giunsi in Sicilia».
Che pontefice è il primo gesuita papa, Francesco?
«Per me, è una prova che Dio guida la storia e la Chiesa. C’era bisogno di un papa che avesse il coraggio evangelico di riprendere il cammino della riforma interna della Chiesa, voluta dal Concilio, proseguendo l’opera iniziata da Paolo VI e rimasta interrotta con la sua morte, dopo che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, con altrettanta generosità, si erano spesi per rinnovare i rapporti ad extra della Chiesa con il mondo. Erano da prevedere le reazioni violente, che oggi si abbattono su papa Francesco da parte di chi, in fondo, dimostra solo di non aver veramente accettato il Concilio».

Qual è lo scontro nella Chiesa di papa Bergoglio?
«Il problema sta nella interpretazione del Concilio. Nella Chiesa si sono confrontate, fin dall’inizio, la lettura profetica, fatta da Giovanni XXIII, da Paolo VI e da Papa Luciani, e l’altra lettura (del tutto legittima) di natura prevalentemente giuridica, come si è sempre applicata in passato nella interpretazione dei testi dei 20 precedenti concili ecumenici. Non si tratta di un confronto astratto e teorico, coinvolge la vita concreta e le scelte quotidiane dei cristiani».

Vale anche per la Chiesa italiana? In Italia le chiese si svuotano e la maggior parte degli italiani si disinteressa delle discussioni interne dei vescovi e del clero. Mentre, per beffa, la rappresentazione del cristianesimo sembra occupata sulla scena pubblica da Matteo Salvini, che brandisce la corona del rosario nelle piazze e perfino nell’aula del Senato?
«Credo che nella Chiesa italiana si imponga ormai la convocazione di un Sinodo. I cinque Convegni nazionali ecclesiali, che si sono tenuti a dieci anni di distanza uno dall’altro, non sono riusciti – per così dire – a tradurre il Concilio in italiano. C’è bisogno di un forte scossone, se si vuole attuare la svolta ecclesiale che troppo tarda a venire. Solo l’intervento autorevole di un Sinodo può avere la capacità di illuminare le coscienze sulla inaccettabilità degli attacchi violenti al papa, sulla natura anti-evangelica dell’antropologia politica, oggi dominante, fondata sull’egoismo, sull’odio e sul razzismo, che chiude i porti ai naufraghi e nega solidarietà alla senatrice Segre, testimone vivente della tragedia nazista della Shoah, sull’assurda strumentalizzazione politica dei simboli religiosi, usati per coprire l’immoralità di leggi che giungono addirittura a punire chi fa il bene e salva vite umane. La Chiesa non può più tacere. Deve parlare chiaramente. È suo preciso dovere non giudicare o condannare le persone, ma illuminare le coscienze».

Però un ecclesiastico importante ha parlato, è il cardinale Camillo Ruini. Per dire che Salvini reagisce alla scristianizzazione e con lui la Chiesa deve parlare, per farlo maturare. Lei lo esorcizza, Ruini lo benedice.
«Nella storia della Chiesa italiana, Ruini è l’ultimo epigono autorevole della stagione di papa Wojtyla. Giovanni Paolo II, dedito totalmente alla sua straordinaria missione evangelizzatrice a livello mondiale, di fatto rimise nelle mani di Ruini le redini della nostra Chiesa, nominandolo per 5 anni segretario generale della Cei, per 16 anni presidente dei vescovi e per 17 anni vicario generale della diocesi di Roma. Per quanto riguarda il suo atteggiamento benevolo verso Salvini, dobbiamo dire che è del tutto simile a quello che altri prelati, a suo tempo, ebbero nei confronti di Mussolini. Purtroppo la storia insegna che non basta proclamare alcuni valori umani fondamentali, giustamente cari alla Chiesa, se poi si negano le libertà democratiche e i diritti civili e sociali dei cittadini».

Ruini afferma anche di considerare irrilevante e finito il ruolo dei cattolici democratici, che lui chiama «il cattolicesimo politico di sinistra», e invece si compiace per la sua scelta di influenzare il centrodestra: quasi la rivendicazione di un ruolo strategico. Anche per lei è così?
«Una opinione personale, per quanto autorevole e degna di rispetto, non riuscirà mai a cambiare la storia o a riscriverla in modo diverso da quella che essa veramente fu».

E di Matteo Renzi che pensa? Anche lui è un bersaglio dei suoi tweet.
«Ripeto il giudizio che ne ho dato pochi giorni fa. È impressionante vedere che, nel momento in cui la crisi politica si fa più acuta, emerge sempre l’uno o l’altro personaggio che mira a porsi come l’uomo solo al comando, l’uomo della Provvidenza. Sia Berlusconi, sia Renzi, sia Salvini mostrano la medesima propensione. Nessuno di loro, dopo le sconfitte subite, ha mai pensato di farsi da parte, come sarebbe stato logico e onesto. Ciascuno di loro ha continuato a ritenersi il salvatore d’Italia! È un sintomo caratteristico del populismo, di una malattia mortale della democrazia, che più di una volta, ha già spianato la strada a regimi totalitari e alla dittatura»

Faccia un altro sogno, in conclusione.
«La mia è un’età, nella quale i sogni non si fanno più, ma si raccontano. Rimane invece sempre viva la speranza, che come si dice è l’ultima a morire. La mia speranza è questa: che i giovani, dopo aver letto il racconto che ho fatto dei tre sogni della mia vita, continuino – loro sì – a sognare e s’impegnino con entusiasmo a proseguire il rinnovamento della Chiesa e dell’Italia».

http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2019/11/15/news/a-benedire-salvini-ruini-sbaglia-1.340844

17 Dicembre 2019Permalink

19 novembre 2019 – La mia tartarughina non è più sola

La mia tartarughina ha trovato compagnia.
E’ lì brutta, scura, con il suo collo tozzo fuori dal carapace si oppone da 1700 anni al gallo che la minaccia, bello arrogante, ammirato … ma lei è rimasta lì.

Lei è immobilizzata nel pavimento della cripta nord della Basilica di Aquileia e aspetta le sardine.

Che ne sarà del gallo?

19 Novembre 2019Permalink