21 marzo 2024_ A quando in Italia una legge sulla libertà religiosa?

Monfalcone, il Consiglio di Stato alla sindaca Anna Maria Cisint: “Trovi stabili alternativi per la preghiera dei musulmani”

Il provvedimento a favore delle associazioni Darus Salaam e Baitus Salat. L’anno scorso la decisione di sfrattarle da due loca

Il Consiglio di Stato ha accolto gli appelli cautelari delle associazioni culturali islamiche Darus Salaam e Baitus Salat di Monfalcone e nell’ordinanza precisa che “l’amministrazione (comunale, ndr) è tenuta a individuare, in contraddittorio con gli interessati e con spirito di reciproca e leale collaborazione, siti alternativi accessibili e dignitosi per consentire ai credenti l’esercizio della preghiera”. Fissando un tavolo di confronto entro 7 giorni. Il contenzioso tra Comune e associazioni riguardava due immobili usati per le preghiere, per i quali era stato ordinato il ripristino della destinazione d’uso con relativo sfratto delle associazioni di fede musulmana. Era sta la prima cittadina della città friulana, Anna Maria Cisint, a vietare l’anno scorso a vietare alle due associazioni di riunirsi per la preghiera nei due stabili.

NB: cfr pagina del  14  marzo:  Pregare a Monfalcone non è cosa semplice.

 

https://www.repubblica.it/cronaca/2024/03/21/news/monfalcone_consiglio_di_stato_sindaca_anna_maria_cisint_associazioni_musulmane-422352194/

21 Marzo 2024Permalink

14 marzo 2024 _ Pregare a Monfalcone non è cosa semplice

Inserisco in calce  il link da cui apprendiamo dal quotidiano locale Il Piccolo che la comunità islamica, cui sono stati negati i luoghi di preghiera e ostacolata l’espressione della pubblica preghiera all’aperto (qualcosa di simile, mi sembra, alle processioni praticate dalla chiesa cattolica, queste mobili gli altri invece statici),  hanno deciso di pregare a gruppi nelle case.

Chissà se nel comune della signora sindaca di Monfalcone quando si presentano genitori non comunitari a registrare la nascita di un figlio viene loro chiesto il permesso di soggiorno?
Così la signora sindaca potrebbe identificare gli irregolari e usare di neonati  nel suo territorio per promuovere la cacciata dei genitori se lo ritiene opportuno.
Questo non. lo sappiamo.

Sappiamo però che la virtuosa inquisitrice per segnalare la  condannabile diversità  di questi sgradii ospiti  usa delle espressione della loro fede.

L’Arcivescovo  della diocesi di cui fa parte Monfalcone ha qualche cosa da dire?
A me un simile atteggiamento sembra offesa a ogni religione sia garantita da concordato, sia da intesa, sia dalla libertà religiosa che appartiene a ogni persona.

https://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2024/03/12/news/ramadan_monfalcone_comunita_islamica_preghiere_in_casa-14141982/

 

14 Marzo 2024Permalink

24 gennaio 2024 – La polizia municipale di Monfalcone identifica i minori al doposcuola organizzato dal Centro Islamico

   23 Gennaio 2024  Monfalcone, la sindaca leghista contro la comunità musulmana. Prima il divieto di preghiera, ora l’identificazione di adulti e bimbi nel Centro islamico

Interviene anche l’Ucoii e annuncia un esposto in Procura. Davanti al Tar il ricorso contro lo stop ai momenti religiosi.
Cisint: «Palesi violazioni della legalità»

LORENZA RAPINI

Prima lo stop alle attività di culto nei luoghi di aggregazione, poi il controllo dei vigili urbani in un centro di aggregazione musulmano: il braccio di ferro tra la sindaca leghista di Monfalcone, vicino Gorizia, Anna Maria Cisint e la comunità islamica non solo non si ferma ma si intensifica. Mentre la sindaca continua sulla stessa linea e dice: «Palesi violazioni della legalità».

Ora, dopo questo ultimo episodio dell’ingresso della polizia municipale nel Centro Darus Salam con l’identificazione degli adulti presenti e anche dei bambini impegnati nelle attività di doposcuola, si muove l’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia, che annuncia un esposto in Procura a Gorizia per chiedere di far luce su questi controlli. «A Monfalcone si è passato il segno. L’irruzione della polizia locale nel centro culturale islamico Darus Salam denunciata dall’ing. Konate è un sopruso inaccettabile. Un blitz che non ha risparmiato neanche i bambini che stavano frequentando il doposcuola. Gli agenti, infatti, senza provvedimenti dell’autorità giudiziaria hanno fatto accesso in una proprietà privata e hanno identificato non solo gli adulti ma hanno voluto anche i nominativi dei bambini presenti», fanno sapere dall’Ucoii. E ancora: «La persecuzione che la sindaca Cisint sta portando avanti contro oltre il 20% dei suoi cittadini rischia di alimentare ulteriori dissapori e fenomeni di discriminazione. Al posto di creare ponti si cerca di tagliare ogni via di comunicazione con una comunità laboriosa, che paga le tasse, e che chiede soltanto di vedersi riconoscere il diritto di professare la propria fede in pace. L’Unione delle comunità islamiche d’Italia si appella al prefetto di Gorizia, Raffaele Ricciardi, affinché vigili sull’operato del primo cittadino».

Lo sfogo su Facebook per l’ingresso dei vigili e i loro controlli al Centro islamico è di Bou Konate, ex assessore ai lavori pubblici di Monfalcone e animatore delle comunità islamiche, che in un video dice: «Il problema è gravissimo. Sono arrivati i vigili per fare un controllo. Sono entrati dentro senza mandato, senza niente. Non solo: hanno identificato le persone dentro, che facevano il doposcuola per i bambini. Hanno identificato gli insegnanti e anche i bambini, cosa gravissima, prendendo nomi e cognomi anche dei genitori. Dove vuole arrivare adesso la sindaca? Quello che sta succedendo è esagerato. Si è fatto di tutto per chiudere questo posto, ci siamo opposti. Aspettiamo il tribunale. Non cerchiamo altri problemi».

Già, perché la comunità islamica si è rivolta a un legale contro il provvedimento del sindaco di Monfalcone che di fatto vieta il culto nei luoghi di aggregazione. Se ne sta occupando lo studio Lavatelli e Latorraca di Como. Tecnicamente, l’ordinanza della sindaca Cisint vieta il cambio di destinazione d’uso di due centri di aggregazione, il Darus Salam in via Duca d’Aosta e il Baitus Salat di via Don Fanin. «Per il Comune di Monfalcone lì non si può svolgere attività religiosa – spiega il legale Vincenzo Latorraca –. Da statuto questi centri fanno corsi di arabo, si occupano del doposcuola, raccolte fondi per i bisognosi e ci sono anche momenti di preghiera. Per il Comune non si può cambiare destinazione d’uso il culto non è un’attività esclusiva e non sono nemmeno sicuro che si potrebbe proibire se lo fosse. Da qui capiamo l’attività ispettiva dei vigili nel Centro, ma hanno trovato i bimbi impegnati nel doposcuola. Quello però è un luogo privato e per entrare o si ha un mandato dell’autorità giudiziaria o si teme che si stia consumando un reato all’interno». Il Tar si occuperà della questione il 7 febbraio, quando discuterà della richiesta di sospensiva portata avanti delle comunità islamiche.

Dal Comune, il sindaco Cisint fa sapere che «I provvedimenti che hanno riguardato la chiusura dei due centri islamici sono stati assunti a seguito di verificate e palesi violazioni della legalità, per il mancato rispetto delle norme e per i manifesti rischi per l’incolumità e la sicurezza pubblica. Oggi ascoltiamo le ripetute dichiarazioni dei referenti di queste strutture che, non solo hanno violato la legge, ma hanno anche ritenuto corretto organizzare una manifestazione per mantenere le moschee illegali il 23 dicembre, antivigilia di Natale, e queste stesse persone oggi stanno rappresentando circostanze che non corrispondono al vero. Il Comune di Monfalcone respinge quindi, nel modo più deciso, le insinuazioni su presunte azioni che non riportano i fatti reali». E ancora: «Di fronte anche a segnalazioni e informazioni sul verificarsi o meno dell’effettivo rispetto delle normative, è compito dell’ente e dei propri servizi a ciò preposti porre in essere le normali procedure di controllo. Più che un diritto dell’amministrazione, si tratta di un dovere nei confronti dell’intera città, per garantire le esigenze di legalità che sono a fondamento di tutta questa vicenda». Sabato il sindaco Cisint annuncerà le prossime iniziative.

https://www.lastampa.it/cronaca/2024/01/23/news/monfalcone_sindaco_centro_islamico_identificazione-14015792/

 

DOMANDA di Augusta

PRECISARTO CHE Ucoii significa Unione delle Comunità islamiche d’Italia mi chiedo che accadrebbe se una simile iniziativa fosse presa  per le  lezioni di catechismo dipendenti da parrocchie cattoliche

 

24 Gennaio 2024Permalink

8 dicembre 2023 _ Un tentativo di ecumenismo il giorno della festa dell’Immacolata

8 dicembre 2023

Dal Vangelo secondo Luca – Lc 1,39-45 (Lezionario di Bose)

39In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. 40Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo 42ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? 44Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. 45E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto»


Il testo evangelico che è stato scelto dalla nostra comunità nel tentativo di rendere un po’ più ecumenica questa festa, vuole celebrare Maria quale dimora di Dio, Arca dell’alleanza che reca in sé, nel proprio corpo, la presenza di Dio, e che fa visita alla sua parente e con essa a tutto il popolo di Israele. Come un tempo il passaggio dell’Arca dell’alleanza, luogo sacramentale della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, portò benedizione e suscitò gioia ed esultanza, ora la presenza di Dio, grazie al “sì” di Maria, abita nella carne umana, nel corpo di una donna, e suscita la gioia e porta la benedizione dello Spirito santo a Elisabetta e al bambino – Giovanni – che ha nel ventre.

Meditando dunque questo testo, e scremando questa festa da un certo devozionalismo, ci appare una verità difficilissima da credere nel nostro quotidiano. La verità che Dio non disdegna il corpo umano come sua dimora. Maria è diventata madre del Signore nostro Gesù Cristo, vero uomo e vero Dio. Ma poi via via nel corso della storia lo Spirito santo, che è Signore e procede dal Padre, ha preso dimora in tanti uomini e donne conosciuti e sconosciuti – i santi – che nella loro vita si sono fatti portatori di Dio ai loro fratelli e sorelle. Ma questa in fondo è la caratteristica dei “teofori”, dei portatori di Dio: essi non lo tengono per sé, ma diventano, in modi sempre diversi, degli illuminatori per gli esseri umani.

Così anche Maria; appena ricevuto l’annuncio delle grandi cose che ha operato il lei l’Onnipotente, ecco che si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa della Giudea nella casa di Elisabetta (v. 39). Nel suo viaggio Maria porta Cristo e l’incontro con Elisabetta diviene una pentecoste, una discesa dello Spirito in cui l’una riconosce l’altra nel mistero della propria vocazione. Riconoscere l’altro significa riconoscere ciò che Dio opera nell’altro e accettarlo con gioia, senza gelosie e rivalità.

E lo straordinario che Dio ha operato in Maria non l’ha isolata nell’orgoglio, ma l’ha sollecitata alla carità, spingendola a recarsi da Elisabetta, a vivere la propria maternità come apertura all’altra, come a una sorella più anziana: è un incontro autentico perché non si riduce a un faccia a faccia tra due persone, non è puramente orizzontale, ma si apre alla presenza del Terzo che regna tra le due donne, del Dio che in loro ha compiuto meraviglie. Così l’incontro diventa eucaristia e benedizione. Elisabetta benedice Maria per la sua fede nella parola di Dio, e nel seguito del brano Maria benedice Dio per quello che ha fatto in lei. Maria dunque è colei che non tiene per sé il dono di Dio, ma lo porta agli altri. E in questo modo Dio, che non disdegna di abitare nel nostro corpo, raggiunge gli umani ed è benedizione per tutti.

fratel Raffaele

 

8 Dicembre 2023Permalink

15 settembre 2023 – Imperativo quasi categorico : Difendere Dio

De La stampa    15 Settembre 2023

Lo sgradevole sentore della guerra di religione   di Lucetta Scaraffia

«Dobbiamo difendere  Dio e gli elementi della nostra civiltà» : sono queste le parole sfuggite alla nostra presidente del Consiglio dopo il colloquio con Orban e sono parole che a dir poco lasciano perplessi: Sappiamo bene come sia difficile rispondere all’impronta su qualunque argomento  e per giunta in un  momento di grande tensione  interna e internazionale, ma quando si tratta  di dire cosa si vuole difendere sarebbe senz’altro meglio stare un po’ più attenti e cercare di spiegarsi meglio. Difendere Dio, oltre che affermazione  teologicamente dubbia – se mai è Dio che ci difende – è un obiettivo molto vago, che non corrisponde in nulla al problema che dobbiamo affrontare , cioè la crescente ondata migratoria di giovani maschi – in prevalenza provenienti da Paesi di tradizione islamica. Costoro infatti potrebbero rispondere che anche loro difendono Dio, e forse con molto maggiore entusiasmo e molta maggiore convinzione  di noi europei. Il fatto che il Dio che difendono è diverso da quello della maggior parte di noi  non va certo dimenticato, ma le parole di Meloni sembrano alludere a un Dio che invece è solo nostro ,  quasi che solo da queste parti si creda in un Dio e si lasciano dietro uno sgradevole , sgradevolissimo, sentore di guerra di religione.
Si può supporre , naturalmente , che Meloni, dicendo quello che ha detto, intendesse parlare di difesa della nostra tradizione cristiana davanti a un’ondata migratoria c he porta in Europa tanti mussulmani spesso assai rigidi nel modo di vivere la loro identità religiosa. Il che, è bene dirlo subito, rappresenta un problema  reale,  un problema che  esiste e si fa sempre più grave. In una società secolarizzata come è la nostra,  infatti, si è creato un vuoto religioso e in gran  parte anche etico che è facile sia riempito da chi ha idee forti e una fede molto sentita.  Sappiamo per esempio che in molti Paesi europei dove è stata forte la migrazione islamica – come l’Olanda, la Gran Bretagna, la Svezia e perfino la Germania – si sta discutendo  se addirittura accettare i principi della sharìa anche nei tribunali locali, creando in tal modo una sorta di sistema giuridico parallelo. Un sistema che, ricordiamolo sempre, non riconosce la libertà delle donne , il diritto a convertirsi a un’altra religione e altri diritti che noi consideriamo giustamente fondamentali.
Ma le nostre società , la nostra civiltà così intrisa d’incertezza sul senso e il valore della propria identità ha non  poche difficoltà, con il suo  relativismo diffuso, a resistere all’ondata di certezze che ci viene rovesciata addosso dall’immigrazione islamica.  Viviamo infatti in un contesto culturale che  non ha chiarito quali siano “gli elementi della nostra civiltà da difendere”. Ammettiamolo:  chi di noi si sentirebbe così sicuro , ad esempio , nel redigere un elenco dei suddetti “elementi”? Allora sarebbe stato opportuno che magari Meloni avesse chiarito meglio quali sarebbero a suo avviso gli elementi da “difendere “, e magari cercasse su tale  elenco il consenso più vasto dell’opinione pubblica. Solo con la chiarezza  e la consapevolezza di chi siamo  , cioè della nostra tradizione culturale , possiamo avviare un confronto con quel mondo così diverso che, nel sentire di molti, ci sta accerchiando, e avviene un confronto vero, che permetta di uscire dall’utopia di un multiculturalismo impraticabile ma anche dalla prospettiva di un  inevitabile  scontro di civiltà.

15 Settembre 2023Permalink

8 luglio 2023 _ Luigi Sandri della redazione di Confronti sul Caso Mortara

Luigi Sandri (Redazione Confronti)

Il film Rapito di Marco Bellocchio, dedicato a Edgardo Mortara – il bambino ebreo di Bologna (allora parte dello Stato pontificio), nel 1858 nascostamente battezzato da una “colf” cattolica, e quindi fatto rapire da Pio IX e portato a Roma, per essere educato nella fede cattolica – ha fatto assai discutere sui media italiani. Non ci addentriamo, però, in queste valutazioni, ma ci soffermiamo su alcuni aspetti storico-teologici che ci sembra importante ulteriormente illuminare, per evidenziare l’arretratezza culturale e la caparbietà ecclesiale di papa Mastai Ferretti; e le contraddizioni di successivi pontefici.

Reticenze della stampa vaticana sul caso del piccolo ebreo rapito 

Anche L’Osservatore Romano non poteva evitare di confrontarsi con il lavoro di Bellocchio, e dunque con l’operato di Pio IX: e il 30 maggio ha dedicato due pagine al film appena uscito. Sul quotidiano vaticano ne parlano Andrea Tornielli e Andrea Monda – firme autorevoli di quel giornale, e poi una voce esterna, quella di Marco Cassuto Morselli, presidente della Federazione delle Amicizie ebraico-cristiane. Il racconto dei due giornalisti ci appare corretto nella ricostruzione dei fatti storici e, tuttavia – a nostro parere – reticente nel giudizio sull’operato del pontefice che regnò ben trentadue anni (dal 1846 al 1878) sulla cattedra di Pietro: il più lungo pontificato della storia.

È ben vero che è improprio giudicare il passato con il senno di poi, e una mentalità dell’Ottocento con quella prevalente, anche nella Chiesa romana, nel terzo millennio. Ma, proprio ponendoci centocinquanta anni fa, possiamo constatare che già allora vi erano fermenti, in campo cattolico, che iniziavano a mettere in questione alcune prassi in vigore, come quella precisata da Benedetto XIV che, nel 1747, aveva stabilito, ricorda Tornielli: “Ogni bambino battezzato doveva essere educato cattolicamente anche contro la volontà dei genitori”.  Decisione tremenda che, al tempo, fu denunciata dai filosofi illuministi, ma che il magistero papale, arroccato nella difesa della “verità” (o che tale appariva ai suoi occhi) non volle mettere mai in discussione.

Ora, già nel 1858 nel variegato mondo cattolico vi erano intellettuali (scrittori, storici, filosofi e teologi) che – interpellati – forse avrebbero fatto comprendere al papa del tempo che mantener fede a quanto stabilito da un suo predecessore di cento anni prima non era affatto una scelta “necessaria”. Antonio Rosmini era ormai scomparso: ma non ci sarà stato qualche suo discepolo e forse amico, come Alessandro Manzoni, che potesse dare un saggio consiglio al pontefice?

In campo laico, l’imperatore francese Napoleone III e il “premier” sabaudo italiano Camillo Cavour cercarono di persuadere il papa a restituire finalmente alla famiglia natia il bambino ebreo “rapito”. Ma il pontefice fu irremovibile: era convinto che Dio stesso gli imponesse di trattenere Edgardo, per educarlo cattolicamente e in tal modo “salvarlo”. Lo stesso “rapito” era ormai riconoscente al suo rapitore che, pur dopo la presa di Porta Pia (20 settembre 1870) che minò alla radice il potere temporale dei papi, rifiutò di farlo tornare a Bologna: Edgardo proseguì nella nuova fede fino e farsi sacerdote (con grovigli di coscienza che non possiamo indagare, e che forse perfino il dottor Freud avrebbe faticato a dipanare).

Stanti così le cose, non è pregiudizio, ma onesta conclusione tratta non solo dei fatti narrati da Rapito ma anche da una indagine indipendente sulle fonti storiche, affermare che Mastai Ferretti era veramente preda della cecità ecclesiale. Non era una colpa personale ma, diciamo così, istituzionale: la deliberata volontà vaticana di non ascoltare mai gli input dell’Illuminismo (che non era certo infallibile, ma che affermava anche verità indiscutibili sulle quali sarebbe stato atteggiamento prudente misurarsi). Afferma Tornielli: “Oggi un caso Mortara non potrebbe più ripetersi perché la libertà religiosa sancita dal Concilio Vaticano II ha contribuito a cambiare prospettiva”.

Certo: ma non era il caso di riconoscere su L’Osservatore che oggettivamente le idee di Pio IX, che pur caratterizzano anche molti suoi predecessori, e che durarono, in parte, anche dopo, hanno provocato immensi danni alla Chiesa?

E papa Wojtyla proclama “beato” Pio IX

Ventitré anni fa, nel 2000, il numero di marzo di Confronti riportava un’ampia intervista ad Elèna Mortara, la cui bisnonna paterna era sorella dello sfortunato ragazzo. A parte il ribadire quanto fu doloroso, per la sua famiglia, la vicenda del rapimento ordinato a suo tempo da Mastai Ferretti, ella esprimeva sdegno per il papa regnante all’alba del terzo millennio, Giovanni Paolo II. Questi, infatti, aveva appena deciso di “beatificare” insieme, entro pochi mesi – il 3 settembre successivo – Pio IX e Giovanni XXIII.

La notizia giunta dal Vaticano sollevò naturalmente molte proteste non solo nelle comunità ebraiche, ma anche in alcune delle cattoliche. Ma Karol Wojtyla non sentì ragioni, e alla data prefissata elevò Pio IX alla gloria degli altari. A giustificazione della sua decisione, nell’omelia per l’occasione affermò: «Ascoltando le parole dell’acclamazione al Vangelo: “Signore, guidaci sul retto cammino”, il pensiero è andato spontaneamente alla vicenda umana e religiosa del Papa Pio IX, Giovanni Maria Mastai Ferretti. In mezzo agli eventi turbinosi del suo tempo, egli fu esempio di incondizionata adesione al deposito immutabile delle verità rivelate. Fedele in ogni circostanza agli impegni del suo ministero, seppe sempre dare il primato assoluto a Dio ed ai valori spirituali. Il suo lunghissimo pontificato non fu davvero facile ed egli dovette soffrire non poco nell’adempimento della sua missione al servizio del Vangelo. Fu molto amato, ma anche odiato e calunniato.

Ma fu proprio in mezzo a questi contrasti che brillò più vivida la luce delle sue virtù: le prolungate tribolazioni temprarono la sua fiducia nella divina Provvidenza, del cui sovrano dominio sulle vicende umane egli mai dubitò. Da qui nasceva la profonda serenità di Pio IX, pur in mezzo alle incomprensioni ed agli attacchi di tante persone ostili. A chi gli era accanto amava dire: “Nelle cose umane bisogna contentarsi di fare il meglio che si può e nel resto abbandonarsi alla Provvidenza, la quale sanerà i difetti e le insufficienze dell’uomo”.

Sostenuto da questa interiore convinzione, egli indisse [nel 1869] il Concilio ecumenico Vaticano I, che chiarì con magisteriale autorità alcune questioni allora dibattute, confermando l’armonia tra fede e ragione. Nei momenti della prova, Pio IX trovò sostegno in Maria, di cui era molto devoto. Proclamando il dogma dell’Immacolata Concezione, ricordò a tutti che nelle tempeste dell’esistenza umana brilla nella Vergine la luce di Cristo, più forte del peccato e della morte».

Per il papa polacco, dunque, non vi era stata nessuna ombra nel comportamento di Pio IX, che sconsigliasse la sua attuale esaltazione; nessun cenno, perciò, al rapimento di Edgardo. A conforto della sua imbarazzata censura Karol Wojtyla avrà letto il lunghissimo commento che nel 1858 La Civiltà cattolica – la battagliera rivista dei gesuiti fondata otto anni prima – aveva dedicato al famoso rapimento: una difesa d’ufficio che, pur fatta la tara dei diversi tempi tra allora e il terzo millennio, oggi lascia stupefatti per l’arroganza morale e la miopia ecclesiale con cui difende l’indifendibile: e, cioè, la pienissima liceità (anzi, il dovere!) per il papa di rapire un bambino ebreo battezzato contro la volontà dei genitori, per educarlo nella “vera fede”. Del resto – spiegava la rivista – i diritti del Padre celeste vengono ben prima di quelli del padre terreno!!! Ragionamenti lontani anni-luce da quanto, a proposito dell’atteggiamento della Chiesa cattolica verso gli ebrei, affermerà un secolo dopo la Nostra aetate, dichiarazione del Concilio Vaticano II, approvata nel 1965, dedicata relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane.

Ora si rimane basiti nel constatare che, trentacinque anni dopo quell’evento, al quale Giovanni Paolo II aveva personalmente partecipato come arcivescovo di Cracovia, questi non fosse sfiorato da nessun dubbio sulla opportunità di beatificare il “santo rapitore”. Tuttavia, proprio nel 2000 da più parti, all’interno stesso del mondo cattolico, si sottolineò: quali che siano stati i “meriti” di Pio IX, proprio per la vicenda di Edgardo Mortara quel papa non (non!) andava beatificato: egli, invece, andava lasciato nel chiaroscuro del suo tempo e del suo pontificato, con gli storici, ed i fedeli, liberi oggi di apprezzarlo per alcune sue scelte, e di criticarlo per altre. O è una “calunnia” ricordare oggi che Pio IX ordinò di fatto il rapimento di Edgardo?

Commentando su L’Osservatore il film di Bellocchio, Morselli scrive: «Le reazioni che esso susciterà negli ambienti cattolici  diventeranno una cartina di tornasole della recezione degli insegnamenti di Nostra aetate e della diffusione delle acquisizioni del dialogo ebraico-cristiano. È ora necessario che sia l’idea stessa di “conversione degli ebrei” ad essere ripensata dalla riflessione teologica». Auspicio del tutto condivisibile, ma non sappiamo se davvero recepibile – e recepito – dall’Istituzione-Chiesa romana.

 

Il Codice canonico: sì al battesimo a ignari bambini non cristiani

Il rinnovato – alla luce del Vaticano II – Codice di Diritto canonico, varato da papa Wojtyla nel 1983, al canone 868, § 2, afferma: “Il bambino di genitori cattolici e perfino di non cattolici in pericolo di morte è battezzato lecitamente anche contro la volontà dei genitori” (in latino: etiam invitis parentibus). Dunque, in teoria è possibilissimo che si ripeta, magari aggiornata, una vicenda Mortara. Forse, oggi, un piccolo bambino ebreo, battezzato segretamente da una colf che lo ha considerato in pericolo di vita, non sarà rapito (come si potrebbe, davanti alle tv, giustificare un tale delitto?). Ma, pur nel silenzio, e nell’impunità, sarebbe violata la volontà dei genitori.

Rimane un enigma: come, nel post-Concilio, e mentre le strutture vaticane sempre lodano Nostra aetate, è stato possibile varare una tale aberrazione giuridica valida erga omnes (magari in India con un bambino indù, o in Congo con il figliolo di una famiglia seguace di una religione tradizionale africana, o in una clinica del Pakistan, dove la maggioranza della popolazione è musulmana). Ma la spiegazione è semplice, e ferrea: la Chiesa romana, ritenendo che quel bambino, morendo senza battesimo, finirebbe all’inferno (non più al limbo, dato che l’esistenza di quel “luogo” è stata messa in dubbio perfino da papa Ratzinger!), propone di battezzarlo anche contro la volontà dei genitori. Quindi niente segreto: magari una furiosa lite in una stanza di ospedale, dove l’infermiera, obbediente cattolica, riesce infine ad aver la meglio sugli straziati genitori. Ma se questi – supponiamo che il caso avvenisse in Italia – per difendere il loro diritto chiamassero i carabinieri, questi debbono arrestare i genitori che si oppongono al Codice di Diritto canonico, o mettono le manette all’infermiera che viola le leggi di uno Stato laico?

Sullo sfondo, rimane la teologia cara a Pio IX, e tuttora viva sotto traccia nel pensiero di molti prelati: la Chiesa romana, pur “invitis parentibus”, deve far di tutto per battezzare i bambini nati da famiglie non cattoliche e che siano (o sembrino) morenti. Non è nemmeno sfiorata dall’idea che tutti i bambini del mondo, quale che sia la religione o non religione delle loro famiglie, se muoiono vanno dritti dritti in paradiso, seppure non battezzati. Dio è grande e giusto, e non domanda carte di identità ai bambini: per salvarli, se battezzati, e punirli, se non lo sono. NO: il Padre li salva tutti.

Altra cosa, ovviamente, è se si tratta di genitori cattolici che, almeno in teoria, dovrebbero essere felici che il loro piccolo sia  battezzato. Non ci addentriamo, però, in questa problematica che riguarda la prassi, per alcuni fedeli giustissima ma per altri discutibile, di battezzare gli infanti, incapaci di decidere.

Torniamo al figlio di “non cattolici”: la gravità teologica di quel § 2 del canone 868 è evidente, perché trasmette una idea inammissibile di Dio. Eppure rimane nel Codice canonico: come mai, allora, già dalla parte cattolica, non si alza un tuono di proteste per cancellarlo? Oggi la Chiesa romana – ufficialmente – non vuole battezzare gli ebrei; non lo voleva nemmeno ai tempi di Benedetto XIV e di Pio IX. Ma si è riservata, come già allora, una eccezione furba: ove un bambino ebreo sia stato infine validamente battezzato, sia pure invitis parentibus, ormai è cristiano a tutti gli effetti. Dunque “nostro”; e “sbattezzarlo” è arduo. Che fare? I tempi sono calamitosi, ed è “impossibile”, per  ragioni politiche, rapirlo: infatti, un tale atto, pur eseguito invocando il beato Pio IX, susciterebbe un clamore mediatico tale da distruggere il Vaticano. E allora, far finta di niente e lasciare il bambino battezzato, se sopravvive, ai rabbini? Un mare di contraddizioni inestricabili.

L’unica soluzione degna e onesta è che un papa – Francesco oggi regnante, o chi verrà dopo di lui – cancelli quel canone, sostituendolo con un altro che proibisce espressamente di  battezzare in punto (vero o presunto) di morte bambini di famiglie non cattoliche. Tornielli e Monda nei loro commenti su L’Osservatore Romano, ignorano la spinosa questione del canone 868. Ma potrebbero sempre riprenderla…

Da questa pur schematica panoramica, innescata dal film Rapito di Bellocchio, ma esondata anche su altri fatti, emerge che nella Chiesa romana permane una legislazione canonica che sfocia in una violenza oggettiva profonda, seppur in parte diversa da quella che attuò Pio IX contro il piccolo Edgardo. L’ipotesi di un battesimo di bambini (veri o presunti ammalati gravi) invitis parentibus, contraddice frontalmente il Concilio Vaticano II, in particolare la Dignitatis humanae, dichiarazione sulla libertà religiosa. Dunque, quel § 2 del canone 868, e iniziando proprio dal fronte cattolico, andrebbe scardinato, sotto il profilo storico, giuridico, ecclesiale e teologico. Se non ora, quando?

 

7 Agosto 2023Permalink

17 LUGLIO 2023 – Ieri è scomparso mons. Luigi Bettazzi, ultimo testimone del Concilio Vaticano II

 

Addio a monsignor Bettazzi, vescovo di sinistra. Era l’ultimo testimone del Concilio Vaticano II

Storia di Serena Sartini • 2 h fa

Addio a monsignor Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea ed ex presidente di Pax Christi, ultimo testimone del Concilio Vaticano II. È morto ieri mattina all’età di 99 anni. «Ha ricevuto l’Eucaristia, l’Unzione degli Infermi e la Benedizione Papale, con grande lucidità – hanno riferito dalla Diocesi – rispondendo con un filo di voce alle preghiere e manifestando una sorridente riconoscenza alle persone che gli sono state accanto».

Nato nel 1923 a Treviso, monsignor Bettazzi in gioventù si era trasferito a Bologna, città di provenienza della madre, dove era stato ordinato sacerdote nel 1946. Ha partecipato a tre sessioni del Concilio Vaticano II al termine del quale è stato ordinato vescovo di Ivrea, diocesi che ha amministrato fino al 1999. Dal 1968 è stato presidente nazionale di Pax Christi, e nel 1978 ne è diventato presidente internazionale, fino al 1985 vincendo per i suoi meriti il Premio Internazionale dell’Unesco per l’Educazione alla Pace. Ultimo testimone del Concilio Vaticano II, monsignor Bettazzi si è portato dietro l’impronta conciliare per tutta la vita: l’attenzione alle questioni sociali, al mondo del lavoro, alla politica, agli ultimi, sono state al centro del suo ministero, durante il quale (ma anche in pensione) ha assunto spesso posizioni scomode e certamente non in linea con la tradizione ecclesiastica. Diventò celebre per lo scambio di lettere col segretario del Partito Comunista Enrico Berlinguer, per il quale fu aspramente criticato, sulla conciliabilità o no della fede cattolica con l’ideologia marxista, o comunque con l’adesione al Partito comunista. Giudicò inaccettabile la decisione di ridurre il personale dell’Olivetti per aumentare la produttività dell’impresa e mettere in salvo i conti. Famoso anche per le sue battaglie per l’obiezione fiscale alle spese militari, nel 1992 partecipò alla marcia pacifista a Sarajevo, insieme a don Tonino Bello, nel mezzo della guerra civile in Bosnia. Altra presa di posizione fortemente criticata fu quella assunta nel 2007, quando si dichiarò a favore del riconoscimento delle unioni civili.

Il cordoglio per la sua scomparsa è arrivato dall’ex premier Romano Prodi – che lo ha definito «voce profetica che ha accompagnato la vita religiosa e civile» – e dall’attuale segretario del Pd, Elly Schlein. Per il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, mons. Bettazzi è stato «promotore di pace e di dialogo con tutti». «Il sorriso, la gentilezza, la fermezza, l’ironia, la capacità di leggere la storia e di portare il messaggio di pace sono stati i suoi tratti essenziali», conclude il presidente dei vescovi italiani. Martedì i funerali nel Duomo di Ivrea.

 

https://www.msn.com/it-it/notizie/italia/addio-a-monsignor-bettazzi-vescovo-di-sinistra-era-l-ultimo-testimone-del-concilio-vaticano-ii/ar-AA1dXq6x?ocid=msedgdhp&pc=U531&cvid=cedc1b1e843d481784a191a50581de8a&ei=11

 

 

17 Luglio 2023Permalink

6 giugno 2023 _ Ancora il caso Mortara

Pagine Ebraiche 24 / L’Unione Informa 6 Giugno 2023 –       17 Sivan 5783

 

IL CONFRONTO SUL FILM “RAPITO” DEL REGISTA MARCO BELLOCCHIO

                            Il caso Mortara e i riflessi nel presente

Pubblicato in Attualità il 06/06/2023 – 17 סיון 5783  

Quella che era una vicenda conosciuta dagli storici e da un pubblico relativamente ristretto, è ora nota a un largo pubblico. Per il quale il nome di Edgardo Mortara è uscito finalmente dall’ombra, diventando argomento di confronto e dibattito. È uno dei frutti più concreti di “Rapito”, l’ultimo film di Marco Bellocchio. Da giorni se ne parla sui giornali, ma anche durante tavole rotonde e incontri volti a sviscerarne i contenuti. L’ultimo dei quali si è tenuto a Roma, presso la Fondazione Ernesta Besso. Un’occasione per discutere di “battesimi forzati in margine al film di Bellocchio”, con la partecipazione del regista stesso, del rabbino capo rav Riccardo Di Segni e degli storici Marina Caffiero e Alberto Melloni. In apertura un saluto di Caterina De Mata, presidente della Fondazione.

“Uno dei tanti meriti di questo film sta non solo nella sua oggettiva bellezza, molto intensa e piena di tensione. Ma anche nell’aver riproposto all’attenzione di un pubblico vasto una questione delicatissima. Che non dovrebbe più suscitare controversie ma che invece, come abbiamo visto, le ha suscitate. Anche di questo è importante discutere” la riflessione introduttiva della professoressa Caffiero, autrice di un documentato saggio sui Battesimi forzati, nel fare riferimento ad alcune reazioni da parte del mondo cattolico che hanno suscitato allarme.

Argomento cui si è riallacciato tra gli altri il rav Di Segni, segnalando come il tema delle conversioni costituisca, ancora oggi, uno degli impedimenti più vistosi nel procedere del dialogo ebraico-cristiano. Proprio per l’approccio manifestato da chi il dialogo sceglie di praticarlo per attrarre a sé l’altro, nel segno di “una visione distorta” di come la relazione debba svolgersi. Un tema riemerso in questi giorni con forza nel dibattito pubblico, “con una tendenza a giustificare quel che è successo” che preoccupa.

Grande interesse, naturalmente, per le parole del regista. “Questo film l’ho fatto per l’entusiasmo di farlo”, ha tra l’altro affermato. Ad avvicinarlo alla storia del piccolo Edgardo “la forzatura interna all’educazione cattolica” di cui fu vittima, che l’ha portato anche a ripensare alla sua di educazione. Altri registi avevano pensato di fare il film prima di lui, a partire da Steven Spielberg. Una sfida quindi importante. Per prepararsi alla quale, ha detto Bellocchio, “ho parlato con vari esponenti della comunità ebraica e letto molti libri”.

Stimolanti anche le riflessioni di Melloni, storico della Chiesa e direttore della Fondazione per le Scienze Religiose di Bologna, su come funzionava “il meccanismo di potere del cattolicesimo romano” di quel tempo” e su come era impostata in particolare la sua relazione con l’ebraismo. Non cittadino ma suddito di un regime la cui teologia era intrisa di un antisemitismo di matrice religiosa dalle molte e nefaste conseguenze. Spazio anche alle parole del pubblico, con un intervento tra gli altri della professoressa Elèna Mortara, grande esperta del caso e pronipote di Edgardo.

Proprio Mortara sarà tra i relatori del prossimo evento dedicato al caso Mortara: la presentazione – giovedì 8 giugno alle 18.30, presso il Museo ebraico di Roma – del romanzo di Daniele Scalise “Un posto sotto questo cielo”. Interverranno anche l’autore, il rav Di Segni, il professor Melloni e Gianni Yoav Dattilo, con la moderazione di Maria Antonietta Calabrò.

 

 

6 Giugno 2023Permalink

3 giugno 2023 – RAPITO. Una recensione di Giorgio Placereani

sabato 3 giugno 2023  Rapito

Marco Bellocchio

 

Rapito è il miglior film di Marco Bellocchio fin dai tempi di Sangue del mio sangue – a parte il magnifico non-fiction Marx può aspettare – superando d’un balzo alcune opere interessanti ma meno convincenti (compreso, a minoritario parere di chi scrive, Esterno notte, decisamente inferiore rispetto al capolavoro sullo stesso caso Moro Buongiorno, notte del 2003). Più che gli ultimi film, Rapito appare come una summa convincente dei temi bellocchiani. E’ un film in costume su una storia vera che si svolge nell’arco di un quarto di secolo, dal 1858, cominciando nello Stato della Chiesa e finendo nella Roma italiana. Il cinema di Bellocchio è cinema di pulsioni e di rottura narrativa inserite nella bellezza assoluta della forma; come per esempio ne La balia, qui l’aderenza storica contribuisce a dare una griglia a questa dialettica. Com’è noto, il film è la storia del “rapimento di Stato” del bambino ebreo Edgardo Mortara. Una domestica cattolica lo aveva battezzato segretamente quand’era in culla; alcuni anni dopo, allontanata dalla famiglia Mortara per dei piccoli furti, ha rivelato il segreto (per soldi) al Santo Uffizio; e questo, dichiarando che il bambino ora è cristiano, lo strappa alla famiglia per allevarlo nella fede cattolica.
Appare già nei dettagli del rapimento del piccolo Edgardo (Enea Sala) – la corsa in carrozza nella notte, il viaggio in barca nella nebbia – quell’elemento gotico che è così presente in Bellocchio (ne è un manifesto, per fare un titolo, Il regista di matrimoni). Ma dal punto visivo – nella bellissima fotografia di Francesco Di Giacomo – bisogna segnalare innanzitutto l’uso ritornante di strutture architettoniche in esterni (facciate di chiese) o interni in inquadrature frontali, centrate, opprimenti, che riempiono lo schermo e schiacciano la vista. Queste inquadrature ossessive ben rappresentano il peso delle costruzioni psicologiche che pesano sulla vita dei personaggi. Anche dopo la morte del papa: vedi il “peso” visivo di Castel Sant’Angelo sullo sfondo, qui però in campo lungo, alla fine della scena della “bestemmia” e della fuga di Edgardo adulto (Leonardo Maltese) durante il funerale di Pio IX, sulla quale ritorneremo. Ovviamente lo stesso vale per il muro di Porta Pia, che però (con simbolismo un po’ ovvio ma forse inevitabile) crolla sotto le cannonate italiane del 20 settembre 1870.

Il rapimento del piccolo Edgardo diventa una lotta impari tra gli ebrei e la Chiesa, nonché un caso internazionale, con il papa Pio IX (Paolo Pierobon) che si contrappone al mondo, anche a parte di quello cattolico, in una specie di solipsismo sacro. Dall’altra parte stanno i coniugi Mortara (Fausto Russo Alesi e Barbara Ronchi). Si crea perfino un elemento di tensione fra il padre e la madre, che ci fa temere (“temere” perché è impossibile non sentire un’adesione simpatetica) la rottura della famiglia. Non perché il padre abbia un atteggiamento compromissorio: ma riconosce con dolore un principio di realtà che le donne di Bellocchio non accettano mai.
Marco Bellocchio è in toto un figlio del Sessantotto, non per tematiche specifiche o perché ne riprenda l’ingenuità politica, ma per un principio mai mutato nel suo cinema: l’opposizione irriducibile alla “legge del Padre” e all’istituzione – a onta dei consigli “riformisti”, dallo psichiatra di Vincere al portavoce degli ebrei romani nel presente film. In tutto il suo cinema la donna, l’elemento femminile, è il grande portatore di questa irriducibilità. Qui la rappresenta Marianna Mortara, che nell’incontro con Edgardo gli strappa la catenella con la croce cristiana e la getta a terra (come già in un passaggio di Sangue del mio sangue).

Rapito è un film disperato: non perché è la cronaca di una prepotenza di Stato ma perché è il grido di una scissione, il lutto di un’anima, con la stessa forza, o quasi, di Vincere (dove essa si fondeva con la nevrosi di una nazione). Ci pone di fronte a un mistero: la trasformazione di Edgardo da rapito a credente – a iniziare dal rapporto col crocifisso, il primo segno della religione cristiana che lo ha colpito da piccolo. Va detto che un tema sotteso del film è la riflessione sulla potenza della parola, terribilmente importante in Bellocchio. Non è, quello di Edgardo, un lungo lavaggio del cervello, non è una sindrome di Stoccolma: è una fascinazione che inizia subito (le soggettive delle statue in chiesa non sono solo uno sguardo di scoperta).
Questa scissione dell’anima appare già nella strana duplicità del bambino, con la sua freddezza negli incontri coi genitori, che si rompe solo, a sorpresa, alla fine dell’incontro con la madre. Questo ci fa capire come il grande tema del cinema di Bellocchio, il riconoscimento impossibile, possa essere contenuto in realtà nel tema dell’identità.
Ritorna in Rapito l’elemento visionario che caratterizza il cinema di Bellocchio. Accennato nelle vignette satiriche che si animano, esplode nell’incubo di papa Pio IX su un gruppo di ebrei con addosso i taled, gli scialli rituali, che circondano il suo letto e lo circoncidono; nell’apparizione onirica dei genitori accanto al letto di Edgardo adulto, presagio di morte (“Edgardo, noi ce ne andiamo”, dice il padre nel sogno); soprattutto, nella vivificazione allucinatoria quando Edgardo bambino va di notte in chiesa, si arrampica fino alla grande statua del crocefisso, strappa i chiodi dalle mani e dai piedi, e dopo un intenso campo/controcampo il Cristo si anima, si alza, scende dalla croce, si toglie la corona di spine. Nel nome del padre conteneva un’allucinazione simile con la statua della Madonna. Solo che qui il Cristo volta le spalle e si allontana.

Il cinema di Bellocchio si situa in modo bruciante entro due poli: la Legge del Padre e la ribellione. Il personaggio di Edgardo è ancora più complesso perché si dibatte fra due Leggi e due figure di padri. Perché al centro del film stanno (ricordiamo che il cinema di Bellocchio è un cinema della ricerca/dell’uccisione del padre) stanno due figure di padri, paralleli e contrapposti: il padre carnale Mortara e il papa Pio IX. Sigmund Freud leggerebbe qualcosa (già lo fa il papa stesso) nella foga con cui Edgardo adulto, precipitandosi su di lui per baciargli la mano, lo fa cadere.
Non è per caso che il film sia così fortemente giocato sul parallelismo, per esempio nel montaggio parallelo della messa in latino cui assiste Edgardo e del rito ebraico in casa Mortara. Connesso al parallelismo è l’uso frequente della replica, non in modo intellettualistico ma piuttosto giocato in analogie nascoste. Alcuni esempi: nel gioco a nascondino dei seminaristi, Pio IX per scherzo prende Edgardo e lo nasconde sotto le proprie vesti; e questo è un raddoppiamento rispetto alla scena drammatica dell’inizio in cui era stata la madre a nasconderlo sotto la gonna sperando di sottrarlo alla cattura. Ancora: segue la scena dell’insurrezione di Bologna, aperta con suore e pretini in fuga che richiamano visualmente il gioco ad acchiapparella della precedente. E ancora: vediamo la caduta della statua di San Pietro abbattuta, e subito dopo, analogia ma anche diminutio, una caduta di Pio IX in preda a un attacco epilettico.

Abbiamo menzionato la ribellione. Essa compare nel gesto di Edgardo, subito dopo il rapimento, di recitare la preghiera ebraica nel letto di nascosto, e si esplicita alla fine dell’incontro con la madre: dove il bambino rimane distaccato come nell’incontro precedente col padre, anche quando lei gli strappa la croce; ma poi d’improvviso, con una subitaneità sconvolgente, corre da lei e grida che dice le preghiere ebraiche ogni sera e implora “Voglio tornare dai miei fratelli!”
Questo tuttavia rientrerebbe ancora nei canoni del realismo psicologico. Molto più importante è la stupefacente scena che ha luogo dopo un’ellissi di dieci anni, con Edgardo ora adulto e convintamente cattolico, dopo la presa di Roma e dopo che ha rifiutato di tornare alla famiglia (“Il battesimo mi ha salvato”). Ora Pio IX è morto; durante la traslazione della salma al Verano, nel 1881, la plebaglia attacca il corteo e vuole buttare il cadavere nel Tevere. Edgardo è nel corteo e si batte per difendere il carro funebre – importante il suo grido “E’ morto! E’ morto!” – ma poi all’improvviso cambia posizione e grida “Sì, lo buttiamo nel Tevere, ‘sto porco di un papa!”. Poi fugge. E’, questo, un momento centrale del film, dove si ripete quell’esplosione ricorrente nel cinema di Bellocchio che è la bestemmia. Un momento che che non rappresenta una rovesciamento di posizione del personaggio, il quale infatti rimane nella chiesa cattolica (cercherà persino di battezzare la madre in punto di morte), bensì, ancora, la sua scissione. Infatti, segue una sequenza conclusiva terribile. La madre è sul letto di morte (il padre è morto da tempo) ed Edgardo si presenta in casa Mortara per la prima volta. Ben accolto da fratelli e sorelle, viene portato in camera della madre, e fa per battezzarla con l’acqua santa. Lei gli ferma la mano: “Io sono nata ebrea e morirò ebrea”; si copre il viso, recita la preghiera ebraica e muore.
La splendida inquadratura finale presenta, in un bilanciamento dell’immagine, la sintesi visuale di un’unità irrevocabilmente spezzata, attraverso un bellissimo surcadrage. Nell’apertura dello spazio a sinistra vediamo Edgardo (attaccato dal fratello) accasciato; in quello analogo a destra la camera della madre morta; e al centro in primo piano, ma non come elemento di mediazione, quel tavolo che nel corso del film ha rappresentato l’unità familiare (anche sotto il profilo religioso) ma ora è vuoto e abbandonato.

Premesso che tutta la storia cinematografica di Bellocchio, da I pugni in tasca a Marx può aspettare, ce lo rivela come il più profondamente, e dolorosamente, autobiografico dei grandi registi italiani (non l’ovvietà mnemonica di Fellini, non il maledettismo un po’ compiaciuto di Pasolini, e neppure la Aufhebung quasi serena di Bertolucci): l’ipotesi è che Bellocchio veda in Edgardo qualcosa di analogo alla propria fascinazione – una repulsione che contiene un elemento di attrazione – verso il cattolicesimo e la sua pompa (fondamentale in questo senso era già Nel nome del padre). Questo regista ateo ha sempre sentita fortissima la presenza della religione cattolica – e qui possiamo ripensare non solo alla sua educazione dai Barnabiti ma alla madre religiosissima, ossessionata dal peccato, di cui ci racconta in Marx può aspettare. E’ uno dei tratti che lo apparentano a Buñuel. Ciò lancia forse una luce, a contrariis, sulla scissione di Edgardo? Quel ch’è certo, lo sguardo su questa scissione – che non arriva a risolverla, ma la presenta con una profondità che potremmo definire quasi shakespeariana – è la ricchezza maggiore di un film molto ricco.

 

3 Giugno 2023Permalink

23 aprile 2023 – 25 aprile, letto nelle ‘Pagine Ebraiche’

Da Pagine ebraiche   –   Le istituzioni e il 25 Aprile

Nessuna polemica sul 25 Aprile. Questa, secondo il Corriere, la linea impartita da Giorgia Meloni nell’occasione dell’ultimo Consiglio dei ministri. L’appello della premier, si legge, “avrebbe prodotto un primo effetto: anche i più recalcitranti si sono convinti dell’opportunità di partecipare alle celebrazioni”. Quanto a Meloni, rileva il Corriere, “nell’agenda di Palazzo Chigi c’è un solo appuntamento”. E cioè la tradizionale deposizione di una corona d’alloro, all’Altare della Patria, da parte del Presidente Mattarella (che sarà poi a Cuneo, Borgo San Dalmazzo e Boves, in luoghi di grande significato per la Resistenza). In merito al 25 Aprile, prosegue l’articolo, i suoi collaboratori “non confermano l’intenzione di Meloni di scrivere un post da lanciare sui social, né la voglia di far sentire pubblicamente la sua voce”.

Tra le posizioni in evidenza sui giornali quella del presidente del Senato Ignazio La Russa, secondo il quale le sue parole sul termine antifascismo non presente nella Costituzione sarebbero state “stravolte”. La Russa sostiene di non dover rettificare “niente” in merito a quanto espresso. Al Corriere affida il suo pensiero Lorenzo Fontana, il presidente della Camera, che in una intervista dice di riconoscersi nel fatto “che il 25 Aprile debba essere la festa di tutti” e di ritenere l’antifascismo “un valore”. Sarebbe invece un errore, la sua opinione, “festeggiare la Liberazione come se fosse la festa solo di una parte, perché il suo valore è proprio questo: alla Resistenza hanno partecipato non soltanto comunisti e socialisti, ma anche liberali, monarchici e tanti cattolici”. La Liberazione, prosegue, “è stata il fondamento di questo Paese”.

Vari organi di informazione riferiscono di tensioni interne alla maggioranza. Secondo La Stampa “gli ammiccamenti al ventennio imbarazzano il centrodestra, dalle dichiarazioni di Ignazio La Russa adesso prendono le distanze anche Forza Italia e Lega e lo stesso presidente del Senato interviene per precisare il senso di quelle sue frasi”.

Molte le pagine e le opinioni sul 25 Aprile. Massimo Giannini, il direttore della Stampa, scrive in un editoriale di attendere cosa dirà Meloni “per capire se anche stavolta se la caverà evitando di pronunciare la parola ‘fascismo’ (come è riuscita a fare a proposito della Shoah o delle leggi razziali del ’38), oppure dicendo che nel Ventennio lei non era nata e che dunque anche il 25 aprile del ’45 va consegnato ai libri di Storia”. Tra le mancanze imputate alla premier quella di aver “taciuto sulle manipolazioni e sulle provocazioni di Ignazio Benito La Russa: alle prime appartengono le sparate sull’eccidio di Via Rasella, compiuto dai partigiani criminali a spese di una ‘banda di pensionati altoatesini’; alle seconde si iscrive l’ultima, di tre giorni fa, con la quale il presidente del Senato ha tenuto a far sapere agli italiani che nella Costituzione non c’è la parola antifascismo”. L’attore Stefano Massini (Repubblica) scrive di essere stato convinto a lungo “che dietro i continui attacchi all’antifascismo non ci fosse un preciso costrutto, ma solo sguaiato revanscismo cameratesco, legittimato dall’opinabile teoria che l’esito elettorale del 2022 sdoganasse full optional l’armamentario dottrinale di Salò, Predappio e mete affini del black tour”. Adesso invece spiega di aver “mutato opinione” e di essersi convinto sempre di più “che una strategia presieda a questi apparentemente bradi colpi di mortaio”.

“Meloni tra pacificazione e scheletri nell’armadio”. È il titolo di un intervento di Gad Lerner sul Fatto Quotidiano. Secondo il giornalista, la premier si sarebbe data “l’obiettivo prioritario di conquistare la benevolenza della comunità ebraica, ponendo l’accento sull’orrore delle leggi razziali e sulla necessità di vigilare contro l’antisemitismo”. Stando però sempre attenta a disgiungerla, accusa, “da qualsivoglia riflessione storica sul fascismo (quasi mai nominato)”.

Sul Corriere una riflessione   di Victor Magiar su Israele, le riforme avviate dal governo e l’opposizione di un’ampia parte della società. “Anche se sono già passati dei mesi, lo scontro vero è proprio non è ancora andato in scena: questa storia è solo all’inizio”, la sua opinione al riguardo. Se il governo andrà avanti, prosegue Magiar, “lo scontro sarà più duro, ed è ragionevole pensare che scorrerà anche del sangue: solo a quel punto forse si inizierà a ragionare per stabilire un nuovo compromesso”. Secondo Magiar “la gravità della situazione è ben dimostrata non solo dal fatto che dopo mesi la contestazione sembra inarrestabile (coinvolgendo tutti i settori della società, compresi molti elettori della stessa maggioranza) ma soprattutto dal fatto che sembrano coinvolti nella contestazione popolare persino la polizia, il sistema dell’intelligence e l’esercito, istituzioni peraltro assolutamente contrarie alla proposta di creare una cosiddetta Guardia Nazionale”.

In un editoriale dedicato alla realtà politica e sociale di Israele, pubblicato dal quotidiano Domani in data 19 aprile, la filosofa Roberta De Monticelli ha parlato di “cittadinanza riservata ai soli ebrei” che conferirebbe “un accesso preferenziale alle risorse materiali dello stato come anche ai sevizi sociali e di welfare, con relativa discriminazione dei cittadini non ebrei”. Concetti che non trovano riscontro nella realtà e che in quanto tali sono stati segnalati nel nostro commento alla rassegna stampa Bokertov del giorno stesso, suscitando una reazione scomposta da parte della studiosa. In un nuovo intervento, apparso ieri su Domani sotto al titolo “La vera menzogna sono le mezze verità di chi mi accusa di aver scritto il falso”, De Monticelli si scaglia infatti contro la redazione giornalistica dell’Unione, accusandola di averla esposta alla “accusa infamante” di “scrivere il falso”. Lei, sostiene, avrebbe ripreso “alla lettera la dichiarazione che il premier Benjamin Netanyahu ha fatto nel 2019, secondo la quale ‘lo stato di Israele non è lo stato di tutti i suoi cittadini ma del popolo ebraico esclusivamente’”.

Su Domani Davide Assael contesta alcuni punti sollevati da De Monticelli nelle sue analisi. In Israele, ricorda, “non esiste alcuna distinzione formale fra diritti nazionali e diritti universali che incida sulla sfera di quelli individuali, cosa che avrebbe immediatamente comportato la bocciatura della legge da parte della Corte suprema perché in palese contrasto con quanto scritto nella Carta d’Indipendenza del 1948, documento sommo dello stato ebraico, e con la legge fondamentale sulla Dignità della persona e sue libertà”. Per Assael la condizione palestinese descritta da De Monticelli “non è certo sancita da principi giuridici su base etnico-religiosa, ma da degenerate logiche di conflitto, in cui, ovviamente, hanno un ruolo entrambi gli attori”. Paragonarla all’apartheid è perciò “un falso storico, morale e giuridico”.

Giovedì a Firenze è prevista la procedura di sfratto della moschea di piazza dei Ciompi. Vari esponenti delle confessioni religiose cittadine annunciano una loro presenza in piazza, in segno di solidarietà alla comunità islamica. ”È parte integrante della nostra città, dobbiamo evitare che si senta umiliata” le parole di Enrico Fink, il presidente della Comunità ebraica, riportate dal Corriere Fiorentino. Annuncia Fink: “Verrò alla moschea giovedì mattina, non sarò il solo della comunità ebraica, è necessario un clima sereno per rendersi conto della ricchezza che la comunità islamica conferisce a Firenze”.

La Comunità ebraica festeggerà intanto quest’oggi Maria Necha Milner Burschtein, centenaria ospite della sua casa di riposo, che ventenne sopravvisse alla deportazione in campo di sterminio. A festeggiarla, insieme alla Comunità e ai figli Giuseppe ed Elisabetta, ci sarà anche il Comune con l’assessora Sara Funaro.

Il Secolo XIX ripercorre la Liberazione con gli occhi degli ebrei genovesi. “Mentre passavamo il confine cantavamo ‘Fratelli d’Italia’, perché ritornavamo qui e questo Paese era casa nostra” racconterà Piero Dello Strologo, che era allora un bambino di nove anni, temporaneamente rifugiatosi in Svizzera. Una delle voci di Memoria, si legge, “che hanno testimoniato il dolore della persecuzione della Comunità ebraica”. Ma, insieme al dolore, “anche l’appassionato senso di appartenenza”.
Adam Smulevich

Pagine Ebraiche 24 / L’Unione Informa 23 Aprile 2023 – 2 Iyar 5783 – depieroaugusta@gmail.com – Gmail (google.com)

23 Aprile 2023Permalink