Si può leggere su Le Monde diplomatique di ottobre 2026
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ACON) Trieste, 14 apr – “Il consigliere regionale Furio Honsell di Open Sinistra Fvg, i gruppi Pd, Patto per l’Autonomia e Cittadini, i consiglieri Ilaria Dal Zovo e Cristian Sergo del M5S e il consigliere Walter Zalukar del Gruppo Misto hanno depositato una proposta di legge nazionale (Pdln) che intende modificare quanto previsto in materia di obbligo di esibizione dei documenti di soggiorno”.
Lo ricorda con una nota lo stesso Honsell, che in qualità di primo firmatario spiega: “Riteniamo sia molto grave che l’Italia non abbia ancora raggiunto sul piano legislativo il target 16.9 dell’Obiettivo 16 dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile dell’Onu, ovvero fornire l’identità giuridica per tutti, compresa la registrazione delle nascite. Vige ancora la legge 15 luglio 2009, n. 94 ‘Disposizioni in materia di sicurezza pubblica’, che nega di fatto il diritto dei bambini ad avere una certificazione anagrafica quando i genitori siano migranti privi del permesso di soggiorno. Anche se attualmente esiste una via d’uscita burocratica basata su una circolare ministeriale, c’è un grave rischio che nel nostro Paese ci siano bambini nascosti e bambini invisibili se non si modifica la legge.”
La consigliera regionale Mariagrazia Santoro, del Pd, dichiara: “La nostra proposta di legge nazionale vuole ripristinare la norma abrogata nel 2009. La normativa attuale viola l’art. 22 della Costituzione e la Convenzione sui diritti del fanciullo dell’Onu. Sono numerosi i motivi per i quali è importante che il Consiglio regionale del Fvg faccia una Pdln sulla tematica dei bambini invisibili”.
“Vi è una forte sensibilità da parte di varie personalità, associazioni e realtà culturali ed educative in regione – prosegue la nota dei due consiglieri di opposizione – sul tema dei diritti civili: Augusta De Piero (prima vicepresidente donna del Consiglio regionale della VI legislatura) ha promosso numerose campagne, l’università di Udine cura il portale equal sul diritto antidiscriminatorio, Rete Dasi, Movimento Focolarini Fvg, Gruppo Fvg-Società italiana di medicina delle migrazioni, e altri. Lo stesso Consiglio regionale del Fvg ha approvato all’unanimità, nel 2019, una mozione sul tema dell’ottenimento del certificato di nascita per figli nati in Italia da persone non comunitarie irregolari”.
“Il Fvg – conclude Honsell – ha un ruolo importante nei processi migratori che vedono come meta l’Italia. Molto alto è anche il numero di lavori stranieri temporanei in questa Regione, che dunque è più esposta di molte altre ai rischi di mancate registrazioni alla nascita”. ACON/COM/rcm
Fra poche ore daremo il benvenuto al nuovo anno 5787.
«Si chiuda il vecchio anno con le sue maledizioni e si apra il nuovo anno con le sue benedizioni»
Riflettendo sul significato del tempo che ci attende e sulle responsabilità che esso ci affida, per quanto un periodo possa essere stato difficile, l’inizio di un nuovo ciclo porta sempre con sé la promessa di un cambiamento positivo.
L’anno che si conclude ci lascia una forte preoccupazione per l’aumento dei casi di antisemitismo e per il crescente senso di isolamento che ne deriva, soprattutto per i nostri giovani. Il dibattito su Israele e sul sionismo si è fatto più polarizzato, mentre in molti contesti si sono ridotti gli spazi per esprimere liberamente posizioni e identità.
Livia Ottolenghi
presidente Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
Unitevi al gruppo crescente di Paesi che chiedono all’UE di vietare i prodotti provenienti dagli insediamenti.
Il vostro governo afferma di voler fermare l’espansione degli insediamenti, ma sta bloccando a Bruxelles una proposta che potrebbe renderlo possibile. È giunto il momento di agire di conseguenza.
***
Qualcosa sta cambiando. Regno Unito, Francia e Canada, insieme ad altri nove Paesi europei, hanno finalmente deciso di vietare i prodotti degli insediamenti. Ma il governo Meloni si rifiuta, ignorando completamente la volontà della maggioranza degli italiani.
Diciamo al nostro Governo chiaro e tondo che questo è il momento di agire! Firma e condividi ora per chiedere ai nostri politici di smettere di proteggere il commercio con gli insediamenti e sostenere un divieto in tutta l’UE!
Tento di copiare almeno qualche tratto dell’articolo di Lucia Capuzzi « »
«Corpi ostinati. Corpi immobili. Corpi silenti . Corpi trasformati in pannelli espositivi per mostrare ciò che gran parte della società rifiutava di vedere . I visi di Ahalan, Maron , Firas, Juwan e gli altri bimbi che “erano e non sono più” . Sono stati uccisi a Gaza . A PARTIRE DA MARZO 2025 FINO AL CESSATE IL FUOCO, IN VIGORE DAL 10 OTTOBRE SCORSO. , GRUPPI DI CITTADII ISRAELIANI LI HANNO PORTATI – A VOLTE DECINE, ALTRE CENTINAIA – LI HANNO PORTATI NEL CUORE DI TEL AVIV. Iniziative analoghe si sono svolte davanti alle basi d dell’aeronautica di Rehovot, Hatzor, Palmachim. Gli attivisti non proferivano parola. Non rispondevano agli insulti o alle provocazioni. Semplicemente restavano là., con le gigantografie dei volti dei piccoli gazawi. otto il nome, l’età, la data di morte e la scritta: “ea e nn è più”.
” Un atto radicale di resistenza”, lo definisce la regista israeliana Hilla Medaliache ne è rimasta folgorata »
….
Per mesi ha seguito le dimostrazioni e le ha ritratte con la telecamera . E’ nato così Children no more.: were and are gone che ha ottenuto la nomination all’Oscar come miglior cortometraggio documentario »
Avvenire 14 agosto pag. 5
Tema ripreso da La Stampa a pag 12
segnalo in particolare l’articolo dello scrittore di origini israeliane Ahron Bergman “Crimini orribili. E’ in corso una pulizia etnia. La comunità internazionale deve intervenire”.
e ancora a pag. 21
Anna Foa. Il fuoco dei coloni che incendia la Cisgiordania
8 agosto 1956: l’Italia dei migranti travolta da Marcinelle di Gianni Santamaria Due libri rievocano il disastro minerario di settant’anni fa. Ricciardi: «La tragedia fu uno spartiacque». Di Stefano: «Dare voce ai testimoni è non farli morire di nuovo».
4 agosto 2026 La miniera di carbone Bois du Cazier, a Marcinelle, il giorno del disastro, l’8 agosto 1956 / WikiCommons
L’Europa, e con essa l’Italia, conserva nel suo passato un buco nero, come il carbone, che può essere monito per ripartire e capire più a fondo anche i fenomeni migratori odierni. L’anniversario, il settantesimo, del disastro accaduto la mattina dell’8 agosto del 1956 nel Bois du Caziere, l’impianto situato a Marcinelle, nel distretto minerario belga di Charleroi, sarà sabato l’occasione per commemorazioni e iniziative intese a tenerne alta la memoria. Ma quale il senso di tale memoria e cosa dice all’Europa e all’Italia di oggi? Due libri aiutano ad andare al cuore storico, politico, economico e sociale di quella che è stata la più grande tragedia della nostra emigrazione: 136 furono gli italiani sul totale di 262 morti nei cunicoli andati in fiamme a causa di un banale errore nel richiamo di un carrello che aveva sprigionato le fatali scintille.
Sul significato che quell’evento riveste per l’identità italiana ed europea, di allora e di oggi, riflette Toni Ricciardi – storico delle migrazioni dell’Università di Ginevra e deputato dem al Parlamento italiano, eletto nella circoscrizione Europa – nel volume Una Repubblica fondata sull’emigrazione. Marcinelle: storia e simbolo, uscito da Donzelli (pagine 154, euro 16,00), editore per il quale Ricciardi dirige l’opera in quattro volumi sulla Storia dell’emigrazione italiana in Europa. In vista dell’anniversario, poi, torna in libreria, con una nuova prefazione, il racconto-reportage di Paolo Di Stefano, uscito in prima edizione nel 2011, nel quale il giornalista del “Corriere della sera”, ha scavato tra testimonianze, documenti e ricostruzioni di quella che chi ne ha subìto le conseguenze – perdendovi un padre, un marito, un figlio o un fratello – ha chiamato La catastròfa (Sellerio, pagine 328, euro 16,00). Due libri che, dai rispettivi punti di vista, non sono solo ricostruzioni della tragedia belga, ma aprono più ampi scenari di comprensione della posta in gioco ancora oggi: lavoro, democrazia, integrazione.
Ricciardi parte da una tesi esplicita sin dal titolo del libro: «L’emigrazione non fu soltanto una conseguenza della povertà e della disoccupazione del dopoguerra, bensì una componente strutturale del progetto politico, economico e internazionale della nuova Repubblica». Non è un caso che il settantesimo di Marcinelle si intrecci con l’ottantesimo del referendum del 2 giugno 1946 – e della contemporanea elezione dell’Assemblea costituente – nonché con quello dell’accordo italo-belga sullo scambio tra manodopera e carbone, stipulato pochi giorni dopo, il 23 giugno. Se la si legge a partire dall’interconnessione di questi eventi, allora la sostituzione della parola “emigrazione” a “lavoro”, di cui lo stesso autore ammette il carattere apparentemente provocatorio, assume invece tutt’altro spessore.
Sulla scorta dei lavori della Costituente Ricciardi ricostruisce, infatti, come il celebre articolo 1 dia linfa e venga strutturato dall’articolo 35, sulla tutela del lavoro, sulla promozione degli accordi internazionali a questo scopo e sulla libertà di emigrazione. «Di fatto, e fu chiaro già durante le sedute dell’Assemblea costituente, l’Italia repubblicana si stava incamminando verso un sistema del mercato del lavoro sempre più interdipendente nel contesto dell’Europa del secondo dopoguerra». E dal canto suo l’Europa, «che qualche anno dopo, agli inizi degli anni Cinquanta. Si sarebbe avviata verso decenni di crescita sostenuta, fu rimodellata anche in funzione dei, e soprattutto grazie ai, tanti migranti che svolsero un ruolo fondamentale in quella trasformazione». Tra loro gli italiani, che insieme a tanti altri di varie nazionalità si mossero al grido “Belgìc, Belgìc”. Ricciardi nelle pagine centrali del libro analizza le modalità attraverso le quali la nascente compagine repubblicana definì la propria identità promuovendo l’emigrazione, fenomeno riflesso da stampa e cinema dell’epoca. L’impegno di inviare 50mila lavoratori per le miniere (almeno 2mila a settimana recitava l’accordo) forniva ai belgi persone pronte a scendere nelle viscere della terra, sgravando al tempo stesso la Penisola dall’esubero di braccianti agricoli.
Marcinelle fu una sveglia rispetto a questo do ut des. La tragedia, scrive Ricciardi, fu uno «spartiacque» che modificò in maniera decisiva quella che oggi si chiamerebbe narrazione sulle sorti dell’Europa, fece porre l’accento sulla sicurezza nel lavoro, ma anche mise in luce l’importanza della comunità italiana e unificò nel dolore le varie nazionalità colpite nella miniera belga. Mattoni di questa convivenza nella memoria sono stati nel tempo gli orfani, che furono 417 (224 italiani). Ricciardi ricorda come dal 1990 (dopo l’ipotesi di farne un centro commerciale) il sito del Bois du Caziere sia divenuto un monumento e dal 2002 sia patrimonio dell’umanità Unesco. Chiude il libro l’elenco dei morti e la loro provenienza. Sessanta erano abruzzesi, provenienti da paesi del Chietino e del Pescarese: Farindola, Turrivalignani, Lettomanoppello e Manoppello, già paese minerario (ben 23 morti), i luoghi più colpiti.
Orfani, vedove, parenti, soccorritori, luoghi, documenti e diari sono le voci che Di Stefano registra nel suo reportage. “Registra” nel vero senso della parola, visto che il giornalista riporta in modo preciso le vivaci imperfezioni dell’italiano popolare degli interlocutori e i francesismi adattati come “grillaggio”, da grillage, cancello o “comondì”, comme on dit. C’è chi, dopo il trauma, è rimasto in Belgio: come Assunta che dapprima parla francese con l’ospite venuto a casa sua a rivangare il passato, ma poi si scioglie, ricostruendo quella mattina di dolore e lo sconvolgimento che attanagliò maman e loro, i bambini fissi davanti al cancello della miniera: «Ogni volta che si avvicinava una bicicletta dicevamo “Ecco papà nostro che sta arrivando sulla sua bicicletta, ecco che sta arrivando papà nostro”, finché abbiamo compreso che papà nostro non tornava più». Di Stefano mette in fila anche le deposizioni dell’inchiesta come quella dell’ingabbiatore Antonio Iannetta , addetto al carrello richiamato in superficie prematuramente per errore e che ha innescato l’inferno. Testimone diretto, fatto partire subito per il Canada. Il cronista ascolta voci rassegnate, ancora traumatizzate, ma anche combattive. Come Peppe, minatore siciliano che a Marcinelle ha perso un fratello e tutti i compagni della “mina”. Lui viveva in una baracca a 500 metri dal luogo del disastro e ha ancora nell’anima l’orrore: «Noi italiani abbiamo lavorato come schiavi, inquantoché quello che interessava nella mina era la mina e il carbone, non la persona umana. Vere bestie, se pensate che dopo la catastròfa solo il direttore dei lavori, Monsieur Calicis, fu condannato e gli altri tutti liberi come uccelli», si sfoga l’uomo nel capitolo a lui dedicato, dal titolo significativo; “La gioventù nostra è stata venduta dal governo”. Il libro è, dunque, un coro di voci, con il tempo sempre più esiguo, che – rimarca nella nuova prefazione Di Stefano – «ambisce a farsi memoria collettiva. Agli storici il compito di vagliare e semmai di giudicare, ma ai testimoni l’ascolto e la dignità che meritano per non farli morire di nuovo».
Il 26 giugno 2026 è tornato d’attualità il dibattito sul possibile riconoscimento legato alla figura di Franco Basaglia. In un’intervista la figlia ha espresso una netta contrarietà: secondo lei, il padre non deve essere “imbalsamato” come simbolo statico del passato, ma la sua eredità va mantenuta come pratica viva e aggiornata.
La vicenda solleva punti rilevanti per chi segue i Siti UNESCO in Italia e le candidature legate a memorie, pratiche e patrimoni immateriali. Prima di qualsiasi proposta formale occorre valutare non solo il valore storico, ma anche l’impatto sulle comunità e la possibilità di conservare modalità operative e di ascolto che siano ancora efficaci oggi.
Questo episodio evidenzia come le candidature relative a figure o pratiche storiche in Italia richiedano una valutazione attenta: il riconoscimento UNESCO può valorizzare la memoria, ma deve essere progettato in modo da non trasformare persone o pratiche viventi in semplici simboli museificati. Per aggiornamenti su eventuali sviluppi, monitorare i canali istituzionali competent
TORINO – Otto pietre d’inciampo vandalizzate
Pubblicato in Italia il 03/05/2026
«La vandalizzazione delle otto pietre d’inciampo posate nello scorso mese di febbraio in piazza Santa Giulia in memoria delle anziane ospiti dell’Ospizio Israelitico deportate e assassinate al loro arrivo ad Auschwitz è un gesto vigliacco e ignobile di eccezionale gravità». Lo scrive in una nota il presidente della Comunità Ebraica di Torino, Dario Disegni. «Da tempo la Comunità Ebraica denuncia la crescita esponenziale di un antisemitismo sempre più diffuso e aggressivo in un clima di odio e di intolleranza che non può non preoccupare profondamente. Le istituzioni e la società civile sono chiamate a reagire con fermezza a questa deriva che mina le basi di una civile convivenza tra tutti i cittadini della Repubblica».
Ho ricevuto dall’on . Giancarla Codrignani una lettera che registro e cercherò di diffondere
VOTARE NO.
Come dice Dacia Maraini, “Vedo una voglia di punire le toghe e limitare la loro libertà”.
Le toghe disturbano il governo perché sono troppi i parlamentari inquisiti e,
come succede solo in Italia, troppi i Comuni sciolti da un magistrato per infiltrazione mafiosa
(dal 1991al 2024 sono stati 268). La libertà del magistrato si chiama
autonomia: significa che dipende solo dalla Costituzione.
Falcone e Borsellino non la mandavano a dire ai governi: facevano il loro mestiere
“nonostante” i governi non avessero contrastato abbastanza la criminalità
organizzata. E così governanti, Parlamenti e ciascun singolo cittadino hanno bisogno
del buon funzionamento della giustizia e di giudici o di inquirenti “a prescindere”.
Quindi, serve la separazione delle carriere? No, in primo luogo perché la riforma Carabia
consente, per “una sola volta”, il passaggio dalla magistratura inquirente alla giudicante.
In secondo luogo la separazione delle carriere è questione di scuole di pensiero accettate
indifferentemente da giuristi affidabili di destra o di sinistra senza grandi differenze per un profano.
Quello che oggi spinge l’accademia a cedere il passo alla coscienza politica è l contesto.
L’Italia non aveva mai avuto la destra reazionaria al governo (fino al 2019 il Msi aveva poco più del 4%),
per giunta un governo maggioritario la cui premier mostra di voler comandare più che governare.
Chiara la sua ignoranza dell’indipendenza costituzionale della magistratura,
se non perde occasione di criticare, offendere e dileggiare i magistrati abusando del suo potere.
Se in questo Parlamento ci sono 34 parlamentari condannati o imputati e indagati, ma
indiscutibilmente eletti (10 leghisti, 8 FdI, 6 Forza Italia, 4 Pd, 3 Italia Viva, 2 Moderati, 1 M5S),
risulta evidente che il governo teme la magistratura, di cui ha bisogno.
Proprio l’aggressività con cui esprime la sua volontà nel voto referendario dimostra l’ansia
per il referendum e per i provvedimenti che verranno subito dopo.
E’ già pronta una riforma che sottrarrà la Polizia giudiziaria al magistrato inquirente
(l’art. 327 Cpp garantisce che “il pubblico ministero dirige le indagini e dispone direttamente
della Polizia giudiziaria”) ripristinando il codice Rocco.
Altra tappa – prevista a breve, prima della fine legislatura – la riforma del premierato
e l’ombra dell’influenza nella nomina del futuro Capo dello Stato.
Prospettive che non rassicurano la stabilità dei valori democratici, lo stato di diritto,
il bilanciamento delle garanzie, l’uguaglianza del cittadino davanti alla legge
(i condannati per la strage della stazione di Bologna sono dei tuoi).
Poi, cara Meloni, sarai brava a far teatro, ma non ti si può assolvere dell’aver mentito troppo.
GIANCARLA CODRIGNANI