7 aprile 2022 – Giancarla Codrignani fra l’ecumenismo velleitario e l’elogio di Erasmo da Rotterdam

QUALE BILANCIO DEL NOSTRO VELLEITARIO ECUMENISM?                          Aprile 2022
Giancarla Codrignani

Li chiamiamo “fratelli ortodossi” ma oggi, per colpa di una guerra, chi sono davvero per noi? Francesco conferma l’abbraccio ai “fratelli”, ma non può, anche se vorrebbe, ripetere la mediazione che fu possibile a Giovanni XXIII quando il mondo rabbrividì per il pericolo dell’istallazioni di missili balistici sovietici a Cuba, una provocazione piena di minacce per gli Usa di Kennedy e la Russia di Krusciov: era il 1962 e la logica delle sfide e relativo onore da salvare – che connota i maschi e anche i governi (oggi contagia anche la vicepresidente americana Pamela Harris)- imponeva la risposta armata, un’altra guerra “mondiale” vent’anni dopo la “seconda”.
A nulla erano valsi i tentativi e i Due Grandi – che non volevano arrivare all’amato ok corral anche nel Far West americano – trovarono non indecoroso cedere al Papa.
Oggi Francesco non può permetterselo. La chiesa ortodossa ha sofferto il dramma dello scisma del patriarcato di Kiev che nel 2019 si è proclamato “autocefalo” ottenendo la legittimazione del patriarcato di Alessandria e degli ortodossi greci, non dal patriarcato istituzionale di Costantinopoli.  L’azione anarchica e, soprattutto, nazionalista dell’ortodossia ucraina si è di fatto resa responsabile del distacco politico dal patriarcato di Mosca da cui dipendeva.
Una vertenza sull’autocefalia non fa ridere, tanto più in questo momento e nonostante il buon senso che vorrebbe le chiese disimpegnate dagli interessi dei governanti. In questi giorni non si tratta più, infatti, di questioni teologiche, ma di quel potere che non è solo giuridico e canonico, ma amministrativo e politico. Il patriarca di Mosca Kiril nega la legittimazione del patriarcato di Kiev nel momento in cui è chiara la sua opposizione alla Russia di Putin e allo stesso modo il dittatore post sovietico intende recuperare a gloria della Santa Madre Russia, l’impero russo zarista con la benedizione del patriarca di Mosca. Solo che la fraternità e la comunione se ne vanno senza Cristo dietro la guerra.

intanto anche noi siamo rimasti fuori dal cuore dell’ecumenismo. Bisogna che confessiamo di essere clericali: preghiamo, studiamo (pochi) teologia ecumenica, facciamo bellissimi convegni.
In realtà siamo sempre noi (cattolici) la maggioranza; inevitabile, ma anche poco sensibili alla solitudine ignara del mondo cattolico di base non coinvolto nella ricerca di una fraternità confessionale di reciproca libertà. In genere nelle parrocchie non si conosce neppure il significato dell’impegno: siamo prigionieri della tradizione “colta” di una pratica detta “ecumenica”, che, se vuol dire universale, sarebbe meglio tradurla. Ma, di fatto, mi sento – proprio per il mio interesse rimasto di nicchia oggi più di quando il Sae prese il volo con Maria Vingiani – in difficoltà: sono arrivati tanti ortodossi in questo mese di guerra, tutti accolti con emozione condivisa, per la libertà dell’Ucraina. Ma la maggioranza degli arrivati trova qui da noi i/le parenti che lavorano in Italia: molte badanti hanno potuto accogliere la madre o la sorella con i bambini per la generosità delle famiglie dove da anni curano un nostro anziano.

Ma non le abbiamo mai viste alle nostre riunioni.

Ai margini, per chi cerca di dare senso all’ecumenismo, c’era stato il caso di Bose.
La formula postconciliare della Comunità monastica di Enzo Bianchi si è modificata diventando “monastero”, una trasformazione chiaramente alternativa anche sul piano della spiritualità e delle tematiche di studio. La Comunità era nata mista, comprensiva di uomini e di donne, non era riservata a soli presbiteri (l’abate Enzo Bianchi non lo è) e nemmeno ai soli cattolici. Infatti nell’attività di ricerca privilegiava la relazione e lo studio dell’ortodossia. Ricordando questa “fratellanza” sempre aperta alla partecipazione, non si può non pensare all’importanza che poteva avere la relazione con i vari patriarcati nella tragedia della guerra attuale che ha sciaguratamente approfondito il solco tra Kiev e Mosca anche sul versante religioso cristiano. La chiesa di Mosca invece di accogliere l’unità di fede come sostegno comune nella situazione blasfema della guerra, ha scelto di accettare la sfida e seguire la tradizione conservatrice che vuole l’Occidente corrotto e immorale e il primato della madre Russia. Anche se Papa Francesco, dopo essere stato bloccato dalla tensione tra i patriarcati, riuscirà, senza interferire in casa altrui, a richiamare Kiril all’abbraccio cristiano con il papa cattolico romano, la guerra estrema farà pagare cari i suoi costi, tra cui la frustrazione di quando i conflitti entrano nelle chiese.

LA GUERRA 12  è passato un mese dall’inizio  Giancarla Codrignani

La storia che abbiamo alle spalle, ma anche la testimonianza della libertà di opinione:

Nel 1511 esce l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam .

Non si usa più far miracoli: roba d’altri tempi. Insegnare ai fedeli è faticoso; interpretare le Sacre Scritture è lavoro da farsi a scuola; pregare è una perdita di tempo; spargere lacrime è misero e femmineo; vivere in povertà̀ è spregevole. Turpe la sconfitta e indegna di chi a mala pena ammette il re al bacio dei suoi piedi beati: infine, spiacevole la morte, e infamante la morte sulla croce.

Rimangono solo le armi e le “dolci  benedizioni” di cui parla san Paolo, e di cui fanno uso con tanta larghezza: interdetti, sospensioni, condanne aggravate, anatemi, esposizione di ritratti a titolo di vergogna, e quella tremenda folgore con cui, a un cenno del capo, mandano le anime dei mortali all’inferno e oltre. Di quella folgore, i santissimi padri in Cristo, e di Cristo vicari, si servono col massimo della violenza, soprattutto contro coloro che, per diabolico impulso, tentano di rimpicciolire e rosicchiare il patrimonio di Pietro. Benché́ le parole dell’Apostolo nel Vangelo siano: “Abbiamo abbandonato tutto e ti abbiamo seguito”, essi identificano il patrimonio di Pietro con i campi, le città, i tributi, i dazi, il potere. E mentre, accesi dall’amore di Cristo, combattono per queste cose col ferro e col fuoco, non senza grandissimo spargimento di sangue cristiano, credono di difendere apostolicamente la Chiesa, sposa di  Cristo, annientando da valorosi quelli che chiamano i nemici.

Come se la Chiesa avesse nemici peggiori dei pontefici empi; di Cristo non fanno parola: fosse per loro, svanirebbe nell’oblio; legiferando all’insegna dell’avidità, lo mettono in catene; con le loro interpretazioni forzate ne alterano l’insegnamento; coi loro turpi costumi lo uccidono.

Poiché́ la Chiesa cristiana è stata fondata, rafforzata e ingrandita col sangue, ora, come se Cristo fosse morto lasciando i fedeli senza una protezione conforme alla sua legge, governano con la spada, e, pur essendo la guerra una cosa tanto crudele da convenire alle belve più che agli uomini, tanto pazza che anche i poeti hanno immaginato fossero le Furie a scatenarla, così rovinosa da portare con sé la totale corruzione dei costumi, tanto ingiusta da offrire ai peggiori predoni la migliore occasione di affermarsi, tanto empia da non avere nulla in comune con Cristo, tuttavia, trascurando tutto il resto, fanno solo la guerra. Si possono vedere vecchi decrepiti che, inalberando un vigoroso spirito giovanile, non si sgomentano davanti alle spese, non cedono alle fatiche, non indietreggiano di un pollice se si trovano a mettere a soqquadro le leggi, la religione, la pace, l’intero genere umano. Né mancano colti adulatori, pronti a chiamare questa evidente follia zelo, pietà, fortezza, escogitando stratagemmi che permettono d’impugnare il ferro mortale e di immergerlo nelle viscere del fratello senza venir meno a quella suprema carità̀ che secondo il dettato di Cristo un cristiano deve al suo prossimo.

7 Aprile 2022Permalink

31 marzo 2022 – Sintetizzo alcune documentazioni che ho raccolto nel mio blog nei giorni precedenti e nel 2020

Per correttezza riporto i link anche alle pagine del mio blog, oltre che alle fonti.

30  marzo 2022  Da Il Mulino  12 marzo:
Le chiese in Ucraina e la sfida della pace ?                        di Adalberto Mainardi
https://www.rivistailmulino.it/a/le-chiese-in-ucraina-e-la-sfida-della-pace
https://diariealtro.it/?p=7895

Da Il Foglio  29 marzo 2022  Quella di Putin è la prima dichiarazione di guerra ufficiale all’omosessualità                di  Adriano  Sofri
https://www.ilfoglio.it/piccola-posta/2022/03/29/news/quella-di-putin-e-la-prima-dichiarazione-di-guerra-ufficiale-all-omosessualita–3853885/
https://diariealtro.it/?p=7893

Avevo sfiorato l’argomento (in un contesto evidentemente diverso ) nel 2020 e riporto quanto scritto nel mio blog:

« 13 giugno 2020   Quanto i vescovi non dicono il vero
Provo a scrivere le mie sempre più sconsolate considerazioni in merito all’intreccio pericoloso e per me inaccettabile sulle motivazioni con cui i Vescovi italiani si oppongono alla proposta di legge
“ … contrasto dell’omofobia e della transfobia  nonché delle altre discriminazioni riferite all’identità sessuale” (C 107) .
I vescovi non attaccano frontalmente la proposta, la aggirano affermando –  che “non si riscontra alcun vuoto normativo o lacune – che giustifichino l’urgenza di nuove disposizioni»..
https://diariealtro.it/?p=7334

L’affermazione precedente non è vera:  la violenza omofobica è sempre presente e documentata  e il vuoto normativo c’è:  ci sono nati in Italia cui viene negato per legge il nome e l’identità riconosciuta.
E anche questa (a mio parere) è violenza.

Le “nuove disposizioni” che chiedo da anni (devo dire in un clima di sconsolante isolamento quale spetta a una vecchia pensionata)  riguardano l’abrogazione dell’art. 1 comma 22 lettera  G della legge 94/2009 (“Disposizioni in materia di sicurezza pubblica”) . Tale norma , imponendo la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione dell’atto di nascita di un figlio  in Italia ,  può  ridurre  genitori non comunitari irregolari a uno stato di paura tale da  indurli a  non registrare  la nascita di un loro bambino per non scoprire la loro condizione.
Esiste una circolare che consente ciò che la legge nega  ma è ben chiaro che non si può chiedere ai migranti di destreggiarsi fra leggi e circolari. Inoltre la circolare che porta il n. 19/2009 (Ministero dell’interno) NON è in alcun  modo diffusa.
Mentre preciso che l’abrogazione di cui ho scritto non comporta onere di spesa ed è sostanzialmente  la ripresentazione  del testo della cd legge Turco Napolitano, segnalo che ho ottenuto dalla consapevole cortesia del direttore della   Caritas  Italiana una informazione importante che mi ha consentito di proporre in un mio pubblico intervento, trascritto anche nel sito equal uniud diritto antidiscriminatorio dell’Università di Udine lo scorso gennaio.

Copio:
« Il dr. Forti, questo il suo nome, ha scritto ribadendo l’iscrizione alla nascita come diritto costituzionalmente garantito ma testimoniando nel contempo il fatto che l’efficacia della circolare non è assoluta.
Leggo  e trascrivo: “Ad oggi purtroppo non tutte la anagrafi seguono pedissequamente la citata circolare che stabilisce: Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto».

 

 

 

31 Marzo 2022Permalink

30 marzo 2022 – LE CHIESE IN UCRAINA E LA SFIDA DELLA PACE

LE CHIESE IN UCRAINA E LA SFIDA DELLA PACE

12 MARZO 2022           Le chiese in Ucraina si presentano all’appuntamento della storia tragicamente divise. Chi sono e come vedono se stessi i cristiani in Ucraina? Come le chiese hanno risposto al conflitto?
Che cosa è cambiato con la guerra?                                                         di Adalberto Mainardi

Il panorama religioso dell’Ucraina contemporanea vede oltre cinquanta religioni ufficialmente registrate. Chiesa maggioritaria è la Chiesa ortodossa ucraina, canonicamente parte del Patriarcato di Mosca, ma con uno statuto di ampia autonomia accordato nel concilio episcopale del 1990 e confermato dal concilio locale della Chiesa ortodossa russa del 2009 (lo stesso che elesse l’attuale patriarca Kirill). Capo della Chiesa ortodossa ucraina è il metropolita di Kiev, consacrato dal patriarca di Mosca ma eletto dall’episcopato ucraino (l’attuale metropolita Onufrij Berezovskii è stato eletto nel 2014).

Nel 1992 si era però formata la Chiesa ortodossa ucraina-Patriarcato di Kiev, con un seguito di alcuni milioni di fedeli, non riconosciuta dalle altre chiese ortodosse. Inoltre nel 1990, dopo l’incontro con Giovanni Paolo II, Gorbačev legalizzò la Chiesa greco-cattolica ucraina, che poté uscire dalla clandestinità cui era stata costretta da Stalin nel 1946. La convivenza delle tre comunità negli anni Novanta fu caratterizzata da tensioni ed episodi di violenza, che si riverberarono sullo stesso dialogo teologico cattolico-ortodosso, con una lunga battuta d’arresto fino al 2006.

Ma è l’autocefalia della Chiesa ucraina il nodo attorno a cui si stringono i problemi dell’ortodossia contemporanea. Nel 2016 il concilio panortodosso di Creta non riusciva ad affrontare il problema di quale Chiesa avesse il diritto di concedere a un’altra l’autocefalia (cioè la piena indipendenza):
il patriarca ecumenico di Costantinopoli? O la Chiesa madre? O l’insieme delle Chiese ortodosse? Per motivi diversi, quattro Chiese ortodosse disertarono l’assise di Creta: Mosca, Antiochia, la Chiesa ortodossa bulgara e la Chiesa di Georgia. A livello panortodosso, il problema canonico della concessione dell’autocefalia rimase irrisolto e lo scisma della Chiesa ucraina drammaticamente aperto.

Dopo l’annessione russa della Crimea e la destabilizzazione del Donbass nel 2014, la spinta politica a creare una Chiesa ucraina autocefala «canonica» crebbe considerevolmente. La metropolia di Kiev, culla storica della Chiesa ortodossa russa, dipendeva canonicamente dal patriarca di Costantinopoli fino alla fine del XVII secolo, quando la situazione politica ne provocò il passaggio al patriarcato di Mosca (eretto nel 1589). Nel 2018, il patriarca ecumenico Bartolomeo ritenne di revocare il tomos patriarcale del 1686 che concedeva al patriarca di Mosca il privilegio di consacrare il metropolita di Kiev. I fedeli fino ad allora ritenuti scismatici della Chiesa ortodossa ucraina-Patriarcato di Kiev e della minoritaria Chiesa ortodossa autocefala ucraina furono accolti nella comunione con Costantinopoli e in un concilio, alla presenza di due esarchi nominati dal patriarca ecumenico, costituirono la Chiesa ortodossa d’Ucraina (15 dicembre 2018).

A questa Chiesa, nel gennaio 2019, Bartolomeo concesse l’autocefalia. L’evento fu salutato dall’allora presidente ucraino Petro Poroshenko, che l’aveva fortemente voluto, come un nuovo «battesimo della Rus’», e la nascita di «una Chiesa senza Putin, ma una Chiesa con Dio e con l’Ucraina». Il Patriarcato di Mosca reagì rompendo la comunione eucaristica con Costantinopoli  e con le Chiese che successivamente riconobbero la Chiesa ortodossa d’Ucraina (la Chiesa greca, il Patriarcato di Alessandria e la Chiesa di Cipro).

La Chiesa ortodossa ucraina, rimasta fedele a Mosca, fu oggetto di attacchi e discriminazioni. Un progetto di legge imponeva di rinominarla «Chiesa ortodossa russa in Ucraina» (una disposizione che avrebbe potuto privarla dell’antichissimo monastero delle Grotte di Kiev). Il capo delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, metropolita Ilarion Alfeev, nell’aprile 2021 protestò energicamente: «Il centro di questa Chiesa non è Mosca, ma Kiev: è una Chiesa indipendente, elegge i propri vescovi e il proprio primate. Non è una Chiesa di russi, ma di ucraini».

La guerra di Putin ha agito come detonatore in una situazione ecclesiale attraversata da tensioni irrisolte.  Le reazioni delle Chiese le hanno rese manifeste

Non sorprendono i toni del primate della Chiesa ortodossa d’Ucraina, metropolita Epifanij («un cinico attacco […] nostro comune compito è respingere il nemico, difendere la patria, il nostro futuro dalla tirannia dell’aggressore»), o dell’Arcivescovo maggiore della Chiesa greco cattolica ucraina, Svjatoslav Sevchuk («il nemico fraudolento ha invaso il suolo ucraino, portando con sé morte e devastazione […] è sacro dovere di ciascuno difendere la patria […] La vittoria dell’Ucraina sarà la vittoria della potenza di Dio sulla bassezza e l’insolenza dell’uomo»).

Ma se Putin, che ancora il 21 febbraio definiva la Chiesa ortodossa ucraina «perseguitata» dal regime di Kiev, si aspettava da essa un appoggio, si sbagliava. In un appassionato appello «al presidente della Russia» nel giorno dell’invasione, il metropolita Onufrij chiede di «fermare immediatamente la guerra fratricida […] Una guerra simile non ha giustificazione né per Dio né per l’uomo». Se individua la responsabilità del presidente russo, il messaggio di Onufrij non cede alla tentazione di invocare da Dio la vittoria sul nemico. Non c’è un nemico da distruggere, ma un fratello che non abbiamo il diritto di uccidere.

Le parole di Onufrij hanno reso più imbarazzante il silenzio del patriarca Kirill, che solo la sera del 24 febbraio si rivolge ai «fedeli figli della Chiesa ortodossa russa» senza parlare di guerra («questi eventi», «sventura») ed esortando «tutte le parti in conflitto a fare il possibile per evitare vittime civili». La cautela di Kirill, del resto, è condivisa. L’Unione dei battisti russi nel suo appello per la pace sostituisce la parola «guerra» con l’espressione «situazione complicata ai confini con l’Ucraina».

La dichiarazione del patriarca è parsa insufficiente al suo stesso clero, se oltre 250 preti e monaci hanno sottoscritto un appello in cui chiedono «la cessazione della guerra fratricida in Ucraina»,
di non perseguire per legge chi manifesta per la pace, «perché questo è il comandamento divino: “Beati gli operatori di pace”». Il 28 febbraio il sinodo della Chiesa ortodossa ucraina domanda con insistenza al patriarca di Mosca di «dire la sua parola di primate sulla cessazione del versamento fratricida di sangue in Ucraina». Il 2 marzo il segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese di Ginevra, Ioan Sauca, ortodosso romeno, chiede ufficialmente a Kirill «di mediare perché la guerra possa essere fermata», e di «far sentire la sua voce per i fratelli e le sorelle che soffrono».

Nell’omelia della Domenica del perdono (6 marzo), che precede l’inizio della Quaresima, il patriarca Kirill sembra rispondere a queste sollecitazioni. Parla del «deterioramento della situazione nel Donbass» e individua come ragione dell’ostilità verso la Repubblica separatista il suo intransigente rifiuto al gay pride, biglietto di ingresso nel felice mondo del consumismo e dell’apparente «libertà» (un’eco del discorso di Ivan Karamazov contro la teodicea della modernità?). La guerra in corso, sembra dire il patriarca, è una lotta escatologica tra il bene e il male, ne va «della salvezza umana, di dove l’umanità si colloca», tra i sommersi o i salvati, «alla destra o alla sinistra di Dio Salvatore, che viene nel mondo come Giudice e Datore della ricompensa». Non tutti se ne rendono conto, prosegue. Bisogna chiamare peccato ciò che è peccato. L’omosessualità è un peccato. Negarlo è defraudare Dio del suo ruolo di giudice.
Da otto anni, nel silenzio dell’Occidente, è in corso un genocidio nel Donbass (una guerra dimenticata che ha già fatto 19.000 vittime). La sofferenza degli abitanti del Donbass è la sofferenza dei martiri. Si tratta di «una lotta che non ha un significato fisico ma metafisico».

L’omelia del patriarca ha lasciato stupefatti molti commentatori. Certo, mentre chiede di pregare per il popolo ortodosso del Donbass, Kirill dimentica che in Ucraina c’è un altro popolo ortodosso che è il suo stesso gregge; quando ricorda che perdonare è cessare di odiare il nemico, non si accorge che sta costruendo un nemico «esterno» (l’Occidente corrotto) addossandogli la responsabilità «più pesante», cioè di allargare «l’abisso tra i fratelli, colmandolo di odio, malizia e morte» (la guerra tra Russia e Ucraina), e sta assolvendo il presidente russo.

Ma la sua parola non deve stupire. Non è, banalmente, la degradazione dell’ideale evangelico a poltiglia ideologica. È il coerente sviluppo dell’idea del «mondo russo» (Russkij mir), costruita all’inizio degli anni Duemila. Un’idea di civiltà e insieme un’impresa politica, che tiene insieme eredità culturale e valori religiosi, principi etici tradizionali e capacità performativa post-secolare, una versione 2.0 della «Idea russa» combinata con l’ideale romantico della «Santa Rus’», di cui sarebbero portatori i popoli usciti dal battesimo nel Dniepr, russi, ucraini, bielorussi, come un’unica civiltà con una specifica missione: testimoniare un’alternativa valoriale allo smarrimento etico dell’Occidente, che dietro l’ipocrita difesa dei diritti umani nasconde l’idolo unico del profitto. Non è casuale la consonanza con la persuasione putiniana che russi e ucraini (e bielorussi) siano un unico popolo, fratelli che non possono e non devono abitare in case straniere. Il patriarca del resto ha salutato con favore gli emendamenti alla Costituzione russa del 2020, che introducono la menzione di Dio (art. 67,1 comma 2), la difesa del matrimonio come unione tra uomo e donna (72, comma 1), la promozione dei valori tradizionali della famiglia (114, comma 1).

Il conflitto ucraino sta brutalmente mostrando che il «mondo russo» non è più armonico del mondo occidentale. L’unità religiosa non è rafforzata dalle bombe ma polverizzata. Numerose parrocchie e vescovi della Chiesa ortodossa ucraina hanno cessato di menzionare il nome del patriarca nell’anafora eucaristica. Il solco scavato dalla guerra tra il patriarca di Mosca e la Chiesa ortodossa ucraina sta però anche segnalando che le ragioni della divisione tra le Chiese in Ucraina non sono così profonde. Non toccano l’essenza della fede. Forse la tragedia della guerra può aiutare le Chiese a comprendere che il Vangelo chiede un parlare chiaro: sì, sì, no, no. Chiede di chiamare la guerra «guerra», il peccato «peccato». Di dire che la divisione è un peccato, che la guerra è un peccato. Che solo l’amore salva. Che l’invocazione della pace deve radicarsi nella verità e nella giustizia, nella promozione della libertà e della vita dell’altro.

https://www.rivistailmulino.it/a/le-chiese-in-ucraina-e-la-sfida-della-pace

30 Marzo 2022Permalink

23 marzo 2021 – Nel mirino della Cdf la Chiesa tedesca. Che risponde picche    Ludovica Eugenio

Tratto da: Adista Notizie n° 12 del 27/03/2021
19/03/2021 Nel mirino della Cdf la Chiesa tedesca. Che risponde picche    Ludovica Eugenio

40589 ROMA-ADISTA. Il Responsum della Congregazione per la Dottrina della Fede (Cdf) che esclude la possibilità di celebrare riti di benedizione per le coppie omosessuali (v. qui) ha provocato, come era prevedibile, reazioni molto accese. Soprattutto perché si coglie l’inquietudine del Vaticano nei confronti delle iniziative volte, in particolare nella Chiesa tedesca, a trovare soluzioni a questo riguardo: il Cammino sinodale che lì si sta svolgendo prende infatti in esame anche il tema dell’inclusione ecclesiale delle persone omosessuali e di una forma liturgica di benedizione delle coppie gay. E come ci si poteva attendere, i primi a fare un salto sulla sedia sono proprio i vescovi tedeschi, primo tra tutti il presidente della Conferenza episcopale e vescovo di Limburg mons. Georg Bätzing, che più volte si era espresso a favore (v. Adista Notizie n. 1/21), e che qualche mese fa aveva indetto una consultazione tra i teologi diocesani: 32 su 38 si erano detti favorevoli alla benedizione.

«Non sono contento»

Anche in questa occasione, Bätzing ha subito manifestato le sue perplessità: «Le considerazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede oggi devono avere e ovviamente avranno il loro spazio nelle discussioni del Cammino sinodale», ha detto a Bonn (katholisch.de e Kna, 15/3), ma il dialogo di riforma della Chiesa in Germania, portato avanti dalla Conferenza episcopale insieme al Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK), «si sforza di discutere la questione delle relazioni di genere in un modo complessivo che tenga conto anche della necessità e dei limiti dello sviluppo del magistero della C hiesa».

Nel documento sulla benedizione delle coppie gay, la Congregazione per la Dottrina della Fede «riflette lo stato dell’insegnamento della Chiesa così come è espresso in diversi documenti romani», ha detto Bätzing. In Germania e in altre parti della Chiesa si discute da tempo sul modo in cui «si possa portare avanti con argomenti solidi questo insegnamento e il suo sviluppo sulla base delle verità fondamentali di fede e morale, della riflessione teologica in corso e anche nell’apertura ai recenti risultati delle scienze umane e alle condizioni di vita delle persone di oggi». Non ci sono risposte facili a questioni come questa, ha detto il vescovo. Bätzing si è anche detto «non contento » che il Vaticano sia così massicciamente coinvolto nel dibattito su una benedizione per le coppie dello stesso sesso: «Dà l’impressione che l’attuale dibattito teologico in varie parti della Chiesa universale, anche qui in Germania, debba terminare il più rapidamente possibile», cosa che non è possibile, «perché la discussione procede intensamente e con buoni argomenti, e le indagini teologiche sulla pratica pastorale oggi non possono essere eliminate semplicemente con un’affermazione di potere».

Deluso il vescovo di Essen, mons. Franz- Josef Overbeck, che ha detto al Bild: «Continueremo ad accompagnare tutte le persone nella cura pastorale se lo richiedono, indipendentemente dalla situazione di vita». E anche il vescovo di Mainz, mons. Peter Kohlgraf: «Mi rendo conto di quanti fedeli siano delusi e feriti da questo, non solo i diretti interessati. Prendo la cosa molto seriamente».

Naturalmente c’è anche una parte dell’episcopato tedesco soddisfatto per la posizione espressa dal Vaticano: «Ringrazio papa Francesco per aver chiarito la questione», ha detto alla Kna il vescovo di Ratisbona mons. Rudolf Voderholzer, mentre quello di Passau, mons. Stefan Oster, si è detto «grato», sul suo sito web, per la dichiarazione vaticana, nella speranza che «dia orientamento e quindi promuova anche una maggiore unanimità». Con l’approvazione di papa Francesco, la Congregazione per la Dottrina della Fede «ha chiarito una questione che preoccupa intensamente la Chiesa in Germania, ma anche nel mondo, e che porta alla polarizzazione». Stessa posizione per il vescovo di Görlitz, mons. Wolfgang Ipolt, «Secondo me – ha detto – il no alla benedizione riguarda soprattutto un chiaro rafforzamento del matrimonio tra un uomo e una donna e per noi cattolici anche del sacramento del matrimonio».

Molto accesa la reazione su Facebook, al contrario, del rettore della cattedrale di Worms Tobias Schäfer, che fa propria la frase di Lutero davanti a Carlo V: Hier stehe ich, ich kann nicht anders (Qui io mi trovo, non posso farci niente): «Se la Chiesa non ha l’autorità di benedire laddove la gente desidera la benedizione, non ha forse abbandonato il suo compito più elementare? La benedizione non è uno strumento di giudizio morale! È la promessa che Dio è lì, che cammina con noi, nella buona e nella cattiva sorte. Che arroganza credere che dobbiamo proteggere Dio da situazioni presumibilmente peccaminose; che dobbiamo proteggere la benedizione di Dio affinché non raggiunga le persone “sbagliate”. (…) Dove la Chiesa pensa di doversi fare custode della benedizione di Dio, non è più una benedizione per il mondo. Come sacerdote, ho promesso rispetto e obbedienza (…) eppure, proprio per questa obbedienza, c’è anche un punto in cui devo dire: dare la benedizione di Dio a chi ne ha bisogno, la chiede, la desidera: questo non posso e non voglio negarlo a nessuno. “Qui io mi trovo, non posso farci niente…”».

La rabbia delle associazioni

Fortemente deluso è Thomas Sternberg, presidente dello ZdK, la più grande associazione laicale in Germania, che affianca la Conferenza episcopale nel Cammino sinodale. In una dichiarazione pubblicata sul sito dell’associazione, Sternberg si è detto deluso dal documento vaticano, che fa parte di una «sequenza di elementi che turbano il Cammino sinodale». Le benedizioni sono un argomento che viene discusso non solo in Germania ma anche altrove, ha detto Sternberg. L’attualizzazione dell’insegnamento cattolico, che i teologi morali chiedono da tempo, non dovrebbe essere semplicemente respinta, e il catechismo da solo non basta a giustificarlo. Sternberg ha anche criticato la «fissazione sull’atto sessuale» del Responsum della Congregazione: è «riduttivo, inappropriato e non più compreso dai credenti».

Un’aspra critica giunge dalla Comunità Cattolica Femminile in Germania (Kfd). «Rifiutiamo con nettezza la posizione di Roma pubblicata oggi – si legge in un comunicato – anche se conosciamo la tensione tra l’insegnamento della Chiesa e la realtà della vita delle persone»; «A noi è chiaro che dobbiamo continuare a parlare di questo argomento nel Cammino sinodale». Anche l’Associazione delle Donne Cattoliche Tedesche (Kdfb) ha espresso un’analoga posizione: «La KDFB – ha affermato la vicepresidente Birgit Mock, si impegna a sviluppare una morale sessuale che rispetti la realtà della vita delle persone»; «prendiamo atto del categorico no da Roma, ma vediamo nel Cammino sinodale, che stiamo percorrendo insieme allo ZdK e alla Conferenza episcopale, l’approccio giusto per pensare ulteriormente alle relazioni di genere e per prendere decisioni appropriate». «Inqualificabile» è il Responsum per il movimento Wir sind Kirche (Noi siamo Chiesa): un documento che «illustra ancora una volta che il tentativo di Roma di imporre, dall’alto, regole di fede e di morale in tutto il mondo senza impegnarsi nel dialogo con le Chiese locali non può avere successo». In Austria, nel frattempo, il movimento di preti e diaconi Pfarrerinitiative – 350 membri e 3.000 laici che lo appoggiano – intende ignorare il divieto del Vaticano e continuare a benedire le coppie dello stesso sesso. Il documento della Cdf rappresenta una «ricaduta in tempi che speravamo di aver superato con papa Francesco»; «non sarà rifiutata nessuna coppia che chieda di celebrare la benedizione di Dio, che sperimenta quotidianamente, anche nel culto».

I teologi Goertz e Striet: la Chiesa decide ciò che è buono

Un lungo e argomentato articolo, molto duro contro il Vaticano, è apparso sul portale internet della Chiesa tedesca katholisch.de a firma di Stephan Goertz, professore di teologia morale all’Università di Mainz, e Magnus Striet, titolare della cattedra di teologia fondamentale presso la facoltà di teologia cattolica dell’Università di Friburgo (15/3). «La Curia Romana è preoccupata», scrivono i teologi. «Preoccupata che nella Chiesa cattolica siano benedette relazioni umane che contraddicono i piani di Dio. Ciò che è moralmente inammissibile non dovrebbe essere approvato dall’azione della Chiesa. La preoccupazione è ancora una volta rivolta alla sessualità umana» e, «indipendentemente dalla propria insignificanza di fatto in questo campo, evidente a partire dall’Humanae vitae (1968) al più tardi», la Cdf «rivendica una competenza speciale in materia di etica sessuale affermando che è moralmente lecito condannare ogni pratica sessuale al di fuori del matrimonio tra uomo e donna». Poiché infatti per la Chiesa la sessualità è espressione di amore solo se è aperta alla procreazione, «la lettura romana del messaggio evangelico è inequivocabile: i rapporti omosessuali non devono mai essere intesi come rapporti d’amore. E se lesbiche e gay pensano di amarsi, allora si sbagliano: la loro felicità è solo un’illusione». La Congregazione per la Dottrina della Fede «sembra molto certa di conoscere la volontà di Dio»; fa riferimento ai piani di Dio «così come sono interpretati e proclamati fedelmente dalla Chiesa, o come lo sono stati in passato. «La Chiesa decreta ciò che è buono, perché sa di essere autorizzata a determinare ciò che è buono. L’obbedienza e non l’intuizione è l’atteggiamento appropriato verso questa comprensione di se stessi». Giunti all’ottavo anno di pontificato di papa Francesco, si sperava che l’insegnamento della Chiesa potesse distaccarsi un po’ dal passato, in questo campo. Invece Francesco «si mostra un discepolo obbediente dei suoi predecessori».

La Congregazione, proseguono i due teologi, dimostra di ignorare che esiste uno spettro di orientamenti sessuali, come hanno dimostrato da tempo le scienze umane. Il riferimento è sempre «l’ordine oggettivo della creazione contro gli standard scientifici umani». Non ci sono altri argomenti. «È interessante notare che nella lettera non vi è alcun riferimento alle condanne bibliche delle pratiche omosessuali. Questo fa sperare che almeno la letteratura esegetica sia ormai penetrata nelle mura del Vaticano». Ciò che alla fine colpisce della lettera è quanto sia forte il dissenso rispetto a ciò che costituisce il centro delle relazioni amorose moderne: «Non considerazioni sociali o contrattuali, ma affetto e libero consenso. Quale desiderio sessuale prevalga qui è irrilevante. L’unica questione decisiva è se l’altra persona sia intesa come persona. E Dio non dovrebbe voler benedire tali relazioni?».

Se con “piano divino”, inoltre, si intende solo la generazione della prole, «la creatività di Dio in termini di piani sembrerebbe un po’ limitata. E quando si dice, con una citazione di Francesco, che coloro che manifestano la tendenza omosessuale devono avere gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita, rimaniamo senza parole. Cosa viene consigliato qui? Di superare la propria inclinazione? Un’astinenza sessuale completa? Il documento è bloccato in un insegnamento morale formulato negli anni ’50».

Insomma, «parlare di rispetto, compassione e tatto e allo stesso tempo negare la realtà dell’omosessualità e dell’amore degli omosessuali, testimonia non solo l’estraneità al mondo, ma anche un concetto di moralità premoderna ». E «sempre meno persone sono disposte a sottomettersi alla pretesa che il Magistero possa decidere di propria autorità cosa sono autorizzate a fare in questioni morali e cosa no. Non ci si deve illudere: la Congregazione per la Dottrina della Fede non vuole che le unioni omosessuali siano considerate relazioni d’amore nella Chiesa cattolica. L’unica domanda è quale prezzo i vescovi sono disposti a pagare per questo rifiuto ». Naturalmente, però, «la maggioranza non è necessaria nella verità. Ma vista la natura esplosiva della questione della benedizione delle coppie omosessuali, che può intervenire profondamente nella realtà della vita delle persone credenti, si dovrebbe almeno cercare di trovare delle ragioni invece di riferirsi solo a un ordine divino della creazione». È necessario infatti il diritto delle persone all’autodeterminazione e, fintanto che tale ordine non va contro i diritti personali degli altri, dovrebbe essere praticabile per le persone. Questo responsum, in definitiva, «difficilmente potrà contare sull’obbedienza. Tuttavia, è indicativo di quanta fatica faccia Roma con il pensiero moderno della libertà. L’ombra dell’ultimo pontificato è lunga

23 Marzo 2021Permalink

16 marzo 2021 – Raniero la Valle: un ricordo di un ragionar comune

Newsletter n. 217 del 28 febbraio 2021 di Chiesadeituttichiesadeipoveri

Risanare le Parole

Carissimi,

Vi scrivo a nome mio personale e vi chiederete perché. Per capire le cose bisogna vedere in esse ciò che accade perché è voluto, ciò che è provvidenziale e ciò che è fortuito.

Nel giorno vigilia del mio novantesimo compleanno al mattino presto non potendo io uscire per ragioni di salute è venuto a trovarmi con l’Eucarestia un caro amico gesuita che ha avuto il pensiero di portarmi l’Avvenire, il mio antico giornale ora così ben diretto da Marco Tarquinio. Essendo domenica molti giornalai erano chiusi, sicché è andato a prenderlo alla stazione Termini.

In quel giornale, come sempre assai ricco, era riaperta con molto pathos e sofferenza, da una lettrice, la questione dell’aborto, come questione dolorosa e divisiva tra le donne e la Chiesa. Su questo le donne non sono comprese dalla Chiesa che in tale materia pensa soprattutto al fatto, diciamo così alla “fattispecie”, non alle persone, a cui così non reca più la buona notizia del Vangelo, che anzi è drasticamente loro contestato, ma dà loro la cattiva, la pessima notizia che il loro aborto volontario sia stato un assassinio, che esse siano pertanto omicide e che siano mandanti di sicari, i medici che eseguono l’aborto. Ma (senza per ciò voler entrare nella casistica) le donne non hanno questa coscienza di essere colpevoli di omicidio, anzi, come fa la lettrice in questione, lamentano il loro immenso dolore per aver dovuto rinunziare a una nascita, per non aver potuto avere il loro bambino che perciò non è nato, non per averlo ucciso sulla porta di sé. È dal loro “sé”, a lui ancora legato in modo inscindibile, che il nascituro non è venuto alla luce, è rimasto un futuro possibile (spesso impossibile) ma incompiuto. Ciò che non fa la Chiesa, ciò che non fa una morale assiomatica, di distinguere interruzione di gravidanza e omicidio, tra aborto e decesso, tra incompiuto ed estinto, esse da millenni lo fanno.

Nell’antichità era molto chiara la differenza tra aborto e omicidio, tra non nascere e morire . Per i filosofi romani (c’è un gran librone, compulsato a suo tempo, sull’aborto nel mondo greco-romano) non c’erano dubbi che non fosse questione d’omicidio, tra i medici si discuteva piuttosto delle varie fasi della gravidanza. La Bibbia sa bene che cos’è l’aborto, c’è la percezione che si poteva non essere usciti dal ventre della propria madre, non che si poteva esserne stati soppressi. Quando Paolo parla di sé come di un aborto non pensa di essere stato ucciso sul nascere, ma di non essere venuto alla vita.

La questione, mi sembra, insorge, scoppia dentro la Chiesa, con la disputa su quando Dio infonde l’anima al feto. Perché è solo quando arriva l’anima che l’uomo diventa uomo, “essere vivente” come uomo e donna creati da Dio. Allora, e solo allora (al terzo mese? al quinto?) l’aborto diventava omicidio. Così la causa è trasferita dai teologi, dai sacerdoti ai medici, ai biologi. Diteci il giorno, ed ecco a quel punto l’uomo è uomo, non farlo nascere è uccidere una persona umana. Corpo e anima, il “composto umano”. Sappiamo oggi che questa è una cattiva antropologia. Noi siamo un’unità inscindibile pensata da Dio, ne siamo immagine, lui non è fatto di Dio e della sua divinità, come se fossero due cose distinte.

Da questa cattiva antropologia è derivata poi anche una cattiva teologia. In mano di chi Dio si mette per creare?

Vi chiederete perché parlo di queste cose proprio ora. Io non sono più tornato sulla questione dell’aborto da quando in Senato nel 1976 scrissi l’art. 1 della legge 194 sulla “tutela sociale della maternità e l’interruzione volontaria della gravidanza”, articolo rimasto indenne finora, e il 26 maggio 1977 vi tenni un discorso per illustrarla e difenderla. In quel discorso, che ebbe come titolo “Idolatria e laicità della legge”, dissi che era talmente inviolabile e non coercibile il rapporto tra la madre e il bambino che portava nel seno, che se Maria non diceva di sì, Gesù neanche nasceva.

Nessuno può decidere per la donna, non Comitati etici, non medici, non Codici penali, non forcipi di Stato, come avrebbe voluto qualche progetto di legge sull’aborto. Il vecchio Codice Rocco era impotente, non faceva che dare corso agli aborti, purché clandestini , spesso in laghi di sangue.

Ed è perché nessuno puó decidere per la donna, nemmeno per Maria, che noi abbiamo avuto la salvezza, il Salvatore.

Dunque è alla donna che Dio si affida. Ma che Dio per venire al mondo dovesse passare al vaglio di potenziali assassine non riesco ad immaginarlo. Tutt’altra appare essere l’idea che Dio ha della donna. Certo Dio non poteva pensare le sue figliole come potenziali omicide abituali o per tendenza. Anzi nella coscienza più profonda dell’umanità in cui Dio abita come in un tempio la donna è inestinguibilmente presente e vissuta come scrigno di vita. È l’uomo semmai che è archetipamente associato all’idea dell’omicidio, è lui il sacrificatore, fin dai tempi di Caino. E sempre infatti l’ideologia del sacrificio è stata associata all’uomo. E così le guerre, la ragion di Stato, e purtroppo anche l’idea del sacerdozio. Io penso che questa impossibilità per la Chiesa cattolica di procedere sulla via della donna sacerdote derivi anche dalla istintiva ripugnanza ad associare la donna all’idea del sacerdote come ministro del sacrificio. Quando avremo veramente abbandonato l’ideologia del sacrificio ancora così presente nella Chiesa nella liturgia nell’immaginario religioso e sacerdotale, allora non ci sarà più ostacolo al sacerdozio delle donne, ministre della vita, non solo spirituale, ma della vita fisica.

Perciò questo assimilare  l’aborto a un omicidio non solo è contro la logica aristotelica (perché identifica due cose diverse) ma è anche un po’ contro natura.

Ciò non vuol dire minimamente prendere posizione sul peccato d’aborto, su tutte le problematiche connesse al tema dell’aborto. Quando facemmo la legge esplicitamente non volemmo andare oltre il giudizio che assumesse l’aborto come un disvalore, una perdita, un dolore personale e sociale che la società dovesse lenire, non far vivere nella solitudine, includere in un tessuto di solidarietà sociale, tale che anche rendesse la vita più facile a nascere, e ciò proprio in base a una severa coscienza della infermità, insufficienza e laicità della legge.

La Chiesa continui nelle sue teologie, nessuno le tolga la libertà delle sue valutazioni morali, delle sue qualificazioni religiose e spirituali sull’aborto, i suoi insegnamenti di vita.

Se dopo tanti anni io riapro con lei la questione dell’aborto è perché mi sembra che mi resti un dovere. Di chiederle quest’unica cosa. Di non usare la stessa parola per definire l’ucciso e il non nato, il non nascere e il morire, una promessa che non si realizza e una volontà che le sia impari.

Le chiedo di non scambiare nella riflessione, nella predicazione, nella polemica “vita umana” e “persona umana” , la prima un’astrazione, la seconda l’uomo e la donna amati da Dio, la prima investigabile dalla biologia, la seconda un mistero dell’Essere, umano e divino, un mistero che ha solo un inizio, e mai più la sua conclusione, perché in Dio c’è solo il principio, non c’è la fine.

Perciò le chiedo un’ascesi della parola. La Parola ci salva, le parole spesso ci tradiscono.

L’aborto non è omicidio, la donna non ne è la mandante, il medico non il sicario; in ciò anche l’amatissimo papa nostro Francesco, tradito dalla lingua, non dice bene mi addolora.

Scongiuro la Chiesa di non pensare le donne come potenziali abituali assassine. Certo siamo tutti in peccato, ma questo non è il loro peccato, uccidere chi neanche è nato.

Solo questo voglio dire, non giustificare l’aborto e nemmeno la nostra legge. Perché questo scambio di parole e di concetti apre un problema molto grave tra lei e loro.

Forse è bene che sia un uomo a dirlo. Forse proprio gli uomini devono dirlo che delle donne sono figli, fratelli, compagni e sposi. La Chiesa mette le donne sugli altari, gli uomini le amano.

Papa Giovanni diceva: siamo appena all’aurora. Non sempre possiamo forzare l’aurora a nascere.

Con i più cordiali saluti

Raniero La Valle

 

www.chiesadituttichiesadeipoveri.it

 

 

16 Marzo 2021Permalink

28 ottobre 2020 Fratelli tutti – Commenti de La barba di Aronne e di Noi siamo chiesa

Il profumo della fratellanza. L’incontro interreligioso in Campidoglio

Chiesa di tutti Chiesa dei poveri 23/10/2020, 14:43

Newsletter n. 207 del 10 ottobre 2020

Dalla barba di Aronne

Care Amiche e Amici,

non era mai successo che la Repubblica Italiana – insieme al papato della Chiesa cattolica, al patriarcato di Costantinopoli, al Rabbino capo di Francia, al rappresentante del Grande Imam del Cairo, a un buddista giapponese, a una indù e a molti altri leader religiosi del mondo intero – firmasse un appello a tutte le altre Repubbliche e Regni per chiedere ai governi e a tutti gli uomini e le donne di passare a condotte di fraternità e di pace e costruire una sola umanità,  nella persuasione, che è anche una confessione di fede, che “nessuno si salva da solo”.

È accaduto martedì sera, e non in un’enclave religiosa come Assisi, ma a Roma, nella piazza del Campidoglio, che un tempo fu l’ombelico del mondo e dove dopo l’ultima guerra mondiale nacque l’unità dell’Europa, così come ora si vorrebbe che da lì nascesse l’unità del mondo.

Si dirà che questo evento, promosso dalla comunità di s. Egidio, ma con l’evidente regia e governo di papa Francesco, è stato un evento di vertice, senza partecipazione di popolo, che infatti non c’era a causa della pandemia; e tuttavia  il vero ospite dell’incontro è stato il popolo di Roma con il suo Comune, il suo retaggio e la sua Sindaca. Ed è verissimo che si è trattato di un’iniziativa dei leader, come se il mondo improvvisamente avesse trovato un bandolo, una guida; ma il movente non è stato il potere,  è stato che  “i fratelli vivano insieme”, ciò che, come dice il salmo delle Ascensioni, è ragione di soavità e di gioia e  “come olio profumato”  dal capo scende sulla barba, la barba di Aronne, e da lassù si spande in tutto il mondo, in modo che si faccia l’unità, perché non uno, non gli uni invece degli altri, non gli uni contro gli altri, ma tutti insieme siano salvi.

E non a caso negli straordinari discorsi dei leader, davvero ciascuno eco di culture diverse, sono stati convocati, per compiere l’impresa, il passato e il futuro. Papa Francesco ha evocato una sola parola di Gesù: «Basta!», la parola detta ai discepoli che volevano approvvigionarsi di spade. Il patriarca Bartolomeo ha chiamato in causa Anassìmene, il filosofo di Mileto del VI secolo a.C. che aveva individuato i quattro elementi su cui tutto si tiene, l’aria, l’acqua, il fuoco, la terra, per dire che se a tenerli insieme non è la casa comune, di cui dobbiamo aver cura, tutto si disintegra  ed esce dalla vita creata da Dio; e questa casa è come una casa di specchi, dove il volto di ciascuno riflette l’immagine di Dio e si riflette nel volto degli altri. Il Rabbino di Parigi ha ricordato un midrash in cui si racconta la nascita del tempio, e insieme lo si demitizza: c’erano due fratelli che avevano un campo di cui condividevano il raccolto, e ognuno voleva dare di più all’altro, sicché spesso si alzava di notte per andare ad aggiungere del proprio grano  altro grano al raccolto dell’altro, sicché i due cumuli risultavano sempre uguali; finché una notte essi si incontrarono, scoprirono il reciproco dono e si abbracciarono piangendo; e sulla terra bagnata da quelle lagrime Dio volle che fosse costruito il suo tempio; perciò  il tempio che ora si deve ricostruire è questa fraternità. Il presidente Mattarella ha messo in campo la Repubblica Italiana che «riconosce e onora» gli sforzi delle religioni per contribuire a un avvenire di sviluppo e di eguaglianza per le persone e i popoli, offrendo in tal modo una “testimonianza che è profezia”. E su tutti vegliava, con la mano stesa, Marco Aurelio, l’imperatore filosofo che aveva dato del povero la definizione più rigorosa: «colui che ha bisogno dell’aiuto altrui e non ricava da se stesso tutto ciò che è utile alla vita», il che equivale a dire che tutti siamo poveri, «nessuno si salva da solo».

E poi è successa una cosa straordinaria: il rappresentate del Grande Imam di Al Azhar, Ahmad Al Tayyeb, ha raccontato la scena, a cui ha assistito, di papa Francesco e l’Imam Al Tayyeb che si spartivano un pezzo di pane alla tavola del papa a Santa Marta. Certamente quello spezzar del pane non era stato preceduto in quel caso da alcuna formula di consacrazione; però se si pensa che il divieto della “communicatio in sacris” è il macigno che ancora rimane a impedire l’incontro ecumenico tra le diverse Chiese cristiane, si può misurare la portata profetica di questo comunicare nel pane tra il papa cristiano e l’imam islamico; qui, come nel pensiero comune che, per dichiarazione esplicita del papa ha contribuito ad ispirargli l’enciclica Fratelli tutti, siamo oltre il dialogo tra Islam e cristianesimo, siamo a una comunione in cammino.

Nel sito pubblichiamo una lettura di “Noi siamo Chiesa” dell’enciclica Fratelli tutti“Un appassionato appello all’unità umana”.

L’articolo che trascrivo viene dal sito di Adista       https://www.adista.it/articolo/64364

Per raggiungere l’articolo di Noi siamo chiesa, segnalato al termine del testo de La Barba di Aronne, trascrivo anche il link.  Merita veramente una lettura

https://www.chiesadituttichiesadeipoveri.it/un-appassionato-invito-allunita-umana

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28 Ottobre 2020Permalink

27 ottobre 2020 – Cominciò nel 2001

«Costruiamo una sola umanità!»: il 27 ottobre, XIX Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico 

redazione 25/10/2020, 08:09

La Giornata  ecumenica del dialogo cristiano-islamico nasce dall’iniziativa di un gruppo di intellettuali, religiosi e professori universitari che nel 2001, all’indomani della tragedia delle Torri gemelle, decise di lanciare un appello al dialogo con l’islam. «Noi, cristiane e cristiani di diverse confessioni e laici, impegnati da anni nel faticoso cammino del dialogo coi musulmani italiani o in un lavoro culturale sull’islam – recitava il primo appello – crediamo che l’orrendo attentato di New York e Washington costituisca una sfida non solo contro l’Occidente ma anche contro quell’islam, largamente maggioritario in tutto il mondo, che si fonda sui valori della pace, della giustizia e della convivenza civile».

I promotori intendevano scongiurare «un allarme preoccupante», ossia che quanto accaduto potesse «mettere in discussione o rallentare il dialogo con i fratelli musulmani, compagni di strada sul cammino della costruzione di una società pluralista, accogliente, rispettosa dei diritti umani e dei valori democratici».

La Giornata giunge nel 2020 diciassettesima edizione e che, da alcuni anni, ricorre il 27 ottobre “nello spirito di Assisi”: il primo e grande incontro mondiale delle Religioni per la pace, voluto da papa Giovani Paolo II nel 1986 nella città umbra.

L’appello dei promotori per questa edizione rileva il fatto che: «dopo 19 anni siamo ancora a parlare di dialogo cristiano-islamico come fosse la prima volta. Ma molto è cambiato. Il nostro è stato un cammino importante e positivo. Il pensiero va ai tanti amici e amiche del dialogo che hanno costruito centinaia di iniziative dal nord al sud del paese, a chi non c’è più e a chi ha percorso con noi un pezzo di strada. E come il primo giorno sentiamo forte il bisogno di riscoprire l’umanità che tutti ci unisce. E come il primo giorno sentiamo forte il bisogno di impegnarci contro le guerre, la produzione delle armi e contro l’ingiustizia sociale che nega il lavoro, le cure mediche, distrugge l’ambiente e ogni spiritualità basata sul riconoscersi fratelli e sorelle con un’unica Madre Terra da amare e difendere».

La pandemia del covid-19 è stato «un segnale forte per tutta l’umanità – scrivono gli organizzatori -.  Ci ha detto con chiarezza che non siamo onnipotenti e che abbiamo bisogno gli uni degli altri per costruire una vita degna di essere vissuta. Occorre superare ogni discriminazione e affermare sempre che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”(art. 3 Costituzione). Occorre fermare la guerra e la produzione di armamenti».

questa pagina è possibile leggere l’appello integrale..

https://www.ildialogo.org/cEv.php?=http://www.ildialogo.org/cristianoislamico/2020_1595665407.htm

27 Ottobre 2020Permalink

24 ottobre 2020  – Incontro per la pace. Il grande imam di Al-Azhar

Nota di augusta: in un momento
di tante e confuse informazioni diverse
 per fortuna c’è Adista

Incontro per la pace/Imam Al-Tayeb: «La globalizzazione della fratellanza umana»

Redazione 21/10/2020, 23:11

ROMA-ADISTA. Il grande imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, non era presente all’incontro di preghiera per la pace «Nessuno si salva da solo. Pace e fraternità» promosso dalla Comunità di sant’Egidio ieri pomeriggio al Campidoglio. Ha però inviato un messaggio, che è stato letto da Mohamed Abdel Salam Abdellatif, segretario generale dell’Alto Comitato per la Fratellanza umana.

«Il mondo sta vivendo da quasi un anno un incubo terrificante a causa dell’epidemia di Coronavirus. Neanche uno stato è sfuggito alle sue ripercussioni, nessun popolo è sfuggito, nessuna economia si è salvata dai suoi effetti devastanti, e quanto sono più pesanti le ferite del cuore. Ciò che aggrava la dolorosa realtà è la vista di questi milioni di rifugiati, sfollati, senzatetto e vittime di zone di conflitto. Questa epidemia ha peggiorato le loro terribili condizioni in assenza della necessaria assistenza sanitaria. Allo stesso modo, interi popoli non sono stati in grado di affrontare l’epidemia.

Nonostante tutti questi rischi posti dal Coronavirus, c’è un’altra antica epidemia che si rinnova, che pensavamo sarebbe scomparsa di fronte a un pericolo che minacciava l’intera umanità, l’epidemia della discriminazione e del razzismo, una malattia che colpisce ed erode la coscienza umana. Ma, anziché osservarne la scomparsa, siamo stati scioccati nel vedere nuove forme di discriminazione a causa del Coronavirus, al punto che abbiamo sentito appelli ad abbandonare alcuni gruppi di persone al loro destino per offrire le cure prioritariamente ad altre persone, abbiamo sentito voci che chiedono di testare il vaccino su un certo gruppo di persone, sono voci che attestano solo la disumanità da parte di chi le pronuncia.

Oggi, ci aspettiamo con il mondo intero che gli sforzi scientifici siano coronati dal successo nella ricerca di un farmaco che ci salvi da questo incubo che sta per completare un anno dalla sua apparizione, mentre continua a uccidere l’umanità.

Vorrei riaffermare che la cura per l’odio umano e il razzismo è quell’antidoto che sgorga dal cuore delle amare esperienze che abbiamo vissuto e che prova colui che è dotato di una coscienza viva. Questo antidoto è la fratellanza umana, in cui vedo una solida immunità capace di affrontare le epidemie intellettuali e morali.

Il concetto di fratellanza umana non significa che ci accontentiamo di accettare l’altro, ma piuttosto che ci battiamo per il suo bene e la sua sicurezza, ci rifiutiamo di discriminarlo a causa di qualsivoglia differenza, e che non risparmiamo sforzi nel diffondere questi alti principi tra la gente.

Illustri partecipanti,

Il nuovo ordine mondiale ha promosso il concetto di globalizzazione e ci ha promesso che avrebbe portato per il mondo intero i valori della libertà, della giustizia e dell’uguaglianza, che rappresentano valori umani veramente meravigliosi. Tuttavia, abbiamo presto scoperto, purtroppo, che questi nobili valori hanno portato all’umanità sfruttamento disumano con l’esclusione del diverso, l’imposizione di un unico modello culturale, l’eliminazione delle identità, la rivendicazione del diritto alla tutela dei popoli, la pretesa dell’esistenza di un modello culturale unico adatto all’umanità, mentre modelli diversi sarebbero diventati una reliquia della storia. La globalizzazione è così caduta nell’equivoco e nella contraddizione tra i proclami e la realtà della gente, portando delle ricadute ancora più malvagie delle epoche più buie. Abbiamo visto cadere questi valori quando il mondo ha preferito ignorare popoli interi costretti all’esodo e vittima di uccisioni e della morte per fame come è il caso per i Rohingya che sono stati abbandonati alla loro sorte in mare aperto.

L’avvento del Coronavirus ha annunciato al mondo la morte della globalizzazione che aveva diviso il mondo, separato gli esseri umani, allontanato la morale e i valori, emarginato la religione. Oggi è giunto per noi il momento di adottare una nuova globalizzazione, basata sulla fratellanza umana, che promuova l’uguaglianza di tutti gli esseri umani quanto a diritti e doveri, che radichi la convivenza sociale e si impegni al rispetto delle specificità e delle identità religiose e culturali, che fermi la corsa agli armamenti e reindirizzi le centinaia e migliaia di miliardi spesi per le armi verso l’istruzione, l’assistenza sanitaria e la ricerca scientifica. Allora, e soltanto allora, potremo far fronte ai disastri e alle epidemie e saremo più forti di fronte alle varie crisi.

Dinanzi a questa crisi asfissiante abbiamo, come dotti e religiosi appartenenti alle diverse religioni, il ruolo importante di far ritornare i popoli alla religione e al suo messaggio autentico che innalza i valori umani, che sono stati emarginati e abusati, ed accusati spesso di essere la causa del terrorismo e dell’estremismo, e dopo che l’ateismo e le filosofie mondane e materiali sono riuscite ad oscurare ciò che implicano i messaggi celesti, ossia il bene, l’amore, la pace.

Lasciatemi commentare qui l’orrendo omicidio a Parigi.

Nella mia veste di sheykh di al-Azhar dichiaro davanti a Dio onnipotente che io dissocio me stesso e i precetti della religione islamica e gli insegnamenti del profeta Maometto – su di lui la pace e la benedizione di Dio – da questo peccaminoso atto criminale e da tutti coloro che perseguono questa ideologia perversa e falsa. Allo stesso tempo confermo che insultare le religioni e abusare dei simboli sacri sotto lo slogan della libertà di espressione, rappresenta una forma di ambiguità intellettuale e un esplicito appello all’immoralità. Questo terrorista e la sua gente non rappresentano la religione di Maometto – su di lui la pace e la benedizione di Dio – proprio come il terrorista neozelandese che ha ucciso i musulmani nella moschea non rappresenta la religione di Gesù, la pace sia su di lui.

Permettetemi di esprimere nuovamente la mia stima a Papa Francesco, Papa della Chiesa Cattolica, per la sua importante enciclica Fratelli Tutti, che ha offerto una diagnosi molto precisa circa la realtà del mondo e le sue malattie, e lo ha fatto da punti di vista differenti e sotto diversi aspetti, con questo coraggioso concetto umano, che aiuta gli amanti del bene e della pace a formarsi una nozione completa sulle sofferenze della “fratellanza umana” e le aspettative di raggiungerla.

Egregio pubblico!

Curiamo insieme le ferite dell’umanità, e riscopriamo i valori della misericordia, la giustizia e la tolleranza… Facciamo ritornare alla gente il sorriso strappato dalle guerre e i conflitti… Forse questi sogni sono ambiziosi ma la loro concretizzazione non è difficile per Dio Altissimo, se crediamo in Lui e nella fratellanza umana, alla quale siamo stati chiamati, e alla necessità di seminarla nelle anime delle nostre società e le generazioni future».

https://www.adista.it/articolo/64357?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=email_this&utm_source=email

 

24 Ottobre 2020Permalink

29 marzo 2020 – Quando essere controcorrente fa bene

  • Do molta importanza al mio blog e sono felice di segnalare la sua prima new entry.  Fra un po’ non la segnalerò più: farà parte della normalità.

Meditazioni su una sfilata di moda…

Mi ha sempre affascinato come l’arte, la musica, l’architettura siano espressione e anzi precedano le nuove sensibilità e i cambiamenti di modi di pensare e agire. Ieri un articolo mi ha fatto aggiungere anche l’alta moda a questi rilevatori di nuove influenze. Non seguo mai l’alta moda che ho sempre considerato una follia assurda con i suoi modelli immettibili e le sue stravaganze ma l’articolo di Maria Corbi su Live del Messaggero Veneto mi ha fatto pensare.
La giornalista ha seguito le sfilate di Parigi di Chanel, Balenciaga e tutti presentavano modelle con i corpi completamente coperti. E il set diventa un monastero, dice.
Questo le offre l’occasione di una interessante serie di considerazioni collegando il concetto di pudore all’evoluzione della società.
Afferma che ’estetica e l’etica condivisa, sono temi che influenzano e dirigono l’ispirazione. […] Dalla rivoluzione dei costumi consacrata dal 1968 ed esplosa poi nei decenni successivi, la lotta al pudore ha proceduto di pari passo con quella al conformismo ( la minigonna di Mary Quant…) […]
Da quel momento le donne hanno infranto regole e tabù, scoprendo le forme femminili come provocazione, ma anche come affermazione di sé. Ma la Corbi continua: la nuova estetica femminile, fatta di seduzione e corpi esposti da scelta è diventata oppressione , un nuovo freno al raggiungimento non solo dell’eguaglianza, ma anche dell’inclusione. E più avanti prosegue: E’ ormai chiarissimo che il pensionamento del senso del pudore è stato uno dei tanti modi che l’altro sesso ha usato per sottomettere le donne.
Poi la giornalista allarga il concetto di caduta del pudore al sociale. Nel nuovo millennio  l’arrivo delle società social ha accelerato tutto, …., dando un nuovo significato alla spudoratezza, a una esposizione non solo dei corpi, ma anche delle vite delle persone messe a nudo su Facebook, Instagram, &C. E soprattutto la nuova formula televisiva, i reality, che … annientano la privacy, ma anche l’educazione e la decenza. [… ]  Poi il reality trash si è trasferito anche nelle istituzioni , nel linguaggio e nel comportamento dei politici. Perché il pudore è considerato un freno al raggiungimento del successo sempre più connesso al concetto di popolarità e non di merito e valore. Una società costruita sui like  [… ] dimentica il vero significato del pudore, ossia la difesa della nostra intimità e quindi libertà.
Ma anche se sarebbe interessante approfondire sia la spudoratezza come oppressione, sia il legame tra l’esposizione dei corpi e quella delle anime, io voglio ritornare al senso delle sfilate di mannequin vestite con tuniche monastiche.
Sta finendo il periodo in cui il raggiungimento del piacere costituisce il fine del nostro agire? E’ finito il periodo in cui è obbligatorio piacere per sentirsi realizzati?
Inizia un periodo di gravi difficoltà che non consente sprechi di nessun tipo di risorse? Notare che le sfilate a cui si riferisce la Corbi erano prima del diffondersi della pandemia in Europa
Stiamo andando verso un nuovo Medioevo?
Dove non voglio dare a esso alcuna connotazione negativa, pensiamo alle grandi cattedrali costruite in quel periodo, alle grandi realizzazioni in letteratura e nell’arte. Medioevo come ritorno ad un senso profondo di spiritualità, ad una riscoperta dei valori fondanti, ad una riscoperta di Dio. Ieri sera guardando la benedizione Urbi et Orbi di Papa Francesco mi sembrava di assistere ad una Sacra Rappresentazione medioevale sul sagrato della chiesa. Profonde le parole di Francesco con lunghi momenti di silenzio assoluto: pulizia mentale. Bellissima e coinvolgente la coreografia in cui ha partecipato anche il cielo con le luci soffuse del tramonto e quelle gocce di pioggia o di pianto che scendevano sul volto del Cristo crocifisso Il tutto estremamente commovente e coinvolgente.
Quante persone l’hanno seguita? Era pensabile solo un mese fa?
GIULY

  • Commento autoritario e non autorevole (suppongo) della amministratrice.
    Nemmeno la new entry è tenuta a condividerlo.
    Per ora mi faccio carico io di raccogliere le new entry e gestirle.
    E’ un sistema un po’ dittatoriale ma dopo la paziente (da parte mia) esperienza fallita di facebook – dove non intervengo più sfinita dai like, dalle battute che si rincorrono per un po’ poi sparisce tutto e si ricomincia – faccio a modo mio. Tanto leggere questo vecchio blog non è obbligatorio e se qualcuno vuol discutere mi scriva (i miei corrispondenti ricevono segnalazioni dei pezzi che mi sembra utile segnalare e per ciò stesso dispongono del mio indirizzo. Altrettanto potrà fare la new entry se crede) . A mia insindacabile decisione pubblicherà.
    Leggo spaventata che i miracolisti sono già emersi e chiacchierano di apparizioni contemporanee all’intervento del papa. Vadano a Medjugorje quando il signor covid19 consentirà.
    Il rosario della nota località croata è pubblicizzato da tale senatore Matteo Salvini di facile reperibilità per gli interessati del genere.
    Non vado oltre perché non voglio sciupare l’effetto del bel commento di giuly che condivido, ringraziandola..
29 Marzo 2020Permalink