12 maggio 2022 –    In una foto  il “no alla guerra”  (da L’Osservatore Romano)

Un’emozione di anni lontani che luna fotografia dal Vietnam rinnova implacabilmente nel dolore per le sporche guerre dei giorni nostri

Kim e Nick la guerra la conoscono bene. Vietnam, 8 giugno 1972: fuoco sul villaggio di Trang Bàng, 40 chilometri a ovest di Saigon. Dall’alto cadono bombe al napalm. Nick Ut “ferma” in uno scatto la disperazione della piccola Kim Phúc Pahn Thi che corre, avvolta dal napalm, con i vestiti evaporati per il fosforo.

Quella fotografia è diventata una delle immagini più iconiche della storia del Novecento.

Quasi mezzo secolo dopo eccoli qui, insieme, Kim e Nick, in piazza San Pietro, con Papa Francesco. A dire che la guerra è una follia. Per questo hanno donato al Pontefice una copia, con le loro due firme, della foto che da cinquant’anni dice “no alla guerra”.

E quel “no alla guerra” che arriva dal Vietnam, Papa Francesco lo ha rilanciato, stamani, accogliendo due giovani donne che stanno conoscendo gli orrori di un altro conflitto, stavolta in Ucraina. Sono le mogli di militari ucraini del battaglione Azov asserragliato nell’acciaieria di Mariupol. Francesco, alzandosi in piedi, ha stretto le loro mani nel gesto della preghiera.

Già, la guerra. Racconta Kim che oggi ha 59 anni: «A distanza di mezzo secolo, da sopravvissuta, mi permetto di dire che non vogliamo la guerra ma la pace perché il mondo ha bisogno di pace». E proprio con questo impegno per la pace stanno lavorando, sempre insieme, al documentario La bambina del napalm.

«Quella mattina piovevano bombe sul villaggio, scappavano tutti» ricorda Nick, oggi 71 anni, che era in prima linea come fotoreporter. «Ho visto una bomba far esplodere una pagoda: pensavo che dentro non ci fosse nessuno invece, tra il fumo, ho intravisto la nonna di Kim che stringeva un bimbo, morto fra le sue braccia. E subito dopo ho visto Kim che urlava “aiutatemi!”. Ho smesso di fotografare dopo uno scatto, “quello” scatto: dovevo agire. Ho preso l’acqua e gliel’ho gettata addosso. Ho caricato tanti bambini sul furgone e li ho portati all’ospedale».

Rientrato nel suo ufficio a Saigon, Nick sviluppò la foto divenuta subito «lo scatto che racconta la guerra in Vietnam». Vinse anche il premio Pulitzer.

Essenziale il racconto di Kim: «Quell’immagine continua a ricordarmi che ho perso la mia infanzia. Solo col tempo, però, ne ho compreso il valore. All’inizio l’ho odiata, ci vedevo un’umiliazione: una bimba esposta al mondo mentre, nuda, grida disperata. Sono stata anche aiutata, curata: 14 mesi di ospedale e 17 operazioni chirurgiche, senza pagare nulla».                                                                                                                                                                        di GIAMPAOLO MATTEI

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2022-05/quo-107/in-una-foto-il-no-alla-guerra.html

12 Maggio 2022Permalink

5 marzo 2022 — Leggendo Donatella De Cesare — No alle armi

04 marzo 2022 Guerra Ucraina-Russia, Di Cesare: “Non si aiutano ucraini dandogli armi” – Donatella Di Cesare

La filosofa cita l’opera di Kant del 1795: “Se in Europa non c’è pace perpetua, ci sarà nei cimiteri”
“Non si aiutano gli ucraini armandoli: è semplicemente questa la mia posizione. E l’Europa, che celebra una riunificazione in armi, in realtà nasconde il proprio fallimento”. Parlando con l’Adnkronos, è netta la filosofa Donatella Di Cesare nel sottolineare le proprie “posizioni pacifiste, ci tengo moltissimo a dirlo e a esserlo”, anche nei confronti di una guerra “raccontata attraverso una narrazione semplicistica: l’idea che tutto sia iniziato con l’invasione russa. Certo, chi non condannerebbe la Russia partendo soltanto da questo ‘antefatto’? Invece, bisognerebbe indagare un po’ più in profondità, andare indietro nel tempo, a prima della guerra, a cosa l’ha determinata”, aggiunge la professoressa di filosofia teoretica dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma, molto criticata dopo le sue affermazioni di ieri sera a ‘Piazza Pulita’ su La7.
Ciò che mancano e invece servirebbero, secondo la Di Cesare, sono “le voci della politica e della diplomazia che chiedano la pace: un’unificazione in armi, infatti, è una sconfitta e non la vittoria tanto celebrata dell’Europa. Vivo con dolore e angoscia le vicissitudini degli ucraini, ma penso che non si possa aiutare il popolo con le armi o mandando legionari. Non mi sarei mai aspettata una simile presa di posizione da parte dell’Italia e della Germania, non solo per la loro dipendenza energetica dalla Russia, ma anche per i legami culturali e politici che nel tempo avevano creato. Penso ad esempio al convegno su Kant a Kaliningrad (l’ex città di Königsberg, dove il filosofo tedesco era nato) in programma per il prossimo anno e che è stato annullato: un fatto grave quanto la cancellazione a Milano del corso su Dostoevskij di Paolo Nori. Evidentemente anche i morti fanno paura”.
A proposito di Kant, conclude, “mi viene in mente uno dei suoi testi più importanti, ‘Per la pace perpetua’, opera dal titolo ambiguo, che gioca con il riferimento alla quiete dei defunti nei camposanti. Se non ci sarà la pace perpetua in Europa, se la diplomazia non tenta di sostituirsi alle armi, ci sarà quella perpetua nei cimiteri”.
(di Cristiano Camera)

5 Marzo 2022Permalink

4 marzo 2022 – Indossare l’elmetto….o no?

04-03-2022 Non indossiamo l’elmetto! – di: Domenico Gallo

«Ecco gli elmi dei vinti / e quando un colpo / ce li ha sbalzati dalla testa / non fu allora la disfatta / fu quando obbedimmo / e li mettemmo in testa». Questa poesia di Bertold Brecht è il miglior commento possibile al momento drammatico che stiamo vivendo in perfetta incoscienza.

Da quando è iniziata la tragedia della guerra, il 24 febbraio, non è esploso soltanto un conflitto fondato sulla violenza delle armi. È dilagato in tutt’Europa lo spirito nefasto della guerra, si è materializzata l’immagine del nemico ed è iniziata una mobilitazione bellica della comunicazione, della cultura, delle coscienze. La condanna secca e senza appello dell’aggressione russa all’Ucraina si è trasformata velocemente nell’acritica accettazione della logica della guerra. Di fronte a questo disastro, segno tangibile del fallimento della politica di sicurezza e cooperazione in Europa, le principali forze politiche, non solo in Italia, con il conforto del fuoco di sbarramento unanime dei mass media, hanno assunto il linguaggio della guerra e si sono esercitate in una guerra delle parole contro il nemico. Lo spirito di guerra comporta una divisione manichea dell’umanità, per cui tutto il male sta dalla parte del nemico e tutto il bene dall’altra. Il dissenso non è tollerato perché giova al nemico. Così l’ex deputata europea Barbara Spinelli è stata additata come filoputiniana per aver scritto su Il Fatto Quotidiano che «il disastro poteva forse essere evitato, se Stati Uniti e Ue non avessero dato costantemente prova di cecità, sordità, e di una immensa incapacità di autocritica e di memoria» e il corrispondente della RAI Marc Innaro è stato oggetto dei fulmini del PD per aver osservato: «Basta guardare la cartina geografica per rendersi conto che chi si è allargato negli ultimi trent’anni non è stata la Russia, è stata la NATO». Ma il linciaggio mediatico più velenoso è quello effettuato contro l’ANPI e il suo Presidente, Gianfranco Pagliarulo, reo di aver scritto – in un comunicato precedente all’invasione russa – che «l’allargamento della Nato a Est è stato vissuto legittimamente da Mosca come una crescente minaccia». Non sono ammesse critiche sugli indirizzi di ordine politico che ci hanno fatto passare dallo smantellamento della guerra fredda, frutto delle scelte di disarmo e di distensione della politica di Gorbaciov, a una nuova corsa al riarmo e al confronto politico militare con la Russia di Putin, adesso drammaticamente sfociato in una guerra “calda” con l’invasione dell’Ucraina. Anzi non solo non sono ammessi ripensamenti, ma addirittura c’è la consacrazione di quelle scelte al punto che il segretario del PD, Enrico Letta, in una recente intervista a La Stampa ha dichiarato: «Quello che è successo dimostra che la Nato doveva fare entrare l’Ucraina prima. E che l’alleanza atlantica serve perché la democrazia va difesa».

Insomma la politica ha indossato l’elmetto ed è scesa simbolicamente in guerra. Però questa settimana è stata superata un’ulteriore soglia, col passaggio dalle parole alle azioni di guerra. Il presidente del Consiglio Draghi nelle sue comunicazioni alle Camere, il 1 marzo, ha motivato la decisione di inviare armi al Governo ucraino, con queste parole: «L’Italia ha risposto all’appello del presidente Zelensky, che aveva chiesto equipaggiamenti, armamenti e veicoli militari per proteggersi dall’aggressione russa. È necessario che il Governo democraticamente eletto sia in grado di resistere all’invasione e difendere l’indipendenza del Paese. […] La minaccia portata oggi dalla Russia è una spinta a investire nella difesa più di quanto abbiamo mai fatto finora». In sostanza la lezione che il Governo trae da questi fatti è che bisogna incrementare la corsa agli armamenti. L’unica opzione esistente – secondo Draghi – è «scegliere se farlo a livello nazionale oppure europeo». Lo scenario che si prefigura è quello della costruzione di un’Europa come potenza militare, armata fino ai denti, che costruisce le relazioni con i suoi vicini fondate sull’intimidazione invece che sul dialogo e la cooperazione: insomma la guerra fredda permanente.

Quello che non è stato spiegato al Parlamento e all’opinione pubblica è che la legge italiana sulla neutralità (regio decreto n. 1415 del 1938, All. B, art. 8) vieta di fornire armi ai paesi in guerra. La ragione è semplice: chi fornisce armi a un paese in guerra partecipa al conflitto e quindi non può essere più considerato neutrale. Con l’invio di uno stock imprecisato e secretato di armamenti e di mezzi bellici, l’Italia abbandona la neutralità e diviene un paese belligerante, sia pure per interposta persona. Insomma, armiamoci e partite! Queste forniture – ha scritto la rivista militare Analisi Difesa – ci rendono a tutti gli effetti “belligeranti” contro la Russia. Si tratta di un atto di ostilità in senso tecnico, che come tale è stato percepito dalla Russia. In nota ripresa dalla Tass il ministero degli Esteri russo dichiara: «Coloro che sono coinvolti nella fornitura di armi letali alle forze armate ucraine saranno responsabili delle conseguenze di queste azioni».

Come si vede si tratta di una scelta gravida di conseguenze imprevedibili. Dalla doverosa condanna dell’ingiustificabile aggressione russa, siamo passati – sia pure ambiguamente – alla partecipazione al conflitto armato. Quasi senza accorgercene ci hanno calato in testa l’elmetto e arruolato nella guerra contro la Russia. In questo modo si alimenta il conflitto e si rende più impervia la strada per una soluzione negoziata. E quel che è ancora più grave si crea un’ulteriore pericolo di escalation della guerra, rendendo più probabile il coinvolgimento della NATO. E allora togliamoci gli elmetti prima che un colpo fatale ce li sbalzi dalla testa.

NOTA: L’articolo che ho copiato da Adista, è pubblicato oggi sul sito del magistrato Domenico Gallo.

4 Marzo 2022Permalink

19 marzo 2021 – Lamento in memoria di alcune galline

Numerose galline sono morte nello scoppio e nel crollo di una parte del manufatto che le ospitava.

La Procura di Pordenone ha aperto un’inchiesta. Indagini in corso da parte dei Carabinieri: i carri armati impegnati nell’esercitazione – sarebbero almeno 4 – sono stati posti sotto sequestro. La zona dove si trova l’allevamento è alla prima periferia del paese. Da quanto apprende l’ANSA, l’incidente si è verificato durante un’esercitazione notturna della Brigata Pozzuolo del Friuli, in cui erano impegnati congiuntamente il Genova Cavalleria e i Lagunari di Venezia. I militari non si sarebbero accorti immediatamente dell’errore perché il colpo non ha innescato alcun incendio. Le indagini della Procura di Pordenone dovranno chiarire perché il “Blindo centauro” ha sparato in direzione del centro abitato, visto che l’area riservata ai tiri si trova in direzione opposta. Ad accorgersi dell’incidente sono stati stamani i titolari dell’azienda agricola, che non riuscivano a darsi una spiegazione del danno al capannone e del decesso delle galline e hanno chiesto ai Carabinieri della Compagnia di Spilimbergo di intervenire. I militari dell’Arma, che erano informati dell’esercitazione notturna, hanno collegato gli elementi e risolto quello che sembrava un giallo.

Così la notizia pubblicata dall’ANSA cui seguono alcune mie considerazioni (link in calce)

Un carro armato dell’Esercito, impegnato in un’esercitazione di tiro in un poligono riservato alle Forze Armate sul torrente Cellina, ha sbagliato mira e ha centrato un allevamento di galline di Vivaro (Pordenone).
L’incidente si è verificato nel pomeriggio di ieri, ma i titolari dell’azienda agricola si sono accorti degli ingenti danni provocati dal colpo soltanto stamani, entrando nel capannone.

Le mie considerazioni

  1. Penso che le esercitazioni a tiro meritino la considerazione dei giochi del luna park dove si valuta ciò che ne consegue (sia il riscontro premiale di un lecca-lecca o di un pupazzo).
    Non sto proponendo una distribuzione di lecca lecca a chi ha fatto fuoco ma pensavo che ci fosse una verifica sull’esito del tiro altrimenti che esercitazione è?
    E se verifica c’è stata e nessuno ha denunciato la strage di pollame come mai i carabinieri si sono allertati richiamati dai proprietari del capannone che se ne sono accorti al mattino successivo (e buon per loro che non avevano pollame a casa loro).
  2. Devo dedurne:
    a – che i responsabili del tiro avevano verificato ed erano scappati come un qualsiasi         automobilista che crea un incidente;
    b  – che i responsabili del tiro non avevano fatto verifica alcuna come in un tirassegno   giocattolo (a prescindere dai possibili costi umani per fortuna non intervenuti pensavo   che  anche la gestione dei carri armati avesse un costo);
    c) –  ho letto di interventi di animalisti in difesa e tutela  di orsi, lupi ecc. ecc.
    Un piccolo pianto sulle galline atrocemente defunte no?
    d) – passando dal nazionale all’internazionale ricordo che i 3 febbraio 1998 avvenne la strage   del Cermis causata da un elicottero americano partito dalla base di Aviano.
    Allora non si trattava di una esercitazione ma di una abitudine  giocosa dei piloti a  passare    sotto  i cavi della funivia.
    Era andata bene tante volte  quel giorno andò male almeno per i cavi , la cabina distrutta
    ecc. ecc. e    il danno collaterale di 20 morti.
    I due piloti che avevano giocato male furono immediatamente riportati a casetta loro
    prima che la giustizia italiana potesse bloccarlihttps://www.ansa.it/friuliveneziagiulia/notizie/2021/03/18/carro-armato-sbaglia-mira-e-centra-allevamento-galline_b87d1a21-01a6-47a3-8dfb-df8c9743e05a.html
19 Marzo 2021Permalink

27 ottobre 2020 – Cominciò nel 2001

«Costruiamo una sola umanità!»: il 27 ottobre, XIX Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico 

redazione 25/10/2020, 08:09

La Giornata  ecumenica del dialogo cristiano-islamico nasce dall’iniziativa di un gruppo di intellettuali, religiosi e professori universitari che nel 2001, all’indomani della tragedia delle Torri gemelle, decise di lanciare un appello al dialogo con l’islam. «Noi, cristiane e cristiani di diverse confessioni e laici, impegnati da anni nel faticoso cammino del dialogo coi musulmani italiani o in un lavoro culturale sull’islam – recitava il primo appello – crediamo che l’orrendo attentato di New York e Washington costituisca una sfida non solo contro l’Occidente ma anche contro quell’islam, largamente maggioritario in tutto il mondo, che si fonda sui valori della pace, della giustizia e della convivenza civile».

I promotori intendevano scongiurare «un allarme preoccupante», ossia che quanto accaduto potesse «mettere in discussione o rallentare il dialogo con i fratelli musulmani, compagni di strada sul cammino della costruzione di una società pluralista, accogliente, rispettosa dei diritti umani e dei valori democratici».

La Giornata giunge nel 2020 diciassettesima edizione e che, da alcuni anni, ricorre il 27 ottobre “nello spirito di Assisi”: il primo e grande incontro mondiale delle Religioni per la pace, voluto da papa Giovani Paolo II nel 1986 nella città umbra.

L’appello dei promotori per questa edizione rileva il fatto che: «dopo 19 anni siamo ancora a parlare di dialogo cristiano-islamico come fosse la prima volta. Ma molto è cambiato. Il nostro è stato un cammino importante e positivo. Il pensiero va ai tanti amici e amiche del dialogo che hanno costruito centinaia di iniziative dal nord al sud del paese, a chi non c’è più e a chi ha percorso con noi un pezzo di strada. E come il primo giorno sentiamo forte il bisogno di riscoprire l’umanità che tutti ci unisce. E come il primo giorno sentiamo forte il bisogno di impegnarci contro le guerre, la produzione delle armi e contro l’ingiustizia sociale che nega il lavoro, le cure mediche, distrugge l’ambiente e ogni spiritualità basata sul riconoscersi fratelli e sorelle con un’unica Madre Terra da amare e difendere».

La pandemia del covid-19 è stato «un segnale forte per tutta l’umanità – scrivono gli organizzatori -.  Ci ha detto con chiarezza che non siamo onnipotenti e che abbiamo bisogno gli uni degli altri per costruire una vita degna di essere vissuta. Occorre superare ogni discriminazione e affermare sempre che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”(art. 3 Costituzione). Occorre fermare la guerra e la produzione di armamenti».

questa pagina è possibile leggere l’appello integrale..

https://www.ildialogo.org/cEv.php?=http://www.ildialogo.org/cristianoislamico/2020_1595665407.htm

27 Ottobre 2020Permalink

24 ottobre 2020  – Incontro per la pace. Il grande imam di Al-Azhar

Nota di augusta: in un momento
di tante e confuse informazioni diverse
 per fortuna c’è Adista

Incontro per la pace/Imam Al-Tayeb: «La globalizzazione della fratellanza umana»

Redazione 21/10/2020, 23:11

ROMA-ADISTA. Il grande imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, non era presente all’incontro di preghiera per la pace «Nessuno si salva da solo. Pace e fraternità» promosso dalla Comunità di sant’Egidio ieri pomeriggio al Campidoglio. Ha però inviato un messaggio, che è stato letto da Mohamed Abdel Salam Abdellatif, segretario generale dell’Alto Comitato per la Fratellanza umana.

«Il mondo sta vivendo da quasi un anno un incubo terrificante a causa dell’epidemia di Coronavirus. Neanche uno stato è sfuggito alle sue ripercussioni, nessun popolo è sfuggito, nessuna economia si è salvata dai suoi effetti devastanti, e quanto sono più pesanti le ferite del cuore. Ciò che aggrava la dolorosa realtà è la vista di questi milioni di rifugiati, sfollati, senzatetto e vittime di zone di conflitto. Questa epidemia ha peggiorato le loro terribili condizioni in assenza della necessaria assistenza sanitaria. Allo stesso modo, interi popoli non sono stati in grado di affrontare l’epidemia.

Nonostante tutti questi rischi posti dal Coronavirus, c’è un’altra antica epidemia che si rinnova, che pensavamo sarebbe scomparsa di fronte a un pericolo che minacciava l’intera umanità, l’epidemia della discriminazione e del razzismo, una malattia che colpisce ed erode la coscienza umana. Ma, anziché osservarne la scomparsa, siamo stati scioccati nel vedere nuove forme di discriminazione a causa del Coronavirus, al punto che abbiamo sentito appelli ad abbandonare alcuni gruppi di persone al loro destino per offrire le cure prioritariamente ad altre persone, abbiamo sentito voci che chiedono di testare il vaccino su un certo gruppo di persone, sono voci che attestano solo la disumanità da parte di chi le pronuncia.

Oggi, ci aspettiamo con il mondo intero che gli sforzi scientifici siano coronati dal successo nella ricerca di un farmaco che ci salvi da questo incubo che sta per completare un anno dalla sua apparizione, mentre continua a uccidere l’umanità.

Vorrei riaffermare che la cura per l’odio umano e il razzismo è quell’antidoto che sgorga dal cuore delle amare esperienze che abbiamo vissuto e che prova colui che è dotato di una coscienza viva. Questo antidoto è la fratellanza umana, in cui vedo una solida immunità capace di affrontare le epidemie intellettuali e morali.

Il concetto di fratellanza umana non significa che ci accontentiamo di accettare l’altro, ma piuttosto che ci battiamo per il suo bene e la sua sicurezza, ci rifiutiamo di discriminarlo a causa di qualsivoglia differenza, e che non risparmiamo sforzi nel diffondere questi alti principi tra la gente.

Illustri partecipanti,

Il nuovo ordine mondiale ha promosso il concetto di globalizzazione e ci ha promesso che avrebbe portato per il mondo intero i valori della libertà, della giustizia e dell’uguaglianza, che rappresentano valori umani veramente meravigliosi. Tuttavia, abbiamo presto scoperto, purtroppo, che questi nobili valori hanno portato all’umanità sfruttamento disumano con l’esclusione del diverso, l’imposizione di un unico modello culturale, l’eliminazione delle identità, la rivendicazione del diritto alla tutela dei popoli, la pretesa dell’esistenza di un modello culturale unico adatto all’umanità, mentre modelli diversi sarebbero diventati una reliquia della storia. La globalizzazione è così caduta nell’equivoco e nella contraddizione tra i proclami e la realtà della gente, portando delle ricadute ancora più malvagie delle epoche più buie. Abbiamo visto cadere questi valori quando il mondo ha preferito ignorare popoli interi costretti all’esodo e vittima di uccisioni e della morte per fame come è il caso per i Rohingya che sono stati abbandonati alla loro sorte in mare aperto.

L’avvento del Coronavirus ha annunciato al mondo la morte della globalizzazione che aveva diviso il mondo, separato gli esseri umani, allontanato la morale e i valori, emarginato la religione. Oggi è giunto per noi il momento di adottare una nuova globalizzazione, basata sulla fratellanza umana, che promuova l’uguaglianza di tutti gli esseri umani quanto a diritti e doveri, che radichi la convivenza sociale e si impegni al rispetto delle specificità e delle identità religiose e culturali, che fermi la corsa agli armamenti e reindirizzi le centinaia e migliaia di miliardi spesi per le armi verso l’istruzione, l’assistenza sanitaria e la ricerca scientifica. Allora, e soltanto allora, potremo far fronte ai disastri e alle epidemie e saremo più forti di fronte alle varie crisi.

Dinanzi a questa crisi asfissiante abbiamo, come dotti e religiosi appartenenti alle diverse religioni, il ruolo importante di far ritornare i popoli alla religione e al suo messaggio autentico che innalza i valori umani, che sono stati emarginati e abusati, ed accusati spesso di essere la causa del terrorismo e dell’estremismo, e dopo che l’ateismo e le filosofie mondane e materiali sono riuscite ad oscurare ciò che implicano i messaggi celesti, ossia il bene, l’amore, la pace.

Lasciatemi commentare qui l’orrendo omicidio a Parigi.

Nella mia veste di sheykh di al-Azhar dichiaro davanti a Dio onnipotente che io dissocio me stesso e i precetti della religione islamica e gli insegnamenti del profeta Maometto – su di lui la pace e la benedizione di Dio – da questo peccaminoso atto criminale e da tutti coloro che perseguono questa ideologia perversa e falsa. Allo stesso tempo confermo che insultare le religioni e abusare dei simboli sacri sotto lo slogan della libertà di espressione, rappresenta una forma di ambiguità intellettuale e un esplicito appello all’immoralità. Questo terrorista e la sua gente non rappresentano la religione di Maometto – su di lui la pace e la benedizione di Dio – proprio come il terrorista neozelandese che ha ucciso i musulmani nella moschea non rappresenta la religione di Gesù, la pace sia su di lui.

Permettetemi di esprimere nuovamente la mia stima a Papa Francesco, Papa della Chiesa Cattolica, per la sua importante enciclica Fratelli Tutti, che ha offerto una diagnosi molto precisa circa la realtà del mondo e le sue malattie, e lo ha fatto da punti di vista differenti e sotto diversi aspetti, con questo coraggioso concetto umano, che aiuta gli amanti del bene e della pace a formarsi una nozione completa sulle sofferenze della “fratellanza umana” e le aspettative di raggiungerla.

Egregio pubblico!

Curiamo insieme le ferite dell’umanità, e riscopriamo i valori della misericordia, la giustizia e la tolleranza… Facciamo ritornare alla gente il sorriso strappato dalle guerre e i conflitti… Forse questi sogni sono ambiziosi ma la loro concretizzazione non è difficile per Dio Altissimo, se crediamo in Lui e nella fratellanza umana, alla quale siamo stati chiamati, e alla necessità di seminarla nelle anime delle nostre società e le generazioni future».

https://www.adista.it/articolo/64357?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=email_this&utm_source=email

 

24 Ottobre 2020Permalink

31 luglio 2020 – Hanno occhi per vedere e non vedono, hanno orecchi per udire e non odono (Ez. 12, 2). Per fortuna c’è chi vede e ascolta

Ricevo la segnalazione che trascrivo dall’amico Božidar  Stanišić , insegnante e scrittore,  che nel 1992 fuggì da Maglaj, la sua città il luogo, sfondo del racconto che segue) .
Oggi è cittadino italiano, autore anche dall’articolo che mi ha segnalato.     [fonte 1]
Non è la prima storia, fattami conoscere da Božidar e non solo: fa parte di storie che si infilano nella mia posta per canali oscurati, ignorati dai media più diffusi.
Io le pubblico nel mio blog per far memoria di un filo che almeno per me e qualche altro lettore non vuole spezzarsi e pretendere di essere, e di poter essere anche in futuro, testimonianza della  storia che si sviluppa sotto i nostri occhi e non vogliamo vedere        [fonte 3]                                                 

Bosnia Erzegovina: tre ex soldati, un messaggio di pace

Il documentario “Maglaj – guerra e pace” parla di tre ex soldati di Maglaj – un serbo, un croato e un bosgnacco – che nella guerra del 1992-95 avevano combattuto l’uno contro l’altro, e oggi di nuovo vivono nella stessa città e lavorano insieme per costruire un futuro migliore

30/07/2020 –  Božidar Stanišić

Alla fine di maggio di quest’anno ho ricevuto un invito, a dire il vero inaspettato, dal Centro per la costruzione della pace “Karuna”  di Sarajevo per partecipare alla proiezione di un film documentario intitolato “Maglaj – rat i mir  ” [Maglaj – guerra e pace]. Una proiezione online naturalmente, cioè “a distanza”, a causa del coronavirus. Non sapevo che il film fosse stato realizzato già nel 2018, ma non è mai troppo tardi per le buone notizie. E un’altra buona notizia è che in Bosnia Erzegovina questo documentario già da qualche tempo è qualcosa di più di una semplice testimonianza della guerra combattuta tra il 1992 e il 1995 in un paese che ancora oggi è lontano dal raggiungere una riconciliazione e dall’elaborare un progetto concreto per il futuro.

Tre ex comandanti, un unico messaggio

“Mi chiamo Marko Zelić, sono un ex membro del Consiglio di difesa croato”.

“Mi chiamo Rizo Salkić, mi chiamano Italiano. Sono un ex membro dell’Armija della Bosnia Erzegovina”.

“Mi chiamo Boro Jevtić, sono un ex membro dell’Esercito della Republika Srpska”.

Maglaj Guerra e Pace
Regia e sceneggiatura: Alen Ćosić, Will Richard, Asmir Muratović
Direttore della fotografia: Asmir Muratović
Scenografie: Alen Ćosić
Costumi: Alen Ćosić
Tecnico del suono: Asmir Muratović
Montaggio: Asmir Muratović
Produzione: OSCE Mission in BiH

Vai al tralier del docufilm                                                 [fonte 2]

Prima della guerra Marko, Rizo e Boro erano amici, lavoravano nella stessa fabbrica. Nella nostra guerra fratricida divennero nemici. Poi una volta finita la guerra, tornarono ad essere amici. E con questo documentario, il cui titolo allude al titolo dell’immortale romanzo di Tolstoj, mandano un chiaro messaggio a tutti i cittadini della Bosnia Erzegovina (compresi quelli della diaspora) che il futuro del loro paese passa attraverso la costruzione della convivenza e della pace. Prima di loro nessun partecipante diretto alle guerre in ex Jugoslavia ha mai compiuto un gesto simile.

Il film “Maglaj – guerra e pace” lancia un messaggio e un monito anche all’intera regione, soprattutto alle giovani generazioni, sull’assurdità dei disastri provocati dalle guerre e distruzioni, ma anche sull’importanza della convivenza e del dialogo.

Finora non abbiamo mai visto né generali né politici né presidenti delle ex repubbliche jugoslave fare una cosa simile (se si esclude il breve periodo all’inizio del XXI secolo in cui al potere erano due politici inclini al dialogo: Ivo Josipović e Boris Tadić), e ora in un documentario apparentemente modesto possiamo ascoltare un dialogo tra tre ex soldati, tre protagonisti di uno stesso microcosmo bellico. E il microcosmo di Maglaj era maledettamente interessante. Prima i serbi avevano combattuto contro i croati e i bosgnacchi, poi i croati avevano combattuto contro i bosgnacchi, e infine i croati e i serbi si erano schierati contro i bosgnacchi. Tutto questo su un fazzoletto di terra. La città di Maglaj subì un assedio da parte delle forze serbe e croate che si protrasse per nove mesi, durante i quali veniva costantemente bombardata.

La scintilla ispiratrice del film

Alen Ćosić, regista e sceneggiatore del film “Maglaj – guerra e pace” spiega come è nato e come è stato accolto questo documentario.

“Il film Maglaj – rat i mir è stato realizzato su iniziativa della missione Osce in Bosnia Erzegovina  , dove lavoro come program officer. Ho conosciuto i tre protagonisti del film quando lavoravo come traduttore dall’inglese per le forze dell’Ifor (battaglione danese) che tra il 1995 e il 2004 erano impegnate nell’implementazione dalla parte militare degli Accordi di Dayton sul territorio di Maglaj, Doboj e Žepče. L’idea del film è nata durante le attività messe in atto dall’Ufficio temporaneo della missione Osce a Maglaj, aperto a seguito delle alluvioni che colpirono Maglaj nel maggio 2014, e durante la collaborazione con i tre comandanti alla realizzazione di alcuni progetti della missione Osce volti alla costruzione della riconciliazione e della convivenza sul territorio dei comuni di Maglaj, Doboj e Žepče. Con Boro Jevtić, presidente del municipio di Bočinja, collaboriamo ormai da qualche anno per favorire il rientro dei serbi a Maglaj; con Marko Jevtić abbiamo collaborato all’epoca in cui era presidente del consiglio comunale di Maglaj per combattere la discriminazione nelle scuole nei comuni di Maglaj e Žepče, e Rizo Salkić l’ho conosciuto quando lavorava come ufficiale di collegamento responsabile delle operazioni di sminamento umanitario avviate dopo la guerra.

Durante i nostri incontri e momenti di socializzazione spontanei molto spesso abbiamo parlato della guerra sul territorio di Maglaj, delle azioni belliche e delle sofferenze patite da tutte e tre le parti [coinvolte nel conflitto]. Ci siamo spesso recati sulle [ex] linee del fronte e abbiamo parlato delle operazioni militari viste dalla loro prospettiva. Ho pensato: se loro tre – che avevano ricoperto posizioni di alto livello nei rispettivi eserciti, guidando grandi brigate e combattendo l’uno contro l’altro durante i quattro anni di guerra da queste parti – sono in grado di parlare così apertamente, allora sarebbe ottimo riprendere tutto con una videocamera per trasmetterlo agli altri. L’ho proposto ai dirigenti dell’Osce e mi hanno dato il via libera per realizzare questo progetto.

Le prime proiezioni del film a Maglaj e Doboj, organizzate dalla missione Osce in Bosnia Erzegovina, sono state, a mio avviso, gli eventi più partecipati del periodo post-bellico e rappresentano uno dei rari esempi di dialogo sulle vicende belliche vista da tale prospettiva. Le sale cinematografiche a Maglaj e Doboj (Maglaj si trova nel territorio della Federazione BiH e Doboj nell’altra entità del paese, la Republika Srpska) erano stracolme di gente. Successivamente abbiamo organizzato proiezioni del film, seguite da discussioni a cui hanno partecipato i tre protagonisti, anche in altre città della Bosnia Erzegovina, e anche il Centro per la costruzione della pace Karuna usa questo documentario nelle sue attività volte alla costruzione della pace. Il film è stato presentato al Sarajevo Film Festival dello scorso anno. Dopo la presentazione del film ai diplomatici di stanza a Sarajevo e dopo la partecipazione [dei tre protagonisti del film] a una trasmissione sull’emittente televisiva N1, la storia del film e dei suoi protagonisti è stata riportata da Reuters e dal New York Times. Eravamo intenzionati a continuare a promuovere il film e l’idea che sta alla sua base, a presentarlo in tutta la regione, ma anche nei paesi in cui vive una consistente comunità bosniaco-erzegovese. Tuttavia, dopo lo scoppio dell’epidemia di coronavirus, abbiamo temporaneamente sospeso le nostre attività…”.

Le parole dei protagonisti di Guerra e pace

“Noi sappiamo che quella guerra era puro interesse e che in quella guerra la gente comune era una vittima collaterale. Quando è iniziata quella maledetta guerra nessuno di noi pensava che sarebbe potuta durare così a lungo. Pensavamo che sarebbe stata più breve e meno intensa, che non avrebbe portato via così tante vite, che non avrebbe comportato tanta violenza. Quel che è accaduto è accaduto. Molte persone, soprattutto giovani, non sono consapevoli delle conseguenze della guerra. Ne siamo usciti distrutti. Abbiamo perso le nostre famiglie. Molti se ne sono andati dalla Bosnia, e continuano ad andarsene a causa della situazione creatasi [dopo la guerra]. La guerra è guerra. Al massimo il 5-10% della popolazione voleva quella guerra. Gli altri non hanno avuto alcuna voce in capitolo e sono stati semplicemente spinti alla guerra…”. (Rizo Salkić)

“Forse può sembrare un po’ strano sentire una storia in cui tre combattenti induriti dalla guerra e dalle vicende belliche oggi parlano di pace e portano con loro un messaggio di riconciliazione, in tutta la Bosnia Erzegovina, e nella regione. Ognuno di noi deve sentire quella pace nel cuore e nell’anima. Quindi non si tratta di una pace artificiale, così come non è artificiale nemmeno l’amicizia tra noi tre che proveniamo dalla stessa città. È vero che abbiamo combattuto l’uno contro l’altro. Durante la guerra io e Rizo abbiamo combattuto contro Boro. Poi le circostanze sono cambiate e Boro e io abbiamo combattuto contro Rizo, e poi di nuovo io e Boro abbiamo combattuto contro Rizo, e già questa frase rispecchia l’assurdità della guerra…”. (Marko Zelić)

“La guerra è una grande ingiustizia, un’assurdità, una cosa inutile. La gente pensava: entriamo in guerra, spariamo un po’, poi torniamo a casa. Ma quando le persone hanno cominciato a morire, quando abbiamo cominciato a perdere i nostri cari… È la più grande tragedia! Non dobbiamo permettere che accada di nuovo. Noi tre insieme, non è una messinscena. È qualcosa che viene dall’anima. Lo abbiamo fatto perché ne abbiamo sentito il bisogno. Non ci aspettavamo che [il film] avrebbe attirato così tanta attenzione. L’idea era quella di fare qualcosa per la nostra città. Cercare di smuovere la situazione dal punto morto e dire che la guerra non deve accadere mai più. Se dovessimo dare retta ai politici accadrà di nuovo, ma non dobbiamo permetterlo…”. (Boro Jevtić)

Dopo tutto

Tutti noi, rimasti lì o sparsi per il mondo, ormai da anni riceviamo notizie che parlano soprattutto dell’acuirsi delle divisioni su base etnica e religiosa; dell’allontanamento culturale e linguistico; di vari guerrafondai, vecchi e nuovi, e profittatori di guerra, ma anche di quelli che sfruttano ampiamente una “transizione” infinita; della revisione della storia e della glorificazione di quelli che hanno perso la Seconda guerra mondiale; di “eroi” che in realtà sono criminali di guerra; dei media facilmente corruttibili; di nazionalismo e sciovinismo come le principali (e per molti vantaggiose) tendenze politiche e sociali.

In questo contesto, il film “Maglaj, rat i mir” appare come una viva testimonianza del fatto che in Bosnia Erzegovina, e nell’intera regione, la Ragione e il Bene non sono del tutto scomparsi, sono stati relegati in secondo piano, quindi marginalizzati. Mentre guardavo questo documentario mi chiedevo se in qualche modo fosse possibile proiettarlo in tutte le scuole in Bosnia Erzegovina, nella regione e, perché no, in Europa.

Ma forse sto solo fantasticando?

Per concludere cito le parole di Amra Pandžo, direttrice del centro Karuna che, rincuorata dalle reazioni positive del pubblico presente alle proiezioni del film, ha affermato: “In Bosnia Erzegovina, a quanto pare, esistono due mondi paralleli: uno è quello che vediamo sui media, e l’altro è quello abitato da persone comuni, che passano il tempo nei loro soggiorni, sui loro divani, mangiando grah o pasulj [due termini, croato e serbo, che indicano fagioli]. La prima Bosnia Erzegovina vive nelle assurde e accese polemiche tra le élite politiche decadenti della regione, mentre la seconda chiama con Viber un vecchio compagno di scuola che vive nell’altra entità, o in un altro paese, e parla con lui come non riesce a fare con nessun altro. Dal momento che cerco sempre di sottolineare la coesione che esiste tra i cittadini e le cittadine della Bosnia Erzegovina, e che può essere ulteriormente sviluppata, spesso mi criticano, dicendomi che ‘la realtà è un’altra’. Non so chi vive nella realtà e non pretendo di conoscere alcuna verità superiore, ma mi accompagnano le incredibili storie di cittadini e cittadine bosniaco-erzegovesi che fanno del loro meglio per evitare che gli anni Novanta si ripetano. Forse non hanno una coscienza politica abbastanza sviluppata da poter dare il proprio voto ai politici meno inclini a provocare conflitti; sono sicuramente schiacciati dalla povertà e non sono capaci di percepire il mondo in una prospettiva di lungo termine, né tanto meno sono in grado di separare le loro ansie e paure dalle decisioni che prendono. Tuttavia, nelle piccole città della Bosnia Erzegovina vivono persone calorose che fanno sì che uno straniero, dopo aver ascoltato le loro storie sincere, vi chieda: ‘Com’è possibile che qui ci sia stata una guerra?’”.

NOTE   

[fonte 1]  https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Bosnia-Erzegovina-tre-ex-soldati-un-messaggio-di-pace-203606

Il 23 maggio 2014 Božidar  Stanišić mi aveva segnalato un articolo di Paolo Rumiz, che ricordava una terribile alluvione che aveva interessato la stessa città, pubblicato nel mio blog
https://diariealtro.it/?p=3078

[fonte 2]            https://www.youtube.com/watch?v=OdHSWIHjxZw

[fonte 3]
L’11 marzo avevo trascritto alcune storie di donne, precedentemente pubblicate da Ho Un Sogno,  fra cui quella di sua moglie SK, che era fuggita con lui e il figlio M. che allora aveva nove anni

8 marzo 2011 – Donne sotto traccia 1

31 Luglio 2020Permalink

10 giugno 2020 — Comunicare in una ‘lingua cugina’

Božidar Stanišić, scrittore bosniaco fuggito dal suo paese per aver rifiutato di partecipare alla guerra civile e ora cittadino italiano, ci regala una sua intervista

https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&cad=rja&uact=8&ved=2ahUKEwjGi4Km9PbpAhVI1qYKHcy0C3sQtwIwAHoECAEQAQ&url=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DnZxShs0siS0&usg=AOvVaw0xYOS-0Ijy871vD0XgYX1o

 

 

10 Giugno 2020Permalink