9 maggio 2021 – Dal 25 aprile al 9 maggio- Un viaggio nel tempo , difficile ma non impossibile

Anniversario della Liberazione            domenica, 25 Aprile

Il 25 aprile è sempre stata una festa bella .
Al momento ufficiale di piazza libertà seguiva il  trasferimento a piazza 26 luglio.
Al centro il monumento che,  quando lo si pratichi all’interno,  svela uno spazio simbolico prezioso, dominato da una scritta di Piero Calamandrei che ricopio

« Quando io considero questo misterioso e miracoloso moto di popolo, questo volontario accorrere di gente umile, fino a quel giorno inerme e pacifica, che in una improvvisa illuminazione sentì che era giunto il momento di darsi alla macchia, di prendere il fucile, di ritrovarsi in montagna per combattere contro il terrore, mi vien fatto di pensare a certi inesplicabili ritmi della vita cosmica, ai segreti comandi celesti che regolano i fenomeni collettivi, come le gemme degli alberi che spuntano lo stesso giorno s’accorgono che è giunta l’ora di mettersi in viaggio. Era giunta l’ora di resistere; era giunta l’ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini.»

Il monumento fu inaugurato nel 1969,  dopo non poche discussioni.
Calamandrei era scomparso nel 1956  quindi nessuna malizia nell’accettare il neutro universale dell’espressione uomini (il politicamente corretto è importante ma va praticato con una capacità di storicizzazione e senza fanatismi).
Voglio piuttosto soffermarmi sul « vivere da uomini», sottolineando il significato di una lotta di liberazione cui si deve  il tempo opportuno  per scrivere la Costituzione della Repubblica, un testo che si  proietta al futuro,  cui appartiene anche il nostro presente.
Quindi siamo eredi e nel contempo ‘signori’ di quel testo che sta a noi vivere e trasmettere.

Se non c’è figlio non c’è mamma
e se non c’è mamma non c’è bambino

In quel testo c’è un articolo, l’articolo 3,  che indica principi fondamentali, che nascono dalla dignità consapevole che ogni essere umano può scoprire nel fondo di sé, quei principi che la scritta di Piero Calamandrei ricorda nella sintesi straordinaria dello scritto: « l’ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini.»

Ma oggi non mi basta la sintesi e ricopio l’intero articolo con rimandi ad altri della Costituzione  e soprattutto nell’angoscia che mi prende pensando ai tradimenti che  si propongono  in una fase oscura della nostra  vita che mi sento di definire tale ,  al di là di ogni melensaggine psicologica e fanatismo di coscienze  militarizzate.

Art. 3

« Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [cfr. artt. 29 c. 2, 37 c. 1, 48 c. 1, 51 c. 1], di razza, di lingua [cfr. art. 6], di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali.

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. »

Tradimenti .. appunto al plurale ma qui mi soffermo su un tradimento che si connette alla beffarda giornata della festa della mamma (incentivo al mercato … se mamma c’è).

Sappiamo (o fingiamo di non sapere,  scelta diffusa di una indifferenza praticata e furbescamente non proclamata)  che  dal 2009 la legge 94 (art. 1 comma 22 lettera G),  obbligando i migranti non comunitari a denunciare la nascita di un figlio in Italia presentando il permesso di soggiorno,  li espone al rischio che propongo con le parole  dell’11° Rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia.
 « Inoltre, sempre in riferimento alla Legge 94/2009, che ha introdotto il reato d’ingresso e soggiorno irregolare e successivo obbligo di denuncia per i pubblici ufficiali incaricati di pubblico servizio, è emerso il rischio di mancata registrazione alla nascita per i minorenni nati in Italia da genitori privi di permesso di soggiorno. Nonostante la Circolare esplicativa n. 19/2009 del Ministero dell’Interno, nonché la successiva Legge 67/2014 che ha depenalizzato il reato autorizzando il Governo a convertire la fattispecie in una sanzione   <…> la Legge 94/2009 continua a essere in vigore, rischiando di indurre in errore genitori in posizione irregolare, portandoli così a non provvedere alla registrazione alla nascita dei figli, per paura di essere identificati. »
(20 novembre 2020. Cap. 3.1  – diritto di registrazione e cittadinanza
Per opportuna verifica ecco il link in http://gruppocrc.net/documento/11-rapporto-crc/)

Non c’è verso di trasformare questa segnalazione in una trasparente e pubblica richiesta di modifica della legge che  abbia una forte visibilità e un pubblico riscontro, richiesta ovviamente  da proporsi  in forma associata riconosciuta  autorevole e non solo da singole persone che possono esser ignorate se non beffate.

Io so che nella piazza del 25 aprile 2021 ancora una  volta c’erano le condizioni perché si aggirassero i fantasmi di neonati umiliati a spie di chi, non potendo provvedere alla garanzia della loro esistenza giuridicamente fondata, non può dirsi genitore.

E io dovrei sentirmi a mio agio in una piazza inaccessibile a chi  come me è madre  ma in piazza non può dichiararsi tale perché una legge ha deciso che suo figlio non ha da essere?
Essere madri è un diritto – uguale per tutte – non un  privilegio

La crepa aperta nel nostro sistema da una norma infame se non  viene cancellata  ne aprirà altre:
è una deriva che  l’Europa ha già conosciuto in quelli che ritenevamo essere i suoi anni peggiori e, favoleggiavamo,  chiusi.
Possiamo ancora permetterci di considerarli i peggiori (per ora), sapendo però che non sono chiusi.

Per chi volesse sapere qualche cosa di più sul monumento alla Resistenza di Udine.

http://eliovarutti.blogspot.com/2016/06/marconi-spiega-il-monumento-alla.html

9 Maggio 2021Permalink

24 aprile 2021 – Dal 24 aprile 1915, al 25 aprile 1945 a … domani mattina

Troppe questioni si precipitano dentro questo calderone che assomma due giorni:
– il 24 aprile ,   il genocidio armeno  (inizio 24 aprile 2015)
– il 25 aprile, la data simbolo della liberazione.

Il genocidio armeno e non solo
Per la prima data segnalo che oggi il presidente americano Joe Biden ha riconosciuto ufficialmente il genocidio armeno in una dichiarazione diffusa
dalla Casa Bianca, precisando che il gesto è inteso a  “confermare la storia”.
Al link in  calce unisco una piccola, inadeguata
fotografia  del monumento che lo  ricorda.
L’avevo visitato durante un viaggio con alcuni amici ma
il giorno dopo    non ho partecipato all’attività comune
prevista e ho voluto ritornarci da sola.
Sapevo che non  sarei tornata più in  Armenia e quel
monumento  mi aveva suscitato la stessa impressione
indescrivibile del lager di  Majdanek, dove avevo visto (ordinatamente archiviati come gli assassini avevano voluto) i bambolotti giocattolo dei bambini che poco dopo sarebbero stati gasati, per poi cremarne il corpo nudo, privato di tutto, anche dell’ultimo legame d’affetto rassicurante che i bambolotti trasmettono.
Allora constatando una crudeltà gratuita e inutile mi chiedevo  a che cosa servisse rubare bambolotti e conservarli come prede di guerra, in una situazione in cui era ovvio  ammazzare bambini. Non bastava?                            (Anche per questo c’è un link in calce   –  fonte 1)
La spiegazione l’aveva già offerta  Eichmann che durante il processo in Israele (che si sarebbe concluso con la condanna a morte) che i bambini si uccidono perché crescendo, nel ricordo dei loro cari strappati alle loro piccole vite, possono diventare nemici pericolosi.
Nell’Argentina dei colonnelli ne avevano fatto un altro uso: portate le prigioniere incinte fino al parto, le ammazzavano e affidavano i piccoli a coppie desiderose di adozioni.

Ma che c’entrano i bambolotti di Majdanek che mi ossessionano?

Oggi è il 24 aprile e domani è il 25 aprile.

Chi vada a visitare il monumento alla Resistenza in piazza 26 luglio a Udine   potrà leggere una citazione di Pietro Calamandrei che trascrivo:

Quando io considero questo misterioso e miracoloso moto di popolo, questo volontario accorrere di  gente umile, fino a quel giorno inerme e pacifica, che in una improvvisa illuminazione sentì che era giunto il momento di darsi alla macchia, di prendere il fucile, di ritrovarsi in montagna per combattere contro il terrore, mi vien fatto di pensare a certi inesplicabili ritmi della vita cosmica, ai segreti comandi celesti che regolano i fenomeni collettivi, come le gemme degli alberi che spuntano lo stesso giorno s’accorgono che è giunta l’ora di mettersi in viaggio. Era giunta l’ora di resistere; era giunta l’ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini”.

Morire da uomini per vivere da uomini

Forse un punto d’arrivo possibile (non  definitivo certamente).
Le questioni che mi tormentano sono troppo importanti perché io mi senta di chiuderle qui con una analisi insufficiente  e certamente incompleta.
Ma una domanda me la faccio:
Chi domani sarà in piazza (penso più piazze virtuali che fisiche) porterà con sé il pensiero di chi soffre in ogni parte del mondo ma anche vicino a noi,  probabilmente chiederà di affrontare la tragedia delle rotta balcanica con corridoi umanitari, chiederà soccorsi nel Mediterraneo, dirà no ai respingimenti, proporrà progetti solidali, parlerà del 25 aprile nato dal sacrificio consapevole di tanti, compiuto  “per vivere da uomini”.
Un processo lungo, che non si ferma perché da lì è nata la Costituzione.
Ma non  è un processo lineare. Si scoprono e si praticano significati importanti che nascono da mutate situazioni, nazionali e internazionali, da una cultura che ha esplorato altre strade.
Fra le tante cose che sono rimaste un punto fermo in  questa storia è la certezza che

 i figli possono essere usati come armi paralizzanti per i genitori.
Se sarà chiaro che non solo non è stata bloccata una legge che impedisce con un raggir

o crudele di riconoscere i propri nati in Italia ma che tutto questo è accettato dall’opinione pubblica che non trova nulla da dire e consapevolmente tace,  avrà vinto la crepa che introduce la paura come forza che assicura “sicurezza”  oggi … domani chissà.

La legge che ha voluto questa ignobile norma dice proprio così: “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica”.
Certo questo non  è vivere da uomini e da donne
Nello scrivere questo poche note che so ormai essere inefficaci , non mi arrendo al neutro universale. Domani vedremo

Una scommessa con me stessa: Oggi questo scritto va nel mio blog, se la giornata di domani mi consentirà di cambiare idea anche con un piccolo – ma credibile – segnale (no a pacche sulle spalle, reali e simboliche) sarò felice di passarlo su facebook con una autocritica altrimenti metterò in fila un’altra occasione di preoccupazione per il futuro.

(fonte 1)
https://www.lincontro.news/breve-storia-del-genocidio-armeno/

(fonte 2)
14  dicembre  1918 .  Integrazione precoce a Codroipo, provincia di Udine

http://diariealtro.it/?p=6278

 

24 Aprile 2021Permalink

23 aprile 2021- Un discorso di Piero Calamandrei in difesa di Danilo Dolci

IN DIFESA DI DANILO DOLCI  Piero Calamandrei *

 Pubblicato in “Quaderni di “Nuova Repubblica””, 4, 1956, p. 15, anche in “Il Ponte”,XII, 4, aprile  1956, pp. 529-544 e in Processo all’art. 4,”Testimonianze”, 8, pp. 291-316. Testo stenografico dell’arringa pronunciata il 30 marzo 1956 dinanzi al Tribunale penale di Palermo.

(Danilo Dolci era stato arrestato il 2 febbraio 1956 per aver promosso e capeggiato, insieme con alcuni suoi compagni, una manifestazione di protesta contro le autorità che non avevano provveduto a dar lavoro ai disoccupati della zona: la manifestazione era consistita nell’indurre un certo numero di questi disoccupati a iniziare lavori di sterramento e di assestamento in una vecchia strada comunale abbandonata, detta “trazzera vecchia”, nei pressi di Trappeto (provincia di Palermo), allo scopo di dimostrare che non mancavano né la volontà di lavorare né opere socialmente utili da intraprendere in beneficio della comunità. I principali capi di accusa riguardavano la violazione degli articoli 341 (oltraggio a pubblico ufficiale), 415 (istigazione a disobbedire alle leggi), 633 (invasione di terreni) del Codice penale.)

Signori Giudici.

Questo processo avrebbe potuto concludersi, meglio che con la parola mia, con la parola di un
giovane. Le parole dei giovani sono parole di speranza, preannunziatrici dell’avvenire: e questo è un processo che preannuncia l’avvenire.
Avrebbe dovuto parlare prima l’imputato, Danilo Dolci che è un giovane; e dopo di lui, non per
difenderlo ma per ringraziarlo, il più giovane dei suoi difensori, l’avvocato Antonino Sorgi.
Se si fosse fatto così questo processo sarebbe finito da cinque giorni; e da cinque giorni Danilo Dolci e gli altri imputati, i cosiddetti “imputati”, sarebbero tornati a Partinico, invece di tornarvi, come vi torneranno, soltanto stasera, dopo l’assoluzione, a far Pasqua con le loro famiglie.
Ma forse, per la risonanza nazionale e sociale di questo processo, è stato meglio che sia avvenuto così: che abbiano parlato anche i vecchi e meno giovani; e non brevemente.
E così l’onore e la responsabilità di chiudere la discussione e di rivolgervi, signori giudici, l’ultima preghiera che vi accompagnerà in camera di consiglio, sono toccati a me; non solo per la mia età, ma forse anche perché io sono qui, unico tra i difensori, soltanto un avvocato civilista, cioè un avvocato che non ha esperienza professionale di processi penali.
Questo, infatti, non è un processo penale: o almeno non è quello che i profani si immaginano,
quando parlano di un processo penale.

Nel processo penale il pubblico concentra i suoi sguardi sul banco degli imputati, perché crede di vedere in quell’uomo, anche se innocente, il reo, l’autore del delitto: l’uomo che ha ripudiato la società, che è una minaccia per la convivenza sociale.

L’imputato è solo, inconfondibile, diverso agli occhi del pubblico da tutti gli altri uomini, isolato
dentro la sua gabbia e, anche quando la gabbia non c’è, isolato dentro la sua colpa.

Ma questo non è un processo penale: dov’è il reo, il delinquente, il criminale? Dov’è il delitto, in che consiste il delitto, chi lo ha commesso?

Angosciose domande: alle quali forse neanche il P.M., nella sua misurata requisitoria che abbiamo ammirato non tanto per quello che ha detto quanto per quello che ha lasciato intendere senza dirlo, saprebbe in cuor suo dare una tranquillante risposta.

Non a caso qui il banco degli imputati e quello dei difensori sono così vicini, fino a parere un banco solo. Dove sono gli imputati e dove i difensori? Qui, in realtà, o siamo tutti difensori o siamo tutti imputati.

In questa aula, da qualunque parte ci volgiamo, nei vari seggi di essa, non ci sono altri che uomini  che si trovano qui, perché hanno voluto e vogliono prestare ossequio alla legge: osservarla, servirla.

La sigla è quasi si direbbe il vertice magico di questo processo è in quella formula laconica
intarsiata con caratteri antichi sulla cattedra ove siedono i giudici. Non è la solita frase che in altre aule si legge scritta sul muro al disopra delle teste di giudici, quella frase che suscita tante speranze ma anche tante perplessità: “La legge uguale per tutti”. No: il motto di questa aula è molto più laconico, misterioso e conciso come la risposta di un oracolo: “La legge”.

Questo è l’imperativo categorico che ci tiene tutti qui incatenati dallo stesso dovere, appassionati dalla stessa passione: “de legibus”.
Il Tribunale che siede è per definizione l’organo che, amministrando giustizia, fa osservare la
legge. Il P.M., che siede al lato del collegio giudicante, è il rappresentante della legge.
Noi avvocati siamo qui, al nostro posto, per difendere la legge. Dietro a noi, a fianco degli imputati e sulle porte, i commissari e gli agenti  i polizia sono gli esecutori della legge.

E poi ci sono questi imputati: imputati di che? Mah… di nient’altro che di aver voluto anch’essi
servire la legge: di aver voluto soffrire la fame e lavorare gratuitamente allo scopo di ricordare agli immemorì il dovere di servire la legge.

Ma allora vuol dire che siamo tutti qui per lo stesso scopo: quale è il punto del nostro dissidio, quale è il tema del nostro dibattito? Perché noi avvocati stiamo a questo banco degli imputati dietro a noi e i giudici nei loro seggi più alti? di che stiamo noi discutendo?

In verità io non riesco a riconoscere su queste facce di imputati, così tranquille e serene, le tristi impronte della delinquenza; né riesco a scoprire nelle umane facce dei carabinieri che stanno accanto a loro la fredda insensibilità dell’aguzzino. Io so che essi, quando mettono le manette a questi imputati, si sentono in fondo al cuore umiliati e addolorati di questo crudo cerimoniale, che pure hanno il dovere di compiere: quando la mattina gli imputati entrano in quest’aula incatenati, come prescrive il regolamento di polizia, non sono essi che provano rammarico e vergogna per quelle catene. Ho visto con i miei occhi che, nonostante quei polsi serrati nelle manette, le loro facce rimangono serene e sorridenti; ma un’ombra di mestizia traspare sui volti di chi li accompagna.

No no, il dissidio non è qui, in questa aula: il dissidio è più lontano e più alto. Sarebbe follia pensare che Danilo abbia potuto indirizzare agli agenti che lo arrestarono, fatti della stessa carne di questi che oggi lo accompagnano, l’epiteto di ” assassini “. Danilo non parlava e non parla a loro. Gli assassini ci sono, ma sono fuori di qui, sono altrove: si tratta di crudeltà più inveterate, di tirannie secolari, più radicate e più potenti; e più irraggiungibili.

Di quello che è avvenuto, signori del Tribunale, non si deve dare colpa alla polizia, la quale è soltanto una esecutrice di ordini che vengono dall’alto. In quanto a me, vi dirò anzi che ho sentito dire che io dovrei essere debitore, verso qualcuno degli agenti che hanno deposto in questo processo, di speciali ragioni di gratitudine. Dai resoconti dati dalla stampa su una delle prime udienze, alla quale io non ho potuto partecipare, ho appreso che io dovrei ringraziare quel funzionario di polizia che oggi è commissario a Partinico, il dottore Lo Corte, del trattamento di favore che egli mi avrebbe usato a Firenze, nel periodo in cui egli apparteneva alla polizia della Repubblica di Salò: pare che nella sua deposizione egli abbia detto che mi trattò con speciale riguardo perché, quando venne al mio studio per arrestarmi, arrivò un quarto d’ora dopo che io ero uscito e così lasciò ineseguito il suo mandato. In verità io non mi ricordo di lui: e non so se devo essere grato a lui per essere arrivato un quarto d’ora dopo o a me stesso per essere uscito un quarto d’ora prima. Ma in ogni modo sono anche disposto ad essergli riconoscente: non sono queste vicende personali le cose che contano in questo processo.

Quello che conta è un’altra cosa: conoscere il perché umano e sociale di questo processo, collocarlo nel nostro tempo; vederlo, come tu ben dicevi, o amico Sorgi, storicamente, in questo periodo di vita sociale e in questo paese.

Io ho ammirato, lo ripeto, la misura con cui ha parlato il P.M.; ma su due delle premesse (oltreché, ben s’intende, su tutte le sue conclusioni) non posso essere d’accordo: e cioè quando egli ha detto che questa è ” una comunissima vicenda giudiziaria “, e quando ha detto che per deciderla il Tribunale dovrà tener conto della legge ma non delle “correnti di pensiero” che i testimoni hanno portato in questa aula.

Dico, con tutto rispetto, che queste due affermazioni mi sembrano due grossi errori non soltanto sociali, ma anche specificamente giuridici. Non sono d’accordo sulla prima premessa. Questo non è un processo ” comunissimo “: è un processo eccezionale, superlativamente straordinario, assurdo.

Questo non è neanche un processo: è un apologo.

Un processo in cui si vorrebbe condannare gente onesta per il delitto di avere osservato la legge, anzi per il delitto di aver preannunciato e proclamato di volere osservare la legge: arrestati e rinviati a giudizio sotto l’imputazione di volontaria osservanza della legge con l’aggravante della premeditazione!

Per renderci conto con distaccata comprensione storica della eccezionalità e assurdità di questo processo, bisogna cercare di immaginare come questa vicenda apparirà, di qui a 50 o a 100 anni, agli occhi di uno studioso di storia giudiziaria al quale possa per avventura venire in mente di ricercare nella polvere degli archivi gli incartamenti di questo processo, per riportare in luce storicamente, liberandolo dalle formule giuridiche, il significato umano e sociale di questa vicenda.

Quali apparirebbero agli occhi dello storico gli atti più significativi di questo processo?

La sua attenzione si fermerebbe prima di tutto su quella ordinanza del giudice istruttore, con la quale, per negare agli arrestati la libertà provvisoria, si è testualmente affermato la “spiccata capacità a delinquere del detto imputato”: il ” detto imputato “, per chi non lo sapesse, sarebbe Danilo Dolci.

Suppongo che il magistrato che scrisse questa frase non abbia immaginato, al momento in cui la scrisse, il senso di sgomento che in centinaia di migliaia di italiani questa frase ha suscitato, quando l’hanno letta riferita sui giornali: senso di sgomento per lui, non per Danilo Dolci.

Ma, insomma, questa frase è stata scritta; e tra cinquant’anni lo storico la potrà leggere e potrà dire a se stesso:-Ecco, ho avuto la mano felice: ho trovato un caso interessante, il processo di un gran delinquente, un caso tipico di “spiccata capacità a delinquere”.

Ma che cosa ha fatto mai Danilo Dolci per dimostrare questa sua ” spiccata capacità “?

La capacità a delinquere, per me avvocato civilista, ha due aspetti: uno giuridico e uno sociale.
Sotto l’aspetto giuridico mi pare che essa sia la tendenza e la attitudine a violare il diritto altrui;
sotto l’aspetto sociale mi pare sia la incapacità di intendere che la vita in società è fatta di solidarietà e di altruismo: che senza solidarietà e senza altruismo non vi è civiltà. Il delinquente è essenzialmente un infelice esiliato nel suo sfrenato egoismo, un solitario incapace di vivere in società.

Dunque lo storico che si metterà a sfogliare questo processo, quando saranno da lungo tempo caduti e dimenticati quegli articoli della legge di pubblica sicurezza e del codice penale di cui stiamo qui a discutere da una settimana (quegli articoli che già assomigliano a quei gusci vuoti che rimangono attaccati ai tronchi degli ulivi quando già ne è volato via l’insetto vivo), scorrerà attentamente gli incartamenti per ricercare le prove di questa “spiccata capacità a delinquere ” che l’ordinanza istruttoria con tanta durezza preannuncia. E, senza perdersi in sottili acrobazie di dialettica giuridica, si domanderà umanamente: che cosa avevano fatto di male questi imputati? In che modo avevano offeso il diritto altrui; in che senso avevano offeso la solidarietà sociale e mancato al dovere civico di altruismo?

Lo storico arriverà a trovare documentati nel seguito del processo due “misfatti”.

Io mi limito a leggere qualche passo di un solo documento: di un documento che è ancora nelle mie mani e che dà a questa mia difesa il carattere non solo di una testimonianza, ma anche, come ieri vi dicevo, di una complicità.

Quando alla fine dello scorso gennaio Danilo Dolci, dopo essere stato a Torino per consultarsi con i suoi amici sulle azioni che si proponeva di svolgere a Partinico, passò da Firenze nel viaggio di ritorno, venne al mio studio per consigliarsi anche con me come legale ed esser sicuro che quello che stava per fare entrasse perfettamente nei limiti delle leggi. Non mi trovò; e allora mi lasciò una copia del foglietto che in questo momento vi sto leggendo, con questa nota scritta di suo pugno:

“Speravo di vederti e di avvisarti. Un saluto con affetto. Tuo Danilo”. Quando tornai dopo due giorni, e lessi il foglietto, il quale conteneva, come ora vi dirò, il programma di quello che stava per succedere a Partinico, trovai che niente di quello che era preannunciato in tale programma poteva in qualsiasi modo andar contro alle leggi o ai regolamenti di polizia: e per questo mi guardai bene dall’avvertire Danilo Dolci, che intanto era ritornato a Partinico, di astenersi dal fare quello che si proponeva. Se in quello che ha fatto c’è qualche cosa di contrario alla legge, sono dunque responsabile anch’io di complicità e, e forse la mia responsabilità è più grave della sua, perché io dovrei avere quella conoscenza tecnica delle leggi che Danilo non ha.
Dunque, vi dicevo, in questo documento che sto per leggervi c’è la prova di due misfatti.

Il primo misfatto è quello che si proponevano di compiere lunedì 30 gennaio i pescatori di Trappeto.

Si legge testualmente in questa dichiarazione:
“abbiamo ripetutamente documentato alle Autorità direttamente responsabili e all’opinione
pubblica, per anni e anni, la pesca fuori legge della zona, gravissimo danno a tutti noi e
all’economia nazionale.

” E’ profondamente doloroso e offensivo constatare che lo Stato non sa far rispettare le sue leggi più elementari, più giustificate: i mezzi di informazione e di pressione normali in uno Stato civile, qui sono stati assolutamente inefficaci. Decisi a fare rispettare le leggi, promuoviamo un movimento che non si fermerà fino a quando il buon senso e l’onestà non avranno trionfato. Inizieremo lunedì,

30 gennaio, digiunando per 24 ore.”

Seguono circa 300 firme tra loro sono anche numerosi vecchi e ragazzi con piena coscienza
dell’azione.

Questo è dunque il primo misfatto.

Le circostanze sono semplici e chiare. Una piccola popolazione di poveri pescatori vive alla meglio con la pesca del suo mare. Per legge, il tratto di mare più vicino alla costa è riservato alla pesca della popolazione rivierasca; i motopescherecci, devono tenersi al largo. Ma qui i motopescherecci, per vecchio sistema, si beffano sfrontatamente della legge; da tempo vengono a pescare nel mare vicino alla riva, predando il pesce che dovrebbe dar da vivere ai piccoli pescatori. Così i pescatori locali non hanno più da pescare; questa sistematica rapina dei motopescherecci appartenenti a grandi società organizzate e protette dalle autorità, condanna i piccoli pescatori a morire di fame. Ricorrono alle autorità; ma le autorità non provvedono.

Protestano, ma le autorità non ascoltano. Il contrabbando continua: qualcuno pensa che le autorità siano d’accordo coi contrabbandieri; e che ci sia qualcuno in alto che partecipa agli utili del contrabbando.

Allora che cosa fanno i pescatori che da anni reclamano giustizia e non riescono ad averla da chi dovrebbe darla: si ribellano? Si mettono a tumultuare? Rubano? Commettono violenze?

Niente di tutto questo. Arriva Danilo in mezzo a loro e dice: ” Voi non avete da mangiare: non avete di vostro altro che la fame. L’unica protesta che vi rimane è questa: la vostra fame. Siete abituati a digiunare, andiamo tutti insieme a digiunare sulla spiaggia del mare. Stiamo a guardare, digiunando, i contrabbandieri protetti dalle autorità, che continuano a far rapina del pesce che la legge vorrebbe riservato a voi. Consoliamoci insieme col nostro digiuno; mettiamo in comune questo nostro unico bene, la fame. E per essere più sereni, porteremo sulla spiaggia qualche disco e ascolteremo la musica di Bach”. (Qualcuno ha sorriso su questo particolare della musica: non ha ricordato che anche nella prima guerra mondiale questo era il motto dei fanti inchiodati nelle trincee: “canta che ti passa”.)

Allora vengono fuori i commissari di polizia, gli agenti dell’ordine. Voi pensereste che intervengono finalmente per rimettere nella legalità i moto pescherecci contrabbandieri e per far cessare la loro rapina. No gli agenti dell’ordine intervengono per pigliarlsela con Danilo: per diffidare Danilo e i pescatori dal mettere in atto il loro proposito.

– non è permesso digiunare: vi vietiamo formalmente di digiunare.
– Ma come possiamo non digiunare se non abbiamo più pesce da pescare?
– Non importa: digiunate a casa vostra, in privato, in segreto.
E’ un delitto digiunare in pubblico. Digiunare in pubblico vuol dire disturbare l’ordine pubblico.
– l’ordine pubblico di chi? L’ordine pubblico di chi ha da mangiare. Non bisogna disturbare con spettacoli di miseria e di fame la mensa imbandita di chi mangia bene; non bisogna che la gente ben nutrita, che va sulla spiaggia a passeggiare per meglio digerire il suo pranzo, sia disturbata dalla modesta vista dei pallidi affamati.

Questo è il primo misfatto: ora viene il secondo. Si legge sul solito documento.

“I cittadini di Partinico, donne comprese, proseguiranno l’azione giovedì 2 febbraio come è detto nella loro dichiarazione:

“Milioni di uomini nelle nostre zone stanno sei mesi all’anno con le mani in mano. Stare sei mesi all’anno con le mani in mano è gravissimo reato contro la nostra famiglia contro la società.

“Solo qui in Partinico su 25000 abitanti siamo in più di 7000 con le mani in mano per sei mesi all’anno e 7000 bambini e giovanetti non sono in grado di apprendere quanto assolutamente dovrebbero. Non vogliamo essere dei lazzaroni, non vogliamo arrangiarci da banditi: vogliamo collaborare esattamente alla vita, vogliamo il bene di tutti: e nessuno ci dica che questo è un reato.

“E’ nostro dovere di padri e di cittadini collaborare generosamente perché cambi il volto della terra, bandendo gli assassini di ogni genere. Chiediamo alle autorità, di collaborare con noi, indicando quali opere dobbiamo fare e come: altrimenti, assistiti dai tecnici, cominceremo dalle più urgenti.

” Perché sia più limpido a tutti il nostro muoverci, digiuneremo lunedì 30 gennaio; giovedì 2 febbraio cominceremo il lavoro. Frangeremo il pane con le mani. “Vogliamo essere padri e madri anche noi e cittadini.”

Seguono circa 700 firme.

Anche le circostanze di questo secondo misfatto sono chiare.
Ci sono a Partinico, oltre pescatori, altre migliaia di disoccupati. La Costituzione dice che il lavoro è un diritto e un dovere. Allora, che cosa fanno questi settemila disoccupati: invadono le terre dei ricchi, saccheggiano i negozi alimentari, assaltano i palazzi, si danno alla macchia, diventano banditi?

No. Decidono di lavorare: di lavorare gratuitamente; di lavorare nell’interesse pubblico.
Nelle vicinanze del paese si trova, abbandonata, una trazzera destinata al passo pubblico; nessuno ci passa più, perché il comune non provvede, come dovrebbe, alla sua manutenzione; è resa impraticabile dalle buche e dal fango. Allora i disoccupati dicono: “Ci metteremo a riparare gratuitamente la trazzera , la nostra trazzera. Ci redimeremo, lavorando da questo avvilimento quotidiano, da questa quotidiana istigazione al delitto che è l’ozio forzato. In grazia del nostro lavoro la strada tornerà ad essere praticabile. I cittadini ci passeranno meglio. Il sindaco ci ringrazierà”. Che cosa è questo? E’ la stessa cosa che avviene quando, dopo una grande nevicata, se il Comune non provvede a far spalare la neve sulle vie pubbliche, i cittadini volenterosi si organizzano in squadre per fare essi, di loro iniziativa, ciò che la pubblica autorità dovrebbe fare e non fa; e la stessa cosa che avviene, e spesso è avvenuta, quando, a causa di uno sciopero degli spazzini pubblici, i cittadini volenterosi si sono messi a rimuovere dalle strade cittadine le immondizie e in questo modo si sono resi benemeriti della salute di tutti.

Giustamente uno dei difensori che mi hanno preceduto, il collega Taormina, ha detto che questo è un caso di “negotiorum gestio”: un caso, si potrebbe dire, di esercizio privato di pubbliche funzioni volontariamente assunte dai cittadini a servizio della comunità e in ossequio al senso di solidarietà civica.

Allora, per impedire anche questo secondo misfatto, arrivano i soliti commissari Lo Corte e Di Giorgi, e questa volta non si limitano alle diffida e questa volta non si limitano alle diffide. Questa volta fanno di più e di meglio: aggrediscono questi uomini mentre pacificamente lavorano a piccoli gruppi dispersi sulla trazzera, strappano dalle loro mani gli strumenti del lavoro, lì incatenano e li trascinano nel fango, tirandoli per le catene come carne insaccata, come bestie da macello.
Bene.

Rimane dunque inteso che digiunare in pubblico è una manifestazione sediziosa; che lavorare gratuitamente per pubblica utilità, per rendere più strada una pubblica strada, è una manifestazione  sediziosa.
E a questo punto interviene il giudice istruttore a dare il suo giudizio: “spiccata capacità a delinquere”.

E poi riprende la parola il P.M.: “otto mesi di reclusione a Danilo Dolci e ai suoi complici”.
Bene.

Ma come può essere avvenuto questo capovolgimento, non dico del senso giuridico, ma del senso morale e perfino del senso comune?
Guardiamo di rendercene conto con serenità.

Al centro di questa vicenda giudiziaria c’è, come la scena madre di un dramma, un dialogo tra due personaggi, ognuno dei quali ha assunto senza accorgersene un valore simbolico.

E’, tradotto in cruda rossa di cronaca giudiziaria, il dialogo eterno tra Creonte e Antigone, tra Creonte  che difende la cieca legalità e Antigone che obbedisce soltanto alla legge morale della coscienza, alle “leggi non scritte” che preannunciano l’avvenire.
Nella traduzione di oggi, Danilo dice: “per noi la vera legge e la Costituzione democratica”; il commissario Di Giorgi risponde: “per noi l’unica legge è il test unico di pubblica sicurezza del tempo fascista“.

Anche qui il contrasto è come quello tra Antigone e Creonte: tra la umana giustizia e i regolamenti di polizia; con questo solo di diverso, che qui Danilo non invoca leggi “non scritte”. (Perché, per chi non lo sapesse ancora, la nostra Costituzione è già stata scritta da dieci anni.)

Chi dei due interlocutori ha ragione?
Forse, a guardare alla lettera, hanno ragione tutt’e due.
Ma a chi spetta, non dico il peso e la responsabilità, ma dico il vanto di decidere, sotto questo
contrasto letterale, da che parte è la verità: a chi spetta sciogliere queste antinomie?
Siete voi, o Giudici, che avete questa gloria: voi che nella vostra coscienza, come in un alambicco chimico, dovete fare la sintesi di questi opposti.

E qui affiora il secondo sul quale io mi trovo in dissidio con le premesse affermate dal P.M.:,
quando egli ha detto che i giudici non devono tener conto delle “correnti di pensiero”, che i testimoni accorsi da tutta Italia hanno fatto passare in questa aula.

Ma che cosa sono le leggi , illustre rappresentante del P.M. se non esse stesse “correnti di pensiero”? Se non fossero questo, non sarebbero che carta morta: se lo lascio andare, questo libro dei codici che ho in mano, cade sul banco come un peso inerte.

E invece le leggi sono vive perché dentro queste formule bisogna far circolare il pensiero del nostro tempo, lasciarvi entrare l’aria che respiriamo, mettervi dentro i nostri propositi, le nostre speranze, il nostro sangue e il nostro pianto.

Altrimenti le leggi non restano che formule vuote, pregevoli giochi da legulei; affinché diventino sante, vanno riempite con la nostra volontà.

Voi non potete ignorare, signori Giudici, poiché anche voi vivete la vita di tutti i cittadini italiani, il carattere eccezionale e conturbante del nostro tempo: che è un tempo di trasformazione sociale e di grandi promesse, che prima o poi dovranno essere adempiute: felici i giovani che hanno davanti a se il tempo per vederle compiute!

Questo è uno di quei periodi, che ogni tanto si presentano nella vita dei popoli, in cui la gloria di poter costruire pacificamente l’avvenire, il vanto di poter guidare entro la legalità questa

trasformazione sociale che è in atto e che non si ferma più, spetta soprattutto ai giudici. Nella storia millenaria del nostro paese più volte si sono presentati questi periodi di trapasso da un ordinamento sociale ad un altro, durante i quali l’altissimo compito di adeguare il diritto alle esigenze della nuova società in formazione è stato assunto dalla giurisprudenza: basta pensare ai responsa dei prudentes, che hanno gradualmente fatto vivere nella rigidezza del diritto quiritario lo spirito cristiano trionfante nella legislazione giustinianea, o alle opiniones doctorum, che attraverso la decisione di singoli casi giudiziari hanno introdotto negli schemi del diritto feudale lo spirito umanistico del diritto comune.

Anche oggi l’Italia vive uno di questi periodi di trapasso, nei quali la funzione dei giudici, meglio

che quella di difendere una legalità decrepita, è quella di creare gradualmente la nuova legalità promessa dalla Costituzione.

La nostra Costituzione è piena di queste grandi parole preannunziatrici del futuro: “pari dignità sociale”; “rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”;
“Repubblica fondata sul lavoro”; “Diritto al lavoro”; “condizioni che rendano effettivo questo diritto; assicurata ad ogni lavoratore e alla sua famiglia “un’esistenza libera e dignitosa”…

Grandi promesse che penetrano nei cuori e li allargano, e che una volta intese non si possono più ritirare. Come potete voi pensare che i derelitti che hanno avuto queste promesse, e che vi hanno creduto e che chi si sono attaccati come naufraghi alla tavola di salvezza, possono ora essere condannati come delinquenti solo perché chiedono, civilmente senza far male nessuno, che queste promesse siano adempiute come la legge comanda?

Signori Giudici, che cosa vuol dire libertà, che cosa vuol dire democrazia? Vuol dire prima di tutto fiducia del popolo nelle sue leggi: che il popolo senta le leggi dello Stato come le sue leggi, come scaturite dalla sua coscienza, non come imposte dall’alto. Affinché la legalità discenda dai codici nel costume, bisogna che le leggi vengano dal di dentro non dal di fuori: le leggi che il popolo rispetta, perché esso stesso le ha volute così.

Ricordate le parole immortali di Socrate nel carcere di Atene? Parla delle leggi come di persone vive, come di persone di conoscenza. “le nostre leggi, sono le nostre leggi che parlano”. Perché le leggi della città possano parlare alle nostre coscienze, bisogna che siano come quelle di Socrate, le “nostre ” leggi.

Nelle più perfette democrazie europee, in Inghilterra, in Svizzera, in Scandinavia, il popolo rispetta le leggi perché ne è partecipe e fiero; ogni cittadino le osserva perché sa che tutti le osservano: non c’è una doppia interpretazione della legge, una per i ricchi e una per i poveri!

Ma questa è, appunto, la maledizione secolare che grava sull’Italia: il popolo non ha fiducia nelle leggi perché non è convinto che queste siano le sue leggi. Ha sempre sentito lo Stato con un nemico.

Lo Stato rappresenta agli occhi della povera gente la dominazione. Può cambiare il signore che domina, ma la signoria resta: dello straniero, della nobiltà, dei grandi capitalisti, della burocrazia.

Finora lo Stato non è mai apparso alla povera gente come lo Stato del popolo.

Da secoli i poveri hanno il sentimento che le leggi siano per loro una beffa dei ricchi: hanno della legalità e della giustizia un’idea terrificante, come di un mostruoso meccanismo ostile fatto per schiacciarli, come di un labirinto di tranelli burocratici predisposti per gabbare il povero e per soffocare sotto le carte incomprensibili tutti i suoi giusti reclami.

Nella prefazione che Norberto Bobbio ha dettato per il libro di Danilo Dolci Banditi a Partinico, è riportato come tipico un episodio. “Ho fatto più di quattro domande per avere la pensione -dice il padre.-Niente. Mi mandano a chiamare i carabinieri:-ci vuole questo documento
-Subito facciamo questo documento, subito. Poi mi mandano a chiamare in Municipio e mi dicono che ci voleva stato di famiglia, atto matrimoniale, fede di nascita, fede di morte di mio figlio, tutto. Ci ho fatto tutto. Ci ho mandato in Municipio stesso, da lì a Roma. Niente. Dal 1942. E 12 anni “ca ci cumbattu cu sta pensioni”. E la moglie: “Have a cridere che a mia mi ritiraru lu librettu e mi disseru:-Ora se nè po’ ire che vossìa have la pensioni”.

Questa è la maledizione di Partinico, ma questa è sempre stata anche la maledizione di Italia. In ogni regione d’Italia più o meno è così: le leggi per gli umili non contano. Per avere giustizia dagli uffici amministrativi occorre farsi raccomandare da qualche personaggio importante o strepitare.
Ma forse neanche screditare conta; perché se strepita il povero, viene il commissario Di Giorgi che lo porta in prigione.

E allora ecco Danilo:

-Basta con questa maledizione, basta con questa sfiducia; ma basta anche con la violenza. Voi dovete credere nelle leggi; voi dovete credere nella giustizia di chi governa. La legge è come una religione (una religione di cui questa aula giudiziaria è un tempio). Perché la legge faccia i suoi miracoli, bisogna crederci.-

È un ingenuo? È un illuso?

Danilo è stato paragonato a Renzo dei promessi sposi, nella famosa scena dell’osteria.

Ricordate? “pane, abbondanza, giustizia. “Lo sente dire da Ferrer, che era una specie di prefetto di quei tempi. Renzo ci crede: anche lui si mette a ripetere “pane, abbondanza, giustizia”. E va a finire nelle mani dei birri.

Anche Danilo è andato a finire in prigione. E dunque anche lui soltanto ingenuo? Soltanto un illuso?
No: Danilo è qualche cosa di più. Non dimentichiamo come è cominciata la vicenda di Danilo.
Il caso determinante della sua vita è stato l’incontro con un bambino morto di fame. Quando nell’estate del 1952 Danilo ebbe visto morire di fame il figlioletto di Mimma e Giustina Barretta, allora egli si accorse di trovarsi “in un mondo di condannati morte“; e gli apparve chiara l’idea che questo mondo non si redime con la violenza, ma col sacrificio. Fu allora che disse: ” su questo stesso letto dove questa creatura innocente è morta di fame, io, che potrei non essere povero, mi lascerò morire di fame come lui, per portare una testimonianza, per dare con la mia morte un esempio, se le autorità non si decideranno a provvedere “. E dopo una settimana di digiuno, che già aveva ridotto Danilo in fin di vita, le autorità finalmente intervennero, non per pietà, ma per liberarsi dalla responsabilità di lasciarlo morire; essi decisero di offrire subito le prime somme occorrenti per pagare i debiti dei pescatori e dei braccianti del luogo e, e per iniziare i lavori di sistemazione delle strade e delle acque.
Poi nuovamente si fermarono: ma soltanto così Danilo era riuscito a svegliare il torpore burocratico dei padroni. Ma ecco che qui entra ancora in scena il commissario Di Giorgi, che in questo dramma rappresenta la quotidiana certezza del conformismo, la voce scettica dei benpensanti:

Danilo Danilo, sono utopie, sono illusioni! (“fanatismo mistico” ha detto ieri il P.M.).

Par che dica, il commissario Di Giorgi: -Danilo, ma chi te lo fa fare? Sei giovane, sei istruito, sei un architetto, uno scrittore. Non sei di queste terre desolate. Torna ai tuoi paesi. Lascia i poveri di Partinico in compagnia della loro miseria e della loro fame… Danilo, chi te lo fa fare?-

La voce del buonsenso, la voce dei benpensanti; ma Danilo non è un benpensante, non segue la rassegnata è soddisfatta voce del buonsenso.

Danilo mi fa venire in mente la storia di fra Michele Minorita. È un’antica cronaca fiorentina, rievoca anche la figura di un monaco, appartenente all’ordine dei “fraticelli della povera vita”, che praticavano la povertà assoluta che predicavano che nel Vangelo Cristo e gli apostoli non avevano mai riconosciuto la proprietà privata. Il Papa Giovanni XXII condannò questa affermazione come eresia: e fra Michele per averla predicata fu condannato, nel 1389, al rogo.
La cronaca racconta la prigionia e il processo e descrive il corteo che accompagnò dalla prigione al supplizio il condannato e le sue soste lungo la strada, come se fossero le stazioni della Via Crucis.
Dal carcere del Bargello per arrivare al rogo egli passa, scalzo e vestito di pochi cenci, in mezzo agli armigeri, per le vie di Firenze. Due ali di popolo lo stanno a vedere: e gli lanciano al passaggio frasi di incitamento e di scherno, invocazioni esaltate o beffardi consigli. I più lo consigliano all’abiura: “sciocco, pentiti, pèntiti, non voler morire, campa la vita!”.
Ed egli risponde, mentre passa, senza voltarsi: “pentitevi voi de’ peccati, pentitevi delle usure, delle false mercantzie”. (Forse tra quel pubblico che lo incitava a pentirsi e a non voler morire c’era anche, pieno di buone intenzioni, il commissario Di Giorgi: “Illusioni, utopie, chi te lo fa fare?”.)

A un certo punto, quando ormai è vicino al rogo, poiché ancora uno dei presenti torna a gridargli: “Ma perché ti ostini a voler morire?”, egli risponde: “Io voglio morire per la verità: questa è una verità, ch’io ho albergata in me, della quale non se ne può dare testimonio se non morti”. E con queste parole sale sul rogo; ma proprio mentre stanno per dar fuoco, ecco che arriva un messo dei Priori a fare un ultimo tentativo, per persuaderlo a smentirsi e così salvargli la vita. Ma egli dice di no. E uno degli armigeri, di fronte a questa fermezza, domanda: “ma dunque costui ha il diavolo addosso?”; al che l’altro armigero, nel dar fuoco, risponde (e par di sentire la sua voce strozzato dal pianto): “Forse ci ha Cristo”.

Per questo, signori Giudici, voi avete visto le “correnti di pensiero”, che in questo momento sono vicine a Danilo, sfilare in quest’aula a testimoniare. Esse non sono arrivate qui per esercitare su di voi pressioni o intromissioni sulla vostra coscienza intemerata e fiera: sono venute soltanto per testimoniare la loro solidarietà a Danilo. Ma questa solidarietà della cultura italiana per Danilo Dolci è un fatto, che voi non potete ignorare; siete anche voi uomini del nostro tempo, e anche voi sentite il dovere di valutarle, di spiegarle storicamente.

Come si può spiegare questa solidarietà? Certamente voi avete avvertito nelle parole di questi testimoni non soltanto un senso di solidarietà e quasi di complicità con Danilo, ma altresì un senso più profondo, quasi direi di umiliazione e di contrizione di questa cultura: per aver tardato tanto ad accorgersi di questi dolori; per aver atteso, prima di accorgersi, che fosse Danilo a dare l’esempio.

Il carattere singolare ed esemplare di Danilo Dolci e proprio qui: di questo uomo di cultura, che per manifestare la sua solidarietà ai poveri non si è accontentato della parola parlata o scritta, dei comizi, degli ordini del giorno e dei messaggi; ma ha voluto vivere la loro vita, soffrire la loro fame, dividere il loro giaciglio, scende nella loro forzata abiezione per aiutarli a ritrovare e a reclamare la loro dignità e la loro redenzione.

Questa è la singolarità di Danilo: qualcuno potrebbe dire l’eroismo; qualcun altro potrebbe anche essere tentato di dire la santità.
Qui e fuori di qui siamo in molti a pensare e a ripetere che la cultura, se vuol essere viva e operosa, qualcosa di meglio dell’inutile e arida erudizione, non deve appartarsi dalle vicende sociali, non deve rinchiudersi nella torre d’avorio senza curarsi delle sofferenze di chi batte alla porta di strada.

Tutto questo lo diciamo e lo scriviamo da decenni; ma tuttavia siamo incapaci di ritrovare il contatto fraterno con la povera gente. Siamo pronti a dire parole giuste; ma non sappiamo rinunciare al nostro pranzo, al nostro comodo letto, alla nostra biblioteca appartata e tranquilla. Tra noi e la gente più umile resta, per quanto ci sforziamo, come uno schermo invisibile, che ci rende difficile la comunicazione immediata. Il popolo ci sente come di un altro ceto: sospetta che questa fraternità di parole sia soltanto oratoria.

Per Danilo no. L’eroismo di Danilo è questo: dove più la miseria soffoca la dignità umana, egli ha voluto mescolarsi con loro e confortarli non con i messaggi ma con la sua presenza; diventare uno di loro, dividere con loro il suo pane e il suo mantello, e chiedere in cambio ai suoi compagni una delle loro pale e un po’ di fame.

Questo intellettuale triestino, che se avesse voluto avrebbe potuto costruirsi in breve, coi guadagni del suo lavoro di artista, una vita brillante e comoda in qualche grande città e una casa piena di quadri e di libri, è andato a esiliarsi a Partinico, nel povero paese rimasto impresso nei suoi ricordi di bambino, e si è fatto pescatore affamato e spalatore della trazzera per far intendere a questi diseredati, con la eloquenza dei fatti, che la cultura è accanto a loro, che la sorte della nostra cultura è la loro sorte, che siamo, scrittori e pescatori e sterratori, tutti cittadini dello stesso popolo, tutti uomini della stessa carne. Egli ha fatto quello che nessuno di noi aveva saputo fare. Per questo sono venuti qui da tutta Italia gli uomini di cultura a ringraziarlo: a ringraziarlo di questo esempio, di questo riscatto operato da lui, agnus qui tollit peccata di una cultura fino a ieri immemore dei suoi doveri.

Certo, Danilo Dolci non è un personaggio comodo per i commissari di pubblica sicurezza. Io mi immagino i loro discorsi: “In fondo, un brav’uomo. Ma uno scervellato, un seccatore, un piantagrane”.

Mi viene in mente una lettera scritta pochi giorni fa dal mio amico Jemolo a una altissima autorità.
Dopo avere attestato l’altezza morale di Danilo, egli continuava: “Certo sarà noioso per le autorità costituite; ma pensa quanto lo saranno stati a loro tempo San Francesco o San Bernardino da Siena”.

Si, i santi sono noiosi: e in generale, anche senza disturbare santi, è certo che in questa società compressa da una crosta di accomodante scetticismo sono noiosi in generale gli uomini onesti, gli uomini che prendono le cose sul serio. Per chi sta bene e ha la vita facile, sono insopportabili questi importuni che ricordano col loro esempio, fastidioso come un rimprovero vivente, che nel mondo esiste la onestà e la dignità.

Imparai da ragazzo su qualche antologia un episodio della vita di un santo; in questi giorni mi è tornato in mente. Vi confesso che a Firenze, prima di partire per venir qui, invece di consultare i codici per prepararmi a questa discussione, mi sono messo a ricercare nelle vite dei santi il testo preciso di questo episodio: mi pareva di ricordarmi che fosse nella vita di San Filippo Neri ma non l’ho trovato. Forse è nella vita di Don Bosco.

Certo, o l’uno o l’altro, si trattava di un santo: ma finché fu vivo era considerato come un terribile spettatore dei ricchi, alle cui porte andava a battere ogni giorno per chiedere carità per i poveri. A tutti i momenti se lo ritrovavano dinanzi: lì perseguitava con le sue preghiere, fino a che anche i più avari, pur di levarselo di torno, gli davano quello che chiedeva: e lui correva a portare pane agli affamati.

Un giorno andò a bussare alla porta di un signore ricchissimo, ma particolarmente iracondo e

prepotente: e tanto insistè, nonostante i ripetuti dinieghi, che questo alla fine, gonfio d’ira, lo investì di ingiurie e lo prese a schiaffi. Il santo stette impassibile a ricevere le percosse senza muoversi, come se fosse il pagamento di una cosa dovuta: senza neanche ripararsi il viso con le mani (forse lo fece per non essere imputato, dal P.M. di quei tempi, di “resistenza”). E alla fine, quando quel prepotente si fu sfogato, riprese candidamente: “sta bene, questi sono per me: il conto torna. Ma ora bisogna riprendere il nostro discorso: bisogna che tu mi dia i denari per i poveri…”.

Io mi auguro che il P.M. ritrovi per conto suo il testo originale dove questo episodio è raccontato per esteso. Siamo d’accordo: anche Danilo è un seccatore: per questo gli hanno messo i ferri; per questo lo hanno arrestato; per questo lo hanno trascinato nel fango; per questo lo vorrebbero tenere per altri otto mesi in prigione.

E sia pure. E poi? E i disoccupati di Partinico? E la fame di Partinico? I bambini che muoiono di fame a Partinico? Che darete ad essi? Che parola di speranza di conforto uscirà per essi dalla vostra sentenza?

No, questa non è, onorevole signor P.M., una “comunissima vicenda giudiziaria”. Questo non è il processo di Danilo Dolci. Su quella panca degli imputati non c’è lui; altre colpe, altre incurie, altre crudeltà, altri delitti siedono su quella panca: tutti li conosciamo anche voi li conoscete.

Questa non è la causa di Danilo; e neanche di Partinico; e neanche della Sicilia. E’ la causa del nostro Paese: del nostro Paese da redimere e da bonificare.
Si parla tra i giuristi di “bonifica costituzionale”; siate voi, magistrati, gli antesignani di questa bonifica. Nella Maremma della mia Toscana, nelle terre incoltivate che si distribuiscono ai contadini, per poter arrivare a seminare bisogna prima spezzare la crosta di tufo pietroso che vi è depositata da due millenni di alluvioni; per spezzarla occorrono i trattori: e solo così, sotto quella crosta, si trova la terra fertile e fresca, e in essa, ancora intatte le tombe dei nostri padri etruschi.

Bisogna in tutta Italia spezzare nello stesso modo questa crosta di tradizionale feudalesimo e di inerte conformismo burocratico che soffoca la nostra società: e ritrovare sotto la crosta spezzata il popolo vivo, il popolo sano, il popolo fertile, il popolo vero del nostro Paese: e le tradizioni di saggia ed umana equità che esso ha conservato dai lontani millenni.

Vorrei, signori Giudici, che voi sentiste con quale ansia migliaia di persone in tutta Italia attendono che voi decidiate con giustizia, che vuol dire anche con indipendenza e con coraggio questa causa eccezionale: e che la vostra sia una sentenza che apra il cuore della speranza, non una sentenza che ribadisca la disperazione.

Colleghi e amici siciliani, noi siamo venuti in Sicilia, e vi ringraziamo di averci consentito di essere qui al vostro fianco, per dirvi che tutto quello che vi addolora, tutto quello che vi offende, addolora e offende anche noi. Questa vostra angoscia è anche la nostra angoscia: anche noi ci sentiamo bruciare dal vostro sdegno. Vogliamo anche noi prendere sulle nostre spalle, con l’aiuto della Costituzione, il destino del nostro Paese.

Qualche giorno fa, sfogliando un giornale straniero, vi ho letto una notizia dall’Italia che mi ha fatto arrossire. C’era scritto, a proposito di questo processo di Danilo, questo titolo: “In Italia a chi chiede rispetto della Costituzione si nega la libertà provvisoria”. Non è vero, non è vero! Signori Giudici, diteci che non è vero! Permetteteci di dire agli stranieri che non è vero!

Voi dovete aiutarci, signori Giudici a difendere questa Costituzione che è costata tanto sangue e tanto dolore voi dovete aiutarci a difenderla, e a far sì che si traduca in realtà.

Vedete, in quest’aula, in questo momento, non ci sono più giudici e avvocati, imputati e agenti di polizia: ci sono soltanto italiani: uomini di questo Paese che finalmente è riuscito ad avere una Costituzione che promette libertà e giustizia.

Aiutateci, signori Giudici, colla vostra sentenza, aiutate i morti che si sono sacrificati e aiutate i vivi, a difendere questa Costituzione che vuol dare a tutti i cittadini del nostro Paese pari giustizia è pari dignità!

PIERO CALAMANDREI

Biografia   P iero Calamandrei

Nato a Firenze nel 1889. Si laureò in legge a Pisa nel 1912; nel 1915 fu nominato per concorso professore di procedura civile all’Università di Messina; nel 1918 fu chiamato all’Università di Modena, nel 1920 a quella di Siena e nel 1924 alla nuova Facoltà giuridica di Firenze, dove ha tenuto fino alla morte la cattedra di diritto processuale civile.

Partecipò alla Grande Guerra come ufficiale volontario combattente nel 218° reggimento difanteria; ne uscì col grado di capitano e fu successivamente promosso tenente colonnello. Subito dopo l’avvento del fascismo fece parte del consiglio direttivo dell’«Unione Nazionale» fondata da Giovanni Amendola. Durante il ventennio fascista fu uno dei pochi professori che non ebbe né chiese la tessera continuando sempre a far parte di movimenti clandestini. Collaborò al «Non mollare», nel 1941 aderí a «Giustizia e Libertà» e nel 1942 fu tra i fondatori del Partito d’Azione.
Assieme a Francesco Carnelutti e a Enrico Redenti fu uno dei principali ispiratori dei Codice diprocedura civile del 1940, dove trovarono formulazione legislativa gli insegnamenti fondamentali della scuola di Chiovenda. Si dimise da professore universitario per non sottoscrivere una lettera di sottomissione al «duce» che gli veniva richiesta dal Rettore del tempo.
Nominato Rettore dell’Università di Firenze il 26 luglio 1943, dopo l’8 settembre fu colpito da mandato di cattura, cosicché esercitò effettivamente il suo mandato dal settembre 1944, cioè dalla liberazione di Firenze, all’ottobre 1947.

Presidente del Consiglio nazionale forense dal 1946 alla morte, fece parte della Consulta Nazionale e della Costituente in rappresentanza del Partito d’Azione. Partecipò attivamente ai lavori parlamentari come componente della Giunta delle elezioni della commissione d’inchiesta e della Commissione per la Costituzione. I suoi interventi nei dibattiti dell’assemblea ebbero larga risonanza: specialmente i suoi discorsi sul piano generale della Costituzione, sugli accordi lateranensi, sulla indissolubilità del matrimonio, sul potere giudiziario. Nel 1948 fu deputato per «Unità socialista». Nel 1953 prese parte alla fondazione del movimento di «Unità popolare» assieme a Ferruccio Parri, Tristano Codignola e altri. Accademico nazionale dei Lincei, direttore dell’Istituto di diritto processuale comparato dell’Università di Firenze, direttore con Carnelutti della «Rivista di diritto processuale», con Finzi, Lessona e Paoli della rivista «Il Foro toscano» e con Alessandro Levi del «Commentario sistematico della Costituzione italiana», nell’aprile del 1945 fondò la rivista politico-letteraria «Il Ponte».
Morì a Firenze nel 1956.
(a cura della rivista Il Ponte)

23 Aprile 2021Permalink

30 dicembre 2020 – In Italia, carceri per piccoli fantasmi

Oggi  – per cominciare con l’espressione di dignità di cui sono stati capaci tre senatori – propongo  il testo  dell’interrogazione  c he la senatrice Segre ha presentato il 17 scorso insieme ai colleghi  De Petris (gruppo Misto  – LEU) e Marilotti (Gruppo per le autonomie).

Atto n. 3-02185 (con carattere d’urgenza)
Pubblicato il 17 dicembre 2020, nella seduta n. 284

SEGRE , DE PETRIS , MARILOTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della giustizia. –

Premesso che:

a breve avrà inizio la campagna di vaccinazione di massa per arginare la drammatica pandemia in corso e tutelare il maggior numero possibile di cittadini e cittadine;

la campagna di somministrazione del vaccino è stata opportunamente organizzata secondo alcune riconosciute priorità: dal personale medico e infermieristico, alle persone di età superiore a sessant’anni, ai malati cronici e affetti da più patologie, ad insegnanti e forze di polizia e comunque a quanti vivano o lavorano in condizioni in cui è impossibile assicurare il distanziamento sociale;

appare, altresì, necessario comprendere anche le persone affette da fragilità o comunque in condizioni tali da comportare un’elevata complessità assistenziale, nonché beneficiarie dell’amministrazione di sostegno ai sensi della legge 9 gennaio 2004, n. 6;

considerato che:

nelle circa 200 carceri italiane vivono e lavorano oltre 100.000 persone, oltre a detenuti e detenute, anche operatori di Polizia penitenziaria, personale socio-sanitario, amministrativo e di direzione;

dai dati forniti dal Ministero della giustizia e ripresi dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà e dall’Osservatorio Carcere dell’Unione camere penali italiane, risultavano a metà dicembre 2020, 1.023 persone contagiate, per lo più asintomatiche, di cui solo 31 ospedalizzate. Mentre fra il personale amministrativo e gli agenti di Polizia penitenziaria risultano rispettivamente 810 e 72 contagiati;

appare drammaticamente evidente come il carcere, nonostante le misure predisposte per il contenimento, sia uno dei luoghi in cui sono più alte le possibilità di contagio e diffusione, anche all’esterno, del contagio stesso;

considerato infine che al momento, in ambito carcerario risulta prevista la prioritaria vaccinazione anti COVID soltanto del personale di Polizia penitenziaria, in quanto personale delle forze dell’ordine, previsione che per altro non tiene adeguato conto del fatto che lo Stato ha un preciso obbligo di garanzia nei confronti delle persone che sono affidate alla sua custodia durante tutto il periodo della detenzione negli istituti di pena,

si chiede di sapere:

se il Presidente del Consiglio dei ministri e il Ministro in indirizzo non ritengano urgente la predisposizione di un piano vaccinale per detenuti e personale che lavora nelle carceri;

se non si ritenga altresì che, proprio per i rischi congeniti, l’insieme delle persone che vivono e lavorano nelle carceri debba essere inserito sin dall’inizio fra le categorie sottoposte con priorità alla campagna di vaccinazione.

Dai ricordi della senatrice Segre  al carcere per piccoli fantasmi

Ho cercato e trovato il testo dell’interrogazione dopo che questa mattina ne ho letto notizia su La Repubblica (link 1 in calce) dove  si può leggere una considerazione della senatrice Segre  a proposito dell’unica espressione di solidarietà che conobbe , quando uscì dal carcere di san Vittore per essere deportata,   e che le fu offerta dai carcerati.

E a questo punto mi permetto di segnalare  la solidarietà che può esprimersi – e si esprime per alcuni anche in buone pratiche – nella cura, nell’attenzione, nel richiamo ai diritti violati sul corpo visibile di adulti – o dei loro figli – ma è negata ai diritti di chi nasce in Italia, figlio di migranti irregolari.
Lo scrivo da più di dieci anni  inutilmente ma ora lo segnalo rifacendomi alla fonte che chiunque può consultare : “Undicesimo rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia” (link 2 in calce – la nota che ricopio a pag. 50) dove nel cap. 3.1 si legge:
“sempre in riferimento alla Legge 94/2009, che ha introdotto il reato d’ingresso e soggiorno irregolare e successivo obbligo di denuncia per i pubblici ufficiali incaricati di pubblico servizio, è emerso il rischio di mancata registrazione alla nascita per i minorenni nati in Italia da genitori privi di permesso di soggiorno. Nonostante la Circolare esplicativa n. 19/2009 del Ministero dell’Interno […] amministrativa, la Legge 94/2009 continua a essere in vigore, rischiando di indurre in errore genitori in posizione irregolare, portandoli così a non provvedere alla registrazione alla nascita dei figli, per paura di essere identificati”.

Ho sempre ritenuto indegna questa norma  che nega  un diritto fondamentale (e perciò universale) di chi nasce (anche)  in Italia e riduce scientemente i loro genitori alla paura, replicando consapevolmente un atteggiamento di molti italiani quando  la tessera del fascio si chiamava – ed era –  la “tessera del pane”.
E’  il valore aggiunto  della paura di madri e padri impediti a dire che il loro nato è il loro figlio.
A tanto silenzio si è associata la Conferenza Episcopale Italiana, riconosciuta autorevole  credo anche per opportunismo, che nelle conclusioni del Sinodo sulla famiglia del 2015 elencò  tutte le criticità possibili da porre all’attenzione del papa, escludendo con cura il riferimento ai nati in Italia cui una norma scellerata nega la famiglia (Link 3 – si veda il paragrafo n.26).
I piccoli nascosti vivono certamente come in un carcere, troppo piccoli per esserne consapevoli.
Chi li  vuole confinati a non  esistere sa che oggi significa anche non rientrare  fra coloro che possono essere vaccinati: i fantasmi non hanno muscoli in cui sia possibile infilare un ago.

Link 1

https://milano.repubblica.it/cronaca/2020/12/17/news/liliana_segre_vaccino_covid_carcerati_interrogazione_milano-278793721/

Link 2

XIrapportoCRC2020_compressed.pdf

Link 3

Synod15 – Relazione Finale del Sinodo dei Vescovi al Santo Padre Francesco (24 ottobre 2015) (vatican.va)

 

30 Dicembre 2020Permalink

19 settembre 2020 – Parlamento europeo.  Si parla di immigrazione.

Wake Up Italy

Prende la parola presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen.
E le parole che pronuncia, cogliendone anche le sfumature, sono una lezione su come si trattano i sovranisti e la loro volontà di distruggere l’Europa e i valori fondamentali su cui si fonda la nostra civiltà.
Intanto le prime parole che pronuncia, riferite agli interventi che l’hanno preceduta, non sono casuali. Con calma, totale serenità: “Dopo aver ascoltato le posizioni di estrema destra…”.

Ecco: non dice “le parole del centrodestra” o “delle destre”, come si fa qui con la Lega o Fratelli d’Italia.

Lei le chiama col loro nome, senza infingimenti o ipocrisie: “estrema destra”. E’ ciò che sono. E bisognerebbe specificarlo sempre.

Quindi prosegue, sempre con garbo e tono sereno: “C’è una differenza fondamentale su come si guarda la persona, l’essere umano. Noi siamo convinti che ciascun essere umano abbia una dignità solenne che non potrà mai essere toccata, indipendentemente dalla sua provenienza”.

“Noi”. Capito? Dice “Noi”.

Un “Noi” che sottolinea che davanti alla dignità umana c’è un noi, ovvero noi che crediamo nel progresso, nei diritti umani, nella civiltà occidentale. E poi c’è un voi. Voi che avete deciso di stare al di fuori di questi valori, di essere i nemici della nostra civilità.

E sempre più calma, con tono quasi comprensivo, pieno di compassione:

“L’estrema destra” (la chiama sempre così) “ha una posizione diversa. Radicalmente diversa” per la quale “ci sono vari tipi di esseri umani: noi e loro. E loro, loro, devono essere trattati con odio. Ma l’odio non da mai buoni consigli.

A quel punto un esponente dell’estrema destra, della Lega Tedesca, alza la voce.

Lei sorride, lo guarda, e additandolo con grazia: “Questo la fa arrabbiare, la tocca nel vivo. Perché siamo diversi. Siamo profondamente diversi. Voi predicate l’odio. Noi invece cerchiamo soluzioni. Vogliamo un approccio costruttivo per la migrazione. E questa sempre sarà la nostra posizione”.

Del tipo: fatevene una ragione.

Ecco. E’ tanto difficile capire che andrebbero trattati così i nemici dei valori su cui si fonda la civiltà europea? Quelli che l’Europa vorrebbero distruggerla per permettere a potenze straniere come Putin o Trump di comprarsela un pezzo la volta?

Da Emilio Mola.   #wakeup

Riporto il link che conduce alla fonte del testo che ho trascritto da fb in traduzione italiana
https://www.politico.eu/article/ursula-von-der-leyen-state-of-the-union-speech-compared/

 

19 Settembre 2020Permalink

20 giugno 2020 – dal 1934 Tout va très bien, Madame la Marquise

Martedì scorso “Il fatto quotidiano” riportava, nell’articolo “La tolleranza zero di Donald Trump” di Giampiero Gramaglia, una notizia che mi lasciava meravigliata.
«In ciascuno degli ultimi quattro anni censiti, oltre mille minori migranti entrati negli Stati Uniti dalla frontiera meridionale da soli, senza i genitori. o separati dalla famiglia all’arrivo, come prevede la prassi instaurati dall’Amministrazione Trump, hanno subito molestie sessuali mentre erano affidati all’autorità pubblica. I dati sono contenuti in un rapporto ufficiale del Dipartimento della Sanità e dei Servizi Umani».

Accidenti, mi sono detta, ma io ne avevo scritto nel mio blog e – essendo fornita di apposite parole chiave- ho ritrovato: ne avevo scritto il 27 dicembre 2018.
Titolo “Un bambino muore solo. Ha fatto paura al Presidente degli Stati Uniti”.
In quel post avevo riportato – con un link a TG2000 che ancora funziona – la registrazione dei pianti dei bambini, strappati ai genitori e ingabbiati, perché i genitori che – con loro – avevano cercato di passare il confine dal Messico erano stati incarcerati e non potevano tenerli con sé.

https://www.youtube.com/watch?v=y05743HMrWM

La strana ricomparsa del problema il 16 giugno 2020 mi aveva incuriosito e ora ne ho scoperto la ragione.
Per saperne di più inserisco il link alla notizia con data dall’ANSA                             . [Fonte 1]

A questo punto continuo a cercare perché c’è qualche cosa che non mi torna.
E il “qualche cosa” si trova oggi in un articolo di Avvenire, quotidiano vicino alla CEI, di cui ricopio brevi passaggi

«New York. Stop della Corte Suprema americana al tentativo di Donald Trump di eliminare il diritto degli immigrati giunti negli Stati Uniti da bambini a rimanere negli Usa. Grazie alla decisione del massimo tribunale statunitense circa 700mila giovani che vivono, hanno studiato e ora lavorano negli Usa potranno rimanere nel “loro” Paese senza paura della deportazione. I nove giudici hanno dato ragione alla corte che nel 2017 aveva impugnato la decisione della Casa Bianca di eliminare le protezioni stabilite dal programma Deferred action for childhood arrivals (Daca), creato nel 2012 da Barack Obama […]
Due giorni fa, i giudici della Corte suprema statunitense hanno stabilito che il divieto di discriminazione nel mondo del lavoro va esteso anche alle persone gay e “transgender”».
Nell’articolo pubblicato oggi a firma Elena Molinari, il riferimento ai transgender non suscita commento alcuno.                         [Fonte 2]

Torno in Italia
Torno in Italia e riprendo l’affermazione contenuta nell’articolo di Avvenire citato sopra, articolo che si può leggere integralmente con il link segnalato come Fonte 2 e che correttamente riferisce di una attenzione specifica negli USA alla rimozione di una discriminazione sul lavoro di “gay e transgender”. Voglio capire se e quale peso potrebbe avere un analogo atteggiamento costruttivo in Italia , nel riferimento a una riforma legislativa il cui obiettivo è quello «di estendere le sanzioni già individuate per i reati qualificati dalla discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi anche alle fattispecie connesse all’omofobia e alla transfobia».
Con questa iniziativa la Camera «intende dunque colpire non soltanto i casi di omofobia e di transfobia ma le condotte di apologia, di istigazione e di associazione finalizzata alla discriminazione, comprese quelle motivate dall’identità sessuale della vittima. Si tratta di un intervento reso quanto mai necessario e urgente dalle dimensioni impressionanti che hanno assunto nel nostro Paese i casi di discriminazione di violenza nei confronti delle donne e delle persone LGBTI».                                                               [Fonte 3]

Con passo felpato.
A questo punto interviene la CEI con un comunicato dal linguaggio nuovo, “tollerante”, ben diverso da quello con cui il cardinale Ruini, presidente della CEI, nel 2005 aveva fatto fallire il referendum sulla legge 40, e afferma che «trattamenti pregiudizievoli, minacce, aggressioni, lesioni, atti di bullismo, stalking … sono altrettante forme di attentato alla sacralità della vita umana e vanno perciò contrastate senza mezzi termini». E continua: «un esame obiettivo delle disposizioni a tutela della persona, contenute nell’ordinamento giuridico del nostro Paese, fa concludere che esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio».
In sostanza nulla si deve fare sul piano istituzionale perché tutto va bene com’è.                     [Fonte 4]

A questa posizione hanno proposto dignitose, consapevoli e responsabili obiezioni i genitori di un figlio omosessuale . L’agenzia Adista ha pubblicato il testo della loro lettera                                      [Fonte 5]

Tutto va bene com’è?!   
Certamente l’assit che la CEI lancia alle forze dell’intolleranza presenti in parlamento non è cosa da poco e può essere di ostacolo a una iniziativa di riforma, data l’autorevolezza dei Vescovi nei confronti dell’opinione pubblica, ma a me quel “tutto va bene” preoccupa anche per un altro motivo.

Nel 2009 la legge 94, imponendo la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione delle dichiarazioni di nascita in Italia di un figlio di migranti irregolari, aveva – e ha, dato che la legge non è stata modificata – creato le condizioni per dissuadere i genitori dal compiere l’atto dovuto. Il 10° Rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia raccomanda «al Parlamento di legiferare in modo da garantire il diritto alla registrazione per tutti i minorenni nati in Italia, indipendentemente dalla situazione amministrativa dei genitori».
Le maggioranze politiche che hanno sostenuto i governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte 1 e 2 se ne sono disinteressate e se ne disinteressano tuttora, confortate dal silenzio delle più importanti associazioni che dicono di voler tutelare i diritti umani.
E, naturalmente dalla silente autorità vescovile che per queste piccole vittime non ha neppure bisogno di dire ai parlamentari di non fare nulla perché nulla hanno fatto e stanno facendo.

Stiamo catalogando i “resti” dell’umanità da scartare senza fatica … da una pacca sulla spalla alla pigrizia parlamentare al silenzio che consente la continuità di un arbitrio.

[Fonte 1]
https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/nordamerica/2020/06/18/la-corte-suprema-usa-blocca-trump-sui-dreamer_69709907-0822-4d32-93cd-d337c74dcfdb.html

[Fonte 2]
https://www.avvenire.it/mondo/pagine/nuovo-schiaffo-della-corte-suprema-trump-non-potr-deportare-i-dreamers

[Fonte 3]                Atto Camera 107
https://www.camera.it/leg18/995?sezione=documenti&tipoDoc=lavori_testo_pdl&idLegislatura=18&codice=leg.18.pdl.camera.107.18PDL0005470&back_to=https://www.camera.it/leg18/126?tab=2-e-leg=18-e-idDocumento=107-e-sede=-e-tipo=#RL
Modifiche alla legge 13 ottobre 1975, n. 654, e al decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, per il contrasto dell’omofobia e della transfobia nonché delle altre discriminazioni riferite all’identità sessuale

[Fonte 4]             https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/omofobia-non-serve-una-nuova-legge
Nel contesto dell’articolo, raggiungibile con il link segnalato , si può leggere l’intero comunicato della Presidenza CEI.
Dalla autopresentazione di Avvenire
4 dicembre 1968. La data di nascita di Avvenire è legata a una persona, una scelta e un evento. Fu Paolo VI a volere un nuovo quotidiano dei cattolici italiani, si prefiggeva di tradurre lo spirito del Concilio Vaticano II in uno strumento popolare d’informazione e di giudizio sulla realtà del mondo contemporaneo.

[Fonte 5]          https://www.adista.it/articolo/63700

20 Giugno 2020Permalink

16 giugno 2020 – Ci sono violenze che non hanno bisogno di ginocchia sul collo di una persona per soffocarla.

Il 13 giugno ho raccolto un po’ di documentazione in merito alle proposte di legge alla attenzione della camera, proposte che fanno capo alla proposta Boldrini e Speranza: “Modifiche alla legge 13 ottobre 1975, n. 654, e al decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, per il contrasto dell’omofobia e della transfobia nonché delle altre discriminazioni riferite all’identità sessuale” (C107)
L’obiettivo delle norme è quello “di estendere le sanzioni già individuate per i reati qualificati dalla discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi anche alle fattispecie connesse all’omofobia e alla trans fobia”.

Avvenire (quotidiano il cui riferimento al mondo cattolico e alla stessa CEI è d’obbligo) in un recente articolo ha pubblicato anche il comunicato dei Vescovi italiani in proposito, ribadendo l’interpretazione   di ‘inutilità’ della norma                                                                                                                                              [Fonte1]
Ne riporto il link in calce riprendendolo così anche da altra fonte e cito l’espressione che mi preoccupa in modo particolare perché – secondo me – introduce un elemento atto a influenzare non solo una cultura cattolica preconciliare ma anche di dar sostegno culturale alle pozioni della peggior destra parlamentare: « Al riguardo, un esame obiettivo delle disposizioni a tutela della persona, contenute nell’ordinamento giuridico del nostro Paese, fa concludere che esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio ».                                                                                  [Fonte2]

A questo punto trascrivo la lettera di due genitori che prendono posizione nel rispetto della verità cui li guida anche l’amore per i propri figli                                                                                                           [Fonte3]

Lettera ai vescovi italiani sull’omofobia e la transfobia
La lettera che segue è stata inviata in seguito alla presa di posizione della presidenza della Cei sulla proposta legge, attualmente all’esame della Commissione Giustizia della Camera, sulla omofobia e la transfobia.
12 giugno 2020_Distinta Presidenza della CEI, vi inviamo questa lettera, pregandovi di farla conoscere a ciascuno dei vescovi italiani.

Cari Vescovi,
siamo genitori di due ragazzi, Marco ed Emanuele, il primo eterosessuale, il secondo gay. Stiamo seguendo con interesse e coinvolgimento i disegni di legge attualmente in discussione alla Commissione Giustizia della Camera, nella speranza che una legge che contrasti i crimini d’odio contro le persone LGBT sia presto approvata dal nostro parlamento.
Il comunicato della CEI del 10 giugno 2020 ci ha indignati come cittadini, che vedono ancora una volta un’ingerenza dei vertici della chiesa cattolica italiana nell’approvazione di leggi di uno stato laico, e ancor più ci ha indignati come credenti.
Leggiamo nel comunicato che la legge oltre che inutile, in quanto “non si riscontra alcun vuoto normativo, e nemmeno lacune che giustifichino l’urgenza di nuove disposizioni”, sarebbe pericolosa perché “rischierebbe di aprire a derive liberticide, per cui – più che sanzionare la discriminazione – si finirebbe col colpire l’espressione di una legittima opinione”.
Sul primo punto, l’inutilità della legge, va detto che la legge attualmente in discussione estenderebbe a orientamento sessuale e identità di genere le pene già previste dall’attuale legge Reale-Mancino per chi “istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi” o “istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza” per gli stessi motivi. La legge Reale-Mancino prevede quindi misure di pena aggiuntive se la violenza, già punita da altre norme in vigore, viene commessa per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Senza un’estensione di tale legge ai crimini d’odio contro le persone LGBT, nessuna pena aggiuntiva sarebbe prevista per tali casi.
Ci sembra quindi tutt’altro che inutile la legge in discussione alla Camera e ci chiediamo perché una legge utile per proteggere le vittime di razzismo diventi inutile, anzi pericolosa, se protegge vittime di violenza omotransfobica.
A garantire poi la libertà di manifestare il proprio pensiero – preoccupazione espressa nel comunicato della CEI – ci pensa per fortuna la nostra costituzione. Va aggiunto inoltre che non verrà estesa alla legge contro la violenza omotransfobica la pena per chi propaganda idee fondate sull’odio razziale o etnico, prevista dalla legge Reale-Mancino per la propaganda razziale.
Nessun problema quindi rispetto alla libertà di espressione, vescovi e sacerdoti potranno seguitare ad insegnare a bambini e adulti che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati”, come recita il catechismo cattolico. Nessuna legge ve lo impedirà.
Siamo noi invece a chiedervi, e lo facciamo come credenti, di non farlo e di ripensare radicalmente ciò che la chiesa ha detto e fatto finora su questo tema. Di ripensarlo alla luce delle nuove conoscenze di cui oggi disponiamo ed ancor più alla luce del messaggio evangelico.
Per la sofferenza che come chiesa abbiamo provocato, per i pesi insostenibili che abbiamo posto sulle spalle dei fratelli e delle sorelle omosessuali e transessuali, non ci sono altre parole da spendere se non quelle per chiedere perdono, a loro e a Dio per aver provocato tanto dolore nel suo nome. A Galileo Galilei abbiamo chiesto perdono. Più di tre secoli dopo. A questi nostri fratelli e sorelle dobbiamo chiedere perdono ora, guardandoli negli occhi e cercando, se ci riusciamo, di sostenere il loro sguardo.
Quel dolore lo conosciamo bene, noi come i tanti altri genitori di ragazzi e ragazze LGBT con cui condividiamo il cammino, lo abbiamo letto sui volti dei nostri figli, ci è entrato dentro e ha cambiato le nostre vite. Il nostro è un cammino che si apre camminando, dove gioia, sofferenza e fatica si intrecciano indissolubilmente. Abbiamo visto crollare le certezze di prima, sperimentato battute di arresto. Il nostro viaggio non è quello di Ulisse, che tornava a casa, verso una meta sicura, somiglia di più al viaggio di Abramo, che lascia una vita agiata e parte verso una meta che non conosce (solo più tardi il Signore gliela indicherà), senza sapere che ci sarà una ricompensa e senza una mappa per il viaggio. Un cammino scomodo il nostro. D’altra parte, il cammino che ci indica Gesù non si fa viaggiando in prima classe.
Abbiamo capito che la fede non è una polizza di assicurazione per il futuro, che ci permette di stare tranquilli, con tutte le risposta in tasca. La fede è un rischio, lo stesso che ha accettato di correre Abramo, lasciando, sulla parola del Signore, il certo per l’ignoto. È questa la fede che ora sentiamo più nostra, quella di prima, fatta di certezze, non parla più ai nostri cuori.
È su quel cammino che vi aspettiamo. Per percorrerlo c’è bisogno di alleggerirci lo zaino dalla zavorra delle tante certezze, se non ce ne liberiamo, possiamo solo accomodarci in prima classe, ma allora è tutt’altro viaggio, o forse un viaggio finto per rimanere dove si è. Il Vangelo di Gesù sarà la nostra bussola. E annunceremo la buona novella agli emarginati e alle emarginate, perché è la buona novella, non la sofferenza, che Gesù ci ha chiesto di portare.
E allora non rimane che augurarci buon cammino!
Dea Santonico e Stefano Toppi

[Fonte1]
https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/omofobia-non-serve-una-nuova-legge

[Fonte2]
http://www.settimananews.it/vescovi/omofobia-non-serve-nuova-legge/

Ecco il testo del comunicato della presidenza Cei che propongo anche in chiaro:
“Nulla si guadagna con la violenza e tanto si perde”, sottolinea Papa Francesco, mettendo fuorigioco ogni tipo di razzismo o di esclusione come pure ogni reazione violenta, destinata a rivelarsi a sua volta autodistruttiva. Le discriminazioni – comprese quelle basate sull’orientamento sessuale –costituiscono una violazione della dignità umana, che – in quanto tale – deve essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni. Trattamenti pregiudizievoli, minacce, aggressioni, lesioni, atti di bullismo, stalking… sono altrettante forme di attentato alla sacralità della vita umana e vanno perciò contrastate senza mezzi termini. Al riguardo, un esame obiettivo delle disposizioni a tutela della persona, contenute nell’ordinamento giuridico del nostro Paese, fa concludere che esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio. Questa consapevolezza ci porta a guardare con preoccupazione alle proposte di legge attualmente in corso di esame presso la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati contro i reati di omotransfobia: anche per questi ambiti non solo non si riscontra alcun vuoto normativo, ma nemmeno lacune che giustifichino l’urgenza di nuove disposizioni. Anzi, un’eventuale introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide, per cui – più che sanzionare la discriminazione – si finirebbe col colpire l’espressione di una legittima opinione, come insegna l’esperienza degli ordinamenti di altre Nazioni al cui interno norme simili sono già state introdotte. Per esempio, sottoporre a procedimento penale chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale un papà e una mamma – e non la duplicazione della stessa figura – significherebbe introdurre un reato di opinione. Ciò limita di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso. Crediamo fermamente che, oltre ad applicare in maniera oculata le disposizioni già in vigore, si debba innanzitutto promuovere l’impegno educativo nella direzione di una seria prevenzione, che contribuisca a scongiurare e contrastare ogni offesa alla persona. Su questo non servono polemiche o scomuniche reciproche, ma disponibilità a un confronto autentico e intellettualmente onesto. Nella misura in cui tale dialogo avviene nella libertà, ne trarranno beneficio tanto il rispetto della persona quanto la democraticità del Paese.”:

[Fonte3]     https://www.adista.it/articolo/63700

 

 

16 Giugno 2020Permalink

30 maggio 2020. Sono avvilita. A quando una legge sulla libertà religiosa?

Mi rendo conto che da quasi un mese non scrivo nulla.
In realtà queste notizie del 7 maggio mi hanno avvilito.
Ho ben presente la ministra Lamorgese che firmava accordi a norma dell’art. 7 della Costituzione (Chiesa cattolica), dell’art. 8 (chiese e organizzazioni religiose comunque denominate che hanno firmato intese ), gli altri denominati come culti ammessi (Legge 24 giugno 1929 n.1159).
Quando un legge sulla libertà religiosa mai?

7 maggio 2020
È stato sottoscritto questa mattina a Palazzo Chigi, dal presidente della Conferenza episcopale italiana Gualtiero Bassetti con il presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte e il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, il protocollo che individua le misure di sicurezza sanitarie da rispettare per la ripresa delle celebrazioni liturgiche alla presenza dei fedeli a partire dal 18 maggio.
La responsabile del Viminale ha dichiarato che «il ministero dell’Interno ha già avviato un confronto costruttivo con tutte le altre comunità di fede in relazione alla sua missione istituzionale di garantire la libertà di culto». «Siamo a buon punto con la sottoscrizione di altri protocolli con tutte le aree confessionali, sia quelle che hanno raggiunto un’intesa con lo Stato sia quelle che ne sono ancora prive, per consentire a tutti le migliori condizioni per lo svolgimento delle pratiche religiose, pur nel rispetto delle precauzioni necessarie per contenere la diffusione del virus varate dal Governo».
Il documento – condiviso dalla Cei con il capo del dipartimento delle Libertà civili e l’Immigrazione Michele di Bari e poi approvato dal Comitato tecnico scientifico – disciplina l’accesso ai luoghi di culto in occasione delle cerimonie liturgiche prevedendo, tra l’altro, che l’accesso alla chiesa sia contingentato e regolato da volontari o collaboratori che, oltre a favorire l’accesso e l’uscita, vigilino sul numero massimo di presenze consentite. Dovrà essere in ogni modo evitato ogni assembramento, sia nell’edificio, sia nei luoghi annessi, come per esempio le sagrestie e il sagrato.
L’accesso ai luoghi di culto per le celebrazioni liturgiche dovrà avvenire indossando mascherine e non è comunque consentito in caso di sintomi influenzali/respiratori.
Tutti i luoghi di culto dovranno essere igienizzati regolarmente al termine di ogni celebrazione.
Tra le attenzioni da osservare nelle celebrazioni liturgiche, si segnalano le indicazioni di omettere lo scambio del segno della pace e di prevedere che la raccolta delle offerte non avvenga durante le celebrazioni, ma in appositi contenitori.
Particolare attenzione dovrà essere rivolta alla distribuzione della Comunione avendo cura, tra l‘altro, di offrire l’ostia senza alcun contatto con le mani dei fedeli.
Ove il luogo di culto non sia idoneo alle celebrazioni liturgiche, secondo le indicazioni del protocollo, le celebrazioni potranno avvenire all’aperto.
«È il risultato dell’intenso dialogo di questi mesi tra il governo e la Cei, intensificato fin dall’inizio dell’emergenza Covid-19, che ha già portato all’individuazione delle misure di sicurezza sanitaria per le celebrazioni liturgiche senza popolo e, da ultimo, di quelle per la ripresa della celebrazione dei funerali», ha dichiarato il ministro Lamorgese.
Firmato protocollo che detta le misure di sicurezza per le cerimonie religiose
Video a disposizione con licenza CC-BY-NC-SA 3.0 IT

7 Maggio 2020
“La firma del protocollo con la Conferenza episcopale italiana – avvenuta questa mattina a Palazzo Chigi – è un passo decisivo per la graduale ripresa delle celebrazioni liturgiche alla presenza dei fedeli”, ha dichiarato il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. “E’ il risultato dell’intenso dialogo di questi mesi tra il governo e la Cei, intensificato fin dall’inizio dell’emergenza Covid-19, che ha già portato all’individuazione delle misure di sicurezza sanitaria per le celebrazioni liturgiche senza popolo e, da ultimo, di quelle per la ripresa della celebrazione dei funerali”.
La responsabile del Viminale ha poi ricordato che “il ministero dell’Interno ha già avviato un confronto costruttivo con tutte le altre comunità di fede in relazione alla sua missione istituzionale di garantire la libertà di culto”.
“Siamo a buon punto con la sottoscrizione di altri protocolli con tutte le aree confessionali, sia quelle che hanno raggiunto un’intesa con lo Stato sia quelle che ne sono ancora prive, per consentire a tutti le migliori condizioni per lo svolgimento delle pratiche religiose, pur nel rispetto delle precauzioni necessarie per contenere la diffusione del virus varate dal governo”, ha concluso il ministro Lamorgese .
(ANSA) – ROMA, 7 MAG – “Siamo a buon punto con la sottoscrizione di altri protocolli con tutte le aree confessionali, sia quelle che hanno raggiunto un’intesa con lo Stato sia quelle che ne sono ancora prive, per consentire a tutti le migliori condizioni per lo svolgimento delle pratiche religiose, pur nel rispetto delle precauzioni necessarie per contenere la diffusione del virus varate dal governo”. Lo ha detto il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, dopo la firma del protocollo con la Conferenza episcopale italiana
“Il ministero dell’Interno – ha aggiunto – ha già avviato un confronto costruttivo con tutte le altre comunità di fede in relazione alla sua missione istituzionale di garantire la libertà di culto”. (ANSA).

7 Maggio 2020Temi: SicurezzaCittadinanza e altri diritti civili Prevenzione e soccorso
Ultimo aggiornamento:
Venerdì 8 Maggio 2020, ore 12:46
https://www.interno.gov.it/it/notizie/dal-18-maggio-riprenderanno-celebrazioni-liturgiche-alla-presenza-dei-fedeli

https://www.interno.gov.it/it/sala-stampa/comunicati-stampa/protocollo-ripresa-celebrazioni-liturgiche-alla-presenza-dei-fedeli

https://www.regione.vda.it/notizieansa/details_i.asp?id=348668

30 Maggio 2020Permalink

6 maggio 2020 – Quando regnano ignoranza e opportunismo il danno può essere grave

Lettera ai miei corrispondenti

Mi è stato proposto di firmare una lettera, copia di quella che muove dalla diocesi di Bergamo:
Riflessioni a proposito del Comunicato della presidenza CEI al Governo ‘Conte’ del 26 Aprile 2020.
La lettera è un documento sofferto di grande dignità nel clima di lutto che tutti ci coinvolge nel pensiero dei morti di corona virus, lutto che nel territorio bergamasco ha raggiungo un picco che sgomenta.
La lettera – dal titolo parresia – merita di essere conosciuta e perciò pubblico un link che consente di raggiungerla e di leggere contestualmente anche il comunicato della CEI di cui pure, per dovuta trasparenza, allego il link.                                                                                                       [fonte 1] e [fonte 2].
Non ho firmato la lettera perché il tono nobile, corretto, esatto anche nell’uso dei termini appropriati, mal si connette purtroppo a una situazione di sconcertante volgarità dominante che da noi si è risolta persino in un pubblico appello di un parroco udinese (ma non credo sia solo) a celebrare la messa in ‘obiezione di coscienza’ alle indicazioni del governo sulla fase 2.
Forse ho sbagliato.
Non so.
Il mio timore è che in questo marasma culturale, politico e religioso si fissino dei paletti che, quando usciremo dalla pandemia, rendano accettabile la negazione di fondamenti democratici della nostra convivenza.
E questo, secondo me, richiede esplicita chiarezza che nella lettera “parresia” non traspare in una forma dichiarata, immediatamente accessibile in un momento in cui si scontrano – con reciproca incosciente strumentalità – più fanatismi che ricerche di responsabilità efficace.
E il traballante linguaggio governativo che si è proposto in questa occasione non è certo tale da far chiarezza. Ma non potevano trovare, fra i tanti esperti di cui si sono giovati, anche qualche storico che li aiutasse ad affrontare un discorso che è – anche – di ‘libertà religiosa’ e che li aiutasse a farlo in maniera meno approssimativa e grossolana?
Un consiglio: quando ne avranno tempo rileggano gli scritti, vecchi ma non appassiti, di Arturo Carlo Jemolo. Ne trarranno non piccolo giovamento. O almeno l’ho tratto io nelle mie lontane letture giovanili.

Al termine pubblico il link per raggiungere il testo del teologo Alberto Maggi che dà un fondamento biblico alla condanna del fanatismo.                                                                                                   [fonte 4]
Alberto Maggi è biblista cattolico e religioso dell’Ordine dei Servi di Maria italiano.
E’ un contributo di intelligenza consapevole che regalo a me stessa e, se qualcuno lo vuole leggere, propongo anche in chiaro perché ben si collega alla responsabile, pubblica posizione di papa Francesco che non mi sembra essere stata condivisa dalla CEI.

Gli zelanti accecati dal fanatismo religioso
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ZELO E FANATISMO
Il profeta Elia era indubbiamente “pieno di zelo per il Signore” (1 Re 19,14), ma la storia insegna che non esistono persone più pericolose di quelle che, animate dallo sacro zelo, finiscono poi nel fanatismo che le accieca. Lo zelo che animava Elia era in realtà un furore che portava questo sant’uomo a sterminare tutti quelli che lui riteneva nemici del suo Dio (“e con zelo li ridusse a pochi”, Sir 48,2). Nella Bibbia si narra della sua sfida con i quattrocentocinquanta profeti di una divinità concorrente, Baal. Il bellicoso Elia non si accontentò della schiacciante vittoria e dell’umiliazione inflitta, ma li volle uccidere tutti: “Afferrate i profeti di Baal; non ne scappi neppure uno!”. Li afferrarono. Elia “li fece scendere al torrente Kison, ove li ammazzò” (1 Re 18,49). Ai sacerdoti sgozzati sono da aggiungere anche un centinaio di guardie incenerite: “Se sono uomo di Dio, scenda un fuoco dal cielo e divori te e i tuoi cinquanta. Scese un fuoco dal cielo e divorò quello con i suoi cinquanta” (2 Re 1,9-12). Elia, ottenebrato dal suo fanatismo, presumeva di essere rimasto l’unico a credere nel Signore, al quale grida la sua indignata protesta: “Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo…!” (1 Re 19,10.14). Con fine ironia il Signore gli chiede di darsi una calmata (“Su, ritorna sui tuoi passi”), e di aprire bene gli occhi… No, non è vero che è rimasto il solo, perché in Israele ci sono almeno “settemila persone, che non si sono piegati a Baal” (1 Re 19,18). Era il fanatismo di Elia, che come una trave conficcata negli occhi, ne storpiava lo sguardo e gli impediva di vedere la realtà, e lo rendeva pericoloso.
Purtroppo l’elenco dei massacri perpetrati da parte di santi uomini per difendere l’onore di Dio è molto lungo nella Bibbia: un fiume di sangue che scaturisce dall’Antico Testamento, cominciando da Mosè, che per vendicare l’oltraggio del vitello d’oro non esitò a scatenare una strage fratricida: “Passate e ripassate nell’accampamento da una porta all’altra; uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio vicino” (Es 32,25), ammazzando “circa tremila uomini del popolo” (Es 32,28), per sfociare nel Nuovo Testamento, a Saulo, il fanatico fariseo, anche lui “pieno di zelo per Dio” (At 22,3), insuperabile osservante di ogni minimo dettaglio della Legge (Fil 3,5-6), che spirava “minacce e stragi contro i discepoli del Signore” (At 9,1). Corresponsabile della lapidazione di Stefano, primo martire cristiano (At 7,58), Saulo ne approvò l’uccisione (At 8,19) e continuò a perseguitare e far ammazzare i cristiani in nome di Dio (At 26,9-11), riconoscendo lui stesso di essere stato “quanto a zelo, persecutore della Chiesa” (Fil 3,6).
Gesù denuncerà con veemenza lo zelo omicida di questi fanatici, individuandolo negli “scribi e farisei ipocriti”, la casta religiosa al potere. L’ostentata osservanza della Legge da parte di questi zelanti custodi della tradizione, non è segno di fedeltà a Dio, ma al contrario li rende incapaci di riconoscere gli inviati del Signore al loro appari¬re. Lo faranno dopo, quando inviati e profeti saranno morti, assassinati dai sedicenti rappre¬sentanti di Dio, in nome di dottrine che pretendono contrabbandare come volontà divina, mentre in realtà sono solo “precetti di uomini” (Mc 7,7; Is 29,13). A quanti innalzano i sepolcri ai profeti, e adornano le tombe dei giusti dopo averli uccisi, Gesù li accusa di aver da sempre versato sangue innocente sopra la terra, “dal sangue del giusto Abele fino al sangue di Zaccaria” (Mt 23,29-37). Col riferimento ad Abele e Zaccaria, Gesù cita il primo e l’ultimo omicidio riportati dalla Bibbia. Il fratricidio di Abele, a opera di Caino, appare nel Libro della Genesi (Gen 4,8), primo libro della Scrittura, e l’assassinio di Zaccaria, per mano del re Ioas, nel secondo libro delle Cronache (2 Cr 24,20 21), l’ultimo della Bibbia ebraica. Gesù rinfaccia a scribi e farisei, fanatici cultori della Scrittura, che proprio questa, dal primo libro all’ultimo, attesta che sono sempre stati assassini.Quel che può sconcertare, è che a perpetrare l’uccisione per rendere culto a Dio, non sono i criminali, ma i devoti, non i delinquenti ma le persone profondamente religiose. Il furore religioso che li anima non fa scorgere in essi alcuna contraddizione nel loro comportamento, perché la violenza, quando viene esercitata in nome di Dio, esenta da esami o scrupoli di coscienza, ed è giustificata e addirittura sublimata nella preghiera: “Le lodi di Dio sulla loro bocca e la spada a due tagli nelle loro mani” (Sal 149,6). Con la bocca si loda il Signore, e con la spada si uccidono le sue creature, e si arriva a proclamare beati gli autori delle stragi: “Figlia di Babilonia devastatrice, beato chi ti renderà quanto ci hai fatto. Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sfracellerà contro la pietra” (Sal 138,9).Veramente mai si ammazza con tanto gusto come quando lo si fa in nome di Dio, perché i diligenti difensori della verità si sentono come investiti da un mandato divino, che li esenta dal chiedersi le conseguenze del loro gesto, e quello che agli occhi del mondo non è altro che un’ingiustizia, un crimine, per chi lo compie è obbedienza alla volontà divina. Persone tanto ligie e ossequienti a ogni dettame della religione, scrupolose e zelanti per quel che riguarda regole e devozioni, possono essere poi dure e spietate nel perseguitare quanti giudicano non vivere correttamente il loro credo. E per colpire peccatori ed eretici, apostati e infedeli, ogni forma di violenza diventa lecita, da quella morale, attraverso l’emarginazione e la calunnia, la diffamazione e la delazione, a quella fisica, soffocando la libertà o addirittura, laddove è possibile, sopprimendo la vita.
Per Gesù, un’istituzione religiosa che accetti come culto a Dio la sofferenza e la morte dell’uomo, non è altro che un’associazione atea e criminale, i cui adepti non sono che assassini (“Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio”, Gv 8,44). Gesù dichiara che chiunque uccide credendo di rendere culto a Dio (Gv 16,2), in realtà dimostra di non conoscerlo (“E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me”, Gv 16,3). Chi usa la violenza in nome di Dio, lo fa perché non conosce il Padre, anche se si presenta come strenuo difensore del suo onore. Quanti conoscono il Padre non saranno mai persecutori ma perseguitati (“Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi, Gv 15,20). Il Padre di Gesù non è neutrale. Tra chi perseguita, anche se pretende di farlo in nome di Dio, e chi viene perseguitato, il Signore si schiera sempre a fianco dei perseguitati, trasformando la sofferenza che ne deriva, in una beatitudine, suprema espressione di felicità: “Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,10). È pertanto evidente che lo zelo per il rispetto ai dettami di testi ritenuti sacri, e per questo considerati immutabili, non è sufficiente per la loro retta intelligenza, come emerge dall’insegnamento e dalla vita di Gesù il Cristo, il Figlio di Dio. Per il Signore non basta che un testo sia considerato sacro, occorre anche che l’uomo sia considerato tale. Per questo, ogni qualvolta Gesù si è trovato di fronte alla scelta se osservare la Legge divina o fare il bene concreto dell’uomo, egli non ha mai esitato, ha scelto sempre il bene dell’uomo, la sua salute prima dell’osservanza del precetto (Mc 3,1-6; Gv 5,1-18). Facendo il bene dell’uomo si è sempre certi di fare anche il bene di Dio. Troppo spesso per il bene di Dio si sono fatti e si fanno soffrire agli uomini.

[fonte 1]
http://www.aclibergamo.it/2020/05/02/lettera-di-parresia-a-proposito-del-comunicato-cei-al-governo-conte/
[fonte 2]
https://www.chiesacattolica.it/dpcm-la-posizione-della-cei/

[fonte 3]
https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2020/04/05/coronavirus-salvini-permettere-le-messe-a-pasqua-_81e512ac-9a26-4ffb-8de7-c0f0ab85d763.html

[fonte 4]
https://www.illibraio.it/zelanti-1372002/

6 Maggio 2020Permalink

12 gennaio 2020 – Attendendo il 27 gennaio: giorno della memoria.

Il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno come giornata per commemorare le vittime dell’Olocausto. È stato così designato dalla risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, durante la 42ª riunione plenaria

Un primo segnale in attesa del 27 gennaio.
Il segretario della Lega M. Salvini ha invitato la senatrice Segre al convegno ‘Le nuove forme dell’antisemitismo’ che si svolgerà il 16 gennaio a Palazzo Giustiniani, ma Liliana Segre, non potrà essere presente perché “impegnatissima” tutto il mese a Milano con le iniziative per il Giorno della Memoria.
Traggo la notizia da un comunicato Ansa di ieri di cui riporto in calce il link      [Nota 1]

Voglio sottolineare la competenza e l’eleganza della senatrice Segre ricopiando le sue parole: “Ritengo che non si debba mai disgiungere la lotta all’antisemitismo dalla più generale ripulsa del razzismo e del pregiudizio che cataloga le persone in base alle origini, alle caratteristiche fisiche, sessuali, culturali o religiose”. “Questa visione – aggiunge – mi pare tanto più necessaria in questa fase storica, in cui le condizioni di disagio sociale spingono tanti ad indirizzare la propria rabbia verso un capro espiatorio, scambiando la diversità per minaccia”.
Una gran donna, nominata senatrice a vita il 19 gennaio 2018, il 26 giugno dello stesso anno aveva presentato la sua proposta di legge S362 “ Istituzione di una Commissione parlamentare di indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza”.
Quella proposta decadde con il primo governo Conte ma nel secondo (data del giuramento 5 settembre 2019) è stata approvata nella forma di istituzione di una Commissione speciale (30 ottobre 2019), conforme al dettato della proposta decaduta.
La Commissione – a quanto ho capito – eserciterà un monitoraggio sui fenomeni di intolleranza, oltre ad avere compiti di stimolo legislativo con una attenzione particolare allo hate speech, le male parole che diventano fatti carichi di consenso. E’ accaduto nel passato, accade nel presente .

Una cascata di date per orientarci nelle vicende del Consiglio Regionale del FVG
Il consigliere regionale del FVG Furio Honsell il 29 febbraio 2019 aveva presentato Mozione n. 55 “Sulla necessità di completare l’iter e approvare al più presto il Ddl nazionale S. 362”.
La mozione venne respinta nella seduta N° 83 del 26/06/2019.
Vale la pena a questo punto ricordare il testo della rivoluzionaria, proposta del consigliere Honsell, dinamite verbale che la rendeva inaccettabile: “ attivare politiche di sensibilizzazione e promozione sul territorio regionale anticipando in tal modo i contenuti e il senso della proposta legislativa della senatrice Segre, con la finalità di ribadire e rafforzare la tradizione di civiltà e apertura della nostra comunità regionale”.
L’intreccio di date che sono andata a verificare è un segnale interessante che indica come su temi fondanti, che si pensa di poter spazzolare con un ostentato disinteresse non privo di qualche volgarità anche nell’abbigliamento, da molte parti (ohimè non solo da parte di chi si colloca in obbedienza salviniana) si navighi a vista dopo aver perso gli occhiali.

Infatti la Mozione Honsell, bocciata in giugno 2019, è pienamente conforme allo spirito e al testo della Commissione speciale approvata dal Senato il 31 ottobre dello stesso anno.
Confesso che le date messe in fila mi fanno riflettere (ma mi fanno anche ridere tanto più quando sperimento i fastidi che la mia insistenza procura a chi potrebbe parlare e tace e pensa di rabbonirmi con atteggiamenti di bonario consenso).

Testarda (ma la sclerotizzazione è una caratteristica della tarda età che necessariamente mi appartiene) non posso corrispondere agli inviti a non ripetermi, a non riproporre sempre lo stesso argomento. Che altro fare alla mia età?
La mia fastidiosa argomentazione ripetitiva riguarda gli ostacoli creati dalla legge 94/2009 in opposizione alla richiesta di registrazione di dichiarazione di nascita di nati in Italia se figli di migranti non comunitari privi di permesso di soggiorno.
Spero che qualcuno si faccia carico di promuovere una verifica della correttezza di comportamento agli sportelli dei comuni italiani che (e lo ha ribadito la brava ministra Lamorgese) devono rispettare una circolare che interpreta la legge sopracitata affermando (relativamente alla lettera g del comma 2 dell’art.1) il contrario di quanto la legge 94/2009 dice.      [Nota 2 ]

Per fortuna – a ricordarci fondamenti di civiltà ben presenti nella Costituzione ci sono le ammirevoli sardine (che oggi saranno in piazza Duomo ad Aviano e, a quanto leggo, hanno scoperto la simbologia coraggiosa del silenzio) ma c’è anche la parola di una donna giovane, consigliera comunale a Udine che ha presentato un documento “mozione di sentimenti” che è stato approvato all’unanimità.
Lo ricopio confortata e ammirata e ringrazio la consigliera Eleonora Meloni.

“Antisemitismo: Meloni, importante voto unanime a Udine
Con la votazione all’unanimità della mozione di sentimenti, la città tutta ha espresso la sua solidarietà e vicinanza alla senatrice Liliana Segre.
“Non possiamo pensare di rimanere indifferenti di fronte all’odio, all’intolleranza, il razzismo, l’antisemitismo e ai pregiudizi che circolano tanto in rete quanto nella realtà, e come amministratori locali abbiamo il dovere di far sentire la nostra voce, prendere una posizione chiara, netta e far giungere tutto il nostro sostegno a Liliana Segre.
Ci uniamo così al percorso che Segre ha dato avvio in Parlamento, con l’istituzione della Commissione straordinaria di contrasto dei fenomeni d’intolleranza e razzismo e dare l’esempio ai cittadini che rappresentiamo. Abbiamo un obbligo morale di riconoscenza nei confronti di Liliana Segre per l’importante opera di divulgazione per mantenere viva la memoria, raccontando l’indifferenza e gli orrori della Shoah e dell’Olocausto, di tutti i deportati e di coloro che negli anni non hanno mai smesso di mantenere viva la memoria.
La città di Udine, Medaglia d’Oro al valore militare, è stata retta da un altro ebreo deportato, il sen. Elio Morpurgo. Con questa votazione unanime, proprio nell’Aula da lui un tempo presieduta, abbiamo dato idealmente voce anche al Sen. Morpurgo, prendendo così una posizione chiara contro ogni forma di odio, intolleranza e antisemitismo”.

Domenica prossima un percorso definito seguirà l’itinerario di pietre d’inciampo che proprio quel giorno verranno inserite per concludersi davanti alla casa che fu del Senatore Morpurgo.

Nota 1
http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2020/01/11/segre-da-forfait-a-invito-salvini-sono-impegnatissima_1c9e4ef3-5020-4413-a091-c8e9136989b2.html
Nota 2
http://diariealtro.it/?p=6937

12 Gennaio 2020Permalink