18 luglio 2021 – Ho letto e non ho potuto far altro che appropriarmi di un testo straordinario.

Mauro Caruso  Ex Redattori LAMBDA    24 dicembre 2017  ·

INTERVISTA DI NATALE A GIUSEPPE DI 83 ANNI E ARMANDO 85 ANNI.

Vorrei chiedervi innanzitutto di presentarvi con parole vostre, avete tutto il tempo che volete… comincia tu Armando…

Armando: Allora mi chiamo Armando, sono del 32, tengo 85 anni, sono meridionale, di Foggia, i miei contadini erano, insomma non è che se la passavano tanto bene, eravamo 4 figli, papà lavorava in campagna, tenevamo un pezzo di terra e campavamo così… sai, le galline, tenevamo il maiale… i fichi, un poco di grano e si campava, quando io facevo la terza elementare è scoppiata la guerra… che io stavo da una zia a Foggia per studiare… e sono cominciati i guai: soldi niente, quello che facevamo in campagna se lo portavano all’ammasso, galline non ne tenevamo più, papà è andato in Africa e non ne abbiamo saputo più niente… che mica era come adesso… che stanno tutti i telefonini… allora non ci stava niente…

Papà e morto nel 42, in guerra… ma noi l’abbiamo saputo alla fine del 43… quando io tenevo undici anni, mamma, povera donna, che poteva fare? … che noi quattro eravamo, quella si ammazzava in campagna e poi la sera faceva le maglie… ma noi non è che tenevamo tanto da mangiare e poi sai fino al 46 stavamo proprio male… abbiamo fatto proprio la fame, io alla scuola non c’ero andato più e avevo cominciato pure io a lavorare in campagna però si campava male.

Dopo il 46, quando sono venuti gli americani le cose un poco sono cambiate… ma c’era pure tanta miseria… allora, nel 46, quando tenevo 14 anni non è che mi potevo mettere a pensare all’amore… che si doveva campare… io proprio non ci pensavo alle altre cose… Nel 48, quando tenevo 16 anni ho passato l’esperienza brutta, mo’ non so se la devo dire o no… be’… insomma … stava lì uno dei capi, quando stavamo a lavorare in campagna, questo prima m’aveva dato una pagnotta e un fiasco di vino e poi voleva che io andavo con lui, ma io non ci volevo andare, ma sono venuti lui e altri due e non c’è stato niente da fare e ci sono dovuto stare per forza, m’hanno caricato di botte e poi hanno fatto quello che volevano loro… Madonna mia come mi sono sentito dopo… ma manco ai cani una cosa simile, quelli erano come le bestie… io tenevo paura ma quelli ti potevano proprio ammazzare… e io non sapevo che fare… e che fai torni a casa e lo dici a mamma… ma tu te lo immagini?

… Ma io poi là non ci volevo tornare più, volevo andare ai carabinieri, ma tenevo paura che quelli poi si vendicavano sulla famiglia, hai capito? E non li ho denunciati… ma io una soluzione la dovevo trovare… ma allora tenevo solo 16 anni… allora sapevo che c’era uno del paese di papà, un mezzo parente nostro che teneva una cava di tufo… e l’ho detto a mamma per non farla preoccupare e me ne sono andato a piedi fino al paese, ho fatto 40 chilometri a piedi, e sono andato alla cava, là stava una polvere che non ti dico… sai con i mezzi di allora… e quello m’ha pigliato a lavorare là, ma pigliavo meno di quello che pigliavo in campagna, però erano gente onesta… da mangiare non ce ne stava per nessuno e io là dentro ero il più piccolo… e quello che potevano gli altri me lo davano a me… e io campavo così, uno di là dentro, penso eh… non lo so… ma penso che uno di là dentro pure mi aveva messo gli occhi addosso… ma era un’altra cosa… qualche cosa c’era, mi trattava bene ma non è che ha mai fatto proposte… insomma forse io pure un poco di corda gliel’ho data… ma insomma non è successo niente… e che potevo pensare all’amore in un posto come a quello? Qualcuno là degli operai era pure un bel ragazzo… però, che vuoi fare… mica mi potevo arrischiare… ah!

Una cosa… io ero gay, mo’ che parola che ci siamo imparati… tutta roba americana… e va be’… insomma ero gay pure prima che quelli facessero quello che hanno fatto… ma io non avevo dato mai corda a nessuno quando stavo in campagna… quelli erano proprio loro che erano delinquenti… alla cava no! Là a qualcuno un poco di corda gliel’avevo data pure io… io stavo sempre solo… eh! Che poi alla cava quelli che tenevano famiglia la sera se ne tornavano a casa e quelli come a me, stavano la pure la notte… ci stava un capannone di lamiera e stavamo la sotto tutti quanti, ma eravamo quelli giovani… 18/20 anni così… tu qualche cosa la potevi pure vedere, che non è che si vergognavano tanto… però insomma non è che ti potevi mettere a fare le cose tue in faccia a tutti… quando dovevi fare quello che tutti i ragazzi lo fanno te ne dovevi andare fuori la notte, dicevi che dovevi fare i bisogni e ti stavi fuori cinque minuti… così era…Insomma sono stato sette anni a lavorare alla cava, fino a 23 anni… nel frattempo i fratelli miei s’erano fatti grandi… quelli erano tutti più grandi di me io ero il più piccolo e lavoravano già… allora ho sentito che si poteva andare a lavorare al nord… era l’estate del ’55, io non tenevo né arte né parte, ma ci stava uno di Milano che stava cercando persone per lavorare là… che lui teneva una fabbrica… mi sono legato la valigia di cartone e me ne sono partito per Milano… allora poi arrivare da Foggia a Milano era come andare al polo nord… arrivo là, una cosa che non capivo niente, me ne vado all’indirizzo della fabbrica di quel signore, una cosa piccolina ma una fabbrica vera… e chi ti trovo che faceva la fila davanti alla porta? … A questo mi trovo… mi trovo a Peppino mio!

Io tenevo 23 anni e lui ne teneva 21, appena appena maggiorenne, che allora si diventava maggiorenni a 21 anni… me lo guardo, lui mi guarda e mi fa un sorriso… Madonna mia… che là nessuno m’aveva fatto un sorriso… e lo vedi come siamo noi… io sono proprio meridionale e lui era il ragazzo del nord.. biondo con gli occhi chiari… io non l’avevo mai visto uno così… un tedesco sembrava… be’ insomma era bello… e mo’ il resto glielo fai raccontare a lui…

Giuseppe: Io mi chiamo Giuseppe A. ho 83 anni, un po’ mal portati… sono nato in un paesetto vicino Padova… e allora il Veneto non era il Veneto di oggi… allora c’era la miseria nera. Io sono del 34… eravamo 9 figli, io ero il quinto, proprio in mezzo, ma nel 44 la famiglia mia è stata distrutta, non dalla guerra ma dalla polmonite, è morta mamma e 4 fratelli, due più grandi e due più piccoli di me, mio padre era morto due anni prima e a 10 anni sono andato a fare il garzone di latteria per guadagnare due soldi, partivo la mattina prestissimo, alle cinque, e dovevo accompagnare il padrone che andava per le stalle a raccogliere il latte. In pratica per me solo lavorare… altro niente… a 16 anni m’era sembrato che mi piaceva una ragazzina… ma io non capivo niente… vedevo che lo facevano tutti e pensavo che lo potevo fare anch’io… insomma quando lei m’ha detto che ci sarebbe stata io le ho detto che non era una ragazza per bene e che io volevo sposare una ragazza illibata… insomma, facciamola corta! E’ stata la prima balla che ho raccontato… Perché io l’avevo visto che non mi tirava a pensare alle ragazze, mentre invece ai maschietti sì… eh! Va bene… da noi una cosa interessante c’era… che i ragazzi andavano tutti a fare il bagno al fiume… e lì costume non ce n’era o almeno molti non ce l’avevano… si faceva la nuotata e poi ci si asciugava al sole e non erano mica ragazzini piccoli… no, no… c’era dai 16 ai 20 e pure di più… praticamente sono stati gli anni più belli della mia vita… lavoravo da cani, mi pagavano poco ma di ragazzi nudi ne vedevo tutti i giorni… certo dovevo stare attento… perché, tu lo sai eh… che succede quando ti trovi in una situazione del genere… ma io mi ero organizzato bene… insomma guardavo senza farmi vedere, c’avevo proprio i posticini miei, me li ero proprio studiati… e be’, e che vuoi fare? Se c’è la spinta si aguzza l’ingegno… poi nel 55 m’hanno mandato a Milano e lì ci siamo incontrati… ecco, in breve questa è la storia…

E a Milano che vita avete fatto?

Giuseppe:  E chiaro… sempre la vita dei morti di fame: in quattro in una stanza coi letti a castello, la sveglia alle cinque del mattino e il rientro a casa, se la poi chiamare casa, alle cinque del pomeriggio. In pratica vivevi solo la domenica… il resto lavoravi e basta!

Armando: Lo vedi mo’ come s’è fatto vecchio! Quello quando doveva uscire con me si faceva bene bene la barba, si metteva a posto i capelli… che allora ce li facevano portare cortissimi, perché alla fabbrica i capelli lunghi non li potevi tenere e s’era comprato pure una bottiglietta di lavanda, una piccola, che costava poco, però se ne veniva tutto profumato… e qualche volta andavamo al cinema, uscivamo tutte le domeniche e stavamo a chiacchierare tutte le sere ma prima di arrivare a capirci ci abbiamo messo più di un anno… allora era difficile, molto difficile e la storia l’ha cominciata lui… lui si credeva che era uno fine e se n’è uscito proprio secco secco… “ma tu per quelle cose là come fai?” Io non avevo capito niente, avevo pensato per fare i bisogni, e gli ho detto che andavo alla latrina… che quando ci sta la necessità uno non è che si può trattenere… e lui poi m’ha detto: “Ma quando lo fai a che cosa pensi?” … E a che cosa dovevo pensare? Non lo so io, ma tu quando vai al gabinetto a che cosa pensi? … e allora lui mi dice che lui quando lo faceva pensava a un bel ragazzo… e io dicevo: “Ma questo che dice? Fosse un poco fuori di cervello…”, poi m’ha detto: “Ma non è che tu quando fai certe cose pensi alle ragazze?” E allora a me mi s’è accesa la lampadina… allora ho capito! …

L’ho guardato fisso fisso e gli ho detto: “Non ho capito bene, scusa, puoi ripetere?” E lui ha detto: “Niente, niente, è cosa da niente…” e allora gli ho preso la mano e gliel’ho stretta e gli ho detto: “Peppì… e a quale ragazzo pensi quando fai quelle cose?” E lui m’ha detto: “Quello sei tu… però…” e stava cominciando col però… che quello è l’uomo del però. Io gli ho detto: “E lo sai a chi penso io quando faccio quelle cose?”. Lui m’ha detto “A me…” e qua ho fatto proprio una cosa da delinquente… gli ho detto: “No!”… Madonna mia come c’è rimasto male… però poi ho aggiunto subito: “Però da oggi comincio a pensare a te… se a te sta bene!”, lui m’ha detto: “Veramente?” e io gli ho stretto la mano forte forte… ecco così è successo. … Mo’ però facciamo una pausa… ripigliamo dopo, mo’ mi sono stancato un poco, la vuoi una cosa da bere?

(…) Allora adesso ho capito come vi siete conosciuti, quando tu avevi 23 anni e lui 21… e va bene, ma proprio la vita vostra vostra come è stata?

Armando: E come volevi che fosse noi soldi non ne tenevamo proprio, si campava, ma non è che si poteva pensare di fare altro, alla stanza dove stavamo eravamo in quattro… quello che ci mancava a noi era di potercene stare un poco per i fatti nostri… che noi pure ce ne avevamo bisogno… non è che volevamo fare chissà che cosa… però almeno un bacetto glielo volevo dare… però non si poteva fare neanche quello, e poi noi allora parlavamo tanto e pure di sesso, e sì, pure di sesso e lui mi raccontava tutte quelle cose di quando andavano al fiume coi compagni suoi e sai com’è… non è che sono cose che ti lasciano indifferente, io sapevo che lui con me ci sarebbe stato, come lui sapeva che ci sarei stato io… ma proprio non tenevamo il posto… che poi a noi metterci a fare certe cose dentro i gabinetti non ci piaceva proprio, che quello pure… come ti voglio dire… pure per fare un poco di sesso ci vuole un poco di tranquillità non è che fai così una cosa correndo correndo… ci vuole pure un poco di tenerezza, insomma ci si deve pure coccolare un pochettino… o no?Allora c’è venuta l’idea di andare a starcene per conto nostro. Noi non volevamo prendere una stanza in casa di altre persone, noi volevamo una casetta pure piccolissima ma nostra… una stanzetta sola… ma quando chiudi la porta ci stai solo tu… prima abbiamo visto un po’ in giro, poi s’è liberato un appartamentino… un buchetto proprio, una cosa che l’avevano ricavata all’ottavo piano togliendo le fontane del lavatoio… che prima a quella casa là il lavatoio stava sul tetto… l’ascensore non ci stava ma noi allora eravamo giovani e otto piani di scale si potevano pure fare. La cameretta era piccola ma tutto attorno ci stava la terrazza condominale e con ci veniva mai nessuno… Abbiamo fatto il contratto… che coi soldi ci stavamo pelo pelo e poi ci siamo trasferiti là… e quello era il paradiso nostro… che noi per quello ce l’eravamo presa la casetta là sopra.. e mo’ che ti devo raccontare? Mo’ mi metti a disagio… facevamo le cose che si fanno e che vuoi che facevamo… la cosa più bella non era nemmeno il sesso, no, la cosa più bella era quando faceva freddo l’inverno… che là ci faceva un freddo da morire, le finestre non chiudevano bene e riscaldamento non ce ne stava… che oggi nemmeno se l’immaginano e noi che facevamo… ci mettevamo dentro il letto, mettevamo sopra i cappotti e tutti i vestiti pesanti e si abbracciavamo stretti stretti, be’ poi stava pure tutto il resto… però era pure bello stare abbracciati… ma proprio per sentire meno freddo… che Peppino allora era proprio bello… mo’ che vuoi fare… ma allora era bello… che lui del nord è e a me i ragazzi come a lui mi sono sempre piaciuti tanto… mo’ insomma, mo’ te l’abbiamo detta la storia, mo’ queste cose qua le lasciamo perdere…

Giuseppe:  Digli della scuola…

Armando: Sì, sì… a un certo punto, mi pare che era il ’63 o il ’64… insomma è uscita una legge che si poteva fare la scuola media pure se lavoravi, si faceva il corso la sera e poi si faceva l’esame e noi l’abbiamo fatto, andavamo a scuola la sera, quando non ci stavano i ragazzini… c’erano i professori che ti spiegavano le cose e alla fine abbiamo pigliato la terza media… e là un poco le cose sono cambiate…Io al ‘64 tenevo 32 anni e lui 30, non è che eravamo più tanto giovanotti però la terza media l’avevamo pigliata e allora c’è venuto in mente di fare la scuola serale di perito elettrotecnico, noi pensavamo che era una cosa come la terza media ma allora si studiava… e insomma siamo stati cinque anni che la sera ce ne andavamo alla scuola appena finito il lavoro e stavamo là fino alla undici. Eh… era difficile! Certe volte siamo stati a studiare, a cercare di capire ma non si capiva proprio… mo’ la facciamo breve.. alla fine il diploma ce lo siamo pigliato che era il ’69… allora ancora i pezzi di carta valevano e alla ditta nostra siamo passati come periti… e lo stipendio era tutta un’altra cosa… e allora c’è venuto in testa che la casa ce la potevamo comprare, non quella ma una un poco meglio, una di due stanze, e l’abbiamo pigliata e, come ha voluto Dio, l’abbiamo pure pagata che non è mica tanto che l’abbiamo finita di pagare, poi sai erano i mutui vecchi, c’è stata la svalutazione e non era una cosa così pesante da pagare…

E la gente di voi sa?

Armando:  Mo’ che ti devo dire… se non sono stupidi… non è che te lo dicono… però io penso che l’hanno capito, ma a noi nessuno c’ha mai rotto le scatole… abbiamo fatto la vita nostra e basta… certo non è che andavamo abbracciati in mezzo alla strada… poi ci siamo fatti vecchi e ce ne siamo andati in pensione… mo’ si sopravvive… come Dio vuole… neanche tanto male… a noi non ci manca niente…

Avete timori per il futuro?

Armando: E certo, figlio mio, come fai a on avere timori per il futuro, noi vecchi siamo, un po’ di salute c’è ancora ma piano piano se ne sta andando pure quella… guarda a me non è che mi fa paura tanto la morte… quando l’idea che prima o poi o io o lui dobbiamo restare soli, allora quello è peggio della morte… ma come faccio io a campare senza Peppino? … non è possibile proprio, noi tutta la vita siamo stati insieme e mo’ speriamo il Padre eterno ci deve fare morire insieme, non è una cosa strana… io con Peppino c’ho passato la vita insieme… non è cosa solo di sesso…Noi abbiamo fatto tutto insieme, e mo’ vogliamo pure morire insieme, se il Padre eterno ci fa la grazia… solo quello preghiamo noi… la vita bella l’abbiamo fatta, mo’ è ora che ci mettiamo da parte… ma dimmi un poco… ma tu tutta questa storia nostra che ci devi fare? Perché quella non serve a niente… quella è importante per me e per Peppino… be’ comunque fanne quello che vuoi tu…

Ti vorrei chiedere un’ultima cosa, ma Peppino come ha reagito al fatto che tu sei stato violentato?

Armando: Io non sapevo come dirglielo, ma in un modo o nell’altro glielo dovevo dire e poi gliel’ho detto…

Giuseppe: Ma perché quelli che ci conoscono ci fanno sempre questa domanda? Scusa, scusa… io non mi arrabbio mica e a dirlo non ci metto niente… io ho pensato a come deve essere stato lui in una situazione simile e a come ci sarei rimasto io se fosse toccata a me… quando me l’abbracciavo pensavo che dovevo farlo sentire bene… tutto qua… ma ci stanno i delinquenti e non ci puoi fare niente… ci stanno! E basta!

Armando: Peppi’ digli la storia di quel ragazzo…

Giuseppe: E certo… quando noi eravamo grandi… 40 anni più o meno, c’hanno detto di un ragazzo che faceva la vita… che batteva va’… che l’avevano picchiato di brutto… questo ragazzo era non so che… mezzo parente di uno che lavorava da noi… e quello ce l’ha detto… e ha detto che non sapeva dove mandarlo perché a casa sua non se lo poteva portare perché c’aveva figli ragazzi e non voleva che stesso a contatto con quello… insomma ce lo siamo preso noi, c’aveva 21 anni era maggiorenne per fortuna, è venuto a stare da noi regolarmente, gli abbiamo dato l’altra stanza…Insomma era un bravo ragazzo, i primi tempi aveva paura di noi… si pensava chissà che cosa… poi quello che temeva lui non è successo e sì è affezionato… e noi abbiamo fatto tutta una famiglia, poi sai, piano piano gli abbiamo trovato un posto da noi alla fabbrica, s’è rimesso a studiare e ha finito gli studi… pensa che quando l’hanno pestato stava al terzo anno di filosofia, che uno così… e era pure un bel ragazzo, come gli poteva venire in testa di andarsene in giro di notte!

Ma lui pensava solo ai quattrini.. eh sì… insomma s’è laureato e se n’è andato a insegnare nelle scuole… e noi abbiamo fatto finta di essere due genitori e siamo andati a trovarlo a scuola… ma che bel professore che era! Con la giacchetta… con gli occhialetti, proprio serio serio… adesso ha più di cinquant’anni e sta con un amico suo… un po’ come stiamo noi… ogni tanto ci sentiamo… quindi noi un po’ siamo stati pure papà… Era dura prima eh! … e senza Armando sai che fine facevo io? …

Armando: Statti zitto! Ma sempre a dire stupidaggini! Che se non ci stavi tu io adesso dove stavo?

18 Luglio 2021Permalink

18 agosto 2016 – Polemica sul burkini di Tahar Ben Jelloun

Polemica sul burkini, il corpo delle donne nuovo simbolo della paura francese  (ansa)

L’intervento. Colpito e ferito, il Paese ha fatto della laicità un principio irrinunciabile. E questo alcuni musulmani non riescono a capirlo                                                     di TAHAR BEN JELLOUN

Il giudice di Nizza ha invocato lo stato di emergenza, dichiarato in Francia dopo l’attentato di Nizza che ha fatto 85 morti e decine di feriti, e ha dato ragione al sindaco di Cannes per aver vietato il burkini sulle spiagge. C’è una tensione palpabile tra la comunità musulmana e il resto della popolazione che, pur sapendo perfettamente che i terroristi che agiscono in nome dell’islam non sono veri musulmani, confonde terrorismo e islam.  È in questo contesto che è scoppiato il caso burkini. Il primo ministro Manuel Valls ha subito reagito appoggiando il divieto di indossare questo costume da bagno definito “fondamentalista”. L’associazione contro l’islamofobia ha immediatamente sporto denuncia e aspetta che la Corte di cassazione si pronunci a favore dell’indumento. La Corte emetterà il verdetto tra un mese, ma da qui ad allora le spiagge non saranno più frequentate.

Il divieto di indossare il burkini è la prosecuzione logica del divieto di indossare il burqa integrale. La Francia ha votato questa legge e vuole essere coerente con i suoi principi.

È bastato questo a scatenare polemiche che ancora una volta mettono l’islam all’indice. La paura o addirittura l’odio per quella religione continua a crescere tra la popolazione che non si sente più sicura nella vita quotidiana. Se la Francia è stata attaccata molte volte è, in parte, anche perché ha votato la legge contro l’uso del velo integrale. Dei musulmani hanno protestato dicendo che si trattava di una questione di libertà e che ognuno ha il diritto di vestirsi come vuole, citando l’esempio di Londra, dove i musulmani non vengono perseguitati per questioni di abbigliamento.

Il corpo della donna resta uno dei punti focale del discorso dei fondamentalisti. Un corpo che non deve essere visto. Un corpo che bisogna velare, nascondere, negare: il burkini è semplicemente una versione “light” del burqa.

Il burkini avrebbe potuto non suscitare reazioni di ostilità, ma dal 7 gennaio 2015, il giorno del massacro della redazione di Charlie Hebdo, la Francia è traumatizzata. Ogni manifestazione che può ricordare certe regole religiose viene respinta, specialmente adesso che sono sempre più numerosi gli intellettuali musulmani che prendono la penna per denunciare il fondamentalismo islamico, sia esso un segno di appartenenza o di possibili azioni.

In generale le donne musulmane praticanti non fanno bagni in mare, e quando vanno in spiaggia con la famiglia si immergono completamente vestite. Sulle spiagge dei paesi arabi questo fenomeno si è sviluppato a tal punto che alcuni attivisti fondamentalisti hanno cominciato a dare la caccia alle donne che indossano il bikini. In Marocco lo Stato è intervenuto per impedire a questi individui che “danno la caccia al vizio e militano per la virtù” di agire sulle spiagge in nome dell’islam.

È difficile interagire con l’islam. L’ex ministro degli interni, Jean-Pierre Chevènement, ha chiesto ai musulmani “un po’ di discrezione” ed è stato criticato. È vero che la questione del burkini ha ulteriormente esacerbato le tensioni e messo in contrasto i musulmani. La Francia cerca un interlocutore con cui parlare ma i musulmani sunniti non conoscono gerarchia: non c’è un Papa e nemmeno vescovi o preti.

Che cosa fare, dunque? A chi rivolgersi? Non esiste un portavoce della comunità musulmana in Francia, perciò è così difficile risolvere qualsiasi problema, per piccolo che sia. Tutto passa attraverso i media. L’ostilità c’è, ma senza dialogo.

In un paese che ha fatto della laicità un principio irrinunciabile è un vero problema. La religione deve rimanere nella sfera del privato e non deve in nessun caso invadere gli spazi pubblici, che si tratti di una scuola o di una spiaggia, e questo certi musulmani non lo vogliono capire né accettare. Parlano di libertà e del diritto della donna a non mostrare il proprio corpo.

Se almeno ci fosse un dibattito pacato  e sereno. Ma ci sono troppe tensioni, troppa rigidità per parlarsi senza cadere nell’eccesso. In Francia l’islam è lontano dall’aver trovato un terreno pacifico dove vivere senza suscitare polemiche, se non paura e odio.

(Traduzione di Elda Volterrani)

http://www.repubblica.it/esteri/2016/08/18/news/burkini_tahar_ben_jelloun-146173823/?ref=HRER1-1

18 Agosto 2016Permalink

3 luglio 2013 – Pregiudizi e libere riflessioni, da Giancarla Codrignani

Ho riportato più volte gli scritti che Giancarla mi ha inviato.
Questo mi sembra di notevole interesse sia per la natura delle argomentazioni che per lo stile. La Repubbblica cui Giancarla fa riferimento è l’edizione di Bologna, la città dove vive.

PREGIUDIZI             Repubblica    3 luglio 2013 (ridotto; qui originale)   Giancarla Codrignani

 Brutta cosa il pregiudizio. Perfino io, che traducevo a scuola sublimi versi greci di amanti inequivocabilmente omosessuali, mi sono resa conto che l’eterosessualità può impedire di cogliere l’autentico valore dell’uguaglianza nei diritti di libertà. Forse troppi  si commuovono leggendo il De Profundis di Oscar Wilde, ma provano solo compassione: è come  la tolleranza, che si sente buona, ma non legittima. Le parole giuste per la sentenza della Corte suprema che accoglie la diversità nel matrimonio e nella genitorialità le ha detta Obama: love is love, l’amore è l’amore.

Anche il sindaco Merola ritiene l’amore principio fondante delle relazioni interpersonali. Sembra che i cattolici si scandalizzino, ma bisognerà vedere quali. Perché almeno i cattolici LGTB – lesbiche, gay, transgender, bisessuali – o i loro genitori non saranno così unilaterali. Anche le chiese sanno quanto sia pressante la richiesta di riconoscimento dei gay cristiani organizzati: non sembra più una battuta dire che bisogna farci attenzione perché ormai sono i soli che si vogliono sposare in chiesa. Al funerale di don Gallo il cardinal Bagnasco ha dato la comunione a Luxuria: è il sacramento più grande, superiore al matrimonio, che, in sé, è invenzione umana che la chiesa innalza a sacramento, lasciando che non il prete, ma gli sposi siano ministri responsabili del rito. Sarebbe bene riflettere sulla cultura più umana che si viene esprimendo nel nostro tempo e interrogarsi se abbiamo ben compreso l’innovazione del Concilio Vaticano II che ha posto – per la prima volta nella tradizione cristiana (a me sembra ancora incredibile) – l’amore a principio fondante del matrimonio. Non altrettanto “fondanti”, infatti, appaiono finalmente la procreazione, il mutuo aiuto e il rimedio all’istintività sessuale (che Luz Maria Longoria, una delle “madri del Concilio”, denunciò ai padri conciliari: “con tutto il rispetto, le vostre madri vi hanno concepito non per la concupiscenza, ma nell’amore”). La richiesta dei fratelli “diversi” (ma noi siamo diversi ai loro occhi) ci dicono che senza amore non si dà relazione, che i figli, naturali o adottivi, debbono essere voluti responsabilmente,  che il rapporto umano supera il livello biologico degli istinti animali.

 Se Giovanardi menziona la Costituzione e la laicità, sarebbe bene che leggesse l’art. 29. Certo il matrimonio gay era ben lontano dall’immaginazione dei costituenti, ma oggettivamente scrissero che la famiglia è fondata sul matrimonio e non dissero quale (consapevolmente, invece, esclusero, dopo essersi guardati in faccia, il termine “indissolubile”). Quanto alla laicità sarebbe meglio che commentasse il card. Betori che, pensando in largo anticipo ad una mancata riconferma di Renzi, chiede garanzie cielline per il futuro sindaco.

Sui diritti civili – e morali – legati alla “naturalità” umana, l’attualità delle differenze (un tempo “devianze”) sessuali evoca l’altro problema, quello razziale, che persiste anche se la scienza ha dimostrato che la “razza” non esiste e nessuno si sogna di chiedere il colore di una trasfusione.

 Lunedì è stata a Bologna la ministra Cecile Kienge, per riferire le proposte parlamentari e di governo sullo ius soli. Anche in questo caso il pregiudizio confonde le menti e discrimina: i bimbi nati a Bologna, che parlano con il nostro accento e sono amici dei nostri figli, non sono stranieri, sono italiani. Nello ius sanguinis il sangue del diritto romano, a giudizio di noi moderni, potrebbe essere, semmai, quello della donna, mentre – sia per gli individui, sia per i popoli – il sangue che caratterizza presunte identità e pretende diritti nazionalistici è quello del patriarcato proprietario inventore dell’onore. Papa Francesco ha lavato i piedi a una donna “di colore” e islamica (a cui nessuno ha chiesto se “etero” o no) e vola a Lampedusa a incontrare da cristiano l’uguaglianza umana  e il diritto civile.

3 Luglio 2013Permalink

23 giugno 2013 – Una proposta di legge che ho atteso molto

Finalmente nel sito del parlamento – Camera dei deputati è possibile leggere la proposta di legge 740, completa di firme e titolo “ROSATO ed altri: “Modifica all’articolo 6 del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, in materia di obbligo di esibizione dei documenti di soggiorno” (740)
Ne avevo riportato il testo integrale pochi giorni fa, leggibile da qui.
Per quello che mi riguarda io ho raggiunto l’obiettivo che mi ero proposta: vedere la presentazione ufficiale di un testo.
Arriveremo alla legge? Non lo so.
Quanto è accaduto nel corso di questi anni non consente grandi speranze a meno che i parlamentari che l’hanno firmata non si impegnino  a promuovere informazione attraverso i normali canali dei media e per il dibattito in commissione e in aula.
Ho scritto nella pochissima attenzione delle organizzazioni della società civile, raccogliendo le poche testimonianze che mi erano e sono note.

Un aspetto che fa ben sperare è l’assegnazione alla I Commissione Affari Costituzionali in sede Referente il 21 giugno 2013 (con il parere delle commissioni  II Giustizia, V Bilancio, VII Cultura e XII Affari Sociali).
Mi ha sempre preoccupato una specie di riflesso condizionato per cui quando si parla di stranieri si pensa all’assistenza. In questo caso l’assistenza non c’entra proprio nulla.
Il ragionamento, a parer mio,  è su un diritto la cui mancanza di riconoscimento dovrebbe turbarci come una privazione di civiltà.

Tutto questo mi è tornato in  mente questa mattina ascoltando il dibattito che segue la rassegna stampa di Prima Pagina quando un’ascoltatrice, assolutamente contraria al matrimonio fra persone dello stesso sesso, ha tranquillamente affermato che per lei scopo del matrimonio è la procreazione che assicuri la continuità della razza. Ripeto ‘della RAZZA’.
Certamente figli di non comunitari sans papier non sono il meglio per continuare una razza: sono solo esseri umani.
La giornalista, che concludeva la sua conduzione settimanale, si è concentrata sull’aspetto omofobico della questione posta e nulla ha detto della parola razza.
Forse le scosse sismiche che oggi sembrano essere state particolarmente numerose e piuttosto intense dipendevano dai ribaltamenti nelle rispettive tombe dei Costituenti. Le cronache dell’epoca registrano una loro perplessità nell’uso della parola ‘razza’ all’art. 3 della Costituzione, dove pure è presentata fra gli ostacoli che “impediscono il pireno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Oggi la difesa e la promozione della razza, scopo del matrimonio, è stata presentata come valore positivo.

PS: Se le ho ben contate le firme dei deputati sono 134, il primo firmatario e cento parlamentari fanno parte del gruppo del Pd, 4 appartengono ad altri gruppi  e precisamente: gruppo misto-minoranze ligustiche, scelta civica per l’Italia (2) e SEL

23 Giugno 2013Permalink

16 gennaio 2013 – Le notizie si affollano

Minori, pediatri e permessi di soggiorno.

In due precedenti articoli avevo scritto del caso di una bambina che, priva del permesso di soggiorno, non otteneva l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale per poter fruire delle cure di un pediatra..
Quella notizia si è intrecciata con la ‘promessa’, da parte del Ministero della Sanità, alla Società Italiana di Medicina delle Migrazioni di un documento che rendesse obbligatoria l’iscrizione per i minori al Servizio Sanitario Nazionale. Il documento si è poi sostanziato in una circolare del Ministero della Sanità che ha reso possibile la regolare iscrizione al SSN della piccola cui in prima battuta era stato negato (entrambi i passaggi sono reperibili nel mio blog il 3 e il 6 gennaio- Questo dimostra tra l’altro l’importanza della circolazione corretta e puntuale delle informazioni che non vengano ridotte a facile attività di tipo deprecatorio).
E’ necessaria comunque una precisazione: il permesso di soggiorno assicurato ha la validità di tre mesi, secondo una prassi consolidata e identica per cittadini italiani e stranieri. La scelta ha aspetti ovvii: la mancanza del permesso di soggiorno è facilmente collegabile alla temporaneità. se non alla precarietà, della residenza e cerca di corrispondere a questa situazione. Mi assicurano comunque che i tre mesi, almeno per esigenze di tipo pediatrico,  sono rinnovabili con procedura praticamente automatica.
Resta però una osservazione obbligata: considerato che la legge di ratifica della Convenzione di New York sui diritti del minore (legge n. 176 /1991) identifica l’attenzione ai minori come un valore prioritario e incondizionato, senza distinzioni di sesso, di religione ecc. ecc., rispecchiando perfettamente l’art. 3 della Costituzione, è evidente che la legislazione italiana necessita di un aggiornamento radicale e rapido.
La gimcana virtuosa fra circolari e direttive fa onore ai professionisti che vi si dedicano con competenza e rispetto dei soggetti di cui si occupano ma non a chi, politicamente, se ne disinteressa o peggio.
A questo punto non posso non esprimere la mia dissennata speranza che il prossimo parlamento legiferi e trovi una soluzione anche alla norma che vuole neonati del tutto inesistenti sempre per ragioni burocratiche. Ne ho parlato tante volte nel mio blog che non mi ripeto.
Se i candidati alle prossime elezioni hanno una qualche consuetudine alla lettura (cosa di cui dubito) affido loro la notizia e la mia – temo improbabile- speranza.

Il fulmine che attraversa i pastrocchi e arriva alla sintesi

Due giorni fa scrivevo della bambina affidata alla mamma e della canea scatenata attorno alla sentenza della Corte di Cassazione che ha affermato la priorità dei diritti del minore su ogni altra considerazione. Ho già inserito il link e non mi ripeto, ma voglio segnalare la pubblicazione della sentenza nel sito dell’Asgi. limitandomi a trascrivere la sintesi che ne propone la stessa associazione.

La Corte di Cassazione, I sez. civile, con la sentenza n. 601/2013 depositata l’11 gennaio 2013, ha respinto il ricorso proposto da un padre avverso la sentenza della Corte di Appello di Brescia che aveva confermato il decreto del Tribunale dei Minorenni con il quale veniva disposto l’affidamento esclusivo del figlio naturale alla madre, con diritto di visita del padre regolato e vigilato dai servizi sociali territoriali.

Il padre aveva sostenuto che il provvedimento andava censurato perché, tra l’altro, il nucleo familiare della madre del bambino era composto da due donne, legate tra di loro da una relazione lesbica e pertanto, non sarebbe stato adeguatamente motivato se tale fatto fosse idoneo, sotto il profilo educativo, ad assicurare l’equilibrato sviluppo del minore in relazione al suo diritto di “essere educato nell’ambito di una famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio”. Ulteriormente, il ricorrente sosteneva che l’affido del minore alla madre convivente in una relazione omosessuale sarebbe di pregiudizio al diritto fondamentale di entrambi i genitori di provvedere all’educazione dei figli secondo le loro convinzioni religiose e culturali, non potendosi prescindere dal contesto religioso e culturale del padre, di religione musulmana.

I giudici della Cassazione hanno respinto il ricorso sostenendo che considerare dannoso di per sé all’equilibrato sviluppo del minore il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale, a prescindere da dati di esperienza riferibili alla situazione concreta, equivarrebbe a sancire un mero pregiudizio discriminatorio, così come i principi costituzionali del diritto di entrambi i genitori ad educare i propri figli secondo le proprie convinzioni educative e religiose non possono essere fatti valere in astratto, in maniera generica e non concludente, ma debbono essere calati nella realtà concreta dei rapporti relazionali genitori-figli, secondo il principio della valutazione del superiore interesse del minore.

Pertanto, la Cassazione ricorda che non si può avallare il pregiudizio nei confronti delle coppie omosessuali, secondo il quale quel contesto familiare sarebbe di per sé inidoneo per lo sviluppo equilibrato di un minore, senza che nella situazione concreta venissero invece specificate quali fossero le paventate ripercussioni negative per il bambino.

A tale riguardo, la Cassazione rileva che nel caso in specie, la Corte di Appello aveva correttamente valutato negativamente il comportamento del padre, il quale aveva esercitato violenza fisica nei confronti della convivente della madre del bambino, in presenza di quest’ultimo, con conseguente disagio manifestato dal minore; fatto di cui doveva tenersi in adeguato conto nell’interesse del minore essendo la convivente della madre comunque una persona familiare al bambino, mentre la dedotta difficoltà del ricorrente di accettare, date la sua origine e formazione culturale, il contesto familiare in cui suo figlio cresceva, non poteva essere considerata circostanza alleviante la gravità della sua condotta.

La sentenza della Cassazione è dunque importante perché sancisce il fondamentale principio del divieto di discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale nell’ambito della vita privata e familiare, ma anche perché fornisce alcune sommarie ma importanti considerazioni sul limite, anche sotto il profilo giudiziale, che può trovare il riconoscimento della diversità culturale e religiosa nel momento in cui entrano in gioco i principi e i valori dell’autonomia e responsabilità personale e del superiore interesse del minore.

Per quanto concerne il primo punto, la sentenza della Cassazione appare pienamente conforme ed in linea con gli orientamenti della Corte europea dei diritti dell’Uomo che si è espressa sul divieto di discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale, in relazione anche a questioni di adozione e affido dei minori. Ad esempio, nella causa E.B. c. Francia (sentenza 22 gennaio 2008 n. 43546/02), la domanda di adozione della ricorrente era stata respinta in ragione del fatto che nella sua famiglia non era presente una figura maschile. Il diritto nazionale francese permetteva le adozioni da pater di genitori single e la Corte di Strasburgo ha constatato che la decisione delle autorità era principalmente basata sul fatto che la ricorrente aveva una relazione e conviveva con una donna. Di conseguenza, la Corte di Strasburgo ha dichiarato che si trattava di una discriminazione fondata sull’orientamento sessuale vietata dall’art. 14 CEDU in collegamento con l’art. 8 (protezione vita privata e familiare).                                                      a cura di Walter Citti

Credo sia importante leggere l’intera sentenza anche se ne esce con una sensazione di amarezza: c’era bisogno che si sventolasse questa povera bambina come una bandiere, da una parte contro il ‘matrimonio’ di omossessuali, dall’altra come argomento a favore?

Un comune si corregge.

Sempre dal sito ASGI in data 15 gennaio:

A seguito della segnalazione del Servizio antidiscriminazioni dell’ASGI, l’Assessore all’Istruzione del Comune di Pordenone ha annunciato che verrà modificato il Regolamento comunale per l’assegnazione di borse di studio per studenti universitari meritevoli appartenenti a famiglie in condizione di bisogno economico dal lascito testamentario “Mior-Brussa”, alle quali possono attualmente concorrere solo gli studenti di cittadinanza italiana residenti nel comune di Pordenone da almeno cinque anni.

L’Assessore all’Istruzione, Ines Flavia Rubino, ha annunciato che i requisiti di cittadinanza italiana e di anzianità di residenza verranno tolti a partire dal prossimo bando che verrà indetto nel settembre 2013, consentendo la partecipazione a tutti gli studenti in possesso dei requisiti di merito e di bisogno, residenti nel Comune di Pordenone e a prescindere dalla loro nazionalità.

L’Assessore ha precisato che non vi era un intenzione dell’Amministrazione di discriminare gli studenti stranieri, ma che i requisiti ‘discriminatori’ erano stati previsti originariamente sulla base del contenuto del lascito testamentario. L’Amministrazione comunale ha condiviso le osservazioni mosse dall’ASGI che una pubblica amministrazione non può ritenersi vincolata da un negozio giuridico privato a mettere in atto una discriminazione contraria ai principi costituzionali fondamentali.

L’ASGI esprime apprezzamento per la decisione dell’Amministrazione comunale di Pordenone.

16 Gennaio 2013Permalink

31 luglio 2011 – Le ragioni di un turbamento

Chi legge questi diari sa – e comunque ne sono ben consapevole io che li scrivo a mia futura memoria– che da più di due anni mi occupo della registrazione della nascita dei figli dei migranti senza permesso di soggiorno e che ho, con testarda, ottusa, stupida fiducia, cercato di trasferire il problema a istituzioni, partiti politici, organizzazioni della società che civile (?!), convinta che la loro voce sarebbe stata più forte della mia.
Ma la voce non c’è stata, mai.
E continuavo a pensare che l’indifferenza di fronte alla questione fosse dovuta soltanto al fatto che i neonati non fanno opinione (a meno che non siano usati per promuovere la vendita di pannolini, omogeneizzati ecc. ecc.) e che perciò far loro riferimento fuori del contesto sentimental-commerciale non provocasse l’obiettivo esclusivamente perseguito del consenso,
E invece l’indifferenza era molto più profonda: si allargava all’impianto istituzionale, fondante la nostra vita di relazione assicurato dai principi che la Costituzione (invano ?) definisce.
E non avevo valutato fino in fondo la ferita inferta al nostro ordinamento e lo scivolamento, sempre più precipitoso, in una deriva razzista.

Nascite e matrimoni

Certamente mi era noto il significato della soppressione delle parole “per quelli inerenti agli atti di stato civile” che sottraeva la registrazione delle dichiarazioni di nascita morte e matrimonio dall’obbligo della presentazione del titolo di soggiorno. Erano parole contenute nel “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero” (Decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286).
Le “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica” (il cd pacchetto sicurezza del 2009) crearono l’obbligo della presentazione di quel documento che, per definizione, i migranti irregolari non possiedono.
Per chi volesse documentarsi ricordo solo uno dei miei tanti interventi, l’articolo pubblicato dalla rivista Il Gallo e trascritto in questo blog il 15 marzo scorso.
Ora la questione è non solo evidente ma formalmente affrontata dalla Sentenza della Corte Costituzionale n. 245 dd. 25 luglio 2011.

La Corte Costituzionale si esprime sul matrimonio.

Ricopio dalla sentenza della Corte:

1.— Il Tribunale ordinario di Catania ha sollevato – in riferimento agli articoli 2, 3, 29, 31 e 117, primo comma, della Costituzione – questione di legittimità costituzionale dell’articolo 116, primo comma, del codice civile, come modificato dall’art. 1, comma 15, della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), limitatamente alle parole «nonché un documento attestante la regolarità del soggiorno nel territorio italiano». 

1.1.— In punto di fatto, il Tribunale remittente premette di essere stato adito da una cittadina italiana e da un cittadino marocchino per la declaratoria dell’illegittimità del diniego opposto dall’ufficiale dello stato civile alla celebrazione del loro matrimonio. 

[omissis]

Il 31 agosto 2009, l’ufficiale dello stato civile aveva motivato il diniego alla celebrazione del matrimonio per la mancanza di un «documento attestante la regolarità del permesso di soggiorno del cittadino marocchino», così come previsto dall’art. 116 cod. civ., come novellato dalla legge n. 94 del 2009, entrata in vigore nelle more

[omissis a questo punto la Corte elenca – con preziosa puntigliosità- gli articoli della Costituzione connessi al problema e in seguito quelli relativi a documenti dell’Unione Europea]

E infine:  dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 116, primo comma, del codice civile, come modificato dall’art. 1, comma 15, della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), limitatamente alle parole «nonché un documento attestante la regolarità del soggiorno nel territorio italiano».

perché

il matrimonio costituisce espressione della libertà e dell’autonomia della persona, ed il diritto di contrarre liberamente matrimonio è oggetto della tutela di cui agli artt. 2, 3 e 29 Cost., in quanto rientra nei diritti inviolabili dell’uomo, caratterizzati dall’universalità. Inoltre, l’art. 31 Cost., nel sancire che la Repubblica agevola la formazione della famiglia, «esclude la legittimità di limitazioni di qualsiasi tipo alla libertà matrimoniale»”.


E la nascita?

Non voglio allungare questo diario. Rinvio quindi (oltre che ai tag che collegano questo testo ad altre mie pagine) alle sottolineature che ho apposto ai frammenti di testi della sentenza ricopiati che possono rendere evidente l’analogia con la situazione dei neonati privati del certificato di nascita, primo fondamento della libertà e dell’autonomia della persona, diritto inviolabile e perciò caratterizzato dall’universalità,  testimonianza fondante la presenza del nuovo nato nella famiglia cui invece è impedito di accoglierlo se non subendo una minaccia che può essere insostenibile, l’espulsione.
Mi si è detto che la circolare n. 19 del 7 agosto 2009 sistema tutto.
E’ tristissimo e preoccupante trovare persone (che si autoproclamano democratiche) che accettano di vedere un principio, che appartiene ai diritti fondamentali dell’uomo, umiliato a una procedura consentita da una circolare e negata invece da una legge che appartiene a tutti noi.  
Ed è forse ancor più triste vedere associazioni che – pur perseguendo a proprio uso interno nobili finalità – –non si oppongano a una simile norma e alle sue applicazioni (non dimentichiamo che la questione degli aspiranti  coniugi di Catania nasce dal diniego opposto dall’ufficiale dello stato civile alla celebrazione del loro matrimonio. E tante volte avevo cercato, invano, di porre la questione del ruolo dei comuni in questa vicenda).
Gli sposi di Catania (come quelli di Trento, di cui ho già scritto) sono evidentemente adulti, hanno potuto disporre dei mezzi per affidarsi a un tribunale, i neonati non hanno questa possibilità, né l’hanno – di norma – i loro genitori. Erano affidati alla custodia di tutti, quella che si esprime attraverso le reazioni della società civile e delle forze politiche, capaci di trasferire il loro impegno a livello istituzionale. Ma nessuno ha voluto far nulla.
Se volessimo ricordare che la maggioranza che ha voluto questa legge che, pezzo per pezzo, la Corte Costituzionale sta smontando, è la medesima che pochi giorni fa ha negato il riconoscimento di pregiudizi omofobici come aggravante in caso di violenza, le analogie con le prime leggi razziali italiane –e il costume di allora- si farebbero fortissime e potrebbero indurci a significative considerazioni, ma restiamo al presente.


Sulla pelle dei neonati si consolidano poteri forti.

Sappiamo che i matrimoni celebrati nell’ambito della chiesa cattolica seguono –salvo eccezioni – l’iter concordatario e che, se celebranti del sacramento sono gli sposi, il sacerdote che testimonia il loro patto in quel momento è ufficiale di stato civile, quindi deve comportarsi –perché il matrimonio sia valido agli effetti civili – secondo le norme del codice che ne assicurano la regolarità.
Ne ho già scritto nel mio pezzo del 21 maggio ma ci tengo a precisare che le indicazioni della Corte Costituzionale che sopra ho trascritto ora valgono anche come indirizzi per la chiesa cattolica che in questi ultimi due anni si è invece adeguata a una norma che viola i diritti umani fondamentali. Certamente la chiesa cattolica non ha opposto un rifiuto diretto a chi avesse voluto celebrare il matrimonio secondo il rito cattolico e non ne avesse i titoli. Non ne aveva bisogno. Il rigetto di un diritto fondamentale era invisibile.
Infatti ogni richiesta dei sans papier si sarebbe scontrata,  prima che venisse aperta la procedura ecclesiastica, con l’infame codicillo aggiunto all’art. 116 del codice civile  dal pacchetto sicurezza, «nonché un documento attestante la regolarità del soggiorno nel territorio italiano».
La chiesa cattolica nelle sue espressioni gerarchiche – e non solo – ha chiacchierato di famiglia, di vita, di figli e quant’altro in un clima di ipocrisia che io trovo offensivo e che la beneficenza, che pur viene esercitata, non riscatta.
In molte realtà parrocchiali e analoghe ha convinto persone di buona volontà che è sufficiente farsi carico di azione benefiche di tipo volontario e, con scelte evidentemente opportunistiche, ha glissato sul dovere di opporsi con la protesta civile alle leggi (di cui però sa far uso: vedi esenzione dall’ICI)
I vantaggi che il concordato assicura ai due poteri contraenti sono troppo importanti per metterli in discussione a causa di qualche poveraccio.
E sono molti, anche apparentemente insospettabili, a non volersene accorgere.

31 Luglio 2011Permalink

01 novembre 2009 – Mi ha convinto l’on Binetti.

Domenica scorsa ho votato per l’elezione del segretario del Pd, eppure avevo deciso di non farlo. E allora perché? Mi ha convinto l’on Binetti.

A mia futura memoria

Per spiegare a me stessa la mia evoluzione (sperando che eventi futuri non mi costringano a considerarla involuzione) provo a ricostruire il mio itinerario.

Dal 13 ottobre 1975 l’Italia si è dotata di una legge (n. 654) che vieta “ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”.

La legge si intitola ‘ratifica ed esecuzione della Convenzione Internazionale sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale.
Ci tengo a precisare questo titolo perché sono irritata dal fatto che le Convenzioni Internazionali proposte dalle Nazioni Unite siano regolarmente adoperate come pretesto per istituire giornate varie di celebrazione di questo o di quello, mentre vengono ignorate le azioni positive che ne dovrebbero conseguire.

Una norma successiva alla legge 654 (la cd Legge Mancino del 25/6/93, n. 205) stabiliva che per “i reati punibili con pena diversa da quella dell’ergastolo, commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso, ovvero al fine di agevolare l’attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno tra i loro scopi le medesime finalità, la pena è aumentata fino alla metà”.
Una recente proposta di legge, approvata in commissione giustizia, aggiungeva alla parola ’religioso’ la dizione ‘fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere’, estendendo quindi l’ambito degli scopi da prendere in considerazione nel valutare la gravità delle aggressioni in relazione all’intento degli aggressori.
La norma, approvata in commissione giustizia, veniva bocciata in aula con i voti di una maggioranza non compatta, cui si aggiungeva quello della on. Binetti del Pd.
L’on. Binetti non è nuova a queste gesta che le consentono di unire con inopportuna disinvoltura i suoi rigori morali alle minacce alla nostra dignità di cittadini/e. L’elenco delle gesta della signora in questione sarebbe lungo. Mi limito a ricordare la sua opposizione alle norme che avrebbero riconosciuto i diritti delle coppie di fatto se, anche per merito della sua scelta, non fosse caduto il governo Prodi.

Le responsabilità del Pd
E’ noto, e a me provoca disagio e sofferenza, che nessun deputato o senatore è eletto dalle cittadine e dai cittadini italiani ma dalle segreterie dei partiti che provvedono a un elenco blindato dove l’ordine degli eleggibili è determinante per il loro successo (proporzionalmente ai voti ottenuti dal partito, naturalmente).
Quindi l’on Binetti è eletta dalla ‘vecchia’ segreteria del Pd che dovrebbe assumersi le proprie responsabilità in proposito.
Ma c’è una nuova segreteria: come si presenta?
A mio parere i primi segnali sono negativi.
Ho sentito infatti una persona di successo (e che pur non essendo nel gruppo di Bersani sarà segretaria regionale) fare delle dichiarazioni deprimenti.
Non ne ho il testo e mi affido al ricordo.

Obiezione di coscienza e obiezioni di incoscienza.
L’on. Serracchiani –perché di lei si tratta- si è detta, nel sostenere la positività della presenza Binetti, convinta che il Pd debba essere pluralista.
La cosa potrebbe anche essere accettabile se scegliessimo chi ci rappresenta in parlamento ma, poiché così non è, la presenza vincente della signora Binetti è una scelta di linea della segreteria del Pd, dettata non da trasparente cultura di governo, da rispetto della Costituzione, da rispetto delle convenzioni internazionali ma dal peso del pacchetto di voti che la sullodata si porta appresso.
E non mi si dica, senza un doveroso distinguo, che sono voti ‘cattolici’. Per quanto emarginati siano i non conformisti nel mondo cattolico c’è pluralità di opinioni e c’è ancora chi sceglie di pensare e dire in scienza e coscienza (si veda il testo di Notam pubblicato nella mia rubrica ‘Una sola sicurezza l’infamia’, ancora illustrata in prima pagina).

Spesso però la scelta del non conformismo si paga perché è scelta che si avvicina all’obiezione di coscienza. Purtroppo anche il voto Binetti é stato interpretato come obiezione di coscienza ma tale non è. L’obiezione di coscienza è la scelta di mettersi al di fuori di una linea maggioritaria pagando di persona, mentre la posizione Binetti appartiene al pacchetto di quelle scelte che vogliono far pagare la propria ‘libertà’ ad altri (forse ispirandosi alla neo cultura della sicurezza?).
E qui non ci sto.
In un momento storico in cui l’omofobia è il fondamento delle più aggiornate espressioni di razzismo, per cui una persona è punita (e ormai con ferocia quasi quotidiana anche fisicamente) per ciò che è e non per reati che eventualmente compia, l’indicazione della omofobia in legge, viene negata con più disinvolta distrazione di quanto accadrebbe se si trattasse di una specie floreale rara a rischio scomparsa. E ciò avviene nel quadro proposto dell’indicazione di ‘orientamento sessuale e della parità di genere’ (ma dove sono finite le consigliere di pari opportunità?. Occorre ricordare anche a loro che le scelte sessuali compiute senza violenza fra maggiorenni non sono reato, mentre lo è la violenza che le ‘punisce’?).
Quando ho sentito quel triste, povero intervento di una parlamentare europea ho pensato a un recente caso di obiezione di coscienza: un macchinista, responsabile per la sicurezza, che aveva denunciato l’insicurezza dei treni eurostar, un anno fa è stato licenziato e ora, a seguito di un processo, riassunto. Si chiama Dante De Angelis.
Penso che anche quel macchinista avesse buoni motivi per considerare l’obiezione di coscienza che lo ha indotto a parlare in un contesto di priorità, che mi sembrano molto più urgenti di un pacchetto di voti: se non ha una famiglia da mantenere dovrà mantenere almeno se stesso. Eppure ha parlato . senza la certezza dell’esito del processo
Molti politici non rischiano e si adagiano nel consenso utile e spesso soporifero.

Neonati e puerpere non vanno in piazza.
Considerando che la posizione Binetti e di chi la sostiene in nome del pluralismo (trovate una parola con significati meno nobili per favore!) ho pensato che si possa ancora tentar di dar forza a voci diverse all’interno del Pd (il conformismo appartiene anche alle altre forze che si dichiarano di sinistra ed è inutile cercar di pescare in un altrove ancor più discutibile).
E poiché il pluralismo è frutto della storia di un’Europa laica ho deciso che fra i tre candidati alla segreteria del Pd chi aveva mostrato concretamente più rispetto degli altri per la laicità era stato Marino. E così ho votato per la sua lista .
Non occorre vincere per far sentire la propria voce.
Se mi sentirò tradita anche dai ‘marinisti’ so già che la prossima volta non potrò votare e la mia scheda sarà vuota come la mia capacità di sperare.
Una mia personale cartina al tornasole sarà la posizione che prenderanno –se ne prenderanno una- nella questione del riconoscimento anagrafico dei figli di sans papier: non credevo di dover assistere a un conflitto politico che identificasse come nemici i neonati. Invece è accaduto e i silenzi sono troppi per essere sostenibili.
Credo che questo problema peserà anche quando si arriverà –se si arriverà- a definire il diritto al voto degli immigrati: avremo nati in Italia esclusi per la condizione burocratica dei loro genitori di cui nessuno si occupa.
Siamo sempre allo stesso punto. Neonati e puerpere non vanno in piazza.

1 Novembre 2009Permalink

14 ottobre 2009 – Quando le parole sono pietre e i silenzi pure

Pro mia futura memoria
Volevo scrivere di tante cose in questo mio sito.
Da tempo non scrivo nulla sul problema israelo-palestinese (e la marcia già Perugia-Assisi, ora trasferita a Gerusalemme amaramente mi ricorda la nascita della mia avventura sul web nel 2003. testimoniata nella homepage alla voce betlemme), ho interrotto il diario del viaggio di aprile in Iran (che riprenderò), nemmeno immagino di poter fare un diario del recente viaggio in Egitto. Per tutta l’estate ho seguito lo svolgersi della vicenda collegata a un articolo del pacchetto-sicurezza, quello riguardante la registrazione anagrafica dei neonati prima con meraviglia, poi con indignazione, infine con molto dolore.
Pur inorridita dalla constatazione che un diffuso senso comune è ormai asservito alla cultura leghista, al malgoverno di marca berlusconiana, all’inettitudine dell’opposizione politica, alla sordida pigrizia di una società che in altri momenti ho creduto civile … non immaginavo che tanto orrore cadesse nell’indifferenza.

Tento una sintesi ad, almeno mia, futura memoria.
Nel 2008 inizia il suo cammino parlamentare quello che avremmo poi chiamato ‘pacchetto sicurezza’ e nel dossier n. 69 del mese di novembre dell’Ufficio studi del Senato della Repubblica se ne può leggere un’illustrazione, articolo per articolo, significativa della volontà del legislatore.
Certamente un legislatore pigro, capace solo di immaginarsi modifiche a leggi già esistenti, incapace di costruire un progetto organico ma comunque garantito nei suoi frammentati interventi da un filo rosso in cui razzismo, pregiudizio, ignoranza si intrecciano in una forma che lascerà il segno nella nostra società per molto tempo.
A fronte del Testo Unico sull’immigrazione (decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286) che prevedeva per gli immigrati privi di permesso di soggiorno la possibilità di registrare gli atti di stato civile senza la presentazione di quel documento, che –per definizione- non possiedono, il nuovo provvedimento ne prevedeva (e ne prevede) la presentazione. Nel dossier del senato si può leggere la volontà del legislatore, espressa senza pudore, per cui l’articolo “in esame elimina dalle eccezioni all’obbligo di esibizione gli atti di stato civile”.
Con questa premessa, e fra varie indecenze più o meno pubblicizzate, la legge percorreva il suo iter, fino all’approvazione il 15 luglio (legge n. 94. Disposizioni in materia di sicurezza pubblica) .

Corpi utili e inutili
Chi non si era dimenticato che in Italia non c’è sistema che garantisca adeguatamente la popolazione bisognosa di assistenza, in maggio aveva levato la sua voce per affermare che «Nell’introduzione del reato di immigrazione clandestina, ha detto Mantovano, il Governo ha ‘saggiamente consegnato’ questa ipotesi di reato nelle mani del Parlamento, che sarà chiamato a valutare la congruità dello strumento con il fine da raggiungere. La disposizione, comunque, colpirà i clandestini che giungeranno nel Belpaese dopo l’entrata in vigore della norma e non chi è già qui. No, dunque, a un giro di vite sulle badanti …».
Così Il sole 24 ore del 23 maggio riportava, con deferente sollecitudine, la dichiarazione Mantovano e, a poca distanza di tempo, il governo si sarebbe inventato la pseudo sanatoria per le badanti e le colf che servono e possono essere utilizzate.

Non voglio però dimenticare che in conseguenza di una lunga, dignitosa campagna della società civile facente capo a medici e operatori sanitari (si veda in proposito il sito della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni) era scomparso l’obbligo di denuncia del sans papier che si presentasse ad un servizio sanitario pubblico, obbligo inizialmente previsto dal diligente legislatore.

Nulla invece veniva detto sui neonati figli di sans papier, soggetti di scarso interesse, privi di voce capace di urlo di piazza (che tale non è il pianto di un neonato affamato), quella voce che viene invece utilizzata, quando non strumentalizzata, se é segno di presenza di eventuali sostenitori.
E l’urlo di piazza – sempre più confuso con l’impegno nelle istituzioni e la verifica del loro operato- non appartiene nemmeno ai poveri genitori di quei piccoli che si ritengono protetti solo dal silenzio e dal nascondimento.
Ma evidentemente qualcuno si era accorto dell’enormità della faccenda e, con uno strano ma provvidenziale giro di parole, il 7 agosto scorso il Ministero dell’Interno (Circolare del Ministero dell’Interno n. 19 che ho illustrato anche nel mio articolo del 12 agosto) precisava che “Le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile) non richiedono l’esibizione di documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto”.
Così ora abbiamo la garanzia di una circolare che prevale sulla legge o, quanto meno, sull’iniziale volontà del legislatore. Da un punto di vista del corretto modo di legiferare mi sembra un pasticcio ma, in ogni caso, è una garanzia?
E’ sufficiente a superare la paura che domina i sans papier?
Certamente no, se coloro che detengono i registri di stato civile –i comuni- tacciono, ignorano il dovere di trasparenza e informazione e, quando fanno qualche cosa, si affidano ad iniziative ignote e ignorate (e rinvio ancora ai miei articoli del 12 agosto e del 4 e 14 settembre).

Quando si cominciano a violare i diritti umani
la deriva è inarrestabile.
Gli esempi sarebbero numerosi e significativi. Mi limito a quello che è successo ieri in parlamento dove è stato bocciato il Ddl 1658 che prevedeva “all’articolo 61 del codice penale è aggiunto, in fine, il seguente numero: «11-quater) l’avere, nei delitti non colposi contro la vita e l’incolumità individuale, contro la personalità individuale, contro la libertà personale e contro la libertà morale, commesso il fatto per finalità inerenti all’orientamento o alla discriminazione sessuale della persona offesa dal reato».
Una parlamentare ormai famosa per intemperanze che la rendono capace anche di calpestare i diritti umani, l’on. Binetti, ha votato insieme alla maggioranza per non riconoscere aggravanti a chi compia atti di violenza con finalità omofobe,
Ricordo a chi nel Pd protesta per il suo voto che la deputata, come ogni altro parlamentare, non è stata eletta dal popolo italiano ma dalla segreteria del partito che forma le liste elettorali secondo il peso dei voti che costoro portano con sé.
Deve dimettersi la Binetti? Sarebbe meglio ma, prima di tutto, bisognerebbe adoperarsi per far dismettere un costume indecente e per costruire le liste degli eleggibili cercando di non avere a primo, se non unico, criterio la quantità che per sé non fa qualità.
Vorrei però ricordare a tutti i sindaci, assessori, consiglieri comunali e regionali del Pd – soprattutto a quelli con cui ho parlato e che mi hanno risposto con il silenzio, l’indifferenza e persino con l’insulto – che agli adulti consapevoli é riconosciuto il diritto a esprimersi, oltre che con il voto, con la protesta e che è dovere prestare attenzione alle loro parole, sia a livelli di istituzioni che di solidarietà politica.
Poiché ieri sono stati beffate le legittime attese degli omosessuali mi riferisco alla loro situazione per ricordare i tempi non lontanissimi (io ne ho memoria anche per le testimonianze ricevute allora da amici) in cui era loro impossibile dirsi.
Ora che possono farlo, il ‘dirsi’ da momento di liberazione diventa rischio.

Quando i silenzi sono pietre da lapidazione.
Quello che è accaduto ieri in parlamento segna una regressione spaventosa che meglio fa comprendere lo stato dei neonati che possono affidarsi solo alle altrui parole, parole che chiedono di essere pronunciate ma non lo sono.
Particolarmente doloroso per me il silenzio delle consigliere di pari opportunità, indifferenti al fatto della disparità che colpisce alcune mamme per la loro situazione burocratica. Avevo ingenuamente riconosciuto alle donne la capacità di praticare uno spazio politico più ampio di quello tradizionalmente definito e caro agli uomini.
Mi sono definitivamente ricreduta.
In contrastante parallelo con l’on. Binetti voglio segnalare (perché anche questa è notizia di oggi che la contemporaneità rende particolarmente significativa) una senatrice statunitense, Olympia Snowe, che ieri ha votato in favore del progetto di riforma sanitaria proposto dal presidente Obama dichiarando che: “When history calls, history calls”.
Anche l’Europa ha una storia, una lunga storia che ci dovrebbe chiamare ad una coerente, non occulta, responsabilità.
Dice una costituzione beffata e ignorata: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.
Cosa significa per la signora Binetti solidarietà politica?
E cosa significa per tanti altri che pur votano allineati ma non la praticano?

14 Ottobre 2009Permalink