12 settembre 2026- I papi e l’11 settembre

Le riflessioni dei Pontefici sugli attacchi di 25 anni fa e i reiterati appelli alla pace e alla riconciliazione. Perché anche di fronte all’indicibile orrore, il male e la morte non hanno l’ultima parola

Isabella Piro – Città del Vaticano

È l’11 settembre 2001. Gli Stati Uniti d’America sono appena stati colpiti da quattro attacchi suicidi che, in diverse aree del Paese, hanno provocato quasi tremila vittime. Giovanni Paolo II si trova a Castel Gandolfo: informato telefonicamente dal direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Joaquín Navarro-Valls, rimane profondamente scosso dall’accaduto. Subito si raccoglie in preghiera nella cappellina del Palazzo Apostolico. Poi, invia un telegramma di cordoglio e vicinanza al presidente degli Usa, George W. Bush. Sei righe scritte a carattere stampatello, quello dell’ufficialità, ma le parole scelte da Papa Wojtyła sono profondamente umane ed esprimono il dolore del mondo intero: il Pontefice parla di “indicibile orrore”, definendo gli attentati terroristici “disumani” e quel momento storico come “buio e tragico”.

Un affronto alla dignità umana

Il giorno dopo è mercoledì e in piazza San Pietro si tiene l’udienza generale. Per desiderio del Vescovo di Roma, non si levano applausi, i fedeli restano in un silenzio composto. “Ieri è stato un giorno buio nella storia dell’umanità, un terribile affronto alla dignità dell’uomo”, dice Giovanni Paolo II, sollevando poi l’interrogativo che alberga nel cuore di tutti: “Come possono verificarsi episodi di così selvaggia efferatezza?”. La risposta, prosegue, è in Cristo, fondamento della speranza, Colui che fa sì che “il male e la morte non abbiano l’ultima parola”.

Ascolta le parole di Giovanni Paolo II all’udienza generale del 12 settembre 2001

Non la vendetta, ma l’unità e il dialogo

Intanto, in quelle stesse ore, a Roma è in corso il 180° Capitolo generale ordinario dell’Ordine di Sant’Agostino. Vi prende parte anche padre Robert Francis Prevost, statunitense, futuro Leone XIV, che il 14 settembre, nel giorno del suo compleanno, viene eletto priore generale. Spetta a lui, dunque, presiedere il 21 settembre la messa conclusiva dei lavori, nella chiesa di Santa Maria del Popolo: “Non possiamo esimerci dal ricordare i tragici avvenimenti che l’11 settembre hanno scosso gli Stati Uniti — afferma all’omelia —. La violenza che il mondo ha visto agire la settimana scorsa negli Stati Uniti è una tragica espressione di una serie di problemi che si stanno ovunque acutizzando. L’odio e la violenza continueranno ad aumentare finché esisteranno tante persone obbligate a vivere in estrema povertà, oppresse da così tante forme di ingiustizia”. “Mentre molti cercano vendetta — conclude —, gli agostiniani devono dare testimonianza del Vangelo e dei suoi valori di unità, di dialogo, di pace e riconciliazione

La ferocia del terrorismo si vince con l’Amore

Trascorre un anno, gli appelli di Giovanni Paolo II alla pace si susseguono incessantemente. L’11 settembre 2002 è mercoledì e all’udienza generale il Papa ricorda “l’efferato attentato” di dodici mesi prima, il crollo delle Torri Gemelle, le vite di tanti innocenti inghiottite dalle macerie. Con forza, il Pontefice ribadisce che “il terrorismo è e sarà sempre una manifestazione di disumana ferocia” e che “la sopraffazione, la violenza armata, la guerra sono scelte che seminano e generano solo odio e morte”. “Soltanto la ragione e l’amore sono mezzi validi per superare e risolvere le contese tra le persone e i popoli”, conclude.

Il coraggio di lavorare per la pace

La pace invocata da Karol Wojtyła si rafforza nella preghiera del suo successore, Benedetto XVI. È il 20 aprile 2008 e, durante il viaggio apostolico negli Usa, Joseph Ratzinger si reca a Ground Zero. Lì dove un tempo svettavano le Twin Towers, c’è una cavità profonda, quasi una metafora dell’abisso del male. Ma intorno, è tutto un cantiere, simbolo della speranza che rinasce e ricostruisce. In silenzio, il Pontefice accende una candela per commemorare le vittime; poi si inginocchia e chiede al Signore di “portare la pace in un mondo violento” e di concedere all’umanità “la saggezza e il coraggio di lavorare instancabilmente per un mondo in cui pace e amore autentici regnino tra le Nazioni e nei cuori di tutti

Ogni vita umana è preziosa

Tre anni più tardi, l’11 settembre 2011, nel decennale degli attacchi terroristici, Benedetto XVI invia una lettera al presidente della Conferenza episcopale statunitense, l’arcivescovo di New York Timothy Dolan, creato cardinale nel febbraio successivo. Ricordando il “brutale attentato” di dieci anni prima, lo definisce una “tragedia…resa ancor più grave dalla rivendicazione dei suoi autori di agire in nome di Dio”. Con fermezza, dunque, invita ad “affermare senza equivoci che nessuna circostanza può mai giustificare atti di terrorismo. Ogni vita umana è preziosa allo sguardo di Dio e non bisognerebbe lesinare alcuno sforzo nel tentativo di promuovere nel mondo un rispetto autentico per i diritti inalienabili e la dignità degli individui e dei popoli ovunque

 

12 Settembre 2026Permalink

11 settembre 2026 – il sindacato dei medici dirigenti ricorda Paolo

Paolo Barbina ci ha lasciati in silenzio, come in silenzio era solito lavorare. Resta lo sconforto per non aver potuto rivolgergli un ultimo saluto. Negli ultimi anni la malattia lo aveva logorato, rendendo faticosa anche la sua amata attività di prevenzione nel CRUA, che ha continuato a svolgere con passione e dedizione fino all’ultimo giorno. Poi un inevitabile e breve ricovero, e Paolo se n’è andato. Lo ricorderemo per la sua splendida umanità nel lavoro ospedaliero, per l’attenzione agli aspetti sociali e per l’impegno con cui si è dedicato anche alla gestione sindacale dell’ANAAO ASSOMED aziendale. Ci fa ancora sorridere il ricordo della sua personalità eclettica, dei suoi viaggi nel mondo e dei racconti che condivideva al ritorno dall’Africa, a contatto con gli scimpanzé, o da villaggi di capanne sperdute nel cuore dell’Asia. Medico colto e generoso, desideroso di essere presente e di aiutare quanti si rivolgevano a lui. Grazie, Paolo, per tutto ciò che hai saputo e potuto fare per noi.

Enzo Hrovatin

12 Settembre 2026Permalink

11 settembre 2026_ Paolo medico

Paolo Barbina, venerdì 11 l’ultimo saluto al medico che si è battuto per gli ex esposti all’amianto

 

IL COMMIATO
Di Salvatore Ferrara • Pubblicato il 09 Set 2026

 

Copertina per Addio a Paolo Barbina, venerdì 11 l’ultimo saluto al medico che si è battuto per gli ex esposti all’amianto

La cerimonia alle 11.30 nella sala del Commiato della Casa Funeraria Marchetti di Udine. Domani, giovedì 10 settembre, sarà possibile rendergli omaggio dalle 14.30 alle 18.

Si terrà venerdì 11 settembre alle 11.30, nella sala del Commiato della Casa Funeraria Marchetti di Udine, in via Tavagnacco 150, la cerimonia per l’ultimo saluto al dottor Paolo Barbina, il medico di 63 anni scomparso improvvisamente nei giorni scorsi. La notizia della sua morte aveva suscitato profondo cordoglio nel mondo sanitario regionale e tra le tante persone che, nel corso della sua lunga attività professionale, avevano avuto modo di conoscerne competenza e impegno.

Specialista in Medicina del Lavoro, Barbina aveva dedicato una parte significativa della propria carriera alla tutela della salute dei lavoratori e, in particolare, degli ex esposti all’amianto. Per anni ha ricoperto ruoli di responsabilità nell’ambito della prevenzione e della diagnosi delle patologie asbesto-correlate, arrivando a dirigere il Centro di riferimento unico per l’amianto. Un impegno che aveva affiancato a una forte attenzione alla dimensione sociale e ai diritti delle persone colpite dalle conseguenze dell’esposizione professionale.

A ricordarne la figura è anche la dottoressa Maria Cristina Carloni, Medico di Medicina Generale del Distretto Basso Isontino, che con Barbina ha condiviso anni di lavoro e di confronto professionale. «Era un collega speciale – ricorda Carloni – lui cercava la malattia per stanarla, era un segugio. Aveva uno spirito sociale notevole e faceva rete con tutti i colleghi, è stato tra i primi firmatari del protocollo diagnostico per sconfiggere le patologie asbesto correlate, una disgrazia del nostro tempo». E ancora la dottoressa Carloni: «La sua figura possente ed i modi a volte rudi, nascondevano un animo gentile ed una sensibile umanità. Si capiva che aveva una missione da compiere. Gli 11mila esposti odierni, sommati ai trapassati, parlano chiaro sulla tragedia monfalconese e regionale e ci dicono tutto sull’enorme lavoro svolto da lui e dai suoi collaboratori negli anni».

Parole che restituiscono il profilo di un medico particolarmente attento alla ricerca della diagnosi e alla presa in carico dei pazienti, ma anche capace di costruire una rete tra professionisti e servizi. Un approccio che aveva caratterizzato il suo percorso nel campo della Medicina del Lavoro e della prevenzione, contribuendo a rafforzare in Friuli Venezia Giulia l’attenzione verso le conseguenze dell’esposizione all’amianto. Barbina aveva conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia all’Università di Trieste nel 1989 e la specializzazione in Medicina del Lavoro nel 1993, con il massimo dei voti e la lode. Nel corso della carriera aveva ricoperto diversi incarichi dirigenziali, lavorando tra Trieste, Udine e il territorio isontino. Dal 2009 era stato alla guida della struttura di Prevenzione e Sicurezza negli Ambienti di Lavoro dell’allora Azienda per i Servizi Sanitari n. 2 “Isontina”, mentre dal 2014 aveva assunto la direzione del Centro di riferimento unico per l’amianto.

L’Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina, nei giorni scorsi, aveva ricordato il suo contributo alla diagnosi precoce delle patologie professionali asbesto-correlate e al riconoscimento dei diritti previdenziali degli ex lavoratori esposti. Un’attività svolta accanto alle associazioni e alle persone malate, con una costante attenzione anche agli aspetti umani e sociali della malattia. In occasione dell’ultimo saluto, la famiglia – Augusta, Luca con Paola, Giorgio con Fiorangela, Debora, gli zii e i cugini – ringrazia quanti vorranno stringersi al dolore dei suoi cari e rendere omaggio alla sua memoria.

Chi desiderasse dare un ultimo saluto a Paolo Barbina potrà farlo già giovedì 10 settembre, dalle 14.30 alle 18, presso la Casa Funeraria Marchetti di Udine. La camera ardente sarà nuovamente accessibile venerdì 11 settembre dalle 8.30, fino alla cerimonia delle 11.30. Sarà così l’occasione per salutare per l’ultima volta un professionista che ha lasciato un segno profondo nella sanità regionale e, soprattutto, nel lungo e difficile percorso di tutela delle persone colpite dalle patologie legate all’amianto.

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Luca
Lo’maggio  c’è  stato
12 Settembre 2026Permalink

14 agosto 2026 – Gli USA contro i coloni scrivo il 18_ da aggiornare

lo  scrive La  Repubblica   a pag6-7 ma la notizia è diffusa
Soldati  dell’esercito pregano assieme ai coloni che  avrebbero  dovuto allontanare
Le Idf  annunciano punizioni   (foto)
Parla  uno  dei cinque  italiani  ancora  presenti  per  solidarietà

AVVENIRE
Taybeh,  soldati  nel  monastero.
assedio  dei coloni alle  famiglie
l’esercito interviene dopo  pressioni  USA
“quello  che  sta  avvenendo è  grave  e con  rispecchia il nostro  modo di agire” ,  ha  dichiarato Israele  Gantz,  capo  del  consiglio Yesha  l’organizzazione ombrello he riunisce  gli insediamenti israeliani  in Cisgiordania.
Parallelamente  ,  ha  aggiunto  Gantz ,  “chiedo al  governo  israeliano  di annullare  gli  accordi di Oslo e di consentire insediamenti ebraici  e  regolamentati in tutte le aree libere”.
“Siamo  contrari ai disordini violenti,  lo dico senza mezzi termini”,  ha  affermato il  ministro della  Difesa Israele Katz ,  pronto però  ad  aggiungere che  “la  violenza  dei coloni non esiste, è  un fenomeno marginale”.  autore:  Luca  Foschi

 

18 Agosto 2026Permalink

1 luglio 2926 Lucio Caracciolo. Il papa americano che pratica la pace

La  Repubblica  29  giugno  2026    pag  15
Deviazioni  di  Lucio  Caracciolo

Il  papa  americano  che  pratica  la pace
Per i credenti  sarà  Provvidenza,  per  laici o miscredenti astuzia della  storia.  Resta  che mentre  il  mondo rischia  la guerra totale sulla  cattedra  di Pietro siede  un papa. americano  che  predica e pratica   pace  Più  papa  americano o americano papa?  Chi v iene
prima: il  capo della Chiesa  cattolica di origine  statunitense,  sia pur  meticciata  per esperienza  di missione, oppure  il  cittadino americano  elevato  a  riferimento universale d’una  religione  di traiettoria  romana,  europea  e occidentale?  Dovunque  si voglia  porre  l’accento,  colpisce  questa  faconda contraddizione in termini.  Contraddizione perché   Leone  XIV in  quanto papa  fa della pace  il cuore  del suo  magistero  proprio mentre il suo impero d’origine  in implosione  esporta  in armi  la sua crisi nel  mondo.
Feconda  perché è pur  sempre  un cittadino di quell’impero impazzito  a  tentar  di frenarne ,  con calma fermezza, la compulsione  bellicista.  Da  americani  vero,  come conferma l’esortazione ai compatrioti di  rivolgersi  ai rispettivi congressmen  perché  di oppongano alla deriva  trumpiana.

Impresa  tanto più rimarchevole  trattandosi di atlantista  confesso. Fautore  di una  «vera alleanza  tra l’Europa e gli Stati  Uniti (…) un’alleanza molto importante  oggi e in  futuro».  Auspicio doppiamente  rivelatore della  fedeltà  ai principi  della  geopolitica  americana del secondo  Novecento,  fondata  sulla creazione  via  Nato/Ue di un Occidente  strategico garante  del  primato a stelle e strisce ;   e  di un pontefice  disposto a sporcarsi le mani in  quella  forma di speciale  carità che è ai suoi occhi la politica. Nell’accezione  cattolica,  s’intende. In permanente cerca  di equilibrio nel  triangolo tra  ecumenismo, soggettività  della Santa  Sede e fedeltà  al precetto di Gesù: «Rendete  a Cesare  quel che è di Cesare, a  Dio  quel che è di Dio »  (Matteo  22, 20).  Quest’ultimo spesso malinteso come invito a schivare  l’impegno nel  mondo,  mentre  significa  il perfetto contrario.

Dobbiamo  a  Massimo Faggioli,  storico   del cristianesimo  e professore all’agostiniana Villanova   University  dove  Robert  Francis  Prévost,  di formazione  canonista,  frequentò  un corso di filosofia  tedesca prima  di laurearsi in matematica,  una  nitida  ricostruzione  del progetto leonino : unità della chiesa  e pace nel mondo  (Leone XIV  e la Chiesa  globale.  Morcelliana).
Visione  asintotica.. L’una  e  l’altra visione  fungono da obiettivi  limite  da  avvicinare  nella coscienza  di non poterli  raggiungere  –  mens  matematica  aiuta.  Però  entrambe  esistenziali. E intrecciate

….Più  si espande  la guerra  meno probabile è suturare le  ferite che lacerano  il popolo di Dio.  Concepito da  Prevost  nella accezione  larga  del  Vaticano  II, enfatizzata  con toni spericolati da papa Francesco contro il neoclericalismo dei  tradizionalisti  (aziendalisti, in teoria  delle  organizzazioni).  Altrettanto improbabile che una Chiesa ridotta  a collezione di sétte possa  pacificare  gli animi e disarmare  gli armati. Qualche  concreta  idea si quest’ultima tabe Prevost se l’è  fatta  nel 2020 -21  da amministratore  apostolico  della  diocesi peruviana di Callao.  «Contesto ecclesiopatico  caratterizzato da  diversi tipi  di abusi  –  di autorità,  di potere,  economici »  spesso  risolti  armi in pugno,  stando alla biografia  papale di  Elise  Am Allen  (Leon  XIV,  Ciudadano  del  mando,  misionero  del  siglo  XXI,  Penguin)- L’insofferenza  tra  esponenti  della  gerarchia  cattolica amplificata  vai media durante il  pontificato  di Francesco  pare ora  meglio controllata.  Sotto  questo  profilo il primo anno  di Leone  è  senz’altro un successo.  Ma  la mitigazione  dei modi non  basta  a ridurre le  profonde  diversità  di  cultura nel  corpo ecclesiastico.  L’altra  faccia  della  globalizzazione  cattolica.

…Gli  Stati  Uniti sono  epicentro  della  doppia  ricerca  di unità e pace. Quanto  all’unità,  difficile  immaginare qualcosa  di più eterogeneo  del  cattolicesimo americano,  specie con l’emergere  della  tecno-destra trumpiana che ambisce  a nazionalizzare  Gesù Cristo. Lo  vediamo nella  stessa  amministrazione presidenziale,  dove  rivaleggiano due  cattolici che più  diversi non potrebbero –
JD Vance  e Marco  Rubio. –  sotto un  “presidente”  papa   (virgolette d’obbligo  in  entrambi  i casi) che festeggia  il suo ottantesimo  imbandendo un festival  casalingo di  lotta  libera,  evocazione  gladiatoria.  Quanto  alla pace.  Tutto  dovrebbe spingere  Washington  all’autocontenimento , visto  che in ogni  guerra  finisce per  lasciarci penne e credibilità. L’umiliazione nell’improbabile  sfida  fra  regime  trumpiano e impero persiano,  dovrebbe  insegnare,  It’s  a long way  to  Tipperary . Ma  Prevost,  tignoso (romano  per  tosto),  persegue.

1 Luglio 2026Permalink

14 giugno 2026 da pagine ebraiche

CULTURA

100 anni di un profeta antieroe

100 anni di un profeta antieroe

Allen Ginsberg rischia sempre di trasformarsi in una cartolina: il poeta beat, il ribelle, l’omosessuale militante, il viaggiatore in India, il cantore della controcultura. Tutto vero eppure, a cent’anni dalla nascita, vale la pena guardare altrove, ricordando per esempio la storia di Naomi Ginsberg, nata in una famiglia di immigrati dell’Impero russo, comunista, paranoica, internata più volte, sottoposta alle devastanti pratiche della psichiatria americana del Novecento. Molto più delle letture pubbliche di Howl, dei processi per oscenità, dei viaggi con Kerouac è lei il centro di gravità dell’opera di suo figlio. E quando Naomi muore, nel 1956, Allen non c’è, non riesce ad arrivare al funerale. Da quell’assenza nascerà Kaddish, uno dei grandi poemi americani del Dopoguerra. La cosa notevole è che in quel momento Ginsberg non sta tornando all’ebraismo, anzi, sta andando da tutt’altra parte, verso la controcultura, verso la liberazione sessuale, verso il buddhismo, verso una spiritualità che non passa né dalla sinagoga né dalla tradizione. Eppure il testo decisivo della sua vita prende il nome della preghiera ebraica per i morti. Non è un requiem, non è un’elegia. Scrive Kaddish.

È difficile non vedere in questa scelta qualcosa di più profondo di una semplice citazione culturale: al momento del lutto il figlio ribelle recupera quelle parole che non aveva mai perso. All’inizio del poema, rivolgendosi alla madre, scrive: «È strano pensarti adesso, andata via senza corsetto e senza occhi», non c’è nulla di edificante, nessuna consolazione religiosa, nessuna riconciliazione. Naomi appare nei corridoi degli ospedali psichiatrici, nelle sue ossessioni, nelle sue fughe, nella sua fragilità, Kaddish è un testo disturbante.

L’ebreo non identitario

In quegli stessi anni il mondo ebraico stava investendo le proprie energie in un’altra direzione: dopo la Shoah la figura che domina l’immaginario è quella dell’ebreo finalmente normalizzato, cittadino, soldato, padrone del proprio destino. Parte della memoria ebraica del Novecento si è costruita attorno a figure eroiche: leader politici, rabbini, sopravvissuti, fondatori di istituzioni, Ginsberg invece rappresenta quasi il contrario: nomade, irregolare, refrattario a ogni disciplina identitaria. Racconta invece una donna spezzata, senza proteggerla. Forse è anche per questo che continua a parlarci. Ma anche perché mentre gli ebrei inseguivano una normalità, l’integrazione, la cittadinanza piena, lo Stato e la rispettabilità, Ginsberg si sceglie un’altra famiglia spirituale. Quella degli irregolari, insieme a Kafka, Benjamin, Leonard Cohen, Bob Dylan, figure ai margini anche quando occupano il centro della scena. Figure che trasformano l’ebraismo in una forma di inquietudine, non solo in un’appartenenza.

Forse per questo Ginsberg assomiglia, più che ai leader e agli ideologi del suo secolo, a un profeta, una figura molto più antica. Non nel senso più propriamente religioso del termine ma nella sua funzione pubblica: i profeti biblici non erano custodi dell’ordine comunitario, erano quelli che disturbavano la comunità: Amos, Geremia, Isaia parlano quasi sempre contro qualcuno: il potere, il conformismo, la soddisfazione collettiva. Anche Ginsberg passa la vita a mettere a disagio la sua comunità, e che lo si consideri geniale o irritante, la sua voce non è mai banale. Non è un caso che abbia finito per definirsi “ebreo-buddhista”, con una formula che oggi sembra banale ma negli anni Sessanta appariva rivoluzionaria. E sarebbe un errore leggerla come una fuga, piuttosto è il tentativo di allargare lo spazio, senza abbandonare il luogo da cui si proviene.

L’ebreo sospeso

In molti hanno cercato di capire quanto fosse ebreo ma la domanda forse andrebbe rovesciata: quanto si può davvero smettere di esserlo? Una domanda che risuona oggi con una forza particolare. Per gran parte del Novecento la questione ebraica sembrava destinata a trovare una soluzione: dall’integrazione nelle società occidentali alla costruzione di uno Stato, all’accesso ai centri del potere culturale. Oggi molti ebrei si scoprono di nuovo sospesi in una posizione ambigua, contemporaneamente dentro e fuori, parte del paesaggio e corpo estraneo, in una condizione che Ginsberg avrebbe riconosciuto immediatamente. A cento anni dalla nascita, Ginsberg continua a interessare proprio perché incarna una tensione irrisolta, qualcuno che non si è mai conformato eppure e al centro della sua opera più personale ha messo una parola aramaica vecchia di secoli, qualcosa da cui evidentemente non gli era possibile separarsi.

Ada Treves

14 Giugno 2026Permalink

3 giugno _ Fra caporali, padroni e schiavi

Aggiungo a  quanto trascritto poco fa sul  caso di Amendolara

3 giugno

(LaPresse)  «Noi qui lavoriamo dal lunedì al sabato dalle sette alle sei di sera. Siamo al lavoro forzato». A dirlo è un operaio, di nazionalità keniota, intervistato, durante una manifestazione di Cgil,Cisl e Uil, davanti al cantiere milanese del nuovo consolato americano. Qui l’uomo ha lavorato per la Caddell, agenzia intermediaria turca finita sotto inchiesta per caporalato, a sua volta subappaltatrice di un colosso americano dell’edilizia. L’operaio ha spiegato che sulla busta paga figuravano 1.470 euro, ma che vitto e alloggio, formalmente a carico del datore di lavoro gli venivano trattenuti per circa 850 euro al mese, riducendo la paga reale a meno di 2 euro l’ora. «Quando ti viene dato lo stipendio, loro decurtano la casa, loro decurtano il cibo, poi tu sei rimasto con forse 500 euro – ha aggiunto – Per quanto riguarda il contratto, era triennale, ma mi hanno licenziato mentre ero in vacanza, il 31 gennaio». Alla domanda se avesse subito minacce, l’operaio ha risposto senza esitare: «Mi hanno detto che non dovevo trovarmi qui. Devo tornare nel mio paese di origine». Nel frattempo il manager dell’agenzia intermediaria è stato fermato a Bergamo mentre era in procinto di partire per la Turchia

 

 

3 Giugno 2026Permalink

3 giugno 2026 _ Fra caporali , padroni e schiavi

Fra  caporali , padroni e  schiavi

1  giugno-      Amendolara   (Cosenza)      Dal  Corriere
, il sopravvissuto alla strage dei braccianti: «I due fermati non ci davano soldi, solo cibo. Mi sono salvato rompendo un finestrino»

Lo ripete in modo ossessivo: «È mafia, mafia… Sono dei mafiosi pachistani». Mohammad Taj Alamyar, nato in Afghanistan 35 anni fa, ha una gran voglia di parlare. Accusa senza esitazione i suoi aguzzini. Lui è l’unico superstite della strage di immigrati nell’area di servizio sulla statale 106 Jonica. Ha visto morire sotto i suoi occhi quattro braccianti come lui, tre afghani e un pachistano. Tutti arrivati in Italia per trovare un lavoro che gli consentisse di mandare dei soldi alle famiglie rimaste nei paesi d’origine. In Calabria erano finiti nelle mani non della ‘ndrangheta ma di altri migranti trasformatisi i caporali senza scrupoli. «Loro hanno ucciso quattro miei amici — si dispera —, li hanno bruciati vivi. Non ci pagavano da oltre un mese e noi ci eravamo ribellati. Per questo hanno appiccato il fuoco alla macchina. Per punirci. Volevano ammazzarci tutti».

Sulle braccia e sulle mani le fasciature nascondono ferite e ustioni. «Quando le fiamme e il fumo hanno riempito l’abitacolo ho cominciato a non respirare più, mi sentivo mancare — racconta —. Ho capito che dovevo provare a uscire. Ho preso a martellare forte col gomito sul vetro. Poi ho visto che c’era il portellone posteriore aperto. Mi sono fatto largo fino a quando non sono riuscito a uscire dall’auto e scappare».

Mohammad Taj è anche l’unico testimone oculare della tragedia. E la sua ricostruzione coincide con quanto documentato dalle telecamere di videosorveglianza all’interno dell’aera di servizio. «A un certo punto uno di loro è sceso dall’auto, ha preso la pistola del distributore e ha buttato la benzina dentro l’auto — racconta —. Poi da un lato hanno rotto la maniglia dello sportello, mentre dall’altro lato hanno tenuto bloccata la portiera. Quindi hanno aperto il portellone posteriore e hanno buttato dentro l’accendino».

Mentre ricostruisce la drammatica sequenza scoppia in lacrime: «Gli altri non ce l’hanno fatta. Sono rimasti intrappolati dentro. Li ho visti bruciare vivi. Una fine orribile. Erano miei amici, vivevamo tutti assieme in questa stanza». E mostra i letti sistemati a terra nell’abitazione che condividevano. La casa è un modesto appartamento a Villapiana, a 25 chilometri da Amendolara. Qui fino a lunedì mattina abitavano in dieci.  Anche loro risiedono nello stesso comune.

Da qui ogni mattina i braccianti partivano per andare a lavorare nelle campagne della zona. Mohammad Taj è in Italia da circa un anno. Ha fatto altri lavori sempre come bracciante. Dallo scorso 20 aprile con i quattro amici erano impegnati nella raccolta delle fragole in un’azienda agricola di Scansano Ionico. A portarli ogni mattina sul posto di lavoro erano i due caporali pachistani. Nei primi giorni sarebbero stati pagati in nero. Poi, stando al racconto di Mohammad Taj, pare avessero raggiunto l’accordo: una paga di 45 euro al giorno. «Ma da quando avevano iniziato quel lavoro non ci avevano dato neanche mai un euro», spiega il testimone.

Non è chiaro quale fosse il rapporto con l’azienda dove raccoglievano le fragole. Probabilmente erano gli stessi caporali a prendere in carico i braccianti per poi trasferire la manodopera all’azienda. Ma subito dopo cominciava lo sfruttamento: trattenere i soldi come pagamento per il vitto e l’alloggio. «Alla fine ci davano la casa ma niente paga — dice il testimone —. Pretendevano anche cinque euro al giorno per il viaggio fino al lavoro». Una condizione di sfruttamento alla quale i cinque migranti si erano ribellati. «C’era stata una prima lite la mattina — racconta —, poi la discussione è proseguita mentre rientravamo. Loro si sono fermati al distributore di proposito per farcela pagare. Per darci una lezione»

3 Giugno 2026Permalink

2 giugno 2026 _ da pagine ebraiche di oggi


Ebbe anche il mondo ebraico italiano tra i protagonisti la stagione che portò al referendum con cui l’Italia, il 2 giugno di 80 anni fa, scelse la Repubblica. Uno storico voto, il primo alla quale parteciparono le donne, celebrato in queste ore, tra tante iniziative, con la cerimonia al monumento del Milite Ignoto all’Altare della Patria a Roma con la partecipazione del capo dello Stato, Sergio Mattarella, dei presidenti di Senato e Camera, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e del ministro della Difesa, Guido Crosetto. I festeggiamenti organizzati dal Quirinale si concluderanno questa sera con l’evento “I Volti della Repubblica”, una manifestazione animata da artisti del mondo della musica, della danza, del teatro, del cinema e con l’intervento di alcuni campioni dello sport alla quale anche l’Ucei ha aderito.

Ebrei nella Costituente

Da Umberto Terracini a Emilio Sereni, da Leo Valiani a Vittorio Foa, tante biografie ed esperienze ebraiche, con diverse sfumature politiche, animarono l’Assemblea Costituente nell’elaborazione della legge fondamentale dello Stato democratico risorto sulle ceneri del nazifascismo e delle persecuzioni antiebraiche, un compito che si concluderà proprio sotto la presidenza di Terracini. «L’Assemblea ha pensato e redatto la Costituzione come un patto di amicizia e fraternità di tutto il popolo italiano, cui essa la affida perché se ne faccia custode severo e disciplinato realizzatore», dichiarerà con parole solenni il giurista nato nel 1895 a Genova in una famiglia della media borghesia ebraica piemontese i cui unici svaghi di gioventù, racconterà egli stesso, come riporta il saggio Un impegno controcorrente. Umberto Terracini e gli ebrei (1945-1983) di Marta Nicolo, pubblicato nel 2018 dall’editore Zamorani, erano quelli «di assistere alle funzioni di culto in sinagoga, venerdì sera e il sabato», oltre a qualche visita «nelle case dei compagni di scuola».
Ottant’anni dopo la piena affermazione delle libertà repubblicane resta un tema centrale nell’esperienza ebraica in Italia, come ha evidenziato poco più di un mese fa la presidente Ucei Livia Ottolenghi in una lettera inviata al presidente Mattarella, firmata anche dai presidenti delle Comunità ebraiche di Roma (Victor Fadlun), Milano (Walker Meghnagi) e Bologna (Daniele De Paz) dopo alcune incresciose vicende a sfondo antisemita verificatesi nelle piazze del 25 Aprile. Da qui «il sofferente appello» di tutte e le 21 Comunità ebraiche italiane affinché il Capo dello Stato «continui a essere garante dei valori costituzionali», perché «la libertà di manifestare non può mai tradursi in intimidazione o discriminazione verso altri cittadini» e «la libertà di parola non può essere compressa o limitata, come avvenuto nel corso della dittatura fascista» e come sempre più spesso accade oggi negli spazi pubblici.
Anche di questo si discuterà nel corso dell’incontro “Anticorpi democratici – Il DDL contro l’antisemitismo: quando una società riconosce e respinge l’odio” in programma mercoledì 3 giugno alle 17, a Palazzo Valentini, promosso dall’Ucei con l’intervento di istituzioni, parlamentari e addetti ai lavori. Come annunciato da Ottolenghi, terza presidente Ucei donna dopo Tullia Zevi e Noemi Di Segni, «questo incontro è un ulteriore passo per costruire una consapevolezza condivisa contro ogni forma di antisemitismo e di odio» perché «nei confronti degli ebrei sta crescendo sempre più una discriminazione fattuale, ideologica, teologica e persino linguistica, intollerabile per uno stato democratico come l’Italia».

Il ruolo politico della donna nell’ebraismo

Tornando al tema della partecipazione femminile al voto, abbiamo chiesto al docente di Pensiero ebraico Massimo Giuliani se l’ebraismo italiano sia più o meno “femminista” di altri. «Non c’è dubbio che alcune donne ebree italiane abbiano lasciato il segno e siano diventate vere e proprie maestre anche in assenza di un titolo rabbinico, incidendo a livello di formazione religiosa e culturale. Penso tra le altre a Giacometta Limentani, Clotilde Pontecorvo, Lea Sestieri e Irene Kajon», risponde Giuliani. «Anche a livello istituzionale ci sono molte donne in prima linea e trovo ci sia ancora spazio per un ulteriore riconoscimento nonostante alcune limitazioni derivanti dalla Halakhah, la Legge ebraica: ciò renderebbe l’ebraismo italiano ortodosso meno vulnerabile rispetto all’emergere di gruppi riformati, notoriamente più aperti e “femministi” di quelli ortodossi: ma tutto sta nel riempire di senso questo termine». C’è un ruolo politico per la donna nell’ebraismo?, domandiamo ancora a Giuliani, che insegna anche al diploma universitario Ucei. “In un momento storico in cui dobbiamo trovare equilibri tra visioni diverse per evitare delle spaccature profonde, la maggior capacità empatica delle donne rispetto agli uomini potrebbe essere di aiuto. Personalmente mi dà fastidio assistere a iniziative con tre, quattro o cinque relatori tutti uomini. Succede anche nel mondo ebraico: non dico spesso, ma si vede, e su questo serve una maggiore sensibilità dal basso. Non è una questione di quote

2 Giugno 2026Permalink

8 febbraio 2026 – Ricordare gli Obama dimenticare Trump

Sperando ,  temo inutilmente, ,  che la presidente  del  Consiglio  prenda nota della volgarità razzista del suo amico Trump

 

ANSA) – WASHINGTON, 07 FEB – Barack e Michelle Obama seguono il principio reso famoso dalla stessa ex First Lady, “quando loro vanno verso il basso noi voliamo alto”, e decidono di ignorare il video razzista pubblicato da Donald Trump. Nonostante le polemiche continuino ad infuriare, l’ex coppia presidenziale ha scelto il silenzio e si è limitata a postare sui social il loro in bocca al lupo alla squadra Usa che da oggi partecipa alle Olimpiadi di Milano-Cortina. “A tutti gli atleti che rappresentano il Team Usa: siamo così orgogliosi di voi. Il vostro talento e la vostra perseveranza vi hanno portato a questo momento. Io e Michelle ci uniremo agli americani di tutto il Paese per fare il tifo per voi”, hanno scritto gli Obama. (ANSA).

8 Febbraio 2026Permalink