14 agosto 2026 – Gli USA contro i coloni scrivo il 18_ da aggiornare

lo  scrive La  Repubblica   a pag6-7 ma la notizia è diffusa
Soldati  dell’esercito pregano assieme ai coloni che  avrebbero  dovuto allontanare
Le Idf  annunciano punizioni   (foto)
Parla  uno  dei cinque  italiani  ancora  presenti  per  solidarietà

AVVENIRE
Taybeh,  soldati  nel  monastero.
assedio  dei coloni alle  famiglie
l’esercito interviene dopo  pressioni  USA
“quello  che  sta  avvenendo è  grave  e con  rispecchia il nostro  modo di agire” ,  ha  dichiarato Israele  Gantz,  capo  del  consiglio Yesha  l’organizzazione ombrello he riunisce  gli insediamenti israeliani  in Cisgiordania.
Parallelamente  ,  ha  aggiunto  Gantz ,  “chiedo al  governo  israeliano  di annullare  gli  accordi di Oslo e di consentire insediamenti ebraici  e  regolamentati in tutte le aree libere”.
“Siamo  contrari ai disordini violenti,  lo dico senza mezzi termini”,  ha  affermato il  ministro della  Difesa Israele Katz ,  pronto però  ad  aggiungere che  “la  violenza  dei coloni non esiste, è  un fenomeno marginale”.  autore:  Luca  Foschi

 

18 Agosto 2026Permalink

1 luglio 2926 Lucio Caracciolo. Il papa americano che pratica la pace

La  Repubblica  29  giugno  2026    pag  15
Deviazioni  di  Lucio  Caracciolo

Il  papa  americano  che  pratica  la pace
Per i credenti  sarà  Provvidenza,  per  laici o miscredenti astuzia della  storia.  Resta  che mentre  il  mondo rischia  la guerra totale sulla  cattedra  di Pietro siede  un papa. americano  che  predica e pratica   pace  Più  papa  americano o americano papa?  Chi v iene
prima: il  capo della Chiesa  cattolica di origine  statunitense,  sia pur  meticciata  per esperienza  di missione, oppure  il  cittadino americano  elevato  a  riferimento universale d’una  religione  di traiettoria  romana,  europea  e occidentale?  Dovunque  si voglia  porre  l’accento,  colpisce  questa  faconda contraddizione in termini.  Contraddizione perché   Leone  XIV in  quanto papa  fa della pace  il cuore  del suo  magistero  proprio mentre il suo impero d’origine  in implosione  esporta  in armi  la sua crisi nel  mondo.
Feconda  perché è pur  sempre  un cittadino di quell’impero impazzito  a  tentar  di frenarne ,  con calma fermezza, la compulsione  bellicista.  Da  americani  vero,  come conferma l’esortazione ai compatrioti di  rivolgersi  ai rispettivi congressmen  perché  di oppongano alla deriva  trumpiana.

Impresa  tanto più rimarchevole  trattandosi di atlantista  confesso. Fautore  di una  «vera alleanza  tra l’Europa e gli Stati  Uniti (…) un’alleanza molto importante  oggi e in  futuro».  Auspicio doppiamente  rivelatore della  fedeltà  ai principi  della  geopolitica  americana del secondo  Novecento,  fondata  sulla creazione  via  Nato/Ue di un Occidente  strategico garante  del  primato a stelle e strisce ;   e  di un pontefice  disposto a sporcarsi le mani in  quella  forma di speciale  carità che è ai suoi occhi la politica. Nell’accezione  cattolica,  s’intende. In permanente cerca  di equilibrio nel  triangolo tra  ecumenismo, soggettività  della Santa  Sede e fedeltà  al precetto di Gesù: «Rendete  a Cesare  quel che è di Cesare, a  Dio  quel che è di Dio »  (Matteo  22, 20).  Quest’ultimo spesso malinteso come invito a schivare  l’impegno nel  mondo,  mentre  significa  il perfetto contrario.

Dobbiamo  a  Massimo Faggioli,  storico   del cristianesimo  e professore all’agostiniana Villanova   University  dove  Robert  Francis  Prévost,  di formazione  canonista,  frequentò  un corso di filosofia  tedesca prima  di laurearsi in matematica,  una  nitida  ricostruzione  del progetto leonino : unità della chiesa  e pace nel mondo  (Leone XIV  e la Chiesa  globale.  Morcelliana).
Visione  asintotica.. L’una  e  l’altra visione  fungono da obiettivi  limite  da  avvicinare  nella coscienza  di non poterli  raggiungere  –  mens  matematica  aiuta.  Però  entrambe  esistenziali. E intrecciate

….Più  si espande  la guerra  meno probabile è suturare le  ferite che lacerano  il popolo di Dio.  Concepito da  Prevost  nella accezione  larga  del  Vaticano  II, enfatizzata  con toni spericolati da papa Francesco contro il neoclericalismo dei  tradizionalisti  (aziendalisti, in teoria  delle  organizzazioni).  Altrettanto improbabile che una Chiesa ridotta  a collezione di sétte possa  pacificare  gli animi e disarmare  gli armati. Qualche  concreta  idea si quest’ultima tabe Prevost se l’è  fatta  nel 2020 -21  da amministratore  apostolico  della  diocesi peruviana di Callao.  «Contesto ecclesiopatico  caratterizzato da  diversi tipi  di abusi  –  di autorità,  di potere,  economici »  spesso  risolti  armi in pugno,  stando alla biografia  papale di  Elise  Am Allen  (Leon  XIV,  Ciudadano  del  mando,  misionero  del  siglo  XXI,  Penguin)- L’insofferenza  tra  esponenti  della  gerarchia  cattolica amplificata  vai media durante il  pontificato  di Francesco  pare ora  meglio controllata.  Sotto  questo  profilo il primo anno  di Leone  è  senz’altro un successo.  Ma  la mitigazione  dei modi non  basta  a ridurre le  profonde  diversità  di  cultura nel  corpo ecclesiastico.  L’altra  faccia  della  globalizzazione  cattolica.

…Gli  Stati  Uniti sono  epicentro  della  doppia  ricerca  di unità e pace. Quanto  all’unità,  difficile  immaginare qualcosa  di più eterogeneo  del  cattolicesimo americano,  specie con l’emergere  della  tecno-destra trumpiana che ambisce  a nazionalizzare  Gesù Cristo. Lo  vediamo nella  stessa  amministrazione presidenziale,  dove  rivaleggiano due  cattolici che più  diversi non potrebbero –
JD Vance  e Marco  Rubio. –  sotto un  “presidente”  papa   (virgolette d’obbligo  in  entrambi  i casi) che festeggia  il suo ottantesimo  imbandendo un festival  casalingo di  lotta  libera,  evocazione  gladiatoria.  Quanto  alla pace.  Tutto  dovrebbe spingere  Washington  all’autocontenimento , visto  che in ogni  guerra  finisce per  lasciarci penne e credibilità. L’umiliazione nell’improbabile  sfida  fra  regime  trumpiano e impero persiano,  dovrebbe  insegnare,  It’s  a long way  to  Tipperary . Ma  Prevost,  tignoso (romano  per  tosto),  persegue.

1 Luglio 2026Permalink

14 giugno 2026 da pagine ebraiche

CULTURA

100 anni di un profeta antieroe

100 anni di un profeta antieroe

Allen Ginsberg rischia sempre di trasformarsi in una cartolina: il poeta beat, il ribelle, l’omosessuale militante, il viaggiatore in India, il cantore della controcultura. Tutto vero eppure, a cent’anni dalla nascita, vale la pena guardare altrove, ricordando per esempio la storia di Naomi Ginsberg, nata in una famiglia di immigrati dell’Impero russo, comunista, paranoica, internata più volte, sottoposta alle devastanti pratiche della psichiatria americana del Novecento. Molto più delle letture pubbliche di Howl, dei processi per oscenità, dei viaggi con Kerouac è lei il centro di gravità dell’opera di suo figlio. E quando Naomi muore, nel 1956, Allen non c’è, non riesce ad arrivare al funerale. Da quell’assenza nascerà Kaddish, uno dei grandi poemi americani del Dopoguerra. La cosa notevole è che in quel momento Ginsberg non sta tornando all’ebraismo, anzi, sta andando da tutt’altra parte, verso la controcultura, verso la liberazione sessuale, verso il buddhismo, verso una spiritualità che non passa né dalla sinagoga né dalla tradizione. Eppure il testo decisivo della sua vita prende il nome della preghiera ebraica per i morti. Non è un requiem, non è un’elegia. Scrive Kaddish.

È difficile non vedere in questa scelta qualcosa di più profondo di una semplice citazione culturale: al momento del lutto il figlio ribelle recupera quelle parole che non aveva mai perso. All’inizio del poema, rivolgendosi alla madre, scrive: «È strano pensarti adesso, andata via senza corsetto e senza occhi», non c’è nulla di edificante, nessuna consolazione religiosa, nessuna riconciliazione. Naomi appare nei corridoi degli ospedali psichiatrici, nelle sue ossessioni, nelle sue fughe, nella sua fragilità, Kaddish è un testo disturbante.

L’ebreo non identitario

In quegli stessi anni il mondo ebraico stava investendo le proprie energie in un’altra direzione: dopo la Shoah la figura che domina l’immaginario è quella dell’ebreo finalmente normalizzato, cittadino, soldato, padrone del proprio destino. Parte della memoria ebraica del Novecento si è costruita attorno a figure eroiche: leader politici, rabbini, sopravvissuti, fondatori di istituzioni, Ginsberg invece rappresenta quasi il contrario: nomade, irregolare, refrattario a ogni disciplina identitaria. Racconta invece una donna spezzata, senza proteggerla. Forse è anche per questo che continua a parlarci. Ma anche perché mentre gli ebrei inseguivano una normalità, l’integrazione, la cittadinanza piena, lo Stato e la rispettabilità, Ginsberg si sceglie un’altra famiglia spirituale. Quella degli irregolari, insieme a Kafka, Benjamin, Leonard Cohen, Bob Dylan, figure ai margini anche quando occupano il centro della scena. Figure che trasformano l’ebraismo in una forma di inquietudine, non solo in un’appartenenza.

Forse per questo Ginsberg assomiglia, più che ai leader e agli ideologi del suo secolo, a un profeta, una figura molto più antica. Non nel senso più propriamente religioso del termine ma nella sua funzione pubblica: i profeti biblici non erano custodi dell’ordine comunitario, erano quelli che disturbavano la comunità: Amos, Geremia, Isaia parlano quasi sempre contro qualcuno: il potere, il conformismo, la soddisfazione collettiva. Anche Ginsberg passa la vita a mettere a disagio la sua comunità, e che lo si consideri geniale o irritante, la sua voce non è mai banale. Non è un caso che abbia finito per definirsi “ebreo-buddhista”, con una formula che oggi sembra banale ma negli anni Sessanta appariva rivoluzionaria. E sarebbe un errore leggerla come una fuga, piuttosto è il tentativo di allargare lo spazio, senza abbandonare il luogo da cui si proviene.

L’ebreo sospeso

In molti hanno cercato di capire quanto fosse ebreo ma la domanda forse andrebbe rovesciata: quanto si può davvero smettere di esserlo? Una domanda che risuona oggi con una forza particolare. Per gran parte del Novecento la questione ebraica sembrava destinata a trovare una soluzione: dall’integrazione nelle società occidentali alla costruzione di uno Stato, all’accesso ai centri del potere culturale. Oggi molti ebrei si scoprono di nuovo sospesi in una posizione ambigua, contemporaneamente dentro e fuori, parte del paesaggio e corpo estraneo, in una condizione che Ginsberg avrebbe riconosciuto immediatamente. A cento anni dalla nascita, Ginsberg continua a interessare proprio perché incarna una tensione irrisolta, qualcuno che non si è mai conformato eppure e al centro della sua opera più personale ha messo una parola aramaica vecchia di secoli, qualcosa da cui evidentemente non gli era possibile separarsi.

Ada Treves

14 Giugno 2026Permalink

3 giugno _ Fra caporali, padroni e schiavi

Aggiungo a  quanto trascritto poco fa sul  caso di Amendolara

3 giugno

(LaPresse)  «Noi qui lavoriamo dal lunedì al sabato dalle sette alle sei di sera. Siamo al lavoro forzato». A dirlo è un operaio, di nazionalità keniota, intervistato, durante una manifestazione di Cgil,Cisl e Uil, davanti al cantiere milanese del nuovo consolato americano. Qui l’uomo ha lavorato per la Caddell, agenzia intermediaria turca finita sotto inchiesta per caporalato, a sua volta subappaltatrice di un colosso americano dell’edilizia. L’operaio ha spiegato che sulla busta paga figuravano 1.470 euro, ma che vitto e alloggio, formalmente a carico del datore di lavoro gli venivano trattenuti per circa 850 euro al mese, riducendo la paga reale a meno di 2 euro l’ora. «Quando ti viene dato lo stipendio, loro decurtano la casa, loro decurtano il cibo, poi tu sei rimasto con forse 500 euro – ha aggiunto – Per quanto riguarda il contratto, era triennale, ma mi hanno licenziato mentre ero in vacanza, il 31 gennaio». Alla domanda se avesse subito minacce, l’operaio ha risposto senza esitare: «Mi hanno detto che non dovevo trovarmi qui. Devo tornare nel mio paese di origine». Nel frattempo il manager dell’agenzia intermediaria è stato fermato a Bergamo mentre era in procinto di partire per la Turchia

 

 

3 Giugno 2026Permalink

3 giugno 2026 _ Fra caporali , padroni e schiavi

Fra  caporali , padroni e  schiavi

1  giugno-      Amendolara   (Cosenza)      Dal  Corriere
, il sopravvissuto alla strage dei braccianti: «I due fermati non ci davano soldi, solo cibo. Mi sono salvato rompendo un finestrino»

Lo ripete in modo ossessivo: «È mafia, mafia… Sono dei mafiosi pachistani». Mohammad Taj Alamyar, nato in Afghanistan 35 anni fa, ha una gran voglia di parlare. Accusa senza esitazione i suoi aguzzini. Lui è l’unico superstite della strage di immigrati nell’area di servizio sulla statale 106 Jonica. Ha visto morire sotto i suoi occhi quattro braccianti come lui, tre afghani e un pachistano. Tutti arrivati in Italia per trovare un lavoro che gli consentisse di mandare dei soldi alle famiglie rimaste nei paesi d’origine. In Calabria erano finiti nelle mani non della ‘ndrangheta ma di altri migranti trasformatisi i caporali senza scrupoli. «Loro hanno ucciso quattro miei amici — si dispera —, li hanno bruciati vivi. Non ci pagavano da oltre un mese e noi ci eravamo ribellati. Per questo hanno appiccato il fuoco alla macchina. Per punirci. Volevano ammazzarci tutti».

Sulle braccia e sulle mani le fasciature nascondono ferite e ustioni. «Quando le fiamme e il fumo hanno riempito l’abitacolo ho cominciato a non respirare più, mi sentivo mancare — racconta —. Ho capito che dovevo provare a uscire. Ho preso a martellare forte col gomito sul vetro. Poi ho visto che c’era il portellone posteriore aperto. Mi sono fatto largo fino a quando non sono riuscito a uscire dall’auto e scappare».

Mohammad Taj è anche l’unico testimone oculare della tragedia. E la sua ricostruzione coincide con quanto documentato dalle telecamere di videosorveglianza all’interno dell’aera di servizio. «A un certo punto uno di loro è sceso dall’auto, ha preso la pistola del distributore e ha buttato la benzina dentro l’auto — racconta —. Poi da un lato hanno rotto la maniglia dello sportello, mentre dall’altro lato hanno tenuto bloccata la portiera. Quindi hanno aperto il portellone posteriore e hanno buttato dentro l’accendino».

Mentre ricostruisce la drammatica sequenza scoppia in lacrime: «Gli altri non ce l’hanno fatta. Sono rimasti intrappolati dentro. Li ho visti bruciare vivi. Una fine orribile. Erano miei amici, vivevamo tutti assieme in questa stanza». E mostra i letti sistemati a terra nell’abitazione che condividevano. La casa è un modesto appartamento a Villapiana, a 25 chilometri da Amendolara. Qui fino a lunedì mattina abitavano in dieci.  Anche loro risiedono nello stesso comune.

Da qui ogni mattina i braccianti partivano per andare a lavorare nelle campagne della zona. Mohammad Taj è in Italia da circa un anno. Ha fatto altri lavori sempre come bracciante. Dallo scorso 20 aprile con i quattro amici erano impegnati nella raccolta delle fragole in un’azienda agricola di Scansano Ionico. A portarli ogni mattina sul posto di lavoro erano i due caporali pachistani. Nei primi giorni sarebbero stati pagati in nero. Poi, stando al racconto di Mohammad Taj, pare avessero raggiunto l’accordo: una paga di 45 euro al giorno. «Ma da quando avevano iniziato quel lavoro non ci avevano dato neanche mai un euro», spiega il testimone.

Non è chiaro quale fosse il rapporto con l’azienda dove raccoglievano le fragole. Probabilmente erano gli stessi caporali a prendere in carico i braccianti per poi trasferire la manodopera all’azienda. Ma subito dopo cominciava lo sfruttamento: trattenere i soldi come pagamento per il vitto e l’alloggio. «Alla fine ci davano la casa ma niente paga — dice il testimone —. Pretendevano anche cinque euro al giorno per il viaggio fino al lavoro». Una condizione di sfruttamento alla quale i cinque migranti si erano ribellati. «C’era stata una prima lite la mattina — racconta —, poi la discussione è proseguita mentre rientravamo. Loro si sono fermati al distributore di proposito per farcela pagare. Per darci una lezione»

3 Giugno 2026Permalink

2 giugno 2026 _ da pagine ebraiche di oggi


Ebbe anche il mondo ebraico italiano tra i protagonisti la stagione che portò al referendum con cui l’Italia, il 2 giugno di 80 anni fa, scelse la Repubblica. Uno storico voto, il primo alla quale parteciparono le donne, celebrato in queste ore, tra tante iniziative, con la cerimonia al monumento del Milite Ignoto all’Altare della Patria a Roma con la partecipazione del capo dello Stato, Sergio Mattarella, dei presidenti di Senato e Camera, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e del ministro della Difesa, Guido Crosetto. I festeggiamenti organizzati dal Quirinale si concluderanno questa sera con l’evento “I Volti della Repubblica”, una manifestazione animata da artisti del mondo della musica, della danza, del teatro, del cinema e con l’intervento di alcuni campioni dello sport alla quale anche l’Ucei ha aderito.

Ebrei nella Costituente

Da Umberto Terracini a Emilio Sereni, da Leo Valiani a Vittorio Foa, tante biografie ed esperienze ebraiche, con diverse sfumature politiche, animarono l’Assemblea Costituente nell’elaborazione della legge fondamentale dello Stato democratico risorto sulle ceneri del nazifascismo e delle persecuzioni antiebraiche, un compito che si concluderà proprio sotto la presidenza di Terracini. «L’Assemblea ha pensato e redatto la Costituzione come un patto di amicizia e fraternità di tutto il popolo italiano, cui essa la affida perché se ne faccia custode severo e disciplinato realizzatore», dichiarerà con parole solenni il giurista nato nel 1895 a Genova in una famiglia della media borghesia ebraica piemontese i cui unici svaghi di gioventù, racconterà egli stesso, come riporta il saggio Un impegno controcorrente. Umberto Terracini e gli ebrei (1945-1983) di Marta Nicolo, pubblicato nel 2018 dall’editore Zamorani, erano quelli «di assistere alle funzioni di culto in sinagoga, venerdì sera e il sabato», oltre a qualche visita «nelle case dei compagni di scuola».
Ottant’anni dopo la piena affermazione delle libertà repubblicane resta un tema centrale nell’esperienza ebraica in Italia, come ha evidenziato poco più di un mese fa la presidente Ucei Livia Ottolenghi in una lettera inviata al presidente Mattarella, firmata anche dai presidenti delle Comunità ebraiche di Roma (Victor Fadlun), Milano (Walker Meghnagi) e Bologna (Daniele De Paz) dopo alcune incresciose vicende a sfondo antisemita verificatesi nelle piazze del 25 Aprile. Da qui «il sofferente appello» di tutte e le 21 Comunità ebraiche italiane affinché il Capo dello Stato «continui a essere garante dei valori costituzionali», perché «la libertà di manifestare non può mai tradursi in intimidazione o discriminazione verso altri cittadini» e «la libertà di parola non può essere compressa o limitata, come avvenuto nel corso della dittatura fascista» e come sempre più spesso accade oggi negli spazi pubblici.
Anche di questo si discuterà nel corso dell’incontro “Anticorpi democratici – Il DDL contro l’antisemitismo: quando una società riconosce e respinge l’odio” in programma mercoledì 3 giugno alle 17, a Palazzo Valentini, promosso dall’Ucei con l’intervento di istituzioni, parlamentari e addetti ai lavori. Come annunciato da Ottolenghi, terza presidente Ucei donna dopo Tullia Zevi e Noemi Di Segni, «questo incontro è un ulteriore passo per costruire una consapevolezza condivisa contro ogni forma di antisemitismo e di odio» perché «nei confronti degli ebrei sta crescendo sempre più una discriminazione fattuale, ideologica, teologica e persino linguistica, intollerabile per uno stato democratico come l’Italia».

Il ruolo politico della donna nell’ebraismo

Tornando al tema della partecipazione femminile al voto, abbiamo chiesto al docente di Pensiero ebraico Massimo Giuliani se l’ebraismo italiano sia più o meno “femminista” di altri. «Non c’è dubbio che alcune donne ebree italiane abbiano lasciato il segno e siano diventate vere e proprie maestre anche in assenza di un titolo rabbinico, incidendo a livello di formazione religiosa e culturale. Penso tra le altre a Giacometta Limentani, Clotilde Pontecorvo, Lea Sestieri e Irene Kajon», risponde Giuliani. «Anche a livello istituzionale ci sono molte donne in prima linea e trovo ci sia ancora spazio per un ulteriore riconoscimento nonostante alcune limitazioni derivanti dalla Halakhah, la Legge ebraica: ciò renderebbe l’ebraismo italiano ortodosso meno vulnerabile rispetto all’emergere di gruppi riformati, notoriamente più aperti e “femministi” di quelli ortodossi: ma tutto sta nel riempire di senso questo termine». C’è un ruolo politico per la donna nell’ebraismo?, domandiamo ancora a Giuliani, che insegna anche al diploma universitario Ucei. “In un momento storico in cui dobbiamo trovare equilibri tra visioni diverse per evitare delle spaccature profonde, la maggior capacità empatica delle donne rispetto agli uomini potrebbe essere di aiuto. Personalmente mi dà fastidio assistere a iniziative con tre, quattro o cinque relatori tutti uomini. Succede anche nel mondo ebraico: non dico spesso, ma si vede, e su questo serve una maggiore sensibilità dal basso. Non è una questione di quote

2 Giugno 2026Permalink

8 febbraio 2026 – Ricordare gli Obama dimenticare Trump

Sperando ,  temo inutilmente, ,  che la presidente  del  Consiglio  prenda nota della volgarità razzista del suo amico Trump

 

ANSA) – WASHINGTON, 07 FEB – Barack e Michelle Obama seguono il principio reso famoso dalla stessa ex First Lady, “quando loro vanno verso il basso noi voliamo alto”, e decidono di ignorare il video razzista pubblicato da Donald Trump. Nonostante le polemiche continuino ad infuriare, l’ex coppia presidenziale ha scelto il silenzio e si è limitata a postare sui social il loro in bocca al lupo alla squadra Usa che da oggi partecipa alle Olimpiadi di Milano-Cortina. “A tutti gli atleti che rappresentano il Team Usa: siamo così orgogliosi di voi. Il vostro talento e la vostra perseveranza vi hanno portato a questo momento. Io e Michelle ci uniremo agli americani di tutto il Paese per fare il tifo per voi”, hanno scritto gli Obama. (ANSA).

8 Febbraio 2026Permalink

15 gennaio 2026 – Si discutono le definizioni . Bene

Antisemitismo, la logica distorta da Israele

"Ebrei contro l'apartheid in Palestina!", manifestazione a San Paolo, Brasile (AP Photo/Tuane Fernandes)

“Ebrei contro l’apartheid in Palestina!”, manifestazione a San Paolo, Brasile – (AP Photo/Tuane Fernandes)

Bisogna congratularsi con Zoharan Mamdani che, nel suo primo giorno da sindaco di New York, ha revocato l’adozione della definizione di antisemitismo dell’Ihra disposta dal suo predecessore, Eric Adams. Nel tentativo di raccogliere qualche voto in più tra l’elettorato ebraico in vista delle elezioni a sindaco, Adams ha firmato un ordine esecutivo l’8 giugno 2025, che adottava la definizione dell’Ihra. È stato l’ennesimo gesto disperato e insensato: non ha accresciuto il rispetto nei suoi confronti né lo ha aiutato alle urne.

Questa definizione, più che contrastare l’antisemitismo, funziona come uno strumento per fissare i confini del discorso sull’operato del governo israeliano, mettere a tacere le voci critiche su Israele sul sionismo e limitare la libertà di espressione. In questo senso, la definizione ha prodotto danni incalcolabili alla lotta contro l’antisemitismo reale. L’ha trasformata in una questione politicamente controversa e ha finito per offrire, implicitamente, una sorta di immunità agli antisemiti dichiarati, purché sostengano la politica israeliana contro i palestinesi.

Perciò Zoharan Mamdani ha fatto bene a liberarsi di questa definizione dannosa, che simboleggia tutto ciò che è sbagliato e falso nel discorso che Israele e i suoi alleati alimentano attorno al concetto di «antisemitismo».

LA DEFINIZIONE in questione nasce nei primi anni Duemila, in un contesto segnato dal moltiplicarsi di episodi antisemiti in diversi paesi europei e dalla volontà di alcune organizzazioni ebraiche di monitorarli in modo sistematico. Erano gli anni della Seconda Intifada: in quel periodo si registravano attacchi contro ebrei e istituzioni ebraiche, soprattutto in Europa, sullo sfondo di quanto avveniva in Palestina/Israele.

In quel quadro, alcune organizzazioni elaborarono una definizione operativa condivisa, concepita come strumento di lavoro per l’attività di monitoraggio. La definizione fu formulata dal giurista Kenneth Stern insieme al rabbino Andrew Baker dell’American Jewish Committee (Ajc), che la presentò all’Osservatorio dell’Unione europea sui fenomeni di razzismo e xenofobia (Eumc, oggi Agenzia per i diritti fondamentali).

La definizione venne pubblicata sul sito dell’Eumc, ma in seguito fu rimossa, perché già allora molti ne avevano riconosciuto i limiti e i potenziali effetti dannosi. Lo stesso Stern, autore principale della definizione, divenne in seguito uno dei più netti oppositori della sua adozione come strumento normativo destinato a regolare o sorvegliare il dibattito su Israele, in particolare negli ambienti universitari.

Arrivò a testimoniare con fermezza contro l’adozione della definizione davanti al Congresso degli Stati uniti nel novembre 2017. A suo avviso, sin dall’inizio, la funzione della definizione doveva rimanere circoscritta: creare un linguaggio comune tra gli organismi impegnati nel monitoraggio del fenomeno, e nulla più.

NONOSTANTE ciò, la definizione ha assunto una vita propria. Sempre più agenzie governative nel mondo, tra cui il Dipartimento di Stato statunitense, hanno iniziato a farvi riferimento. Una svolta particolarmente preoccupante si è verificata nel maggio 2016, quando un’organizzazione denominata International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra) ha adottato la definizione.

L’Ihra è stata fondata nel 1998 con l’obiettivo di preservare e promuovere la memoria dell’Olocausto a livello globale; oggi conta 35 stati membri, in larga parte occidentali (tra cui, naturalmente, Israele). I principali attori che hanno spinto verso quella risoluzione erano riconducibili ad ambienti filo-israeliani. Fra essi, Marc Weizmann del Wiesenthal Center di Los Angeles: un’organizzazione che ha definito la decisione dell’Unione europea di etichettare i prodotti provenienti dagli insediamenti illegali israeliani come il terzo evento antisemita più grave del 2015, e che ha indicato come gli eventi antisemiti più gravi del 2016, sia la risoluzione delle Nazioni unite che condannava Israele per la costruzione di insediamenti, sia l’astensione dal voto dell’amministrazione Obama.

Il voto interno all’Ihra su questa definizione è stato tutt’altro che lineare. Alcuni paesi hanno sostenuto la sola definizione di base, non gli esempi applicativi, e – secondo i regolamenti – per la decisione era necessario un consenso unanime. Eppure, elementi di forza, tra cui Marc Weizmann, hanno creato l’impressione che l’intera definizione fosse stata accettata dall’Ihra, e questa interpretazione si è imposta come la verità. Da quel momento, gli stati membri hanno iniziato ad adottarla a loro volta e, contemporaneamente, a promuoverla presso enti pubblici e privati: dalle città e dalle università alle squadre di calcio e alle compagnie aeree.

IL RISULTATO è stato catastrofico. La possibilità di parlare e protestare contro le politiche israeliane è diventata sempre più limitata, perché, per definizione, quasi ogni critica politica a Israele o al sionismo può essere interpretata come antisemita. Il filosofo israeliano Adi Ophir l’ha definita «una Cupola di Ferro discorsiva». E non c’è nemmeno bisogno di attivarla ogni volta: la sua sola esistenza produce un effetto paralizzante. Dopotutto, chi vorrebbe esporsi al rischio di un’accusa di antisemitismo? Inoltre, Israele e i suoi sostenitori sono riusciti a spostare il terreno della discussione. Non si parla più dell’apartheid, della Nakba, dell’occupazione e dell’annessione (anche prima del genocidio), ma della legittimità stessa di discuterne: se farlo sia lecito o se sia, in realtà, un’espressione di antisemitismo.

Logica distorta

Qual è, dunque, il meccanismo operativo di questa «Cupola di Ferro» discorsiva? La definizione di antisemitismo dell’Ihra include una definizione di base piuttosto macchinosa: «L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti. Le manifestazioni retoriche e fisiche di antisemitismo sono dirette verso le persone ebree, o non ebree, e/o la loro proprietà, le istituzioni delle comunità ebraiche e i loro luoghi di culto».

Poiché è praticamente impossibile ricavare chiarezza da una formulazione così ambigua – che, proprio per la sua ambiguità, fa più male che bene – sono stati aggiunti undici esempi esplicativi. Sette di questi riguardano Israele: in pratica, la definizione finisce per identificare l’antisemitismo di oggi soprattutto con la critica politica a Israele, e non con l’ostilità, la discriminazione e la violenza contro gli ebrei nel mondo.

C’è poi un secondo problema. La definizione separa l’antisemitismo da qualsiasi contesto universale: lo tratta come un fenomeno a sé stante, non collegato ad altre manifestazioni di discriminazione, razzismo e odio. Di conseguenza, anche la lotta contro l’antisemitismo viene disancorata da trattati e organismi internazionali pensati per combattere questi fenomeni. Come se l’antisemitismo fosse un fenomeno sui generis, un’eccezione che trascende ogni altro problema di razzismo, discriminazione e odio. In altre parole, il presupposto diventa una sorta di «supremazia ebraica» nella gerarchia delle lotte antirazziste.

MA IL NODO più grave è l’identità che questa definizione costruisce tra ebraismo e sionismo. Uno degli esempi allegati afferma che «negare il diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione» e «definire Israele come un progetto razzista» costituirebbe di per sé una forma di antisemitismo. Ne deriva che l’opposizione al sionismo sarebbe necessariamente antisemitismo, perché essere ebrei implicherebbe essere sionisti. È così che, ad esempio, il primo ministro Benjamin Netanyahu e il genero e confidente di Donald Trump, Jared Kushner, hanno interpretato la definizione e l’hanno pubblicizzata su scala globale.

La logica che sostiene tutto questo è completamente distorta. Negare agli ebrei un diritto riconosciuto a ogni popolo – il diritto all’autodeterminazione – è presumibilmente discriminante e dunque antisemita. Ma come può Israele rivendicare una simile pretesa, quando esso stesso nega l’autodeterminazione a un altro popolo, quello palestinese, che non dispone certo di un documento analogo capace di “proteggere” il modo corretto in cui se ne dovrebbe parlare nel mondo?

E poi: l’accusa di razzismo contro uno Stato viene ripetuta ogni giorno contro molti paesi. Perché allora, quando si muovono le stesse accuse nei confronti di Israele – accompagnandole con prove empiriche solide e ragionamenti convincenti – ciò dovrebbe diventare antisemitismo? Le affermazioni secondo cui Israele mantiene un regime di apartheid o ha commesso un genocidio sono antisemite perché imputano razzismo a Israele, o sono descrizioni fattuali, realistiche e accurate?

INOLTRE, esistono molti ebrei – inclusi israeliani, tra cui l’autore di queste righe – che vivono e praticano la propria identità ebraica proprio nella critica a un regime ritenuto razzista e violento, e nel tentativo di trasformarlo radicalmente per un futuro migliore, tanto per gli ebrei quanto per i palestinesi. È accettabile che una definizione internazionale possa dichiarare illegittima questa identità e qualificarla come antisemita? Spetta davvero a istituzioni e stati stabilire come gli ebrei debbano realizzare la propria identità ebraica? Un intervento del genere sfiora già, di per sé, l’antisemitismo.

A ciò si aggiunge un altro punto che rende la definizione Ihra così problematica: l’idea che qualsiasi «doppio standard» verso Israele sia antisemita. È un’affermazione infondata, perché non esiste uno standard internazionale unico per misurare l’intensità della critica agli Stati. Come si può stabilire se le critiche contro gli Stati uniti durante il Vietnam, contro la Francia durante la guerra d’Algeria, contro il Sudafrica dell’apartheid o contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina siano state “equivalenti” – per intensità e diffusione – a quelle rivolte a Israele durante il genocidio di Gaza? E se non lo fossero, perché questa differenza dovrebbe diventare prova di antisemitismo?

Del resto, l’azione politica, per sua struttura, concentra energie su alcune cause e non su altre. Eppure, secondo la logica della definizione Ihra, chi dedica le proprie energie alla lotta per i diritti dei palestinesi criticando Israele viene esposto all’accusa di antisemitismo: «Hai già condannato Siria, Cina, Arabia saudita, Sudan…?». Se la risposta è no, allora devi tacere su Israele, altrimenti verrai etichettato come antisemita.

Trasformare il significato del concetto di antisemitismo

Tutto ciò suggerisce che la natura della definizione dell’Ihra sia tendenzialmente proiettiva. Ciò che Israele si consente – negare l’autodeterminazione ad altri e rivendicare privilegi nel codificare il discorso critico contro di sé – lo vieta agli altri. Lo si vede anche nella parte che qualifica come antisemitismo qualsiasi accenno a una somiglianza tra le azioni di Israele e quelle dei nazisti. Eppure, leader come Trump e molti altri sono stati paragonati ai nazisti; e anche ebrei e israeliani l’hanno fatto – come il grande intellettuale israeliano Isaiah Leibowitz, che parlò di «giudeo-nazisti» a proposito dei coloni negli insediamenti in Cisgiordania, o l’ex capo dello Shin Bet Avraham Shalom, che paragonò alcune forme di controllo israeliano alle forme di controllo naziste in Europa.

In Israele stesso, fin dalla fondazione dello Stato, l’analogia con i nazisti è stata spesso utilizzata contro i palestinesi e i loro leader. Di recente, molte personalità pubbliche israeliane, tra cui il ministro delle finanze Bezalel Smotrich, hanno definito tutti i palestinesi «nazisti» per sostenere che nessuno di loro possa essere considerato innocente. Anche qui, ciò che Israele si permette viene proibito ai suoi oppositori.

LA LOGICA e lo spirito di questa definizione hanno trasformato il significato stesso del concetto di antisemitismo e l’importanza della lotta contro il fenomeno. La lotta contro l’antisemitismo nasce per proteggere una minoranza vulnerabile, e talvolta i suoi diritti, dalla tirannia dello Stato e della maggioranza. Ora, invece, la «lotta contro l’antisemitismo» viene impiegata come strumento potente da Israele come Stato e dagli ebrei al suo interno per vessare i palestinesi, un gruppo con diritti parziali o senza diritti, fino al punto di tentare di eliminarli.

Il danno prodotto da questa definizione e dal suo spirito è incommensurabile ed è documentato in numerosi articoli e in diverse banche dati complete. Non solo ha reso il discorso pubblico sulla Palestina estremamente cauto nella migliore delle ipotesi, e quasi impossibile nella peggiore. Ha anche permesso, per esempio, alla destra americana di coltivare un discorso apertamente antisemita senza che l’attenzione si concentrasse su di esso: perché il “vero” problema diventa «l’antisemitismo della sinistra islamista anti-israeliana».

Gli esempi sono noti: dai manifestanti di Charlottesville nel 2017 che gridavano: «Gli ebrei non ci sostituiranno», espressione diretta della teoria antisemita e cospirazionista della “sostituzione” prevalente nella destra americana; fino a figure come Nick Fuentes, negazionista dell’Olocausto che ha dichiarato di «amare Hitler» e di opporsi al «giudaismo talmudico», recentemente intervistato nel podcast – seguitissimo – di Tucker Carlson.

Oggi vediamo tutta la pericolosità di questa definizione nel modo in cui l’amministrazione Trump la utilizza, mentre la maggior parte delle principali organizzazioni ebraiche negli Stati Uniti (e anche in Europa), nel quadro del loro sostegno a Israele, continua a sostenerla. Già nel dicembre 2019 Trump ha applicato agli ebrei la Sezione 6 dell’American Civil Rights Act, che proibisce la discriminazione, attraverso un decreto presidenziale; e ha definito la discriminazione proibita sulla base della definizione Ihra.

LA DEFINIZIONE è stata utilizzata anche nel recente attacco agli istituti di istruzione superiore e nelle reazioni alle proteste contro il genocidio a Gaza. Molte università sono state obbligate ad adottare la definizione Ihra come strumento per la revisione dei programmi accademici. Due dei principali studiosi della Columbia University – Marianne Hirsch, studiosa dell’Olocausto, e Rashid Khalidi, storico della Palestina – si sono rifiutati di insegnare nell’attuale anno accademico, temendo azioni disciplinari basate sulla definizione.

La definizione dell’Ihra ha suscitato un’enorme opposizione in tutto il mondo e diverse definizioni alternative sono state formulate al suo posto. Una di queste è la Jerusalem Declaration on Antisemitism (Jda) – della quale sono stato tra i promotori e redattori – che offre un approccio completamente diverso che separa, salvo prova contraria, la discussione critica su Israele e il sionismo dall’antisemitismo – poiché una tale sovrapposizione può certamente esistere, ma richiede prove concrete.

Collega, inoltre, la lotta contro l’antisemitismo alla più ampia lotta contro il razzismo e la discriminazione. La Jda è attualmente firmata da circa 400 studiosi di settori pertinenti e rappresenta in gran parte ciò che è accettato negli ambienti accademici e contribuisce persino, in casi concreti, a contrastare la definizione dell’Ihra, principalmente nelle università.

Un altro gruppo che ha formulato una definizione alternativa a quella dell’Ihra è un gruppo di accademici e attivisti della costa occidentale degli Stati uniti, chiamato Nexus Group. Va ricordato, come hanno sostenuto i critici, che anche queste definizioni affondano le radici anche in una posizione altrettanto problematica: l’idea che l’antisemitismo abbia uno status speciale e che sia l’unico fenomeno che richiede una definizione internazionale, formulata da ebrei ed europei, con l’effetto di limitare il modo in cui palestinesi e loro sostenitori parlano di Israele. Nel frattempo, non esiste una definizione equivalente capace di limitare il modo razzista e genocida in cui molti ebrei israeliani e altri parlano dei palestinesi.

QUESTO PUNTO è stato affrontato da un’altra definizione: la New Jersey Statement on Antisemitism and Islamophobia, che collega l’antisemitismo all’islamofobia e fa riferimento anche al pregiudizio antipalestinese. Non è però altrettanto nota né gode di un ampio sostegno politico. E, in realtà, nella maggior parte dei paesi non c’è nemmeno bisogno di una definizione specifica di antisemitismo: le leggi contro il razzismo, l’incitamento all’odio e la discriminazione sono sufficienti. Se queste definizioni hanno un’utilità, è soprattutto in ambito educativo.

È comunque interessante notare che, sullo sfondo del genocidio di Gaza, accanto al rafforzamento del sostegno alla definizione Ihra e al suo spirito nella destra americana e globale, compaiono anche segnali di indebolimento in altri ambienti. Il Brasile si è recentemente ritirato dall’Ihra, dove aveva lo status di osservatore. Il partito tedesco Die Linke ha adottato la Dichiarazione di Gerusalemme e molte organizzazioni si oppongono alla definizione Ihra.

A tutto ciò si aggiunge il passo, necessario e coraggioso, del sindaco di New York Zohran Mamdani, che ha annullato la validità della definizione in città, ha separato l’antisemitismo dalle dure critiche a Israele e dall’opposizione al sionismo e ha riportato il dibattito sull’antisemitismo al suo posto, insieme a tutte le altre forme di discriminazione e odio. Una mossa tanto necessaria quanto urgente, soprattutto in questi giorni in cui i palestinesi sono sottoposti a una lotta genocida su più fronti per la loro stessa esistenza.

Yishar Koyach (dall’ebraico e dall’Yiddish, «ben fatto») Zohran.

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Amos Goldberg è professore di studi dell’Olocausto e del genocidio presso il Dipartimento di Jewish History and Contemporary Jewry dell’Università Ebraica di Gerusalemme. Insieme al politologo Bashir Bashir ha curato per Columbia University Press «The Holocaust and the Nakba: A New Grammar of Trauma and History» (New York, Columbia University Press, 2018),  edizione italiana «Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma» (Milano: Zikkaron, 2023).

15 Gennaio 2026Permalink

13 gennaio 2026_ Dichiarazione della famiglia Trentini dopo la liberazione di Alberto

famiglia di Trentini: ‘Notizia attesa da 423 giorni, grazie a tutti’

“Prigionia ha lasciato in Alberto e in noi ferite difficilmente guaribili”

12 gennaio 2026, 06:48

Redazione ANSA

ANSACheck

“Alberto finalmente è libero! Questa è la notizia che aspettavamo da 423 giorni! Ringraziamo tutti quelli che hanno reso possibile, anche lavorando nell’invisibilità, la sua liberazione”.

Lo afferma la famiglia Trentini, con l’avvocata Alessandra Ballerini.
“Tutti questi mesi di prigionia hanno lasciato in Alberto e in noi che lo amiamo ferite difficilmente guaribili, adesso avremo bisogno di tempo da trascorrere in intimità per riprenderci.

Ringraziamo tutti per esserci stati vicini, ma vi chiediamo di rispettare il nostro silenzio e la nostra riservatezza. Ci sarà tempo per trovare le parole giuste per raccontare fatti e accertare responsabilità. Oggi vogliamo solo pace. Grazie!”, aggiungono i Trentini.

13 Gennaio 2026Permalink

9 gennaio 2026 – Un appunto per me da non dimenticare: papa e ambasciatori

Leone XIV agli ambasciatori confessa la sua paura perché stanno saltando le regole comuni: «Multilateralismo e diritto umanitario»                                 di Franca  Giansoldati

Il quinto secolo Papa Leone non lo vede poi così distante rispetto a quello che sta succedendo oggi. Usa il De Civitate Dei scritto da Sant’Agostino per ricordare che come allora «siamo in un’epoca di profondi movimenti migratori, di profondo riassetto degli equilibri geopolitici e dei paradigmi culturali». Papa Prevost agli ambasciatori accreditati in Vaticano confida di essere assai preoccupato per l’indebolimento delle regole comuni, dal multileralismo al diritto umanitario, mentre cresce in parallelo una orwelliana omologazione culturale.

In un altro passaggio rammenta in cosa consiste l’obiezione di coscienza. «Non è una ribellione, ma un atto di fedeltà a sé stessi. In questo particolare momento storico, la libertà di coscienza sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani. Tale libertà stabilisce, invece, un equilibrio tra l’interesse collettivo e la dignità individuale, sottolineando che una società autenticamente libera non impone uniformità, ma protegge la diversità delle coscienze, prevenendo derive autoritarie e promuovendo un dialogo etico che arricchisce il tessuto sociale».

9 Gennaio 2026Permalink