13 maggio 2022 – Gli alpini fra infiltrati e solidarietà diffusa

Vorrei lasciar perdere e invece è doveroso far memoria per misurare via via il degrado e osservare se spunta la speranza di una risalita.

Vado malvolentieri su facebook ma lo faccio per vedere che si pensa di ciò che accade e interessa i social. Non uso i ‘mi piace’ né le piccole icone spiritose, sia perché non sempre capisco il significato di quelle innumerevoli faccine sia perché non  mi va di esprimere pareri sommari in un mondo traballante e a mio parere insicuro. Se decido di intervenire lo faccio cercando di essere breve e chiara.

Trovo una frase che mi lascia attonita e trascrivo a fatica Mame vonde  tete mi baste le gavete…, ho letto di normale praticata baldoria ma devono aver cancellato perché non ritrovo e passo al Messaggero Veneto, quotidiano diffuso in Friuli  (pag. 8 ) articolo a firma Chiara Baldi.
A questo punto l’indignazione diventa disagio e sofferenza.

Copio perché è doveroso ricordare:
Sonia Alvisi, coordinatrice delle donne dem di Rimini, doveva essere diventata ingombrante. Si è dimessa dopo aver pubblicamente sostenuto l’importanza della “denuncia formale” da parte delle donne molestate (alcune nel corso della loro attività lavorativa)  per essere più credibili e aver inviato un  messaggio di solidarietà agli alpini . Mah!
Intervengono la ministra Bonetti (pari opportunità?!) e l’on Serracchiani: “Sospendere il raduno sarebbe come arrendersi a un pugno di violenti ” (dixit).
L’assessora alle pari opportunità del Veneto dichiara: “Se uno mi fa un  sorriso e mi fischia dietro io sono pure contenta”. Stia lieta signora assessora Elena Donazzan, stia lieta: è affar suo ma rispetti chi “dietro” non ha conosciuto solo fischi e comunque poteva non  gradire nemmeno quelli.
Quello che però mi turba di più (ed è una obiezione ricorrente) è il continuo ricorso dal sapore assolutorio a misteriosi   infiltrati.
Vorrei poter prescindere dalla barocca situazione immaginata di maschi (giocherelloni? fischiatori o ???)  che si infilano nelle file adamantine della adunata alpina  per molestare le donne senza che ci sia notizia di una reazione offesa di chi l’infiltrazione avrebbe subito all’interno di un raggruppamento ordinato, discreto nel linguaggio  e  non solo, notoriamente sobrio,  guardando lo spettacolo fra le proprie file , ma  non riesco ad arrendermi al ridicolo perché ho un altro più serio e doloroso problema.
Come è possibile che donne adulte, intelligenti, acculturate, consapevoli dei propri diritti (parlo a ragion veduta) sentendo di molestie e violenze, poiché sono state dichiarate  nel quadro di una adunata alpina,  pensino agli infiltrati piuttosto che alla solidarietà alle proprie simili,  riservando se mai a un momento successivo l’ipotesi ‘infiltrati’?
Lesa  maestà, l’ombra di una sorta di sacralità  che copre e tutela gli alpini? Mi fermo qui anzi no.
Alcune di queste donne hanno ricordato che sono state molestate nel corso del proprio lavoro e di essersi trovate quindi in una situazione di disagio aggravato.
Vi immaginate una cameriera che denuncia un cliente, certa della solidarietà  dei presenti magari  irritati dal ritardo della pizza, e della solidarietà  del datore di lavoro? Sicurezza del lavoro .. ah già! Ma che c’entra?!  Qualche volta mi confondo.

13 Maggio 2022Permalink

12 maggio 2022 –    In una foto  il “no alla guerra”  (da L’Osservatore Romano)

Un’emozione di anni lontani che luna fotografia dal Vietnam rinnova implacabilmente nel dolore per le sporche guerre dei giorni nostri

Kim e Nick la guerra la conoscono bene. Vietnam, 8 giugno 1972: fuoco sul villaggio di Trang Bàng, 40 chilometri a ovest di Saigon. Dall’alto cadono bombe al napalm. Nick Ut “ferma” in uno scatto la disperazione della piccola Kim Phúc Pahn Thi che corre, avvolta dal napalm, con i vestiti evaporati per il fosforo.

Quella fotografia è diventata una delle immagini più iconiche della storia del Novecento.

Quasi mezzo secolo dopo eccoli qui, insieme, Kim e Nick, in piazza San Pietro, con Papa Francesco. A dire che la guerra è una follia. Per questo hanno donato al Pontefice una copia, con le loro due firme, della foto che da cinquant’anni dice “no alla guerra”.

E quel “no alla guerra” che arriva dal Vietnam, Papa Francesco lo ha rilanciato, stamani, accogliendo due giovani donne che stanno conoscendo gli orrori di un altro conflitto, stavolta in Ucraina. Sono le mogli di militari ucraini del battaglione Azov asserragliato nell’acciaieria di Mariupol. Francesco, alzandosi in piedi, ha stretto le loro mani nel gesto della preghiera.

Già, la guerra. Racconta Kim che oggi ha 59 anni: «A distanza di mezzo secolo, da sopravvissuta, mi permetto di dire che non vogliamo la guerra ma la pace perché il mondo ha bisogno di pace». E proprio con questo impegno per la pace stanno lavorando, sempre insieme, al documentario La bambina del napalm.

«Quella mattina piovevano bombe sul villaggio, scappavano tutti» ricorda Nick, oggi 71 anni, che era in prima linea come fotoreporter. «Ho visto una bomba far esplodere una pagoda: pensavo che dentro non ci fosse nessuno invece, tra il fumo, ho intravisto la nonna di Kim che stringeva un bimbo, morto fra le sue braccia. E subito dopo ho visto Kim che urlava “aiutatemi!”. Ho smesso di fotografare dopo uno scatto, “quello” scatto: dovevo agire. Ho preso l’acqua e gliel’ho gettata addosso. Ho caricato tanti bambini sul furgone e li ho portati all’ospedale».

Rientrato nel suo ufficio a Saigon, Nick sviluppò la foto divenuta subito «lo scatto che racconta la guerra in Vietnam». Vinse anche il premio Pulitzer.

Essenziale il racconto di Kim: «Quell’immagine continua a ricordarmi che ho perso la mia infanzia. Solo col tempo, però, ne ho compreso il valore. All’inizio l’ho odiata, ci vedevo un’umiliazione: una bimba esposta al mondo mentre, nuda, grida disperata. Sono stata anche aiutata, curata: 14 mesi di ospedale e 17 operazioni chirurgiche, senza pagare nulla».                                                                                                                                                                        di GIAMPAOLO MATTEI

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2022-05/quo-107/in-una-foto-il-no-alla-guerra.html

12 Maggio 2022Permalink

31 marzo 2022 – Sintetizzo alcune documentazioni che ho raccolto nel mio blog nei giorni precedenti e nel 2020

Per correttezza riporto i link anche alle pagine del mio blog, oltre che alle fonti.

30  marzo 2022  Da Il Mulino  12 marzo:
Le chiese in Ucraina e la sfida della pace ?                        di Adalberto Mainardi
https://www.rivistailmulino.it/a/le-chiese-in-ucraina-e-la-sfida-della-pace
https://diariealtro.it/?p=7895

Da Il Foglio  29 marzo 2022  Quella di Putin è la prima dichiarazione di guerra ufficiale all’omosessualità                di  Adriano  Sofri
https://www.ilfoglio.it/piccola-posta/2022/03/29/news/quella-di-putin-e-la-prima-dichiarazione-di-guerra-ufficiale-all-omosessualita–3853885/
https://diariealtro.it/?p=7893

Avevo sfiorato l’argomento (in un contesto evidentemente diverso ) nel 2020 e riporto quanto scritto nel mio blog:

« 13 giugno 2020   Quanto i vescovi non dicono il vero
Provo a scrivere le mie sempre più sconsolate considerazioni in merito all’intreccio pericoloso e per me inaccettabile sulle motivazioni con cui i Vescovi italiani si oppongono alla proposta di legge
“ … contrasto dell’omofobia e della transfobia  nonché delle altre discriminazioni riferite all’identità sessuale” (C 107) .
I vescovi non attaccano frontalmente la proposta, la aggirano affermando –  che “non si riscontra alcun vuoto normativo o lacune – che giustifichino l’urgenza di nuove disposizioni»..
https://diariealtro.it/?p=7334

L’affermazione precedente non è vera:  la violenza omofobica è sempre presente e documentata  e il vuoto normativo c’è:  ci sono nati in Italia cui viene negato per legge il nome e l’identità riconosciuta.
E anche questa (a mio parere) è violenza.

Le “nuove disposizioni” che chiedo da anni (devo dire in un clima di sconsolante isolamento quale spetta a una vecchia pensionata)  riguardano l’abrogazione dell’art. 1 comma 22 lettera  G della legge 94/2009 (“Disposizioni in materia di sicurezza pubblica”) . Tale norma , imponendo la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione dell’atto di nascita di un figlio  in Italia ,  può  ridurre  genitori non comunitari irregolari a uno stato di paura tale da  indurli a  non registrare  la nascita di un loro bambino per non scoprire la loro condizione.
Esiste una circolare che consente ciò che la legge nega  ma è ben chiaro che non si può chiedere ai migranti di destreggiarsi fra leggi e circolari. Inoltre la circolare che porta il n. 19/2009 (Ministero dell’interno) NON è in alcun  modo diffusa.
Mentre preciso che l’abrogazione di cui ho scritto non comporta onere di spesa ed è sostanzialmente  la ripresentazione  del testo della cd legge Turco Napolitano, segnalo che ho ottenuto dalla consapevole cortesia del direttore della   Caritas  Italiana una informazione importante che mi ha consentito di proporre in un mio pubblico intervento, trascritto anche nel sito equal uniud diritto antidiscriminatorio dell’Università di Udine lo scorso gennaio.

Copio:
« Il dr. Forti, questo il suo nome, ha scritto ribadendo l’iscrizione alla nascita come diritto costituzionalmente garantito ma testimoniando nel contempo il fatto che l’efficacia della circolare non è assoluta.
Leggo  e trascrivo: “Ad oggi purtroppo non tutte la anagrafi seguono pedissequamente la citata circolare che stabilisce: Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto».

 

 

 

31 Marzo 2022Permalink

30 marzo 2022 – LE CHIESE IN UCRAINA E LA SFIDA DELLA PACE

LE CHIESE IN UCRAINA E LA SFIDA DELLA PACE

12 MARZO 2022           Le chiese in Ucraina si presentano all’appuntamento della storia tragicamente divise. Chi sono e come vedono se stessi i cristiani in Ucraina? Come le chiese hanno risposto al conflitto?
Che cosa è cambiato con la guerra?                                                         di Adalberto Mainardi

Il panorama religioso dell’Ucraina contemporanea vede oltre cinquanta religioni ufficialmente registrate. Chiesa maggioritaria è la Chiesa ortodossa ucraina, canonicamente parte del Patriarcato di Mosca, ma con uno statuto di ampia autonomia accordato nel concilio episcopale del 1990 e confermato dal concilio locale della Chiesa ortodossa russa del 2009 (lo stesso che elesse l’attuale patriarca Kirill). Capo della Chiesa ortodossa ucraina è il metropolita di Kiev, consacrato dal patriarca di Mosca ma eletto dall’episcopato ucraino (l’attuale metropolita Onufrij Berezovskii è stato eletto nel 2014).

Nel 1992 si era però formata la Chiesa ortodossa ucraina-Patriarcato di Kiev, con un seguito di alcuni milioni di fedeli, non riconosciuta dalle altre chiese ortodosse. Inoltre nel 1990, dopo l’incontro con Giovanni Paolo II, Gorbačev legalizzò la Chiesa greco-cattolica ucraina, che poté uscire dalla clandestinità cui era stata costretta da Stalin nel 1946. La convivenza delle tre comunità negli anni Novanta fu caratterizzata da tensioni ed episodi di violenza, che si riverberarono sullo stesso dialogo teologico cattolico-ortodosso, con una lunga battuta d’arresto fino al 2006.

Ma è l’autocefalia della Chiesa ucraina il nodo attorno a cui si stringono i problemi dell’ortodossia contemporanea. Nel 2016 il concilio panortodosso di Creta non riusciva ad affrontare il problema di quale Chiesa avesse il diritto di concedere a un’altra l’autocefalia (cioè la piena indipendenza):
il patriarca ecumenico di Costantinopoli? O la Chiesa madre? O l’insieme delle Chiese ortodosse? Per motivi diversi, quattro Chiese ortodosse disertarono l’assise di Creta: Mosca, Antiochia, la Chiesa ortodossa bulgara e la Chiesa di Georgia. A livello panortodosso, il problema canonico della concessione dell’autocefalia rimase irrisolto e lo scisma della Chiesa ucraina drammaticamente aperto.

Dopo l’annessione russa della Crimea e la destabilizzazione del Donbass nel 2014, la spinta politica a creare una Chiesa ucraina autocefala «canonica» crebbe considerevolmente. La metropolia di Kiev, culla storica della Chiesa ortodossa russa, dipendeva canonicamente dal patriarca di Costantinopoli fino alla fine del XVII secolo, quando la situazione politica ne provocò il passaggio al patriarcato di Mosca (eretto nel 1589). Nel 2018, il patriarca ecumenico Bartolomeo ritenne di revocare il tomos patriarcale del 1686 che concedeva al patriarca di Mosca il privilegio di consacrare il metropolita di Kiev. I fedeli fino ad allora ritenuti scismatici della Chiesa ortodossa ucraina-Patriarcato di Kiev e della minoritaria Chiesa ortodossa autocefala ucraina furono accolti nella comunione con Costantinopoli e in un concilio, alla presenza di due esarchi nominati dal patriarca ecumenico, costituirono la Chiesa ortodossa d’Ucraina (15 dicembre 2018).

A questa Chiesa, nel gennaio 2019, Bartolomeo concesse l’autocefalia. L’evento fu salutato dall’allora presidente ucraino Petro Poroshenko, che l’aveva fortemente voluto, come un nuovo «battesimo della Rus’», e la nascita di «una Chiesa senza Putin, ma una Chiesa con Dio e con l’Ucraina». Il Patriarcato di Mosca reagì rompendo la comunione eucaristica con Costantinopoli  e con le Chiese che successivamente riconobbero la Chiesa ortodossa d’Ucraina (la Chiesa greca, il Patriarcato di Alessandria e la Chiesa di Cipro).

La Chiesa ortodossa ucraina, rimasta fedele a Mosca, fu oggetto di attacchi e discriminazioni. Un progetto di legge imponeva di rinominarla «Chiesa ortodossa russa in Ucraina» (una disposizione che avrebbe potuto privarla dell’antichissimo monastero delle Grotte di Kiev). Il capo delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, metropolita Ilarion Alfeev, nell’aprile 2021 protestò energicamente: «Il centro di questa Chiesa non è Mosca, ma Kiev: è una Chiesa indipendente, elegge i propri vescovi e il proprio primate. Non è una Chiesa di russi, ma di ucraini».

La guerra di Putin ha agito come detonatore in una situazione ecclesiale attraversata da tensioni irrisolte.  Le reazioni delle Chiese le hanno rese manifeste

Non sorprendono i toni del primate della Chiesa ortodossa d’Ucraina, metropolita Epifanij («un cinico attacco […] nostro comune compito è respingere il nemico, difendere la patria, il nostro futuro dalla tirannia dell’aggressore»), o dell’Arcivescovo maggiore della Chiesa greco cattolica ucraina, Svjatoslav Sevchuk («il nemico fraudolento ha invaso il suolo ucraino, portando con sé morte e devastazione […] è sacro dovere di ciascuno difendere la patria […] La vittoria dell’Ucraina sarà la vittoria della potenza di Dio sulla bassezza e l’insolenza dell’uomo»).

Ma se Putin, che ancora il 21 febbraio definiva la Chiesa ortodossa ucraina «perseguitata» dal regime di Kiev, si aspettava da essa un appoggio, si sbagliava. In un appassionato appello «al presidente della Russia» nel giorno dell’invasione, il metropolita Onufrij chiede di «fermare immediatamente la guerra fratricida […] Una guerra simile non ha giustificazione né per Dio né per l’uomo». Se individua la responsabilità del presidente russo, il messaggio di Onufrij non cede alla tentazione di invocare da Dio la vittoria sul nemico. Non c’è un nemico da distruggere, ma un fratello che non abbiamo il diritto di uccidere.

Le parole di Onufrij hanno reso più imbarazzante il silenzio del patriarca Kirill, che solo la sera del 24 febbraio si rivolge ai «fedeli figli della Chiesa ortodossa russa» senza parlare di guerra («questi eventi», «sventura») ed esortando «tutte le parti in conflitto a fare il possibile per evitare vittime civili». La cautela di Kirill, del resto, è condivisa. L’Unione dei battisti russi nel suo appello per la pace sostituisce la parola «guerra» con l’espressione «situazione complicata ai confini con l’Ucraina».

La dichiarazione del patriarca è parsa insufficiente al suo stesso clero, se oltre 250 preti e monaci hanno sottoscritto un appello in cui chiedono «la cessazione della guerra fratricida in Ucraina»,
di non perseguire per legge chi manifesta per la pace, «perché questo è il comandamento divino: “Beati gli operatori di pace”». Il 28 febbraio il sinodo della Chiesa ortodossa ucraina domanda con insistenza al patriarca di Mosca di «dire la sua parola di primate sulla cessazione del versamento fratricida di sangue in Ucraina». Il 2 marzo il segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese di Ginevra, Ioan Sauca, ortodosso romeno, chiede ufficialmente a Kirill «di mediare perché la guerra possa essere fermata», e di «far sentire la sua voce per i fratelli e le sorelle che soffrono».

Nell’omelia della Domenica del perdono (6 marzo), che precede l’inizio della Quaresima, il patriarca Kirill sembra rispondere a queste sollecitazioni. Parla del «deterioramento della situazione nel Donbass» e individua come ragione dell’ostilità verso la Repubblica separatista il suo intransigente rifiuto al gay pride, biglietto di ingresso nel felice mondo del consumismo e dell’apparente «libertà» (un’eco del discorso di Ivan Karamazov contro la teodicea della modernità?). La guerra in corso, sembra dire il patriarca, è una lotta escatologica tra il bene e il male, ne va «della salvezza umana, di dove l’umanità si colloca», tra i sommersi o i salvati, «alla destra o alla sinistra di Dio Salvatore, che viene nel mondo come Giudice e Datore della ricompensa». Non tutti se ne rendono conto, prosegue. Bisogna chiamare peccato ciò che è peccato. L’omosessualità è un peccato. Negarlo è defraudare Dio del suo ruolo di giudice.
Da otto anni, nel silenzio dell’Occidente, è in corso un genocidio nel Donbass (una guerra dimenticata che ha già fatto 19.000 vittime). La sofferenza degli abitanti del Donbass è la sofferenza dei martiri. Si tratta di «una lotta che non ha un significato fisico ma metafisico».

L’omelia del patriarca ha lasciato stupefatti molti commentatori. Certo, mentre chiede di pregare per il popolo ortodosso del Donbass, Kirill dimentica che in Ucraina c’è un altro popolo ortodosso che è il suo stesso gregge; quando ricorda che perdonare è cessare di odiare il nemico, non si accorge che sta costruendo un nemico «esterno» (l’Occidente corrotto) addossandogli la responsabilità «più pesante», cioè di allargare «l’abisso tra i fratelli, colmandolo di odio, malizia e morte» (la guerra tra Russia e Ucraina), e sta assolvendo il presidente russo.

Ma la sua parola non deve stupire. Non è, banalmente, la degradazione dell’ideale evangelico a poltiglia ideologica. È il coerente sviluppo dell’idea del «mondo russo» (Russkij mir), costruita all’inizio degli anni Duemila. Un’idea di civiltà e insieme un’impresa politica, che tiene insieme eredità culturale e valori religiosi, principi etici tradizionali e capacità performativa post-secolare, una versione 2.0 della «Idea russa» combinata con l’ideale romantico della «Santa Rus’», di cui sarebbero portatori i popoli usciti dal battesimo nel Dniepr, russi, ucraini, bielorussi, come un’unica civiltà con una specifica missione: testimoniare un’alternativa valoriale allo smarrimento etico dell’Occidente, che dietro l’ipocrita difesa dei diritti umani nasconde l’idolo unico del profitto. Non è casuale la consonanza con la persuasione putiniana che russi e ucraini (e bielorussi) siano un unico popolo, fratelli che non possono e non devono abitare in case straniere. Il patriarca del resto ha salutato con favore gli emendamenti alla Costituzione russa del 2020, che introducono la menzione di Dio (art. 67,1 comma 2), la difesa del matrimonio come unione tra uomo e donna (72, comma 1), la promozione dei valori tradizionali della famiglia (114, comma 1).

Il conflitto ucraino sta brutalmente mostrando che il «mondo russo» non è più armonico del mondo occidentale. L’unità religiosa non è rafforzata dalle bombe ma polverizzata. Numerose parrocchie e vescovi della Chiesa ortodossa ucraina hanno cessato di menzionare il nome del patriarca nell’anafora eucaristica. Il solco scavato dalla guerra tra il patriarca di Mosca e la Chiesa ortodossa ucraina sta però anche segnalando che le ragioni della divisione tra le Chiese in Ucraina non sono così profonde. Non toccano l’essenza della fede. Forse la tragedia della guerra può aiutare le Chiese a comprendere che il Vangelo chiede un parlare chiaro: sì, sì, no, no. Chiede di chiamare la guerra «guerra», il peccato «peccato». Di dire che la divisione è un peccato, che la guerra è un peccato. Che solo l’amore salva. Che l’invocazione della pace deve radicarsi nella verità e nella giustizia, nella promozione della libertà e della vita dell’altro.

https://www.rivistailmulino.it/a/le-chiese-in-ucraina-e-la-sfida-della-pace

30 Marzo 2022Permalink

30 marzo 2022 – Quella di Putin è la prima dichiarazione di guerra ufficiale all’omosessualità

Quella di Putin è la prima dichiarazione di guerra ufficiale all’omosessualità

ADRIANO SOFRI  29 MAR 2022

Il capo del Cremlino, il suo cappellano militare Kirill, i suoi consigliori Aleksandr Dugin e Natalya Narochnitskaya: tutti hanno indicato “l’orientamento sessuale non tradizionale” come il cuore profondo dell’occidente

Bisogna guardarsi dalle frasi a effetto, ma è il momento di dire che, attraverso l’Ucraina, Putin ha dichiarato guerra all’omosessualità. L’hanno indicata, lui, il suo cappellano militare Kirill, i suoi consigliori Aleksandr Dugin e Natalya Narochnitskaya, come il cuore profondo dell’occidente. Le “parate del gay pride” come cimento metafisico della salvezza umana secondo Kirill si potevano ancora catalogare fra le sbronze dell’incenso patriarcale. Ma il Putin che, sperando addirittura di cattivarsi Joanne Rowling, ne rivendica l’estraneità ai “diritti di genere”, imprime il suo sigillo sul programma. Ed evoca, per esemplificare la volontà di cancellazione della millenaria cultura russa, i nomi magnifici di Tchaikovsky e Rachmaninoff, non so quanto deliberatamente, dal momento che fu drammaticamente omosessuale il primo e imprudentemente sospetto il secondo.

Nei regimi dispotici le cose non hanno diritto al proprio nome, come la guerra di oggi. La terminologia politicamente corretta in russo è: “Persone di orientamento non tradizionale”, ricorda un brillante saggio satirico del 2007, “E’ l’HOMO quello che l’OMON vede allo specchio?” (Omon è l’unità speciale antiterrorismo dunque antigay).

Ci eravamo dimenticati troppo presto della legge russa cosiddetta contro la propaganda omosessuale, strumento di repressione delle persone e delle associazioni, dichiarate emanazioni di “agenti stranieri”. Abbiamo dedicato pochissima attenzione alla micidiale persecuzione delle persone gay nella Cecenia di Kadyrov, il quale peraltro assicura che “questa cosa non esiste da noi”. (Purtroppo, la soppressione infamante delle differenze sessuali è, là e altrove, ben più profondamente radicata che nella pagliaccesca e sanguinaria tirannide di Kadyrov). C’è un film documentario impressionante di David France, “Welcome to Chechnya. Inside the Russian Republic’s Deadly War on Gays” (“Benvenuti in Cecenia. Nella guerra mortale della Repubblica russa contro i gay”, su Hbo, Amazon ecc.), presentato al Sundance Festival del 2020.

Ora ci troviamo davanti alla promozione dell’omofobia a geopolitica. Ma come, mi sono chiesto, hai tanto insistito sulla intima posta delle guerre contemporanee, combattute per e sul corpo delle donne, e ora ne vuoi spostare il centro su un aspetto particolare come la differenza delle scelte sessuali? In realtà non c’è alcuna contraddizione, e l’omosessualità – lasciatemi usare questa parola in un’accezione generale, come farebbe il Cremlino – è il termine, tutt’altro che parziale, di misura della virilità “tradizionale”, della resistenza del rapporto “naturale” con le donne. L’omosessualità è occidentale – è l’occidente. A Mosca e a San Pietroburgo, dov’è larga, brillante e audace, è decretata come una, la più vergognosa, importazione straniera.

Del resto, quando si segnala un isolamento attuale della Russia di Putin, sarebbe istruttivo fare il conto di quanta parte del mondo contemporaneo condivide l’omofobia e pratica, di diritto o di fatto, discriminazione e persecuzione delle persone Lgbt+. E’ sfuggito ai più che lo scorso 1° marzo la Guida suprema iraniana, ayatollah Ali Khamenei, addebitando la guerra d’Ucraina al regime mafioso degli Stati Uniti, ha precisato: “C’è una grave degradazione morale nel mondo di oggi, l’omosessualità e cose di cui non si può nemmeno parlare. Si è giustamente definita la civiltà occidentale come una nuova èra di ignoranza”. Si curino i dettagli. Alla voce pertinente sulla Russia di Wikipedia si ricorda il governatore della regione di Tambov, Oleg Betin, che nel 2008 dichiarò pubblicamente che “gli omosessuali dovrebbero essere fatti a pezzi e lanciati in aria”. Fantasticheria volatile di certa presa, accostata alla consuetudine islamista di scaraventare i gay giù dai tetti.

Devo comunque già correggermi: non è mia la rivelazione sulla guerra in Ucraina di Putin contro l’omosessualità, com’era prevedibile. “I gay” lo sapevano. Sulla Boston Review del 14 marzo è uscito un saggio di Emil Edenborg intitolato appunto “La guerra anti-gay di Putin contro l’Ucraina”, di cui raccomando la lettura: “Nella retorica del Cremlino e dei media allineati i diritti Lgbt, il femminismo, il multiculturalismo e l’ateismo sono dichiarati non solo come estranei ai valori della Russia, ma come minacce fatali alla nazione”.  Vi si citava il discorso inaugurale di Putin del 24 febbraio, per l’“operazione speciale militare”: “Hanno cercato di distruggere i nostri valori tradizionali e di imporci i loro falsi valori che eroderebbero noi e la nostra gente dall’interno, gli atteggiamenti che hanno imposto in modo aggressivo ai loro paesi, e che portano direttamente al degrado e alla degenerazione, perché contrari alla natura umana. Non accadrà. Nessuno è mai riuscito a farlo, né ci riusciranno ora”.

Zelensky, quanto a lui, inadatto alla taccia di genere, si merita quella di “drogato”: un attore, dopotutto. Le donazioni raccolte da coraggiose associazioni Lgbt russe in favore delle persone e dei gruppi Lgbt ucraini sono passibili di condanne fino a 20 anni. La guerra di Troia passò per guerra di uomini per una donna. Gratta la scorza infame della denazificazione, e ci trovi la prima guerra ufficialmente dichiarata contro l’omosessualità e il suo fantasma, che si aggira per la Russia.

https://www.ilfoglio.it/piccola-posta/2022/03/29/news/quella-di-putin-e-la-prima-dichiarazione-di-guerra-ufficiale-all-omosessualita–3853885/

30 Marzo 2022Permalink

15 marzo – Giornata internazionale per combattere l’islamofobia

L’Onu dichiara il 15 marzo Giornata Mondiale contro l’islamofobia
19/03/2022, 17:59
L’Onu ha adottato martedì 15 marzo 2022 una risoluzione proposta dall’Organizzazione per designare il 15 marzo la  Giornata internazionale per combattere l’islamofobia. La risoluzione è stata presentata dal Pakistan a nome dell’Organizzazione per la cooperazione islamica. L’adozione della risoluzione segue anni di discussioni, iniziate nel 2019 in seguito agli attacchi alla moschea della Nuova Zelanda.
L’Iran, insieme a Pakistan, Turchia, Arabia Saudita, Giordania e Indonesia, ha guidato i colloqui. La risoluzione condanna qualsiasi incitamento all’odio e violenza contro i musulmani e chiede di rafforzare gli sforzi internazionali per promuovere la tolleranza e la pace .Presentando formalmente la risoluzione, l’inviato pakistano delle Nazioni Unite, Munir Akram, ha affermato che l’islamofobia è diventata una “realtà” che sta “proliferando in diverse parti del mondo”.
“Tali atti di discriminazione, ostilità e violenza nei confronti dei musulmani – individui e comunità – costituiscono gravi violazioni dei diritti umani e violano la libertà di religione e credo”, ha affermato Akram nella Sala dell’Assemblea Generale.
“È particolarmente allarmante in questi giorni, perché è emersa come una nuova forma di razzismo caratterizzata da xenofobia, profili negativi e stereotipi sui musulmani”, ha aggiunto.
La risoluzione riconosce “con profonda preoccupazione” ciò che ha affermato essere “un aumento generale dei casi di discriminazione, intolleranza e violenza, indipendentemente dagli attori, diretti contro membri di molte comunità religiose e di altre comunità”.
Sostiene che il terrorismo “non può e non deve essere associato ad alcuna religione, nazionalità, civiltà o gruppo etnico” e chiede “sforzi internazionali rafforzati per promuovere un dialogo globale sulla promozione di una cultura di tolleranza e pace a tutti i livelli”.
https://www.adista.it/articolo/67760

19 Marzo 2022Permalink

5 marzo 2022 — Leggendo Donatella De Cesare — No alle armi

04 marzo 2022 Guerra Ucraina-Russia, Di Cesare: “Non si aiutano ucraini dandogli armi” – Donatella Di Cesare

La filosofa cita l’opera di Kant del 1795: “Se in Europa non c’è pace perpetua, ci sarà nei cimiteri”
“Non si aiutano gli ucraini armandoli: è semplicemente questa la mia posizione. E l’Europa, che celebra una riunificazione in armi, in realtà nasconde il proprio fallimento”. Parlando con l’Adnkronos, è netta la filosofa Donatella Di Cesare nel sottolineare le proprie “posizioni pacifiste, ci tengo moltissimo a dirlo e a esserlo”, anche nei confronti di una guerra “raccontata attraverso una narrazione semplicistica: l’idea che tutto sia iniziato con l’invasione russa. Certo, chi non condannerebbe la Russia partendo soltanto da questo ‘antefatto’? Invece, bisognerebbe indagare un po’ più in profondità, andare indietro nel tempo, a prima della guerra, a cosa l’ha determinata”, aggiunge la professoressa di filosofia teoretica dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma, molto criticata dopo le sue affermazioni di ieri sera a ‘Piazza Pulita’ su La7.
Ciò che mancano e invece servirebbero, secondo la Di Cesare, sono “le voci della politica e della diplomazia che chiedano la pace: un’unificazione in armi, infatti, è una sconfitta e non la vittoria tanto celebrata dell’Europa. Vivo con dolore e angoscia le vicissitudini degli ucraini, ma penso che non si possa aiutare il popolo con le armi o mandando legionari. Non mi sarei mai aspettata una simile presa di posizione da parte dell’Italia e della Germania, non solo per la loro dipendenza energetica dalla Russia, ma anche per i legami culturali e politici che nel tempo avevano creato. Penso ad esempio al convegno su Kant a Kaliningrad (l’ex città di Königsberg, dove il filosofo tedesco era nato) in programma per il prossimo anno e che è stato annullato: un fatto grave quanto la cancellazione a Milano del corso su Dostoevskij di Paolo Nori. Evidentemente anche i morti fanno paura”.
A proposito di Kant, conclude, “mi viene in mente uno dei suoi testi più importanti, ‘Per la pace perpetua’, opera dal titolo ambiguo, che gioca con il riferimento alla quiete dei defunti nei camposanti. Se non ci sarà la pace perpetua in Europa, se la diplomazia non tenta di sostituirsi alle armi, ci sarà quella perpetua nei cimiteri”.
(di Cristiano Camera)

5 Marzo 2022Permalink

5 marzo 2022 – Putin secondo Civiltà Cattolica

LA CIVILTÀ CATTOLICA
LA RIVISTA PIÙ ANTICA IN LINGUA ITALIANA, DAL 1850
Quaderno 4121 pag. 482 – 488 Anno 2022 Volume I

5 Marzo 2022 LA RUSSIA DI PUTIN Vladimir Pachkov

A oltre vent’anni dalla prima elezione di Vladimir Putin a presidente della Russia, il Paese si trova a un bivio, in un momento critico a causa dell’invasione dell’Ucraina. La situazione precedente al conflitto era sostanzialmente positiva. Infatti, nonostante i forti monopoli statali, la Russia ha in buona sostanza un sistema economico di tipo capitalista e può operare in modo molto più efficiente rispetto al suo predecessore, l’Urss[1]. Il governo è tecnocratico e innovativo (in termini di innovazioni tecniche e digitalizzazione dell’amministrazione), ma non riesce a portare la nazione fuori dalla dipendenza da un’economia ancora in gran parte basata sull’estrazione di risorse naturali. E il rischio molto grande è che la nazione si stia preparando ad anni di stagnazione economica.
Naturalmente ci sono anche opinioni differenti, che descrivono la Russia come un normale Paese in via di sviluppo, con tutti i problemi e le peculiarità che in genere affronta questo tipo di Paesi. La si può anche considerare come un’antitesi al liberalismo occidentale (cosa che molti conservatori in Russia ritengono essere un complimento). Secondo tale visione, il «putinismo» è una dichiarata sfida al liberalismo e alla «democrazia liberale»: modernizzazione militare, aggressione del vicinato post-sovietico, costruzione della rete di propaganda globale. Il «putinismo» viene descritto come una forma di autocrazia conservatrice e populista. È conservatore non solo perché enfatizza i cosiddetti «valori tradizionali», come la famiglia, composta esclusivamente da marito, moglie e figli, la religione ecc., ma perché in generale vuole mantenere lo status quo. Non vuole alcun cambiamento, nemmeno nell’economia. Non ha bisogno di cambiamenti e riforme, perché vive della vendita delle risorse del sottosuolo.
L’economia petrolifera della Russia offre alle élite al potere una possibilità di arricchirsi maggiore rispetto allo sviluppo economico più lento che si potrebbe realizzare con riforme di lungo periodo. Invece di sostenere la diversificazione e lo sviluppo del settore industriale e terziario, il «putinismo» concentra la ricchezza nelle mani di poche persone. Invece di favorire l’ascesa di una classe media e di una imprenditorialità autonoma e al passo con i tempi, si promuovono quelle persone che sono al servizio dello Stato e da esso dipendono. Sembra che funzionari competenti che mostrino anche capacità di iniziativa non siano necessari all’economia basata sullo sfruttamento petrolifero. E ci sono casi in cui amministratori locali vengono licenziati non quando le loro regioni non mostrano crescita economica, ma quando alle elezioni non votano per il presidente o per il partito di governo[2].
Lo stato dell’economia e le prestazioni del presidente sono ciò che sta a cuore alla maggior parte dei russi. Questo è anche ciò che determina la sopravvivenza (o meno) del sistema che Putin ha creato. Avendo la Russia un’economia puramente – o principalmente – petrolifera, si può temere che la durata dell’esistenza del «sistema Putin» sia di pochi anni, perché, nonostante tutte le difficoltà, la transizione dell’economia mondiale verso «energie più verdi» sta progredendo. È molto difficile immaginare un cambiamento di rotta significativo nel breve periodo, soprattutto quando, pur senza trascurare i problemi dell’economia, sembrano esserci altre priorità all’orizzonte, come ad esempio la concorrenza geopolitica con gli Stati Uniti.
Naturalmente, non tutti i problemi del Paese sono da attribuire al governo in carica. Putin ha ereditato un’economia in pessime condizioni ed è riuscito a stabilizzarla e a farla crescere, grazie anche all’aiuto di validi collaboratori, come l’allora ministro delle Finanze Aleksej Kudrin (i prezzi alle stelle del petrolio e del gas hanno fatto il resto). In quasi 10 anni, dal 1999 al 2008, il Pil russo è cresciuto del 94% e anche i redditi dei russi sono aumentati allo stesso ritmo. Il periodo successivo, invece, può essere descritto come un periodo di transizione dalla stabilità alla stagnazione. La crisi economica mondiale ha colpito duramente anche la Russia, ed è emerso con chiarezza che il modello di sviluppo basato sulla vendita delle materie prime non funzionava più. La crescita economica annua dal 2010 al 2019 ha raggiunto solo il 2%. Come negli anni Novanta, la fuga di capitali ha raggiunto di nuovo cifre notevoli: dal 2014 al 2018, 320 miliardi di dollari sono stati portati fuori dal Paese. Era necessario trovare un altro modello, e sono state fatte riforme di vasta portata, ma non così coraggiose come la situazione richiedeva.
Il 2014 è stato un anno particolarmente difficile per la Russia. La crisi innescata sul confine ucraino ha peggiorato le relazioni con l’Occidente, e ciò ha influito negativamente sulla disponibilità, da parte delle aziende estere, a investire in Russia. Anche l’improvviso crollo del prezzo del petrolio ha avuto le sue drammatiche conseguenze. Da allora, i redditi russi sono in costante calo: nel 2020 erano inferiori rispetto al 2014.
Il governo ha fatto molto per attutire l’impatto del calo dei prezzi del petrolio, per attenuare i contraccolpi derivati dalle sanzioni occidentali e per invertire la rotta dell’economia russa. Secondo i dati del Fmi, le sanzioni applicate dai Paesi occidentali hanno ridotto il Pil russo solo dell’1,5%. Alcuni settori sono persino cresciuti. Ad aver tratto benefici è stata, ad esempio, l’agricoltura, ma anche l’industria di ingegneria meccanica agricola. Inoltre, come conseguenza delle sanzioni, il governo ha investito molto in industrie importanti per l’esercito, quali quelle per la produzione di motori per aerei, elicotteri e navi (molti dei quali erano precedentemente importati dall’Ucraina). La Russia ha anche messo in sicurezza il settore finanziario: le riserve auree sono state incrementate ed è stato sviluppato un proprio sistema di pagamento.
Ma queste sono solo alcune eccezioni, rispetto a una situazione che continua a essere per nulla ideale. Nonostante tutti gli sforzi e gli investimenti statali, la crescita oscilla tra l’1% e il 2% annuo. E questo non è sostenibile per un Paese come la Russia.
Ora il problema principale è che le idee e le prospettive per una crescita economica di lungo periodo sono state sacrificate in favore della ricerca ossessiva di stabilità politica e geopolitica. L’economia sta migliorando, ma troppo lentamente. L’attore principale è lo Stato, che vuole sostituire la mancanza di investimenti privati con i cosiddetti «progetti nazionali». Gli investimenti statali si concentrano in pochi progetti di grande portata, in cui sono coinvolte solo le persone vicine al governo. I piccoli e medi imprenditori soffrono delle sanzioni e della mancanza di opportunità per raccogliere capitali. Infatti, la percentuale di piccole e medie imprese nell’economia russa è scesa dal 22% del 2017 al 20% del 2020: volendo fare un confronto, la percentuale di piccole e medie imprese nei Paesi baltici, che pure facevano parte dell’Urss, rappresenta oltre i due terzi della forza produttiva.
Due dei maggiori problemi che aggravano ulteriormente la condizione economica russa sono la disuguaglianza e la povertà. Nel 2018, il 3% dei russi più ricchi possedeva l’87% dell’intera ricchezza. Il numero di miliardari in un anno (dal 2018 al 2019) è salito da 78 a 110, e quello dei milionari da 172.000 a 246.000. Per contro, il 21% dei russi vive nella povertà. La più grande preoccupazione delle persone russe non è la politica, ma l’economia: il 72% è preoccupato per l’aumento dei prezzi, il 52% per l’aumento della povertà e il 48% per la disoccupazione[3].
Purtroppo, gli andamenti economici registrati durante la pandemia hanno rafforzato tale tendenza, così come è aumentata la dipendenza del governo russo dalle entrate del gas e del petrolio. Anche se la crescita del 2021 (oltre il 4%) compensa il calo del 2020 (3%), ancora una volta è apparso evidente quanto lo sviluppo del Paese dipenda fortemente dallo sfruttamento del sottosuolo. Poiché nel 2021 il prezzo del gas e del petrolio è aumentato vertiginosamente, il bilancio potrebbe prevedere un surplus. Ma il bilancio è anche l’unica fonte di finanziamento per i servizi sociali da dedicare a una popolazione in crisi – è aumentata significativamente la spesa sanitaria – e per gli investimenti per rilanciare l’economia. Inoltre, il pericolo incombente è che la trasformazione tecnologica dell’economia globale porterà molto presto a un calo della domanda di combustibili fossili. Ciò avrà ricadute molto pesanti per la Russia[4]. È giunto il momento di scegliere tra geopolitica ed economia.
Uno dei problemi più rilevanti è che la classe dirigente presta molta attenzione alla pubblicazione delle analisi statistiche, ma non sempre i dati corrispondono alla realtà. Ai russi però non interessano i dati incoraggianti e illusori dei numeri, ma solo la qualità della loro vita concreta. Basta ricordare quanto è accaduto recentemente in Kazakistan, dove i dati ufficiali sullo sviluppo economico erano addirittura migliori che in Russia. Il governo russo prevede una crescita economica superiore al 4% ed entrate di bilancio in rialzo, mentre i redditi reali sono in caduta libera da più di 10 anni.
In molti sostengono che è arrivato il momento di spendere più soldi in progetti sociali, ma questo non risolverà il problema della bassa produttività e, di conseguenza, dei redditi bassi. Servono, invece, innovazione e investimenti privati, soprattutto esteri. Ma, come sappiamo, per ottenere tutto ciò andrebbe risolto il conflitto politico con l’Occidente, che invece il conflitto con l’Ucraina ha radicalizzato. La dura realtà è che la Russia è un Paese economicamente debole e non avrebbe potuto permettersi una politica conflittuale. Non si tratta di stabilire «chi ha ragione o di chi è la colpa»: la politica è l’arte del possibile e non dei desideri[5].
I cittadini russi sono stanchi di questa politica, che non è in grado di – ma nemmeno vuole – creare condizioni per una vita normale, e che antepone i sogni geopolitici della classe dirigente al benessere dei cittadini comuni[6].
Lo Stato e la società civile
È noto che, ad eccezione di alcuni periodi particolari – il 1917 o gli anni Novanta –, la Russia ha sempre avuto un governo che conferisce alla propria autorità un ruolo fondamentale. Putin e coloro che lo circondano non stanno facendo altro che portare avanti una vecchia tradizione in questo senso. Durante i suoi due primi mandati, Putin ha potuto porre fine al dominio dei gruppi criminali che si nascondevano dietro slogan di «libertà» e «democrazia», e portato «stabilità». In quella fase, egli ha sostenuto – a ragione – che la società russa era debole e frammentata e che aveva bisogno di riconciliazione. In realtà, la nuova stabilità è stata ottenuta non attraverso la riconciliazione, ma attraverso la smobilitazione e la pacificazione. La società ha in parte volontariamente ceduto i suoi diritti allo Stato, in parte se li è semplicemente visti portare via. Ma nei primi 10 anni di Putin, lo Stato si è concentrato sul consolidamento interno e non ha interferito negli affari della società.
L’economia è cresciuta, e molti russi sono riusciti, per la prima volta nella loro vita, a collocarsi tra la «classe media» e a godere della prosperità materiale. Ma questo non è durato a lungo. La crisi economica mondiale del 2008, la crisi ucraina e gli effetti ultimi della pandemia hanno colpito duramente il Paese, e così la promessa di una lunga prosperità è svanita.
Ora si può osservare che la popolazione è stanca della propaganda roboante – «Dobbiamo difenderci dai nemici che circondano il Paese!» – e non la prende più sul serio. Il governo sta perdendo non soltanto il contatto con la società, ma anche l’influenza ideologica su di essa. Ne sono prova anche le manifestazioni per la pace in corso in Russia. Secondo Tatiana Stanovaya, ricercatrice del Carnegie Moscow Center, dal 2018 il rapporto tra Stato e società può essere descritto con una massima: «Non vi dobbiamo nulla»[7].
Secondo l’opinione pubblica, l’attuale crisi nei rapporti con l’Occidente è ciò che può porre fine al «sistema Putin». Dopo gli eventi del 2014, la maggior parte dei russi ha considerato lo scontro con l’Occidente e la crisi economica come «una nuova normalità». Purtroppo, qualcosa di simile è accaduto anche con la percezione della guerra. A partire dal conflitto in Georgia nel 2008, la guerra – in Ucraina, in Siria ecc. – è diventata un elemento costante nella vita quotidiana. Con l’attuale crisi ucraina, il pericolo di una guerra su scala mondiale è reale. La guerra fa crollare il tasso del rublo e i mercati russi, e non porterà al compattamento della società a fianco del governo. La società russa è moderna ed è entrata nella «fase post-eroica», in cui non tutti sono pronti «a morire per la Patria e per Putin». Al contrario, non solo la guerra in sé, ma le conseguenze economiche della guerra – soprattutto se di lunga durata – potranno portare a un malcontento che molto probabilmente si trasformerà in una protesta dai connotati fortemente politici. E tale protesta sarà non solo nelle grandi città, o limitata ai cittadini politicamente attivi, ma coinvolgerà masse di popolazione, pensionati e lavoratori di provincia, cioè coloro che finora sono stati forti sostenitori della politica del governo. Anche se è pressoché impensabile che le proteste possano portare a cambiamenti politici, il mito del «modello Putin» ne uscirà quasi certamente ridimensionato.
La Russia, nonostante tutte le crisi e le catastrofi che fino ad oggi hanno causato incredibili sofferenze alle persone che la abitano, ha continuato a esistere ed è diventata una grande potenza politica e militare, ma non economica. Infatti, dal punto di vista economico non è in grado di eguagliare la potenza degli Usa o della Cina.
La Russia, anche sotto Putin, è la conferma che il destino di un Paese è determinato dalle sue tradizioni e dalla sua storia, e che profondi cambiamenti, nel bene o nel male, possono attuarsi solo molto lentamente. Oggi il rischio di rimanere isolata e di vivere una drammatica stagnazione economica è molto reale.
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1. Il fatto che la Russia sia un esportatore netto di prodotti agricoli rivela una grande differenza rispetto all’Urss, che non riusciva a nutrire la sua popolazione senza le importazioni. ↑
2. Cfr M. S. Fish, «The Kremlin Emboldened: What Is Putinism?», in Journal of Democracy, vol. 28, n. 4, ottobre 2017. ↑
3. Cfr R. E. Beris, «The State of the Russian Economy: Balancing Political and Economic Priorities», in https://www.nti.org/analysis/articles/state-russian-economy-balancing-political-and-economic-priorities/ ↑
4. Cfr V. Inozemtsev, «Oil, COVID and prospects of economic growth in Russia», in Riddle Russia (https://ridl.io/en/oil-covid-and-prospects-of-economic-growth-in-russia/), 18 novembre 2021. ↑
5. Cfr Id., «Time to choose geopolitics or stability», in Riddle Russia (https://ridl.io/en/time-to-choose-geopolitics-or-stability/), 7 gennaio 2022. ↑
6. Cfr «Russian public covers ears as state media heighten Ukraine rhetoric», in Financial Times (www.ft.com/content/e5bd10cc-d4de-4600-bbdd-83e8d52e8e08), 26 gennaio 2022. ↑
7. Cfr R. E. Berls Jr., «Civil Society in Russia: Its Role under an Authoritarian Regime», in https://www.nti.org/analysis/articles/civil-society-russia-its-role-under-authoritarian-regime-part-i-nature-russian-civil-society/ ↑
Politica internazionaleRussiaVladimir Putin
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Il contesto dell’articolo. In Russia anche l’opposizione più accanita non proviene dall’area liberale, bensì da quella conservatrice, per la quale Putin è certamente migliore di Eltsin e dei suoi, pur restando troppo «filoccidentale» e troppo «pragmatico». Perché l’articolo è importante?…
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5 Marzo 2022Permalink

4 marzo 2022 – Indossare l’elmetto….o no?

04-03-2022 Non indossiamo l’elmetto! – di: Domenico Gallo

«Ecco gli elmi dei vinti / e quando un colpo / ce li ha sbalzati dalla testa / non fu allora la disfatta / fu quando obbedimmo / e li mettemmo in testa». Questa poesia di Bertold Brecht è il miglior commento possibile al momento drammatico che stiamo vivendo in perfetta incoscienza.

Da quando è iniziata la tragedia della guerra, il 24 febbraio, non è esploso soltanto un conflitto fondato sulla violenza delle armi. È dilagato in tutt’Europa lo spirito nefasto della guerra, si è materializzata l’immagine del nemico ed è iniziata una mobilitazione bellica della comunicazione, della cultura, delle coscienze. La condanna secca e senza appello dell’aggressione russa all’Ucraina si è trasformata velocemente nell’acritica accettazione della logica della guerra. Di fronte a questo disastro, segno tangibile del fallimento della politica di sicurezza e cooperazione in Europa, le principali forze politiche, non solo in Italia, con il conforto del fuoco di sbarramento unanime dei mass media, hanno assunto il linguaggio della guerra e si sono esercitate in una guerra delle parole contro il nemico. Lo spirito di guerra comporta una divisione manichea dell’umanità, per cui tutto il male sta dalla parte del nemico e tutto il bene dall’altra. Il dissenso non è tollerato perché giova al nemico. Così l’ex deputata europea Barbara Spinelli è stata additata come filoputiniana per aver scritto su Il Fatto Quotidiano che «il disastro poteva forse essere evitato, se Stati Uniti e Ue non avessero dato costantemente prova di cecità, sordità, e di una immensa incapacità di autocritica e di memoria» e il corrispondente della RAI Marc Innaro è stato oggetto dei fulmini del PD per aver osservato: «Basta guardare la cartina geografica per rendersi conto che chi si è allargato negli ultimi trent’anni non è stata la Russia, è stata la NATO». Ma il linciaggio mediatico più velenoso è quello effettuato contro l’ANPI e il suo Presidente, Gianfranco Pagliarulo, reo di aver scritto – in un comunicato precedente all’invasione russa – che «l’allargamento della Nato a Est è stato vissuto legittimamente da Mosca come una crescente minaccia». Non sono ammesse critiche sugli indirizzi di ordine politico che ci hanno fatto passare dallo smantellamento della guerra fredda, frutto delle scelte di disarmo e di distensione della politica di Gorbaciov, a una nuova corsa al riarmo e al confronto politico militare con la Russia di Putin, adesso drammaticamente sfociato in una guerra “calda” con l’invasione dell’Ucraina. Anzi non solo non sono ammessi ripensamenti, ma addirittura c’è la consacrazione di quelle scelte al punto che il segretario del PD, Enrico Letta, in una recente intervista a La Stampa ha dichiarato: «Quello che è successo dimostra che la Nato doveva fare entrare l’Ucraina prima. E che l’alleanza atlantica serve perché la democrazia va difesa».

Insomma la politica ha indossato l’elmetto ed è scesa simbolicamente in guerra. Però questa settimana è stata superata un’ulteriore soglia, col passaggio dalle parole alle azioni di guerra. Il presidente del Consiglio Draghi nelle sue comunicazioni alle Camere, il 1 marzo, ha motivato la decisione di inviare armi al Governo ucraino, con queste parole: «L’Italia ha risposto all’appello del presidente Zelensky, che aveva chiesto equipaggiamenti, armamenti e veicoli militari per proteggersi dall’aggressione russa. È necessario che il Governo democraticamente eletto sia in grado di resistere all’invasione e difendere l’indipendenza del Paese. […] La minaccia portata oggi dalla Russia è una spinta a investire nella difesa più di quanto abbiamo mai fatto finora». In sostanza la lezione che il Governo trae da questi fatti è che bisogna incrementare la corsa agli armamenti. L’unica opzione esistente – secondo Draghi – è «scegliere se farlo a livello nazionale oppure europeo». Lo scenario che si prefigura è quello della costruzione di un’Europa come potenza militare, armata fino ai denti, che costruisce le relazioni con i suoi vicini fondate sull’intimidazione invece che sul dialogo e la cooperazione: insomma la guerra fredda permanente.

Quello che non è stato spiegato al Parlamento e all’opinione pubblica è che la legge italiana sulla neutralità (regio decreto n. 1415 del 1938, All. B, art. 8) vieta di fornire armi ai paesi in guerra. La ragione è semplice: chi fornisce armi a un paese in guerra partecipa al conflitto e quindi non può essere più considerato neutrale. Con l’invio di uno stock imprecisato e secretato di armamenti e di mezzi bellici, l’Italia abbandona la neutralità e diviene un paese belligerante, sia pure per interposta persona. Insomma, armiamoci e partite! Queste forniture – ha scritto la rivista militare Analisi Difesa – ci rendono a tutti gli effetti “belligeranti” contro la Russia. Si tratta di un atto di ostilità in senso tecnico, che come tale è stato percepito dalla Russia. In nota ripresa dalla Tass il ministero degli Esteri russo dichiara: «Coloro che sono coinvolti nella fornitura di armi letali alle forze armate ucraine saranno responsabili delle conseguenze di queste azioni».

Come si vede si tratta di una scelta gravida di conseguenze imprevedibili. Dalla doverosa condanna dell’ingiustificabile aggressione russa, siamo passati – sia pure ambiguamente – alla partecipazione al conflitto armato. Quasi senza accorgercene ci hanno calato in testa l’elmetto e arruolato nella guerra contro la Russia. In questo modo si alimenta il conflitto e si rende più impervia la strada per una soluzione negoziata. E quel che è ancora più grave si crea un’ulteriore pericolo di escalation della guerra, rendendo più probabile il coinvolgimento della NATO. E allora togliamoci gli elmetti prima che un colpo fatale ce li sbalzi dalla testa.

NOTA: L’articolo che ho copiato da Adista, è pubblicato oggi sul sito del magistrato Domenico Gallo.

4 Marzo 2022Permalink

4 marzo 2022 _ Una storia di idiozia imprevedibile

3 Marzo 2022 L’avvelenata Guia Soncini
Cancella gli idioti. I recenti fan di Dostoevskij hanno scoperto oggi la cancel culture nascosta nel sottosuolo

La decisione dell’Università Bicocca di fermare (e poi ripristinare) un corso di Paolo Nori sullo scrittore russo è nello spirito di questi tempi scemi, quelli della viltà intellettuale
Io non capisco cos’aspettino gli autori satirici a fare causa alla realtà per demansionamento.
Non so proprio quale altro abisso di mancanza di senso del ridicolo tocchi osservare per decidere che è troppo, che non si usurpa così il mestiere a chi si guadagna la mesata ideando paradossi, non si scippa l’ideazione del delirio a chi è iscritto all’ordine professionale degli immaginatori di scemenze, non quando si è rettori universitari o altre cariche istituzionali. È inaccettabile, cribbio.

Martedì sera Paolo Nori, su Instagram, riferisce d’aver ricevuto una lettera dall’università di Milano-Bicocca, presso la quale dalla settimana prossima dovrebbe tenere un corso, quattro lezioni sui romanzi di Dostoevskij.
Paolo Nori è un romanziere, uno studioso di letteratura russa, un intellettuale che in queste settimane si presta a fare divulgazione sulla lacuna di turno: il tema di cui in queste settimane sentiamo tutti l’urgenza di parlare pur non sapendone un cazzo. Alcuni turni sono più scoperti di altri, questo ha la fortuna d’esser coperto da Nori.

Dostoevskij, invece, è quel romanziere russo che non è Tolstoj: non quello della guerra e della pace, quello del delitto e del castigo (lo preciso per non farvi consumare Google). È, anche, il protagonista dell’ultimo romanzo di Nori, ma guarda un po’: Sanguina ancora, pubblicato da Mondadori. Avrebbe compiuto duecento anni qualche mese fa, Fëdor: ve lo preciso perché, senza consumare Google, possiate annuire e fingere di sapere benissimo che certo, mica è un contemporaneo, mica ha opinioni sull’attualità.
Nori legge a chi lo segue su Instagram le poche righe della Bicocca: «Caro professore, questa mattina il prorettore alla didattica mi ha comunicato la decisione presa con la rettrice di rimandare il percorso su Dostoevskij. Lo scopo è quello di evitare ogni forma di polemica soprattutto interna in quanto momento di forte tensione».
Se siete tra coloro che negli ultimi anni hanno assistito alla presa di potere della viltà intellettuale, non vi meraviglierete più di tanto: evitare polemiche sembra ormai lo scopo ultimo delle università di tutto il mondo. Anche coprendosi di ridicolo: leggere Memorie dal sottosuolo è controverso, perdindirindina, non potremmo sostituire il Dostoevskij col Gogol, che almeno era nato in Ucraina? (Questo non credo stesse nella comunicazione della Bicocca, o almeno Nori non l’ha letto a voce alta: sono io che sto sceneggiando ipotesi, tanto in ’sto delirio è concesso tutto).
C’è solo un modo d’averla vinta, nell’asilo nido che è divenuto il dibattito accademico. Far nascere una polemica reale che sia ancora più fastidiosa di quella potenziale «avete fatto un corso su un autore russo».

Ieri mattina il video di Nori era stato abbastanza diffuso da far dire alla Bicocca che era stato «un misunderstanding» (milanesi, prima o poi toccherà spiegarvi che dirlo in inglese non vi fa sembrare meno fessi – anzi). Il corso era stato ripristinato e la Bicocca aveva diramato un comunicato dall’imbarazzantissima chiusa «La rettrice dell’Ateneo incontrerà Paolo Nori la prossima settimana per un momento di riflessione».

Un momento di riflessione. Pregano insieme? Lui le regala dei bignami di Turgenev? Lei ha un figlio fancazzista e vuole sapere da lui se sia colpa di Oblomov? Lui le consiglia dei consulenti per la comunicazione che le evitino di passare per una deficiente che ritiene controverso un corso su uno scrittore di duecento anni fa? Fanno uno zoom col rettore di Yale che spiega loro quanto siamo in ritardo sulle forte tensioni e gli autori da cui è meglio tenersi lontani – a Yale già nel 2016 consideravano inopportuno Shakespeare, noi italiani sempre derivativi – e istituiscono una commissione di valutazione per stabilire se la peggior figura la si faccia a proibire o a lasciar fare? Lei chiede a lui conto di quella frase di Sanguina ancora che dice «Tutte le Russie sono tre: la piccola Russia, cioè l’Ucraina, la Russia bianca, cioè la Bielorussia, e la Russia Russia, cioè la Russia» e gli intima di rinnegarla? Ogni ipotesi fantasiosa è possibile.

Il fatto è che, mentre noialtri cui premeva far capire quanto fossimo in confidenza con la letteratura russa dell’Ottocento twittavamo spiritosaggini sbeffeggiando la cauta rettrice, là fuori c’era gente cui negli anni è stato detto che mica è necessariamente sbagliato rinnegare le opere se gli autori hanno la fedina penale sbagliata, la nazionalità sbagliata, il genere sessuale sbagliato, le convinzioni morali sbagliate. E quella gente era giustamente confusa. E sì, ci faceva ridere quando qualche carneade twittava che questo Fëdor deve prendere le distanze da Putin (giacché non riusciamo a seguire le istruzioni per montare la libreria Ikea ma ci pare inaccettabile che uno non sappia in che secolo è vissuto un romanziere che noi invece conosciamo); ma – una volta lasciata passare la linea per cui i consumi culturali non si valutano per la qualità delle opere ma per la fedina morale degli autori – perché Brocco75 non dovrebbe pretendere che Cechov faccia dire a Trofimov qualcosa contro Putin?
Il prorettore, ieri, dichiarava che l’equivoco (in milanese: misunderstanding) era dovuto all’idea di ampliare: volevano che Nori aggiungesse autori ucraini (quattro lezioni su Dostoevskij che diventano un bigino su tutta la letteratura di zona). Meccanismo già visto: mica vogliamo abolire Shakespeare, abbiamo sentito dire molte volte nelle università americane, ma ci sarà pure qualche trans d’origine thailandese che valga la pena studiare nella letteratura anglofona del Seicento, basta con ‘sto monopolio dei maschi bianchi.

Ieri il sindaco di Firenze ha twittato il suo fermo rifiuto di rimuovere la statua di Dostoevskij, inaugurata appunto per il duecentesimo compleanno. «Mi hanno chiesto di buttare giù la statua», ha scritto, spiegandoci poi che non bisogna «cancellare secoli di cultura russa». Ho telefonato all’ufficio stampa per sapere chi avesse chiesto a Nardella di abbattere la statua. La rettrice della Bicocca? Gli autori di libri con copertine gialle o azzurre che finalmente hanno accesso alle vetrine Feltrinelli in versione ucraina e non par loro vero che i gesti solidali siano l’anima del commercio? Il fan club di Tolstoj?
Mi ha risposto «dei passanti», e mi è sembrata una risposta pregna di spirito del tempo. Chiunque passa dice una stronzata, e noi gli diamo un turno sul palcoscenico della polemica del giorno. Sia quel chiunque turista che molesta il sindaco, o rettrice che molesta uno scrittore. Comunque vada, polemizzare ci pare più alla nostra portata che studiare la letteratura. Oltretutto, letteratura scritta da gente che neanche sta sui social a spiegarci cosa pensa dell’attualità spicciola.

I recenti fan di Dostoevskij hanno scoperto oggi la cancel culture nascosta nel sottosuolo

4 Marzo 2022Permalink