14 febbraio 2024 – Voci ebraiche per la pace con Edith Bruck

Qualche giorno fa  ho pubblicato su Facebook il documento promosso da Gad Lerner con le firme dei proponenti
VOCI EBRAICHE PER LA PACE
CONTESTARE LA GUERRA DI NETANYAHU NON E’ ANTISEMITISMO
Oggi scopro che la prima delle adesioni è quella di Edith Bruck
Scrive Gad Lerner (purtroppo non riesco  a inserire la fotografia)

Sono fra i promotori di questo documento che voglio condividere con voi insieme a una fotografia del mio amico Oliviero Toscani
Siamo un gruppo di ebree ed ebrei italiani che, dopo la ricorrenza del Giorno della Memoria e nel vivere il tempo della guerra in Medio Oriente, si sono riuniti e hanno condiviso diversi sentimenti: angoscia, disagio, disperazione, senso d’isolamento. Il 7 ottobre, non solo gli israeliani ma anche noi che viviamo qui siamo stati scioccati dall’attacco terroristico di Hamas e abbiamo provato dolore, rabbia e sconcerto. E la risposta del governo israeliano ci ha sconvolti: Netanyahu, pur di restare al potere, ha iniziato un’azione militare che ha già ucciso oltre 28.000 palestinesi e molti soldati israeliani, mentre a tutt’oggi non ha un piano per uscire dalla guerra e la sorte della maggior parte degli ostaggi è ancora incerta. Purtroppo sembra che una parte della popolazione israeliana e molti ebrei della diaspora non riescano a cogliere la drammaticità del presente e le sue conseguenze per il futuro. I massacri di civili perpetrati a Gaza dall’esercito israeliano sono sicuramente crimini di guerra: sono inaccettabili e ci fanno inorridire.
Si può ragionare per ore sul significato della parola “genocidio”, ma non sembra che questo dibattito serva a interrompere il massacro in corso e la sofferenza di tutte le vittime, compresi gli ostaggi e le loro famiglie. Molti di noi hanno avuto modo di ascoltare voci critiche e allarmate provenienti da Israele : ci dicono che il paese è attraversato da una sorta di guerra tra tribù – ebrei ultraortodossi, laici, coloni – in cui ognuno tira l’acqua al proprio mulino senza nessuna idea di progetto condiviso.
Quello che succede in Israele ci riguarda personalmente: per la presenza di parenti o amici, per il significato storico dello Stato di Israele nato dopo la Shoah, per tante altre ragioni. Per questo non vogliamo restare in silenzio. Abbiamo provato forte difficoltà di fronte all’appena trascorso Giorno della memoria: non possiamo condividere la modalità con cui lo si vive se lo si riduce a una celebrazione rituale e vuota. Riconoscendo l’unicità della Shoah, consideriamo importante restituire al 27 gennaio il senso e il significato con cui era stato istituito nel 2000, vale a dire un giorno dedicato all’opportunità e all’importanza di riflettere su ciò che è stato e che quindi non dovrebbe più ripetersi, non solo nei confronti del popolo ebraico.
Il 27 gennaio 2024 è stato una scadenza particolarmente difficile e dolorosa da affrontare: a cosa serve oggi la memoria se non aiuta a fermare la produzione di morte a Gaza e in Cisgiordania? Se e quando alimenta una narrazione vittimistica che serve a legittimare e normalizzare crimini? Siamo ben consapevoli che esiste un antisemitismo non elaborato nel nostro paese e nel mondo, ne sentiamo l’atmosfera e l’odore in questi mesi soprattutto dal 7 ottobre, quando abbiamo visto incrinarsi i rapporti, anche personali, con parte della sinistra. Ma ci sembra urgente spezzare un circolo vizioso: aver subito un genocidio non fornisce nessun vaccino capace di renderci esenti da sentimenti d’indifferenza verso il dolore degli altri, di disumanizzazione e violenza sui più deboli.
Per combattere l’odio antiebraico crescente in questo preciso momento, pensiamo che l’unica possibilità sia provare a interrogarci nel profondo per aprire un dialogo di pace costruendo ponti anche tra posizioni che sembrano distanti. Non siamo d’accordo con le indicazioni che l’Unione delle Comunità ebraiche italiane ha diffuso per la giornata del 27 gennaio, in cui viene sottolineato come ogni critica alle politiche di Israele ricada sotto la definizione di antisemitismo. Sappiamo bene che cosa sia l’antisemitismo e non ne tolleriamo l’uso strumentale. Vogliamo preservare il nostro essere umani e l’universalismo che convive con il nostro essere ebree ed ebrei. In questo momento, quando tutto è difficile, stiamo vicino a chi soffre provando a pensare e sentire insieme.
14 Febbraio 2024Permalink

14 febbraio 2024 Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della Celebrazione del “Giorno del Ricordo”.

 Palazzo del Quirinale, 09/02/2024 (II mandato)

Rivolgo un saluto cordiale ai Presidenti del Senato, del Consiglio dei Ministri, della Corte costituzionale, al Vice Presidente della Camera, a tutti i presenti, agli Ambasciatori di Croazia e Slovenia, ai rappresentanti delle comunità italiane in Croazia e Slovenia.

Ringrazio, per il suo intervento, il Ministro Tajani, anche per le considerazioni che ha svolto sull’attualità e le prospettive.

Ringrazio il Presidente De Vergottini per la costante, impegnata, generosa opera che presta su questo fronte.

Ringrazio il Professor Rossi, le Signore Rivaroli e Haffner per le testimonianze commoventi che ci hanno recato. Sono lieto di incontrarle qui, di incontrare nuovamente la Signora Haffner qui al Quirinale.

Ringrazio molto la nostra conduttrice, Viola Graziosi, anche per le letture che ci ha donato e che hanno coinvolto tutti quanti questa mattina.

Ringrazio il brillante complesso dell’Orchestra Tartini.

Sono passati quasi ottant’anni dai terribili avvenimenti che investirono le zone del confine orientale e venti anni dall’istituzione del Giorno del Ricordo, deliberata dal Parlamento a larghissima maggioranza. Giorno dedicato alla tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra.

Lungo tempo è trascorso da quegli eventi ma essi sono emotivamente a noi vicini: questo consente – in una vicenda storica complessa e ancora soggetta a ricerche, dibattiti storiografici e politici – di stabilire dei punti fermi e di delineare alcune prospettive.

In quelle martoriate ma vivacissime terre di confine, che da secoli ospitavano popoli, lingue, culture, alternando fecondi  periodi di convivenza a momenti di contrasto e di scontri, il secolo scorso ha riservato la tragica e peculiare sorte di vedere affiancati, a pochi chilometri di distanza – in una lugubre geografia dell’orrore – due simboli della catastrofe dei totalitarismi, del razzismo e del fanatismo ideologico e nazionalista: la Risiera di San Sabba, campo di concentramento e di sterminio nazista, e la Foiba di Basovizza, uno dei luoghi dove si esercitò la ferocia titina contro la comunità italiana.

Quel territorio, intriso di storie e di civiltà, condivise lo stesso tragico destino di molti Paesi dell’Europa centro-orientale, che – dopo la sconfitta del nazifascismo – si videro negate le aspirazioni alla libertà, alla democrazia e all’autodeterminazione a causa dell’instaurazione della dittatura comunista, imposta dall’Unione Sovietica. Milioni di persone, in qui Paesi, si videro allora espulse dalla terra che avevano abitato, costrette a mettersi in cammino alla ricerca di una nuova patria.

Un muro di silenzio e di oblio – un misto di imbarazzo, di opportunismo politico e talvolta di grave superficialità – si formò intorno alle terribili sofferenze di migliaia di italiani, massacrati nelle foibe o inghiottiti nei campi di concentramento, sospinti in massa ad abbandonare le loro case, i loro averi, i loro ricordi, le loro speranze, le terre dove avevano vissuto, di fronte alla minaccia dell’imprigionamento se non dell’eliminazione fisica.

Il nostro Paese, per responsabilità del fascismo, aveva contribuito a scatenare una guerra mondiale devastante e fratricida; e fu grazie anche al contributo dei civili e dei militari alla lotta di Liberazione e all’autorevolezza della nuova dirigenza democratica, che all’Italia fu risparmiata la sorte dell’alleato tedesco, il cui territorio e la cui popolazione vennero drammaticamente divisi in due. Questo, tuttavia, non evitò che le istanze legittime di tutela della popolazione italiana residente nelle zone del confine orientale fossero osteggiate, frustrate e negate.

Il nostro “muro di Berlino” – certamente ben minore per dimensioni ma con grande intensità delle sofferenze provocate – passava per il confine orientale, per la cortina di ferro che separava in due Gorizia, allontanando e smembrando territori, famiglie, affetti, consuetudini, appartenenze.

Il nuovo assetto internazionale, venutosi a creare con la divisione in blocchi ideologici contrapposti, secondo la logica di Yalta, fece sì che passassero in secondo piano le sofferenze degli italiani d’Istria, di Dalmazia e di Fiume.

Furono loro a pagare il prezzo più alto delle conseguenze seguite alla guerra sciaguratamente scatenata con le condizioni del Trattato di pace che ne derivò.

Dopo aver patito le violenze subite all’arrivo del regime di Tito, quei nostri concittadini, dopo aver abbandonato tutto, provarono sulla propria sorte la triste condizione di sentirsi esuli nella propria Patria. Fatti oggetto della diffidenza, se non dell’ostilità, di parte dei connazionali.

Le loro sofferenze non furono, per un lungo periodo, riconosciute. Un inaccettabile stravolgimento della verità che spingeva a trasformare tutte le vittime di quelle stragi e i profughi dell’esodo forzato, in colpevoli – accusati indistintamente di complicità e connivenze con la dittatura – e a rimuovere, fin quasi a espellerla, la drammatica vicenda di quegli italiani dal tessuto e dalla storia nazionale.

La ferocia che si scatenò contro gli italiani in quelle zone non può essere derubricata sotto la voce di atti, comunque ignobili, di vendetta o sommaria giustizia contro i fascisti occupanti; il cui dominio era stato – sappiamo – intollerante e crudele per le popolazioni slave, le cui istanze autonomistiche e di tutela linguistica e culturale erano state per lunghi anni negate e represse.

Le sparizioni nelle foibe o dopo l’internamento nei campi di prigionia, le uccisioni, le torture commesse contro gli italiani in quelle zone, infatti, colpirono funzionari e militari, sacerdoti, intellettuali, impiegati e semplici cittadini che non avevano nulla da spartire con la dittatura di Mussolini. E persino partigiani e antifascisti, la cui unica colpa era quella di essere italiani, di battersi o anche soltanto di aspirare a un futuro di democrazia e di libertà per loro e i loro figli, di ostacolare l’annessione di quei territori sotto la dittatura comunista.

Le foibe e l’esodo hanno rappresentato un trauma doloroso per la nascente Repubblica che si trovava ad affrontare l’eredità gravosa di un Paese uscito sconfitto dalla guerra.

Quelle vicende costituiscono una tragedia, che non può essere dimenticata.

Non si cancellano pagine di storia, tragiche e duramente sofferte.

I tentativi di oblio, di negazione o di minimizzare sono un affronto alle vittime e alle loro famiglie e un danno inestimabile per la coscienza collettiva di un popolo e di una nazione.

L’istituzione del giorno del Ricordo – con tante iniziative da essa scaturite, con ricerche, libri, dibattiti – ha avuto il merito di riconnettere la memoria collettiva a quel periodo e a quelle sofferenze, dopo anni di rimozione.

Ha reso verità a tante vittime innocenti e al dolore dei loro familiari

Tutto questo è stato importante, doveroso, pur se in ritardo, giusto. Ma non è sufficiente.

Il ricordo, la memoria della persecuzione e delle tragedie, deve essere fecondo, deve produrre anticorpi, deve portarci, come hanno sottolineato, con semplicità ed efficacia straordinaria, Lada e Alessandra Rivaroli, e anche la Signora Haffner ,  a fare in modo che simili lacerazioni crudeli nei confronti della libertà, del rispetto dei diritti umani, della convivenza appartengano a un passato irripetibile.

Malgrado queste tragiche esperienze del passato, assistiamo con angoscia anche oggi, non lontano da noi, al risorgere di conflitti sanguinosi, in nome dell’odio, del nazionalismo esasperato, del razzismo.

Dall’Ucraina al Medio Oriente ad altre zone del mondo, la convivenza, la tolleranza, la pace, il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale sono messi a dura prova.

I soprusi e le violazioni si moltiplicano e chiamano quanti condividono i valori di libertà e di convivenza a una nuova azione di contrasto, morale e politica, contro chi minaccia la libertà, il corretto ordine internazionale e le conquiste democratiche e sociali.

Pagine buie della storia, anche d’Europa, sembrano volersi riproporre.

Disponiamo di un forte antidoto e dobbiamo consolidarlo e svilupparlo sempre di più.

La costruzione dell’Unione Europea, pur con i suoi ritardi e le sue carenze, ha rappresentato – come ha fatto ben presente il Professor Rossi –  il ripudio della barbarie provocata da tutti i totalitarismi del Novecento e la concreta e valida direzione di marcia per guardare al futuro con fiducia e con speranza.

In questo quadro nelle splendide terre di cui parliamo, oggi, grazie alla comune appartenenza all’Unione Europea, non vi sono più barriere o frontiere, ma strade e ponti.

La diversità non genera più risentimento o sospetto, ma produce amicizia e progresso.

Con Slovenia e Croazia coltiviamo e condividiamo, in Europa e nel mondo, i valori della democrazia, della libertà, dei diritti. E lavoriamo insieme per la pace, per lo sviluppo, per la prosperità dei nostri popoli, amici e fratelli.

I giovani lo sanno e lo vivono.

Le giovani generazioni lo stanno già facendo da molto tempo, sviluppando un comune senso di appartenenza a una regione che trova nell’ampio spettro di presenze, etnie, storie, culture, tradizioni, la sua preziosa e feconda peculiarità.

Gorizia, la città simbolo della divisione, è oggi associata – grazie a una generosa intuizione della Slovenia – a Nova Gorica: due città, due Stati, una sola capitale della cultura europea per il 2025.

Occorre adesso lavorare alacremente, a livello europeo, perché – come il Ministro Tajani ha poc’anzi ricordato – anche gli altri Paesi dei Balcani Occidentali candidati all’ingresso nell’Unione possano compiere le procedure di adesione senza ritardi e senza indugi.

Si tratta anche di una risposta concreta ai pericoli del possibile riaccendersi, nella regione, di sopiti conflitti di natura etnica o religiosa, che rischierebbero di riportare la storia, a tempi che non vogliamo più rivivere.

Le divisioni, i conflitti, i drammi del passato – la cui memoria ci ferisce tuttora con forza e sofferenza – ci ammoniscono.

Onorare le vittime e promuovere la pace, il progresso, la collaborazione, l’integrazione, aiuta a impedire il ripetersi di tragici errori, causati da disumane ideologie e da esasperati nazionalismi; e a non rimanere prigionieri di inimicizie, di rancori, di dannose pretese di rivalsa.

Se non possiamo cambiare il passato, possiamo contribuire a costruire un presente e un futuro migliori.

All’Europa, e al suo modello di democrazia e di sviluppo avanzati, guardano nel mondo milioni di persone.

L’unità dei suoi popoli è la sua forza e la sua ricchezza.

Il buon senso e l’insegnamento della storia chiedono di non disperderla ma, al contrario, di potenziarla, nell’interesse delle nazioni europee e del futuro dei nostri giovani.

 

14 Febbraio 2024Permalink

4 febbraio 2024 – Voglia di poesia

Aspettando I Barbari

.Che aspettiamo, raccolti nella piazza?

Oggi arrivano i barbari.

Perché mai tanta inerzia nel Senato?
E perché i senatori siedono e non fan leggi?

Oggi arrivano i barbari
Che leggi devon fare i senatori?
Quando verranno le faranno i barbari.

Perché l’imperatore s’è levato
così per tempo e sta, solenne, in trono,
alla porta maggiore, incoronato?

Oggi arrivano i barbari.
L’imperatore aspetta di ricevere
il loro capo. E anzi ha già disposto
l’offerta d’una pergamena. E là
gli ha scritto molti titoli ed epiteti.

Perché i nostri due consoli e i pretori
sono usciti stamani in toga rossa?
Perché i bracciali con tante ametiste,
gli anelli con gli splendidi smeraldi luccicanti?
Perché brandire le preziose mazze
coi bei caselli tutti d’oro e argento?

Oggi arrivano i barbari,
e questa roba fa impressione ai barbari.

Perché i valenti oratori non vengono
a snocciolare i loro discorsi, come sempre?

Oggi arrivano i barbari:
sdegnano la retorica e le arringhe.

Perché d’un tratto questo smarrimento
ansioso? (I volti come si son fatti seri)
Perché rapidamente e strade e piazze
si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?

S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
Taluni sono giunti dai confini,
han detto che di barbari non ce ne sono più.

E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
Era una soluzione, quella gente.
(1908)
(traduzione di Filippo Maria Pontani)

 

 Itaca

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
né nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta;
più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
(1911)

Konstantinos Petrou Kavafis, not o in italiano, come Costantino Kavafis, nacque ad Alessandria d’Egitto 29 aprile 1863, e morì  29 aprile 1933.

4 Febbraio 2024Permalink

1 febbraio 2024 – Ilaria Salis, un nome che non dobbiamo dimenticare

Mozione n.     Oggetto: << Per la cessazione immediata delle gravi violazioni dei diritti umani nel caso Ilaria Salis>>
Proponenti: HONSELL

Il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia
PREMESSA la vicenda che coinvolge la cittadina italiana Ilaria Salis, detenuta da undici mesi in condizioni disumane in un carcere di massima sicurezza in Ungheria, accusata di aggressione nei confronti di due nostalgici di estrema destra avvenuta a Budapest nel febbraio 2023 in occasione di una contromanifestazione al “Giorno dell’onore”, un raduno sovranazionale al quale partecipano neonazisti dell’estrema destra europea;
PRESO ATTO che Ilaria Salis si è dichiarata non colpevole e che secondo il suo avvocato l’atto di rinvio a giudizio è privo di fondamento in quanto non ci sono prove della presenza della sua assistita durante l’aggressione; CONSIDERATO che Ilaria Salis ha dichiarato di non aver mai potuto leggere gli atti del processo, che non le sono stati tradotti in lingua italiana, di non aver ancora visto le immagini sulle quali si fonda l’accusa e di non aver potuto presentare alcuna memoria difensiva;
CONSIDERATO che le sono stati impediti i contatti per lungo tempo con la sua famiglia e con le autorità italiane;
PRESO ATTO che all’udienza l’imputata è stata condotta in tribunale con mani e piedi legati e una sorta di guinzaglio;
RICORDATO che l’ONU ha elaborato le Standard minimum rules for the treatment of prisoners (Regole Mandela), nonché i Basic principles for the treatment of prisoners;
CONSIDERATO che il Consiglio d’Europa ha approvato numerose risoluzioni e raccomandazioni sui principali aspetti della detenzione per la salvaguardia dei diritti umani;
RICORDATO che l’art.3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che proibisce la tortura e il trattamento o pena disumana o degradante, costituisce uno dei traguardi più importanti delle società moderne e rappresenta un elemento costante di tutela presente nella maggioranza delle Costituzioni;
RICORDATO l’articolo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che sancisce le norme in tema di giusto processo, che comprendono il tema della presunzione d’innocenza e delle garanzie processuali dell’imputato;
RICORDATO da ultimo l’art. 2 della Costituzione italiana, il quale afferma che “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”;

Tutto ciò premesso impegna il Presidente della Regione e la Giunta regionale 1) ad esprimere chiaramente e senza riserve la condanna della Regione Friuli Venezia Giulia, regione   fondamentale nell’area mitteleuropea, nei confronti di tali violazioni di diritti;
2) ad attivarsi presso il Governo nazionale affinché cessino le gravi violazioni dei diritti dell’imputata e le venga accordato al più presto un regime di custodia cautelare in linea con la normativa europea, incluse le misure alternative alla detenzione in carcere.

Firma/e Presentata alla Presidenza il giorno 31/01/2024

1 Febbraio 2024Permalink

1 febbraio 2024 – Calendario di febbraio

  • .1 febbraio 1945 –  Decreto Legislativo Luogotenenziale 1 febbraio 1945,
    …………………………..n. 23 – ….Riconosciuto il diritto di voto alle donne.
    .1 febbraio 1979 – L’ayatollah Khomeini torna in Iran dopo l’esilio.
    ..2 febbraio 2017 – Muore Predrag Matvejevic
    ..2 febbraio 2020 – E’ stato isolato il virus del Covid
    ..2 febbraio 2024  –  L’università di Padova conferisce la laurea ad honorem
    ……………………………in ingegneri biomedica alla memoria di Giulia Cecchettin
    .3 febbraio 1985 – Sudafrica. Desmond Tutu è il primo vescovo
    …………………………….. anglicano nero.
    .3 febbraio 1998 – Strage del Cermis
    .3 febbraio 2016 – Ritrovamento della salma di Giulio Regeni
    .3 febbraio 2022 – Giuramento del presidente Mattarella per il secondo
    ………………………………mandato
    .4 febbraio 1913 – Nasce Rosa Parks
    .4 febbraio 1945 – Si apre a Yalta la Conferenza tra Roosevelt, Churchill
    ………………………………e Stalin
    .4 febbraio 1906 – Nasce Dietrich Bonhoeffer
    .4 febbraio 2019 – Viaggio del papa ad Abu Dhabi
    .5 febbraio 62 –     Terremoto di Pompei
    .5 febbraio 1848 – Processo a Marx ed Engels per attività sovversiva
    .6 febbraio 1992 – Muore David Maria Turoldo
    .6 febbraio –            Giornata mondiale contro le Mutilazioni Genitali
    …………………………………Femminili
    .. 9 febbraio  2009 -Muore Eluana Englaro
    10 febbraio –            “Giorno del ricordo” – vittime delle foibe (legge
    …………………………………92/2004)
    10 febbraio 1990 – Sud Africa: De Klerk annuncia la liberazione di
    …………………………………Mandela
    11 febbraio –             Giornata internazionale delle ragazze e delle donne
    …………………………………nella scienze      …………………….  (Nota 1)
    11 febbraio 1929 – Firma dei Patti Lateranensi
    11 febbraio 2011 – Egitto, dimissioni di Mubarak
    12 febbraio 1938 – Anschluss, le truppe tedesche entrano in Austria
    15 febbraio 1945 – Aerei USA bombardano Dresda
    15 febbraio 1967 – Uccisione Camillo Torres
  • 16 febbraio 2024-   Strage operai a Firenze in  supermercato Slunga in costruzione
  • 16 febbraio 2024 –  Morte in carcere di  Aleksej  Naval’ny
    17 febbraio 1600 – Roma – Rogo di Giordano Bruno, condannato per
    ………………………………….eresia
    17 febbraio 1848 – Lettere Patenti, decreto con cui il re Carlo Alberto,
    ………………………………… concedeva    i diritti civili ai valdesi e,
    ………………………………….successivamente, agli ebrei.
    18 febbraio 1564 – Morte di Michelangelo
    18 febbraio 1943 – Monaco – arresto fratelli Scholl e altri membri della
    …………………………………Rosa Bianca
    18 febbraio 1984 – Firma del Nuovo Concordato fra Italia e Santa Sede
    18 febbraio 2018 – Muore Giacometta Limentani
    19 febbraio 1937 – Strage italiana in Etiopia – Giorno dei martiri………..
    ………………………………etiopici *     ……… (Nota 2 e link in calce)
    19 febbraio 2016 – Morte di Umberto Eco
    20 febbraio 1958 – Approvazione della legge Merlin
    20 febbraio 2016 – Muore Fernando Cardenal
    21 febbraio 2015 – Caduta governo Letta (Nota 3)
    21 febbraio 1965 – A New York viene ucciso Malcom X
    22 febbraio 1943 – Esecuzione capitale dei membri della ‘rosa bianca’
    22 febbraio 2021 – Vengono assassinati nel Congo orientale
    ……………………………….l’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere
    :…………………………….. della sua scorta Vittorio Iacovacci  e
    ……………………………….Mustapha Milambo, l’autista.
    23 febbraio 1903 – Cuba affitta ‘in perpetuo’ agli USA la baia di
    ……………………………….Guantanamo
    24 febbraio 1990 – Morte di Sandro Pertini
    25 febbraio 2014 – Fiducia al governo Renzi – Ieri al senato oggi alla
    ……………………………. Camera  ..finirà il 12 dicembre 2016
    25 febbraio 2018 – Chiusura Santo Sepolcro
    26 febbraio 1991 – Si scioglie il patto di Varsavia
    27 febbraio 1933 – Incendio del Reichstag
    27 febbraio 1960-  Morte Adriano Olivetti
    28 febbraio 1986 – Assassinio del primo ministro svedese Olaf Palme
    28 febbraio 2013 – Abdicazione papa Benedetto XVI
    28 febbraio 2018 – Riapertura Santo Sepolcro
  • NOTA 1:
    Fu istituita dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2015.
    Ricordo che delle materie STEM si parla anche nel Recovery Plan
    (STEM acronimo dall’inglese di Science, Technology, Engineering and Mathematics)
  • NOTA 2:
    A seguito di un attentato al maresciallo Graziani le truppe italiane in Etiopia perpetrarono una delle tante stragi che caratterizzarono quella occupazione.
    Per qualche informazione:
    http://anpi.it/media/uploads/patria/2006/6/09-13_DE_PAOLIS.pdf 
  • NOTA 3:
    Il governo Letta è stato il sessantaduesimo esecutivo della Repubblica Italiana, il primo della XVII legislatura. Il governo rimase in carica dal 28 aprile 2013 al 22 febbraio 2014

 

1 Febbraio 2024Permalink

31 gennaio 2024 – Israele-Palestina: discutere la guerra

Nella posta arrivata oggi ho trovato questa comunicazione degli editori Laterza
L’ho copiata senza riuscire a salvare il link
Funziona solo quello  che porta all’intervento di Anna Foa

Israele-Palestina: discutere la guerra

Sono passati quasi quattro mesi dal massacro di civili israeliani da parte di Hamas e dall’inizio dell’operazione militare lanciata da Israele a Gaza.

Della guerra, che ha provocato decine di migliaia di morti, non si intravede la conclusione.

Rigettando tutti gli appelli per il cessate il fuoco, a partire da quelli delle Nazioni Unite, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu ha dichiarato più volte che il conflitto durerà a lungo, tutto il tempo necessario ad eliminare completamente Hamas.

Ha inoltre escluso che quando la guerra sarà finita si possa comunque creare uno Stato palestinese, perché “la sicurezza di Israele richiede il controllo militare di tutto il territorio dal Giordano al mare”. Per parte sua Hamas, pur essendo in corso una trattativa per un temporaneo cessate il fuoco per favorire il rilascio degli ostaggi israeliani, non recede dal suo obiettivo di cancellare lo stato di Israele.

L’amministrazione Biden dal canto suo continua a oscillare tra il rifiuto della richiesta di cessate il fuoco (con la motivazione che ciò favorirebbe Hamas) e l’invito a Israele a tener maggiormente conto delle regole internazionali sul rispetto dei diritti umani.

Regole evocate anche dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aja che (su iniziativa del Sudafrica) verificherà l’esistenza di un genocidio dei palestinesi a Gaza.

L’aspetto di tragica incomponibilità del conflitto nella striscia di Gaza sembra anche questo: che gli attuali protagonisti dello scontro non hanno interesse alla sua cessazione. Hamas – non l’intera comunità palestinese di Gaza – ha scientemente provocato la reazione israeliana con il selvaggio attacco del 7 ottobre. Il governo Netanyahu – non l’intera comunità israeliana – ha scientemente scatenato una risposta militare a tutto campo che tratta i morti civili come ‘danni collaterali’.

Ma non tutti gli israeliani la pensano così: nelle ultime settimane le voci critiche, anche in Israele si sono moltiplicate.

Su Haaretz l’ex primo ministro Olmert ha scritto che tutta l’efficienza dell’esercito israeliano non basterà a sconfiggere Hamas.

E comunque, la guerra in corso ha alimentato l’odio verso Israele, anche nelle nuove generazioni di palestinesi (i sondaggi dicono che il consenso verso Hamas è aumentato anche nella West Bank). Possiamo aspettare – come sostenuto dal leader del partito della Nuova Destra Naftali Bennett in una intervista alla BBC – che i bambini palestinesi siano educati su nuovi libri di testo e, potremmo aggiungere, che si dimentichino dei loro genitori, dei fratelli, delle sorelle, e degli amici uccisi dai soldati israeliani? Ma il tempo lungo della guerra non sembra essere un problema per Netanyahu, forse anche perché la sua carriera politica sembra ormai appesa al conflitto militare.

E certo alcuni esponenti del suo governo contano proprio su una guerra lunga per ridurre drasticamente la popolazione palestinese residente in Palestina, fino al punto da farla diventare una minoranza trascurabile. ‘Dobbiamo incoraggiare l’emigrazione dalla striscia di Gaza’ ha dichiarato alla radio militare israeliana il ministro delle finanze Bezalel Smotrich in una intervista ripresa dal New York Times. ‘Se a Gaza ci fossero 100 o 200.000 arabi anziché 2.000.000 la questione si porrebbe in modo molto diverso’. Dello stesso tenore le dichiarazioni del ministro della sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir.

Idee che certamente condividono molti tra i coloni che, ogni giorno, sostengono in armi il progetto di conquista di ogni parte della Palestina. E con loro gli israeliani che hanno votato per i partiti di destra oggi al governo, impauriti ed esasperati dalla sequenza di atti terroristici compiuti negli anni da Hamas e da altre organizzazioni militari e terroristiche palestinesi, convinti che la stragrande maggioranza dei palestinesi non accetterà mai l’esistenza dello Stato d’Israele.

Ma altri israeliani non la pensano così: non quelli che leggono Haaretz, su cui Amira Hass ha scritto che occorre dire basta alla guerra e Gideon Levy ha denunciato la disumanizzazione dei palestinesi da parte dei media del suo paese. Nelle settimane scorse l’opinione di questi israeliani ha cominciato ad esprimersi di nuovo attraverso manifestazioni di piazza – come era avvenuto prima del 7 ottobre – che chiedono a gran voce tanto la liberazione degli ostaggi quanto le dimissioni di Netanyahu.

Ma i sondaggi continuano a indicare che la maggioranza degli israeliani è a favore della continuazione della guerra. E quale sarà l’atteggiamento degli ebrei della diaspora, la cui opinione influisce in maniera significativa sui governi dei paesi occidentali? Come ha dichiarato uno dei maggiori studiosi palestinesi del conflitto, Rashid Khalidi, le guerre si concludono non solo in base ai risultati militari ma anche alle reazioni dell’opinione pubblica.

Se è vero che questa non è una guerra locale, perché potrebbe allargarsi e coinvolgere molti altri paesi, come reagirà l’opinione pubblica occidentale? Saremo in grado di discutere in maniera lucida e fondata un tema così complesso e divisivo?

 

Abbiamo rivolto queste domande ad alcuni autori della casa editrice e studiosi competenti delle diverse questioni implicate nel conflitto in corso.

Nell’intenzione di offrire un contributo di analisi alla discussione di una vicenda così difficile da comprendere in tutte le sue componenti.

Il primo intervento è di Anna Foa, la maggiore studiosa italiana della storia degli ebrei, di cui la casa editrice ha pubblicato tra l’altro: Gli ebrei in ItaliaEbrei in Europa. Dalla Peste Nera all’emancipazione XIV-XIX secoloDiaspora. Storia degli ebrei nel NovecentoPortico d’Ottavia 13. Una casa del ghetto nel lungo inverno del ’43La famiglia F.

> Qui l’intervento di Anna Foa

Molti sono gli interrogativi suscitati da questo testo, in un momento in cui, a quasi quattro mesi di distanza dall’inizio della guerra, quel sabato nero del 7 ottobre, essa non sembra voler cessare, il numero dei morti palestinesi a Gaza aumenta ogni giorno di più, e il governo di Netanyahu prospetta soluzioni sempre più estreme, come quella, per fortuna irrealistica, di gettare un’atomica su Gaza o quella di trasferire i palestinesi di Gaza su un’isola artificiale o di deportarne oltre un milione.

Chi crede di agire in nome di Dio non pone limiti alle sue azioni. E i ministri estremisti dell’ultimo governo di Netanyahu, i Ben Gvir e gli Smotrich, eredi di formazioni come il Kach, che fino all’avvento di questa destra erano addirittura impedite di far politica in Israele, sono esattamente questo: agitano un messianismo estremo, che li ha fatti paragonare in Israele a quegli zeloti del I secolo che sono stati causa della guerra con i romani e la distruzione del Tempio, dando inizio alla grande diaspora; e vogliono sbarazzarsi dei palestinesi e in realtà di tutti i non ebrei, ma forse anche di quegli ebrei che non condividono la loro strategia politico-religiosa, sono dichiaratamente razzisti e fautori della pulizia etnica, lavorano per creare una grande Israele guidata dalla Torah, come l’Iran con il Corano. A renderli pericolosi, e non un semplice fenomeno folkloristico, sia pur con le mani sporche di sangue, sta il fatto che sono ministri di un governo in carica, hanno quindi il potere di mettere in pratica quanto dicono. Molte delle loro affermazioni sono confluite nella richiesta del Sudafrica di mettere sotto accusa Israele come prove dell’intenzione di Israele di commettere genocidio. E a loro si riferisce la decisione della Corte dell’Aja, nella sua dichiarazione del 26 gennaio, di “prevenire e punire il diretto e pubblico incitamento a commettere genocidio”, comma votato anche dal giudice israeliano Aharon Barak.

E veniamo alla grande novità di questi giorni, la sentenza, provvisoria perché non decide se Israele stia effettivamente commettendo genocidio, e urgente, perché volta a fermare prima possibile l’intervento di Israele a Gaza, pur senza chiedere un vero e proprio cessate il fuoco. Ma la richiesta di obbedire nella conduzione della guerra alle norme del diritto internazionale implica di per sé un arresto, se non formale sostanziale, della guerra o almeno un suo deciso ridimensionamento. Inoltre, Israele ha un mese di tempo per dimostrare di avere obbedito alle raccomandazioni della Corte. Siamo nell’ambito di precise disposizioni volte a prevenire la possibilità di un genocidio, non a condannarlo dopo la sua realizzazione.

La decisione della Corte dell’Aja si rivela così una sorta di compromesso, ma più dal punto di vista formale che sostanziale. Se verrà rispettata, le possibilità di uscire da questa terribile guerra cresceranno di molto. Inoltre, la sentenza chiede il rilascio immediato dei prigionieri di Hamas. Se il processo andrà avanti, come sembra, ad essere posti sotto accusa saranno, oltre ad Israele, Hamas.

Queste le prospettive che la sentenza dell’Aja apre. Essa rende più facile a Biden votare a favore della mozione dell’ONU per il cessate il fuoco, già bloccata dal veto degli USA nel dicembre. Rende più facile alla società israeliana chiedere, come una sua parte sta facendo nonostante la guerra, le dimissioni del governo Netanyahu perché ne accusa direttamente i ministri di voler realizzare un genocidio, divenendo così responsabili dell’accusa del Sudafrica. Inoltre gli israeliani hanno dalla sentenza un forte appoggio nella richiesta di rilascio incondizionato degli ostaggi.

Più facile non vuol dire realizzabile. Chi pensa che dal momento che nient’altro riusciva a fermare Netanyahu ben venga la Corte dell’Aja, è ben consapevole dei rischi di questa operazione. Non tanto in sé, perché la sentenza dell’Aja si è dimostrata di un raro equilibrio e ha mostrato di aver ben presenti tutti i termini della questione e le sue conseguenze. E nemmeno per gli abitanti di Gaza, a cui difficilmente potrebbe succedere qualcosa di peggio di quello che sta già succedendo. Ma certo per gli ebrei del mondo, che vedono crescere intorno a loro l’antisemitismo. Già ora molta parte dell’opinione pubblica recepisce semplicemente che la sentenza abbia avallato l’accusa di genocidio.

Penso che possiamo e dobbiamo affrontare questo clima, queste accuse. Spiegare, parlare, discutere. Sarebbe molto peggio affrontarlo se i Ben Gvir vincessero ed attuassero il loro folle progetto. Allora davvero, se non avremo fatto nulla per contrastarli, saremo assai meno credibili nel combattere l’antisemitismo.

 

 

31 Gennaio 2024Permalink

28 Gennaio 2024 Viaggio nell’inferno di Khan Yunis: “Hamas ci spara dalle scuole, sbucano e fuggono. Li uccideremo tutti”

 

A caccia dei tunnel con i soldati israeliani nella città del Sud della Striscia. Della gente di Gaza neanche l’ombra, quartieri residenziali rasi al suolo                                            FABIANA MAGRÌ

Khan Yunis (striscia di Gaza). Spazzati come le nuvole dalle raffiche di vento, la polvere e i rumori dei combattimenti in corso nei vicoli stretti dei campi profughi di Khan Yunis arrivano fino al cortile della scuola, alla periferia orientale della città dove ci troviamo. Alle sventagliate delle mitragliatrici segue il boato del missile lanciato dal “chopper”. A Ovest, prima della linea dell’orizzonte sul mare, si alzano colonne di fumo nero. In un attimo, a un chilometro e mezzo di distanza, l’aria si fa nebbia sabbiosa e solleva residui di materiale bruciato, mentre l’elicottero israeliano è già rientrato alla base. Gli edifici della scuola elementare «sono stati usati dai terroristi per spararci addosso e attaccarci», dice a La Stampa il tenente colonnello Anshi dell’unità di riserva paracadutisti della 55esima brigata, nella 98esima Divisione “Ha-Esh” (“Formazione di Fuoco”). Dalle aule dell’istituto le brigate Al Qassam hanno ingaggiato una battaglia ravvicinata con i soldati israeliani. C’era anche Anshi. Un proiettile nemico gli ha perforato il braccio sinistro, da parte a parte. Oggi la scuola è un punto di appoggio logistico per Tsahal. Il pallone di cuoio al centro del cortile – usato evidentemente come campo da calcio oltre che come parcheggio per i tank – lascia intendere che il battaglione di paracadutisti sente di avere la situazione totalmente sotto controllo.

La porta di accesso per le truppe israeliane che operano a Khan Yunis è la breccia stessa creata da Hamas il 7 ottobre del 2023 nella barriera high tech eretta da Israele per separare e proteggere il territorio dello Stato ebraico da quello palestinese. Una sorta di contrappasso, come tendono a sottolineare i militari che venerdì ci hanno accompagnato nella Striscia – dove non si può entrare se non scortati – insieme con altre quattro testate di stampa internazionale.

A poche centinaia di metri da quel confine, ancora oggi, emergono nuovi sbocchi di tunnel. Quello su cui ci affacciamo è stato individuato appena due settimane e mezzo fa dalle forze di sorveglianza. In un campo dove non dovrebbe esserci nulla, hanno notato «una pattuglia di combattimento con 15 soldati» e hanno iniziato a indagare. All’interno del pozzo c’era una scala che scendeva in profondità. Era sporca di fango. «Evidentemente qualcuno l’aveva usata dopo le recenti piogge, quando eravamo già qui. È un’ottima posizione per sbucare fuori da sottoterra con un lanciarazzi, sparare sui carri armati e i veicoli che passano a soli 100 metri, quindi tornare indietro e fuggire verso Gaza». Il genio militare l’ha neutralizzato tra giovedì e venerdì, cioè la sera prima di mostrarlo ai giornalisti. Sul terreno c’erano ancora abbondanti tracce, in forma di schiuma solidificata, dell’esplosivo liquido utilizzato. Sembra incredibile ma dopo oltre tre mesi di operazioni militari israeliane nella Striscia, partite da Nord e scese fino a Gaza City, poi proseguite nella regione di Khan Yunis dopo la tregua di fine novembre, la portata della rete dei tunnel di Hamas, con le sue 5 mila gallerie individuate finora – dicono – è ancora capace di stupirli. Centinaia di chilometri di cemento. Un’altra Gaza, tutta sotterranea, costruita a suon di miliardi.

Generose sovvenzioni del Qatar ad Hamas, che qui comanda dal 2007, su cui il premier israeliano Benjamin Netanyahu non ha interferito.

Tsahal continua a studiare ogni tunnel. Li bonifica per spianare la strada ai suoi professionisti affinché possano raccogliere tutte le informazioni utili, applicando robotica e diverse tecnologie (su cui non possono scendere nei dettagli), sfruttando l’intelligence, le valutazioni basate sulle immagini e i dati che emergono dagli interrogatori dei militanti di Hamas catturati durante l’avanzata. Al termine delle indagini li distruggono, in modo che non possano essere più utilizzati.

A fare la scoperta di questa galleria sono stati due riservisti, un avvocato e un imprenditore immobiliare, di 55 e 66 anni. Un’età in cui la maggior parte dei soldati si accontenta di essere considerato veterano di guerra. Loro dicono: «Non potevamo restare a casa. Siamo qui per i nostri figli e le nostre famiglie». Cercare gli ostaggi israeliani non è la loro missione. E non saprebbero dire se il tunnel appena rinvenuto possa essere stato usato per trasportarne qualcuno nelle profondità di Gaza. «Ma – dicono – siamo certi che sia stato utilizzato il 7 ottobre dalle migliaia di terroristi per avvicinarsi il più possibile alla barriera e sferrare l’assalto massiccio ai kibbutzim».

Khan Younis è il più grande governatorato della Striscia. La sua superficie copre 108 dei 365 chilometri quadrati dell’enclave costiera. Solo qui risiedevano 430 mila persone, di cui i 90 mila nel campo profughi già conducevano una vita ben sotto la soglia di povertà. La loro evacuazione verso Rafah è un evento dalla portata drammatica, che esercita pressioni le cui ricadute diventeranno chiare nei giorni a venire.

Spostandosi tra la barriera e la scuola, il convoglio delle jeep militari attraversa al-Qarara, dove di civili palestinesi non ce nemmeno l’ombra. All’inizio di dicembre, lungo queste strade e tra gli edifici, si sono consumati violenti scontri a fuoco tra le forze dell’esercito israeliano e gli uomini di Hamas. «È una guerra porta a porta. Ovunque incontriamo il nemico faccia a faccia, vinciamo noi», sostiene il colonnello Anshi. Ma ammette che «quando  i terroristi si avvicinano in abiti civili, usano le case, le scuole, le moschee e gli ospedali per attaccare, è lì che riescono a coglierci di sorpresa».

Le forze israeliane avrebbero neutralizzato tra il 48 e il 60 per cento delle brigate al-Qassam. Il Jerusalem Post ha stimato che le percentuali corrispondono a 9mila miliziani su un bacino di 30-40 mila uomini di Hamas. I morti palestinesi dall’inizio dell’offensiva di terra israeliana – stime del gruppo islamico che non distingue tra civili e miliziani – sono oltre 26 mila.

Dell’elegante quartiere residenziale che doveva essere, resta ben poco. L’esercito, spiega Anshi strada facendo, rade al suolo ogni edificio in cui rilevi presenza di attività terroristiche o collegamento con esse. Che siano depositi di armi, lanciatori di razzi, imbocchi di tunnel o documenti. Le villette di al-Qarara lasciate in piedi sono poche isole tra le macerie. È il risultato dell’«approccio sistematico» utilizzato da Tsahal. «Area per area, zona per zona. Ovunque arriviamo – spiega il colonnello Anshi – smantelliamo le capacità dei terroristi, uccidiamo i militanti, facciamo saltare in aria le loro infrastrutture. Quando abbiamo finito, passiamo alla zona successiva». Quanto tempo pensi che ci vorrà ancora, gli chiediamo. «Tutto quello necessario», risponde. Poi aggiunge: «Questo è un hub del terrore che è stato costruito in oltre un decennio. Ci vorrà molto tempo per smantellarlo». Il riservista ha 55 anni. Ha partecipato a operazioni militari precedenti. «Ma questa – dice – non è paragonabile a niente che sia stato fatto prima».

In due mesi, cioè dalla ripresa del conflitto dopo la breve tregua di fine novembre tra Hamas e Israele, la città simbolo del potere dei jihadisti, è stata completamente accerchiata. A Khan Younis è nato Yahya Sinwar, il capo dei capi di Hamas. «Gli stiamo addosso”» dice il colonnello. Ma la caccia all’uomo non ha ancora raggiunto il suo obiettivo più importante.

Al termine della spedizione, si torna indietro sulle jeep che battono strade senza più nome, rese carrabili ai soli fini militari. Si passa di nuovo attraverso la breccia nella barriera e dopo appena cinque chilometri, attraverso campi e serre di banani, si arriva a Ein Hashlosha, il kibbutz così chiamato in memoria dei tre membri fondatori uccisi durante la guerra arabo-israeliana del 1948. Nel massacro dello shabbat di inizio ottobre, le vittime nelle comunità agricole intorno alla Striscia sono state 1200. E 240 i rapiti. Meno della metà sono stati rilasciati. 136 restano ancora in mano ad Hamas. Una ventina di loro sono già cadaveri. Il soldato di scorta a bordo del veicolo, sulla strada del ritorno, è malinconico. Canta tra sé e sé «Ulai» («Forse») del cantautore Aviv Geffen: «E se vedi una ragazza con gli occhi da cerbiatta, dille che la sto ancora cercando».

https://www.lastampa.it/esteri/2024/01/28/news/gaza_hamas_khan_yunis_tunnel_reportage-14026551/?ref=LSHA-BH-P2-S2-T1

28 Gennaio 2024Permalink

27 gennaio 2024. Un paio di scarpette per ricordo di un nato … o forse no

Oggi Facebook mi ha automaticamente rinnovato la memoria del mio post di due anni fa:: una poesia di Joyce Lussu
Non posso non pensare ai piedini dei bambini che oggi in Italia devono essere invisibile e ignoti  perché se diventassero visibili sarebbero noti e denuncerebbero  la doppia colpa dei loro genitori: non averli registrati alla nascita e tenerli nascosti perchè  la legge italiana dal 2009 li ha  voluti piccole spie della irregolarità burocratica dei loro genitori.
Qualcuno irritato dalla mia insistenza nel quasi isolato denunciare mi dice che probabilmente neppure ci sono. A me basta sapere che potrebbero esserci.
A  rivelarli non  ci saranno scarpette rosse. Chissà!
Se non sappiamo chi e come li rivelerà sappiamo però che il cinismo politico forte della beffa perpetrate in legge quasi 15 anni fa si nutre dell’indifferenza , scelta di vita di molte e molti.

C’è un paio di scarpette rosse

numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola  interna si vede ancora la marca di fabbrica
“Schulze Monaco”.

C’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buchenwald
erano di un bambino di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perché i piedini dei bambini morti non crescono.

C’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole.

27 Gennaio 2024Permalink

27 gennaio 2024 _ Quando le memorie si intrecciano

Giusti fra le nazioni nella ex Jugoslavia

i  tre racconti che potrete leggere con il link in calce mi sono stati offerti da Božidar Stanišić che così ci dice di sé:
“ nato a Visoko (Bosnia, 1956), è laureato in letterature degli slavi meridionali a Sarajevo. Insegna fino al 1992, quando fugge dalla guerra civile rifiutandosi di indossare qualunque tipo di divisa. Arriva in Italia e, aiutato dal Centro Ernesto Balducci, trova la residenza a Zugliano (Udine), dove con la famiglia vive tuttora”.
Oggi lavora e continua a scrivere.  Ha pubblicato  molti lavori di di narrativa e saggistica
La bibliografia è ampia  ed è accessibile on line

Olocausto: i Giusti tra le nazioni in Jugoslavia / Balcani / aree / Home – Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa (balcanicaucaso.org)

27 Gennaio 2024Permalink

26 gennaio 2024 _ Convivere con Auschwitz

24 GENNAIO 2024 Mauro Barberis   Docente di Diritto, Università di Trieste

Mai più: memoria,, genocidio e unicità della Shoah nell’edizione 2024 di Convivere con Auschwitz

Mai come quest’anno la Memoria divide. Ma non la Memoria in sé: sulla celebrazione del ricordo della Shoah, destra di governo e sinistra di opposizione potrebbero persino essere accordo. Il problema sono le conseguenze del conflitto israelo-palestinese. Ce ne siamo accorti organizzando la decima edizione di Convivere con Auschwitz, in convenzione fra Stazione Rogers e Università di Trieste, il 25 gennaio al Teatro Miela a Trieste, dalle 15 in avanti, anche online. Si tratta, come i miei quattro lettori già sanno, della manifestazione annuale che, nella settimana della Memoria, dal 22 al 27 gennaio, celebra la Shoah ma cerca anche di discuterne: quest’anno, inevitabilmente, parlando di guerra e pace.

Non potevamo fingere, infatti, che non fosse accaduto il pogrom del 7 ottobre, i mille morti, la presa degli ostaggi da parte di Hamas. Ma neppure potevamo ignorare – proprio noi, solo noi – la vendetta di Netanyahu, i ventimila morti di Gaza, l’accusa di genocidio mossa per la prima volta a Israele. Come sempre, Convivere cerca di volare alto; le relazioni di Tomaso Montanari, Giuseppe Ieraci, Maurizio Prato, per tacere della mia, non sono sospette di parteggiare per nessuno. La nostra posizione, e qui parlo anche per il padre dell’evento, Gianni Peteani, è riflessa dalle parole pubblicate su Le Monde dal rettore della più grande moschea di Parigi: “” il momento di scegliere: ma non fra Israele e Palestina, fra l’Umanità e il “Male”.

I primi segnali, però, non sono incoraggianti: sento dire che a Convivere non si deve parlare della guerra, associando il conflitto israelo-palestinese alla Memoria della Shoah. Subito sono rimasto basito: di cosa parlerebbero Primo Levi e Franco Basaglia, se fossero ancora fra noi? Poi ho letto Il mio diario dei giorni dell’odio, di Michal Govrin, artista israeliana che vive in Francia, come mezzo milione di ebrei e dieci milioni di musulmani. Credo d’aver capito: dinanzi al pogrom di Hamas, vecchie ferite sono tornate a sanguinare. L’intera comunità ebraica, compresi gli oppositori di Netanyahu, si è stretta attorno a Israele. Si chiama istinto di sopravvivenza, ma anche qualcosa di più: dignità umana offesa.

Anche a me, da occidentale, europeo, italiano, viene più facile identificarmi con i ragazzi del rave sterminati, stuprati o rapiti. Ma ci sono anche gli altri, i civili palestinesi: o non sono umani anche loro? Risento discorsi che credevo dimenticati: ah, ma non saranno proprio ventimila, i morti a Gaza… E se fossero diecimila? Se fossero mille? L’accusa di genocidio è strumentale, sento pure dire: già, ma i crimini contro l’umanità sono pacificamente ammessi anche da Anna Foa. E allora qui vorrei essere chiaro, se possibile. A nessuno, a Convivere, è mai passato per la testa di equiparare i bombardamenti di Gaza a una sorta di soluzione finale del problema palestinese. Ma la Shoah non è unica, incomparabile, irripetibile. Stragi, crimini contro l’umanità, autentici genocidi costellano la nostra storia. E noi non possiamo chiudere gli occhi, mai più.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/01/24/mai-piu-memoria-genocidio-e-unicita-della-shoah-nelledizione-2024-di-convivere-con-auschwitz/7418538/

 

26 Gennaio 2024Permalink