14 novembre 2021 – Il mio blog riprende parola

Da mesi trascuro il mio povero blog , inseguendo con perdita di tempo, serenità e fiducia nell’umanità i maldestri, insistenti, apprezzati e autorevoli tentativi di aggregare adulti che di fronte a un bambino che nasce in Italia si organizzano per dirgli “Tu non esisti” e glielo dicono dal 2009 a norma di legge, legge che meritò il voto di fiducia di una maggioranza che ormai si sbrodola e impesta peggio del covid anche chi maggioranza allora non era.
Già perché sono i partiti che, senza vergogna, non si impegnano a modificare la legge che tanto ha voluto, mescolando questa matta bestialità ad altri, vari e svariati interventi di ogni genere, come se una legge fosse il cestino dove si ammucchia la carta straccia e peggio senza voglia di svuotarlo anche se ormai puzza: prima o poi qualcuno lo farà o forse no. Intanto ci si tura il naso.
Lo abbiamo già fatto in passato. Conosciamo la mossa.
Ricordiamo il punto che potrebbe suscitare vergogna se non fossimo senza pudore:
legge 94/2009 – art. 1, comma 22, lettera G.
Adesso basta.
So che parlare da soli non serve (soprattutto se una é sola o quasi in una dannata società vetero patriarcale come il Friuli, parte consistente di una regione c he vorrebbe farsi carico della conduzione della scuola. Sic!).
Comincio con Vattimo (attratta dalla bella citazione kantiana che il testo che lo riguarda contiene) e continuerò, infischiandomi del fatto che simpatica non sono e il mio blog nessuno lo legge. Ma serve a far memoria, la mia che è l’unica di cui dispongo.
Mi è stato detto di lasciarla per
dere ma lei non ci sta. E io le do retta.

13/11/2021 Green pass, Gianni Vattimo: “Dittatura sanitaria? Göring? Come si fa a sostenere simili sciocchezze?”
Il filosofo esterrefatto per Cacciari e Agamben. E indica la via in Kant e Rorty
By Davide D’Alessandro

Salgo le scale e immagino il professore Gianni Vattimo seduto davanti alla finestra a leggere i giornali, che passano in fretta, e a rimirare la Mole, che non passa mai. Mi accoglie con le mani giunte e quel sorriso dolce e stanco di chi è costretto alla poltrona. Di fronte svetta la libreria, dove campeggiano i libri di Heidegger, di Nietzsche e i suoi, tradotti in tutte le lingue del mondo; perché, sia detto con chiarezza, è lui il filosofo italiano più tradotto all’estero. Della versione cinese ci limitiamo a guardare la bella copertina. Dentro è inutile avventurarsi.
Gli chiedo se devo mostrargli il green pass della doppia vaccinazione ma lui, lucidissimo, non abbocca: “Sono in attesa della terza dose e tutto questo chiasso francamente mi provoca fastidio e sconcerto”.
Ma come, gli dico, si fanno incontri e manifestazioni sulla dittatura sanitaria, sulla sorveglianza, sui complotti politico-tecnico-finanziari, si fa addirittura riferimento ai metodi di Hermann Wilhelm Göring e tu te ne stai qui, buono buono, zitto zitto, ad assaggiare una fettina di torta alle mele e a sorseggiare un po’ di vino bianco? Si fa più serioso: “Guarda, a me sembra un’autentica follia. Ma come si può arrivare a sostenere simili sciocchezze? Stanno usando il green pass e il malcontento generale per arrivare chissà dove. Purtroppo, la responsabilità non è soltanto dei Cacciari e degli Agamben, ma anche di un sistema mediatico che insiste sul tema, concedendo pochissimo o nessuno spazio ad altri tipi di dibattiti, che sarebbero ben più importanti. Vorrei partecipare a incontri e manifestazioni sulla povertà, sull’eutanasia, vorrei parlare di questi temi a studenti coinvolti colpevolmente in una confusione generale”.
Gli porgo la pagina di un libro dov’è l’idea dello Stato da parte di Kant: “L’idea dello Stato è quella in cui nessuno mi può costringere ad essere felice a suo modo, ma ognuno può ricercare la propria felicità per la via che a lui sembra buona, purché non rechi pregiudizio alla libertà di altri di tendere a uno scopo simile, la quale può coesistere con la libertà di ogni altro secondo una possibile legge universale”. Vattimo si illumina: “Ecco, scolpiamola sulla pietra e non parliamone più. Anzi, possiamo issarla a mo’ di bandiera e farla sventolare per le piazze. Una volta i Movimenti nascevano su ben altre motivazioni, oggi mi tocca leggere che le riunioni sul green pass potrebbero preparare la nascita di qualche Movimento. Non ho parole. Ma dove siamo finiti?
C’è un filosofo al quale il professore affiderebbe la lettura di questo complicato tempo presente ed è Rorty: “Certo, perché le sue parole sono attuali, edificanti, positive. Il pensiero filosofico può essere al centro del discorso pubblico, ma non sul green pass. Non mi sento affatto sorvegliato. Mi sento un po’ spento e amareggiato. Aprire i giornali al mattino e leggere menti, ritenute brillanti, che si accapigliano sul nulla è deprimente. I dati, inconfutabili, ci dicono che la stragrande maggioranza degli esseri umani è ancora in piedi grazie al vaccino. I controlli sono necessari, poiché lo Stato non può consentire che la libertà sfrenata e pericolosa di qualcuno possa compromettere la libertà e, ciò che più conta, la vita di altri. Se non comprendiamo questo, di che cosa parliamo? Di quale filosofia parliamo? Povera filosofia!”.
Lo saluto ricordandogli che la filosofia della quale resto attento lettore è in “Scritti filosofici e politici”, la sua opera (quasi) omnia edita da La nave di Teseo. Il professore sorride ancora. Un raggio di sole lambisce la Mole. Il pensiero debole è più forte che mai.
Green pass, Gianni Vattimo:
“Dittatura sanitaria? Göring? Come si fa a sostenere simili sciocchezze?”
|

L’HuffPost (huffingtonpost.it)

14 Novembre 2021Permalink

1 agosto 2021 – Calendario di agosto

1 agosto 1944 –        Rivolta del ghetto di Varsavia contro l’occupazione tedesca.
.1 agosto 1990 –       L’Iraq invade il Kuwait
.1 agosto 2014 –       Entra in vigore la Convenzione di Istanbul            [sintesi  nota 1]
.1 agosto 2021-         Aïd el-Kebir    Festa del sacrificio                  ………………..[nota 2]
.2 agosto           –     Giornata europea in memoria del PORRAJMOS, genocidio Rom.
[nota 3]
.2 agosto 1980 –       Strage alla stazione di Bologna
.3 agosto 1940 –       L’Italia invade la Somalia britannica
.4 agosto 1974 –       Bomba sul treno Italicus vicino a Bologna
.5 agosto 1938 –       In Italia viene pubblicato il Manifesto della razza   [testo – nota 4]
.5 agosto 1981 –        Viene approvata la legge 442.
……………………………. Abrogazione della rilevanza penale della causa d’onore. [nota 5]
.6 agosto 1945 –       Gli USA sganciano la bomba atomica su Hiroschima
.6 agosto 1978 –       Morte di Paolo VI.
.8 agosto 1945 –       Gli USA sganciano la bomba atomica su Nagasaki
.8 agosto 1956 –       Tragedia nella miniera di Marcinelle
.9 agosto 2021 –        Muharram 2021  -1443 AH (after Hijira).                           [nota 6]
12 agosto 1944 –       Strage nazista a Sant’Anna di Stazzema
13 agosto 1961 –       Inizia costruzione muro di Berlino
13 agosto  2021 –       Muore Gino Strada
14 agosto 1945 –        Resa del Giappone e fine della seconda guerra mondiale
14 agosto 1947 –        India – Dichiarazione di indipendenza
14 agosto  2018 –       Genova. Crollo del ponte Morandi.
15 agosto 1867 –        Regno d’Italia – Legge 15 agosto 1867, n. 3848
…………………………….…Legge per la liquidazione dell’asse ecclesiastico   [nota 7]
15 agosto 2009 –        Approvazione della legge 15 luglio 2009, n. 94
………………………………..”Disposizioni in materia di sicurezza pubblica”
15 agosto 1917 –         Nascita del vescovo Romero
16 agosto 1924 –         Ritrovamento del corpo di Giacomo Matteotti
17 agosto 1893  –        Strage di Aigües Mortes                                               [nota 8]
17 agosto 1945 –         L’Indonesia si proclama indipendente dai Paesi Bassi
18 agosto 1936 –        Assassinio di Federico Garcia Lorca
18 agosto 2015 –        Assassinio di Khaled al Asaad
…………………………………direttore del sito archeologico  di Palmira
19 agosto 1954 –        Morte di Alcide De Gasperi
20 agosto 1960 –        Dichiarazione di indipendenza del Senegal
20 agosto  2019-         Dimissioni governo Conte 1
21 agosto 1940 –        Assassinio di Lev Trotsky
21 agosto 1964 –        Morte di Palmiro Togliatti
21 agosto 1968 –        L’URSS invade la Cecoslovacchia                            [nota 9]
23 agosto 1923 –        Assassinio di don Minzoni ad Argentea (FE)
23 agosto 1927 –        USA esecuzione di Sacco e Vanzetti
24 agosto 2004 –        Assassinio di Enzo Baldoni in Iraq
24 agosto 2016 –        Colombia. accordo governo-Farc
24 agosto 2016 –        Terremoto in centro Italia
25 agosto 1900 –         Morte di Friedrich Nietzsche
25 agosto 1989 –         Assassinio di Jerry Masslo a Villa Literno (Caserta)  [nota 10]
26 agosto 1769 –          Francia: Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino
26 agosto 1978 –         Elezione di papa Luciani (Giovanni Paolo I)
26 agosto 2018 –         Apertura Sinodo dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi
27 agosto 1999 –         Morte di Helder Camara – Brasile
28 agosto 1963 –         Martin Luther King guida la marcia su Washington per i diritti civili.
29 agosto 1991 –         La mafia uccide l’imprenditore Libero Grassi a Palermo
31 agosto 1994 –         Irlanda – L’IRA dichiara la cessazione di tutte le operazioni militari

NOTE:

[nota 1] Convenzione di Istanbul – contenuti
https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DOSSIER/0/750635/index.html?part=dossier_dossier1-sezione_sezione2-h2_h22

[nota 2]
https://www.linternaute.com/actualite/societe/1242541-aid-el-kebir-date-message-signification-les-secrets-de-la-fete-du-sacrifice/#date-aid-el-k%C3%A9bir-a%C3%AFd-el-adha-2019

Origine d’Aïd-el-Kébir L’Aïd-el-Kébir (aussi nommée Aïd-el-Adha, Aïd al-Kebir ou encore Eïd el-Adha), qui signifie « la Fête du sacrifice », est l’une des célébrations les plus importantes liées à la foi musulmane. Il s’agit d’une commémoration de la soumission d’Abraham (Ibrâhîm en arabe) à la volonté de Dieu lorsque celui-ci lui demanda de sacrifier son fils Ismaël. Certaines interprétations considèrent qu’il s’agit plutôt d’Isaac, le Coran ne mentionnant pas le nom du fils. Pour en savoir plus, consultez cet article d’Éric Geoffroy.

[nota 3]
Porajmos o Porrajmos (pronuncia italiana: poràimos; in romaní: [pʰoɽai̯ˈmos]; traducibile come “grande divoramento” o “devastazione”) è il termine con cui Rom e Sinti indicano lo sterminio del proprio popolo perpetrato da parte dei nazisti durante la seconda guerra mondiale.

[nota 4] Manifesto della razza:
http://www.ansa.it/canale_lifestyle/notizie/societa_diritti/2018/07/14/il-manifesto-della-razza-ecco-il-testo-per-non-dimenticare-80-anni-dopo_94f44111-b55a-4545-93cd-05c829211a4e.html

[nota 5]       Alla fine del 1965 venne rapita una ragazza di Alcamo,  Franca  Viola.
Fu la prima donna in Italia a rifiutare il matrimonio riparatore.
Iniziò così il lungo processo che portò, il 5 agosto 1981 alla approvazione della legge  442  che cancellava dal codice penale italiano il delitto d’onore e il matrimonio riparatore.
Per arrivare a riconoscere lo stupro reato contro la persona dovettero  passare ancora parecchi anni e solo con la legge n. 66 del 15 febbraio 1996, “Norme contro la violenza sessuale”, si affermò il principio per cui lo stupro è un crimine contro la persona, che viene coartata nella sua libertà sessuale, e non contro la morale pubblica.

[nota 6]           L’anno islamico 1443 inizia nella notte fra il 9 e il 10 agosto.
Muharram 2021 will mark the start of New Islamic Year 1443 Hijri. The expected Gregorian Date of 1st Muharram 2021 is Monday, August 9, 2021 or Tuesday, August 10, 2021 depending on your location and sighting of the Moon of Muharram 1443

[nota 7]   Legge per la liquidazione dell’asse ecclesiastico
Locuzione adoperata per indicare i beni degli enti ecclesiastici nella legislazione eversiva delle proprietà ecclesiastiche, dal 1855 (anno della l. piemontese 878, con la quale ebbero inizio le soppressioni), al 1929 (Concordato lateranense), di cui è fondamentale la l. 3096/7 luglio 1866.
Per approfondire link all’articolo di A.C.Jemolo (1929)
https://treccani.it/enciclopedia/asse-ecclesiastico_(Enciclopedia-Italiana)

[nota 8]
17 agosto 1893 dieci operai italiani delle saline vennero uccisi a Aigues-Mortes, in Camargue, perché si era diffusa la falsa notizia che avevano ucciso  quattro  francesi.
L’odio per gli emigrati italiani che “rubavano il lavoro” scatenò il massacro e così un paese intero si scatenò contro gli operai italiani.

[nota 9]
Il 21 agosto del 1968 le truppe del Patto di Varsavia entrarono nella Cecoslovacchia per soffocare la stagione della Primavera di Praga che era iniziata  5 gennaio 1968, quando il riformista slovacco Alexander Dubček salì al potere, proseguendo fino al 20 agosto dello stesso anno, quando un corpo di spedizione dell’Unione Sovietica e degli alleati del Patto di Varsavia (ad eccezione della Romania) invase il paese.

[nota 10]
Riporto il link all’articolo di   Paolo Naso per l’esplicita connessione con il Sinodo della chiesa valdese e metodista aperto il 26 agosto.
https://www.nev.it/nev/2019/08/21/tutto-inizio-con-jerry-masslo/

1 Agosto 2021Permalink

5 giugno 2021 – Due storie parallele: un medico aggredito e un giovane suicida

 Non possiamo continuare a non vedere il razzismo dilagante in  Italia
Si accompagna all’odio e al disprezzo per tutto ciò che viene catalogato come diversità

Medico camerunense dell’Inps vittima di razzismo a Chioggia: “Nero di m…”. La moglie: “Inseguito e minacciato”

Tutto – ma è soltanto l’ultimo episodio di una serie – è accaduto mercoledì scorso. Il sanitario, 30 anni, si reca a casa di un uomo per verificarne le condizioni di salute, varcando la soglia di un grande condominio di periferia. Il lavoratore non c’è, e quando si presenta, probabilmente avvertito dalla moglie, non ha alcuna vergogna a mostrarsi in ciabatte e canottiera da mare. Il medico viene subito aggredito: «Negro di m… da qui non esci vivo – si sente dire -. Tu firmi che ero in casa o ti spacco la testa». Dopo pochi secondi si passa dalle parole passa ai fatti. «Quell’uomo mi spingeva – racconta il medico – premendomi le dita sul torace», mentre continuava a ripetere «non puoi venire in Italia a fare il c…che ti pare». L’aggressore gli strappa il telefonino, poi lo insegue con il motorino e strappa una maniglia della sua auto. Mentre tutto questo avviene dalle finestre del palazzo tutti guardano ma nessuno alza un dito per difenderlo, neppure per chiedere l’intervento delle forze dell’ordine.

Una tensione continua che la famiglia del medico camerunense ritiene non più sostenibile. «E’ troppo per un uomo. E’ troppo per un bravo ragazzo. E’ troppo per la società del ventunesimo secolo. E’ troppo per me – dice la moglie – che lo amo e non posso continuare ad avere paura di non veder rincasare la sera il meraviglioso padre di mia figlia. Non è più ignoranza, maleducazione o stupidità – conclude -. Questa è violenza. Violenza del branco».

Il messaggio del sindaco

«Questa non è Chioggia e non è la società che vogliamo per i nostri figli», dice il sindaco di Chioggia, Alessandro Ferro. «L’amministrazione comunale – sottolinea – esprime massima solidarietà al medico fiscale che nei giorni scorsi è stato aggredito in un quartiere della nostra città durante il suo lavoro». Una violenza che Ferro definisce «assurda, aggravata da frasi razziste. Ha fatto bene il medico a denunciare pubblicamente ciò che gli è accaduto E noi come lui, non dobbiamo tollerare episodi incresciosi come questi, dove individui usano il colore della pelle per insultare».

https://www.lastampa.it/cronaca/2021/06/05/news/medico-camerunense-dell-inps-vittima-di-razzismo-a-chioggia-la-moglie-inseguito-e-minacciato-solo-perche-nero-1.40356095

La lettera di Said Visin agli amici

Il giovane, si legge sul Corriere della Sera, aveva scritto parole drammatiche in un testo inviato ad alcuni amici. “Ovunque vada – si legge – sento sulle spalle come un macigno il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati, impauriti delle persone”. La lettera prosegue: “Non sono un immigrato, sono stato adottato da piccolo.. ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, specie anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche come responsabile perché molti giovani italiani non trovano lavoro…Dentro di me è cambiato qualcosa, come se mi vergognassi di essere nero, come se avessi paura di essere scambiato per un immigrato, come se dovessi dimostrare alle persone che che non mi conoscevano che ero come loro, che ero italiano, bianco. Facevo battute di pessimo gusto su neri e immigrati…come a sottolineare che non ero uno di loro. Ma era paura. La paura per l’odio che vedevo negli occhi della gente verso gli immigrati. Non voglio elemosinare commiserazione o pena, ma solo ricordare a me stesso che il disagio e la sofferenza che sto vivendo sono una goccia d’acqua in confronto all’oceano di sofferenza che sta vivendo chi preferisce morire anziché condurre un’esistenza nella miseria e nell’inferno. Quelle persone che rischiano la vita, tanti l’hanno già persa, solo per annusare, per assaggiare, il sapore di quella che noi chiamiamo semplicemente ‘vita’”.

Il testo letto questa mattina durante i funerali

“Adesso, ovunque io vada, ovunque io sia, ovunque mi trovi sento sulle mie spalle, come un macigno, il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone”. L’atto d’accusa contro il razzismo scritto due anni fa da Seid Visin è stato letto integralmente stamane nella chiesa di San Giovanni Battista, accolto da un lungo applauso, nel corso dei funerali. “Buon viaggio campione”, uno dei messaggi affissi all’esterno della chiesa dagli amici che hanno indossato anche magliette con la scritta “Arrivederci fratello. Ciao talento”.

https://tg24.sky.it/napoli/2021/06/05/seid-visin

5 Giugno 2021Permalink

9 maggio 2021 – Non solo mamme in improbabile festa

9 MAGGIO  in diariealtro, il mio blog

Il mio personale  calendario ricorda

8 maggio 1945  –     La Germania firma la resa incondizionata e Churchill annuncia la
………………………………….fine della guerra in Europa

9 maggio           –   Giornata dell’Europa    (dichiarazione Schumann del 1950)

9 maggio 1921  –   Nascita di Sophie Scholl de La rosa bianca

9 maggio 1945  –    Vittorio Emanuele III di Savoia abdica in favore del figlio Umberto

9 maggio 1978 –    Ritrovamento del corpo di Aldo Moro

9 maggio 1978 –    Omicidio di Peppino Impastato

Non solo mamme quindi, da festeggiare in onore dei  mercati,
Ci sono mamme escluse per legge dai festeggiamenti

Prometto a me stessa che ne scriverò più tardi.

Ora non ci riesco: ascolto la giornalista che conduce Prima Pagina  e in onore di un’opinione pubblica facile da indurre al disprezzo, quando non all’odio, attribuisce la pratica dell’infibulazione alle società islamiche.

 

9 Maggio 2021Permalink

19 marzo 2021 – Lamento in memoria di alcune galline

Numerose galline sono morte nello scoppio e nel crollo di una parte del manufatto che le ospitava.

La Procura di Pordenone ha aperto un’inchiesta. Indagini in corso da parte dei Carabinieri: i carri armati impegnati nell’esercitazione – sarebbero almeno 4 – sono stati posti sotto sequestro. La zona dove si trova l’allevamento è alla prima periferia del paese. Da quanto apprende l’ANSA, l’incidente si è verificato durante un’esercitazione notturna della Brigata Pozzuolo del Friuli, in cui erano impegnati congiuntamente il Genova Cavalleria e i Lagunari di Venezia. I militari non si sarebbero accorti immediatamente dell’errore perché il colpo non ha innescato alcun incendio. Le indagini della Procura di Pordenone dovranno chiarire perché il “Blindo centauro” ha sparato in direzione del centro abitato, visto che l’area riservata ai tiri si trova in direzione opposta. Ad accorgersi dell’incidente sono stati stamani i titolari dell’azienda agricola, che non riuscivano a darsi una spiegazione del danno al capannone e del decesso delle galline e hanno chiesto ai Carabinieri della Compagnia di Spilimbergo di intervenire. I militari dell’Arma, che erano informati dell’esercitazione notturna, hanno collegato gli elementi e risolto quello che sembrava un giallo.

Così la notizia pubblicata dall’ANSA cui seguono alcune mie considerazioni (link in calce)

Un carro armato dell’Esercito, impegnato in un’esercitazione di tiro in un poligono riservato alle Forze Armate sul torrente Cellina, ha sbagliato mira e ha centrato un allevamento di galline di Vivaro (Pordenone).
L’incidente si è verificato nel pomeriggio di ieri, ma i titolari dell’azienda agricola si sono accorti degli ingenti danni provocati dal colpo soltanto stamani, entrando nel capannone.

Le mie considerazioni

  1. Penso che le esercitazioni a tiro meritino la considerazione dei giochi del luna park dove si valuta ciò che ne consegue (sia il riscontro premiale di un lecca-lecca o di un pupazzo).
    Non sto proponendo una distribuzione di lecca lecca a chi ha fatto fuoco ma pensavo che ci fosse una verifica sull’esito del tiro altrimenti che esercitazione è?
    E se verifica c’è stata e nessuno ha denunciato la strage di pollame come mai i carabinieri si sono allertati richiamati dai proprietari del capannone che se ne sono accorti al mattino successivo (e buon per loro che non avevano pollame a casa loro).
  2. Devo dedurne:
    a – che i responsabili del tiro avevano verificato ed erano scappati come un qualsiasi         automobilista che crea un incidente;
    b  – che i responsabili del tiro non avevano fatto verifica alcuna come in un tirassegno   giocattolo (a prescindere dai possibili costi umani per fortuna non intervenuti pensavo   che  anche la gestione dei carri armati avesse un costo);
    c) –  ho letto di interventi di animalisti in difesa e tutela  di orsi, lupi ecc. ecc.
    Un piccolo pianto sulle galline atrocemente defunte no?
    d) – passando dal nazionale all’internazionale ricordo che i 3 febbraio 1998 avvenne la strage   del Cermis causata da un elicottero americano partito dalla base di Aviano.
    Allora non si trattava di una esercitazione ma di una abitudine  giocosa dei piloti a  passare    sotto  i cavi della funivia.
    Era andata bene tante volte  quel giorno andò male almeno per i cavi , la cabina distrutta
    ecc. ecc. e    il danno collaterale di 20 morti.
    I due piloti che avevano giocato male furono immediatamente riportati a casetta loro
    prima che la giustizia italiana potesse bloccarlihttps://www.ansa.it/friuliveneziagiulia/notizie/2021/03/18/carro-armato-sbaglia-mira-e-centra-allevamento-galline_b87d1a21-01a6-47a3-8dfb-df8c9743e05a.html
19 Marzo 2021Permalink

16 marzo 2021 – Raniero la Valle: un ricordo di un ragionar comune

Newsletter n. 217 del 28 febbraio 2021 di Chiesadeituttichiesadeipoveri

Risanare le Parole

Carissimi,

Vi scrivo a nome mio personale e vi chiederete perché. Per capire le cose bisogna vedere in esse ciò che accade perché è voluto, ciò che è provvidenziale e ciò che è fortuito.

Nel giorno vigilia del mio novantesimo compleanno al mattino presto non potendo io uscire per ragioni di salute è venuto a trovarmi con l’Eucarestia un caro amico gesuita che ha avuto il pensiero di portarmi l’Avvenire, il mio antico giornale ora così ben diretto da Marco Tarquinio. Essendo domenica molti giornalai erano chiusi, sicché è andato a prenderlo alla stazione Termini.

In quel giornale, come sempre assai ricco, era riaperta con molto pathos e sofferenza, da una lettrice, la questione dell’aborto, come questione dolorosa e divisiva tra le donne e la Chiesa. Su questo le donne non sono comprese dalla Chiesa che in tale materia pensa soprattutto al fatto, diciamo così alla “fattispecie”, non alle persone, a cui così non reca più la buona notizia del Vangelo, che anzi è drasticamente loro contestato, ma dà loro la cattiva, la pessima notizia che il loro aborto volontario sia stato un assassinio, che esse siano pertanto omicide e che siano mandanti di sicari, i medici che eseguono l’aborto. Ma (senza per ciò voler entrare nella casistica) le donne non hanno questa coscienza di essere colpevoli di omicidio, anzi, come fa la lettrice in questione, lamentano il loro immenso dolore per aver dovuto rinunziare a una nascita, per non aver potuto avere il loro bambino che perciò non è nato, non per averlo ucciso sulla porta di sé. È dal loro “sé”, a lui ancora legato in modo inscindibile, che il nascituro non è venuto alla luce, è rimasto un futuro possibile (spesso impossibile) ma incompiuto. Ciò che non fa la Chiesa, ciò che non fa una morale assiomatica, di distinguere interruzione di gravidanza e omicidio, tra aborto e decesso, tra incompiuto ed estinto, esse da millenni lo fanno.

Nell’antichità era molto chiara la differenza tra aborto e omicidio, tra non nascere e morire . Per i filosofi romani (c’è un gran librone, compulsato a suo tempo, sull’aborto nel mondo greco-romano) non c’erano dubbi che non fosse questione d’omicidio, tra i medici si discuteva piuttosto delle varie fasi della gravidanza. La Bibbia sa bene che cos’è l’aborto, c’è la percezione che si poteva non essere usciti dal ventre della propria madre, non che si poteva esserne stati soppressi. Quando Paolo parla di sé come di un aborto non pensa di essere stato ucciso sul nascere, ma di non essere venuto alla vita.

La questione, mi sembra, insorge, scoppia dentro la Chiesa, con la disputa su quando Dio infonde l’anima al feto. Perché è solo quando arriva l’anima che l’uomo diventa uomo, “essere vivente” come uomo e donna creati da Dio. Allora, e solo allora (al terzo mese? al quinto?) l’aborto diventava omicidio. Così la causa è trasferita dai teologi, dai sacerdoti ai medici, ai biologi. Diteci il giorno, ed ecco a quel punto l’uomo è uomo, non farlo nascere è uccidere una persona umana. Corpo e anima, il “composto umano”. Sappiamo oggi che questa è una cattiva antropologia. Noi siamo un’unità inscindibile pensata da Dio, ne siamo immagine, lui non è fatto di Dio e della sua divinità, come se fossero due cose distinte.

Da questa cattiva antropologia è derivata poi anche una cattiva teologia. In mano di chi Dio si mette per creare?

Vi chiederete perché parlo di queste cose proprio ora. Io non sono più tornato sulla questione dell’aborto da quando in Senato nel 1976 scrissi l’art. 1 della legge 194 sulla “tutela sociale della maternità e l’interruzione volontaria della gravidanza”, articolo rimasto indenne finora, e il 26 maggio 1977 vi tenni un discorso per illustrarla e difenderla. In quel discorso, che ebbe come titolo “Idolatria e laicità della legge”, dissi che era talmente inviolabile e non coercibile il rapporto tra la madre e il bambino che portava nel seno, che se Maria non diceva di sì, Gesù neanche nasceva.

Nessuno può decidere per la donna, non Comitati etici, non medici, non Codici penali, non forcipi di Stato, come avrebbe voluto qualche progetto di legge sull’aborto. Il vecchio Codice Rocco era impotente, non faceva che dare corso agli aborti, purché clandestini , spesso in laghi di sangue.

Ed è perché nessuno puó decidere per la donna, nemmeno per Maria, che noi abbiamo avuto la salvezza, il Salvatore.

Dunque è alla donna che Dio si affida. Ma che Dio per venire al mondo dovesse passare al vaglio di potenziali assassine non riesco ad immaginarlo. Tutt’altra appare essere l’idea che Dio ha della donna. Certo Dio non poteva pensare le sue figliole come potenziali omicide abituali o per tendenza. Anzi nella coscienza più profonda dell’umanità in cui Dio abita come in un tempio la donna è inestinguibilmente presente e vissuta come scrigno di vita. È l’uomo semmai che è archetipamente associato all’idea dell’omicidio, è lui il sacrificatore, fin dai tempi di Caino. E sempre infatti l’ideologia del sacrificio è stata associata all’uomo. E così le guerre, la ragion di Stato, e purtroppo anche l’idea del sacerdozio. Io penso che questa impossibilità per la Chiesa cattolica di procedere sulla via della donna sacerdote derivi anche dalla istintiva ripugnanza ad associare la donna all’idea del sacerdote come ministro del sacrificio. Quando avremo veramente abbandonato l’ideologia del sacrificio ancora così presente nella Chiesa nella liturgia nell’immaginario religioso e sacerdotale, allora non ci sarà più ostacolo al sacerdozio delle donne, ministre della vita, non solo spirituale, ma della vita fisica.

Perciò questo assimilare  l’aborto a un omicidio non solo è contro la logica aristotelica (perché identifica due cose diverse) ma è anche un po’ contro natura.

Ciò non vuol dire minimamente prendere posizione sul peccato d’aborto, su tutte le problematiche connesse al tema dell’aborto. Quando facemmo la legge esplicitamente non volemmo andare oltre il giudizio che assumesse l’aborto come un disvalore, una perdita, un dolore personale e sociale che la società dovesse lenire, non far vivere nella solitudine, includere in un tessuto di solidarietà sociale, tale che anche rendesse la vita più facile a nascere, e ciò proprio in base a una severa coscienza della infermità, insufficienza e laicità della legge.

La Chiesa continui nelle sue teologie, nessuno le tolga la libertà delle sue valutazioni morali, delle sue qualificazioni religiose e spirituali sull’aborto, i suoi insegnamenti di vita.

Se dopo tanti anni io riapro con lei la questione dell’aborto è perché mi sembra che mi resti un dovere. Di chiederle quest’unica cosa. Di non usare la stessa parola per definire l’ucciso e il non nato, il non nascere e il morire, una promessa che non si realizza e una volontà che le sia impari.

Le chiedo di non scambiare nella riflessione, nella predicazione, nella polemica “vita umana” e “persona umana” , la prima un’astrazione, la seconda l’uomo e la donna amati da Dio, la prima investigabile dalla biologia, la seconda un mistero dell’Essere, umano e divino, un mistero che ha solo un inizio, e mai più la sua conclusione, perché in Dio c’è solo il principio, non c’è la fine.

Perciò le chiedo un’ascesi della parola. La Parola ci salva, le parole spesso ci tradiscono.

L’aborto non è omicidio, la donna non ne è la mandante, il medico non il sicario; in ciò anche l’amatissimo papa nostro Francesco, tradito dalla lingua, non dice bene mi addolora.

Scongiuro la Chiesa di non pensare le donne come potenziali abituali assassine. Certo siamo tutti in peccato, ma questo non è il loro peccato, uccidere chi neanche è nato.

Solo questo voglio dire, non giustificare l’aborto e nemmeno la nostra legge. Perché questo scambio di parole e di concetti apre un problema molto grave tra lei e loro.

Forse è bene che sia un uomo a dirlo. Forse proprio gli uomini devono dirlo che delle donne sono figli, fratelli, compagni e sposi. La Chiesa mette le donne sugli altari, gli uomini le amano.

Papa Giovanni diceva: siamo appena all’aurora. Non sempre possiamo forzare l’aurora a nascere.

Con i più cordiali saluti

Raniero La Valle

 

www.chiesadituttichiesadeipoveri.it

 

 

16 Marzo 2021Permalink

13 marzo 2021 – Genere e linguaggio

Dal 31 gennaio non scrivo nulla nel mio blog: sono preoccupata e in qualche modo intristita.
Ma ho deciso che così non va. Il mio povero rozzo blog, da anni aggiornato, arricchito da un piccolo glossario,  mi ha consentito e so che mi consentirà ancora  di tirare un filo rosso fra notizie e considerazioni.
Mi è servito molto e mi servirà ancora in questo clima di paura indotta che mi fa temere il dopo covid più del covid.
Leggendo una serie di considerazioni sul genere nel linguaggio scritto e orale, mi stavo chiedendo “che fare?” e poi ho trovato questo intervento magistrale che mi ha convinto ad andare avanti.
La sigla che si può leggere più sotto, CPO; significa Comitato Pari Opportunità ecc.

Grammatica e pregiudizi

26 Gen 2020 | #16 Febbraio ll | Il linguaggio semplice | Magazine | Rubriche in Homepage | Uguaglianza e differenze

Il linguaggio di genere e la cultura paritaria

di Pina Rifiorati (Avvocata in Udine e Presidente del CPO dell’Ordine degli Avvocati di Udine)

Linguaggio e parità di genere

La tematica della rappresentanza paritaria non può prescindere da un confronto sul linguaggio di genere e, dunque, da un dibattito culturale, come correttamente ci ricorda il titolo delle nostre giornate di lavoro.
Le parole hanno lo scopo preciso di veicolare i concetti ai quali, proprio attraverso l’uso sapiente delle stesse, siamo in grado di attribuire un senso piuttosto che un altro.

Sebbene il linguaggio serva a collegare, unire, relazionare, in una parola a comunicare, esso può diventare strumento per discriminare, escludere, segregare: modificare il linguaggio, dunque, significa incidere sulla realtà che ci circonda, con la consapevolezza che la questione non è grammaticale, ma culturale e la lingua costituisce strumento utile ed essenziale per produrre e riconoscere i cambiamenti.

Il linguaggio non discriminatorio trova fondamento nel principio di eguaglianza sancito dalla Costituzione che, all’art. 3 comma 1 (tutti i cittadini hanno par dignità sociale e sono uguali davanti ala legge, senza distinzioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni personali, condizioni sociali e personali), individua nella pari dignità un valore assoluto, mentre, al comma 2 (“la Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica economica e sociale del paese”), attribuisce alle istituzioni centrali e locali l’onere di rimuovere gli ostacoli che limitano l’applicazione di tale valore, di creare e diffondere le buone prassi, di realizzare azioni positive che, lungi dall’essere paradigmi formali e vuoti di contenuto, sono concreti progetti volti a contrastare le discriminazioni, anche linguistiche.

Dirimente è anche l’art. 51 della Costituzione relativo al libero accesso di uomini e donne agli uffici pubblici che, a seguito della riforma del 2003, ha introdotto le pari opportunità in Costituzione (“a tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità fra uomo e donna”), a riprova che la realizzazione della rappresentanza paritaria in senso sostanziale è valore di rango primario e ha come ineludibile presupposto l’introduzione di regole vere e proprie che garantiscano la rimozione degli ostacoli frapposti all’uguaglianza sostanziale.

Quando le donne negli anni ottanta hanno iniziato a ricoprire ruoli professionali e istituzionali con una certa frequenza (ancora scarsa in senso assoluto, ma comunque finalmente degna di nota) – all’indomani della conquista delle libertà sessuali che le avevano impegnate negli anni ‘70 e dopo oltre settant’anni di lotte per la conquista dei diritti fondamentali (diritto di voto, diritto al lavoro, accesso all’esercizio delle funzioni pubbliche) – il problema del linguaggio neppure si poneva.

Le donne professioniste, lavoratrici, politiche continuavano ad essere nominate al maschile, cosicché la loro entrata in scena nella società e nel mondo del lavoro passò sotto silenzio, nascosta dietro il dito della regola cosiddetta del neutro maschile, inclusiva anche del femminile, del tutto sconosciuta nella nostra lingua che invece declina i sostantivi a seconda del genere.

In quegli anni, invero, precisamente nel 1987, era stato pubblicato, con la collaborazione della già istituita Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra uomo e donna presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il pioneristico volume di Alma Sabatini “Il sessismo nella lingua italiana” e “Le raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana” che si poneva lo scopo, come si legge in premessa “… di dare visibilità linguistica alle donne e pari valore linguistico ai termini riferiti alle donne”: all’epoca fu accolto più con sarcasmo, quello che troppo spesso fa capolino anche oggi, che con vero e proprio interesse, a riprova dell’evidente difficoltà nel nostro Paese di accettare le donne ricoprano nei ruoli professionali, sociali e apicali.

Linee guida per l’uso di genere nel linguaggio amministrativi

Negli anni 2000, quando al più si sentiva dire avvocato donna o sindaco donna, il tema dell’uso non discriminatorio del linguaggio è stato rimesso in scena e posto all’attenzione pubblica, anche in ambito istituzionale, grazie alle “Linee guida per l’uso di genere nel linguaggio amministrativo” di Cecilia Robustelli elaborato nel 2011, in collaborazione con l’Accademia della Crusca, e adottato da molte amministrazioni locali, dal Ministero Istruzione Università e Ricerca e dalle aziende sanitarie, attraverso la sottoscrizione di protocolli volte a siglare buone prassi linguistiche.

Il Protocollo più recente è stato adottato nell’agosto 2019 dal Comune di Milano che ha approvato “Le linee guida per l’adozione della parità di genere nei testi amministrativi e nella comunicazione istituzionale del Comune” nel quale si legge fra l’altro “… dagli avvisi ai cittadini alle delibere deve adottarsi un linguaggio più idoneo all’equilibrio di genere e utile al superamento di ogni tipo di discriminazione, adeguando al genere femminile il linguaggio usato dalla PA” , in modo che il linguaggio negli atti amministrativi e nei moduli sia conforme ai principi di uguaglianza fra uomo e donna.

Sono seguiti numerosi protocolli che hanno coinvolto anche l’amministrazione della giustizia, soprattutto grazie al lavoro dei Comitati Pari Opportunità attivi presso gli Ordini degli Avvocati: nell’ambito delle varie tematiche legate alle disparità professionali, prima fra tutte quella sul legittimo impedimento a tutela della genitorialità, è stata affrontata la questione del linguaggio.
Cito fra gli altri i Protocolli di Milano e Bergamo del 2018 (nel quale si sottolinea l’importanza delle parole nella lotta alle discriminazioni in quanto “la differenza per esistere va nominata”) e il Protocollo di Cremona del 2019.
Quest’ultimo appare particolarmente significativo ove ha ritenuto necessario specificare che le colleghe devono essere chiamate avvocata e non signora, costringendoci a prendere atto che ancora oggi la discussione linguistica può vertere, non tanto e non solo sulla declinazione di genere, ma addirittura sul riconoscimento tout court del ruolo professionale in capo alle donne.

Ancora oggi, dunque, pur nell’evidenza della realtà che ci circonda – magistratura e avvocatura ove le donne sono presenti in numero di poco superiore agli uomini nella prima e di poco inferire nella seconda – la presenza femminile rischia di restare nascosta “dentro” il genere maschile.
Eppure, il termine avvocata lo troviamo già citato e presente non solo nel Salve Regina (preghiera del secolo XIV), ma anche nelle motivazioni della sentenza con la quale la Corte di Cassazione di Torino nel lontano 1885 bocciò l’iscrizione all’albo degli Avvocati di Torino di Lidia Poet – collega ed eroina del suo tempo che lottò per conquistare il proprio diritto al lavoro – all’esito dell’impugnazione dal solerte Procuratore del Re.

La Corte, fra le altre aberranti motivazioni (ne cito alcune: “l’influenza del sesso sulle capacità e condizione giuridica è dovunque sempre stata tale che a riguardo delle donne è di dovere riconoscere e mantenere in massima uno stato particolarmente restrittivo dei diritti”; “Lo Stato nella sua sociale e politica organizzazione e l’amministrazione di quanto s’attiene alla cosa pubblica, hanno sempre avuto, e mantengono tutt’ora pella loro essenza un carattere virile prevalente così manifestamente decisivo che le donne non vi possono avere una parte attiva troppo estesa”), ne adduce una di matrice linguistica: “E’ di vero, non è poi argomento tanto lieve quello di trovarsi sempre adoperato il genere mascolino avvocato, e mai la parola avvocata, che pur esiste nella lingua italiana, e si usa nel comune parlare”, escludendo dunque le donne dall’esercizio dell’attività forense in quanto la legge, parlando solo di avvocati, di certo non poteva riferirsi anche alle donne.

Se già nel secolo scorso era dunque chiaro che l’avvocata non è la Madonna, ma che in quella preghiera le si attribuisce il ruolo di assistenza e difensora tipico della nostra professione, dovremmo anche noi dopo un secolo accettarlo come sostantivo appropriato.

Il pregiudizio è più forte della grammatica

Perché tante resistenze?
Proviamo ad esaminarle, riconducendole in tre gruppi argomentativi ed evidenziando come esse non fanno riferimento a regole oggettive, ad argomenti razionali, ma hanno piuttosto un richiamo squisitamente culturale, legato a stereotipi e/o pregiudizi ancora molto radicati nel nostro Paese.
I benaltristi ritengono che l’utilizzo delle parole di genere sia indifferente rispetto alla tematica discriminatoria, affermando che ci sono questioni e problemi più importanti di cui occuparci.

Perché non occuparcene con le parole giuste? Il linguaggio è sostanza e veicolo fondamentale dei cambiamenti culturali, se è vero che chi parla bene pensa bene, è altresì corretto affermare che nessun cambiamento sarà possibile senza un utilizzo appropriato e soprattutto consapevole dei termini e delle parole.
Nell’ambito delle politiche antidiscriminatorie gli aspetti linguistici costituiscono il fondamentale e ineludibile punto di partenza, utile a rendere visibile il ruolo delle donne, a riconoscerlo, anziché occultarlo o segregarlo.
Cambiare il lessico, usando peraltro le regole esistenti, non significa enfatizzare le differenze, come pure qualcuno ha detto, ma superarle proprio attraverso il loro riconoscimento.

A parere di altri e altre, il lessico al femminile è cacofonico: “avvocata non si può sentire” sento spesso dire da colleghi e colleghe (a onor del vero soprattutto colleghe) i quali e le quali tuttavia non hanno risposte razionali quando domando loro come mai non trovano altrettanto impronunciabili parole come maestra, infermiera e cameriera, mestieri di cura da sempre svolti dalle donne e per i quali riconoscere il femminile non ha destabilizzato alcuno.
Abbiamo sdoganato e accettato neologismi come bannare e digitare, mutuando parole da altre lingue e inquinando la nostra senza per nulla scandalizzarci, ma non riusciamo a dire prefetta o difensora (in Spagna utilizzati da sempre), a riprova che è solo l’uso generalizzato di un termine a fare la differenza: più la useremo più sarà musica per le nostre orecchie.

Infine, coloro che insistono con la regola del neutro maschile rendono oltremodo evidente come il pregiudizio può essere più forte della grammatica e della sintassi.

Conta la professione”, mi dicono spesso le colleghe, “ il ruolo che è sostantivo maschile”, affermazioni che lasciano trasparire il timore, dettato da secoli di segregazione sociale, istituzionale e lavorativa, che il proprio mestiere, se declinato al maschile, possa assumere maggiore autorevolezza, nella malcelata convinzione che sarà meno faticoso acquistare prestigio e credibilità se verremo appellate al maschile, mentre, se siamo avvocate, dobbiamo innanzitutto superare i pregiudizi culturali legati al sesso e poi discutere di competenza (“il rifugio rassicurante del femminile nel maschile garantisce alla donna che ricopre il ruolo quella patina di serietà e, se vogliamo, di consuetudine che impegno e abnegazione non sono in grado di assicurare” spiega F. Fusco nel suo “La lingua e il femminile nella lessicografia italiana, tra stereotipi e (in)visibilità, ed. dell’Orso, 2012).

Le regole grammaticali, dunque, per quanto precise, vengono disapplicate o applicate con difficoltà, a volte smentite, altre volte ignorate e derise (pensiamo alle solite battute che si sentono dire “allora devo dire pediatro”, “perché un uomo non si chiama giornalisto”…, detto da chi ignora che in quei sostantivi l’ultima desinenza non declina il genere che invece troverà riconoscimento con l’utilizzo dell’articolo), altre volte addirittura inventate, come quella dell’inclusione al maschile che, pure, tiene banco da decenni.
Dunque, il problema non è la lingua e le sue regole, ma le convinzioni culturali di cui il linguaggio è espressione e i dissensi e le resistenze che ancora ci sono, dimostrano come consuetudine e tradizione sono più forti della ragione e ci impediscono di vedere la realtà intorno a noi, rendendoci ciechi davanti alle differenze.

Il linguaggio nell’amministrazione della giustizia

Il linguaggio utilizzato riveste una fondamentale importanza anche nell’amministrazione della giustizia, soprattutto quando si tratta di tutelare i diritti di persone discriminate che spesso vengono colpevolizzate o sono oggetto di vittimizzazione secondaria.
Valgano come esempio le domande sulle abitudini sessuali che ancora oggi si sentono formulare alle vittime di violenza sessuale, come non fossero passati quarant’anni, ma un solo giorno, dal processo per stupro del ’78, trasmesso all’epoca dalla Rai e conservato al Moma di New York, e dalle parole della collega Lagostena Bassi “non sono il difensore di Fiorella, ma l’accusatore di un certo modo di fare processi per stupro”, come se il bene giuridico tutelato in quelle tipologie di reati fosse ancora la morale pubblica e non la dignità della persona.

La dott.ssa Paola De Nicola, con la quale ho l’onore di condividere questa tavola rotonda, ha avuto la sensibilità di affrontare e di porre all’attenzione di magistratura e avvocatura il tema del pregiudizio, anche linguistico, che può essere più importante del giudizio in quanto può deviare, condizionare e compromettere chi è chiamato ad applicare la legge.

Dunque, le norme, come la grammatica, non riescono a scardinare la cultura e gli stereotipi, anche linguistici, che ci rimandano ancora a un modello di donna che, pur non sembrando più attuale, resiste.

I linguisti ci insegnano che la lingua ha una struttura dinamica che cambia in continuazione, che modella e nomina le evoluzioni e i cambiamenti sociali, è il costrutto di una società e la conseguenza di un ambiente e di un modo di pensare, crea la realtà e la descrive. Se attraverso il linguaggio vogliamo rappresentare la società che ci circonda, ove le cariche sono assolte da uomini e donne, è necessario adeguare il nostro linguaggio.

Di tale necessità debbano convincersi e farsi portatrici innanzitutto le donne. Anche i cambiamenti culturali più complessi si possono ottenere se, chi subisce la discriminazione, ne diventa consapevole: la lingua è questione sostanziale e non marginale nella conquista della parità, dobbiamo superare insicurezza e disistima ataviche che, ancora oggi, portano molte di noi a ritenere di maggiore pregio e potere l’utilizzo del maschile.

L’avvocatura, impegnata nella difesa dei diritti fondamentali, gioca anche in questo caso il ruolo fondamentale di contribuire al progresso civile del Paese, alla diffusione della legalità, a fianco dei cittadini e a tutela dei loro diritti, in applicazione dei principi fondamentali della Costituzione.

I comitati pari opportunità, quali organismi istituzionali presenti in tutti (o quasi) gli ordini professionali, resi obbligatori dalla legge professionale del 2012, hanno il compito di accendere i riflettori sulle disparità, sulle zone di ombra, guardando alla realtà che ci circonda da un nuovo punto di vista: un lavoro che ci può esporre alla derisione, a volte anche alle offese, ma che ci rende visionarie e visionari, come lo sono state spesso e in tempi molto più difficili altre donne e uomini prima di noi.

Intervento svolto quale Presidente del Cpo dell’Ordine degli Avvocati di Udine al Congresso dell’Associazione Nazionale Magistrati e del Cpo dell’Ordine degli Avvocati di Materia tenutosi a Matera il 13-14 settembre 2019 dal titolo “La cultura della rappresentanza paritaria nella magistratura e nelle istituzioni forensi: dall’uguaglianza formale all’uguaglianza sostanziale”

. https://www.oralegalenews.it/magazine/grammatica-e-pregiudizi/9650/2020/?fbclid=IwAR3YT1dKxPC9CC-EZbFMNK_L8-eFJMoWIlYAPLCBvFgqa4ywottd8NL_pdQ

 

 

 

 

 

 

13 Marzo 2021Permalink

28 dicembre 2020 — Una storia finita come deve essere. Diari e altro non dimentica

Professoressa di Palermo, «sospensione illegittima». Cattaneo e Segre: libertà di pensiero inviolabile 

Lieto fine per Rosa Maria Dell’Aria, sospesa per omesso controllo quando i suoi alunni paragonarono leggi razziali e decreto Sicurezza. Le senatrici a vita avvertono: «I diritti fondamentali non siano dati per scontati».

Queste feste natalizie, più di altre, hanno bisogno di buone notizie. Una di queste è arrivata da Palermo. La scorsa settimana, la professoressa Rosa Maria Dell’Aria dell’Istituto tecnico Vittorio Emanuele III ha vinto la sua battaglia di libertà e dignità. Lunedì 14 dicembre, infatti, il giudice del lavoro ha dichiarato illegittima la sanzione disciplinare irrogata alla professoressa, riconoscendole anche il diritto allo stipendio non corrisposto nei 15 giorni di allontanamento dall’insegnamento. La sentenza è arrivata a un anno e mezzo dalla sospensione per «omessa vigilanza» su una ricerca dei suoi giovani alunni realizzata per la Giornata della Memoria, in cui veniva fatto un raffronto tra le leggi razziali e il decreto Sicurezza varato dal governo di allora.

ll 31 maggio del 2019, quando il «caso» dei ragazzi di Palermo e della loro professoressa conquistò i titoli dei giornali, trascinato nel dibattito politico, abbiamo voluto accoglierli in Senato, per offrire loro un’occasione di riconciliazione con le istituzioni e di riflessione sui valori fondanti della nostra Costituzione. «Indimenticabile», «straordinaria», «incredibile» gli aggettivi che i ventuno alunni della professoressa usarono per descrivere quella giornata in cui, tra l’altro, ricevettero anche il saluto e i complimenti «per il forte senso della memoria e della storia» del presidente emerito Giorgio Napolitano, eccezionalmente presente all’incontro, accompagnati all’invito ad approfondire le differenze tra i momenti storici evocati dai ragazzi. Noi non potemmo che condividere quei sentimenti e quelle emozioni. In una sala del Senato, i ragazzi si esprimevano sulla fortuna di vivere oggi in un Paese che riconosce e difende le libertà fondamentali della persona, la libertà di pensiero, l’uguaglianza e il rispetto reciproco. Diritti umani inviolabili validi per tutti, anche per i migranti, i richiedenti asilo, gli ultimi d’ogni epoca. La libertà di pensiero, declinata con spontaneità e innocenza dai ragazzi, ha trovato piena dignità, riconoscimento e protezione con la decisione del giudice che ha ritenuto di annullare ogni effetto della sanzione comminata alla professoressa che li aveva accompagnati nel loro percorso didattico.

Oggi possiamo rallegrarci per il lieto fine che tutti aspettavamo, ma crediamo sia nostro dovere anche chiederci perché si sia dovuto attendere tanto. Il giorno precedente l’incontro in Senato con i ragazzi, si era diffusa la notizia che l’illegittimità del provvedimento sarebbe stata riconosciuta direttamente dal Ministero dell’Istruzione. Da allora, non sono bastati quasi due anni e tre ministri dell’Istruzione diversi per evitare che dovesse essere un magistrato, e non l’amministrazione che aveva adottato la sanzione, a scrivere la parola «fine».

Quale che sia la ragione tecnica dell’impasse politico-amministrativa di questa vicenda, interroga tutti noi la circostanza per cui lo «Stato», incapace di autocorreggersi, abbia dovuto fare affidamento sull’iniziativa della stessa insegnante, «rea» di aver svolto con passione il proprio lavoro, di rivolgersi alla giustizia per difendersi da una sanzione unanimemente riconosciuta ingiusta.

Il «regalo» arrivato per via giudiziaria il 14 dicembre ha sicuramente rasserenato le festività della professoressa Dell’Aria in un anno così doloroso per tutti. Pochi giorni dopo, venerdì 18 dicembre, il Senato ha approvato la modifica a quegli stessi decreti Sicurezzaoggetto del video dei suoi studenti, in particolare per gli aspetti relativi alla disciplina del diritto d’asilo, in accordo con i puntuali rilievi formulati dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Non lasciamo al caso e all’oblio questa felice concomitanza, ma facciamone occasione per dare la giusta considerazione a quel che troppo spesso diamo per scontato: il valore del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali sancite dalla nostra Costituzione.

26 dicembre 2020 (modifica il 26 dicembre 2020 | 22:29)

https://www.corriere.it/cultura/20_dicembre_26/professoressa-palermo-sospensione-illegittima-cattaneo-segre-liberta-pensiero-inviolabile-0160a826-4791-11eb-be4b-d2afc176960b.shtml

La storia della prof. Dall’Aria nel mio diariealtro.

Segnalo, a chiarimento di quanto si legge nella notizia del 26 scorso  (quando i giornali non uscivano. Ne hanno parlato TV e radio? ) un articolo del 16 maggio 2019, proprio all’origine della storia che oggi possiamo dire  a lieto fine.

“Salvini come Mussolini”. Sospesa prof a Palermo per il video degli studenti – Corriere.it

Nel mio diariealtro ne ho parlato più volte (sempre corredando le mie notizie con i link, cosa a cui ci tengo moltissimo: fa parte della mia etica) .

Riporto solo due dei miei interventi: uno del 17 maggio perché si riferisce a un evento triestino,  proposto  dopo un tentativo di negazione da parte del sindaco della città, l’altro perché in calce ha l’elenco dei miei interventi di allora per tracciare la vicenda della prof. Dall’Aria,  se qualcuno  volesse documentarsi anche nella mia piccola ma cocciuta raccolta.

17 maggio 2019

17 maggio 2019 – La memoria del presente: ieri a Trieste oggi a Palermo (diariealtro.it)

https://diariealtro.it/?p=6594

31 maggio 2019

La prof. sospesa  in Senato con i suoi alunni, ospiti di Liliana Segre e Elena Cattaneo.

https://diariealtro.it/?p=6627

 

 

27 Dicembre 2020Permalink

21 settembre 2020 – Un documento di Noi Siamo Chiesa a 150 anni dal XX settembre

Noi Siamo Chiesa 20/09/2020, 16:20

150 anni dal XX settembre: ora siamo tutti d’accordo che fu un dono della Provvidenza che prevalse sulle resistenze della Chiesa e dei Papi. Il Vaticano II è il fondamento della libertà della Chiesa di essere interprete dei grandi problemi dell’umanità e di esserne il portavoce. Quello che fa papa Francesco.

La migliore storiografia ritiene che la breccia di Porta Pia, cioè la fine , il venti settembre 1870, del potere temporale della Chiesa, fu avvenimento dall’importanza straordinaria e dalle molte facce: internazionale, nazionale, politico, militare e soprattutto religioso. Questa data , dopo 150 anni, meriterebbe una grande attenzione ma essa è ora scarsa  per la concomitanza nel nostro paese delle elezioni e del referendum. Penso anche che concorra un accresciuto disinteresse sui grandi fatti della storia come se essi non contribuissero a capire il presente e a guardare al futuro. Sarà interessante capire se anche fuori d’Italia la situazione sarà simile.

Lo Stato pontificio nell’Ottocento

Una rilettura delle linee generali della storia del pontificato da fine ‘700 al 1870   serve a capire. Lo scontro con l’Illuminismo  e poi con la storia della rivoluzione francese, e più nello specifico tra Napoleone e i papi, portò a vicende che sono poi state alla base di tutto. Nel 1798 i francesi occupano Roma, dichiarano decaduto il potere temporale e papa Pio VI viene fatto prigioniero e muore in esilio in Francia l’anno successivo. Una seconda volta i francesi entrano a Roma nel 1809, annettono lo Stato pontificio all’impero francese e Pio VII  sarà loro prigioniero per ben cinque anni. Dopo la caduta di Napoleone, con il Congresso di Vienna, lo Stato pontificio viene ricostituito. La durezza dell’antagonismo del papato  contro tutti gli errori dell’età moderna continua e si accresce. Nell’enciclica Mirari vos del 1832 Gregorio XVI condanna la libertà di coscienza, “l’aborrita libertà di stampa” e tante altre cose. I primi mesi di apertura di Pio IX, eletto nel 1846, si esauriscono ben presto ed egli si contrappone alla Repubblica romana andando, per protesta, in esilio a Gaeta. Solo le truppe francesi gli permetteranno di   tornare dopo più di un anno. Intanto nel ’50 in Piemonte passano le leggi Siccardi di esproprio dei beni ecclesiastici che saranno seguite nel ‘66/’67 da altre simili. Nel’60 venivano annesse la Romagna, le Marche e l’Umbria dal nuovo Stato italiano. Lo Stato pontificio era ridotto al Lazio. Mentre Cavour e poi la Destra storica al governo volevano il “libera Chiesa in libero Stato”  e tentavano di trattare col papa una soluzione concordata per Roma capitale, la sinistra mazziniana, garibaldina ed anticlericale sperava invece in una soluzione di forza (di ciò sono prova le ben note  vicende dell’Aspromonte e di Mentana). Le tanto attesa insorgenza del popolo romano, auspicata ed attesa dai piemontesi, si dimostrò inesistente. Nel ’64 Pio IX firmò la famosa enciclica “Quanta cura” a cui era allegato il Sillabo, un elenco di 80 frasi raccolte dai suoi documenti dei quindici anni precedenti (non ci sono citazioni della Scrittura e ben poco dei Padri della Chiesa). La lettura, fatta ora, dei due documenti stupisce per i suoi contenuti e per la violenza anche verbale delle condanne che contiene. Di striscio si condanna il comunismo e il socialismo, per il resto la critica implacabile è  “alla società civile  considerata in sé stessa”, al relativismo, alla “volontà del popolo come legge suprema” e via di questo passo. Forse mai c’era stata nella storia della Chiesa una presa di posizione così rigida e  a tutto campo.

Il Vaticano I e Porta Pia

Pio IX , convocando il Concilio Vaticano I nel 1869, voleva dare sanzione formale ad un’idea di Chiesa dotata di grande compattezza e capace del massimo contrasto contro tutte le nuove libertà e le nuove culture. Al centro dell’assemblea ci fu la proclamazione dell’infallibilità del Pontefice romano con la Costituzione dogmatica Pastor Aeternus. Lo scontro interno non fu semplice, una minoranza consistente non partecipò al voto il 18 luglio 70, mentre nelle cancellerie europee ci si interrogava con preoccupazione su cosa significasse in concreto questa decisione. Il contemporaneo inizio della guerra francoprussiana, mise in moto immediatamente l’iniziativa del governo italiano, conseguente al ritiro della truppe francesi da Roma che proteggevano quello che rimaneva dello stato pontificio. Il XX settembre in una mattina i bersaglieri entrarono in Roma e la occuparono mentre  le truppe  papaline si arresero ben presto su ordine del papa che non poteva resistere né militarmente né politicamente (ma ci furono ben 69 morti, 49 sabaudi e 19 pontifici) né per la sua funzione di leader spirituale. Pochi giorni prima  la sconfitta di Sedan aveva fatto cadere Napoleone III e proclamato in Francia  la Repubblica.  Il plebiscito del 2 ottobre confermò quasi all’unanimità  l’annessione al regno d’Italia (non si capisce se per consenso o per l’astensione di chi era contrario o per entrambe le cose insieme). Pio IX il primo novembre diffuse l’enciclica “Respicientes ea omnia”, irruente nella protesta e nel giudizio (i sabaudi a Roma portano “disordine e propaganda immorale”), sostenendo che il Quirinale era stato violato, che il plebiscito era stata una finzione, che sacrilega era la spoliazione dei beni ecc… L’enciclica si conclude irrogando la scomunica maggiore a tutti quanti avevano operato, mandanti ed esecutori. Nell’affermazione che “la Nostra intenzione e la Nostra volontà è di conservare integri e inviolabili tutti i diritti e i domini di questa Santa Sede” si intravede la speranza che la situazione potesse non essere definitiva e che il papa potesse tornare per la quarta volta nel secolo a governare. Ma Pio IX, mentre si dichiarava prigioniero,  rifiutava con decisione  di lasciare Roma. Forse intuiva che la situazione si sarebbe consolidata a tempo indefinito. Nasceva così “la questione romana”.

Le “guarentigie” del 1871

I moderati al governo, per motivi interni ed internazionali, volevano ad ogni costo trovare un qualche modus vivendi col papa. Proposero e riuscirono a fare approvare il 13 maggio ‘71 la legge delle “guarentigie” (criticata dall’area radicale del Parlamento). Essa prevedeva ogni garanzia per la funzione pastorale del papa e per le comunicazioni con l’estero, la tutela della sua persona (“la persona del Sommo Pontefice è sacra e inviolabile”), i luoghi necessari al funzionamento della Curia, la rinuncia al diritto di nomina o di proposta per le nomine ecclesiastiche, l’abolizione del giuramento dei vescovi nelle mani del Re ed una somma annua per le necessità degli uffici e della corte pontificia (3.250.000 lire corrispondenti a circa 16  milioni di euro di oggi, somma  mai riscossa dal papa ma accantonata dallo Stato). Gli interventi di tipo giurisdizionale venivano molto ridotti permettendo però alcuni interventi, che saranno poi del tutto discutibili,  in assenza  di una promessa legge (art.18) sul riordinamento, la  conservazione e l’amministrazione delle proprietà ecclesiastiche. Per capire l’importanza di queste norme bisogna ricordare che l’art.19 del Concordato del 1929 prevede che il Vaticano comunichi in via riservata al governo il nome di ogni nuovo vescovo per ottenere una specie di nulla osta in relazione a eventuali esistenti “ragioni di carattere politico”. E veniva ripreso l’obbligo del giuramento al Re. Rimaneva in vigore il sistema della “congrua” un assegno di moderato importo garantito a tutti i parroci a titolo di indenizzo per gli espropri degli anni precedenti (il sistema è rimasto poi in vigore fino al 1986). Il tentativo fatto con la legge sulle guarentigie, che era costato un forte impegno delle forze al potere nel nuovo stato italiano, fallì immediatamente. Due giorni dopo l’approvazione della legge Pio IX firmò l’enciclica “Ubi nos arcano Dei” i cui contenuti erano identici a quella di novembre ma con in più  un suo rifiuto formale perché “promanante da uno stato e quindi unilaterale ed interno in contrasto con il carattere internazionale e sovrano della potestà papale” ed indicante uno “sfrontato disprezzo per la Nostra dignità ed autorità pontificia”. Il papa invocava la solidarietà degli Stati cattolici come aveva già fatto nei mesi precedenti (ma altre erano diventate le questioni più importanti, la diplomazia  in Europa  si limitò a non ritenere risolta la situazione ). Ma fu un fatto importante nello scenario internazionale dell’epoca se non altro per il coinvolgimento dell’opinione cattolica e delle sue organizzazioni.  La questione rimaneva dunque  tutta  italiana e i così detti cattolici “conciliatoristi” che volevano un accordo con lo Stato erano troppo pochi . La legge delle guarentigie fu rispettata dallo Stato, mai accettata dai papi e fu espressione della Destra storica (la sinistra mazziniana e garibaldina avrebbe voluto prendere Roma anche per indebolire o distruggere la Chiesa stessa).  Nella linea del disimpegno nel gennaio successivo il parlamento votò una legge che chiudeva  le facoltà teologiche in tutte le università di Stato. Il fatto fu gradito dalla “Civiltà Cattolica” perché lasciava l’esclusiva dell’insegnamento e della ricerca in campo teologico e pastorale ai seminari e alle tante facoltà teologiche. Ciò garantiva all’autorità ecclesiastica l’ortodossia  ma, a posteriori, è stato giudicato negativamente perché creò le condizioni per un vero e proprio pensiero unico nella Chiesa.

IL NO di Pio IX fu del tutto comprensibile

Il magistero di Pio IX rappresentava il culmine di un secolo di affermazioni e di contrapposizioni. Esse avevano un fondamento soprattutto religioso e , come tali, non erano negoziabili. Di qui il rifiuto, senza incertezze, che i papi sostennero a nome della maggioranza del tessuto ecclesiale di quel periodo nel quale avevano ancora poca voce in capitolo le nuove realtà cristiane presenti nel mondo al di fuori dell’Italia e degli Stati “cattolici”. Lo scontro avviato a fine ‘700 si avvitò su se stesso radicalizzando ogni posizione nei confronti della democrazia, dei diritti civili e del libero pensiero , poi del socialismo e del comunismo, mettendo ai margini le nuove sensibilità pure emergenti nella Chiesa (basti pensare a Rosmini,  a Manzoni e, in seguito, a padre Curci, a  Fogazzaro e a tanti altri).  I poteri della Chiesa e nella Chiesa -ribadivano i papi- sono stabiliti direttamente da Dio. Il principio di autorità è fondato sulla Rivelazione che è garante dell’interpretazione autentica del depositum fidei. La forma di governo istituita da Cristo costituisce la Chiesa “societas perfecta” dotata di tutte le competenze proprie di un organismo sociale pubblico. Il papato, infallibile in materia di fede e di costumi, ha giurisdizione universale e diretta su tutta la Chiesa, non è solo il centro ma anche il fondamento e il principio, l’autorità e la giurisdizione. Il papato è maestro di dottrina e  guida la giurisdizione. Si trattava di un irrigidimento dello schema tridentino che portava a un atteggiamento di ripulsa dei “moderni errori” lontana dal capire  le pluralità del mondo moderno. La Chiesa era guidata dal Magistero e dalla Tradizione (in diretta polemica  col “sola Scriptura” dei protestanti) e doveva essere molto centralizzata (nei riti, nelle nomine dei vescovi ecc…) perdendo così la ricchezza delle Chiese locali e la stessa comprensione della storia. Il tomismo e il diritto naturale furono  la posizione unica nelle università e nei seminari. Ciò premesso, con questa teologia, “lo Stato pontificio, era assunto, nel corso dell’Ottocento a segno di una sovranità del papato, e dunque della Chiesa , estranea e concorrenziale con le tipologie moderne di sovranità politica. Esso era diventato come espressione di una necessità teologica. In questa logica la difesa del potere temporale del pontefice riassumeva, in figura, tutti i motivi di inconciliabilità della Chiesa con i modelli di società e di Stato proposti dalle filosofie moderne, che attentavano al modello cattolico di ordinamento socioreligioso” (Francesco Traniello). Quindi il papa non poteva accettare in nessun modo, per motivi di fede, la perdita del suo residuo potere temporale nella condizione in cui aveva finito per trovarsi e doveva rinunciare ad una legge quella delle “guarentigie”.  vantaggiosa per la Chiesa, che il nuovo Stato le offriva perché  bisognoso di credibilità a livello internazionale presso l’opinione cattolica.

Dopo il XX settembre nello Stato e nella Chiesa

La fine del potere temporale ebbe conseguenze in tutti i decenni successivi e condizionò non poco la vita del nuovo Stato italiano che rimaneva privo di consensi ed energie per affrontare bene le necessità materiali che incombevano, per creare un sentimento comune nazionale  fondato sulla solidarietà  ed un senso di appartenenza che mancava. Pio IX proibì con il non expedit (1874) la partecipazione alla vita politica dei cattolici e l’atteggiamento suo e di Leone XIII fu diffidente nei confronti dei   nascenti movimenti per una presenza organizzata in politica. Nuovi sistemi di governo potevano essere tollerati ma  alla Chiesa toccava in definitiva definire le regole del bene comune cui l’attività politica doveva essere orientata. Una situazione complessa ed ambigua che vedeva da una parte il papa “prigioniero” in Vaticano vivere in una specie di situazione di extraterritorialità. Intanto la libertà della Chiesa veniva garantita Il non expedit si riduceva  progressivamente di importanza, davanti a tante situazioni di fatto, fino alla sua sostanziale caduta con il Patto Gentiloni nel 1913 e la sua abrogazione nel ‘19. In parallelo a fine ottocento cresceva la radicalizzazione tra cultura e politica da una parte e il sentire cattolico dall’altra (popolo e Vaticano), si ebbero fenomeni di forte anticlericalismo come non più in seguito. Ma il fenomeno che veramente ci interessa è la cosidetta  “modernizzazione cattolica”. La Chiesa, a partire da Leone XIII, inizia ad organizzare o a permettere l’organizzazione di realtà associative laicali allargando l’orizzonte della Chiesa (basti pensare alla Rerum Novarum). Esse hanno un dinamismo particolare, basti pensare all’Opera dei Congressi, a don Bosco, nascono le Leghe sindacali bianche, ci sarà  il tentativo democratico cristiano di Murri, sorgono le banche e le cooperative bianche, nascono nuovi ordini religiosi, cresce il numero dei missionari. Si è parlato di temporalismo sociale. La Storia cammina. Lo Stato pontificio  finisce sullo sfondo, non è più oggetto di rivendicazione. Il popolo cattolico inizia ad avere, anche quando ortodosso” e ubbidiente,  una sua presenza e vivacità, deve valutare le situazioni concrete. La Chiesa opera   attraverso questo popolo, non pensa più al “principe cristiano” ma la gerarchia si riserva il diritto-dovere di giudicare (in particolare la politica ecclesiastica degli Stati). Le associazioni sanno che c’è un limite alla loro azione ma la situazione non è più come prima.

La sostanziale continuità

Altrettanto interessante quanto si muove  nell’ambito della riflessione più interna alle strutture ecclesiastiche. Nasce un movimento biblico per la ripresa della lettura delle Scritture (prima sospettata sempre di protestantesimo), nasce un primo movimento ecumenico, in generale si riflette sul rapporto scienza-fede. Soprattutto il modernismo, movimento composito, fu l’espressione dei nuovi orientamenti, il personalismo di Maritain in seguito creò cultura per l’agire politico dei credenti, indicherà che ci può essere una antropologia cristiana. Soprattutto nuove emergenze mettono all’ultimo posto il problema del potere temporale del papa. La Grande Guerra,  il socialismo ed il comunismo, il fascismo e il nazismo  al potere diventano le vere questioni per la Chiesa e per i cattolici. Ma la posizione dottrinale ed istituzionale della Chiesa, ereditata dai decenni precedenti, per come si era definita nel passaggio centrale del XX settembre  ha contato molto, in modo diretto o indiretto, nella Chiesa nei decenni successivi nel determinarne  l’arroccamento, la rigidità dottrinale, il ruolo del papa e della curia con le sue rigide gerarchie e il forte accentramento nelle decisioni. Per cenni,  ricordiamo il Catechismo di Pio X, l’enciclica “Pascendi” contro il modernismo (che riprende lo stile della “Quanta cura”), il codice di diritto canonico del 1917, l’abbandono a sé stessi dei leaders del Partito popolare, i Patti Lateranensi (in qualche modo una specie di rivincita sul XX settembre) che rafforzarono  il fascismo. Un caso esemplare di violenza antievangelica fu l’emarginazione di Ernesto Buonaiuti, “uno dei più belli ingegni che abbia avuto l’Italia” (A.C.Jemolo).  Il pontificato di papa Pacelli, dovrà poi affrontare vicende come la seconda guerra mondiale e il consolidamento del comunismo nel mondo. Egli resta erede della linea che sostiene e giustifica la insostituibile funzione pedagogica e orientativa nella Chiesa nei riguardi della società politica con un giudizio ambivalente nei confronti della democrazia.  In questa situazione per molti aspetti ancora di continuità  con la rigidità della Chiesa di Pio IX si arriva a papa Giovanni.

Il Vaticano II cambia la storia della Chiesa

Tutti i fermenti che circolavano, in modo spesso sotterraneo nella Chiesa, soprattutto fuori d’Italia , ebbero modo di esprimersi  nel Concilio Vaticano II e a prevalere grazie a un papa che aveva studiato   la storia della Chiesa e che era vissuto fuori dal circuito curiale del cattolicesimo italiano, prima a confronto con l’ortodossia, poi a Parigi. Il Concilio rovesciò completamente gli assi portanti della Chiesa dei tempi di Pio IX. Il rapporto col mondo (il famoso incipit della Gaudium et spes), l’idea di Chiesa (collegialità, chiese locali, laicato), la libertà di coscienza e la libertà religiosa, il ritorno alla Bibbia, il giudizio sui privilegi  ecclesiastici e altro aprirono alla Chiesa le possibilità  di un nuovo ascolto  di quanto avveniva nella società. La Pacem in terris e la Populorum Progressio, che hanno fatto parte del momento e  dello spirito del Concilio, hanno amplificato ulteriormente la voce della Chiesa e soprattutto hanno dato risposte di fede che incontravano le domande di tanti credenti. Quando Montini, prima da Cardinale e poi da papa, disse che bisognava “ringraziare la divina Provvidenza” per la fine del potere temporale e che non c’era più “nessun rimpianto , nessuna nostalgia né tantomeno alcuna segreta velleità rivendicativa” non faceva che esprimere una posizione ormai largamente maggioritaria nel popolo cattolico. Erano passati cento anni da Porta Pia. Una opinione consistente continua a sostenere  la continuità del Vaticano II con tutta la storia della Chiesa. E’ un punto di vista fondato sulla volontà di voler leggere dei contenuti del Concilio solo quelli omogenei (qualcuno ne è rimasto) con una visione riduttiva e  angusta della Chiesa e del messaggio di Gesù. Il più autorevole interprete di questa posizione è stato Benedetto XVI in ripetuti interventi.

Il tentativo di fare marcia indietro dopo il Concilio

Nell’occasione di questi 150 anni ho fatto questo excursus storico per richiamare alla memoria dove eravamo e per ragionare  dove siamo ora. Nei cinquant’anni successivi al Concilio quella che sembrava una strada aperta, densa di speranza e di un nuovo modo liberante di vivere la nostra fede si è ristretta, è stata in parte deviata, a volte è stata esplicitamente bloccata. La struttura centrale della Chiesa si è rafforzata, la ricerca teologica è stata spesso mortificata proprio quando nuove comprensioni della storia esprimevano una nuova fedeltà alla Parola, un nuovo protagonismo femminile nelle comunità cristiane è rimasto isolato,  le difficoltà a farsi ascoltare dalle strutture ecclesiastiche sono continuate, una nuova alleanza, in forme particolari, si è organizzata tra il trono dei grandi poteri dell’economia nel mondo e l’altare di quelli che santificano il “sabato”,  che usano violenza contro gli “ultimi”, che, recitando il Rosario,  stanno dietro alle guerre e alla crescita delle disuguaglianze nel mondo ed usano la religione per interessi del tutto mondani. Questa alleanza  non è stata veramente contrastata. Per quanto riguarda i rapporti con lo Stato il nuovo Concordato del 1984 ha perso l’occasione  di assumere i contenuti conciliari e si è limitato  a una modernizzazione dei Patti Lateranensi. I due papati hanno contribuito in parte, o non hanno ostacolato come avrebbero dovuto, questo corso a tenere bloccata la Chiesa. ll momento peggiore è stato quello della beatificazione di Pio IX il 3 settembre del 2000,  nello stesso giorno di quella di papa Giovanni. Abbiamo ampiamente motivato il nostro radicale dissenso sulla canonizzazione dei papi, di tutti i papi (o  almeno essa avvenga a secoli di distanza). In questo caso poi abbiamo ritenuto un errore imperdonabile quello relativo a papa Mastai Ferretti  perché essa è rientrata nella logica che vuole ignorare la forte discontinuità nella storia della Chiesa tra il Vaticano I e il Vaticano II, mettendo sullo stesso piano Pio IX e Giovanni XXIII. Quanto alla riforma della Chiesa che essa sia ancora urgente e necessaria abbiamo cercato, dal basso con le nostre possibilità, di dimostrarlo negli ultimi anni intervenendo sulle principali questioni e chiedendo  cambiamenti con spirito costruttivo e di dialogo. Siamo stati e siamo poco ascoltati. C’è  l’incapacità di parlarsi, in particolare tra quelli che ritengono di essere gli unici depositari di ogni interpretazione  del Vangelo e i cosiddetti  “laici”. Anche in questa occasione vogliamo sperare che questa ricorrenza non sia celebrata solo con belle parole o con rievocazioni solo storiche come ha fatto il gesuita Giovanni  Sale sulla “Civiltà Cattolica” di questo mese. Per esempio, proprio il prestigioso quindicinale dei gesuiti potrebbe cogliere l’occasione per ripensare, in modo autocritico, su come ha informato su quelle vicende dall’inizio (la “Civiltà Cattolica” aveva scritto, al momento della sua convocazione, che il Vaticano I serviva solo a proclamare l’infallibilità del papa, oltre che a fare propri, per acclamazione, tutti i contenuti del Sillabo)  e su quanto si  possa  dire ora sulle differenze  tra la Chiesa di Porta Pia e quella del Vaticano II. La stessa proposta vale naturalmente per la generalità della stampa cattolica e dei movimenti cattolici.

Papa Francesco ora esprime  la voce universale della Chiesa sui problemi del mondo

Il nostro interesse al XX settembre e la nostra convinzione che esso sia stato “manovrato” dalla Provvidenza ci è poi reso molto piacevolmente evidente dalla situazione relativamente recente che abbiamo davanti col magistero di papa Francesco. Dopo il potere temporale dello Stato pontificio, dopo aver mediocremente usato della libertà del papato da vincoli temporali (l’anticomunismo di Wojtyla e l’eurocentrismo di papa Ratzinger) abbiamo un papa che parla veramente in nome dell’umanità con visione veramente universale, in nome di credenti e di non credenti, sulle questioni  generali. Papa Francesco è in difficoltà nel riformare la Curia, nel fermare gli scandali, nell’affrontare davvero la questione della presenza femminile nella Chiesa vincolato come è da troppe strutture ecclesiali retrograde. Ma sullo scenario internazionale si muove con una grande  evangelica libertà di analisi, di giudizio, di denuncia e di proposta. Quanto ha detto  sulla questione dell’ambiente del nostro pianeta, sulla nuova generale  corsa alle armi nucleari e sulle guerre, e sulle diffuse disuguaglianze e  sofferenze nel mondo è espressione del Vangelo e conferisce alle sue parole un’autorità straordinaria  perché libera dai poteri, dai nazionalismi, dalle culture settarie che pesano sull’umanità in questa fase difficile della storia.

Vittorio Bellavite  coordinatore nazionale di “Noi Siamo Chiesa”
Roma, 20 settembre 2020

21 Settembre 2020Permalink