14 agosto 2026 – Gli USA contro i coloni scrivo il 18_ da aggiornare

lo  scrive La  Repubblica   a pag6-7 ma la notizia è diffusa
Soldati  dell’esercito pregano assieme ai coloni che  avrebbero  dovuto allontanare
Le Idf  annunciano punizioni   (foto)
Parla  uno  dei cinque  italiani  ancora  presenti  per  solidarietà

AVVENIRE
Taybeh,  soldati  nel  monastero.
assedio  dei coloni alle  famiglie
l’esercito interviene dopo  pressioni  USA
“quello  che  sta  avvenendo è  grave  e con  rispecchia il nostro  modo di agire” ,  ha  dichiarato Israele  Gantz,  capo  del  consiglio Yesha  l’organizzazione ombrello he riunisce  gli insediamenti israeliani  in Cisgiordania.
Parallelamente  ,  ha  aggiunto  Gantz ,  “chiedo al  governo  israeliano  di annullare  gli  accordi di Oslo e di consentire insediamenti ebraici  e  regolamentati in tutte le aree libere”.
“Siamo  contrari ai disordini violenti,  lo dico senza mezzi termini”,  ha  affermato il  ministro della  Difesa Israele Katz ,  pronto però  ad  aggiungere che  “la  violenza  dei coloni non esiste, è  un fenomeno marginale”.  autore:  Luca  Foschi

 

18 Agosto 2026Permalink

15 gennaio 2026 – Si discutono le definizioni . Bene

Antisemitismo, la logica distorta da Israele

"Ebrei contro l'apartheid in Palestina!", manifestazione a San Paolo, Brasile (AP Photo/Tuane Fernandes)

“Ebrei contro l’apartheid in Palestina!”, manifestazione a San Paolo, Brasile – (AP Photo/Tuane Fernandes)

Bisogna congratularsi con Zoharan Mamdani che, nel suo primo giorno da sindaco di New York, ha revocato l’adozione della definizione di antisemitismo dell’Ihra disposta dal suo predecessore, Eric Adams. Nel tentativo di raccogliere qualche voto in più tra l’elettorato ebraico in vista delle elezioni a sindaco, Adams ha firmato un ordine esecutivo l’8 giugno 2025, che adottava la definizione dell’Ihra. È stato l’ennesimo gesto disperato e insensato: non ha accresciuto il rispetto nei suoi confronti né lo ha aiutato alle urne.

Questa definizione, più che contrastare l’antisemitismo, funziona come uno strumento per fissare i confini del discorso sull’operato del governo israeliano, mettere a tacere le voci critiche su Israele sul sionismo e limitare la libertà di espressione. In questo senso, la definizione ha prodotto danni incalcolabili alla lotta contro l’antisemitismo reale. L’ha trasformata in una questione politicamente controversa e ha finito per offrire, implicitamente, una sorta di immunità agli antisemiti dichiarati, purché sostengano la politica israeliana contro i palestinesi.

Perciò Zoharan Mamdani ha fatto bene a liberarsi di questa definizione dannosa, che simboleggia tutto ciò che è sbagliato e falso nel discorso che Israele e i suoi alleati alimentano attorno al concetto di «antisemitismo».

LA DEFINIZIONE in questione nasce nei primi anni Duemila, in un contesto segnato dal moltiplicarsi di episodi antisemiti in diversi paesi europei e dalla volontà di alcune organizzazioni ebraiche di monitorarli in modo sistematico. Erano gli anni della Seconda Intifada: in quel periodo si registravano attacchi contro ebrei e istituzioni ebraiche, soprattutto in Europa, sullo sfondo di quanto avveniva in Palestina/Israele.

In quel quadro, alcune organizzazioni elaborarono una definizione operativa condivisa, concepita come strumento di lavoro per l’attività di monitoraggio. La definizione fu formulata dal giurista Kenneth Stern insieme al rabbino Andrew Baker dell’American Jewish Committee (Ajc), che la presentò all’Osservatorio dell’Unione europea sui fenomeni di razzismo e xenofobia (Eumc, oggi Agenzia per i diritti fondamentali).

La definizione venne pubblicata sul sito dell’Eumc, ma in seguito fu rimossa, perché già allora molti ne avevano riconosciuto i limiti e i potenziali effetti dannosi. Lo stesso Stern, autore principale della definizione, divenne in seguito uno dei più netti oppositori della sua adozione come strumento normativo destinato a regolare o sorvegliare il dibattito su Israele, in particolare negli ambienti universitari.

Arrivò a testimoniare con fermezza contro l’adozione della definizione davanti al Congresso degli Stati uniti nel novembre 2017. A suo avviso, sin dall’inizio, la funzione della definizione doveva rimanere circoscritta: creare un linguaggio comune tra gli organismi impegnati nel monitoraggio del fenomeno, e nulla più.

NONOSTANTE ciò, la definizione ha assunto una vita propria. Sempre più agenzie governative nel mondo, tra cui il Dipartimento di Stato statunitense, hanno iniziato a farvi riferimento. Una svolta particolarmente preoccupante si è verificata nel maggio 2016, quando un’organizzazione denominata International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra) ha adottato la definizione.

L’Ihra è stata fondata nel 1998 con l’obiettivo di preservare e promuovere la memoria dell’Olocausto a livello globale; oggi conta 35 stati membri, in larga parte occidentali (tra cui, naturalmente, Israele). I principali attori che hanno spinto verso quella risoluzione erano riconducibili ad ambienti filo-israeliani. Fra essi, Marc Weizmann del Wiesenthal Center di Los Angeles: un’organizzazione che ha definito la decisione dell’Unione europea di etichettare i prodotti provenienti dagli insediamenti illegali israeliani come il terzo evento antisemita più grave del 2015, e che ha indicato come gli eventi antisemiti più gravi del 2016, sia la risoluzione delle Nazioni unite che condannava Israele per la costruzione di insediamenti, sia l’astensione dal voto dell’amministrazione Obama.

Il voto interno all’Ihra su questa definizione è stato tutt’altro che lineare. Alcuni paesi hanno sostenuto la sola definizione di base, non gli esempi applicativi, e – secondo i regolamenti – per la decisione era necessario un consenso unanime. Eppure, elementi di forza, tra cui Marc Weizmann, hanno creato l’impressione che l’intera definizione fosse stata accettata dall’Ihra, e questa interpretazione si è imposta come la verità. Da quel momento, gli stati membri hanno iniziato ad adottarla a loro volta e, contemporaneamente, a promuoverla presso enti pubblici e privati: dalle città e dalle università alle squadre di calcio e alle compagnie aeree.

IL RISULTATO è stato catastrofico. La possibilità di parlare e protestare contro le politiche israeliane è diventata sempre più limitata, perché, per definizione, quasi ogni critica politica a Israele o al sionismo può essere interpretata come antisemita. Il filosofo israeliano Adi Ophir l’ha definita «una Cupola di Ferro discorsiva». E non c’è nemmeno bisogno di attivarla ogni volta: la sua sola esistenza produce un effetto paralizzante. Dopotutto, chi vorrebbe esporsi al rischio di un’accusa di antisemitismo? Inoltre, Israele e i suoi sostenitori sono riusciti a spostare il terreno della discussione. Non si parla più dell’apartheid, della Nakba, dell’occupazione e dell’annessione (anche prima del genocidio), ma della legittimità stessa di discuterne: se farlo sia lecito o se sia, in realtà, un’espressione di antisemitismo.

Logica distorta

Qual è, dunque, il meccanismo operativo di questa «Cupola di Ferro» discorsiva? La definizione di antisemitismo dell’Ihra include una definizione di base piuttosto macchinosa: «L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti. Le manifestazioni retoriche e fisiche di antisemitismo sono dirette verso le persone ebree, o non ebree, e/o la loro proprietà, le istituzioni delle comunità ebraiche e i loro luoghi di culto».

Poiché è praticamente impossibile ricavare chiarezza da una formulazione così ambigua – che, proprio per la sua ambiguità, fa più male che bene – sono stati aggiunti undici esempi esplicativi. Sette di questi riguardano Israele: in pratica, la definizione finisce per identificare l’antisemitismo di oggi soprattutto con la critica politica a Israele, e non con l’ostilità, la discriminazione e la violenza contro gli ebrei nel mondo.

C’è poi un secondo problema. La definizione separa l’antisemitismo da qualsiasi contesto universale: lo tratta come un fenomeno a sé stante, non collegato ad altre manifestazioni di discriminazione, razzismo e odio. Di conseguenza, anche la lotta contro l’antisemitismo viene disancorata da trattati e organismi internazionali pensati per combattere questi fenomeni. Come se l’antisemitismo fosse un fenomeno sui generis, un’eccezione che trascende ogni altro problema di razzismo, discriminazione e odio. In altre parole, il presupposto diventa una sorta di «supremazia ebraica» nella gerarchia delle lotte antirazziste.

MA IL NODO più grave è l’identità che questa definizione costruisce tra ebraismo e sionismo. Uno degli esempi allegati afferma che «negare il diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione» e «definire Israele come un progetto razzista» costituirebbe di per sé una forma di antisemitismo. Ne deriva che l’opposizione al sionismo sarebbe necessariamente antisemitismo, perché essere ebrei implicherebbe essere sionisti. È così che, ad esempio, il primo ministro Benjamin Netanyahu e il genero e confidente di Donald Trump, Jared Kushner, hanno interpretato la definizione e l’hanno pubblicizzata su scala globale.

La logica che sostiene tutto questo è completamente distorta. Negare agli ebrei un diritto riconosciuto a ogni popolo – il diritto all’autodeterminazione – è presumibilmente discriminante e dunque antisemita. Ma come può Israele rivendicare una simile pretesa, quando esso stesso nega l’autodeterminazione a un altro popolo, quello palestinese, che non dispone certo di un documento analogo capace di “proteggere” il modo corretto in cui se ne dovrebbe parlare nel mondo?

E poi: l’accusa di razzismo contro uno Stato viene ripetuta ogni giorno contro molti paesi. Perché allora, quando si muovono le stesse accuse nei confronti di Israele – accompagnandole con prove empiriche solide e ragionamenti convincenti – ciò dovrebbe diventare antisemitismo? Le affermazioni secondo cui Israele mantiene un regime di apartheid o ha commesso un genocidio sono antisemite perché imputano razzismo a Israele, o sono descrizioni fattuali, realistiche e accurate?

INOLTRE, esistono molti ebrei – inclusi israeliani, tra cui l’autore di queste righe – che vivono e praticano la propria identità ebraica proprio nella critica a un regime ritenuto razzista e violento, e nel tentativo di trasformarlo radicalmente per un futuro migliore, tanto per gli ebrei quanto per i palestinesi. È accettabile che una definizione internazionale possa dichiarare illegittima questa identità e qualificarla come antisemita? Spetta davvero a istituzioni e stati stabilire come gli ebrei debbano realizzare la propria identità ebraica? Un intervento del genere sfiora già, di per sé, l’antisemitismo.

A ciò si aggiunge un altro punto che rende la definizione Ihra così problematica: l’idea che qualsiasi «doppio standard» verso Israele sia antisemita. È un’affermazione infondata, perché non esiste uno standard internazionale unico per misurare l’intensità della critica agli Stati. Come si può stabilire se le critiche contro gli Stati uniti durante il Vietnam, contro la Francia durante la guerra d’Algeria, contro il Sudafrica dell’apartheid o contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina siano state “equivalenti” – per intensità e diffusione – a quelle rivolte a Israele durante il genocidio di Gaza? E se non lo fossero, perché questa differenza dovrebbe diventare prova di antisemitismo?

Del resto, l’azione politica, per sua struttura, concentra energie su alcune cause e non su altre. Eppure, secondo la logica della definizione Ihra, chi dedica le proprie energie alla lotta per i diritti dei palestinesi criticando Israele viene esposto all’accusa di antisemitismo: «Hai già condannato Siria, Cina, Arabia saudita, Sudan…?». Se la risposta è no, allora devi tacere su Israele, altrimenti verrai etichettato come antisemita.

Trasformare il significato del concetto di antisemitismo

Tutto ciò suggerisce che la natura della definizione dell’Ihra sia tendenzialmente proiettiva. Ciò che Israele si consente – negare l’autodeterminazione ad altri e rivendicare privilegi nel codificare il discorso critico contro di sé – lo vieta agli altri. Lo si vede anche nella parte che qualifica come antisemitismo qualsiasi accenno a una somiglianza tra le azioni di Israele e quelle dei nazisti. Eppure, leader come Trump e molti altri sono stati paragonati ai nazisti; e anche ebrei e israeliani l’hanno fatto – come il grande intellettuale israeliano Isaiah Leibowitz, che parlò di «giudeo-nazisti» a proposito dei coloni negli insediamenti in Cisgiordania, o l’ex capo dello Shin Bet Avraham Shalom, che paragonò alcune forme di controllo israeliano alle forme di controllo naziste in Europa.

In Israele stesso, fin dalla fondazione dello Stato, l’analogia con i nazisti è stata spesso utilizzata contro i palestinesi e i loro leader. Di recente, molte personalità pubbliche israeliane, tra cui il ministro delle finanze Bezalel Smotrich, hanno definito tutti i palestinesi «nazisti» per sostenere che nessuno di loro possa essere considerato innocente. Anche qui, ciò che Israele si permette viene proibito ai suoi oppositori.

LA LOGICA e lo spirito di questa definizione hanno trasformato il significato stesso del concetto di antisemitismo e l’importanza della lotta contro il fenomeno. La lotta contro l’antisemitismo nasce per proteggere una minoranza vulnerabile, e talvolta i suoi diritti, dalla tirannia dello Stato e della maggioranza. Ora, invece, la «lotta contro l’antisemitismo» viene impiegata come strumento potente da Israele come Stato e dagli ebrei al suo interno per vessare i palestinesi, un gruppo con diritti parziali o senza diritti, fino al punto di tentare di eliminarli.

Il danno prodotto da questa definizione e dal suo spirito è incommensurabile ed è documentato in numerosi articoli e in diverse banche dati complete. Non solo ha reso il discorso pubblico sulla Palestina estremamente cauto nella migliore delle ipotesi, e quasi impossibile nella peggiore. Ha anche permesso, per esempio, alla destra americana di coltivare un discorso apertamente antisemita senza che l’attenzione si concentrasse su di esso: perché il “vero” problema diventa «l’antisemitismo della sinistra islamista anti-israeliana».

Gli esempi sono noti: dai manifestanti di Charlottesville nel 2017 che gridavano: «Gli ebrei non ci sostituiranno», espressione diretta della teoria antisemita e cospirazionista della “sostituzione” prevalente nella destra americana; fino a figure come Nick Fuentes, negazionista dell’Olocausto che ha dichiarato di «amare Hitler» e di opporsi al «giudaismo talmudico», recentemente intervistato nel podcast – seguitissimo – di Tucker Carlson.

Oggi vediamo tutta la pericolosità di questa definizione nel modo in cui l’amministrazione Trump la utilizza, mentre la maggior parte delle principali organizzazioni ebraiche negli Stati Uniti (e anche in Europa), nel quadro del loro sostegno a Israele, continua a sostenerla. Già nel dicembre 2019 Trump ha applicato agli ebrei la Sezione 6 dell’American Civil Rights Act, che proibisce la discriminazione, attraverso un decreto presidenziale; e ha definito la discriminazione proibita sulla base della definizione Ihra.

LA DEFINIZIONE è stata utilizzata anche nel recente attacco agli istituti di istruzione superiore e nelle reazioni alle proteste contro il genocidio a Gaza. Molte università sono state obbligate ad adottare la definizione Ihra come strumento per la revisione dei programmi accademici. Due dei principali studiosi della Columbia University – Marianne Hirsch, studiosa dell’Olocausto, e Rashid Khalidi, storico della Palestina – si sono rifiutati di insegnare nell’attuale anno accademico, temendo azioni disciplinari basate sulla definizione.

La definizione dell’Ihra ha suscitato un’enorme opposizione in tutto il mondo e diverse definizioni alternative sono state formulate al suo posto. Una di queste è la Jerusalem Declaration on Antisemitism (Jda) – della quale sono stato tra i promotori e redattori – che offre un approccio completamente diverso che separa, salvo prova contraria, la discussione critica su Israele e il sionismo dall’antisemitismo – poiché una tale sovrapposizione può certamente esistere, ma richiede prove concrete.

Collega, inoltre, la lotta contro l’antisemitismo alla più ampia lotta contro il razzismo e la discriminazione. La Jda è attualmente firmata da circa 400 studiosi di settori pertinenti e rappresenta in gran parte ciò che è accettato negli ambienti accademici e contribuisce persino, in casi concreti, a contrastare la definizione dell’Ihra, principalmente nelle università.

Un altro gruppo che ha formulato una definizione alternativa a quella dell’Ihra è un gruppo di accademici e attivisti della costa occidentale degli Stati uniti, chiamato Nexus Group. Va ricordato, come hanno sostenuto i critici, che anche queste definizioni affondano le radici anche in una posizione altrettanto problematica: l’idea che l’antisemitismo abbia uno status speciale e che sia l’unico fenomeno che richiede una definizione internazionale, formulata da ebrei ed europei, con l’effetto di limitare il modo in cui palestinesi e loro sostenitori parlano di Israele. Nel frattempo, non esiste una definizione equivalente capace di limitare il modo razzista e genocida in cui molti ebrei israeliani e altri parlano dei palestinesi.

QUESTO PUNTO è stato affrontato da un’altra definizione: la New Jersey Statement on Antisemitism and Islamophobia, che collega l’antisemitismo all’islamofobia e fa riferimento anche al pregiudizio antipalestinese. Non è però altrettanto nota né gode di un ampio sostegno politico. E, in realtà, nella maggior parte dei paesi non c’è nemmeno bisogno di una definizione specifica di antisemitismo: le leggi contro il razzismo, l’incitamento all’odio e la discriminazione sono sufficienti. Se queste definizioni hanno un’utilità, è soprattutto in ambito educativo.

È comunque interessante notare che, sullo sfondo del genocidio di Gaza, accanto al rafforzamento del sostegno alla definizione Ihra e al suo spirito nella destra americana e globale, compaiono anche segnali di indebolimento in altri ambienti. Il Brasile si è recentemente ritirato dall’Ihra, dove aveva lo status di osservatore. Il partito tedesco Die Linke ha adottato la Dichiarazione di Gerusalemme e molte organizzazioni si oppongono alla definizione Ihra.

A tutto ciò si aggiunge il passo, necessario e coraggioso, del sindaco di New York Zohran Mamdani, che ha annullato la validità della definizione in città, ha separato l’antisemitismo dalle dure critiche a Israele e dall’opposizione al sionismo e ha riportato il dibattito sull’antisemitismo al suo posto, insieme a tutte le altre forme di discriminazione e odio. Una mossa tanto necessaria quanto urgente, soprattutto in questi giorni in cui i palestinesi sono sottoposti a una lotta genocida su più fronti per la loro stessa esistenza.

Yishar Koyach (dall’ebraico e dall’Yiddish, «ben fatto») Zohran.

***

Amos Goldberg è professore di studi dell’Olocausto e del genocidio presso il Dipartimento di Jewish History and Contemporary Jewry dell’Università Ebraica di Gerusalemme. Insieme al politologo Bashir Bashir ha curato per Columbia University Press «The Holocaust and the Nakba: A New Grammar of Trauma and History» (New York, Columbia University Press, 2018),  edizione italiana «Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma» (Milano: Zikkaron, 2023).

15 Gennaio 2026Permalink

1 novembre 2025_ Dobbiamo ricordare Yitzhak Rabin

ISRAELE – “Ritorno alla piazza”, nel nome di Yitzhak Rabin

Pubblicato in Israele il 30/10/2025

Nelle piazze, nelle scuole, nelle istituzioni, Israele si prepara a ricordare Yitzhak Rabin. A trent’anni dal suo assassinio a Tel Aviv per mano di un giovane fanatico al termine di un’affollata iniziativa a sostegno del processo di pace, l’eredità morale e politica del due volte primo ministro e firmatario degli Accordi di Oslo, sarà al centro di varie iniziative. Lunedì 3 novembre alle 15, nella data ebraica della sua uccisione, è in programma una cerimonia di stato promossa dal governo al cimitero nazionale sul Monte Herzl a Gerusalemme, dove Rabin è sepolto accanto alla moglie Leah. Nel 2024, su richiesta dei familiari, quella e le altre onoranze annuali alla Knesset e nella casa del presidente d’Israele non si tennero per via della guerra. Dopo cinque anni di sospensione causa Covid, lavori di ristrutturazione, il protrarsi del conflitto, tornerà anche a svolgersi l’annuale commemorazione in quella che un tempo si chiamava piazza Re d’Israele e che dopo quella notte di sangue ha preso il nome di piazza Yitzhak Rabin. La cerimonia promossa dall’organizzazione Hozrim LeKikar (Ritorno alla piazza), in raccordo con la municipalità di Tel Aviv, inizierà sabato 1 novembre alle 19.30, al termine dello Shabbat. Come la grande manifestazione del 4 novembre di 30 anni fa, che sarà rievocata trasmettendo l’ultimo intervento di Rabin. Leggenda dell’esercito, principale artefice della vittoria di Israele nella Guerra dei sei giorni, Rabin aveva dichiarato di credere «in una possibilità di pace» con i palestinesi, perché «ho sempre pensato che la maggior parte delle persone desideri la pace e sia pronta a correre rischi per la pace». Rabin aveva anche ammonito sulla violenza che «erode le basi della democrazia israeliana: deve essere condannata e isolata, questa non è la via dello Stato di Israele». Il timore delle forze di sicurezza è che entrasse in azione un terrorista palestinese, anche perché in quei mesi molti attentati avevano insanguinato Israele. A colpire a morte il primo ministro fu invece un ebreo fondamentalista, che riteneva Rabin un “traditore”.
Gli organizzatori hanno diffuso una prima lista di partecipanti all’evento: troviamo il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid, il leader dei Democratici Yair Golan, l’ex ministra degli Esteri Tzipi Livni. Ci saranno anche il rabbino Benny Lau e l’ex ostaggio Gadi Mozes. E tra gli altri l’artista Dana International, vincitrice dell’Eurovision Song Contest nel 1998. Alle 21.42, l’ora in cui Yigal Amir sparò quei tre colpi, si terrà un minuto di silenzio. Concluderà la cerimonia l’esecuzione di Shir LaShalom, brano simbolo del movimento pacifista che Rabin intonò in quell’ultima sera di vita. In una nota, Hozrim LeKikar definisce quello attuale «un momento di prova per la società israeliana, che deve tornare in piazza e restare unita, nella speranza e nella riconciliazione». Secondo un sondaggio del Jewish People Policy Institute (JPPI) pubblicato mercoledì, il 52% degli israeliani ritiene che vi sia una alta probabilità che un altro primo ministro o un personaggio pubblico di alto livello venga assassinato in Israele, il 29% considera la possibilità bassa, mentre il 12% pensa che il rischio non sussista

ISRAELE – “Ritorno alla piazza”, nel nome di Yitzhak Rabin – Moked

 

Prima di lasciare Israele nel 2005  andai a salutare quel monumento nella piazza Rabin a Tel Aviv
Sapevo che sarebbe stata la mia  ultima visita . Non potevo pensare di ripetere il mio impegno di volontariato in Palestina, un’esperienza entusiasmante  in un ambiente generosamente  organizzato per lavorare bene. Avevo un ufficio, una scrivania attrezzata : una meraviglia ma dovevo ricordare che tutto il resto era a mio carico e soprattutto la continuità avrebbe richiesto altre competenze da parte mia, a partire da quelle linguistiche. Avevo imparato quello che avrei potuto fare … con qualche anno di meno.

 

1 Novembre 2025Permalink

31 ottobre 2025 – I palestinesi senza futuro in Cisgiordania

Internazionale  n.  1638  31 ottobre 2025                                                                               

GIDEON  LEVY   I palestinesi senza futuro in Cisgiordania

In Cisgiordania nessuno ha sentito parlare del cessate in fuoco a Gaza: né l’esercito, né i coloni , né l’amministrazione civile, né ovviamene  i tre  milioni di  palestinesi che vivono sotto la loro tirannia. Non percepiscono minimamente la fine della guerra.  Da  Jenin a Hebron  non si vede  nessun cessate il fuoco. Per due anni in Cisgiordania c’è stato un regno del terrore oscurato  dalla guerra nella Striscia, che ha  fatto da pretesto discutibile e da cortina fumogena , e non ci sono segnali che questo regime stia per finire.
   Tutti i decreti draconiani imposti  ai palestinesi il 7 ottobre 2023 restano in vigore, e alcuni sono stati resi ancora più dura.
La violenza dei coloni non si ferma e lo stesso vale per il coinvolgimento dell’esercito e della polizia israeliana negli scontri.  A Gaza vengono uccise e costrette alla fuga  meno persone rispetto ai mesi scorsi, ma  in Cisgiordania le cose vanno avanti  come se non ci fosse stato alcun cessate il fuoco.
   L’amministrazione Trump, così attiva  e risoluta a Gaza, chiude gli occhi sulla Cisgiordania e mente a se stessa sulla situazione nella regione.  Per loro è sufficiente bloccare l’annessione.  “Non succederà perché ho dato  la mia parola ai paesi arabi”, ha detto il 23 ottobre il presidente Donald Trump, mentre alle sue spalle Israele fa di tutto per distruggere, derubare e impedire la possibilità di vivere in Cisgiordania.
   A volte sembra  che il capo del comando centrale dell’esercito  israeliano  Avi  Bluth  – leale e obbediente al suo superiore, nel ministero delle finanze  Bezalel Smotrich , che è anche il ministro della difesa –  stia conducendo un esperimento in collusione con coloni e forze  di polizia; vediamo quanto possiamo tormentarli prima che esplodano.
   La  speranza che la loro sete di violenza si placasse una volta interrotti i bombardamenti a Gaza è  stata spazzata via. La guerra nella Striscia era solo una scusa. Nel momento in cui i mezzi di informazione non parlano della Cisgiordania  e alla maggior parte degli israeliani e degli statunitensi  non importa  niente di quello che succede lì,  il tormento può andare avanti.  Anzi il 7 ottobre è stata un’occasione storica per i coloni e i loro collaboratori, che hanno avuto la possibilità di fare quello che per anni non avevano osato fare.
   Non è più possibile  essere palestinesi in Cisgiordania.  Non è stata distrutta come Gaza, non sono morte decine di migliaia di persone, ma la vita   è diventata impossibile.  Non sappiamo per  quanto tempo Israele potrà stringere ancora la sua morsa senza  che avvenga una esplosione di violenza,  stavolta  giustificata.
   Circa duecentomila palestinesi della Cisgiordania  che prima lavoravano in Israele da due anni sono disoccupati. I  salari di decine di migliaia di dipendenti dell’Autorità nazionale palestinese sono stati ridotti in modo significativo, perché Israeke ha trattenuto le tasse che riscuote per conto della stessa dell’Autorità nazionale palestinese.  Ovunque ci sono povertà e disagio. E lo stesso vale per i posti di blocco.  Non ce ne sono mai stati così tanti , di sicuro non per tutto questo tempo.  Adesso se ne contano a centinaia.
   Ogni insediamento ha recinzioni di ferro che si aprono e chiudono a turno.
Non c’è modo di sapere che cosa è aperto e che cosa è chiuso né, cosa ancora più  importante ,  quando. E’ tutto arbitrario. Tutto  avviene  su pressione dei coloni,  che hanno assoggettato l’esercito israelian0. Ecco come stanno le cose da quando  Bezalel Smotrich è ministro in  Cisgiordania.
   Quel  maledetto 7 ottobre sono stati istituiti  circa 120 nuovi avamposti di insediamenti, quasi sempre in modo  violento, per  un totale di decine di migliaia di acri , il tutto con il sostegno dello stato. Non passa settimana senza che si sia creato un avamposto.
   Anche la portata della pulizia etnica, il vero obiettivo dei coloni, è senza precedenti: il 24 ottobre su Haaretz  la giornalista Hagar  Sheaz ha ricordato che nel corso della guerra a Gaza gli abitanti di ottanta villaggi palestinesi sono fuggiti per paura dei coloni che si erano impadroniti dei loro territori.
   Il  volto della Cisgiordania sta cambiando.  Trump può vantarsi di aver fermato l’annessione,  ma ormai l’annessione è più radicata  che mai.  Dal centro di comando che l’esercito statunitense ha istituito a Kyriat Gat  si può vedere Gaza, ma non si vede  Kyriat  Arba, l’insediamento alle porte di Hebron.
   La Cisgiordania sta chiedendo a gran voce un intervento internazionale esattamente come fa la Striscia di Gaza.  I soldati, siano essi statunitensi, europei,  emiratini o perfino turchi ,  devono proteggere i suoi abitanti.  Qualcuno deve salvarli dalle  grinfie dell’esercito israeliano e dei coloni.
   Immaginate un soldato straniero che a un posto di blocco impedisce il passaggio a coloni teppisti che stanno per commettere un  pogrom.  Un sogno.

1 Novembre 2025Permalink

29 agosto 2025 _ Cristiani, musulmani ed ebrei per la pace: “Bisogna arginare l’odio”

Cristiani, musulmani ed ebrei per la pace: “Bisogna arginare l’odio”

Da Roma un appello che risuona soprattutto per il Medio Oriente, teatro di conflitti e tensioni, con la proposta di un incontro tra vescovi, rabbini e imam in Italia che sia “diretto, non convenzionale né confessionale, per testimoniare insieme una responsabilità comune”

Vatican News

«Questo appello nasce dalla convinzione dell’improrogabile necessità di favorire qualsiasi iniziativa di incontro per arginare l’odio, salvaguardare la convivenza, purificare il linguaggio e tessere la pace. Responsabilità di singoli e di soggetti collettivi!». È con queste parole che prende avvio l’appello interreligioso diffuso a Roma oggi e promosso dai rappresentanti delle comunità ebraiche, cristiane e musulmane di tutta Italia.

Le firme del documento

L’appello, firmato da Noemi Di Segni (Unione delle comunità ebraiche italiane), Yassine Lafram (Unione delle comunità islamiche d’Italia), Abu Bakr Moretta e Yahya Pallavicini (Comunità religiosa islamica italiana), Naim Nasrollah (presidente della Moschea di Roma) e dal cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, richiama la necessità di «trovare soluzioni a quanto umilia le nostre fedi e resistere».

L’attenzione per il Medio Oriente

Parole che risuonano soprattutto per il Medio Oriente, teatro di conflitti e tensioni sempre più tragiche. «La coscienza dei tempi oscuri che stiamo attraversando e del potere di illusione che soffia anche sulla tragedia in corso in Medio Oriente, ci richiama, come leader di comunità religiose, come credenti e come cittadini, a denunciare l’insinuarsi di pericolose generalizzazioni e dannose confusioni tra identità politiche, nazionali e religiose». I firmatari denunciano inoltre la “nefandezza di una propaganda che, sfruttando ingenuità e visceralità, ottenebra un discernimento sano e banalizza il senso profondo della nostra stessa umanità”, fomentando antisemitismo, islamofobia e avversione verso il cristianesimo cattolico e le religioni in generale. “Nessuna sicurezza sarà mai costruita sull’odio. La giustizia per il popolo palestinese, come la sicurezza per il popolo israeliano, passano solo per il riconoscimento reciproco, il rispetto dei diritti fondamentali e la volontà di parlarsi”.

Una proposta concreta

Da qui la proposta concreta di un incontro tra vescovi, rabbini e imam in Italia: «Un incontro semplice, diretto, non convenzionale né confessionale, per testimoniare insieme una responsabilità comune», con l’auspicio che le comunità religiose possano promuovere attività locali e nazionali con il coinvolgimento delle istituzioni. «Il dovere di lavorare per una responsabile convivenza ci richiama come religiosi alla necessità di promuovere coesione sociale sulla base di valori condivisi», si legge ancora nell’appello, che si conclude con un ringraziamento per le testimonianze maturate nelle scorse settimane a Bologna, Milano e Torino, come segno di speranza in un tempo segnato dalla violenza.


Cristiani, musulmani ed ebrei per la pace: “Bisogna arginare l’odio” – Vatican News

29 Agosto 2025Permalink

2 luglio 2025 _ scrive Manuela Dviri

min 
buongiorno a tutti. scritto ieri notte.
E adesso vado a riposare.
Stiamo vivendo tempi di cambiamenti repentini. Da un giorno all’altro, da un’ora all’altra. Il giornale ricevuto la mattina per mezzogiorno è già obsoleto. Ciò che sembrava sicuro, diventava un’ora dopo pericoloso. Il vero diventa falso in una mezzora scarsa. Alla sensazione di sfiducia totale nel confronto del governo e delle sue decisioni e di un premier sempre e solo preoccupato della sua personale sopravvivenza (che quando gli fa comodo attacca lo stato di diritto e accusa persino il suo stesso esercito e mai si è detto colpevole di nulla) si è poi unita la paura per l’apparizione di un Trump imprevedibile. E per me personalmente questi 12 terribili giorni della guerra con l’Iran sono stati vissuti in contemporanea con la malattia del mio compagno di vita, la vecchia quercia Avraham. Sfollata nelle case dei miei figli. Una settimana li, una settimana là.
E poi lo sgomento e la paura per i soldati che continuano a morire a Gaza, per gli ostaggi ancora nei tunnel di Gaza. Per quello che stanno vivendo i civili gazawi, ( due giorni fa è morto il fratello di un mio amico di Gaza)
E quel dover tornare a manifestare per loro perché finalmente quella guerra senza senso finisca. Tutti i sabato sera e appena posso anche durante la settimana.
Lunedì, l’ultimo giorno della guerra con l’Iran, mi è capitato di essere fuori di casa. Di trovarmi in un rifugio sconosciuto, chiusa lì per un’un’ora senza linea al cellulare. C’era accanto a me una signora con la testa mezza bionda e mezza no perché la parrucchiera le stava facendo la tinta ed erano scese insieme nel rifugio. Una scena da commedia dell’assurdo. Che non mi ha fatto neanche ridere da tanto sono stanca e mi gira la testa.
La vita in questi lunghi mesi è stata uno scombussolamento continuo, con ogni possibile sensazione che l’essere umano può provare: dalla paura esistenziale, al terrore, all’impotenza, alla speranza, alla delusione, alla rabbia, all’orgoglio, al dolore, alla vergogna, all’accettazione di una realtà senza senso e alla sensazione di non capirci più niente, e poi anche lo sconforto e la disperazione e il sogno di venirne fuori e il tentativo di trovare una prospettiva. La pietà. La compassione. La solidarietà. Tanta. E la paura, tantissima. Tutti, ho scoperto dopo, durante la guerra con l’Iran portavano con sé il passaporto, (malgrado l’aeroporto fosse ermeticamente chiuso) e i gioielli li tenevano addosso o nel mamad perché non si sa mai. Questione di inconscio collettivo evidentemente.
E adesso siamo tutti stanchi. E a molti gira la testa. Non in senso metaforico.
Con la relativa calma e il ritorno alla vita apparentemente normale è arrivata finalmente la stanchezza.
Il bisogno di dormire.
Abbiamo tutti sonno. Non si parla altro che di stanchezza, di quanto si è stanchi e di quanto si vorrebbe andare di nuovo a dormire. Io compresa. Non ho voglia di far niente. Non ho idee di nessun genere. Voglio solo riposarmi e non pensare a nulla. Anche quando dormo sogno di andare a dormire. E questi 600 e più giorni di guerra e morte e distruzione si confondono nella mia testa in un unico enorme evento di cui non riesco nemmeno più a ricordare le date , i confini, e gli eventi precisi, tanto da doverlo chiedere a chat gpt. Sono arrivati prima i missili Houti o quelli Hisballah? quand’è crollato il regime di Assad? E la storia dei cercapersone quand’è stata ?E quello di Nassralah ? E quand’è che gli ebrei in generale hanno cominciato ad essere accusati, a sentirsi in colpa? E di cosa? E anche la intelligenza artificiale mi è sembrata un po’ imbarazzata e confusa nella risposta.
Avrà bisogno di riposare anche lei.
2 Luglio 2025Permalink

25 maggio 2025_ Khan Younis, il raid israeliano che fa strage. Gli ostaggi liberati contro Netanyahu di Giusi Fasano

Corriere della sera
Distrutta una famiglia. Polemiche sul nuovo capo dello Shin Bet. Finti vocali con le voci dei rapiti

TEL AVIV – La dottoressa Suheir Al-Najjar, nipote del defunto dottor Hamdi e lei stessa medico, dice all’agenzia di stampa turca Anadolu che l’esercito israeliano ha prima lanciato un missile che non è esploso. Pochi minuti dopo è arrivato il secondo che ha raso al suolo la casa. Senza il preavviso che in genere i militari diffondono prima dei bombardamenti massicci. «Lo sapevano — ha detto Suheir Al-Najjar —. Sapevano che dentro c’erano dieci bambini e due dottori, e lo hanno fatto comunque».

Che sia davvero andata così oppure no a questo punto poco importa. Di fatto della casa di Hamdi al-Najjar non è rimasto nulla e nel raid — siamo a Khan Younis — sono morti nove dei suoi dieci bambini. Ieri, l’agenzia si stampa palestinese Wafa aveva annunciato la morte di Hamdi; oggi l’ospedale di Khan Younis afferma che il dottore è in condizioni molto critiche, ma ancora in vita. L’unico figlio che si è salvato, 11 anni, è in terapia intensiva all’ospedale Nasser dove lavora come pediatra la mamma dei piccoli, Alaa al-Najjar, che aveva appena indossato il camice quando ha visto arrivare i primi resti dei suoi figli. L’Idf, le Forze di difesa israeliane, parlano di operazioni a Khan Younis contro «sospettati», ma non c’è un chiaro riferimento al raid sulla casa del dottor al-Najjar. La notizia dei fratellini morti (il più grande ha 13 anni) è un’onda emotiva che si fa sentire anche nella manifestazione organizzata dai familiari dei rapiti nell’ormai celebre Piazza degli Ostaggi di Tel Aviv. Le famiglie di chi è ancora prigioniero nei tunnel della Striscia (58 persone di cui una ventina ancora in vita) chiedono al governo il cessate il fuoco perché sono convinte che sia il solo modo di riabbracciare i loro cari o di riavere indietro i resti.

Ma il premier Benjamin Netanyahu insiste con la grande offensiva «Carri di Gedeone» per conquistare Gaza e sconfiggere Hamas a forza di bombardamenti. E la nomina di David Zini a nuovo capo dello Shin Bet, i servizi segreti interni, gela ancora di più le aspettative delle famiglie se è vero, come riportano i media israeliani, che (non è chiaro quando) ha detto ai suoi colleghi: «Sono contrario agli accordi con gli ostaggi. Questa è una guerra eterna». I familiari dei rapiti non hanno altra arma che la voce degli ex ostaggi per convincere delle loro ragioni l’intera opinione pubblica israeliana. Così ieri sera dal palco della manifestazione ha parlato fra gli altri Naama Levy, una delle cinque soldatesse rilasciate durante la tregua di gennaio. Ha descritto il terrore dei bombardamenti israeliani, «i boati, il rumore che ti paralizza, la terra che trema…In questo preciso istante ci sono degli ostaggi che sentono quegli stessi fischi e boati, tremando di paura. Non hanno dove scappare, possono solo pregare». In un altro angolo della città, intanto, attivisti israeliani mostravano le foto dei bambini palestinesi uccisi, chiedendo anche loro la fine della guerra.

Hamas sa bene quanto sia importante il nodo degli ostaggi e probabilmente ha usato la voce di vecchi appelli dei suoi prigionieri per creare con l’intelligenza artificiale dei messaggi vocali che alcuni israeliani hanno ricevuto nella notte fra venerdì e sabato: si sentono ostaggi che implorano di essere rilasciati e, in sottofondo, i rumori delle esplosioni. La Direzione nazionale per la sicurezza informatica dice che le chiamate — provenienti da numeri non identificati — erano un evidente tentativo di creare panico tra la popolazione. Come se non fosse già abbastanza il panico che queste famiglie devono sopportare ogni giorno.

 

25 Maggio 2025Permalink

20 marzo 2025 _ Equinozio di primavera

23 h 
Documento scioccante!!!!
★★★★★
Gali Alon, che ieri ha partecipato alla manifestazione, scrive:
Ieri sono stato picchiato. Davvero.
Ieri sono stato picchiato da persone che dovrebbero proteggermi. E mentre pensavo che se fosse stata la polizia ad attaccarmi, chi mi avrebbe protetto?
Vecchio Mashbir, Gerusalemme. A proposito di ieri sera. La manifestazione è stata organizzata a mezzogiorno, ore dopo la ripresa della guerra. La sera ci siamo incontrati lì, circa 200 A. Donne, protesta contro la guerra.
Siamo riusciti a percorrere trenta metri, fino all’imbocco della via pedonale, quando i vigili hanno iniziato ad attaccare. Quelli che erano in piedi spinsero e si stesero a terra, così velocemente, ci sedette. Non ho mai provato tanta paura. Accanto a me sedeva un uomo di 60 anni, trascinato da tre poliziotti che gli hanno dato un calcio nello stomaco, mentre lui gridava “gli occhiali! ” I miei occhiali! “.
Una giovane ragazza seduta davanti a me si è rifiutata di lasciare andare il cartello che teneva in mano ed è stata presa a pugni in faccia, il sangue ha iniziato a scorrere dal pascolo. I tamburi sono stati presi e distrutti violentemente, così come i megafoni e i cartelli, che sono stati strappati in due. Accanto a me sedeva Michal, è stata colpita gravemente ed è stata costretta ad evacuare in ospedale. La mattina mi ha informato che le avevano rotto il braccio.
I poliziotti, quasi tutti, erano senza targhetta con il nome. Si sono rifiutati di essere identificati. Uno di loro è andato in giro con il casco da moto in faccia tutta la sera, picchiando la gente.
Tuttavia siamo rimasti seduti, senza megafoni, senza tamburi, senza cartelli. Abbiamo appena urlato basta. Basta guerra, che rifiutiamo, che non accettiamo di rinnovare la lotta, per genocidio. “Continueremo a gridare, non ci arrenderemo, fermate il fuoco! “.
Oggi succede questo, pensavo. Stanno per uccidere un manifestante. Ho sentito un attacco d’ansia venire verso di me a passi da gigante. Ho provato ad alzarmi e scappare, ma un poliziotto mi ha visto, mi ha afferrato e mi ha schiaffeggiato sul pavimento. Abbiamo iniziato a camminare in direzione piazza Parigi, tanto per uscire da lì, per allontanarci dalla polizia. Ci hanno inseguito, colpendo chi era rimasto indietro.
Sono caduto sul pavimento e un’ondata di persone sopra di me. Un poliziotto ha raccolto uno dei recinti usati per la separazione e l’ha trascinato, pugnalandomi alle spalle lungo la strada. Voglio credere che non dicesse sul serio, ma ora non riesco a dormire sulla schiena.
Ma è un’ipotesi, la cosa veramente brutta è vedere gli altri, soprattutto amici e parenti, essere picchiati a morte. Ciò che è veramente difficile è la mancanza di potere di fronte a questa violenza.
Qualcosa è cambiato, qualcosa si è rotto. Gerusalemme di ieri, e soprattutto via Gaza, dove vivo, è diventata una distopia, con migliaia di poliziotti e soldati e cellulari e meccatazi. Tutto bloccato, chiuso e cancello.
E ho paura.
📌*WAR ROOM* • Aggiornamenti regolari su WhatsApp https://bit.ly/3XRLmPo > https://bit.ly/3XRLmPo
20 Marzo 2025Permalink

4 marzo 2025 _ Informazioni aggiunte a quelle di ieri – da conservare

Scrivevo ieri  3 marzo _ un  testo  che conservo nel  mio blog (la mia imperdibile , personale memoria storica )  che ho intitolato:
“Scorrettamente ricopio e conservo con ammirazione”
Si può leggere con il  link che trascrivo di seguito.
Dopo il link troverete l’articolo pubblicato su Il fatto quotidiano di oggi e ripreso da Manuela Dwiri che lo offre alla lettura nel  nel suo sito

3 marzo 2025 — Scorrettamente copio e conservo con ammirazione

4 marzo     Da Il fatto quotidiano di oggi

Per chi non è riuscito a leggere l’articolo del fatto, eccolo qui

Ieri, domenica, ho iniziato a recarmi alla dimostrazione per la fine della guerra e il ritorno degli ostaggi anche durante la settimana e non solo il sabato sera. è l’unico modo che ho trovato per dare a me stessa un po’ di pace nello sfondo del fragilissimo cessate il fuoco, il blocco degli aiuti umanitari e ritorno degli ostaggi, vivi o morti, che è iniziato questa settimana.

In questi giorni l’esercito, esattamente come aveva promesso, ha iniziato a studiare gli errori compiuti il sette ottobre che hanno portato alla tragedia del sabato nero.

Difficile ascoltare. La verità fa male.

Ti viene voglia di tapparti le orecchie e spegnere la televisione, non vedere non ascoltare.

Per le famiglie che hanno perso i loro cari, per le famiglie che hanno i loro figli ancora nella prigionia dei tunnel di Gaza, è una tortura senza fine.

E perciò non deve stupire se oggi un buon numero di queste famiglie si è presentata alla Knesset, il parlamento israeliano, con la richiesta di una commissione d’inchiesta statale, e sebbene fossimo ormai abituati al trattamento a dir poco inappropriato da parte dei politici al governo , questa volta sono stati superati tutti i limiti. Non è stato loro permesso di entrare nella tribuna dei visitatori e sono stati fermati con la forza dalle guardie della knesset fino ad arrivare alla violenza fisica. Due dei padri si sono sentiti male. Solo dopo un’ora sono riusciti ad entrare sotto stretta sorveglianza di dozzine di agenti di sicurezza Il parlamentare Hili Tropper ha infine letto una lettera scritta da Yarden Bibas, il padre dei bambini coi capelli rossi e marito di Shir. Nella lettera ha invitato il premier a tornare con lui a casa, al kibbutz Nir Oz, il kibbutz che Netanyahu si è sempre rifiutato di visitare e dove oggi c’è stato il funerale di uno degli ostaggi. “tanti semplici cittadini – ha scritto Yarden-hanno chiesto perdono e così pochi politici. dopo che saranno tornati gli ostaggi, sarò il primo a sostenere qualsiasi azione volta a distruggere Hamas. Ma non ora” Ha poi richiesto l’istituzione di una commissione d’inchiesta statale “perché altrimenti non potremo riuscire a riabilitarci e a rinascere “

Quando alla fine Netanyahu ha parlato, furibondo, ha promesso che nessuna commissione d’inchiesta verrà creata se non creata da lui stesso.

I parenti dei caduti in guerra e degli ostaggi gli hanno voltato le spalle. Altri hanno letto la preghiera per i morti, il Kaddish

Sanno bene che la tregua è fragilissima e il ritorno alla guerra potrebbe essere la morte dei loro cari.

Un altro gruppo è partito per Washington, per cercare di incontrare Trump e implorare il suo aiuto.

Come possiamo essere arrivati a questo punto?

Domani sarò di nuovo a protestare.

 

Gli articoli di Manuela Dwiri si possono leggere nel sito(italiano in italiano)  Gariwo, di cui metto una breve nota qui di seguito

  • Gariwo è l’acronimo di Gardens of the Righteous Worldwide.
    Siamo una ONLUS con sede a Milano e collaborazioni internazionali.
    Dal 1999 lavoriamo per far conoscere i Giusti: pensiamo che la memoria del Bene sia un potente strumento educativo e serva a prevenire genocidi e crimini contro l’Umanità.
    Per questo creiamo Giardini dei Giusti in tutto il mondo e usiamo i mezzi di comunicazione, i social network e le iniziative pubbliche per diffondere il messaggio della responsabilità. Dal Parlamento europeo abbiamo ottenuto la Giornata dei Giusti, che ogni anno celebriamo il 6 marzo.
4 Marzo 2025Permalink

27 febbraio 2025_ Due bambini dai capelli rossi e la loro mamma

Gariwo.net  27 febbraio 2025

Mi ero svegliata come ogni altro giorno dell’anno…di Manuela Dviri

Il 26 febbraio è il giorno del compleanno di quattro dei nostri nipoti. Maya compie 14 anni, Gaia e Lia 17, Yuvi 19. Ed è anche il giorno della morte di nostro figlio Yoni. La possibilità di tre nascite la stessa data è di 1 su 48 milioni. Ho smesso da tempo di cercare di capire.

Maya avrebbe dovuto nascere in realtà il 25, ma il parto non progrediva, è nata a mezzanotte e 18 minuti del 26 febbraio. Il 18 nella numerologia ebraica, che è il valore simbolico dei numeri, vuol dire vita. Yoni evidentemente ci teneva molto a farci capire qualcosa.

E a proposito, il giorno prima, al funerale a Nir Oz di Oded Lifshiz, 84 anni, morto in prigionia a Gaza, suo figlio ci ha ricordando i principi a cui credeva suo padre, simbolo dell’Israele del dialogo, dei padri fondatori, dell’Israele migliore.

E di nuovo, l’Israele migliore l’abbiamo incontrata mentre il triste convoglio con i feretri della famiglia Bibas stava tornando a casa, al kibbutz Nir Oz. In ogni incrocio del paese, anche quelli più lontani, li attendevano centinaia di migliaia di persone con bandiere bianco azzurre, bandiere gialle della protesta per il ritorno degli ostaggi, bandiere arancioni come i capelli dei due bambini trucidati. Il triste corteo è stato seguito da centinaia di moto. La gente piangeva silenziosa. Chiedeva perdono per averli lasciati morire, urlava la parola Sliha (scusa, chiedo perdono)

Non Nethanyau. Non si sono visti rappresentanti del governo al funerale. Certo, non c’era lui. Anzi. Yarden Bibas, il padre, tornato dalla prigionia solo quindici giorni fa, aveva già chiesto per ben due volte al Premier Nethanyau di non “impadronirsi” dei suoi figli e di sua moglie, di non raccontare al mondo intero come sono stati fisicamente uccisi sventolando le loro foto. Di permettere un minimo di privacy. Ma lui ci ha provato di nuovo. A Tel Aviv, nell’udienza del processo a suo carico per corruzione, ha chiesto ai giudici un momento di silenzio in ricordo dei Bibas.

Fortunatamente non gli è stato concesso.

E intanto continuava al sud il viaggio del corteo. Lungo la strada un irreale silenzio, rotto solo dal pianto della folla.

Poi il funerale. Privato.

In queste ore sarebbe molto facile cadere nella deumanizzazione dell’altro, nel passaggio così facile e rapido da vittima a creatore di altre vittime. Ma la folla non chiede vendetta. Netanyahu invece sì, in questo è un esperto. Mai chiederà perdono come quella folla. Il kibbutz Nir Oz è diventato il simbolo della distruzione avvenuta sotto il suo governo, non solo di quella fisica. Con lui è esplosa la distruzione dei valori, dell’umanità. L’abbandono dei cittadini per perseguire gli interessi personali. Nel quotidiano Haaretz, Rogel Halper scrive oggi, 27 febbraio, che quella folla di cittadini con le bandiere bianco azzurre gli ricorda i movimenti popolari nell’Argentina degli anni settanta. Un movimento di cittadini che vogliono la verità per i propri desaparecido. Per i propri morti, gli ostaggi, la distruzione.

Quelle centinaia migliaia di persone in lutto, quella catena umana di 120 chilometri che ha accompagnato i Bibas nel loro ultimo viaggio, da Rishon Lezion fino al cimitero, non abbandonerà mai gli ostaggi ancora in prigionia, vivi o morti. Sta emergendo in Israele un ampio movimento popolare che chiede risposte a Netanyahu a proposito dei propri cari “scomparsi”.

Questa protesta crescerà. Ha un’autorità morale incorporata, sembra che nasca meno dalla rabbia e più dal dolore, e dal silenzio di quando finiscono le parole e non c’è più forza per urlare. Intorno alla famiglia Bibas è in corso una battaglia per la narrazione. Netanyahu sta cercando di usarli come armi per dimostrare la barbarie di Hamas e per giustificare il prolungamento della guerra di vendetta che ha preservato il suo governo, anche a costo della vita degli ostaggi.

Moltissimi altri e con loro i membri del kibbutz Nir Oz, tra i kibbutz più colpiti il sette ottobre, stanno invece trasformando la immagine dei bimbi coi capelli rossi barbaramente uccisi in prigionia in un simbolo della incapacità e delle colpe del governo e nella richiesta di una commissione d’inchiesta statale. Quelle centinaia di migliaia di persone che hanno accompagnato i Bibas, persone chiunque, di destra e di sinistra, sono la forza di questo popolo che piange i suoi morti e chiede risposte, lo stesso popolo che vede ora tornare morti gli ostaggi “anziani” immolati da Netanyahu per la sua sopravvivenza.

Nel pieno della notte tra il 26 e il 27, all’ingresso dell’istituto legale, alcune decine di cittadini attendevano i loro feretri per l’ultimo saluto.

27 Febbraio 2025Permalink