7 giugno 2026 da Pagine ebraiche: L’eredità di Morin, l’eterno marrano.

Pagine Ebraiche / L’Unione Informa 7 giugno 2026 – 22 Sivan 578
L’eredità di Morin, l’eterno marrano

il 7 Giugno 2026  in Cultura

Il sociologo e filosofo Edgar Morin, figura di primo piano della vita intellettuale francese, è morto il 29 maggio all’età di 104 anni. Non ha mai fatto dell’ebraismo una bandiera né una cornice esplicita del proprio lavoro, eppure nella sua opera è forte la traccia di una forma mentis in cui la sedimentazione ebraica non è marginale: è uno stile dello sguardo, una resistenza a chiudere il reale dentro forme semplificate che ne eliminano le contraddizioni. Nato a Parigi come Edgar Nahoum, da una famiglia ebrea sefardita di origine livornese (gli antenati spagnoli erano approdati a Livorno dopo il 1492, poi si erano stabiliti a Salonicco, dove il padre Vidal era commerciante) Morin arriva in Francia già figlio di una stratificazione che non si lascia riassumere. Rimasto orfano di madre a dieci anni, entra nella Resistenza nei primi anni Quaranta, adotta il nome di battaglia Morin e lo mantiene per tutta la vita. Raccontava di essere diventato ebreo «successivamente, nel pericolo», quando il rischio di morte aveva reso concreta un’identità fino ad allora percepita solo come formalità rituale. Dopoguerra, CNRS, dissidenza dallo stalinismo: Morin attraversa il Novecento francese passando per una serie di rotture politiche e teoriche La produzione teorica converge nel ciclo de La Méthode (1977–2004), dove la filosofia della conoscenza diventa resistenza alla semplificazione, al rischio di un mondo reso leggibile proprio perché impoverito. Il “pensiero complesso”, formulato in Introduzione al pensiero complesso (Sperling & Kupfer, 1993; orig. 1990), invece di aggiungersi al repertorio delle scienze ne sposta il punto di equilibrio: conoscere significa separare, ma ogni separazione produce una perdita che il sapere tende a rimuovere per funzionare. La modernità epistemologica si regge proprio su questa rimozione del legame: rende visibile ciò che isola, e invisibile ciò che collega. La “dialogica”, categoria centrale de La Méthode, ne è il punto più netto: ordine e disordine, unità e molteplicità, individuo e sistema non vengono ricondotti a sintesi, vengono mantenuti in tensione attiva. L’ebraismo implicito nella sua forma mentis era però qualcosa che Morin riconosceva e chiamava con una formula precisa: si definiva «post-marrano», figlio di Montaigne e dello Spinoza escluso dell’ortodossia. Una soglia identitaria instabile, non una radice unica. Nei testi autobiografici Mon chemin (Fayard, 2010) e Il mondo moderno e la questione ebraica (Cortina, 2007; orig. Seuil, 2006) – scritto anche come risposta alla vicenda giudiziaria del 2002 quando, dopo la pubblicazione su Le Monde di un intervento intitolato “Israël-Palestine: le cancer”, firmato insieme a Danièle Sallenave e Sami Naïr, Avocats sans frontières e France-Israël intentarono una causa per antisemitismo (la condanna di Morin per diffamazione razziale venne annullata dalla Corte di Cassazione) – la figura del post-marrano designa una coabitazione tra appartenenze diverse senza risoluzione: ebreo e laico, francese e mediterraneo, critico di Israele e nemico dell’antisemitismo senza che nessuna di queste posizioni annulli le altre. La contraddizione è metodo, condizione per il pensiero. Nei Sette saperi necessari all’educazione del futuro (Cortina, 2001) Morin dichiara che ogni conoscenza è traduzione e ricostruzione, che conoscere significa accettare la deformazione come condizione del vero. Salonicco – lingue, imperi, comunità che non si fondono – è l’immagine di questa sovrapposizione: un processo instabile di trasformazione reciproca, sempre accompagnato dalla perdita. Su questo crinale si colloca anche la genealogia con cui Morin stesso si misurava: Spinoza, Montaigne, Cervantes, figure in posizione eccentrica rispetto ai centri della razionalità europea. Il suo sguardo separa senza recidere i legami che la separazione lascia aperti: il pensiero complesso, in Morin, rifiuta la tentazione di rendere il mondo più ordinato semplificandolo fino a cancellarne le contraddizioni. È una posizione difficile perché impedisce di trasformare la complessità in appartenenze nette, e proprio per questo è un lascito scomodo, e prezioso.

Ada Treves

 

7 Giugno 2026Permalink

20 maggio_ Anna Foa su flottiglia

20 Maggio. Da  Il  secolo XIX

Anna Foa: “Il blocco della Global Sumud Flotilla è illegittimo, Israele ostenta la propria impunità”

La storica e scrittrice Anna Foa: “L’abbordaggio degli attivisti della Global Sumud Flotilla è avvenuto in acque internazionali, è equiparabile a un rapimento”  Pablo Calzeroni

La posizione di Netanyahu non si è indebolita in questi anni. Il suo governo ha un forte consenso nel Paese?

«C’è un governo forte, una maggioranza salda in Parlamento. In grado di varare leggi come quella della pena di morte per i palestinesi condannati per terrorismo (che molte nazioni europee tra cui anche l’Italia avevano chiesto di ritirare, ndr). Quanto al consenso bisognerebbe vedere gli ultimi sondaggi ma è certo che una gran parte della popolazione appoggia l’operato di Netanyahu. Il terribile attentato del 7 ottobre del 2023 non può giustificare ciò che sta accadendo. Siamo di fronte a un genocidio e alla distruzione del diritto internazionale».

C’è un’opposizione interna a Israele che resiste all’idea di guerra ad oltranza?

«C’è una resistenza interna civile ed eroica che cerca di difendere i più deboli dalla violenza repressiva dell’esercito israeliano o degli estremisti. È successo anche nell’anniversario della presa di Gerusalemme Est nella Guerra dei Sei giorni: tanti israeliani vestiti di viola hanno cercato di fermare gli scontri nella Città Vecchia. Ma tutto questo non basta, il governo è stabile e non cadrà a meno che non perda l’appoggio degli ultraortodossi sulla questione dell’obbligatorietà del servizio militare».

Fuori da Israele esiste una resistenza che contesta la guerra e la violenza?

«La resistenza degli ebrei europei è quasi nulla. Chi contesta viene considerato un traditore dalle organizzazioni ebraiche che cercano di portare il mondo ebraico della diaspora a sostenere Netanyahu. Negli Stati Uniti è diverso, lì le comunità ebraiche nascono dal basso e si trovano in una situazione migliore rispetto all’Europa. C’è più opposizione. Ma non penso che questo possa influire su Israele. Gli Stati possono fare molto di più. Il boicottaggio militare su Israele imposto a livello internazionale può fare la differenza».

24 Maggio 2026Permalink

9 gennaio 2026 – Un appunto per me da non dimenticare: papa e ambasciatori

Leone XIV agli ambasciatori confessa la sua paura perché stanno saltando le regole comuni: «Multilateralismo e diritto umanitario»                                 di Franca  Giansoldati

Il quinto secolo Papa Leone non lo vede poi così distante rispetto a quello che sta succedendo oggi. Usa il De Civitate Dei scritto da Sant’Agostino per ricordare che come allora «siamo in un’epoca di profondi movimenti migratori, di profondo riassetto degli equilibri geopolitici e dei paradigmi culturali». Papa Prevost agli ambasciatori accreditati in Vaticano confida di essere assai preoccupato per l’indebolimento delle regole comuni, dal multileralismo al diritto umanitario, mentre cresce in parallelo una orwelliana omologazione culturale.

In un altro passaggio rammenta in cosa consiste l’obiezione di coscienza. «Non è una ribellione, ma un atto di fedeltà a sé stessi. In questo particolare momento storico, la libertà di coscienza sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani. Tale libertà stabilisce, invece, un equilibrio tra l’interesse collettivo e la dignità individuale, sottolineando che una società autenticamente libera non impone uniformità, ma protegge la diversità delle coscienze, prevenendo derive autoritarie e promuovendo un dialogo etico che arricchisce il tessuto sociale».

9 Gennaio 2026Permalink

22 novembre 2025- E non parlatemi più di Abramo e Isacco

Francia sotto shock: “Dobbiamo essere pronti a perdere i nostri figli”. Scoppia il caso

I francesi devono davvero essere pronti a “perdere i propri figli”? È la domanda che, come un’onda improvvisa, ha attraversato la Francia dopo le parole del generale Fabien Mandon, capo di Stato maggiore degli eserciti, pronunciate durante il congresso dei sindaci. Parole che hanno toccato corde profonde e risvegliato paure radicate. «Quel che ci manca è la forza d’animo di essere disposti a soffrire per proteggere ciò che siamo», ha dichiarato il generale. E poi l’affondo che ha fatto esplodere la polemica: «Se il nostro Paese vacilla perché non è pronto ad accettare di perdere i propri figli… allora siamo a rischio». Un messaggio forte, arrivato proprio mentre l’Europa valuta il piano di pace americano sull’Ucraina e Macron intensifica le consultazioni con gli alleati di fronte alla strategia aggressiva della Russia.

22 Novembre 2025Permalink

5 luglio 2025 – Nuovo presidente Commissione Pontificia tutela minori

Papa Leone XIV ha nominato monsignor Thibault Verny nuovo presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori il 5 luglio 2025, in sostituzione del cardinale Seán O’Malley.

5 luglio 2025

Jean-Charles Putzolu – Città del Vaticano
Monsignor Thibault Verny è il nuovo presidente della Pontificia Commissione per la tutela dei minori. Metterà la sua esperienza francese al servizio della Chiesa universale, pur conservando le sue responsabilità diocesane. Presidente del Consiglio per la prevenzione e la lotta contro la pedofilia in seno alla Conferenza episcopale del proprio Paese fino allo scorso giugno, ha passato il testimone a monsignor Gérard Le Stang, vescovo di Amiens, eletto nel corso dell’ultima assemblea plenaria.

Prima nell’arcidiocesi di Parigi e poi all’interno della Conferenza dei vescovi di Francia, monsignor Verny ha partecipato attivamente alla lotta contro gli abusi nella Chiesa, dedicandosi all’ascolto e all’accompagnamento delle vittime, nonché alla necessaria interazione con le autorità civili e giudiziarie. Egli vede nella propria nomina anche una forma di riconoscimento del lavoro svolto dalla Chiesa francese con l’istituzione della Ciase (Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa), fino alla pubblicazione del rapporto del suo presidente Jean Marc Sauvé, e all’istituzione dell’Inirr, istanza di riparazione e risarcimento. Il presule intende proseguire il lavoro del suo predecessore, il cardinale cappuccino statunitense Seán Patrick O’Malley, con cui ha avuto modo di collaborare più volte, per radicare una cultura della protezione delle persone vulnerabili. Lo confida in questa intervista ai media vaticani.

Monsignor Verny, lei assume la presidenza della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, istituita da Papa Francesco nel marzo 2014. Leone XIV l’ha scelta per succedere al cardinale O’Malley che ha da poco compiuto 80 anni. Come accoglie la nomina?

Tre parole mi sono venute in mente e nel cuore. Innanzitutto la parola umiltà di fronte all’importanza e alla gravità della missione e delle sfide che ne derivano. Poi la parola gratitudine, nei confronti del nostro Santo Padre, Leone XIV, per la fiducia che mi ha dimostrato; gratitudine ovviamente anche nei confronti del cardinale O’Malley, con il quale ho avuto occasione di collaborare nella Pontificia Commissione, e per tutto il suo lavoro. La terza parola è determinazione a proseguire e approfondire questo lavoro.

Lei ha esperienza all’interno della Conferenza episcopale su questo delicato tema. Ora potrà metterla a frutto per la Chiesa universale…

In Francia, la mia missione, prima nell’arcidiocesi di Parigi e poi nella Conferenza episcopale, mi ha permesso di ascoltare le vittime e di accompagnarle nel loro cammino. È stata un’esperienza decisiva. Ho anche avuto modo di lavorare con gli interlocutori della società civile, in particolare della giustizia, con i quali abbiamo potuto mettere a punto protocolli di lavoro che hanno permesso di stabilire una metodologia. È anche significativo poter lavorare con le autorità civili, oltre, naturalmente, a tutte le diocesi di Francia.

Quali saranno, secondo lei, le priorità della Pontificia Commissione e le sue priorità per la Chiesa universale?

Penso innanzitutto ai membri della Commissione per la tutela dei minori e a tutti coloro che vi lavorano. Sono commosso dal poter continuare ad approfondire questo lavoro con ciascuno dei membri e con la squadra in carica. Le priorità saranno quelle di proseguire il lavoro già presentato attraverso la relazione annuale, le iniziative nei Paesi che ne hanno bisogno e attraverso il progetto Memorare per sostenere le Chiese nell’accoglienza e nell’accompagnamento delle vittime. Prossimamente saranno pubblicate le linee guida. Forniscono indicazioni per l’accompagnamento e la protezione dei minori. Un altro punto che mi sembra importante sarà quello di poter mettere in rete le iniziative. Troppo spesso i singoli Paesi lavorano per conto proprio. È necessario invece potersi sostenere a vicenda e poter condividere ciò che si fa.

Qual è, secondo lei, l’importanza del lavoro con le vittime e del loro accompagnamento?

La Pontificia Commissione non ha il compito di sostituirsi alle strutture locali e alle Conferenze episcopali. Si tratta di sensibilizzare i diversi episcopati, gli ordini e le congregazioni religiose nei vari Paesi, sull’ascolto e l’accompagnamento specifico delle vittime. All’interno della Pontificia Commissione per la tutela dei minori è fondamentale che ci siano le vittime, i loro genitori ed i familiari che portano la propria esperienza insostituibile. Mi sembra che dobbiamo continuare a implementare una mentalità, una cultura, all’interno delle Chiese per diffondere la protezione dei minori e far sì che diventi naturale, sia nella Chiesa, sia nelle famiglie e anche nella società.

Qual è la sua valutazione del lavoro della Pontificia Commissione così come l’ha visto dalla sua diocesi, e in particolare nel clima di ostilità, o almeno di diffidenza, da parte di alcuni settori dell’opinione pubblica, che la stessa Commissione e la Chiesa hanno dovuto affrontare?

Penso che il termine ostilità non sia necessariamente adeguato. Direi piuttosto esigenza. Esigenza nei confronti della Chiesa per quanto riguarda la sua missione, il suo posto nella società e l’aspettativa di una Chiesa veramente esemplare, in grado di prendersi cura delle persone vulnerabili e in particolare dei minori. C’è questa parte di umiltà che la Chiesa deve avere, il riconoscimento della verità per poter guardare al futuro. Per quanto riguarda tutto il lavoro svolto dalla Pontificia Commissione sin dalla sua creazione, esso deve continuare a radicarsi sia nel panorama romano, quello della Curia, sia in quello delle Conferenze episcopali e delle congregazioni religiose. E il rapporto annuale contribuisce in tal senso.

A un certo punto, si poteva pensare che la fiducia fosse venuta meno tra i fedeli, o una parte di essi, e i rappresentanti della Chiesa. Oggi è stato fatto un lavoro di riconciliazione? È necessario continuare su questa strada?

Rimango cauto. La fiducia non si ottiene per decreto. Si guadagna e si costruisce giorno dopo giorno. C’è la tentazione di voler parlare d’altro, di voler voltare pagina. Tuttavia, il lavoro di verità e di accompagnamento delle vittime deve continuare. La protezione dei minori rimane e sarà sempre un tema di attualità. È questa la condizione per cui il Vangelo sarà ascoltabile e credibile.

Monsignor Verny presidente della Pontificia Commissione per la tutela dei minori – Vatican News


 

12 Settembre 2025Permalink

19 luglio 2025 – 18 luglio anniversario della nascita di Nelson Mandela

Nelson Mandela fu presidente del Sud Africa dal 24 aprile 1994 al 1 giugno .
Insieme al vescovo anglicano Desmond Tutu (premio Nobel per la pace)
costruì la Commissione per la Verità e la Riconciliazione

Si ispirò alla ideologia UBUNTU, per cui  il senso profondo dell’essere umano
si manifesta solo attraverso l’umanità degli altri per cui se concluderemo
qualche cosa  al mondo sarà grazie al lavoro e alla realizzazione degli altri.

Mi scuso per la semplificazione.


 

19 Luglio 2025Permalink

25 maggio 2025_ Khan Younis, il raid israeliano che fa strage. Gli ostaggi liberati contro Netanyahu di Giusi Fasano

Corriere della sera
Distrutta una famiglia. Polemiche sul nuovo capo dello Shin Bet. Finti vocali con le voci dei rapiti

TEL AVIV – La dottoressa Suheir Al-Najjar, nipote del defunto dottor Hamdi e lei stessa medico, dice all’agenzia di stampa turca Anadolu che l’esercito israeliano ha prima lanciato un missile che non è esploso. Pochi minuti dopo è arrivato il secondo che ha raso al suolo la casa. Senza il preavviso che in genere i militari diffondono prima dei bombardamenti massicci. «Lo sapevano — ha detto Suheir Al-Najjar —. Sapevano che dentro c’erano dieci bambini e due dottori, e lo hanno fatto comunque».

Che sia davvero andata così oppure no a questo punto poco importa. Di fatto della casa di Hamdi al-Najjar non è rimasto nulla e nel raid — siamo a Khan Younis — sono morti nove dei suoi dieci bambini. Ieri, l’agenzia si stampa palestinese Wafa aveva annunciato la morte di Hamdi; oggi l’ospedale di Khan Younis afferma che il dottore è in condizioni molto critiche, ma ancora in vita. L’unico figlio che si è salvato, 11 anni, è in terapia intensiva all’ospedale Nasser dove lavora come pediatra la mamma dei piccoli, Alaa al-Najjar, che aveva appena indossato il camice quando ha visto arrivare i primi resti dei suoi figli. L’Idf, le Forze di difesa israeliane, parlano di operazioni a Khan Younis contro «sospettati», ma non c’è un chiaro riferimento al raid sulla casa del dottor al-Najjar. La notizia dei fratellini morti (il più grande ha 13 anni) è un’onda emotiva che si fa sentire anche nella manifestazione organizzata dai familiari dei rapiti nell’ormai celebre Piazza degli Ostaggi di Tel Aviv. Le famiglie di chi è ancora prigioniero nei tunnel della Striscia (58 persone di cui una ventina ancora in vita) chiedono al governo il cessate il fuoco perché sono convinte che sia il solo modo di riabbracciare i loro cari o di riavere indietro i resti.

Ma il premier Benjamin Netanyahu insiste con la grande offensiva «Carri di Gedeone» per conquistare Gaza e sconfiggere Hamas a forza di bombardamenti. E la nomina di David Zini a nuovo capo dello Shin Bet, i servizi segreti interni, gela ancora di più le aspettative delle famiglie se è vero, come riportano i media israeliani, che (non è chiaro quando) ha detto ai suoi colleghi: «Sono contrario agli accordi con gli ostaggi. Questa è una guerra eterna». I familiari dei rapiti non hanno altra arma che la voce degli ex ostaggi per convincere delle loro ragioni l’intera opinione pubblica israeliana. Così ieri sera dal palco della manifestazione ha parlato fra gli altri Naama Levy, una delle cinque soldatesse rilasciate durante la tregua di gennaio. Ha descritto il terrore dei bombardamenti israeliani, «i boati, il rumore che ti paralizza, la terra che trema…In questo preciso istante ci sono degli ostaggi che sentono quegli stessi fischi e boati, tremando di paura. Non hanno dove scappare, possono solo pregare». In un altro angolo della città, intanto, attivisti israeliani mostravano le foto dei bambini palestinesi uccisi, chiedendo anche loro la fine della guerra.

Hamas sa bene quanto sia importante il nodo degli ostaggi e probabilmente ha usato la voce di vecchi appelli dei suoi prigionieri per creare con l’intelligenza artificiale dei messaggi vocali che alcuni israeliani hanno ricevuto nella notte fra venerdì e sabato: si sentono ostaggi che implorano di essere rilasciati e, in sottofondo, i rumori delle esplosioni. La Direzione nazionale per la sicurezza informatica dice che le chiamate — provenienti da numeri non identificati — erano un evidente tentativo di creare panico tra la popolazione. Come se non fosse già abbastanza il panico che queste famiglie devono sopportare ogni giorno.

 

25 Maggio 2025Permalink

17 maggio 2025 _ Boccaccini presenta Gabriele Nissim

 

Una lettura importante che condivido nel ricordo delle mie visite a Neve shalom- Wahat as salam

Mi auguro che aiuti ad affrontare con una coraggiosa disponibilità la tragedia di Gaza e i drammi conseguenti la presenza degli insediamenti in Cisgiordania

 

La speranza possibile

di Gabriele Nissim

È tempo di cambiare radicalmente il modo di rapportarsi alla situazione del Medio Oriente. Invece di sostenere in modo unilaterale i guerrieri delle due parti ed elencare gli orrori e le ragioni degli uni e degli altri, bisogna concentrarsi sulle possibili vie di conciliazione tra palestinesi ed israeliani. Se non si lavora per una via di pace, di non violenza e di dialogo, si passerà da una nuova guerra ad un’altra, ad un nuovo odio generalizzato che porterà ancora tanto sangue.

Ecco perché può essere di grande aiuto il libro di Giulia Ceccuti, “Respirare il futuro” (in dialogo), che racconta le esperienze e le storie di alcuni dei protagonisti del villaggio di Neve Shalom Wahat al-Salam, l’unico al mondo dove vivono assieme ed in modo egualitario israeliani e palestinesi. Il testo della Ceccuti non solo ci permette di cogliere tutti gli elementi del percorso educativo che ha reso possibile la convivenza tra i due gruppi, ma anche il modo in cui gli abitanti del villaggio hanno condiviso il dolore della guerra, prima il 7 ottobre e poi successivamente con le stragi dell’esercito israeliano a Gaza.

L’esempio forse più alto di questa condivisione, al di sopra delle rispettive appartenenze, è stata la tenda del lutto comune, per i morti israeliani e palestinesi, una esperienza mai realizzata in nessuna parte del mondo e che, come Fondazione Gariwo, vorremmo che fosse replicata nel Giardino dei Giusti di Milano. Quando in Israele non era possibile per un palestinese parlare pubblicamente del proprio dolore per le vittime di Gaza e nello stesso era considerato un atto di tradimento nei territori occupati ricordare le vittime israeliane del 7 ottobre, gli abitanti del villaggio hanno deciso di raccontare in una tenda per una giornata intera le sofferenze subite dalle loro famiglie. Così quel dolore terribile che avrebbe potuto dividere per sempre la comunità di Neve Shalom, ha fatto ragionare sul destino comune di sofferenza. Raccontarsi senza censure il male subito ha così riavvicinato gli abitanti del villaggio e ancora una volta ha riacceso la speranza per un percorso di pace.

Se quel lutto comune e condiviso venisse un giorno rielaborato politicamente potrebbe riaprire anche un esame di coscienza sulle politiche omicide e assurde di Hamas e della destra israeliana. Non è liberazione e resistenza l’uso del terrore, dei pogrom, degli stupri in un conflitto, come non è autodifesa la distruzione sistematica di Gaza che di massacro in massacro rasenta il genocidio. Discutere insieme del lutto comune significa respingere l’uso della violenza tra i due gruppi e cercare invece delle vie di comunicazione e di dialogo, anche se non si trova una via d’accordo.

Come sostiene Ariela Bairey Ben Ishay, un’insegnante ebrea che lavora nella Scuola per la pace, la violenza insensata e gratuita è probabilmente esplosa perché fuori dal villaggio non c’era nessun luogo politico dove i gruppi dirigenti israeliani e palestinesi potevano incontrarsi e trattare. “È necessario che quando si percorre la strada dei negoziati, ci si impegni a rimanere fino alla fine, fino a quando non si trovino le soluzioni. Non bisogna ogni volta accampare scuse, ricorrere a frasi come: vedete dall’altra parte non c’è nessuno con cui dialogare o ripetere che non possiamo risolvere la questione parlando con Hamas. Bisogna fare come in una buona relazione di coppia: affrontare il problema fino a trovare la soluzione. Troppo facile andare via e abbandonare la discussione”.

L’interruzione di un dialogo politico negli ultimi venti anni ha avuto un effetto devastante perché ha fatto morire la speranza di una possibile soluzione di pace e così ha progressivamente generato l’idea folle secondo cui la liberazione di un gruppo nazionale potesse essere unicamente possibile con la distruzione dell’altro. Invece nel villaggio, come osserva la palestinese Raida Aiashe Khatib, “quando vediamo che c’è un momento di tensione, decidiamo di dialogare. Ci dividiamo in gruppi, perché non bisogna tenere le cose dentro”. Continuare a parlarsi è il modo per tenere a freno l’aggressività e il proprio rancore di fronte alle situazioni più difficili che gli abitanti vedono nel mondo esterno e che purtroppo non possono cambiare.

I social, come Instagram e Facebook, non hanno però aiutato il dialogo, perché poche frasi a effetto, scritte spesso anche da noi, possono generare equivoci e contrapposizioni. Quando si scrive una frase senza rivolgerla a un volto di un interlocutore si creano involontariamente inimicizie, piuttosto che comprensione. Ed è spesso successo che un giudizio in rete potesse poi venire strumentalizzato da altri e in una situazione conflittuale, come quella di Israele e della Palestina, creare insicurezza e fornire un pretesto a delle accuse nei confronti di chi lo aveva pronunciato. Un abitante del villaggio poteva così venire bollato come traditore del proprio popolo, o come terrorista.

L’esperimento della comunità israelo-palestinese è nato dall’intuizione di padre Bruno Hussar, che il grande sociologo francese ebreo Edgar Morin metterebbe nella categoria dei neo-marrani moderni che, a partire dal tragico destino ebraico, sono stati capaci di vivere la ricchezza di molteplici identità. “Lasciate che mi presento: sono un prete cattolico, sono ebreo. Cittadino israeliano, sono nato in Egitto, dove ho vissuto diciotto anni. Porto qua con me quattro identità: sono veramente cristiano e prete, veramente ebreo, veramente israeliano, e mi sento pure, se non proprio egiziano, almeno assai vicino agli arabi, che conosco e che amo”.

Hussar aveva intuito che un ebreo che diventa sionista per andare a vivere in Israele non può rimanere solo ebreo in un mondo arabo e palestinese, ma deve essere capace di sviluppare una nuova dimensione che racchiuda diverse identità. E la stessa cosa deve valere per il palestinese che, sulla stessa terra, entra in rapporto con un ebreo. Qualche cosa di comune deve nascere dalla relazione. Non c’è solo l’interesse personale e nazionale, ma l’inter-essere che ci lega agli altri e ci porta a curarci di loro, come scrive Vito Mancuso a proposito della condizione umana.

È questo il grande miracolo dell’esperienza del villaggio nato nel 1969. Esso, infatti, non solo ha costruito una esperienza plurale e comunitaria tra i due gruppi nazionali che hanno conosciuto e condiviso la cultura e la storia dell’altro, ma ha anche creato i presupposti per una nuova identità comune che superasse le rispettive appartenenze. Il villaggio, partendo dal grande valore della pluralità e dell’uguaglianza, ha spinto i suoi abitanti a sentirsi costruttori di un futuro comune. “Pensavo che dovessimo avere due sindaci a capo del villaggio, sostiene la palestinese Raida, ma poi ho capito che non contava più l’appartenenza nazionale di chi dirigeva l’amministrazione, ma solo la sua capacità e il modo di rappresentare tutti”.

Per creare un senso profondo di appartenenza, che andasse oltre a quella etnico nazionale, Bruno Hussar ha voluto che nel villaggio ci fosse un centro spirituale pluralista che permettesse a tutti di avvertire la medesima condizione umana. È la casa del silenzio, Dumia Sakina, che all’inizio doveva essere triangolare per rappresentare l’incontro tra le tre religioni (cristiana, ebraica e musulmana), ma poi di fronte all’obiezione di un ragazzo ateo, fu invece per volontà di Hussar realizzata con una struttura circolare, dove ognuno poteva scegliere il suo punto di riferimento oltre le stesse religioni. Ciò che però contava, come osserva Bob Mark, uno dei membri più anziani del villaggio, era che tutti in quella cupola erano comunque stimolati alla ricerca di una direzione comune. “Personalmente, intendo l’aggettivo “spirituale” nel senso più ampio del temine: non l’essere una persona di Dio, né una persona religiosa, ma l’essere una persona”.

Il villaggio non ha un gruppo etnico di maggioranza e di minoranza, come accade in Israele, non solo dal punto di vista numerico e di potere, ma riproduce nel suo piccolo la parità dei due popoli che vivono invece “intrappolati dal fiume al mare”, come osserva la palestinese Samah Salaime, con una espressione di grande intelligenza che libera questa descrizione geografica dall’uso fanatico delle due parti. Così gli abitanti del villaggio devono essere sempre in numero uguale tra ebrei israeliani e palestinesi.

L’istituzione più importante, che negli anni è diventata il più grande vanto del villaggio, è la scuola primaria bilingue e binazionale, dove fin da piccoli i ragazzi sono indirizzati non solo allo studio dell’ebraico e dell’arabo, ma anche a condividere le differenze feste religiose e nazionali. Come spiega Neama Abu Delo, la scuola, aperta anche a dei ragazzi che abitano fuori dal villaggio, supplisce a una delle contraddizioni più evidenti della società israeliana e palestinese. La non conoscenza delle due lingue e delle rispettive culture e religioni, senza cui diventa impossibile creare dei ponti culturali di comunicazione tra i due popoli. L’insegnamento della lingua araba è un problema difficile in Israele, perché i ragazzi ebrei non sono interessati. Nella scuola invece non solo si insegnano le due lingue, ma si stimolano i genitori a usare le due lingue anche in casa. I ragazzi poi festeggiano assieme tutte le feste religiose, come Hanukkah, Natale, Ramadan e Pesach.

Più complicato è invece ricordare le feste nazionali. Mentre la scuola ricorda assieme Yom Hashoah, il giorno delle vittime dell’Olocausto, il giorno dell’indipendenza nazionale di Israele crea invece una divisione, perché i festeggiamenti per la nascita dello Stato sono vissuti dai palestinesi come il ricordo della Nakba, che portò all’esodo più o meno forzato di 600 mila arabi. Così la scuola discute i due avvenimenti, in un tempo difficile come quello di oggi dove il governo israeliano considera sovversiva la memoria della Nakba e la vorrebbe reprimere.

Creare quindi un orizzonte comune nella didattica è per gli insegnanti del villaggio una grande sfida. Ciò che però la guerra senza fine ha cambiato nella percezione dei suoi abitanti è che è maturata la consapevolezza che il villaggio non può soltanto essere un’isola felice, ma deve diventare un veicolo culturale per la trasformazione del paese, prima che sia troppo tardi.

Per questo sono fondamentali le due istituzioni educative che possono aprire nuovi orizzonti nella popolazione. Da un lato il Giardino dei Giusti universali (Garden of Rescuers) che per la per la prima volta nella storia di Israele, per merito del prof Yair Auron, ha rotto il dogma secondo cui i Giusti sono soltanto coloro che hanno aiutato gli ebrei nell’Olocausto. Così accanto ai Giusti per gli armeni, per le vittime del Mediterraneo, si ricordano gli ebrei che hanno aiutato i palestinesi, come l’ortodossa Bella Freund che salvò dal linciaggio il giovane palestinese Adnan al-Afandi (un giovane che aveva accoltellato due adolescenti ebrei durante degli scontri a Gerusalemme) e le famiglie palestinesi che hanno salvato numerosi ebrei durante il massacro di Hebron nell’agosto del 1929.

“Dall’agosto del 2023 stiamo raccogliendo storie di Giusti ebrei e palestinesi collegate agli attacchi del 7 ottobre. Ne abbiamo già selezionate più di 40″ racconta Samah Salaime, che dirige tutti i percorsi educativi. Sono storie meravigliose di persone molto semplici: un autista di pullman, un ragazzo che lavorava in un distributore di benzina e ha nascosto dei bambini ebrei nel bagno, una cameriera ebrea che ha salvato un lavoratore palestinese”. E ora c’è da trovare quegli israeliani che si sono rifiutati di combattere o che hanno denunciato i massacri di Gaza e si sono ostinati sfidando le autorità a ricercare il dialogo. E poi c’è l’importante Scuola per la pace che non solo serve al villaggio per discutere con dei facilitatori le questioni aperte della condivisione, ma ha compito di formare attivisti che possono stimolare nella società il dialogo tra israeliani e palestinesi.

“Purtroppo, la legge ci impedisce di creare nuovi villaggi di condivisione come il nostro, perché una legge dello Stato del 2018, praticamente dice che una terra può essere solo di proprietà degli ebrei. Per questo il nostro compito è quello di lavorare per il dialogo nelle sette città miste sparse nel paese. In tutti questi contesti, arabi ed ebrei già abitano e lavorano assieme, ma non sanno parlarsi, non vogliono realmente stabilire relazioni con i loro colleghi. Non dobbiamo allora costruire altre “Oasi della Pace”, ma insegnare alle persone a vivere in modo pacifico. Siamo chiamati a formare dei nuovi leader israeliani e palestinesi capaci di tenere assieme il punto di vista dell’altro”.

Capita a chi come me segue da anni il conflitto israelo-palestinese di venir sovente viene preso dallo sconforto, perché sembra che tutti gli orrori siano sempre destinati a ripetersi e ci tocca nuovamente assistere alle stesse polemiche e contrapposizioni con i fanatici delle due parti che ripropongono sempre con gli stessi assurdi argomenti. Qualche volta non vorrei assistervi più pensando all’inutilità di ogni sforzo. Invece Raida Aiashe Kathib racconta nel libro la favola bellissima delle quattro candele.

La prima a parlare fu la candela della pace. “La mia luce, disse alle altre tre, non ha più senso, devo spegnerla e andarmene.” Lo stesso discorso lo fece la candela della fede: “Nessuno crede più in me, né mi rispetta. È tutto inutile”. E anche la candela dell’amore decise di spegnere la sua luce. “Nessuno si ama più. Nessuno mi vuole più. Che senso ha la mia vita e la mia luce)? Mi sto consumando inutilmente. Devo andarmene il più velocemente possibile. Così le tre candele si spensero. All’improvviso entrò un bambino nella stanza e cominciò a piangere, dicendo: “Perché vi siete spente? Per favore rimanete accese. Che cosa farò senza la vostra luce”. Allora parlò la quarta candela, quella della speranza. “Non devi piangere bambino, non devi perdere la fede. Finché ci sono io ad illuminare, c’è la speranza: dalla mia luce prendi luce e accendi le altre tre candele e così manterrai la pace, la fede e l’amore. Non perdermi”.

Cosa è allora la speranza? È il concetto della natalità di cui parla Hannah Arendt. Le nuove generazioni possono cambiare il corso degli avvenimenti indipendentemente dagli errori di quelle precedenti. Chi nasce oggi ha la possibilità di farlo. Ma anche le nuove azioni degli uomini possono dare vita a qualcosa di imprevisto. C’è un punto di cui non parla mai nessuno. Otto milioni di israeliani e sette milioni di palestinesi non hanno altro luogo in cui vivere: sono per forza costretti a condividere la stessa terra. Per questo ci sarà qualcuno che finalmente sceglierà la strada più realistica e giusta.

 

it.gariwo.net

Respirare il futuro. La speranza possibile del villaggio di Neve Shalom Wahat-al Salam

È tempo di cambiare radicalmente il modo di rapportarsi alla situazione del Medio Oriente. Invece di sostenere in modo unilaterale i guerrieri delle due parti ed elencare gli orrori e le ragioni degli uni e degli altri, bisogna concentrarsi sulle possibili vie di conciliazione tra palestinesi ed is…

 

 

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17 Maggio 2025Permalink

11 febbraio 2025 _ Sacro Usa Impero o blasfemia?

Copio da Avvenire 11  febbraio.
L’autore,,  il gesuita  Antonio Spadaro , è sotto-segretario del Dicastero per la cultura e l’educazione.
ovviamente Vaticano
Con il link si raggiunge anche la fotografia

Dio come «fattorino cosmico» dei desideri umani: Il vangelo secondo Trump   Storia di Antonio Spadaro

Ha sollevato sopraccigli, anche in ambienti cristiani, il gruppo di fondatori di nuovi gruppi d’ispirazione cristiana, di telepredicatori e di pastori vicini a movimenti di estrema destra che Donald Trump ha scelto per comporre o sostenere il nuovo “Ufficio per la fede” che ha aperto alla Casa Bianca. Al suo timone ha voluto Paula White, considerata la consigliera spirituale del presidente, che quattro anni fa si era unita alla manifestazione del 6 gennaio che ha preceduto l’insurrezione al Campidoglio e aveva pregato che Dio desse ai partecipanti alla manifestazione una «santa audacia» e che «ogni avversario» venisse «abbattuto nel nome di Gesù». White ha ripetutamente dichiarato che la sua presenza alla Casa Bianca la rende «territorio santo» e ha avvertito che opporsi a Trump significa opporsi a Dio. White era la figura più visibile nella foto che Trump ha postato su X dopo l’istituzione per decreto dell’ufficio e che lo vede circondato da una trentina di persone raccolte in preghiera imponendo le mani sul capo del presidente.

Sin dalla sua prima cerimonia d’inaugurazione del mandato presidenziale, Donald Trump ha incluso preghiere di predicatori del «vangelo della prosperità» quali Paula White, uno dei suoi consiglieri spirituali. Per la prima volta nell’ottobre 2015 la White ha organizzato, nella Trump Tower, un incontro di telepredicatori legati alla «teologia della prosperità», che hanno pregato per l’attuale Presidente, imponendo le mani su di lui. Il nucleo di questa «teologia» è la convinzione che Dio vuole che i suoi fedeli abbiano una vita prospera, e cioè che siano ricchi dal punto di vista economico, sani da quello fisico e individualmente felici. I fedeli sono incoraggiati a visualizzare ciò che desiderano e a dichiararlo con fede, considerandolo già ricevuto. Questo approccio trasforma le promesse di Dio in una sorta di contratto vincolante, in cui il credente assume una posizione dominante rispetto a un Dio che diventa un “fattorino cosmico” (cosmic bellhop) al servizio dei desideri umani.

Dio come «fattorino cosmico» dei desideri umani: Il vangelo secondo Trump

11 Febbraio 2025Permalink

27 gennaio 2025 _ Alcuni link sul tema

Provo a inserire una serie di link nella speranza che siano tali da potersi aprire e leggere. Se così  non fosse possono venir copiai e aperti tramite google .
Poiché non penso che sia possibile chiedere a chi mi leggerà, informato dà   un messaggio di posta,  di leggerli tutti , cerco di illustrarli per facilitare una scelta:

Il primo: giornata della memoria , si presenta già con il titolo
Approfitto per ricordare che la senatrice Segre …è presidente della Commissione
“contro le parole d’odio”, da lei voluta.

Il secondo  porta a un testo del mio blog, nella cui ultima parte conservo la memoria di una visita al lager  di  Majdanek , preceduto da lunghe considerazioni su un episodio avvenuto  nel 1918 a Codroipo
Chi volesse risparmiarsi le considerazioni su un episodio di mala  formazione  potrà iniziare  da Giocattoli vintage a Majdanek

Il terzo  riguarda l’importanza di dare un nome alle vittime credo rivesta una particolare attualità

Il quarto riporta  alcune considerazioni sempre della storica Anna Foa sulla giornata della memoria , scritte lo  scorso anno

Il quinto è la testimonianza di chi fu deportato bambino

Il sesto consente di raggiungere  il testo di Anna Fo che ho pubblicato poco fa.

Giornata della memoria, l’allarme di Segre: «Di noi non si parlerà più». Chi sono gli ultimi sopravvissuti alla Shoah

14 dicembre 2018 – Integrazione precoce a Codroipo, provincia di Udine

27 gennaio 2023 – Un nome è un nome e nulla lo può sostituire

https://it.gariwo.net/magazine/editoriali/il-27-gennaio-parliamo-di-shoah-ma-anche-delloggi-27897.html#:~:text=anche%20dell’oggi%22-,di%20Anna%20Foa,crescere%20di%20un%20nuovo%20antisemitismo.

Sami Modiano, la storia del bambino che tornò da Auschwitz | Studenti.it

https://www.msn.com/it-it/notizie/mondo/intervista-ad-anna-foa-israele-i-crimini-di-guerra-a-gaza-sono-provati-papa-francesco-colpevole-di-dire-la-verit%C3%A0/ar-BB1rgxRT?apiversion=v2&noservercache=1&domshim=1&renderwebcomponents=1&wcseo=1&batchservertelemetry=1&noservertelemetry=1

27 Gennaio 2025Permalink