1 novembre 2025_ Dobbiamo ricordare Yitzhak Rabin

ISRAELE – “Ritorno alla piazza”, nel nome di Yitzhak Rabin

Pubblicato in Israele il 30/10/2025

Nelle piazze, nelle scuole, nelle istituzioni, Israele si prepara a ricordare Yitzhak Rabin. A trent’anni dal suo assassinio a Tel Aviv per mano di un giovane fanatico al termine di un’affollata iniziativa a sostegno del processo di pace, l’eredità morale e politica del due volte primo ministro e firmatario degli Accordi di Oslo, sarà al centro di varie iniziative. Lunedì 3 novembre alle 15, nella data ebraica della sua uccisione, è in programma una cerimonia di stato promossa dal governo al cimitero nazionale sul Monte Herzl a Gerusalemme, dove Rabin è sepolto accanto alla moglie Leah. Nel 2024, su richiesta dei familiari, quella e le altre onoranze annuali alla Knesset e nella casa del presidente d’Israele non si tennero per via della guerra. Dopo cinque anni di sospensione causa Covid, lavori di ristrutturazione, il protrarsi del conflitto, tornerà anche a svolgersi l’annuale commemorazione in quella che un tempo si chiamava piazza Re d’Israele e che dopo quella notte di sangue ha preso il nome di piazza Yitzhak Rabin. La cerimonia promossa dall’organizzazione Hozrim LeKikar (Ritorno alla piazza), in raccordo con la municipalità di Tel Aviv, inizierà sabato 1 novembre alle 19.30, al termine dello Shabbat. Come la grande manifestazione del 4 novembre di 30 anni fa, che sarà rievocata trasmettendo l’ultimo intervento di Rabin. Leggenda dell’esercito, principale artefice della vittoria di Israele nella Guerra dei sei giorni, Rabin aveva dichiarato di credere «in una possibilità di pace» con i palestinesi, perché «ho sempre pensato che la maggior parte delle persone desideri la pace e sia pronta a correre rischi per la pace». Rabin aveva anche ammonito sulla violenza che «erode le basi della democrazia israeliana: deve essere condannata e isolata, questa non è la via dello Stato di Israele». Il timore delle forze di sicurezza è che entrasse in azione un terrorista palestinese, anche perché in quei mesi molti attentati avevano insanguinato Israele. A colpire a morte il primo ministro fu invece un ebreo fondamentalista, che riteneva Rabin un “traditore”.
Gli organizzatori hanno diffuso una prima lista di partecipanti all’evento: troviamo il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid, il leader dei Democratici Yair Golan, l’ex ministra degli Esteri Tzipi Livni. Ci saranno anche il rabbino Benny Lau e l’ex ostaggio Gadi Mozes. E tra gli altri l’artista Dana International, vincitrice dell’Eurovision Song Contest nel 1998. Alle 21.42, l’ora in cui Yigal Amir sparò quei tre colpi, si terrà un minuto di silenzio. Concluderà la cerimonia l’esecuzione di Shir LaShalom, brano simbolo del movimento pacifista che Rabin intonò in quell’ultima sera di vita. In una nota, Hozrim LeKikar definisce quello attuale «un momento di prova per la società israeliana, che deve tornare in piazza e restare unita, nella speranza e nella riconciliazione». Secondo un sondaggio del Jewish People Policy Institute (JPPI) pubblicato mercoledì, il 52% degli israeliani ritiene che vi sia una alta probabilità che un altro primo ministro o un personaggio pubblico di alto livello venga assassinato in Israele, il 29% considera la possibilità bassa, mentre il 12% pensa che il rischio non sussista

ISRAELE – “Ritorno alla piazza”, nel nome di Yitzhak Rabin – Moked

 

Prima di lasciare Israele nel 2005  andai a salutare quel monumento nella piazza Rabin a Tel Aviv
Sapevo che sarebbe stata la mia  ultima visita . Non potevo pensare di ripetere il mio impegno di volontariato in Palestina, un’esperienza entusiasmante  in un ambiente generosamente  organizzato per lavorare bene. Avevo un ufficio, una scrivania attrezzata : una meraviglia ma dovevo ricordare che tutto il resto era a mio carico e soprattutto la continuità avrebbe richiesto altre competenze da parte mia, a partire da quelle linguistiche. Avevo imparato quello che avrei potuto fare … con qualche anno di meno.

 

1 Novembre 2025Permalink

31 ottobre 2025 – I palestinesi senza futuro in Cisgiordania

Internazionale  n.  1638  31 ottobre 2025                                                                               

GIDEON  LEVY   I palestinesi senza futuro in Cisgiordania

In Cisgiordania nessuno ha sentito parlare del cessate in fuoco a Gaza: né l’esercito, né i coloni , né l’amministrazione civile, né ovviamene  i tre  milioni di  palestinesi che vivono sotto la loro tirannia. Non percepiscono minimamente la fine della guerra.  Da  Jenin a Hebron  non si vede  nessun cessate il fuoco. Per due anni in Cisgiordania c’è stato un regno del terrore oscurato  dalla guerra nella Striscia, che ha  fatto da pretesto discutibile e da cortina fumogena , e non ci sono segnali che questo regime stia per finire.
   Tutti i decreti draconiani imposti  ai palestinesi il 7 ottobre 2023 restano in vigore, e alcuni sono stati resi ancora più dura.
La violenza dei coloni non si ferma e lo stesso vale per il coinvolgimento dell’esercito e della polizia israeliana negli scontri.  A Gaza vengono uccise e costrette alla fuga  meno persone rispetto ai mesi scorsi, ma  in Cisgiordania le cose vanno avanti  come se non ci fosse stato alcun cessate il fuoco.
   L’amministrazione Trump, così attiva  e risoluta a Gaza, chiude gli occhi sulla Cisgiordania e mente a se stessa sulla situazione nella regione.  Per loro è sufficiente bloccare l’annessione.  “Non succederà perché ho dato  la mia parola ai paesi arabi”, ha detto il 23 ottobre il presidente Donald Trump, mentre alle sue spalle Israele fa di tutto per distruggere, derubare e impedire la possibilità di vivere in Cisgiordania.
   A volte sembra  che il capo del comando centrale dell’esercito  israeliano  Avi  Bluth  – leale e obbediente al suo superiore, nel ministero delle finanze  Bezalel Smotrich , che è anche il ministro della difesa –  stia conducendo un esperimento in collusione con coloni e forze  di polizia; vediamo quanto possiamo tormentarli prima che esplodano.
   La  speranza che la loro sete di violenza si placasse una volta interrotti i bombardamenti a Gaza è  stata spazzata via. La guerra nella Striscia era solo una scusa. Nel momento in cui i mezzi di informazione non parlano della Cisgiordania  e alla maggior parte degli israeliani e degli statunitensi  non importa  niente di quello che succede lì,  il tormento può andare avanti.  Anzi il 7 ottobre è stata un’occasione storica per i coloni e i loro collaboratori, che hanno avuto la possibilità di fare quello che per anni non avevano osato fare.
   Non è più possibile  essere palestinesi in Cisgiordania.  Non è stata distrutta come Gaza, non sono morte decine di migliaia di persone, ma la vita   è diventata impossibile.  Non sappiamo per  quanto tempo Israele potrà stringere ancora la sua morsa senza  che avvenga una esplosione di violenza,  stavolta  giustificata.
   Circa duecentomila palestinesi della Cisgiordania  che prima lavoravano in Israele da due anni sono disoccupati. I  salari di decine di migliaia di dipendenti dell’Autorità nazionale palestinese sono stati ridotti in modo significativo, perché Israeke ha trattenuto le tasse che riscuote per conto della stessa dell’Autorità nazionale palestinese.  Ovunque ci sono povertà e disagio. E lo stesso vale per i posti di blocco.  Non ce ne sono mai stati così tanti , di sicuro non per tutto questo tempo.  Adesso se ne contano a centinaia.
   Ogni insediamento ha recinzioni di ferro che si aprono e chiudono a turno.
Non c’è modo di sapere che cosa è aperto e che cosa è chiuso né, cosa ancora più  importante ,  quando. E’ tutto arbitrario. Tutto  avviene  su pressione dei coloni,  che hanno assoggettato l’esercito israelian0. Ecco come stanno le cose da quando  Bezalel Smotrich è ministro in  Cisgiordania.
   Quel  maledetto 7 ottobre sono stati istituiti  circa 120 nuovi avamposti di insediamenti, quasi sempre in modo  violento, per  un totale di decine di migliaia di acri , il tutto con il sostegno dello stato. Non passa settimana senza che si sia creato un avamposto.
   Anche la portata della pulizia etnica, il vero obiettivo dei coloni, è senza precedenti: il 24 ottobre su Haaretz  la giornalista Hagar  Sheaz ha ricordato che nel corso della guerra a Gaza gli abitanti di ottanta villaggi palestinesi sono fuggiti per paura dei coloni che si erano impadroniti dei loro territori.
   Il  volto della Cisgiordania sta cambiando.  Trump può vantarsi di aver fermato l’annessione,  ma ormai l’annessione è più radicata  che mai.  Dal centro di comando che l’esercito statunitense ha istituito a Kyriat Gat  si può vedere Gaza, ma non si vede  Kyriat  Arba, l’insediamento alle porte di Hebron.
   La Cisgiordania sta chiedendo a gran voce un intervento internazionale esattamente come fa la Striscia di Gaza.  I soldati, siano essi statunitensi, europei,  emiratini o perfino turchi ,  devono proteggere i suoi abitanti.  Qualcuno deve salvarli dalle  grinfie dell’esercito israeliano e dei coloni.
   Immaginate un soldato straniero che a un posto di blocco impedisce il passaggio a coloni teppisti che stanno per commettere un  pogrom.  Un sogno.

1 Novembre 2025Permalink

29 agosto 2025 _ Cristiani, musulmani ed ebrei per la pace: “Bisogna arginare l’odio”

Cristiani, musulmani ed ebrei per la pace: “Bisogna arginare l’odio”

Da Roma un appello che risuona soprattutto per il Medio Oriente, teatro di conflitti e tensioni, con la proposta di un incontro tra vescovi, rabbini e imam in Italia che sia “diretto, non convenzionale né confessionale, per testimoniare insieme una responsabilità comune”

Vatican News

«Questo appello nasce dalla convinzione dell’improrogabile necessità di favorire qualsiasi iniziativa di incontro per arginare l’odio, salvaguardare la convivenza, purificare il linguaggio e tessere la pace. Responsabilità di singoli e di soggetti collettivi!». È con queste parole che prende avvio l’appello interreligioso diffuso a Roma oggi e promosso dai rappresentanti delle comunità ebraiche, cristiane e musulmane di tutta Italia.

Le firme del documento

L’appello, firmato da Noemi Di Segni (Unione delle comunità ebraiche italiane), Yassine Lafram (Unione delle comunità islamiche d’Italia), Abu Bakr Moretta e Yahya Pallavicini (Comunità religiosa islamica italiana), Naim Nasrollah (presidente della Moschea di Roma) e dal cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, richiama la necessità di «trovare soluzioni a quanto umilia le nostre fedi e resistere».

L’attenzione per il Medio Oriente

Parole che risuonano soprattutto per il Medio Oriente, teatro di conflitti e tensioni sempre più tragiche. «La coscienza dei tempi oscuri che stiamo attraversando e del potere di illusione che soffia anche sulla tragedia in corso in Medio Oriente, ci richiama, come leader di comunità religiose, come credenti e come cittadini, a denunciare l’insinuarsi di pericolose generalizzazioni e dannose confusioni tra identità politiche, nazionali e religiose». I firmatari denunciano inoltre la “nefandezza di una propaganda che, sfruttando ingenuità e visceralità, ottenebra un discernimento sano e banalizza il senso profondo della nostra stessa umanità”, fomentando antisemitismo, islamofobia e avversione verso il cristianesimo cattolico e le religioni in generale. “Nessuna sicurezza sarà mai costruita sull’odio. La giustizia per il popolo palestinese, come la sicurezza per il popolo israeliano, passano solo per il riconoscimento reciproco, il rispetto dei diritti fondamentali e la volontà di parlarsi”.

Una proposta concreta

Da qui la proposta concreta di un incontro tra vescovi, rabbini e imam in Italia: «Un incontro semplice, diretto, non convenzionale né confessionale, per testimoniare insieme una responsabilità comune», con l’auspicio che le comunità religiose possano promuovere attività locali e nazionali con il coinvolgimento delle istituzioni. «Il dovere di lavorare per una responsabile convivenza ci richiama come religiosi alla necessità di promuovere coesione sociale sulla base di valori condivisi», si legge ancora nell’appello, che si conclude con un ringraziamento per le testimonianze maturate nelle scorse settimane a Bologna, Milano e Torino, come segno di speranza in un tempo segnato dalla violenza.


Cristiani, musulmani ed ebrei per la pace: “Bisogna arginare l’odio” – Vatican News

29 Agosto 2025Permalink

2 luglio 2025 _ scrive Manuela Dviri

min 
buongiorno a tutti. scritto ieri notte.
E adesso vado a riposare.
Stiamo vivendo tempi di cambiamenti repentini. Da un giorno all’altro, da un’ora all’altra. Il giornale ricevuto la mattina per mezzogiorno è già obsoleto. Ciò che sembrava sicuro, diventava un’ora dopo pericoloso. Il vero diventa falso in una mezzora scarsa. Alla sensazione di sfiducia totale nel confronto del governo e delle sue decisioni e di un premier sempre e solo preoccupato della sua personale sopravvivenza (che quando gli fa comodo attacca lo stato di diritto e accusa persino il suo stesso esercito e mai si è detto colpevole di nulla) si è poi unita la paura per l’apparizione di un Trump imprevedibile. E per me personalmente questi 12 terribili giorni della guerra con l’Iran sono stati vissuti in contemporanea con la malattia del mio compagno di vita, la vecchia quercia Avraham. Sfollata nelle case dei miei figli. Una settimana li, una settimana là.
E poi lo sgomento e la paura per i soldati che continuano a morire a Gaza, per gli ostaggi ancora nei tunnel di Gaza. Per quello che stanno vivendo i civili gazawi, ( due giorni fa è morto il fratello di un mio amico di Gaza)
E quel dover tornare a manifestare per loro perché finalmente quella guerra senza senso finisca. Tutti i sabato sera e appena posso anche durante la settimana.
Lunedì, l’ultimo giorno della guerra con l’Iran, mi è capitato di essere fuori di casa. Di trovarmi in un rifugio sconosciuto, chiusa lì per un’un’ora senza linea al cellulare. C’era accanto a me una signora con la testa mezza bionda e mezza no perché la parrucchiera le stava facendo la tinta ed erano scese insieme nel rifugio. Una scena da commedia dell’assurdo. Che non mi ha fatto neanche ridere da tanto sono stanca e mi gira la testa.
La vita in questi lunghi mesi è stata uno scombussolamento continuo, con ogni possibile sensazione che l’essere umano può provare: dalla paura esistenziale, al terrore, all’impotenza, alla speranza, alla delusione, alla rabbia, all’orgoglio, al dolore, alla vergogna, all’accettazione di una realtà senza senso e alla sensazione di non capirci più niente, e poi anche lo sconforto e la disperazione e il sogno di venirne fuori e il tentativo di trovare una prospettiva. La pietà. La compassione. La solidarietà. Tanta. E la paura, tantissima. Tutti, ho scoperto dopo, durante la guerra con l’Iran portavano con sé il passaporto, (malgrado l’aeroporto fosse ermeticamente chiuso) e i gioielli li tenevano addosso o nel mamad perché non si sa mai. Questione di inconscio collettivo evidentemente.
E adesso siamo tutti stanchi. E a molti gira la testa. Non in senso metaforico.
Con la relativa calma e il ritorno alla vita apparentemente normale è arrivata finalmente la stanchezza.
Il bisogno di dormire.
Abbiamo tutti sonno. Non si parla altro che di stanchezza, di quanto si è stanchi e di quanto si vorrebbe andare di nuovo a dormire. Io compresa. Non ho voglia di far niente. Non ho idee di nessun genere. Voglio solo riposarmi e non pensare a nulla. Anche quando dormo sogno di andare a dormire. E questi 600 e più giorni di guerra e morte e distruzione si confondono nella mia testa in un unico enorme evento di cui non riesco nemmeno più a ricordare le date , i confini, e gli eventi precisi, tanto da doverlo chiedere a chat gpt. Sono arrivati prima i missili Houti o quelli Hisballah? quand’è crollato il regime di Assad? E la storia dei cercapersone quand’è stata ?E quello di Nassralah ? E quand’è che gli ebrei in generale hanno cominciato ad essere accusati, a sentirsi in colpa? E di cosa? E anche la intelligenza artificiale mi è sembrata un po’ imbarazzata e confusa nella risposta.
Avrà bisogno di riposare anche lei.
2 Luglio 2025Permalink

25 maggio 2025_ Khan Younis, il raid israeliano che fa strage. Gli ostaggi liberati contro Netanyahu di Giusi Fasano

Corriere della sera
Distrutta una famiglia. Polemiche sul nuovo capo dello Shin Bet. Finti vocali con le voci dei rapiti

TEL AVIV – La dottoressa Suheir Al-Najjar, nipote del defunto dottor Hamdi e lei stessa medico, dice all’agenzia di stampa turca Anadolu che l’esercito israeliano ha prima lanciato un missile che non è esploso. Pochi minuti dopo è arrivato il secondo che ha raso al suolo la casa. Senza il preavviso che in genere i militari diffondono prima dei bombardamenti massicci. «Lo sapevano — ha detto Suheir Al-Najjar —. Sapevano che dentro c’erano dieci bambini e due dottori, e lo hanno fatto comunque».

Che sia davvero andata così oppure no a questo punto poco importa. Di fatto della casa di Hamdi al-Najjar non è rimasto nulla e nel raid — siamo a Khan Younis — sono morti nove dei suoi dieci bambini. Ieri, l’agenzia si stampa palestinese Wafa aveva annunciato la morte di Hamdi; oggi l’ospedale di Khan Younis afferma che il dottore è in condizioni molto critiche, ma ancora in vita. L’unico figlio che si è salvato, 11 anni, è in terapia intensiva all’ospedale Nasser dove lavora come pediatra la mamma dei piccoli, Alaa al-Najjar, che aveva appena indossato il camice quando ha visto arrivare i primi resti dei suoi figli. L’Idf, le Forze di difesa israeliane, parlano di operazioni a Khan Younis contro «sospettati», ma non c’è un chiaro riferimento al raid sulla casa del dottor al-Najjar. La notizia dei fratellini morti (il più grande ha 13 anni) è un’onda emotiva che si fa sentire anche nella manifestazione organizzata dai familiari dei rapiti nell’ormai celebre Piazza degli Ostaggi di Tel Aviv. Le famiglie di chi è ancora prigioniero nei tunnel della Striscia (58 persone di cui una ventina ancora in vita) chiedono al governo il cessate il fuoco perché sono convinte che sia il solo modo di riabbracciare i loro cari o di riavere indietro i resti.

Ma il premier Benjamin Netanyahu insiste con la grande offensiva «Carri di Gedeone» per conquistare Gaza e sconfiggere Hamas a forza di bombardamenti. E la nomina di David Zini a nuovo capo dello Shin Bet, i servizi segreti interni, gela ancora di più le aspettative delle famiglie se è vero, come riportano i media israeliani, che (non è chiaro quando) ha detto ai suoi colleghi: «Sono contrario agli accordi con gli ostaggi. Questa è una guerra eterna». I familiari dei rapiti non hanno altra arma che la voce degli ex ostaggi per convincere delle loro ragioni l’intera opinione pubblica israeliana. Così ieri sera dal palco della manifestazione ha parlato fra gli altri Naama Levy, una delle cinque soldatesse rilasciate durante la tregua di gennaio. Ha descritto il terrore dei bombardamenti israeliani, «i boati, il rumore che ti paralizza, la terra che trema…In questo preciso istante ci sono degli ostaggi che sentono quegli stessi fischi e boati, tremando di paura. Non hanno dove scappare, possono solo pregare». In un altro angolo della città, intanto, attivisti israeliani mostravano le foto dei bambini palestinesi uccisi, chiedendo anche loro la fine della guerra.

Hamas sa bene quanto sia importante il nodo degli ostaggi e probabilmente ha usato la voce di vecchi appelli dei suoi prigionieri per creare con l’intelligenza artificiale dei messaggi vocali che alcuni israeliani hanno ricevuto nella notte fra venerdì e sabato: si sentono ostaggi che implorano di essere rilasciati e, in sottofondo, i rumori delle esplosioni. La Direzione nazionale per la sicurezza informatica dice che le chiamate — provenienti da numeri non identificati — erano un evidente tentativo di creare panico tra la popolazione. Come se non fosse già abbastanza il panico che queste famiglie devono sopportare ogni giorno.

 

25 Maggio 2025Permalink

20 marzo 2025 _ Equinozio di primavera

23 h 
Documento scioccante!!!!
★★★★★
Gali Alon, che ieri ha partecipato alla manifestazione, scrive:
Ieri sono stato picchiato. Davvero.
Ieri sono stato picchiato da persone che dovrebbero proteggermi. E mentre pensavo che se fosse stata la polizia ad attaccarmi, chi mi avrebbe protetto?
Vecchio Mashbir, Gerusalemme. A proposito di ieri sera. La manifestazione è stata organizzata a mezzogiorno, ore dopo la ripresa della guerra. La sera ci siamo incontrati lì, circa 200 A. Donne, protesta contro la guerra.
Siamo riusciti a percorrere trenta metri, fino all’imbocco della via pedonale, quando i vigili hanno iniziato ad attaccare. Quelli che erano in piedi spinsero e si stesero a terra, così velocemente, ci sedette. Non ho mai provato tanta paura. Accanto a me sedeva un uomo di 60 anni, trascinato da tre poliziotti che gli hanno dato un calcio nello stomaco, mentre lui gridava “gli occhiali! ” I miei occhiali! “.
Una giovane ragazza seduta davanti a me si è rifiutata di lasciare andare il cartello che teneva in mano ed è stata presa a pugni in faccia, il sangue ha iniziato a scorrere dal pascolo. I tamburi sono stati presi e distrutti violentemente, così come i megafoni e i cartelli, che sono stati strappati in due. Accanto a me sedeva Michal, è stata colpita gravemente ed è stata costretta ad evacuare in ospedale. La mattina mi ha informato che le avevano rotto il braccio.
I poliziotti, quasi tutti, erano senza targhetta con il nome. Si sono rifiutati di essere identificati. Uno di loro è andato in giro con il casco da moto in faccia tutta la sera, picchiando la gente.
Tuttavia siamo rimasti seduti, senza megafoni, senza tamburi, senza cartelli. Abbiamo appena urlato basta. Basta guerra, che rifiutiamo, che non accettiamo di rinnovare la lotta, per genocidio. “Continueremo a gridare, non ci arrenderemo, fermate il fuoco! “.
Oggi succede questo, pensavo. Stanno per uccidere un manifestante. Ho sentito un attacco d’ansia venire verso di me a passi da gigante. Ho provato ad alzarmi e scappare, ma un poliziotto mi ha visto, mi ha afferrato e mi ha schiaffeggiato sul pavimento. Abbiamo iniziato a camminare in direzione piazza Parigi, tanto per uscire da lì, per allontanarci dalla polizia. Ci hanno inseguito, colpendo chi era rimasto indietro.
Sono caduto sul pavimento e un’ondata di persone sopra di me. Un poliziotto ha raccolto uno dei recinti usati per la separazione e l’ha trascinato, pugnalandomi alle spalle lungo la strada. Voglio credere che non dicesse sul serio, ma ora non riesco a dormire sulla schiena.
Ma è un’ipotesi, la cosa veramente brutta è vedere gli altri, soprattutto amici e parenti, essere picchiati a morte. Ciò che è veramente difficile è la mancanza di potere di fronte a questa violenza.
Qualcosa è cambiato, qualcosa si è rotto. Gerusalemme di ieri, e soprattutto via Gaza, dove vivo, è diventata una distopia, con migliaia di poliziotti e soldati e cellulari e meccatazi. Tutto bloccato, chiuso e cancello.
E ho paura.
📌*WAR ROOM* • Aggiornamenti regolari su WhatsApp https://bit.ly/3XRLmPo > https://bit.ly/3XRLmPo
20 Marzo 2025Permalink

4 marzo 2025 _ Informazioni aggiunte a quelle di ieri – da conservare

Scrivevo ieri  3 marzo _ un  testo  che conservo nel  mio blog (la mia imperdibile , personale memoria storica )  che ho intitolato:
“Scorrettamente ricopio e conservo con ammirazione”
Si può leggere con il  link che trascrivo di seguito.
Dopo il link troverete l’articolo pubblicato su Il fatto quotidiano di oggi e ripreso da Manuela Dwiri che lo offre alla lettura nel  nel suo sito

3 marzo 2025 — Scorrettamente copio e conservo con ammirazione

4 marzo     Da Il fatto quotidiano di oggi

Per chi non è riuscito a leggere l’articolo del fatto, eccolo qui

Ieri, domenica, ho iniziato a recarmi alla dimostrazione per la fine della guerra e il ritorno degli ostaggi anche durante la settimana e non solo il sabato sera. è l’unico modo che ho trovato per dare a me stessa un po’ di pace nello sfondo del fragilissimo cessate il fuoco, il blocco degli aiuti umanitari e ritorno degli ostaggi, vivi o morti, che è iniziato questa settimana.

In questi giorni l’esercito, esattamente come aveva promesso, ha iniziato a studiare gli errori compiuti il sette ottobre che hanno portato alla tragedia del sabato nero.

Difficile ascoltare. La verità fa male.

Ti viene voglia di tapparti le orecchie e spegnere la televisione, non vedere non ascoltare.

Per le famiglie che hanno perso i loro cari, per le famiglie che hanno i loro figli ancora nella prigionia dei tunnel di Gaza, è una tortura senza fine.

E perciò non deve stupire se oggi un buon numero di queste famiglie si è presentata alla Knesset, il parlamento israeliano, con la richiesta di una commissione d’inchiesta statale, e sebbene fossimo ormai abituati al trattamento a dir poco inappropriato da parte dei politici al governo , questa volta sono stati superati tutti i limiti. Non è stato loro permesso di entrare nella tribuna dei visitatori e sono stati fermati con la forza dalle guardie della knesset fino ad arrivare alla violenza fisica. Due dei padri si sono sentiti male. Solo dopo un’ora sono riusciti ad entrare sotto stretta sorveglianza di dozzine di agenti di sicurezza Il parlamentare Hili Tropper ha infine letto una lettera scritta da Yarden Bibas, il padre dei bambini coi capelli rossi e marito di Shir. Nella lettera ha invitato il premier a tornare con lui a casa, al kibbutz Nir Oz, il kibbutz che Netanyahu si è sempre rifiutato di visitare e dove oggi c’è stato il funerale di uno degli ostaggi. “tanti semplici cittadini – ha scritto Yarden-hanno chiesto perdono e così pochi politici. dopo che saranno tornati gli ostaggi, sarò il primo a sostenere qualsiasi azione volta a distruggere Hamas. Ma non ora” Ha poi richiesto l’istituzione di una commissione d’inchiesta statale “perché altrimenti non potremo riuscire a riabilitarci e a rinascere “

Quando alla fine Netanyahu ha parlato, furibondo, ha promesso che nessuna commissione d’inchiesta verrà creata se non creata da lui stesso.

I parenti dei caduti in guerra e degli ostaggi gli hanno voltato le spalle. Altri hanno letto la preghiera per i morti, il Kaddish

Sanno bene che la tregua è fragilissima e il ritorno alla guerra potrebbe essere la morte dei loro cari.

Un altro gruppo è partito per Washington, per cercare di incontrare Trump e implorare il suo aiuto.

Come possiamo essere arrivati a questo punto?

Domani sarò di nuovo a protestare.

 

Gli articoli di Manuela Dwiri si possono leggere nel sito(italiano in italiano)  Gariwo, di cui metto una breve nota qui di seguito

  • Gariwo è l’acronimo di Gardens of the Righteous Worldwide.
    Siamo una ONLUS con sede a Milano e collaborazioni internazionali.
    Dal 1999 lavoriamo per far conoscere i Giusti: pensiamo che la memoria del Bene sia un potente strumento educativo e serva a prevenire genocidi e crimini contro l’Umanità.
    Per questo creiamo Giardini dei Giusti in tutto il mondo e usiamo i mezzi di comunicazione, i social network e le iniziative pubbliche per diffondere il messaggio della responsabilità. Dal Parlamento europeo abbiamo ottenuto la Giornata dei Giusti, che ogni anno celebriamo il 6 marzo.
4 Marzo 2025Permalink

27 febbraio 2025_ Due bambini dai capelli rossi e la loro mamma

Gariwo.net  27 febbraio 2025

Mi ero svegliata come ogni altro giorno dell’anno…di Manuela Dviri

Il 26 febbraio è il giorno del compleanno di quattro dei nostri nipoti. Maya compie 14 anni, Gaia e Lia 17, Yuvi 19. Ed è anche il giorno della morte di nostro figlio Yoni. La possibilità di tre nascite la stessa data è di 1 su 48 milioni. Ho smesso da tempo di cercare di capire.

Maya avrebbe dovuto nascere in realtà il 25, ma il parto non progrediva, è nata a mezzanotte e 18 minuti del 26 febbraio. Il 18 nella numerologia ebraica, che è il valore simbolico dei numeri, vuol dire vita. Yoni evidentemente ci teneva molto a farci capire qualcosa.

E a proposito, il giorno prima, al funerale a Nir Oz di Oded Lifshiz, 84 anni, morto in prigionia a Gaza, suo figlio ci ha ricordando i principi a cui credeva suo padre, simbolo dell’Israele del dialogo, dei padri fondatori, dell’Israele migliore.

E di nuovo, l’Israele migliore l’abbiamo incontrata mentre il triste convoglio con i feretri della famiglia Bibas stava tornando a casa, al kibbutz Nir Oz. In ogni incrocio del paese, anche quelli più lontani, li attendevano centinaia di migliaia di persone con bandiere bianco azzurre, bandiere gialle della protesta per il ritorno degli ostaggi, bandiere arancioni come i capelli dei due bambini trucidati. Il triste corteo è stato seguito da centinaia di moto. La gente piangeva silenziosa. Chiedeva perdono per averli lasciati morire, urlava la parola Sliha (scusa, chiedo perdono)

Non Nethanyau. Non si sono visti rappresentanti del governo al funerale. Certo, non c’era lui. Anzi. Yarden Bibas, il padre, tornato dalla prigionia solo quindici giorni fa, aveva già chiesto per ben due volte al Premier Nethanyau di non “impadronirsi” dei suoi figli e di sua moglie, di non raccontare al mondo intero come sono stati fisicamente uccisi sventolando le loro foto. Di permettere un minimo di privacy. Ma lui ci ha provato di nuovo. A Tel Aviv, nell’udienza del processo a suo carico per corruzione, ha chiesto ai giudici un momento di silenzio in ricordo dei Bibas.

Fortunatamente non gli è stato concesso.

E intanto continuava al sud il viaggio del corteo. Lungo la strada un irreale silenzio, rotto solo dal pianto della folla.

Poi il funerale. Privato.

In queste ore sarebbe molto facile cadere nella deumanizzazione dell’altro, nel passaggio così facile e rapido da vittima a creatore di altre vittime. Ma la folla non chiede vendetta. Netanyahu invece sì, in questo è un esperto. Mai chiederà perdono come quella folla. Il kibbutz Nir Oz è diventato il simbolo della distruzione avvenuta sotto il suo governo, non solo di quella fisica. Con lui è esplosa la distruzione dei valori, dell’umanità. L’abbandono dei cittadini per perseguire gli interessi personali. Nel quotidiano Haaretz, Rogel Halper scrive oggi, 27 febbraio, che quella folla di cittadini con le bandiere bianco azzurre gli ricorda i movimenti popolari nell’Argentina degli anni settanta. Un movimento di cittadini che vogliono la verità per i propri desaparecido. Per i propri morti, gli ostaggi, la distruzione.

Quelle centinaia migliaia di persone in lutto, quella catena umana di 120 chilometri che ha accompagnato i Bibas nel loro ultimo viaggio, da Rishon Lezion fino al cimitero, non abbandonerà mai gli ostaggi ancora in prigionia, vivi o morti. Sta emergendo in Israele un ampio movimento popolare che chiede risposte a Netanyahu a proposito dei propri cari “scomparsi”.

Questa protesta crescerà. Ha un’autorità morale incorporata, sembra che nasca meno dalla rabbia e più dal dolore, e dal silenzio di quando finiscono le parole e non c’è più forza per urlare. Intorno alla famiglia Bibas è in corso una battaglia per la narrazione. Netanyahu sta cercando di usarli come armi per dimostrare la barbarie di Hamas e per giustificare il prolungamento della guerra di vendetta che ha preservato il suo governo, anche a costo della vita degli ostaggi.

Moltissimi altri e con loro i membri del kibbutz Nir Oz, tra i kibbutz più colpiti il sette ottobre, stanno invece trasformando la immagine dei bimbi coi capelli rossi barbaramente uccisi in prigionia in un simbolo della incapacità e delle colpe del governo e nella richiesta di una commissione d’inchiesta statale. Quelle centinaia di migliaia di persone che hanno accompagnato i Bibas, persone chiunque, di destra e di sinistra, sono la forza di questo popolo che piange i suoi morti e chiede risposte, lo stesso popolo che vede ora tornare morti gli ostaggi “anziani” immolati da Netanyahu per la sua sopravvivenza.

Nel pieno della notte tra il 26 e il 27, all’ingresso dell’istituto legale, alcune decine di cittadini attendevano i loro feretri per l’ultimo saluto.

27 Febbraio 2025Permalink

20 febbraio 2025 _ Pace che non si trova e un pensiero a tutte le vittime, oggi ai piccoli dai capelli rossi

Ho  condiviso questo testo del prof.  Gabriele   Boccaccini che ho avuto il piacere di conoscere in tempi lontani, durante un viaggio organizzato  dall’associazione Biblia  ( associazione laica di cultura biblica).
Studioso del giudaismo del secondo tempio e delle origini cristiane . Insegna negli USA  (University  of  Michigan)

Di fronte alle immagini macabre e disgustose di odio e di propaganda inscenate a Gaza sulla bare di povere vittime innocenti non e’ possibile rimanere silenti. Per tutta la vita ho sostenuto, fin dagli anni Settanta, la causa palestinese e la causa della pace (e continuo cocciutamente ad essere fedele a questi ideali). Ma senza mai perdere il senso critico, la percezione dei diritti di entrambi i popoli alla pace e alla sicurezza, l’opposizione a politiche estremiste (sia di parte israeliana che palestinese). Devo dire che dopo l’inizio della guerra mi aspettavo che in Europa o negli Stati Uniti ci sarebbero state manifestazioni pro-Palestina, speravo però che ci sarebbero state anche forti manifestazioni “per la pace” (a sostegno di soluzioni di compromesso), che invece non ci sono state. (La bandiera della Palestina non è la bandiera della pace ma di una delle due parti in conflitto) Quello che ingenuamente non mi aspettavo proprio e’ che le manifestazioni pro-Palestina prendessero una piega così estremista a sostegno non solo della “causa palestinese” ma della leadership estremista palestinese. Non mi aspettavo che partiti e movimenti politici, sindacati, organizzazioni umanitarie, giovani studenti e anche chiese e leader religiosi si appiattissero in modo così acritico su posizioni estreme, al punto da perdere la voce anche di fronte a scene come queste e non si accendesse in loro quanto meno una scintilla auto-critica o il bisogno anche di un timido distinguo o di una parola di umanità, dovuta alle vittime innocenti di entrambe le parti. Un popolo la propria libertà e il rispetto del mondo se li deve conquistare anche sul piano morale. Siamo figli e nipoti di partigiani che ne hanno passate tante ma sarebbero inorriditi a vedere i comportamenti e i metodi di lotta di questi che si spacciano per “resistenti” ma sono solo dei fanatici assassini.

20 Febbraio 2025Permalink

27 gennaio 2025 _ Alcuni link sul tema

Provo a inserire una serie di link nella speranza che siano tali da potersi aprire e leggere. Se così  non fosse possono venir copiai e aperti tramite google .
Poiché non penso che sia possibile chiedere a chi mi leggerà, informato dà   un messaggio di posta,  di leggerli tutti , cerco di illustrarli per facilitare una scelta:

Il primo: giornata della memoria , si presenta già con il titolo
Approfitto per ricordare che la senatrice Segre …è presidente della Commissione
“contro le parole d’odio”, da lei voluta.

Il secondo  porta a un testo del mio blog, nella cui ultima parte conservo la memoria di una visita al lager  di  Majdanek , preceduto da lunghe considerazioni su un episodio avvenuto  nel 1918 a Codroipo
Chi volesse risparmiarsi le considerazioni su un episodio di mala  formazione  potrà iniziare  da Giocattoli vintage a Majdanek

Il terzo  riguarda l’importanza di dare un nome alle vittime credo rivesta una particolare attualità

Il quarto riporta  alcune considerazioni sempre della storica Anna Foa sulla giornata della memoria , scritte lo  scorso anno

Il quinto è la testimonianza di chi fu deportato bambino

Il sesto consente di raggiungere  il testo di Anna Fo che ho pubblicato poco fa.

Giornata della memoria, l’allarme di Segre: «Di noi non si parlerà più». Chi sono gli ultimi sopravvissuti alla Shoah

14 dicembre 2018 – Integrazione precoce a Codroipo, provincia di Udine

27 gennaio 2023 – Un nome è un nome e nulla lo può sostituire

https://it.gariwo.net/magazine/editoriali/il-27-gennaio-parliamo-di-shoah-ma-anche-delloggi-27897.html#:~:text=anche%20dell’oggi%22-,di%20Anna%20Foa,crescere%20di%20un%20nuovo%20antisemitismo.

Sami Modiano, la storia del bambino che tornò da Auschwitz | Studenti.it

https://www.msn.com/it-it/notizie/mondo/intervista-ad-anna-foa-israele-i-crimini-di-guerra-a-gaza-sono-provati-papa-francesco-colpevole-di-dire-la-verit%C3%A0/ar-BB1rgxRT?apiversion=v2&noservercache=1&domshim=1&renderwebcomponents=1&wcseo=1&batchservertelemetry=1&noservertelemetry=1

27 Gennaio 2025Permalink