23 marzo 2021 – Nel mirino della Cdf la Chiesa tedesca. Che risponde picche    Ludovica Eugenio

Tratto da: Adista Notizie n° 12 del 27/03/2021
19/03/2021 Nel mirino della Cdf la Chiesa tedesca. Che risponde picche    Ludovica Eugenio

40589 ROMA-ADISTA. Il Responsum della Congregazione per la Dottrina della Fede (Cdf) che esclude la possibilità di celebrare riti di benedizione per le coppie omosessuali (v. qui) ha provocato, come era prevedibile, reazioni molto accese. Soprattutto perché si coglie l’inquietudine del Vaticano nei confronti delle iniziative volte, in particolare nella Chiesa tedesca, a trovare soluzioni a questo riguardo: il Cammino sinodale che lì si sta svolgendo prende infatti in esame anche il tema dell’inclusione ecclesiale delle persone omosessuali e di una forma liturgica di benedizione delle coppie gay. E come ci si poteva attendere, i primi a fare un salto sulla sedia sono proprio i vescovi tedeschi, primo tra tutti il presidente della Conferenza episcopale e vescovo di Limburg mons. Georg Bätzing, che più volte si era espresso a favore (v. Adista Notizie n. 1/21), e che qualche mese fa aveva indetto una consultazione tra i teologi diocesani: 32 su 38 si erano detti favorevoli alla benedizione.

«Non sono contento»

Anche in questa occasione, Bätzing ha subito manifestato le sue perplessità: «Le considerazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede oggi devono avere e ovviamente avranno il loro spazio nelle discussioni del Cammino sinodale», ha detto a Bonn (katholisch.de e Kna, 15/3), ma il dialogo di riforma della Chiesa in Germania, portato avanti dalla Conferenza episcopale insieme al Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK), «si sforza di discutere la questione delle relazioni di genere in un modo complessivo che tenga conto anche della necessità e dei limiti dello sviluppo del magistero della C hiesa».

Nel documento sulla benedizione delle coppie gay, la Congregazione per la Dottrina della Fede «riflette lo stato dell’insegnamento della Chiesa così come è espresso in diversi documenti romani», ha detto Bätzing. In Germania e in altre parti della Chiesa si discute da tempo sul modo in cui «si possa portare avanti con argomenti solidi questo insegnamento e il suo sviluppo sulla base delle verità fondamentali di fede e morale, della riflessione teologica in corso e anche nell’apertura ai recenti risultati delle scienze umane e alle condizioni di vita delle persone di oggi». Non ci sono risposte facili a questioni come questa, ha detto il vescovo. Bätzing si è anche detto «non contento » che il Vaticano sia così massicciamente coinvolto nel dibattito su una benedizione per le coppie dello stesso sesso: «Dà l’impressione che l’attuale dibattito teologico in varie parti della Chiesa universale, anche qui in Germania, debba terminare il più rapidamente possibile», cosa che non è possibile, «perché la discussione procede intensamente e con buoni argomenti, e le indagini teologiche sulla pratica pastorale oggi non possono essere eliminate semplicemente con un’affermazione di potere».

Deluso il vescovo di Essen, mons. Franz- Josef Overbeck, che ha detto al Bild: «Continueremo ad accompagnare tutte le persone nella cura pastorale se lo richiedono, indipendentemente dalla situazione di vita». E anche il vescovo di Mainz, mons. Peter Kohlgraf: «Mi rendo conto di quanti fedeli siano delusi e feriti da questo, non solo i diretti interessati. Prendo la cosa molto seriamente».

Naturalmente c’è anche una parte dell’episcopato tedesco soddisfatto per la posizione espressa dal Vaticano: «Ringrazio papa Francesco per aver chiarito la questione», ha detto alla Kna il vescovo di Ratisbona mons. Rudolf Voderholzer, mentre quello di Passau, mons. Stefan Oster, si è detto «grato», sul suo sito web, per la dichiarazione vaticana, nella speranza che «dia orientamento e quindi promuova anche una maggiore unanimità». Con l’approvazione di papa Francesco, la Congregazione per la Dottrina della Fede «ha chiarito una questione che preoccupa intensamente la Chiesa in Germania, ma anche nel mondo, e che porta alla polarizzazione». Stessa posizione per il vescovo di Görlitz, mons. Wolfgang Ipolt, «Secondo me – ha detto – il no alla benedizione riguarda soprattutto un chiaro rafforzamento del matrimonio tra un uomo e una donna e per noi cattolici anche del sacramento del matrimonio».

Molto accesa la reazione su Facebook, al contrario, del rettore della cattedrale di Worms Tobias Schäfer, che fa propria la frase di Lutero davanti a Carlo V: Hier stehe ich, ich kann nicht anders (Qui io mi trovo, non posso farci niente): «Se la Chiesa non ha l’autorità di benedire laddove la gente desidera la benedizione, non ha forse abbandonato il suo compito più elementare? La benedizione non è uno strumento di giudizio morale! È la promessa che Dio è lì, che cammina con noi, nella buona e nella cattiva sorte. Che arroganza credere che dobbiamo proteggere Dio da situazioni presumibilmente peccaminose; che dobbiamo proteggere la benedizione di Dio affinché non raggiunga le persone “sbagliate”. (…) Dove la Chiesa pensa di doversi fare custode della benedizione di Dio, non è più una benedizione per il mondo. Come sacerdote, ho promesso rispetto e obbedienza (…) eppure, proprio per questa obbedienza, c’è anche un punto in cui devo dire: dare la benedizione di Dio a chi ne ha bisogno, la chiede, la desidera: questo non posso e non voglio negarlo a nessuno. “Qui io mi trovo, non posso farci niente…”».

La rabbia delle associazioni

Fortemente deluso è Thomas Sternberg, presidente dello ZdK, la più grande associazione laicale in Germania, che affianca la Conferenza episcopale nel Cammino sinodale. In una dichiarazione pubblicata sul sito dell’associazione, Sternberg si è detto deluso dal documento vaticano, che fa parte di una «sequenza di elementi che turbano il Cammino sinodale». Le benedizioni sono un argomento che viene discusso non solo in Germania ma anche altrove, ha detto Sternberg. L’attualizzazione dell’insegnamento cattolico, che i teologi morali chiedono da tempo, non dovrebbe essere semplicemente respinta, e il catechismo da solo non basta a giustificarlo. Sternberg ha anche criticato la «fissazione sull’atto sessuale» del Responsum della Congregazione: è «riduttivo, inappropriato e non più compreso dai credenti».

Un’aspra critica giunge dalla Comunità Cattolica Femminile in Germania (Kfd). «Rifiutiamo con nettezza la posizione di Roma pubblicata oggi – si legge in un comunicato – anche se conosciamo la tensione tra l’insegnamento della Chiesa e la realtà della vita delle persone»; «A noi è chiaro che dobbiamo continuare a parlare di questo argomento nel Cammino sinodale». Anche l’Associazione delle Donne Cattoliche Tedesche (Kdfb) ha espresso un’analoga posizione: «La KDFB – ha affermato la vicepresidente Birgit Mock, si impegna a sviluppare una morale sessuale che rispetti la realtà della vita delle persone»; «prendiamo atto del categorico no da Roma, ma vediamo nel Cammino sinodale, che stiamo percorrendo insieme allo ZdK e alla Conferenza episcopale, l’approccio giusto per pensare ulteriormente alle relazioni di genere e per prendere decisioni appropriate». «Inqualificabile» è il Responsum per il movimento Wir sind Kirche (Noi siamo Chiesa): un documento che «illustra ancora una volta che il tentativo di Roma di imporre, dall’alto, regole di fede e di morale in tutto il mondo senza impegnarsi nel dialogo con le Chiese locali non può avere successo». In Austria, nel frattempo, il movimento di preti e diaconi Pfarrerinitiative – 350 membri e 3.000 laici che lo appoggiano – intende ignorare il divieto del Vaticano e continuare a benedire le coppie dello stesso sesso. Il documento della Cdf rappresenta una «ricaduta in tempi che speravamo di aver superato con papa Francesco»; «non sarà rifiutata nessuna coppia che chieda di celebrare la benedizione di Dio, che sperimenta quotidianamente, anche nel culto».

I teologi Goertz e Striet: la Chiesa decide ciò che è buono

Un lungo e argomentato articolo, molto duro contro il Vaticano, è apparso sul portale internet della Chiesa tedesca katholisch.de a firma di Stephan Goertz, professore di teologia morale all’Università di Mainz, e Magnus Striet, titolare della cattedra di teologia fondamentale presso la facoltà di teologia cattolica dell’Università di Friburgo (15/3). «La Curia Romana è preoccupata», scrivono i teologi. «Preoccupata che nella Chiesa cattolica siano benedette relazioni umane che contraddicono i piani di Dio. Ciò che è moralmente inammissibile non dovrebbe essere approvato dall’azione della Chiesa. La preoccupazione è ancora una volta rivolta alla sessualità umana» e, «indipendentemente dalla propria insignificanza di fatto in questo campo, evidente a partire dall’Humanae vitae (1968) al più tardi», la Cdf «rivendica una competenza speciale in materia di etica sessuale affermando che è moralmente lecito condannare ogni pratica sessuale al di fuori del matrimonio tra uomo e donna». Poiché infatti per la Chiesa la sessualità è espressione di amore solo se è aperta alla procreazione, «la lettura romana del messaggio evangelico è inequivocabile: i rapporti omosessuali non devono mai essere intesi come rapporti d’amore. E se lesbiche e gay pensano di amarsi, allora si sbagliano: la loro felicità è solo un’illusione». La Congregazione per la Dottrina della Fede «sembra molto certa di conoscere la volontà di Dio»; fa riferimento ai piani di Dio «così come sono interpretati e proclamati fedelmente dalla Chiesa, o come lo sono stati in passato. «La Chiesa decreta ciò che è buono, perché sa di essere autorizzata a determinare ciò che è buono. L’obbedienza e non l’intuizione è l’atteggiamento appropriato verso questa comprensione di se stessi». Giunti all’ottavo anno di pontificato di papa Francesco, si sperava che l’insegnamento della Chiesa potesse distaccarsi un po’ dal passato, in questo campo. Invece Francesco «si mostra un discepolo obbediente dei suoi predecessori».

La Congregazione, proseguono i due teologi, dimostra di ignorare che esiste uno spettro di orientamenti sessuali, come hanno dimostrato da tempo le scienze umane. Il riferimento è sempre «l’ordine oggettivo della creazione contro gli standard scientifici umani». Non ci sono altri argomenti. «È interessante notare che nella lettera non vi è alcun riferimento alle condanne bibliche delle pratiche omosessuali. Questo fa sperare che almeno la letteratura esegetica sia ormai penetrata nelle mura del Vaticano». Ciò che alla fine colpisce della lettera è quanto sia forte il dissenso rispetto a ciò che costituisce il centro delle relazioni amorose moderne: «Non considerazioni sociali o contrattuali, ma affetto e libero consenso. Quale desiderio sessuale prevalga qui è irrilevante. L’unica questione decisiva è se l’altra persona sia intesa come persona. E Dio non dovrebbe voler benedire tali relazioni?».

Se con “piano divino”, inoltre, si intende solo la generazione della prole, «la creatività di Dio in termini di piani sembrerebbe un po’ limitata. E quando si dice, con una citazione di Francesco, che coloro che manifestano la tendenza omosessuale devono avere gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita, rimaniamo senza parole. Cosa viene consigliato qui? Di superare la propria inclinazione? Un’astinenza sessuale completa? Il documento è bloccato in un insegnamento morale formulato negli anni ’50».

Insomma, «parlare di rispetto, compassione e tatto e allo stesso tempo negare la realtà dell’omosessualità e dell’amore degli omosessuali, testimonia non solo l’estraneità al mondo, ma anche un concetto di moralità premoderna ». E «sempre meno persone sono disposte a sottomettersi alla pretesa che il Magistero possa decidere di propria autorità cosa sono autorizzate a fare in questioni morali e cosa no. Non ci si deve illudere: la Congregazione per la Dottrina della Fede non vuole che le unioni omosessuali siano considerate relazioni d’amore nella Chiesa cattolica. L’unica domanda è quale prezzo i vescovi sono disposti a pagare per questo rifiuto ». Naturalmente, però, «la maggioranza non è necessaria nella verità. Ma vista la natura esplosiva della questione della benedizione delle coppie omosessuali, che può intervenire profondamente nella realtà della vita delle persone credenti, si dovrebbe almeno cercare di trovare delle ragioni invece di riferirsi solo a un ordine divino della creazione». È necessario infatti il diritto delle persone all’autodeterminazione e, fintanto che tale ordine non va contro i diritti personali degli altri, dovrebbe essere praticabile per le persone. Questo responsum, in definitiva, «difficilmente potrà contare sull’obbedienza. Tuttavia, è indicativo di quanta fatica faccia Roma con il pensiero moderno della libertà. L’ombra dell’ultimo pontificato è lunga

23 Marzo 2021Permalink

16 marzo 2021 – Raniero la Valle: un ricordo di un ragionar comune

Newsletter n. 217 del 28 febbraio 2021 di Chiesadeituttichiesadeipoveri

Risanare le Parole

Carissimi,

Vi scrivo a nome mio personale e vi chiederete perché. Per capire le cose bisogna vedere in esse ciò che accade perché è voluto, ciò che è provvidenziale e ciò che è fortuito.

Nel giorno vigilia del mio novantesimo compleanno al mattino presto non potendo io uscire per ragioni di salute è venuto a trovarmi con l’Eucarestia un caro amico gesuita che ha avuto il pensiero di portarmi l’Avvenire, il mio antico giornale ora così ben diretto da Marco Tarquinio. Essendo domenica molti giornalai erano chiusi, sicché è andato a prenderlo alla stazione Termini.

In quel giornale, come sempre assai ricco, era riaperta con molto pathos e sofferenza, da una lettrice, la questione dell’aborto, come questione dolorosa e divisiva tra le donne e la Chiesa. Su questo le donne non sono comprese dalla Chiesa che in tale materia pensa soprattutto al fatto, diciamo così alla “fattispecie”, non alle persone, a cui così non reca più la buona notizia del Vangelo, che anzi è drasticamente loro contestato, ma dà loro la cattiva, la pessima notizia che il loro aborto volontario sia stato un assassinio, che esse siano pertanto omicide e che siano mandanti di sicari, i medici che eseguono l’aborto. Ma (senza per ciò voler entrare nella casistica) le donne non hanno questa coscienza di essere colpevoli di omicidio, anzi, come fa la lettrice in questione, lamentano il loro immenso dolore per aver dovuto rinunziare a una nascita, per non aver potuto avere il loro bambino che perciò non è nato, non per averlo ucciso sulla porta di sé. È dal loro “sé”, a lui ancora legato in modo inscindibile, che il nascituro non è venuto alla luce, è rimasto un futuro possibile (spesso impossibile) ma incompiuto. Ciò che non fa la Chiesa, ciò che non fa una morale assiomatica, di distinguere interruzione di gravidanza e omicidio, tra aborto e decesso, tra incompiuto ed estinto, esse da millenni lo fanno.

Nell’antichità era molto chiara la differenza tra aborto e omicidio, tra non nascere e morire . Per i filosofi romani (c’è un gran librone, compulsato a suo tempo, sull’aborto nel mondo greco-romano) non c’erano dubbi che non fosse questione d’omicidio, tra i medici si discuteva piuttosto delle varie fasi della gravidanza. La Bibbia sa bene che cos’è l’aborto, c’è la percezione che si poteva non essere usciti dal ventre della propria madre, non che si poteva esserne stati soppressi. Quando Paolo parla di sé come di un aborto non pensa di essere stato ucciso sul nascere, ma di non essere venuto alla vita.

La questione, mi sembra, insorge, scoppia dentro la Chiesa, con la disputa su quando Dio infonde l’anima al feto. Perché è solo quando arriva l’anima che l’uomo diventa uomo, “essere vivente” come uomo e donna creati da Dio. Allora, e solo allora (al terzo mese? al quinto?) l’aborto diventava omicidio. Così la causa è trasferita dai teologi, dai sacerdoti ai medici, ai biologi. Diteci il giorno, ed ecco a quel punto l’uomo è uomo, non farlo nascere è uccidere una persona umana. Corpo e anima, il “composto umano”. Sappiamo oggi che questa è una cattiva antropologia. Noi siamo un’unità inscindibile pensata da Dio, ne siamo immagine, lui non è fatto di Dio e della sua divinità, come se fossero due cose distinte.

Da questa cattiva antropologia è derivata poi anche una cattiva teologia. In mano di chi Dio si mette per creare?

Vi chiederete perché parlo di queste cose proprio ora. Io non sono più tornato sulla questione dell’aborto da quando in Senato nel 1976 scrissi l’art. 1 della legge 194 sulla “tutela sociale della maternità e l’interruzione volontaria della gravidanza”, articolo rimasto indenne finora, e il 26 maggio 1977 vi tenni un discorso per illustrarla e difenderla. In quel discorso, che ebbe come titolo “Idolatria e laicità della legge”, dissi che era talmente inviolabile e non coercibile il rapporto tra la madre e il bambino che portava nel seno, che se Maria non diceva di sì, Gesù neanche nasceva.

Nessuno può decidere per la donna, non Comitati etici, non medici, non Codici penali, non forcipi di Stato, come avrebbe voluto qualche progetto di legge sull’aborto. Il vecchio Codice Rocco era impotente, non faceva che dare corso agli aborti, purché clandestini , spesso in laghi di sangue.

Ed è perché nessuno puó decidere per la donna, nemmeno per Maria, che noi abbiamo avuto la salvezza, il Salvatore.

Dunque è alla donna che Dio si affida. Ma che Dio per venire al mondo dovesse passare al vaglio di potenziali assassine non riesco ad immaginarlo. Tutt’altra appare essere l’idea che Dio ha della donna. Certo Dio non poteva pensare le sue figliole come potenziali omicide abituali o per tendenza. Anzi nella coscienza più profonda dell’umanità in cui Dio abita come in un tempio la donna è inestinguibilmente presente e vissuta come scrigno di vita. È l’uomo semmai che è archetipamente associato all’idea dell’omicidio, è lui il sacrificatore, fin dai tempi di Caino. E sempre infatti l’ideologia del sacrificio è stata associata all’uomo. E così le guerre, la ragion di Stato, e purtroppo anche l’idea del sacerdozio. Io penso che questa impossibilità per la Chiesa cattolica di procedere sulla via della donna sacerdote derivi anche dalla istintiva ripugnanza ad associare la donna all’idea del sacerdote come ministro del sacrificio. Quando avremo veramente abbandonato l’ideologia del sacrificio ancora così presente nella Chiesa nella liturgia nell’immaginario religioso e sacerdotale, allora non ci sarà più ostacolo al sacerdozio delle donne, ministre della vita, non solo spirituale, ma della vita fisica.

Perciò questo assimilare  l’aborto a un omicidio non solo è contro la logica aristotelica (perché identifica due cose diverse) ma è anche un po’ contro natura.

Ciò non vuol dire minimamente prendere posizione sul peccato d’aborto, su tutte le problematiche connesse al tema dell’aborto. Quando facemmo la legge esplicitamente non volemmo andare oltre il giudizio che assumesse l’aborto come un disvalore, una perdita, un dolore personale e sociale che la società dovesse lenire, non far vivere nella solitudine, includere in un tessuto di solidarietà sociale, tale che anche rendesse la vita più facile a nascere, e ciò proprio in base a una severa coscienza della infermità, insufficienza e laicità della legge.

La Chiesa continui nelle sue teologie, nessuno le tolga la libertà delle sue valutazioni morali, delle sue qualificazioni religiose e spirituali sull’aborto, i suoi insegnamenti di vita.

Se dopo tanti anni io riapro con lei la questione dell’aborto è perché mi sembra che mi resti un dovere. Di chiederle quest’unica cosa. Di non usare la stessa parola per definire l’ucciso e il non nato, il non nascere e il morire, una promessa che non si realizza e una volontà che le sia impari.

Le chiedo di non scambiare nella riflessione, nella predicazione, nella polemica “vita umana” e “persona umana” , la prima un’astrazione, la seconda l’uomo e la donna amati da Dio, la prima investigabile dalla biologia, la seconda un mistero dell’Essere, umano e divino, un mistero che ha solo un inizio, e mai più la sua conclusione, perché in Dio c’è solo il principio, non c’è la fine.

Perciò le chiedo un’ascesi della parola. La Parola ci salva, le parole spesso ci tradiscono.

L’aborto non è omicidio, la donna non ne è la mandante, il medico non il sicario; in ciò anche l’amatissimo papa nostro Francesco, tradito dalla lingua, non dice bene mi addolora.

Scongiuro la Chiesa di non pensare le donne come potenziali abituali assassine. Certo siamo tutti in peccato, ma questo non è il loro peccato, uccidere chi neanche è nato.

Solo questo voglio dire, non giustificare l’aborto e nemmeno la nostra legge. Perché questo scambio di parole e di concetti apre un problema molto grave tra lei e loro.

Forse è bene che sia un uomo a dirlo. Forse proprio gli uomini devono dirlo che delle donne sono figli, fratelli, compagni e sposi. La Chiesa mette le donne sugli altari, gli uomini le amano.

Papa Giovanni diceva: siamo appena all’aurora. Non sempre possiamo forzare l’aurora a nascere.

Con i più cordiali saluti

Raniero La Valle

 

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16 Marzo 2021Permalink

28 ottobre 2020 Fratelli tutti – Commenti de La barba di Aronne e di Noi siamo chiesa

Il profumo della fratellanza. L’incontro interreligioso in Campidoglio

Chiesa di tutti Chiesa dei poveri 23/10/2020, 14:43

Newsletter n. 207 del 10 ottobre 2020

Dalla barba di Aronne

Care Amiche e Amici,

non era mai successo che la Repubblica Italiana – insieme al papato della Chiesa cattolica, al patriarcato di Costantinopoli, al Rabbino capo di Francia, al rappresentante del Grande Imam del Cairo, a un buddista giapponese, a una indù e a molti altri leader religiosi del mondo intero – firmasse un appello a tutte le altre Repubbliche e Regni per chiedere ai governi e a tutti gli uomini e le donne di passare a condotte di fraternità e di pace e costruire una sola umanità,  nella persuasione, che è anche una confessione di fede, che “nessuno si salva da solo”.

È accaduto martedì sera, e non in un’enclave religiosa come Assisi, ma a Roma, nella piazza del Campidoglio, che un tempo fu l’ombelico del mondo e dove dopo l’ultima guerra mondiale nacque l’unità dell’Europa, così come ora si vorrebbe che da lì nascesse l’unità del mondo.

Si dirà che questo evento, promosso dalla comunità di s. Egidio, ma con l’evidente regia e governo di papa Francesco, è stato un evento di vertice, senza partecipazione di popolo, che infatti non c’era a causa della pandemia; e tuttavia  il vero ospite dell’incontro è stato il popolo di Roma con il suo Comune, il suo retaggio e la sua Sindaca. Ed è verissimo che si è trattato di un’iniziativa dei leader, come se il mondo improvvisamente avesse trovato un bandolo, una guida; ma il movente non è stato il potere,  è stato che  “i fratelli vivano insieme”, ciò che, come dice il salmo delle Ascensioni, è ragione di soavità e di gioia e  “come olio profumato”  dal capo scende sulla barba, la barba di Aronne, e da lassù si spande in tutto il mondo, in modo che si faccia l’unità, perché non uno, non gli uni invece degli altri, non gli uni contro gli altri, ma tutti insieme siano salvi.

E non a caso negli straordinari discorsi dei leader, davvero ciascuno eco di culture diverse, sono stati convocati, per compiere l’impresa, il passato e il futuro. Papa Francesco ha evocato una sola parola di Gesù: «Basta!», la parola detta ai discepoli che volevano approvvigionarsi di spade. Il patriarca Bartolomeo ha chiamato in causa Anassìmene, il filosofo di Mileto del VI secolo a.C. che aveva individuato i quattro elementi su cui tutto si tiene, l’aria, l’acqua, il fuoco, la terra, per dire che se a tenerli insieme non è la casa comune, di cui dobbiamo aver cura, tutto si disintegra  ed esce dalla vita creata da Dio; e questa casa è come una casa di specchi, dove il volto di ciascuno riflette l’immagine di Dio e si riflette nel volto degli altri. Il Rabbino di Parigi ha ricordato un midrash in cui si racconta la nascita del tempio, e insieme lo si demitizza: c’erano due fratelli che avevano un campo di cui condividevano il raccolto, e ognuno voleva dare di più all’altro, sicché spesso si alzava di notte per andare ad aggiungere del proprio grano  altro grano al raccolto dell’altro, sicché i due cumuli risultavano sempre uguali; finché una notte essi si incontrarono, scoprirono il reciproco dono e si abbracciarono piangendo; e sulla terra bagnata da quelle lagrime Dio volle che fosse costruito il suo tempio; perciò  il tempio che ora si deve ricostruire è questa fraternità. Il presidente Mattarella ha messo in campo la Repubblica Italiana che «riconosce e onora» gli sforzi delle religioni per contribuire a un avvenire di sviluppo e di eguaglianza per le persone e i popoli, offrendo in tal modo una “testimonianza che è profezia”. E su tutti vegliava, con la mano stesa, Marco Aurelio, l’imperatore filosofo che aveva dato del povero la definizione più rigorosa: «colui che ha bisogno dell’aiuto altrui e non ricava da se stesso tutto ciò che è utile alla vita», il che equivale a dire che tutti siamo poveri, «nessuno si salva da solo».

E poi è successa una cosa straordinaria: il rappresentate del Grande Imam di Al Azhar, Ahmad Al Tayyeb, ha raccontato la scena, a cui ha assistito, di papa Francesco e l’Imam Al Tayyeb che si spartivano un pezzo di pane alla tavola del papa a Santa Marta. Certamente quello spezzar del pane non era stato preceduto in quel caso da alcuna formula di consacrazione; però se si pensa che il divieto della “communicatio in sacris” è il macigno che ancora rimane a impedire l’incontro ecumenico tra le diverse Chiese cristiane, si può misurare la portata profetica di questo comunicare nel pane tra il papa cristiano e l’imam islamico; qui, come nel pensiero comune che, per dichiarazione esplicita del papa ha contribuito ad ispirargli l’enciclica Fratelli tutti, siamo oltre il dialogo tra Islam e cristianesimo, siamo a una comunione in cammino.

Nel sito pubblichiamo una lettura di “Noi siamo Chiesa” dell’enciclica Fratelli tutti“Un appassionato appello all’unità umana”.

L’articolo che trascrivo viene dal sito di Adista       https://www.adista.it/articolo/64364

Per raggiungere l’articolo di Noi siamo chiesa, segnalato al termine del testo de La Barba di Aronne, trascrivo anche il link.  Merita veramente una lettura

https://www.chiesadituttichiesadeipoveri.it/un-appassionato-invito-allunita-umana

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28 Ottobre 2020Permalink

27 ottobre 2020 – Cominciò nel 2001

«Costruiamo una sola umanità!»: il 27 ottobre, XIX Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico 

redazione 25/10/2020, 08:09

La Giornata  ecumenica del dialogo cristiano-islamico nasce dall’iniziativa di un gruppo di intellettuali, religiosi e professori universitari che nel 2001, all’indomani della tragedia delle Torri gemelle, decise di lanciare un appello al dialogo con l’islam. «Noi, cristiane e cristiani di diverse confessioni e laici, impegnati da anni nel faticoso cammino del dialogo coi musulmani italiani o in un lavoro culturale sull’islam – recitava il primo appello – crediamo che l’orrendo attentato di New York e Washington costituisca una sfida non solo contro l’Occidente ma anche contro quell’islam, largamente maggioritario in tutto il mondo, che si fonda sui valori della pace, della giustizia e della convivenza civile».

I promotori intendevano scongiurare «un allarme preoccupante», ossia che quanto accaduto potesse «mettere in discussione o rallentare il dialogo con i fratelli musulmani, compagni di strada sul cammino della costruzione di una società pluralista, accogliente, rispettosa dei diritti umani e dei valori democratici».

La Giornata giunge nel 2020 diciassettesima edizione e che, da alcuni anni, ricorre il 27 ottobre “nello spirito di Assisi”: il primo e grande incontro mondiale delle Religioni per la pace, voluto da papa Giovani Paolo II nel 1986 nella città umbra.

L’appello dei promotori per questa edizione rileva il fatto che: «dopo 19 anni siamo ancora a parlare di dialogo cristiano-islamico come fosse la prima volta. Ma molto è cambiato. Il nostro è stato un cammino importante e positivo. Il pensiero va ai tanti amici e amiche del dialogo che hanno costruito centinaia di iniziative dal nord al sud del paese, a chi non c’è più e a chi ha percorso con noi un pezzo di strada. E come il primo giorno sentiamo forte il bisogno di riscoprire l’umanità che tutti ci unisce. E come il primo giorno sentiamo forte il bisogno di impegnarci contro le guerre, la produzione delle armi e contro l’ingiustizia sociale che nega il lavoro, le cure mediche, distrugge l’ambiente e ogni spiritualità basata sul riconoscersi fratelli e sorelle con un’unica Madre Terra da amare e difendere».

La pandemia del covid-19 è stato «un segnale forte per tutta l’umanità – scrivono gli organizzatori -.  Ci ha detto con chiarezza che non siamo onnipotenti e che abbiamo bisogno gli uni degli altri per costruire una vita degna di essere vissuta. Occorre superare ogni discriminazione e affermare sempre che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”(art. 3 Costituzione). Occorre fermare la guerra e la produzione di armamenti».

questa pagina è possibile leggere l’appello integrale..

https://www.ildialogo.org/cEv.php?=http://www.ildialogo.org/cristianoislamico/2020_1595665407.htm

27 Ottobre 2020Permalink

24 ottobre 2020  – Incontro per la pace. Il grande imam di Al-Azhar

Nota di augusta: in un momento
di tante e confuse informazioni diverse
 per fortuna c’è Adista

Incontro per la pace/Imam Al-Tayeb: «La globalizzazione della fratellanza umana»

Redazione 21/10/2020, 23:11

ROMA-ADISTA. Il grande imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, non era presente all’incontro di preghiera per la pace «Nessuno si salva da solo. Pace e fraternità» promosso dalla Comunità di sant’Egidio ieri pomeriggio al Campidoglio. Ha però inviato un messaggio, che è stato letto da Mohamed Abdel Salam Abdellatif, segretario generale dell’Alto Comitato per la Fratellanza umana.

«Il mondo sta vivendo da quasi un anno un incubo terrificante a causa dell’epidemia di Coronavirus. Neanche uno stato è sfuggito alle sue ripercussioni, nessun popolo è sfuggito, nessuna economia si è salvata dai suoi effetti devastanti, e quanto sono più pesanti le ferite del cuore. Ciò che aggrava la dolorosa realtà è la vista di questi milioni di rifugiati, sfollati, senzatetto e vittime di zone di conflitto. Questa epidemia ha peggiorato le loro terribili condizioni in assenza della necessaria assistenza sanitaria. Allo stesso modo, interi popoli non sono stati in grado di affrontare l’epidemia.

Nonostante tutti questi rischi posti dal Coronavirus, c’è un’altra antica epidemia che si rinnova, che pensavamo sarebbe scomparsa di fronte a un pericolo che minacciava l’intera umanità, l’epidemia della discriminazione e del razzismo, una malattia che colpisce ed erode la coscienza umana. Ma, anziché osservarne la scomparsa, siamo stati scioccati nel vedere nuove forme di discriminazione a causa del Coronavirus, al punto che abbiamo sentito appelli ad abbandonare alcuni gruppi di persone al loro destino per offrire le cure prioritariamente ad altre persone, abbiamo sentito voci che chiedono di testare il vaccino su un certo gruppo di persone, sono voci che attestano solo la disumanità da parte di chi le pronuncia.

Oggi, ci aspettiamo con il mondo intero che gli sforzi scientifici siano coronati dal successo nella ricerca di un farmaco che ci salvi da questo incubo che sta per completare un anno dalla sua apparizione, mentre continua a uccidere l’umanità.

Vorrei riaffermare che la cura per l’odio umano e il razzismo è quell’antidoto che sgorga dal cuore delle amare esperienze che abbiamo vissuto e che prova colui che è dotato di una coscienza viva. Questo antidoto è la fratellanza umana, in cui vedo una solida immunità capace di affrontare le epidemie intellettuali e morali.

Il concetto di fratellanza umana non significa che ci accontentiamo di accettare l’altro, ma piuttosto che ci battiamo per il suo bene e la sua sicurezza, ci rifiutiamo di discriminarlo a causa di qualsivoglia differenza, e che non risparmiamo sforzi nel diffondere questi alti principi tra la gente.

Illustri partecipanti,

Il nuovo ordine mondiale ha promosso il concetto di globalizzazione e ci ha promesso che avrebbe portato per il mondo intero i valori della libertà, della giustizia e dell’uguaglianza, che rappresentano valori umani veramente meravigliosi. Tuttavia, abbiamo presto scoperto, purtroppo, che questi nobili valori hanno portato all’umanità sfruttamento disumano con l’esclusione del diverso, l’imposizione di un unico modello culturale, l’eliminazione delle identità, la rivendicazione del diritto alla tutela dei popoli, la pretesa dell’esistenza di un modello culturale unico adatto all’umanità, mentre modelli diversi sarebbero diventati una reliquia della storia. La globalizzazione è così caduta nell’equivoco e nella contraddizione tra i proclami e la realtà della gente, portando delle ricadute ancora più malvagie delle epoche più buie. Abbiamo visto cadere questi valori quando il mondo ha preferito ignorare popoli interi costretti all’esodo e vittima di uccisioni e della morte per fame come è il caso per i Rohingya che sono stati abbandonati alla loro sorte in mare aperto.

L’avvento del Coronavirus ha annunciato al mondo la morte della globalizzazione che aveva diviso il mondo, separato gli esseri umani, allontanato la morale e i valori, emarginato la religione. Oggi è giunto per noi il momento di adottare una nuova globalizzazione, basata sulla fratellanza umana, che promuova l’uguaglianza di tutti gli esseri umani quanto a diritti e doveri, che radichi la convivenza sociale e si impegni al rispetto delle specificità e delle identità religiose e culturali, che fermi la corsa agli armamenti e reindirizzi le centinaia e migliaia di miliardi spesi per le armi verso l’istruzione, l’assistenza sanitaria e la ricerca scientifica. Allora, e soltanto allora, potremo far fronte ai disastri e alle epidemie e saremo più forti di fronte alle varie crisi.

Dinanzi a questa crisi asfissiante abbiamo, come dotti e religiosi appartenenti alle diverse religioni, il ruolo importante di far ritornare i popoli alla religione e al suo messaggio autentico che innalza i valori umani, che sono stati emarginati e abusati, ed accusati spesso di essere la causa del terrorismo e dell’estremismo, e dopo che l’ateismo e le filosofie mondane e materiali sono riuscite ad oscurare ciò che implicano i messaggi celesti, ossia il bene, l’amore, la pace.

Lasciatemi commentare qui l’orrendo omicidio a Parigi.

Nella mia veste di sheykh di al-Azhar dichiaro davanti a Dio onnipotente che io dissocio me stesso e i precetti della religione islamica e gli insegnamenti del profeta Maometto – su di lui la pace e la benedizione di Dio – da questo peccaminoso atto criminale e da tutti coloro che perseguono questa ideologia perversa e falsa. Allo stesso tempo confermo che insultare le religioni e abusare dei simboli sacri sotto lo slogan della libertà di espressione, rappresenta una forma di ambiguità intellettuale e un esplicito appello all’immoralità. Questo terrorista e la sua gente non rappresentano la religione di Maometto – su di lui la pace e la benedizione di Dio – proprio come il terrorista neozelandese che ha ucciso i musulmani nella moschea non rappresenta la religione di Gesù, la pace sia su di lui.

Permettetemi di esprimere nuovamente la mia stima a Papa Francesco, Papa della Chiesa Cattolica, per la sua importante enciclica Fratelli Tutti, che ha offerto una diagnosi molto precisa circa la realtà del mondo e le sue malattie, e lo ha fatto da punti di vista differenti e sotto diversi aspetti, con questo coraggioso concetto umano, che aiuta gli amanti del bene e della pace a formarsi una nozione completa sulle sofferenze della “fratellanza umana” e le aspettative di raggiungerla.

Egregio pubblico!

Curiamo insieme le ferite dell’umanità, e riscopriamo i valori della misericordia, la giustizia e la tolleranza… Facciamo ritornare alla gente il sorriso strappato dalle guerre e i conflitti… Forse questi sogni sono ambiziosi ma la loro concretizzazione non è difficile per Dio Altissimo, se crediamo in Lui e nella fratellanza umana, alla quale siamo stati chiamati, e alla necessità di seminarla nelle anime delle nostre società e le generazioni future».

https://www.adista.it/articolo/64357?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=email_this&utm_source=email

 

24 Ottobre 2020Permalink

29 marzo 2020 – Quando essere controcorrente fa bene

  • Do molta importanza al mio blog e sono felice di segnalare la sua prima new entry.  Fra un po’ non la segnalerò più: farà parte della normalità.

Meditazioni su una sfilata di moda…

Mi ha sempre affascinato come l’arte, la musica, l’architettura siano espressione e anzi precedano le nuove sensibilità e i cambiamenti di modi di pensare e agire. Ieri un articolo mi ha fatto aggiungere anche l’alta moda a questi rilevatori di nuove influenze. Non seguo mai l’alta moda che ho sempre considerato una follia assurda con i suoi modelli immettibili e le sue stravaganze ma l’articolo di Maria Corbi su Live del Messaggero Veneto mi ha fatto pensare.
La giornalista ha seguito le sfilate di Parigi di Chanel, Balenciaga e tutti presentavano modelle con i corpi completamente coperti. E il set diventa un monastero, dice.
Questo le offre l’occasione di una interessante serie di considerazioni collegando il concetto di pudore all’evoluzione della società.
Afferma che ’estetica e l’etica condivisa, sono temi che influenzano e dirigono l’ispirazione. […] Dalla rivoluzione dei costumi consacrata dal 1968 ed esplosa poi nei decenni successivi, la lotta al pudore ha proceduto di pari passo con quella al conformismo ( la minigonna di Mary Quant…) […]
Da quel momento le donne hanno infranto regole e tabù, scoprendo le forme femminili come provocazione, ma anche come affermazione di sé. Ma la Corbi continua: la nuova estetica femminile, fatta di seduzione e corpi esposti da scelta è diventata oppressione , un nuovo freno al raggiungimento non solo dell’eguaglianza, ma anche dell’inclusione. E più avanti prosegue: E’ ormai chiarissimo che il pensionamento del senso del pudore è stato uno dei tanti modi che l’altro sesso ha usato per sottomettere le donne.
Poi la giornalista allarga il concetto di caduta del pudore al sociale. Nel nuovo millennio  l’arrivo delle società social ha accelerato tutto, …., dando un nuovo significato alla spudoratezza, a una esposizione non solo dei corpi, ma anche delle vite delle persone messe a nudo su Facebook, Instagram, &C. E soprattutto la nuova formula televisiva, i reality, che … annientano la privacy, ma anche l’educazione e la decenza. [… ]  Poi il reality trash si è trasferito anche nelle istituzioni , nel linguaggio e nel comportamento dei politici. Perché il pudore è considerato un freno al raggiungimento del successo sempre più connesso al concetto di popolarità e non di merito e valore. Una società costruita sui like  [… ] dimentica il vero significato del pudore, ossia la difesa della nostra intimità e quindi libertà.
Ma anche se sarebbe interessante approfondire sia la spudoratezza come oppressione, sia il legame tra l’esposizione dei corpi e quella delle anime, io voglio ritornare al senso delle sfilate di mannequin vestite con tuniche monastiche.
Sta finendo il periodo in cui il raggiungimento del piacere costituisce il fine del nostro agire? E’ finito il periodo in cui è obbligatorio piacere per sentirsi realizzati?
Inizia un periodo di gravi difficoltà che non consente sprechi di nessun tipo di risorse? Notare che le sfilate a cui si riferisce la Corbi erano prima del diffondersi della pandemia in Europa
Stiamo andando verso un nuovo Medioevo?
Dove non voglio dare a esso alcuna connotazione negativa, pensiamo alle grandi cattedrali costruite in quel periodo, alle grandi realizzazioni in letteratura e nell’arte. Medioevo come ritorno ad un senso profondo di spiritualità, ad una riscoperta dei valori fondanti, ad una riscoperta di Dio. Ieri sera guardando la benedizione Urbi et Orbi di Papa Francesco mi sembrava di assistere ad una Sacra Rappresentazione medioevale sul sagrato della chiesa. Profonde le parole di Francesco con lunghi momenti di silenzio assoluto: pulizia mentale. Bellissima e coinvolgente la coreografia in cui ha partecipato anche il cielo con le luci soffuse del tramonto e quelle gocce di pioggia o di pianto che scendevano sul volto del Cristo crocifisso Il tutto estremamente commovente e coinvolgente.
Quante persone l’hanno seguita? Era pensabile solo un mese fa?
GIULY

  • Commento autoritario e non autorevole (suppongo) della amministratrice.
    Nemmeno la new entry è tenuta a condividerlo.
    Per ora mi faccio carico io di raccogliere le new entry e gestirle.
    E’ un sistema un po’ dittatoriale ma dopo la paziente (da parte mia) esperienza fallita di facebook – dove non intervengo più sfinita dai like, dalle battute che si rincorrono per un po’ poi sparisce tutto e si ricomincia – faccio a modo mio. Tanto leggere questo vecchio blog non è obbligatorio e se qualcuno vuol discutere mi scriva (i miei corrispondenti ricevono segnalazioni dei pezzi che mi sembra utile segnalare e per ciò stesso dispongono del mio indirizzo. Altrettanto potrà fare la new entry se crede) . A mia insindacabile decisione pubblicherà.
    Leggo spaventata che i miracolisti sono già emersi e chiacchierano di apparizioni contemporanee all’intervento del papa. Vadano a Medjugorje quando il signor covid19 consentirà.
    Il rosario della nota località croata è pubblicizzato da tale senatore Matteo Salvini di facile reperibilità per gli interessati del genere.
    Non vado oltre perché non voglio sciupare l’effetto del bel commento di giuly che condivido, ringraziandola..
29 Marzo 2020Permalink

30 gennaio 2020 – L’INDIFFERENZA CUSTODE DEL PREGIUDIZIO CHE GENERA ODIO

Posso trascrivere solo la breve ma significativa presentazione dell’articolo che segue perché al testo completo del dibattito è possibile arrivare solo con l’ascolto, un ascolto lungo (più di un’ora) ma molto importante e sarebbe cosa bella se qualcuno fosse così abile da trascriverl0 (link in calce)
Aiuta anche nella revisione di concetti che ancora ci vengono proposti come certezze e ci impediscono di leggere la storia senza pregiudizi che proteggono chi pur si esercitò nelle radici della violenza senza ammetterlo.

20 gennaio 2020   –  DALL’ANTIGIUDAISMO ALL’ANTISEMITISMO

La Giornata della Memoria celebra ogni anno il ricordo del 27 gennaio 1945, data in cui l’Armata Rossa entrò nel campo di concentramento di Auschwitz (Polonia).
In questo giorno speciale la Scuola della Cattedrale presieduta da Mons. Gianantonio Borgonovo, Arciprete del Duomo di Milano, propone una profonda riflessione su argomenti di fortissima attualità prendendo spunto dalla pubblicazione del volume Bibbia e antisemitismo teologico (Paideia, 2020).
Quando iniziò a elaborare la sua strategia per la conquista del potere, Adolf Hitler sapeva che il suo programma antisemita aveva bisogno di ottenere l’appoggio della teologia e della chiesa. Nel gennaio del 1933 Hitler divenne nuovo cancelliere del Reich.
Pochi mesi più tardi, Gerhard Kittel, stimato professore di Nuovo Testamento all’università di Tübingen ed esperto internazionale di ebraismo, pubblicò Die Judenfrage (La questione ebraica): in quest’opera, fondandosi sulla sua esegesi neotestamentaria, proponeva un regime di apartheid per gli ebrei tedeschi.
Anche Walter Grundmann, figura chiave del movimento Deutsche Christen (Cristiani tedeschi), utilizzò le sue competenze esegetiche per costruire un’immagine de-giudaizzata e ariana di Gesù nella sua opera Wer ist Jesus von Nazareth? (Chi è Gesù di Nazaret?), 1940.
Negli anni trenta e quaranta altri esegeti più moderati presero posizione su ebrei, ebraismo e antisemitismo.
Le loro opere sono esempi di come la chiesa e la teologia si siano occupate di ebrei ed ebraismo nella situazione di uno stato razzista.
L’evento, introdotto e coordinato da Armando Torno, si è tenuto lunedì 27 gennaio 2020 e ha visto la partecipazione di Daniele Garrone, Professore di Antico Testamento presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma, Gadi Luzzatto Voghera, Direttore della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, e di Mons. Gianantonio Borgonovo, Arciprete del Duomo di Milano e Professore di Antico Testamento presso la Facoltà Teologica

https://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.com/2020/01/dallantigiudaismo-allantisemitismo.html

Questo articolo fa seguito all’articolo di Daniele Garrone (biblista e pastore protestante valdese, docente di Antico Testamento alla Facoltà Valdese di Teologia), tratto dal Sole 24 Ore – 26 gennaio 2020 che ho pubblicato qualche ora fa.

30 Gennaio 2020Permalink

30 gennaio 2020 – L’indifferenza, custode dell’odio

“L’indifferenza racchiude la chiave per comprendere la ragione del male, perché quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore. L’indifferente è complice. Complice dei misfatti peggiori”. Sono alcune parole della ‘definizione d’autore che la senatrice a vita Liliana Segre, superstite dell’Olocausto e testimone della Shoah italiana, ha scritto per il vocabolario Zingarelli 2020”.

Giornata della memoria 2020 – Un commento di Daniele Garrone (biblista e pastore protestante valdese, docente di Antico Testamento alla Facoltà Valdese di Teologia), tratto dal Sole 24 Ore – 26 gennaio 2020

Alle radici dell’odio. Il processo che portò il secolare antigiudaismo cristiano a mutare nell’ancora più aberrante antisemitismo, concepito nel mondo tedesco dell’Ottocento

Noi accecati dal disprezzo per gli ebrei
In Germania, ma non solo, l’ostilità contro gli ebrei ebbe un’impennata negli anni Ottanta del XIX secolo e da allora non smise di crescere, fino alla Shoah. Una delle sinistre parole propagandistiche che ebbero subito grande seguito fu «gli ebrei sono la nostra disgrazia», messa in circolo nel 1879 da Heinrich von Treitschke (18341896). Il giornalista Wilhelm Marr (1819-1904) introdusse il termine «antisemitismo», e anche questa invenzione ebbe tragicamente grande fortuna. Il pastore luterano e predicatore alla corte prussiana Adolf Stoecker (1835-1909), fondatore di un Partito cristiano sociale in funzione antisocialista, cominciò anch’egli ad additare negli ebrei la principale minaccia per la nazione e il popolo tedeschi. Sono gli inizi di una deriva che porterà alla politica razzista del governo nazista e al sostegno di massa che essa ricevette. Il resto è storia tragicamente nota.
La riflessione avviata dopo la seconda guerra mondiale e dopo la Shoah da parte delle chiese cattolica e protestanti fece emergere che il peso che gravava su di esse non consisteva solo nel tracollo morale di quei cristiani che avevano sostenuto l’antisemitismo razzista o lo avevano assecondato o ignorato: occorreva risalire più indietro, a quello che l’ebreo francese Jules Isaac chiamò «l’insegnamento del disprezzo».
Le pietre d’inciampo, che ricordano le vittime della Shoah, fanno impattare anche sulla storia della cristianità e mettono di fronte all’«antigiudaismo cristiano», fatto non soltanto di pregiudizi volgari e di esplosioni odio, ma anche di insegnamenti veicolati nelle prediche, nella catechesi e nella teologia; di norme restrittive e oppressive imposte da una società che si concepiva come «cristiana». Se parliamo di «antigiudaismo», distinguendolo dall’antisemitismo otto e novecentesco con la sua dimensione razzista pseudoscientifica, non è per minimizzare il primo, ma per individuarne con maggiore precisione i tratti.
Una visione negativa dell’ebraismo e l’emarginazione degli ebrei hanno dominato la società cristiana per secoli e secoli. Quando gli antisemiti di fine Ottocento indicano negli ebrei «la nostra disgrazia» e li accusano di essere un corpo estraneo e non integrabile, al tempo stesso numericamente infimo eppure potentissimo, al punto da costituire una terribile minaccia per l’integrità del «popolo» e un pericolo per lo Stato, dirigono i loro strali contro un bersaglio a cui erano già state attribuite quelle stesse fattezze in secoli di polemica cristiana.
Per tutto il Medioevo, gli ebrei furono costretti da autorità cristiane a condurre un’esistenza ai margini della società, bollati da contrassegni che li rendessero identificabili, tollerati per convenienza oppure arbitrariamente espulsi, esclusi dalla maggior parte delle professioni, talora esposti alle aggressioni di folle che li ritenevano colpevoli di avvelenare pozzi, di profanare ostie per ripetere l’oltraggio a Cristo o di rapire e uccidere bambini cristiani per scopi rituali.
Questa misera esistenza imposta agli ebrei dal mondo «cristiano» veniva interpretata in base alla nozione di «popolo testimone», che risale a Sant’Agostino di Ippona: questa è la condizione degli ebrei perché questo è il castigo divino per il loro rifiuto del messia e per la sua morte, di cui sono ritenuti responsabili in solido, come popolo «deicida». Non devono scomparire, ma rimanere in questa condizione per testimoniare del trionfo della chiesa; l’errore e la colpa di cui pagano il fio devono, per contrasto, far emergere la superiorità del cristianesimo e attestarne la verità. È il messaggio che illustrano, in varie cattedrali medioevali (ad esempio, le cattedrali di Notre-Dame a Parigi, di Friburgo in Brisgovia, di Strasburgo; il duomo di Bamberga) le statue di due donne contrapposte: umiliata, accecata perché non riconosce la verità, la sinagoga; fiera e incoronata, la chiesa. Quello che era il popolo eletto viene considerato reietto, soppiantato dalla Chiesa che lo ha sostituito ed è divenuta il nuovo, anzi il vero, Israele.
Si insegna che una sola lettura delle Scritture ebraiche, il nostro Antico Testamento, è legittima: quella che porta a Cristo. È la rivendicazione dell’interpretazione cristiana della Bibbia ebraica come unica legittima che conduce Martin Lutero – che aveva promosso, in sintonia con l’Umanesimo, l’accesso al testo ebraico dell’Antico Testamento – alle sue drastiche affermazioni antiebraiche (Gli ebrei e le loro menzogne, 1543): travisano le Scritture, sono blasfemi, dunque non possono essere tollerati in mezzo alla cristianità; se ciò avvenisse, i cristiani sarebbero corresponsabili e ne dovrebbero rendere conto il giorno del giudizio. Di lì a poco, con la bolla Cum nimis absurdum (1555) di Papa Paolo IV, la Controriforma farà un ragionamento analogo: poiché è del tutto inconcepibile che gli ebrei, condannati da Dio alla schiavitù per il loro errore, vivano in mezzo ai cristiani, devono essere segregati in un quartiere chiuso: è la nascita dei ghetti.
Il bagaglio di preconcetti e stereotipi negativi che riassumiamo con il termine «antigiudaismo» ha fatto parte per secoli e secoli del bagaglio culturale del «cristiano qualunque», veicolato com’era nei discorsi «normali», nelle chiese e nel quotidiano, nella teologia come nell’immaginario. Quando entrarono in azione i personaggi di fine Ottocento citati all’inizio, la categoria dello «ebreo» esisteva già, anzi aveva radici secolari. Bastava ravvivarla nel contesto di un mondo che si andava industrializzando e urbanizzando e perciò era attraversato da fermenti sociali inediti; un mondo in cui i nazionalismi si rafforzavano proiettando risentimento contro un presunto elemento «estraneo», dissolutore dell’anima popolare sul fronte interno.
Dopo la Shoah, dapprima con fatica e poi con maggiore risolutezza e incisività, le chiese hanno cominciato a fare i conti con la storia tragica del loro rapporto con il popolo ebraico: pietre miliari sono la dichiarazione conciliare Nostra Aetate n. 4 in ambito cattolico-romano e pronunciamenti di sinodi di chiese protestanti.
Sempre di più, i vari aspetti del rapporto tra cristiani ed ebrei sono oggetto di indagini approfondite. Ne è un esempio il volume che verrà presentato a Milano domani 27 gennaio alla Scuola della cattedrale, dedicato ad alcuni degli esponenti dell’esegesi storica e critica sviluppatasi, prima in ambito protestante e soprattutto in Germania, a partire dall’Illuminismo. Ne emergono vari tratti: da visioni del giudaismo come decadimento rispetto all’ebraismo biblico, come angusto particolarismo contrapposto all’universalismo cristiano, fino a teologi che sostennero l’antisemitismo nazista, come nei casi di Rudolf Kittel e di Walter Grundmann; ma anche approcci più simpatetici, legati però al proposito di convertire gli ebrei. Un importante case study che si aggiunge ad altre ricerche, il cui numero cresce, e che devono continuare, non per additare dei colpevoli, ma per essere sicuri di essere cambiati noi.

L’analisi storica è essenziale, ma non esaurisce il compito che attende i cristiani: si tratta di nuovo del bagaglio di ogni «cristiano qualunque»: la conoscenza deve prendere il posto del pregiudizio o del sentito dire, il rispetto deve sostituire il sospetto e la polemica; la solidarietà con chi rimane altro da noi, eppure ci è così vicino, deve soppiantare l’inimicizia. Tanto più urgente di questi tempi, in cui in tutta Europa molti discorsi, amplificati dai social, assomigliano in modo preoccupante a quelli degli anni Venti e Trenta del secolo i cui errori e orrori credevamo sepolti per sempre.
Daniele Garrone

Giornata della memoria 2020 – Un commento di Daniele Garrone, docente di Antico Testamento (Facoltà Valdese di Teologia), tratto dal Sole 24 Ore

Si veda anche (i miei commenti fra qualche giorno)

2 novembre 2019.  Liliana Segre, una senatrice che si fa ostacolo all’indifferenza
Vi prego di prendere in considerazione la foto di Willi Brandt)
http://diariealtro.it/?p=6963

17 luglio 2019   Al Segretario di stato vaticano è noto il problema del certificato di nascita, negato ai nati in Italia, figli di sans papier
http://diariealtro.it/?p=6730

30 Gennaio 2020Permalink

17 dicembre 2019 – Una intervista che ci propone una pagina di storia

L’Espresso 17 novembre
Padre Sorge: «Ruini sbaglia a benedire Matteo Salvini. Il Vaticano fece lo stesso col Duce»

Il grande gesuita racconta i suoi tre Papi, la politica e gli attacchi contro Bergoglio. «Ci vuole un sinodo della chiesa italiana. Per dire che odio, razzismo e chiudere i porti ai naufraghi sono contro il vangelo»
di Marco Damilano

Nella mia lunga vita ho avuto tre sogni: diventare un santo sacerdote gesuita; impegnarmi con tutte le forze nella costruzione della città dell’uomo; realizzare con fede e amore la Chiesa del Concilio, rinnovata, libera dal potere, povera, in dialogo con il mondo. Il primo sogno, ahimè, è ancora tale, ma ho fiducia che il Signore lo compirà. Il secondo sogno l’ho visto realizzarsi progressivamente nel lungo arco della mia vita, soprattutto negli anni ’80, quando mi trovai a combattere la mafia che in Sicilia mirava al cuore dello Stato. Gli undici anni vissuti a Palermo li ho passati quasi tutti sotto scorta armata. Agostino Catalano, uno dei miei “angeli”, saltò in aria con Paolo Borsellino. Purtroppo non potei essere vicino a lui e alla sua famiglia, perché mi trovavo in America Latina. Il terzo sogno lo rincorro da 50 anni (cioè, dalla fine del Concilio), metà dei quali alla Civiltà Cattolica, accanto a tre grandi papi».
También están los jesuitas, si diceva in America Latina: se la situazione è disperata, ci sono i gesuiti. Eccone uno illustre, un grande vecchio italiano. Padre Bartolomeo Sorge il 25 ottobre ha compiuto novant’anni, parla nella casa di Gallarate che ospitò negli ultimi anni il cardinale Carlo Maria Martini. Ha diretto dal 1973 al 1985 la rivista Civiltà Cattolica, ha promosso la “primavera di Palermo” con il sindaco Leoluca Orlando negli anni ’80. Oggi usa i social. Un tweet su Matteo Salvini: «Non basta baciare in pubblico Gesù: l’ha già fatto anche Giuda». Si calca un basco nero sul capo e si racconta.

Nella leggenda nera dei suoi avversari lei è stato un potente gesuita, influente nella Chiesa e tra i politici cattolici. È vero che stava per essere nominato cardinale?
«L’ho saputo con certezza solo di recente, leggendo i documenti pubblicati documenti pubblicati da Stefania Falasca nel suo libro sulla morte di papa Luciani. Ho appreso che Giovanni Paolo I voleva mandarmi patriarca a Venezia al suo posto, rimasto vacante dopo la sua elezione al pontificato. Provvidenzialmente il cardinale Antonio Poma, presidente della Cei, si oppose e la ebbe vinta. Per due motivi. Il primo fu che, dopo la lettera di Enrico Berlinguer al vescovo Luigi Bettazzi, avevo auspicato che i cattolici non temessero di confrontarsi culturalmente con i comunisti. Il secondo, che fin dalla relazione finale che tenni al convegno della Chiesa italiana su “Evangelizzazione e promozione umana” (1976), prevedendo la fine della Dc, mi davo da fare affinché si trovasse un modo nuovo di presenza politica dei cattolici in Italia, diverso dal partito democristiano. Fu così che persi la gondola…».

Lei è un italiano del ’900. Che formazione ha avuto?
«Sono nato a Rio Marina, nell’isola d’Elba. La mia famiglia si trattenne qualche tempo in Toscana e poi si trasferì in Veneto. Morto mio papà in guerra, non ci siamo più mossi da Castelfranco. A 17 anni entrai nella Compagnia di Gesù, desideroso soprattutto di dedicarmi all’apostolato spirituale. Non avrei mai immaginato di finire in politica! Studiai filosofia nella facoltà dei gesuiti milanesi e teologia in Spagna, all’Università di Comillas. Erano gli anni della dittatura di Franco e, come da noi durante il fascismo, circolavano le barzellette. Un esempio? Un signore – raccontavano – giunge di corsa, tutto trafelato, al palazzo del Caudillo. Lo fermano: “Che cosa vuole? Perché tutta questa fretta?”. “Devo sparare un colpo a Franco”. “Beh! Allora si metta in coda!”».

Subito però i suoi superiori la spostarono sulla politica.
«È così. Terminata la formazione, nel 1960, fui inviato subito alla Civiltà Cattolica. Direttore era padre Roberto Tucci. Avevo appena 30 anni, mi concessero cinque anni di tempo per specializzarmi. Dopo un biennio alla facoltà di Scienze Sociali dell’Università Gregoriana, mi laureai in scienze politiche alla Sapienza di Roma e cominciai a “scarabocchiare” sulla rivista, Divenni così politologo, giornalista e vice-direttore, finché il generale dei gesuiti padre Pedro Arrupe, nel 1973, mi nominò direttore. In quella posizione, privilegiata ma piena di responsabilità, fui testimone diretto del periodo più difficile del post-Concilio. Gli anni esaltanti della rinascita e della nuova e tormentata primavera ecclesiale».

Gli anni, anche, dell’inverno: il terrorismo, le divisioni e la contestazione nella Chiesa, la fine del pontificato di Paolo VI e l’elezione del papa polacco Giovanni Paolo II che si abbatté sul cattolicesimo italiano.
«Finché visse Paolo VI, ebbi sempre le spalle coperte. Il papa mi voleva bene e mi incoraggiava. Un giorno, in un’udienza privata, mi disse: “Lei, padre, fa sempre un passo avanti, prima che arriviamo noi”, ma aggiunse subito: “vada avanti! Prosegua sempre nella fedeltà adulta al Magistero della Chiesa” (parole sue!). Nei dodici anni della mia direzione, la rivista fu sempre improntata alla linea di papa Montini. Le prime difficoltà iniziarono per me nel 1978 quando, morto Paolo VI e dopo la meteora di papa Luciani, venne eletto papa Giovanni Paolo II. Nella Chiesa italiana il clima cambiò visibilmente. A partire dal Convegno ecclesiale di Loreto nel 1985, l’interpretazione profetica del Concilio, sostenuta con coraggio e sapienza da Montini, fu lasciata cadere. La visione wojtyliana di una Chiesa “forza sociale”, apertamente schierata in difesa dei “valori non negoziabili”, prese il sopravvento sulla visione montiniana della Chiesa del dialogo e della “scelta religiosa”».

La scelta religiosa era il distacco dal collateralismo, del voto per la Dc. Contestata dal nuovo potere forte del mondo cattolico: Comunione e liberazione.
«Il modello principale dell’impegno dei laici nel mondo, costituito dall’Azione Cattolica, fu messo in discussione dall’affermarsi del nuovo stile battagliero e militante di Comunione e Liberazione, più vicino allo stile di papa Wojtyla. In una intervista al Sabato (settimanale di Cl) mi permisi di farlo notare: “Se oggi avessi 17 anni, sarei certamente un ciellino. Infatti trovo in Cl quell’entusiasmo che ieri, da ragazzo, mi attrasse nell’Azione Cattolica. Il problema è che, tra ieri e oggi, c’è stato di mezzo il Concilio, il quale ha spiegato chiaramente che il Signore ci comanda di salare il mondo, non di trasformare il mondo in una saliera!” Non l’avessi mai detto! Non me l’hanno più perdonato, neppure a distanza di anni».

Infatti lei fu estromesso dalla direzione di Civiltà Cattolica.
«Di fronte alle crescenti difficoltà che incontravo nel mantenere la rivista fedele alla linea montiniana, ne parlai con il padre generale Hans-Peter Kolvenbach: “Se bisogna cambiare linea editoriale, è meglio cambiare il direttore”. Quando fui destinato a Palermo, in molti scrissero: padre Sorge è stato spedito in esilio. In realtà, il Centro Studi Sociali dei gesuiti di Palermo stentava a decollare, mentre la situazione in Sicilia era drammatica. Bisognava fare qualcosa. Nacque così l’Istituto di formazione politica Pedro Arrupe, che segnò l’inizio del proliferare delle scuole sociali e politiche, un po’ in tutte le diocesi italiane».

Il centro Arrupe approvò e sostenne la giunta di Leoluca Orlando con la Dc e insieme il Pci, che, alla fine degli anni ’80, diede origine alla Primavera di Palermo, divenendo un caso nazionale. Per questo, lei e padre Ennio Pintacuda foste attaccati dai socialisti con Claudio Martelli, , dagli andreottiani e perfino dal presidente Cossiga. Vi paragonavano ai gesuiti rivoluzionari del ‘700 in America Latina, quelli del film “Mission”…
«Mi rendevo perfettamente conto della delicatezza della situazione politica, che si sarebbe creata dando vita alla giunta di Palermo. Ma era necessario farlo, se si voleva rompere il predomino che la mafia aveva in città. Ricordo il decisivo intervento di Sergio Mattarella, che al telefono, senza mai alzare la voce ma portando convincenti ragioni politiche, vinse in extremis le ultime resistenze di chi a Roma si opponeva al varo della giunta Orlando. Fu un’esperienza difficile, ma piena di speranza».

Il 16 novembre 1989, in Salvador, sei gesuiti e due donne furono trucidati all’università dagli squadroni della morte. Tra loro il rettore padre Ignacio Ellacuría. In Sicilia in quegli anni la mafia uccise un prete, padre Pino Puglisi, e lei girava sotto scorta.
«Furono anni terribili. Ma non dimenticherò mai la gioia che provai quando vidi l’intera città di Palermo reagire apertamente contro la mafia, superando la paura e l’omertà che l’avevano tenuta a lungo inchiodata. Finalmente si era svegliata la coscienza popolare, reagendo alla rassegnazione dominante, che mi aveva impressionato negativamente, quando giunsi in Sicilia».
Che pontefice è il primo gesuita papa, Francesco?
«Per me, è una prova che Dio guida la storia e la Chiesa. C’era bisogno di un papa che avesse il coraggio evangelico di riprendere il cammino della riforma interna della Chiesa, voluta dal Concilio, proseguendo l’opera iniziata da Paolo VI e rimasta interrotta con la sua morte, dopo che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, con altrettanta generosità, si erano spesi per rinnovare i rapporti ad extra della Chiesa con il mondo. Erano da prevedere le reazioni violente, che oggi si abbattono su papa Francesco da parte di chi, in fondo, dimostra solo di non aver veramente accettato il Concilio».

Qual è lo scontro nella Chiesa di papa Bergoglio?
«Il problema sta nella interpretazione del Concilio. Nella Chiesa si sono confrontate, fin dall’inizio, la lettura profetica, fatta da Giovanni XXIII, da Paolo VI e da Papa Luciani, e l’altra lettura (del tutto legittima) di natura prevalentemente giuridica, come si è sempre applicata in passato nella interpretazione dei testi dei 20 precedenti concili ecumenici. Non si tratta di un confronto astratto e teorico, coinvolge la vita concreta e le scelte quotidiane dei cristiani».

Vale anche per la Chiesa italiana? In Italia le chiese si svuotano e la maggior parte degli italiani si disinteressa delle discussioni interne dei vescovi e del clero. Mentre, per beffa, la rappresentazione del cristianesimo sembra occupata sulla scena pubblica da Matteo Salvini, che brandisce la corona del rosario nelle piazze e perfino nell’aula del Senato?
«Credo che nella Chiesa italiana si imponga ormai la convocazione di un Sinodo. I cinque Convegni nazionali ecclesiali, che si sono tenuti a dieci anni di distanza uno dall’altro, non sono riusciti – per così dire – a tradurre il Concilio in italiano. C’è bisogno di un forte scossone, se si vuole attuare la svolta ecclesiale che troppo tarda a venire. Solo l’intervento autorevole di un Sinodo può avere la capacità di illuminare le coscienze sulla inaccettabilità degli attacchi violenti al papa, sulla natura anti-evangelica dell’antropologia politica, oggi dominante, fondata sull’egoismo, sull’odio e sul razzismo, che chiude i porti ai naufraghi e nega solidarietà alla senatrice Segre, testimone vivente della tragedia nazista della Shoah, sull’assurda strumentalizzazione politica dei simboli religiosi, usati per coprire l’immoralità di leggi che giungono addirittura a punire chi fa il bene e salva vite umane. La Chiesa non può più tacere. Deve parlare chiaramente. È suo preciso dovere non giudicare o condannare le persone, ma illuminare le coscienze».

Però un ecclesiastico importante ha parlato, è il cardinale Camillo Ruini. Per dire che Salvini reagisce alla scristianizzazione e con lui la Chiesa deve parlare, per farlo maturare. Lei lo esorcizza, Ruini lo benedice.
«Nella storia della Chiesa italiana, Ruini è l’ultimo epigono autorevole della stagione di papa Wojtyla. Giovanni Paolo II, dedito totalmente alla sua straordinaria missione evangelizzatrice a livello mondiale, di fatto rimise nelle mani di Ruini le redini della nostra Chiesa, nominandolo per 5 anni segretario generale della Cei, per 16 anni presidente dei vescovi e per 17 anni vicario generale della diocesi di Roma. Per quanto riguarda il suo atteggiamento benevolo verso Salvini, dobbiamo dire che è del tutto simile a quello che altri prelati, a suo tempo, ebbero nei confronti di Mussolini. Purtroppo la storia insegna che non basta proclamare alcuni valori umani fondamentali, giustamente cari alla Chiesa, se poi si negano le libertà democratiche e i diritti civili e sociali dei cittadini».

Ruini afferma anche di considerare irrilevante e finito il ruolo dei cattolici democratici, che lui chiama «il cattolicesimo politico di sinistra», e invece si compiace per la sua scelta di influenzare il centrodestra: quasi la rivendicazione di un ruolo strategico. Anche per lei è così?
«Una opinione personale, per quanto autorevole e degna di rispetto, non riuscirà mai a cambiare la storia o a riscriverla in modo diverso da quella che essa veramente fu».

E di Matteo Renzi che pensa? Anche lui è un bersaglio dei suoi tweet.
«Ripeto il giudizio che ne ho dato pochi giorni fa. È impressionante vedere che, nel momento in cui la crisi politica si fa più acuta, emerge sempre l’uno o l’altro personaggio che mira a porsi come l’uomo solo al comando, l’uomo della Provvidenza. Sia Berlusconi, sia Renzi, sia Salvini mostrano la medesima propensione. Nessuno di loro, dopo le sconfitte subite, ha mai pensato di farsi da parte, come sarebbe stato logico e onesto. Ciascuno di loro ha continuato a ritenersi il salvatore d’Italia! È un sintomo caratteristico del populismo, di una malattia mortale della democrazia, che più di una volta, ha già spianato la strada a regimi totalitari e alla dittatura»

Faccia un altro sogno, in conclusione.
«La mia è un’età, nella quale i sogni non si fanno più, ma si raccontano. Rimane invece sempre viva la speranza, che come si dice è l’ultima a morire. La mia speranza è questa: che i giovani, dopo aver letto il racconto che ho fatto dei tre sogni della mia vita, continuino – loro sì – a sognare e s’impegnino con entusiasmo a proseguire il rinnovamento della Chiesa e dell’Italia».

http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2019/11/15/news/a-benedire-salvini-ruini-sbaglia-1.340844

17 Dicembre 2019Permalink