20 gennaio 2022 – Il mio blog riprende fiato e ricorda il 17 maggio 1990.

15 luglio 2021 Svolta della Chiesa, l’omosessualità non è una malattia di Redazione
Per la prima volta la Chiesa cattolica ha preso ufficialmente posizione contro le cosiddette «terapie riparative», cioè i trattamenti per «guarire» dall’omosessualità.

“Il Vaticano blocca le terapie di guarigione per gli omosessuali”, così titola la copertina e un lungo editoriale pubblicato in questi giorni sul settimanale cattolico spagnolo Vita Nueva (n.3231, del 10-16 luglio 2021), dopo che è emerso che la Congregazione Vaticana per il Clero, al termine di una lunga indagine sollecitata nella chiesa spagnola, ha fermamente condannato le cosiddette “terapie riparative” proposte ai fedeli cattolici da una discussa organizzazione spagnola.

“La realtà è che l’omosessualità non può essere curata, perché non è una malattia, come ha stabilito l’Organizzazione Mondiale della Sanità ben 31 anni fa”, ricorda nel suo editoriale il settimanale cattolico e “la presa di posizione del Vaticano spinge a una maggiore fermezza da parte dei responsabili della formazione delle persone consacrate e di coloro che sono in prima linea nei processi di accompagnamento e direzione spirituale, al fine di agire per segnalare e soccorrere coloro che possono essere coinvolti in queste dinamiche. Allo stesso modo, come sostiene l’indagine del Vaticano, è urgente sradicare questa iniziativa prima che il problema si aggravi. … Una Chiesa che è madre non può permetterlo. Educare all’affettività e alla sessualità non è indottrinare o prescrivere, è accompagnare e discernere, per vivere la verità di ciò che si è. Ma, soprattutto, implica accogliere senza giudicare, partendo da una misericordia che si fonda sul fatto che ogni persona è figlia di Dio…”.

Il reportage di Vita Nueva continua con una lunga indagine di Miguel Ángel Malavia e José Beltrán che ripercorre tutta la spiacevole vicenda spagnola che ha portato la Santa Sede a prende le distanze con grande chiarezza da quelle che sono comunemente conosciute come “terapie di conversione” o “riparative”, attraverso una nota della Congregazione Vaticana per il Clero.

Mentre in una lunga intervista il giovane gay cattolico spagnolo Alberto Pérez racconta la sua terribile esperienza all’interno di questa realtà, che lo ha portato ad avere “ una fede e una vita distrutte da chi mi voleva curare perché gay”

Nella chiesa cattolica le persone omosessuali non devono essere curate ma accompagnate

Editoriale pubblicato sul settimanale cattolico Vita Nueva (Spagna), n.3231 del 10-16 luglio 2021, liberamente tradotto da Innocenzo Pontillo
La Congregazione Vaticana per il Clero condanna le terapie riparative proposte ai cattolici spagnoli

Articolo di Miguel Ángel Malavia e José Beltrán pubblicato sul sito del settimanale cattolico Vida Nueva (Spagna) il 9 luglio 2021, liberamente tradotto da Giacomo Tessaro

http://www.vita.it/it/article/2021/07/15/svolta-della-chiesa-lomosessualita-non-e-una-malattia/160040/

Il 17 maggio del 1990, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) cancellava l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali. Fu un momento storico, che portò nel 2004 a scegliere proprio il 17 maggio come data per l’istituzione della Giornata internazionale contro l’omobitransfobia (International Day Against Homophobia, Biphobia and Transphobia – IDAHOBIT).
Eppure, a distanza di trent’anni dalla risoluzione dell’OMS, in molti Paesi esistono ancora pratiche quali le terapie riparative e solo recentemente alcuni governi si stanno adoperando per bandirle.

L’omosessualità come malattia mentale
La decisione del 1990 costituì il culmine di un processo iniziato circa 20 anni prima e che ha radici ancora più profonde. Infatti, fin dall’Ottocento, la medicina e la psichiatria fecero propria la percezione dell’omosessualità tipica della Chiesa cattolica, evitando di definirla un “peccato” ma classificandola come disturbo mentale.
In quanto tale, i comportamenti omosessuali erano soggetti a interventi riparativi, le cosiddette aversion o conversion therapies. Soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta, queste terapie consistevano nella somministrazione di droghe che inducevano il vomito oppure nell’utilizzo dell’elettroshock mentre venivano mostrate al “paziente” (generalmente di genere maschile) immagini di uomini, per poi mostrargli immagini di donne una volta terminati i trattamenti. In questo modo, si pensava di poter indurre la persona ad associare alla sofferenza l’attrazione per persone dello stesso sesso, mentre al sollievo persone del sesso opposto.

Oltre al proprio carattere profondamente degradante e nocivo, queste pratiche mettono in evidenza due elementi importanti. Il primo è la pressoché totale assenza della donna come soggetto di tali interventi “riparativi”. Se a prima vista potrebbe essere visto come qualcosa di positivo, ciò in realtà mostra come al tempo la donna non fosse considerata capace di poter “trasgredire” alle norme sociali che la vedevano relegata alla sfera domestica e non fosse dotata di una propria identità sessuale indipendente e non eteronormata. A ciò si collega il secondo elemento, ossia la completa percezione dell’omosessualità come devianza dalla “normale” mascolinità, da cui non era accettabile che un uomo potesse allontanarsi.

Dal punto di vista legislativo, l’omosessualità era criminalizzata con le cosiddette sodomy laws, le quali definivano gli atti omosessuali “crimini contro natura”. Tipiche degli ordinamenti di tradizione anglosassone o di derivazione post-coloniale britannica, le sodomy laws prevedevano che chi era accusato di comportamenti omosessuali poteva andare incontro a sanzioni molto severe, dell’incarcerazione o multe ingenti alla sterilizzazione forzata, oppure doveva sottoporsi a una terapia riparativa. Per quanto leggi simili possano sembrare appartenere al passato, è bene ricordare che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato la sodomy law incostituzionale a livello federale solo nel 2003, con la storica sentenza Lawrence v. Texas.
L’avvento delle sodomy laws nella maggior parte degli Stati Uniti nel corso degli anni Sessanta creò il terreno per la pubblicazione della seconda edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-II) nel 1968, in cui si riconosceva ufficialmente l’omosessualità tra le malattie mentali.

La decisione del 1990
Parallelamente, la fine degli anni Sessanta segnò un primo cambio di rotta, anche se il panorama si presentava piuttosto frammentato. Infatti, sia il movimento LGBT+ sia medici e psichiatri si presentavano spaccati. Da un lato, alcuni gruppi di attivisti LGBT+ accettavano le teorie che consideravano l’omosessualità una patologia pur di allontanarla dalla sfera dell’immoralità ed erano disposti a lavorare con i medici alle terapie che avrebbero dovuto curare l’omosessualità.

Dall’altro, soprattutto dopo i moti di Stonewall del 1969, altri attivisti del movimento LGBT+ statunitense portarono all’attenzione dell’American Psychiatric Association (APA) alcuni studi sulla sessualità che dimostravano scientificamente come l’omosessualità non potesse essere considerata un comportamento deviante. Questa parte del movimento era anche fermamente convinta che gli studi che invece la definivano come un disturbo mentale fossero tra i principali fattori che contribuivano allo stigma sociale legato all’omosessualità. Per questo motivo, alcuni gruppi di attivisti statunitensi fecero incursione ai meeting annuali dell’APA nel 1970 e 1971.

D’altro canto, gli psichiatri e gli psicologi che iniziarono a studiare teorie alternative a quella dominante, come fece per esempio Alfred Kinsey ed Evelyn Hooker, dovevano far fronte alla netta ostilità della maggioranza della comunità scientifica. Nonostante gli studi di Kinsey e Hooker presentassero solide basi scientifiche, la stessa APA ha a lungo ignorato i risultati delle indagini che confutavano la teoria dell’omosessualità quale malattia mentale. Solo all’inizio degli anni Settanta, quando una giovane generazione di psichiatri si avvicinava alla guida dell’organizzazione, l’APA iniziò ad assumere una maggiore sensibilità riguardo a questioni di forte impatto sociale. Pertanto, nel 1971 e nel 1972, l’APA organizzò dei panel in cui attivisti LGBT+ e studiosi venivano invitati a formare gli psichiatri, in particolare sullo stigma sociale creato dalla “diagnosi di omosessualità”.

Al meeting annuale del 1973, si tenne un simposio in cui i membri dell’APA si interrogarono se l’omosessualità dovesse continuare a essere considerata una patologia o meno. Il dibattito si concluse con la decisione del Board of Trustees di rimuovere l’omosessualità dal DSM. Alcuni si opposero e si arrivò al punto per cui i membri furono chiamati a esprimersi sulla decisione del Board, la quale fu infine approvata con il 58% di voti favorevoli.

Pertanto, la sesta ristampa del DSM-II del 1974 non presentava più il termine “omosessualità” tra le patologie, ma un generico “sexual orientation disturbance” (SOD). Con questo termine si andava a indicare un comportamento omosessuale che causava sofferenza alla persona, la quale intendeva cambiarlo, andando di conseguenza a legittimare le terapie riparative. Con la pubblicazione del DSM-III nel 1980, la sexual orientation disturbance diventava “ego-dystonic homosexuality” (EDH), un’altra formula di compromesso che fu eliminata solo nel 1987, con la revisione dell’ultimo DSM (DSM-III-R).

I progressi fatti dall’associazione di psichiatria più grande e conosciuta al mondo ebbero un’influenza sostanziale nel contesto internazionale. Fu proprio sulla scia della decisione dell’organizzazione statunitense che il 17 maggio del 1990, durante i lavori della 44ª assemblea, l’OMS cancellò l’omosessualità dall’International Classification of Diseases (ICD-10). Il fatto che l’OMS, un’organizzazione di carattere internazionale, assumesse una posizione del genere ha mosso il dibattito dalla sfera della medicina e della psichiatria a quella della politica, portando istituzioni e governi ad adottare misure che decriminalizzassero l’omosessualità e tutelassero i diritti delle persone LGBT+.

Trent’anni dopo
Anche se sono passati trent’anni dalla decisione dell’OMS, il 2020 ha visto una crescente attenzione sulle terapie riparative. Il fatto che sulla carta l’omosessualità non sia più considerata una malattia non ha fermato le conversion therapies. Ancora oggi, esistono terapie che vanno a intervenire non più solo sull’orientamento sessuale, ma anche sull’identità di genere. Infatti, la concezione per cui l’orientamento sessuale e l’identità di genere possano essere cambiati e riportati “alla normalità” è purtroppo ancora diffusa, nonostante non abbia alcuna base scientifica.

Un recente report delle Nazioni Unite ha evidenziato che i promotori delle terapie tutt’oggi esistenti appartengono a una vasta gamma di attori, statali e non statali (come le comunità religiose e l’ambiente familiare). Il report mette anche in luce come si siano trasformate in attività molto lucrative, molto spesso a danno di minori o giovani adulti i quali riportano danni psicologici profondi.

Presentando i risultati del report, Victor Madrigal-Borloz, l’Esperto Indipendente sull’Orientamento Sessuale e l’Identità di Genere dell’ONU, ha chiamato le Nazioni Unite a una messa a bando internazionale delle terapie riparative.

Alcuni Paesi hanno preso provvedimenti. La Germania, per esempio, a maggio scorso ha approvato una legge che vietava il ricorso a terapie riparative sui minori. Nonostante sia stato considerato un primo passo avanti, in molti hanno contestato che non sia stato sufficiente e che le terapie riparative dovrebbero essere bandite in qualsiasi circostanza. Altri Paesi, come la Svizzera, gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia, hanno invece adottato delle misure che rendevano illegali tali pratiche.
A trent’anni dal momento in cui la comunità internazionale ha riconosciuto come l’omosessualità non fosse una malattia, la strada da fare verso la piena consapevolezza che l’orientamento sessuale e l’identità di genere non sono sfere dell’identità sessuale su cui si possa intervenire è ancora tanta e piena di ostacoli, primo fra tutti la disinformazione. In questo, lo Stato può fare molto, agendo dal punto di vista non solo legislativo ma anche sociale, adottando politiche che promuovano una corretta informazione.

https://lospiegone.com/2020/08/26/ricorda-1990-leliminazione-dellomosessualita-dalle-lista-delle-malattie-mentali/

20 Gennaio 2022Permalink