31 marzo 2022 – Sintetizzo alcune documentazioni che ho raccolto nel mio blog nei giorni precedenti e nel 2020

Per correttezza riporto i link anche alle pagine del mio blog, oltre che alle fonti.

30  marzo 2022  Da Il Mulino  12 marzo:
Le chiese in Ucraina e la sfida della pace ?                        di Adalberto Mainardi
https://www.rivistailmulino.it/a/le-chiese-in-ucraina-e-la-sfida-della-pace
https://diariealtro.it/?p=7895

Da Il Foglio  29 marzo 2022  Quella di Putin è la prima dichiarazione di guerra ufficiale all’omosessualità                di  Adriano  Sofri
https://www.ilfoglio.it/piccola-posta/2022/03/29/news/quella-di-putin-e-la-prima-dichiarazione-di-guerra-ufficiale-all-omosessualita–3853885/
https://diariealtro.it/?p=7893

Avevo sfiorato l’argomento (in un contesto evidentemente diverso ) nel 2020 e riporto quanto scritto nel mio blog:

« 13 giugno 2020   Quanto i vescovi non dicono il vero
Provo a scrivere le mie sempre più sconsolate considerazioni in merito all’intreccio pericoloso e per me inaccettabile sulle motivazioni con cui i Vescovi italiani si oppongono alla proposta di legge
“ … contrasto dell’omofobia e della transfobia  nonché delle altre discriminazioni riferite all’identità sessuale” (C 107) .
I vescovi non attaccano frontalmente la proposta, la aggirano affermando –  che “non si riscontra alcun vuoto normativo o lacune – che giustifichino l’urgenza di nuove disposizioni»..
https://diariealtro.it/?p=7334

L’affermazione precedente non è vera:  la violenza omofobica è sempre presente e documentata  e il vuoto normativo c’è:  ci sono nati in Italia cui viene negato per legge il nome e l’identità riconosciuta.
E anche questa (a mio parere) è violenza.

Le “nuove disposizioni” che chiedo da anni (devo dire in un clima di sconsolante isolamento quale spetta a una vecchia pensionata)  riguardano l’abrogazione dell’art. 1 comma 22 lettera  G della legge 94/2009 (“Disposizioni in materia di sicurezza pubblica”) . Tale norma , imponendo la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione dell’atto di nascita di un figlio  in Italia ,  può  ridurre  genitori non comunitari irregolari a uno stato di paura tale da  indurli a  non registrare  la nascita di un loro bambino per non scoprire la loro condizione.
Esiste una circolare che consente ciò che la legge nega  ma è ben chiaro che non si può chiedere ai migranti di destreggiarsi fra leggi e circolari. Inoltre la circolare che porta il n. 19/2009 (Ministero dell’interno) NON è in alcun  modo diffusa.
Mentre preciso che l’abrogazione di cui ho scritto non comporta onere di spesa ed è sostanzialmente  la ripresentazione  del testo della cd legge Turco Napolitano, segnalo che ho ottenuto dalla consapevole cortesia del direttore della   Caritas  Italiana una informazione importante che mi ha consentito di proporre in un mio pubblico intervento, trascritto anche nel sito equal uniud diritto antidiscriminatorio dell’Università di Udine lo scorso gennaio.

Copio:
« Il dr. Forti, questo il suo nome, ha scritto ribadendo l’iscrizione alla nascita come diritto costituzionalmente garantito ma testimoniando nel contempo il fatto che l’efficacia della circolare non è assoluta.
Leggo  e trascrivo: “Ad oggi purtroppo non tutte la anagrafi seguono pedissequamente la citata circolare che stabilisce: Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto».

 

 

 

31 Marzo 2022Permalink

17 marzo 2022 – Un nome, un numero, un asteroide

    HO UN SOGNO 267 marzo 2022

75190 SEGRELILIANA: L’IMPORTANZA DI UN NOME

Il numero che veniva impresso nella carne di ogni deportato non risparmiò una ragazzina tredicenne al suo arrivo nel lager di Auschwitz-Birkenau. Quella ragazzina, Liliana Segre, oggi è senatrice e porta quel numero «con grande onore perché è la vergogna di chi lo ha fatto».
Sopra di lei, sopra di noi, un asteroide in orbita fra Marte e Venere ora perpetua il passaggio dall’orrore della devastazione alla rinascita di un essere umano, con il suo nome che la violenza perpetrata non è riuscita a cancellare. Ricordando il suo lavoro schiavo, Liliana Segre precisa «Ci volevano far diventare disumani e il numero serviva per sapere quanti pezzi c’erano. Io sono stata un pezzo».
Un’altra donna ci ha recentemente proposto il significato del nome che a ognuno deve essere attribuito, che a ognuno appartiene e non può essere soffocato a morte da un numero.
Deportata con i genitori partigiani Lidia Maksymowicz racconta: «Avevo 3 anni arrivammo ad Auschwitz in un carro bestiame, il fatto di essere stata separata da mia madre è stato molto doloroso. < .... >
Mia madre veniva strisciando alla mia baracca per portarmi da mangiare e farmi ricordare il mio nome. Non ricordavo più il suo viso, ma solo le sua mani che mi portavano da mangiare».
Una mamma che sfidava le SS guardiane del campo per nutrire la sua bambina con i resti di cibo che le poteva offrire, le imponeva il ricordo del nome, l’unico legame con se stessa dalla nascita e identità riconosciuta nel percorso del suo breve passato.
Sul braccino della piccola c’era un numero che non è stato cancellato.
Su quel numero si è chinato papa Francesco, baciandolo “col pensiero rivolto a tutti i bambini morti nei lager”, ha raccontato Lidia.
Appunto a tutti i bambini. È un principio di uguaglianza che oggi in Italia sembra inapplicato.
Una legge infatti costringe coloro che registrano la nascita di un figlio ad esibire il permesso di soggiorno a un ufficiale di stato civile. La consapevolezza della propria eventuale situazione di irregolarità può indurli a non provvedere alla registrazione della nascita dei figli per paura.
La società civile, il parlamento italiano che la rappresenta non hanno bisogno dell’eroismo di mamma Maksymowicz per modificare l’art. 1 comma 22 lettera G della legge 94/2009. Dovrebbero solo rispettare la Costituzione italiana che dichiara all’art. 10: «L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute». Una di queste afferma: «Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi».
È la Convenzione delle Nazioni Unite, ratificata con legge nel 1991. Oggi rappresenta anche l’obiettivo 16.9 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite:
«Entro il 2030, fornire identità giuridica per tutti, inclusa la registrazione delle nascite».
L’Italia va controcorrente. Ci abitueremo. “Hanno pianto un poco, poi si sono abituati.
A tutto si abitua quel vigliacco che è l’uomo!” Fëdor Dostoevskij in Delitto e castigo.

17 Marzo 2022Permalink

16 MARZO 2022 – Aborto e abusi del clero: il coraggio di Adista

12/03/2022 Sull’aborto. L’origine della vita tra ragione e intuizione
Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 10 del 19/03/2022

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la riflessione che segue sul tema cruciale e divisivo dell’interruzione di gravidanza, in forma anonima, come richiesto dall’autore, personalità di spicco del mondo ecclesiale, che desidera firmarsi semplicemente “un teologo cattolico”.

La ricerca innovatrice sull’aborto parte da due premesse: la prima è la duplice dimensione della nostra mente, la ragione e l’intelligenza (o intuizione). La “ragione” è quella che, analizzando la realtà materiale in cui viviamo e di cui facciamo parte (anche con tutto il mondo psicologico), ne sa cogliere le strutture (il termine filosofico è “astrae”), le sa analizzare, utilizzare e dominare, creando il mondo della scienza e della tecnica (che è poi il mondo dell’“io”). L’“intuizione” parte dal contatto con l’essere e coglie nella realtà – e nella propria coscienza – valori non riconducibili a dimensioni catalogabili: è il mondo che intuiamo nascendo e trovandoci immersi in qualcosa più grande di noi, che ci osserva e ci cura, che ci nutre e ci fa crescere (il mondo del “noi”). E questo avvertirci in un mondo reale, ma misterioso e sfuggente, dura finché noi arriviamo all’uso della ragione, in cui comincia a prevalere il mondo del “io”. Questa duplice funzione della mente è stata avvertita anche dai filosofi: Blaise Pascal (1623- 1662) parlava di uno “spirito di geometria” e di uno “spirito di finezza”, che coinvolge anche il sentimento (e parla così anche di “ragioni del cuore”); Immanuel Kant (1724-1804), seguirà il matematico René Descartes (Cartesio, 1590-1650), che riduceva la realtà a quanto si può conoscere con idee chiare e distinte (come si ha appunto nel mondo della matematica e della geometria), parlando appunto di una “ragione pura” riconducibile alla scienza e alla tecnologia, aggiungendovi poi una “ragione pratica” necessaria per una corretta vita umana-sociale con cui arriviamo all’anima, alla sua immortalità e a Dio. La seconda premessa (la più importante) si ritrova nella Bibbia che, nel suo parlare dell’origine dell’umanità, dice (Gen 2,7): «Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita è l’uomo divenne un essere vivente». Questa narrazione distingue la polvere del suolo dall’essere vivente, provocato dal soffio divino dell’alito di vita. V’è dunque qualcosa di preliminare che non è ancora il singolo essere umano, ma a quello è destinato. Quale sarebbe il momento dell’alito di vita che rende quel preliminare una persona umana? La “ragione” ci dice che sarebbe il momento in cui lo sperma maschile feconda l’ovulo femminile, perché in quel momento c’è la radice umana, perfino quella personale con un proprio DNA. È singolare che la scienza, incerta nel determinare l’inizio di una vera umanità, dall’uomo di Neanderthal al Sapiens sapiens, lo fissi in un ovulo appena fecondato e destinato – forse – all’annientamento. L’“intuizione” infatti rimane perplessa, dato che le statistiche razionali ci comunicano che fino al 40% degli ovuli fecondati potrebbe andare disperso: la natura uccide il 40% degli esseri umani? L’intelligenza rimanda quindi l’inizio del singolo essere umano, per esempio, all’insediamento nell’utero materno (assolvendo, fra l’altro, dall’eventuale omicidio gli anticoncezionali che precedono o impediscono quell’insediamento), pensando che la singola persona inizi quando l’ovulo fecondato viene accolto da un essere umano. Ma l’ovulo fecondato nel seno materno è identico a quello disperso dalla natura, con la sola differenza che può continuare a vivere e a svilupparsi. Quando allora diventa autentica persona umana? Quando – come osserva papa Francesco – a 3 mesi ha già configurate le varie parti del corpo, come supponeva già San Tommaso d’Aquino, secondo le conoscenze scientifiche del suo tempo? Una scienziata moderna – morta pochi anni fa – insegnante di biologia all’Università di Pisa e Accademica dei Lincei dichiarava che, secondo lei, l’individuo umano incomincia a essere tale quando, per parto naturale o per operazione chirurgica, si stacca – come corpo autonomo e respirante in proprio – dalla madre, di cui fino ad allora faceva parte. E questo porta a supporre che l’essere umano diventi un autonomo individuo, persona umana, quando diventa in grado, ancora nel seno materno, di poter vivere e respirare autonomamente (quindi non prima del quarto/quinto mese, come Giovanni Battista che nel sesto mese sussultò nel grembo di Elisabetta al saluto di Maria – Lc 1,41 – che aveva, sì, appena concepito Gesù, ma… in modo eccezionale “per opera dello Spirito Santo”): prima è sostanza umana destinata a divenire persona senza esserlo ancora (come il seme e la radice sono l’inizio dell’albero, ma non sono l’albero): la sua soppressione sarebbe, più che omicidio, eventuale colpa, anche grave, ma di altra configurazione, a seconda delle motivazioni per cui si procura l’aborto (dalla leggerezza o dall’egoismo, dal rifiuto dello stupro al bene di un embrione mal composto). Ma… forse si acconsente così alla “ragione”, senza tener conto dell’“intuizione” della maggioranza della gente, che considera la persona umana più dall’inizio o nei primi mesi (quando l’embrione diventa “feto”), e soprattutto dell’intuizione delle donne interessate, che si rivolgono ai loro bambini fin dai primi mesi del loro concepimento, e di quelle stesse che abortiscono, che talora ne vivono il dramma per tutta la loro vita. Oltre tutto, questo verrebbe a sovvertire la concezione dell’aborto da parte della Chiesa (che peraltro battezza eventualmente il feto sub conditione, la condizione che sia già uomo?) e del suo tradizionale orientamento. La tradizione peraltro non consiste nel ripetere sempre le stesse cose, ma nell’esprimere le verità del Vangelo secondo la mentalità e la maturazione dell’umanità che cresce.

13/03/2022 43 teologi italiani: non è credibile un’indagine sugli abusi nella Chiesa affidata alla Chiesa

Luca Kocci,
Tratto da: Adista Notizie n° 10 del 19/03/2022

41004 ROMA-ADISTA. La Conferenza episcopale italiana istituisca una commissione indipendente che indaghi sugli «abusi compiuti da membri del clero su minori». A chiederlo, un mese dopo il coordinamento di associazioni e riviste – fra cui Adista – che ha lanciato la campagna #ItalyChurchToo (v. Adista Notizie n. 7/22), è ora un nutrito gruppo di teologhe, teologi e docenti di facoltà teologiche, atenei pontifici e Istituti di Scienze religiose, fra cui Roberto Maier (Università Cattolica del Sacro Cuore), Andrea Grillo (Pontificio Ateneo S. Anselmo), Cristina Simonelli (ISSR San Zeno, Verona-Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale), Sergio Tanzarella (Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale), Giuseppe Ruggieri (Studio Teologico di Catania-Università Milano Bicocca), Maria Cristina Bartolomei (Università Statale, Milano), Ursicin Derungs (Pontificio Ateneo S. Anselmo), Selene Zorzi (Istituto Teologico Marchigiano), Massimo Faggioli (Villanova University, USA), Marinella Perroni (Pontificio Ateneo S. Anselmo), Giuseppe Savagnone (LUMSA, Palermo), Fabrizio Mandreoli (Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna, Bologna), Alberto Maggi (Centro Studi Biblici Vannucci, Montefano), Brunetto Salvarani (ISSR dell’Emilia Romagna, Modena), Simone Morandini (Istituto Studi Ecumenici San Bernardino, Venezia), Basilio Petrà (Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, Firenze), Serena Noceti (ISSR della Toscana), Antonio Autiero (Università di Münster, Germania), Paolo Gamberini (Cappella Universitaria La Sapienza, Roma), Anna Carfora (Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, Napoli), Alessandro Cortesi (ISSR della Toscana Santa Caterina da Siena) e Marco Campedelli (ISSR San Pietro Martire, Verona).
«La complessa vicenda degli abusi segna la vita ecclesiale di quest’epoca e ci interroga profondamente. La vastità delle questioni in gioco pone domande radicali, non solo riguardo all’origine di questo male, alla cura per le vittime e al bisogno di redenzione, ma anche all’esercizio del potere e alla connessione così odiosa tra l’abuso dei corpi e l’abuso delle coscienze», si legge nella lettera-appello pubblicata inizialmente su Settimana News (9/3, testo integrale e firme qui). Una questione complessa che, sottolineano i firmatari, è stata posta all’ordine del giorno soprattutto grazie alla pressione esercitata dal mondo laico, che in un certo senso ha costretto «la Chiesa cattolica a dover fare chiarezza al suo interno e a rendere conto pubblicamente della sua opera», operando un ribaltamento del «paradigma mondo/Chiesa»: «ragioni apparentemente laiche, ma in realtà radicalmente umane (coltivate con passione anche da molti cattolici di ogni stato di vita), come il bisogno di giustizia, la cura per l’infanzia, l’indignazione nei confronti di chi la tradisce, hanno mostrato alla Chiesa cattolica un male che la riguarda e hanno avviato un cammino di conversione di fronte a cui (benché ancora ai primi passi) non può più tirarsi indietro». La Chiesa, però, oppone resistenza («guardiamo con doloroso stupore l’incapacità del corpo ecclesiale, in particolare nella sua componente ministeriale, di accorgersi del male e di farvi fronte») e che invece dovrebbe «guardare con gratitudine quella parte della società civile e della cultura contemporanea che, con responsabilità, la mette di fronte al suo peccato e alle sue incoerenze. Nonostante tutti i limiti evidenti dell’epoca, scopriamo la sua capacità di evangelizzarci proprio mentre, umilmente, cerchiamo di annunciare il Vangelo di Gesù». È proprio per questo che i teologi bocciano l’idea di una sorta di “commissione interna”, affidata agli stessi organismi ecclesiastici, come ha proposto il cardinale presidente della Cei, Gualtiero Bassetti. «Riteniamo – si legge nella lettera – che la scelta di attingere a componenti interne al mondo ecclesiale per comprendere il fenomeno, non sia in alcun modo in grado di rispondere ai “segni dei tempi”. Non si tratta solo della saggezza di fugare fin da principio l’ombra di qualsiasi vischiosa commistione fra chi indaga e chi è indagato: si tratta, invece e in primo luogo, di un’occasione persa per interpretare l’emergere di un nuovo paradigma della contemporaneità, in virtù del quale la Chiesa stessa si mette in ascolto del mondo delle donne e degli uomini, per poter essere più fedele al Vangelo di Gesù». E infatti plaudono alla scelta di alcune conferenze episcopali e diocesi – dalla Chiesa francese alla diocesi di Monaco – che hanno avuto il «coraggio» di riconoscere «l’autorevolezza di uno sguardo indipendente». Per questo motivo, concludono,

«chiediamo ai vescovi italiani di istituire una commissione che attinga a competenze esterne, della cui credibilità non si possa dubitare e che sappiano assumersi un compito di intelligente ascolto delle vittime e di responsabile cura nei confronti delle ferite del corpo ecclesiale, quelle che noi abbiamo per molto tempo nascosto ai nostri stessi occhi ».

Adista News – 43 teologi italiani: non è credibile un’indagine sugli abusi nella Chiesa affidata alla Chiesa

16 Marzo 2022Permalink

3 febbraio 2022 – Una data per me importante


Questo messaggio conferma l’iscrizione alla newsletter di EQUAL.!

Home page

E’ la mia iscrizione alla news letter del sito Equal.
Dopo anni di banalità dalle associazioni – spesso ottimi supporti del nulla politico e non solo – trovo notizie importanti dall’Università di Udine.
Oggi il giuramento di Mattarella la cui parola chiave è stata DIGNITA’.
Dignità è uno dei fondamenti dell’impegno per il superamento della norma che costruisce i bambini fantasma
Così ne ha scritto Francesco Bilotta nel suo saggio Responsabilità in Lessico della dignità (a cura sua, di Marina Brollo e Anna Zilli. Ed . Udine: Forum 2021)

Nella realtà queste tre accezioni della dignità spesso devono essere prese in considerazione in modo unitario.
Si pensi, per esempio, alla totale negazione della dignità (umana, personale, sociale) che subiscono i c.d. ‘bambini fantasma’ , ossia quei bambini nati in Italia da genitori che, non essendo in possesso del permesso di soggiorno, non si recano presso gli uffici anagrafici a denunciarne la nascita per timore di ritorsioni nei propri confronti. La mancata iscrizione della dichiarazione di nascita nei registri dello stato civile determina una condizione di invisibilità giuridica con ricadute gravi sulla possibilità per quei bambini di godere dei loro diritti fondamentali. pag.242).

3 Febbraio 2022Permalink

27 gennaio 2022 – Il ricordo di una mamma a Majdenek

Trovo e trascrivo il racconto di Lidia Maksymowicz, deportata a tre anni con la sua mamma.
Così ha narrato alla trasmissione Che tempo che fa:

Avevo 3 anni, arrivammo ad Auschwitz in un carro bestiame, il fatto di essere stata separata da mia madre è stato molto doloroso. I bambini venivano messi in una baracca e venivano usati da Mengele per i suoi esperimenti. Noi bambini cercavamo di scappare in un nascondiglio in basso per non essere visti da lui.
Mia madre veniva strisciando alla mia baracca per portarmi da mangiare e farmi ricordare il mio nome. Non ricordavo più il suo viso, ma solo le sua mani che mi portavano da mangiare Tra i bambini non c’era solidarietà ma solo una lotta per la sopravvivenza

».

Dei bambini nei campi di sterminio mi sono occupata tante volte ma oggi – giorno della memoria – voglio riportare un post scritto nel mio blog il 1r4 dicembre 2018 nel ricordo della mia visita a Majdanek, uno dei luoghi della Shoah

«Majdanek è una località situata a circa quattro chilometri ad est di Lublino in Polonia.
Sarebbe restrittivo definirlo un museo, è un campo di concentramento praticamente rimasto com’era dai tempi del nazismo. I pannelli esplicativi e gli oggetti esibiti all’interno delle baracche sono più che sufficienti per rivivere l’orrore di questo campo. Sono visibili anche i forni crematori, nonché le camere a gas in cui veniva usato il famigerato Zyclon B.
In quel campo, che visitai qualche anno fa, vidi ordinati in una bacheca i bambolotti di ‘celluloide’ (ai miei tempo si chiamava così) li conoscevo bene perché ci giocavo anch’io come i miei piccoli coetanei cui furono sottratti prima che fossero gasati e bruciati, ceneri nel vento.
Per far memoria della malvagità idiota quei bambolotti furono trattati come bottino di guerra e conservati tanto da poter essere esibiti anche oggi all’orrore di chi pensa a quali abissi di disvalore aggiunto possa arrivare la crudeltà, specialmente se organizzata».

Quei bambolotti per quei bambini rappresentavano una relazione , forse confortante , comunque l’ultimo briciolo di umanità consentito a quei piccoli esseri umani distinti per ‘razza’ (e sappiamo bene che in quei campi razza era anche l’essere ‘rom o sinti’ la cui strage ha un nome proprio da non dimenticare: Porrajmos) .
Altro da distruggere erano anche i disabili, gli omosessuali, gli avversari politici.
La memoria però non può consentirci un rifiuto nel passato, a puntello dell’indifferenza che ci consente di vivere l’oggi in una confortante rinnovata innocenza.
Si comincia dalle piccole cose, così piccole che si possono rendere banali, invisibili.
Tolleriamo senza scrupoli né consapevolezze adeguate la legge che dal 2009 impone ai migranti non comunitari la presentazione dei permesso di soggiorno per registrare la nascita di un figlio in Italia. La paura di esporsi irregolari di fronte a un ufficiale di stato civile può indurli a nascondere il loro nato negandogli, in una speranza di sicurezza, il certificato di nascita e anche la relazione primaria della genitorialità che, se non è documentata, non è.
Così quei piccoli diventano fantasmi senza nome e senza identità

La mamma di Lidia Maksymowicz che strisciava per portare un tozzo di pane alla sua bambina sfidava la violenza nazista per vincolare la sua piccola alla memoria del suo nome.
Pensiamoci se l’indifferenza non ci induce ad oscurare anche quella tragica, grande donna.

27 Gennaio 2022Permalink

31 dicembre 2021 – Contro qualsivoglia discriminazione dei neonati

Cronaca di un piacevole incontro.
Scrive Annapaola Laldi della associazione ADUC

Ho conosciuto la signora Augusta De Piero, autrice dell’articolo che segue, nell’agosto 2021 a Vallombrosa, e ne ho apprezzato subito la forza e la tenacia, con cui da anni porta avanti la battaglia per il diritto dei neonati figli di immigrati irregolari a essere iscritti nei registri di stato civile senza il rischio che tale atto possa essere usato contro gli stessi genitori. Una spada di Damocle che nuoce non solo al diritto di ogni creatura che viene al mondo di essere pienamente riconosciuta dalla società in cui si trova a vivere, ma nuoce anche a detta società, certamente sul piano della salute pubblica, perché un bambino “clandestino” (suo malgrado!) non può riceve le dovute vaccinazioni né avere un pediatra che lo segue, e, se si ammala, può diventare, sempre suo malgrado, un veicolo di infezione per chicchessia. Per non parlare del diritto allo studio, calpestato, e di tanti altri diritti di cui è portatore ciascuno di noi.
Condividendo l’oggetto e le motivazioni del suo impegno, mi schiero al suo fianco, pubblicando la seguente riflessione/trattazione nella speranza che questo tema possa trovare più vasta diffusione ed eco, e quindi la soluzione qui auspicata – che sulla materia intervenga di nuovo una legge dello Stato.
Cedo dunque la parola ad AUGUSTA DE PIERO di Udine.

“Decostruire la categoria dei bambini condannati a non avere nome
Correva l’anno 2009 e i partiti politici, più storditi che preoccupati dall’arrivo crescente di stranieri, stimolati da una società più o meno civile ma ascoltata soprattutto quando lanciava il grido “prima gli italiani”, cercavano le modalità per improvvisarne una cacciata.
Undici anni prima la Legge 6 marzo 1998 n.40 (“Disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”) aveva definito i criteri per stabilirne la presenza legale e aveva identificato il “permesso di soggiorno” come testimonianza di percorsi conclusi con situazioni accettabili.
Quel permesso, esibito, garantiva l’immigrato nelle sue richieste di lavoro e di presenza nella società civile e garantiva a chi lo accogliesse la certezza di una situazione legale.
Questo non ne faceva un italiano, restava cittadino del suo Paese che, in parecchi casi, non c’era più o si manifestava come una dittatura feroce, devastante di ogni diritto umano.
La stessa legge 40/1998 aveva stabilito i casi in cui la richiesta di uno straniero NON dovesse accompagnarsi all’esibizione del permesso di soggiorno e, fra queste eccezioni , spiccava la richiesta di registrazione dell’atto di nascita di un figlio, atto che viene formulato al momento del parto.

Ma poi, appunto, la Legge 15 luglio 2009 n.94 ( “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica”) non riconosceva più l’eccezione, costringendo i genitori, che chiedessero la registrazione della nascita in Italia del loro bambino, a dichiararsi irregolari davanti a un ufficiale di stato civile.
La trovata del legislatore era – nella sua sordida violenza – geniale.
Per identificare i clandestini (temine intollerabile se usato come capita quale sinonimo di irregolari) occorrevano le spie e le spie costano.
Il figlio nato in Italia diventava spia inconsapevole e gratuita dei propri genitori, una trappola che può far sì che la paura dei genitori potesse e possa diventare ragione di un nascondimento del piccolo attraverso la mancata registrazione.

In questo modo era ed è negata a quel nuovo essere umano la possibilità di godere, quando ne avesse bisogno, di beni e servizi che l’amministrazione pubblica doverosamente assicura nel rispetto di diritti fondamentali e costituzionalmente garantiti, quali, ad esempio, la salute e l’istruzione.
Come si fa, infatti, ad aprire un qualsiasi percorso di vita a chi non esiste visto che gli è stata negata la documentazione che lo fa riconoscere come esistente?
Eppure l’Italia aveva ratificato la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza con la Legge 27 maggio 1991, n. 176 (“Ratifica ed esecuzione della convenzione sui diritti del fanciullo”) quella Convenzione fatta a New York il 20 novembre 1989, che afferma irrevocabilmente il superiore interesse di ogni nato.
Impossibilitato a eludere tale ratifica, il Ministero dell’Interno emanò, a ridosso della promulgazione della Legge 94/2009, di cui si è parlato sopra, la Circolare n. 19 del 7 agosto 2009, riconoscendo che la mancata iscrizione nei registri dello stato civile andrebbe a ledere un diritto assoluto del figlio, che nulla ha a che fare con la situazione di irregolarità di colui che lo ha generato.
Ma, ancora una volta, si trova l’inganno. E’ ben vero che, se dovesse mancare l’atto di nascita, il bambino non risulterebbe esistere quale persona destinataria delle regole dell’ordinamento giuridico, ma non è mai stata e ancora non è promossa in alcun modo la conoscenza della circolare 19/2009, così che parecchi Comuni e Consultori (dove approdano molte donne in attesa di dare alla luce la propria creatura), dopo 12 anni, non ne sono ancora (bene) al corrente.

Ebbene, qui ci si appella a ogni cittadino e cittadina affinché tutti si facciano promotori della conoscenza di questa circolare che, pur non avendo il rango di legge, tuttavia, nell’immediato, rappresenta l’unico strumento di salvezza per tanti bambini che rischiano di restare dei fantasmi, con ricadute nefaste non solo su loro stessi, ma anche su tutta la nostra società, in primis, sulla salute.
Un impegno di civiltà vuole certezze nei confronti dei soggetti deboli, e una delle azioni possibili, che attengono alla responsabilità di ognuno, è far conoscere a tutti i Comuni e a tutti i soggetti interessati (le mamme nei consultori!) questa certezza che non ha il rango della legge ma, nell’immediato, rappresenta uno strumento di salvezza.
Non possiamo però dimenticare che, se tolleriamo nel silenzio dell’indifferenza il discrimine introdotto con legge, ci troviamo nella scomoda posizione di contribuire a legittimare socialmente un meccanismo di esclusione che penalizza soggetti deboli fino a negarne un’esistenza riconosciuta.
Infine la risposta loro dovuta è affidata al parlamento perché una legge è necessaria.

Pubblicato il mio articolo Annapaola Landi aggiunge alcuni richiami importanti per chi desideri conoscere questo problema

(Dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia

Art. 2 1. Gli Stati parti si impegnano a rispettare i diritti enunciati nella presente Convenzione e a garantirli a ogni fanciullo che dipende dalla loro giurisdizione, senza distinzione di sorta e a prescindere da ogni considerazione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o altra del fanciullo o dei suoi genitori o rappresentanti legali, dalla loro origine nazionale, etnica o sociale, dalla loro situazione finanziaria, dalla loro incapacità, dalla loro nascita o da ogni altra circostanza.
Art.2 2. Gli Stati parti adottano tutti i provvedimenti appropriati affinché il fanciullo sia effettivamente tutelato contro ogni forma di discriminazione o di sanzione motivate dalla condizione sociale, dalle attività, opinioni professate o convinzioni dei suoi genitori, dei suoi rappresentanti legali o dei suoi familiari”

Art.6 1. Gli Stati parti riconoscono che ogni fanciullo ha un diritto inerente alla vita.

Art. 6 2 Gli Stati parti assicurano in tutta la misura del possibile la sopravvivenza e lo sviluppo del fanciullo.

Sulla Circolare del Ministero dell’Interno n. 19 del 7 agosto 2009

La circolare chiarisce al punto 3, quanto segue:
«Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto.»
Quindi, l’eventuale situazione di irregolarità riguarda il genitore e non può andare ad incidere sul minore, il quale ha diritto al riconoscimento del suo status di figlio, legittimo o naturale, indipendentemente dalla situazione di irregolarità di uno o di entrambi i genitori stessi..

Il principio della inviolabilità del diritto del nato è coerente con i diritti garantiti dalla Costituzione italiana a tutti i soggetti, senza alcuna distinzione di sorta (artt. 2, 3, 30 ecc.), nonché con la tutela del minore sancita dalla Convenzione di New York del 20 novembre 1989 (Legge di ratifica n. 176 del 27/05/1991), in particolare agli artt. 1 e 7 della stessa, e da diverse norme comunitarie”.

N.B. Il 6 ottobre 2021, sulle pagine web dell’associazione ADUC è stato pubblicato l’articolo dell’avvocata Sara Astorino dal titolo “Madri irregolari e diritto alla salute” https://www.aduc.it/articolo/madri+irregolari+diritto+alla+salute_33280.php
che ha preso spunto, fra l’altro, proprio alla segnalazione della signora Augusta De Piero.

https://www.aduc.it/articolo/contro+qualsivoglia+discriminazione+dei+neonati_33697.php

Infine, aggiunge Augusta, l’articolo della avv. Astorino è stato pubblicato nel sito
equal uniud, facente capo al Laboratorio lavoro del Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Udine, nello spazio delle letture.
In questo caso fra le letture di ottobre.

31 Dicembre 2021Permalink

26 dicembre 2021 – Per una riscrittura dell’art. 3 della Costituzione: non tutti i cittadini hanno pari dignità sociale

Da molto tempo trascuro il mio blog.
Mi sento quindi obbligata a riprendere la questione della registrazione anagrafica dei nati in Italia, negata dal 2009 ai figli dii migranti privi del permesso di soggiorno.
L’art. 3 della Costituzione afferma al primo comma che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
Il legislatore italiano sembra averlo rimosso dalla propria attenzione e offre lo stesso disimpegno alla Agenda 2030 delle Nazioni Unite il cui obiettivo 16.9 afferma:
“Entro il 2030 fornire identità giuridica per tutti, inclusa la registrazione delle nascite”.
E’ stata presentata una proposta di legge (3048) che si intitola “”Modifica all’articolo 6 del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, in materia di obbligo di esibizione dei documenti di soggiorno”
A otto mesi dalla presentazione però dormicchia con firme del solo Pd e si srotola stancamente fra prese di distanza delle associazioni riconosciute e altrimenti impegnate nella tutela e promozione dei diritti civili ed umani.
Così i mezzi di comunicazione non ne parlano.

A differenza di quanto accaduto costantemente negli anni scorsi nel numero di dicembre anche il periodico Ho un sogno ha scelto di tacerne .
Che doveva scrivere: che l’emendamento presentato dal consigliere Honsell al consiglio regionale del FVG è stato respinto?
Nel blog Diariealtro lo si può leggere in data 7 dicembre con il link

7 dicembre 2021 – In consiglio regionale si chiacchiera di famiglia

Comunque nel numero di dicembre Ho un Sogno pubblica una riflessione importante che offre il quadro giuridico e filosofico per collocare correttamente il problema della registrazione anagrafica negata.
Perciò lo trascrivo.

SOLIDARIETÀ
La parola solidarietà ci sollecita subito considerazioni di carattere morale. Non è immediato quasi per nessuno associarla al diritto. In altre parole, quasi nessuno pensa che la solidarietà sia un dovere, ossia un comportamento sostenuto dalla forza della legge. Anzi, a ragionare in questo modo sembra di trovarsi dinanzi a un controsenso. Infatti, avendo in mente la sua accezione morale, è piuttosto difficile disgiungerla dalla libertà di scegliere se assumere o meno un atteggiamento solidale nei rapporti con gli altri.
Eppure, la nostra Costituzione è chiara al riguardo, quando all’articolo 2 parla di «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Quindi non solo doveri, ma addirittura inderogabili, cioè doveri che nessuno ha il potere di cancellare in alcun modo. Doveri che caratterizzano trasversalmente tutto il nostro vivere collettivo, come ci ricordano i tre aggettivi, “politica, economica e sociale”. In alcune sue pronunce, la Corte costituzionale si spinge ancora oltre: ne fa una precondizione per la piena esplicazione della personalità individuale.
In altre parole, secondo la Consulta, la solidarietà è in grado di produrre lo spazio sociale necessario per consentire a ogni persona di realizzarsi nelle proprie relazioni.
Stefano Rodotà ce ne ha parlato in un libro dal titolo “Solidarietà: un’utopia necessaria” (Laterza, 2014). Fin dalle primissime pagine del volume, della solidarietà si dice che è un principio «volto a scardinare barriere, a congiungere, a esigere quasi il riconoscimento reciproco e così a permettere la costruzione di legami sociali nella dimensione propria dell’universalismo». Come tutti i principi giuridici, si tratta di una regola peculiare, perché il legislatore si limita a indicarci un obiettivo senza precisare come concretamente dobbiamo comportarci per raggiungerlo. Dunque, viene spontaneo chiedersi quale sia il fine del principio della solidarietà. Possiamo rispondere, sempre con le parole di Rodotà: uno degli elementi costitutivi della solidarietà «è la finalità dell’inclusione, che porta con sé anche l’ineliminabile attitudine cooperativa con altre persone».
La nostra Costituzione non poteva che partire dalla dimensione collettiva della solidarietà nel momento stesso in cui fondava uno Stato sociale. Quanto di questa visione è ancora presente nella nostra organizzazione sociale? Quanto le nostre politiche sociali sono effettivamente sulle nostre scelte quotidiane la consapevolezza di far parte di una collettività? Se si riuscisse a cogliere l’imprescindibilità del principio di solidarietà per la piena attuazione della legalità costituzionale, probabilmente dovremmo rivedere il contenuto di molte regole e di molti nostri comportamenti.
A ben pensarci, potrebbe essere uno dei tanti modi per cominciare a superare la cultura neoliberale che ci sta soffocando.
Francesco Bilotta Docente di diritto privato, Università di Udine

26 Dicembre 2021Permalink

25 novembre 2021 – L’importanza fondamentale del dare un nome alle cose

L’importanza fondamentale del dare un nome alle cose , secondo Zygmunt Bauman  

Ritrovo  un articolo scritto a un anno dalla morte di Zygmunt  Bauman.  Lo  ricopio volentieri perché pone un  problema che mi interessa come tale e per il suo impatto con una situazione sempre più caotica.
Mentre ci si affanna a sostenere la legge che dal 2009 nega il nome ai figli dei sans papier, mi fa piacere trovare un ragionamento sull’importanza dei nomi.

8 gennaio 2018  –  Un anno senza Zygmunt Bauman  di David Bidussa
Osservatorio su storia e memoria

Il futuro e il passato si sono scambiati i ruoli?

È la domanda generativa da cui parte Zygmunt Bauman in Retrotopia, l’ultimo libro compiuto a cui abbia messo mano prima di morire. Libro che segna una tappa importante di riflessione, ma che non chiude né definisce un percorso.

Bauman è convinto che futuro e passato si siano scambiati i ruoli. Il futuro ci spaventa, dice, perché lo percepiamo come una retrocessione, come perdita della possibilità di avanzamento perché non siamo in grado di controllarlo. E comunque dal futuro riceviamo immagini che non ci piacciono, immagini di arretramento. Per questo preferiamo rifugiarci nel passato.

E conclude: “Una volta privata del potere di modellare il futuro, la politica tende a trasferirsi nello spazio della memoria collettiva”

Affermazione che segnala la prosecuzione di un sentiero su cui Bauman si è incamminato da tempo, non più soddisfatto di “Società liquida”, la metafora che a lungo ha segnato il passaggio tra XX e XXI secolo. Quello scavo nel malessere attuale nasce dalla consapevolezza della fine della promessa della società del Welfare, e dalla volontà, al tempo stesso, di tener ferma la necessità di una politica democratica e riformista.

Allo scavo intorno a quel tema Bauman – prima di quella sua ultima fatica, che per noi rimane la spia di un percorso riflessivo inconcluso – lavora già da tempo con vari interventi. Questa la sua convinzione: la politica non è la gestione naturale delle cose, e non è nemmeno la naturalità dello sviluppo. La politica è l’indizio di una scelta che nasce da una decisione, consapevole. Scelta che indirizza il presente, prefigura un futuro e riordina il passato.

Quando Zygmunt Bauman nel 2013 pubblica La ricchezza di pochi avvantaggia tutti. Falso! (Laterza) sembra che inviti a una riconsiderazione del modello di sviluppo che egli intravede in corsa dall’inizio del XXI secolo.

Quel percorso, ha come parola centrale la diseguaglianza, ma soprattutto, come sottolinea in Retrotopia, riguarda la nostalgia, il rimpianto costante per il passato. Sentimento che esprime senso al nostro agire, secondo Bauman, una volta che il futuro sia percepito non solo come incerto, ma come tempo segnato dalla perdita di status.

Condizione che fa da carburante alla costruzione dell’identità. L’identità è sempre il risultato di un processo di convinzione, anche quando chiama a proprio sostegno le testimonianze del passato. Ma soprattutto quando invoca in nome del futuro le parole che danno senso al proprio desiderio.

Retrotopia designava una sfera di sentimenti, ma non individuava ancora una parola (anche se il titolo ha una sua efficacia, come molte altre volte è capitato a Bauman contribuendo alla costruzione del lessico del nostro tempo presente). L’assenza di quella parola è forse il segno più tangibile del vuoto che ha lasciato Zygmunt Bauman.

Il nome è importante, non solo per i significati che include, ma perché l’atto di denominare non è un dato tecnico, ma descrive un processo culturale e intellettuale di primaria importanza.

È nel nome che la lingua manifesta il suo carattere ontologico: nel nome il mondo viene alla presenza, nel nome l’uomo si apre alla verità del mondo. In esso la parola dell’uomo si apre, prima ancora che alla conoscenza del mondo, all’incontro con il mondo e la sua lingua si svela tutt’altro che semplice strumento per afferrare e impadronirsi di ciò che non ha lingua.

Le cose esistono, ma non basta indicarle. Per comprenderle, perché acquistino per noi un significato, siano discutibili, entrino a pieno titolo nella riflessione pubblica e dunque siano oggetto di confronto, e di crescita, occorre che abbiano un nome. La facoltà di nominare come aveva intuito molto tempo fa Walter Benjamin nel suo Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo (1916), è quella condizione e quella possibilità che consente poi di dare un volto e, nel tempo, contenuto alle cose. Non consente solo di riconoscerle, ma di parlarne.

Una tra le cose che ci mancano di Zygmunt Bauman, a un anno dalla sua scomparsa – era il 9 gennaio 2017 – anche se non ce lo siamo detti, è proprio la parola con cui provare a dare un volto al carattere di questo nostro tempo. Quale sarebbe stata la parola che Zygmunt Bauman ci avrebbe suggerito per dare profondità e definire una genealogia del presente nel corso del 2017? Noi in questo anno non l’abbiamo individuata.
Noi siamo “orfani di una parola” capace di dare non solo una descrizione ma anche un significato a questo nostro tempo.

https://fondazionefeltrinelli.it/un-anno-senza-zygmunt-bauman/

 

25 Novembre 2021Permalink

1 luglio 2021 – Ho un sogno 264

CIUFFETTO  e IO
Dopo anni di diffuso silenzio sul problema dei bambini invisibili qualche cosa si sblocca.
Nell’era precovid  uno spettacolo teatrale aveva dato una scossa alla scelta del silenzio socio/politico
ma poi il covid sembrava aver  fermato tutto.
Diarie altro continuava però a vigilare
Segnalo in particolare il post del 20 marzo dello scorso anno, in cui si intrufola CIUFFETTO, la creatura nata dalla fantasia di Giuseppina Trifiletti che è diventato il simbolo dei bambini fantasma.
In quel periodo si è consolidato il rapporto con  i creatori del sito Equal  Uniud e, con l’uscita del n 264 di Ho Un Sogno (che da anni segue il problema con costanza, avendo a monte seria documentazione), qualcosa di significativo comincia ad aprirsi e a rompere il muro del silenzio.
Ricopio  di seguito  gli articoli più pertinenti nel n. 264 del prezioso foglietto che  si trova  alla libreria CLUF  di via Gemona 22

FINALMENTE LA PROPOSTA DI LEGGE

Chi non c’è non si vede
e chi non si vede non c’è.

La prima legge organica in materia di migrazioni,  la cd Turco Napolitano,  istituendo il permesso di soggiorno aveva indicato  anche i casi in cui dovesse e in cui non  dovesse essere esibito e fra questi spiccava l’accesso agli atti di stato civile. Purtroppo questo indirizzo  venne rovesciato dalla legge 94/2009,  che ne impose comunque la presentazione, creando le occasioni  perché venisse svelata  nei fatti  l’irregolarità di chi di permesso di soggiorno fosse privo.
Uno di questi casi  –  forse il più significativo per chi si soffermi a considerarne le conseguenze –  è la richiesta della registrazione della nascita di un figlio in Italia. La legge 94 infatti trasformò il luogo in cui si afferma per ogni nato il diritto ad avere dei diritti  in una trappola per il genitore irregolare.
Lo segnalano gli annuali rapporti di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia.  Richiesta reiteratamente  la modifica della legge 94/2009 precisano che invece  “continua a essere in vigore, rischiando di indurre in errore genitori in posizione irregolare,  portandoli così a non provvedere alla registrazione alla nascita dei figli, per paura di essere identificati” malgrado le reiterate richieste di modifica.
E’ ben vero che contestualmente alla legge venne  emanata la circolare n.19/2009 che afferma – almeno per il caso di registrazione di nascita – non  doversi presentare il permesso di soggiorno ma la circolare (comunque strumento di rango inferiore alla legge) ha ormai undici anni,  è poco nota, sembra che neppure le associazioni che si occupano di cittadini stranieri irregolarmente presenti abbiano l’accortezza di informarne gli interessati.
Non possiamo quindi che accogliere con favore la presentazione di una  proposta di legge (AC3048 – prima firmataria on. Debora Serracchiani) – che, se approvata, rimedierebbe alla attuale confusa situazione inserendo gli atti di stato civile  tra quelli  per cui non devono essere esibiti i documenti di soggiorno.
Al termine ‘naturale’ della XVIII legislatura mancano due anni: se il parlamento vuole, la legge (che non comporta onere alcuno di spesa) può essere approvata .
Non c’è che da sperare in una decisione politica coerente e in una espressione forte di un’opinione pubblica non inquinata da pur diffusi pregiudizi.                                  ADP

DIGNITA’

Ho un sogno si occupa c on continuità del tema dei diritti delle persone, per esempio denunciando nel corso  di questi ultimi anni la norma che dal 2009 nega ai figli dei migranti irregolari il certificato di nascita e riguardo alla quale segnaliamo qui sopra l’avvio di un iter parlamentare che potrebbe portare al suo superamento, assicurando  una identità riconosciuta a ogni nato in Italia.
Da questo numero  iniziamo ad ospitare un approfondimento del tema dei diritti partendo da un’ottica diversa, quella della dignità.
Lo stimolo viene dalla pubblicazione di una raccolta di saggi, Lessico della dignità, a cura di Marina Brollo, Francesco Bilotta, Anna Zilli, pubblicata per i tipi di Forum Editrice Universitaria Udinese, che declina secondo diverse prospettive il concetto di ‘dignità’.
Ne affidiamo la presentazione a Francesco Bilotta, uno dei curatori del volume .

RIVOLUZIONE DELLA DIGNITÀ

La dignità è il valore di cui ogni persona è portatrice. È questa la conclusione cui si può giungere attraverso le riflessioni di intellettuali e filosofi moderni e contemporanei. Nel secondo dopoguerra, la parola dignità è entrata esplicitamente in molte convenzioni internazionali e in molte costituzioni, tanto da indurre Stefano Rodotà a coniare l’espressione “rivoluzione della dignità”. Si è trattato di una reazione agli orrori a cui l’umanità è stata esposta nel corso del secondo conflitto mondiale: la sistematica cancellazione fisica di bambini, donne e uomini nei campi di sterminio ha dimostrato che i precetti religiosi, la riflessione filosofica e perfino la persuasione morale erano stati presidi insufficienti. Ma che vuol dire tutelare la dignità delle persone?

Secondo il pensiero kantiano, la tutela della dignità umana coincide con la tutela dell’umanità dell’uomo. La violazione della dignità, in tal senso, coincide con la cancellazione radicale dell’esistenza umana, con l’abbrutimento violento e crudele, con la deumanizzazione assoluta della vittima. Tuttavia, la tutela dignità può non coincidere con la tutela “dell’idea” di essere umano, perché occorre considerare la persona nella sua quotidianità, nelle sue libere aspirazioni, sulla linea tracciata dalla Costituzione italiana, prima e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, poi. Dobbiamo distinguere, dunque, la dignità “umana”, che si riferisce alla persona in quanto appartenente alla specie umana dalla dignità “personale o individuale”, che mette in luce la dimensione relazione dell’essere umano e, infine, dalla dignità “sociale”, che rinvia all’appartenenza di classe, ai bisogni concreti, materiali di ciascuno. Il concetto di dignità ci consente di affrontare questioni come il rifiuto delle cure di fronte a una diagnosi di malattia terminale, la richiesta dell’accesso al matrimonio da parte delle coppie formate da persone dello stesso sesso, l’impegno dello Stato nella lotta contro la povertà e contro le discriminazioni.
O ancora, rende più comprensibile la  condizione dei c.d. ‘bambini fantasma’, ossia quei bambini nati in Italia da genitori che, non essendo in possesso del permesso di soggiorno, non si recano presso gli uffici anagrafici a denunciarne la nascita per il timore di ritorsioni nei propri confronti. La mancata denuncia della loro nascita determina una condizione di invisibilità sociale e giuridica che ci rende impossibile riconoscerli come persone portatrici di valore. Il concetto di dignità, dunque, assume un rilievo concreto per la nostra quotidianità, che è impossibile disconoscere e altrettanto impossibile affidare solo alle cure dei giuristi.

Francesco Bilotta – docente di diritto privato, Università di Udine

 A completamento del testo ‘dignità’ notizie sul portale Equal Uniud

Nel 2018, l’Ateneo di Udine ha investito nell’innovazione didattica promuovendo “un’educazione di qualità, equa e inclusiva, e opportunità di apprendimento” per tutte e tutti (ONU, Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, obiettivo n. 4). EQUAL è uno dei risultati di quegli investimenti.
L’idea di costruire un portale internet è nata a margine di alcuni progetti sviluppati sia nell’ambito del Tavolo per l’innovazione didattica (TID), sia nell’ambito del Piano Strategico di Dipartimento (PSD) del Dipartimento di scienze giuridiche (DiSG) dell’Università degli studi di Udine.
Ideare EQUAL è stata la naturale evoluzione di un percorso di ricerca interdisciplinare che condividiamo da tempo, il cui focus principale è il diritto antidiscriminatorio. Proprio l’approccio interdisciplinare ha reso possibile il coinvolgimento di un gruppo di ricerca più largo e composito, da qualche anno attivo presso il DiSG di Udine, denominato Laboratorio lavoro, guidato da Marina Brollo.

Il portale ha due principali finalità:

  •  far circolare notizie, documenti, ricerche, anche non strettamente giuridiche, sulla lotta alle discriminazioni;
  • sollecitare i nostri studenti, in particolar modo quelli che animano la Clinica legale di diritto antidiscriminatorio, a produrre ricerche e scritti sul diritto antidiscriminatorio.

21 aprile 2021

Da qualche giorno la Forum editrice ha pubblicato il volume dal titolo Lessico della dignità, curato da Marina Brollo, Anna Zilli e Francesco Bilotta. Si tratta del frutto di una ricerca interdisciplinare, che ha coinvolto prima di tutto studiose e studiosi del Dipartimento di Scienze giuridiche di Udine, si è poi aperto ad altri Dipartimenti dell’Ateneo friulano e, infine, ha coinvolto ricercatrici e ricercatori che lavorano in Italia e all’estero.

Il Progetto di ricerca da cui nasce il libro si intitola “La dignità umana: colloqui attraverso i millenni” e si iscrive nell’ambito del Piano di ricerca del Dipartimento di scienze giuridiche di Udine, che l’Ateneo di Udine ha finanziato nel 2017.

Le Autrici e gli Autori hanno scelto un tema, utilizzandolo come lente per esaminare il concetto di dignità. In tal modo, è stato possibile restituire la pluralità degli approcci (anche disciplinari) riversati nel volume.

Il volume è gratuitamente scaricabile dal sito della casa editrice.

 DESCRIZIONE

Chi voglia ragionare attorno al concetto di dignità si trova immediatamente a fare i conti con una pluralità di categorizzazioni. In alcune letture la dignità è considerata un principio, in altre un valore, in altre ancora un diritto soggettivo. Per i non giuristi tutto ciò è poco significativo, però va subito chiarito che ogni opzione tra quelle ricordate ha un risvolto concreto nella quotidianità. L’approccio realistico allo studio del diritto, adottato in questa ricerca interdisciplinare, implica la necessità di farsi carico dell’impatto sociale effettivo delle proprie scelte teoriche. La pubblicazione, attraverso la forma del lemmario, mette in mostra le parole che danno senso e pienezza al concetto di dignità, dimostrando che le questioni oggetto di studio non sono appannaggio dei soli cultori del diritto. Optando per un uso della parola non specialistico, il Lessico si fa linguaggio comune e strumento di reciproca comprensione e vicinanza, invece che raffinato mezzo di distanziamento e controllo delle dinamiche sociali. Il Lessico ricorda a tutti che, se il diritto è il meccanismo attraverso il quale organizziamo la società, la dignità è il motore di tale congegno.

 https://forumeditrice.it/percorsi/storia-e-societa/tracce-itinerari-di-ricerca/lessico-della-dignita

 

 

1 Luglio 2021Permalink

24 aprile 2021 – Dal 24 aprile 1915, al 25 aprile 1945 a … domani mattina

Troppe questioni si precipitano dentro questo calderone che assomma due giorni:
– il 24 aprile ,   il genocidio armeno  (inizio 24 aprile 2015)
– il 25 aprile, la data simbolo della liberazione.

Il genocidio armeno e non solo
Per la prima data segnalo che oggi il presidente americano Joe Biden ha riconosciuto ufficialmente il genocidio armeno in una dichiarazione diffusa
dalla Casa Bianca, precisando che il gesto è inteso a  “confermare la storia”.
Al link in  calce unisco una piccola, inadeguata
fotografia  del monumento che lo  ricorda.
L’avevo visitato durante un viaggio con alcuni amici ma
il giorno dopo    non ho partecipato all’attività comune
prevista e ho voluto ritornarci da sola.
Sapevo che non  sarei tornata più in  Armenia e quel
monumento  mi aveva suscitato la stessa impressione
indescrivibile del lager di  Majdanek, dove avevo visto (ordinatamente archiviati come gli assassini avevano voluto) i bambolotti giocattolo dei bambini che poco dopo sarebbero stati gasati, per poi cremarne il corpo nudo, privato di tutto, anche dell’ultimo legame d’affetto rassicurante che i bambolotti trasmettono.
Allora constatando una crudeltà gratuita e inutile mi chiedevo  a che cosa servisse rubare bambolotti e conservarli come prede di guerra, in una situazione in cui era ovvio  ammazzare bambini. Non bastava?                            (Anche per questo c’è un link in calce   –  fonte 1)
La spiegazione l’aveva già offerta  Eichmann che durante il processo in Israele (che si sarebbe concluso con la condanna a morte) che i bambini si uccidono perché crescendo, nel ricordo dei loro cari strappati alle loro piccole vite, possono diventare nemici pericolosi.
Nell’Argentina dei colonnelli ne avevano fatto un altro uso: portate le prigioniere incinte fino al parto, le ammazzavano e affidavano i piccoli a coppie desiderose di adozioni.

Ma che c’entrano i bambolotti di Majdanek che mi ossessionano?

Oggi è il 24 aprile e domani è il 25 aprile.

Chi vada a visitare il monumento alla Resistenza in piazza 26 luglio a Udine   potrà leggere una citazione di Pietro Calamandrei che trascrivo:

Quando io considero questo misterioso e miracoloso moto di popolo, questo volontario accorrere di  gente umile, fino a quel giorno inerme e pacifica, che in una improvvisa illuminazione sentì che era giunto il momento di darsi alla macchia, di prendere il fucile, di ritrovarsi in montagna per combattere contro il terrore, mi vien fatto di pensare a certi inesplicabili ritmi della vita cosmica, ai segreti comandi celesti che regolano i fenomeni collettivi, come le gemme degli alberi che spuntano lo stesso giorno s’accorgono che è giunta l’ora di mettersi in viaggio. Era giunta l’ora di resistere; era giunta l’ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini”.

Morire da uomini per vivere da uomini

Forse un punto d’arrivo possibile (non  definitivo certamente).
Le questioni che mi tormentano sono troppo importanti perché io mi senta di chiuderle qui con una analisi insufficiente  e certamente incompleta.
Ma una domanda me la faccio:
Chi domani sarà in piazza (penso più piazze virtuali che fisiche) porterà con sé il pensiero di chi soffre in ogni parte del mondo ma anche vicino a noi,  probabilmente chiederà di affrontare la tragedia delle rotta balcanica con corridoi umanitari, chiederà soccorsi nel Mediterraneo, dirà no ai respingimenti, proporrà progetti solidali, parlerà del 25 aprile nato dal sacrificio consapevole di tanti, compiuto  “per vivere da uomini”.
Un processo lungo, che non si ferma perché da lì è nata la Costituzione.
Ma non  è un processo lineare. Si scoprono e si praticano significati importanti che nascono da mutate situazioni, nazionali e internazionali, da una cultura che ha esplorato altre strade.
Fra le tante cose che sono rimaste un punto fermo in  questa storia è la certezza che

 i figli possono essere usati come armi paralizzanti per i genitori.
Se sarà chiaro che non solo non è stata bloccata una legge che impedisce con un raggir

o crudele di riconoscere i propri nati in Italia ma che tutto questo è accettato dall’opinione pubblica che non trova nulla da dire e consapevolmente tace,  avrà vinto la crepa che introduce la paura come forza che assicura “sicurezza”  oggi … domani chissà.

La legge che ha voluto questa ignobile norma dice proprio così: “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica”.
Certo questo non  è vivere da uomini e da donne
Nello scrivere questo poche note che so ormai essere inefficaci , non mi arrendo al neutro universale. Domani vedremo

Una scommessa con me stessa: Oggi questo scritto va nel mio blog, se la giornata di domani mi consentirà di cambiare idea anche con un piccolo – ma credibile – segnale (no a pacche sulle spalle, reali e simboliche) sarò felice di passarlo su facebook con una autocritica altrimenti metterò in fila un’altra occasione di preoccupazione per il futuro.

(fonte 1)
https://www.lincontro.news/breve-storia-del-genocidio-armeno/

(fonte 2)
14  dicembre  1918 .  Integrazione precoce a Codroipo, provincia di Udine

https://diariealtro.it/?p=6278

 

24 Aprile 2021Permalink