13 maggio 2022 – Gli alpini fra infiltrati e solidarietà diffusa

Vorrei lasciar perdere e invece è doveroso far memoria per misurare via via il degrado e osservare se spunta la speranza di una risalita.

Vado malvolentieri su facebook ma lo faccio per vedere che si pensa di ciò che accade e interessa i social. Non uso i ‘mi piace’ né le piccole icone spiritose, sia perché non sempre capisco il significato di quelle innumerevoli faccine sia perché non  mi va di esprimere pareri sommari in un mondo traballante e a mio parere insicuro. Se decido di intervenire lo faccio cercando di essere breve e chiara.

Trovo una frase che mi lascia attonita e trascrivo a fatica Mame vonde  tete mi baste le gavete…, ho letto di normale praticata baldoria ma devono aver cancellato perché non ritrovo e passo al Messaggero Veneto, quotidiano diffuso in Friuli  (pag. 8 ) articolo a firma Chiara Baldi.
A questo punto l’indignazione diventa disagio e sofferenza.

Copio perché è doveroso ricordare:
Sonia Alvisi, coordinatrice delle donne dem di Rimini, doveva essere diventata ingombrante. Si è dimessa dopo aver pubblicamente sostenuto l’importanza della “denuncia formale” da parte delle donne molestate (alcune nel corso della loro attività lavorativa)  per essere più credibili e aver inviato un  messaggio di solidarietà agli alpini . Mah!
Intervengono la ministra Bonetti (pari opportunità?!) e l’on Serracchiani: “Sospendere il raduno sarebbe come arrendersi a un pugno di violenti ” (dixit).
L’assessora alle pari opportunità del Veneto dichiara: “Se uno mi fa un  sorriso e mi fischia dietro io sono pure contenta”. Stia lieta signora assessora Elena Donazzan, stia lieta: è affar suo ma rispetti chi “dietro” non ha conosciuto solo fischi e comunque poteva non  gradire nemmeno quelli.
Quello che però mi turba di più (ed è una obiezione ricorrente) è il continuo ricorso dal sapore assolutorio a misteriosi   infiltrati.
Vorrei poter prescindere dalla barocca situazione immaginata di maschi (giocherelloni? fischiatori o ???)  che si infilano nelle file adamantine della adunata alpina  per molestare le donne senza che ci sia notizia di una reazione offesa di chi l’infiltrazione avrebbe subito all’interno di un raggruppamento ordinato, discreto nel linguaggio  e  non solo, notoriamente sobrio,  guardando lo spettacolo fra le proprie file , ma  non riesco ad arrendermi al ridicolo perché ho un altro più serio e doloroso problema.
Come è possibile che donne adulte, intelligenti, acculturate, consapevoli dei propri diritti (parlo a ragion veduta) sentendo di molestie e violenze, poiché sono state dichiarate  nel quadro di una adunata alpina,  pensino agli infiltrati piuttosto che alla solidarietà alle proprie simili,  riservando se mai a un momento successivo l’ipotesi ‘infiltrati’?
Lesa  maestà, l’ombra di una sorta di sacralità  che copre e tutela gli alpini? Mi fermo qui anzi no.
Alcune di queste donne hanno ricordato che sono state molestate nel corso del proprio lavoro e di essersi trovate quindi in una situazione di disagio aggravato.
Vi immaginate una cameriera che denuncia un cliente, certa della solidarietà  dei presenti magari  irritati dal ritardo della pizza, e della solidarietà  del datore di lavoro? Sicurezza del lavoro .. ah già! Ma che c’entra?!  Qualche volta mi confondo.

13 Maggio 2022Permalink

7 aprile 2022 – Giancarla Codrignani fra l’ecumenismo velleitario e l’elogio di Erasmo da Rotterdam

QUALE BILANCIO DEL NOSTRO VELLEITARIO ECUMENISM?                          Aprile 2022
Giancarla Codrignani

Li chiamiamo “fratelli ortodossi” ma oggi, per colpa di una guerra, chi sono davvero per noi? Francesco conferma l’abbraccio ai “fratelli”, ma non può, anche se vorrebbe, ripetere la mediazione che fu possibile a Giovanni XXIII quando il mondo rabbrividì per il pericolo dell’istallazioni di missili balistici sovietici a Cuba, una provocazione piena di minacce per gli Usa di Kennedy e la Russia di Krusciov: era il 1962 e la logica delle sfide e relativo onore da salvare – che connota i maschi e anche i governi (oggi contagia anche la vicepresidente americana Pamela Harris)- imponeva la risposta armata, un’altra guerra “mondiale” vent’anni dopo la “seconda”.
A nulla erano valsi i tentativi e i Due Grandi – che non volevano arrivare all’amato ok corral anche nel Far West americano – trovarono non indecoroso cedere al Papa.
Oggi Francesco non può permetterselo. La chiesa ortodossa ha sofferto il dramma dello scisma del patriarcato di Kiev che nel 2019 si è proclamato “autocefalo” ottenendo la legittimazione del patriarcato di Alessandria e degli ortodossi greci, non dal patriarcato istituzionale di Costantinopoli.  L’azione anarchica e, soprattutto, nazionalista dell’ortodossia ucraina si è di fatto resa responsabile del distacco politico dal patriarcato di Mosca da cui dipendeva.
Una vertenza sull’autocefalia non fa ridere, tanto più in questo momento e nonostante il buon senso che vorrebbe le chiese disimpegnate dagli interessi dei governanti. In questi giorni non si tratta più, infatti, di questioni teologiche, ma di quel potere che non è solo giuridico e canonico, ma amministrativo e politico. Il patriarca di Mosca Kiril nega la legittimazione del patriarcato di Kiev nel momento in cui è chiara la sua opposizione alla Russia di Putin e allo stesso modo il dittatore post sovietico intende recuperare a gloria della Santa Madre Russia, l’impero russo zarista con la benedizione del patriarca di Mosca. Solo che la fraternità e la comunione se ne vanno senza Cristo dietro la guerra.

intanto anche noi siamo rimasti fuori dal cuore dell’ecumenismo. Bisogna che confessiamo di essere clericali: preghiamo, studiamo (pochi) teologia ecumenica, facciamo bellissimi convegni.
In realtà siamo sempre noi (cattolici) la maggioranza; inevitabile, ma anche poco sensibili alla solitudine ignara del mondo cattolico di base non coinvolto nella ricerca di una fraternità confessionale di reciproca libertà. In genere nelle parrocchie non si conosce neppure il significato dell’impegno: siamo prigionieri della tradizione “colta” di una pratica detta “ecumenica”, che, se vuol dire universale, sarebbe meglio tradurla. Ma, di fatto, mi sento – proprio per il mio interesse rimasto di nicchia oggi più di quando il Sae prese il volo con Maria Vingiani – in difficoltà: sono arrivati tanti ortodossi in questo mese di guerra, tutti accolti con emozione condivisa, per la libertà dell’Ucraina. Ma la maggioranza degli arrivati trova qui da noi i/le parenti che lavorano in Italia: molte badanti hanno potuto accogliere la madre o la sorella con i bambini per la generosità delle famiglie dove da anni curano un nostro anziano.

Ma non le abbiamo mai viste alle nostre riunioni.

Ai margini, per chi cerca di dare senso all’ecumenismo, c’era stato il caso di Bose.
La formula postconciliare della Comunità monastica di Enzo Bianchi si è modificata diventando “monastero”, una trasformazione chiaramente alternativa anche sul piano della spiritualità e delle tematiche di studio. La Comunità era nata mista, comprensiva di uomini e di donne, non era riservata a soli presbiteri (l’abate Enzo Bianchi non lo è) e nemmeno ai soli cattolici. Infatti nell’attività di ricerca privilegiava la relazione e lo studio dell’ortodossia. Ricordando questa “fratellanza” sempre aperta alla partecipazione, non si può non pensare all’importanza che poteva avere la relazione con i vari patriarcati nella tragedia della guerra attuale che ha sciaguratamente approfondito il solco tra Kiev e Mosca anche sul versante religioso cristiano. La chiesa di Mosca invece di accogliere l’unità di fede come sostegno comune nella situazione blasfema della guerra, ha scelto di accettare la sfida e seguire la tradizione conservatrice che vuole l’Occidente corrotto e immorale e il primato della madre Russia. Anche se Papa Francesco, dopo essere stato bloccato dalla tensione tra i patriarcati, riuscirà, senza interferire in casa altrui, a richiamare Kiril all’abbraccio cristiano con il papa cattolico romano, la guerra estrema farà pagare cari i suoi costi, tra cui la frustrazione di quando i conflitti entrano nelle chiese.

LA GUERRA 12  è passato un mese dall’inizio  Giancarla Codrignani

La storia che abbiamo alle spalle, ma anche la testimonianza della libertà di opinione:

Nel 1511 esce l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam .

Non si usa più far miracoli: roba d’altri tempi. Insegnare ai fedeli è faticoso; interpretare le Sacre Scritture è lavoro da farsi a scuola; pregare è una perdita di tempo; spargere lacrime è misero e femmineo; vivere in povertà̀ è spregevole. Turpe la sconfitta e indegna di chi a mala pena ammette il re al bacio dei suoi piedi beati: infine, spiacevole la morte, e infamante la morte sulla croce.

Rimangono solo le armi e le “dolci  benedizioni” di cui parla san Paolo, e di cui fanno uso con tanta larghezza: interdetti, sospensioni, condanne aggravate, anatemi, esposizione di ritratti a titolo di vergogna, e quella tremenda folgore con cui, a un cenno del capo, mandano le anime dei mortali all’inferno e oltre. Di quella folgore, i santissimi padri in Cristo, e di Cristo vicari, si servono col massimo della violenza, soprattutto contro coloro che, per diabolico impulso, tentano di rimpicciolire e rosicchiare il patrimonio di Pietro. Benché́ le parole dell’Apostolo nel Vangelo siano: “Abbiamo abbandonato tutto e ti abbiamo seguito”, essi identificano il patrimonio di Pietro con i campi, le città, i tributi, i dazi, il potere. E mentre, accesi dall’amore di Cristo, combattono per queste cose col ferro e col fuoco, non senza grandissimo spargimento di sangue cristiano, credono di difendere apostolicamente la Chiesa, sposa di  Cristo, annientando da valorosi quelli che chiamano i nemici.

Come se la Chiesa avesse nemici peggiori dei pontefici empi; di Cristo non fanno parola: fosse per loro, svanirebbe nell’oblio; legiferando all’insegna dell’avidità, lo mettono in catene; con le loro interpretazioni forzate ne alterano l’insegnamento; coi loro turpi costumi lo uccidono.

Poiché́ la Chiesa cristiana è stata fondata, rafforzata e ingrandita col sangue, ora, come se Cristo fosse morto lasciando i fedeli senza una protezione conforme alla sua legge, governano con la spada, e, pur essendo la guerra una cosa tanto crudele da convenire alle belve più che agli uomini, tanto pazza che anche i poeti hanno immaginato fossero le Furie a scatenarla, così rovinosa da portare con sé la totale corruzione dei costumi, tanto ingiusta da offrire ai peggiori predoni la migliore occasione di affermarsi, tanto empia da non avere nulla in comune con Cristo, tuttavia, trascurando tutto il resto, fanno solo la guerra. Si possono vedere vecchi decrepiti che, inalberando un vigoroso spirito giovanile, non si sgomentano davanti alle spese, non cedono alle fatiche, non indietreggiano di un pollice se si trovano a mettere a soqquadro le leggi, la religione, la pace, l’intero genere umano. Né mancano colti adulatori, pronti a chiamare questa evidente follia zelo, pietà, fortezza, escogitando stratagemmi che permettono d’impugnare il ferro mortale e di immergerlo nelle viscere del fratello senza venir meno a quella suprema carità̀ che secondo il dettato di Cristo un cristiano deve al suo prossimo.

7 Aprile 2022Permalink

17 marzo 2022 – Un nome, un numero, un asteroide

    HO UN SOGNO 267 marzo 2022

75190 SEGRELILIANA: L’IMPORTANZA DI UN NOME

Il numero che veniva impresso nella carne di ogni deportato non risparmiò una ragazzina tredicenne al suo arrivo nel lager di Auschwitz-Birkenau. Quella ragazzina, Liliana Segre, oggi è senatrice e porta quel numero «con grande onore perché è la vergogna di chi lo ha fatto».
Sopra di lei, sopra di noi, un asteroide in orbita fra Marte e Venere ora perpetua il passaggio dall’orrore della devastazione alla rinascita di un essere umano, con il suo nome che la violenza perpetrata non è riuscita a cancellare. Ricordando il suo lavoro schiavo, Liliana Segre precisa «Ci volevano far diventare disumani e il numero serviva per sapere quanti pezzi c’erano. Io sono stata un pezzo».
Un’altra donna ci ha recentemente proposto il significato del nome che a ognuno deve essere attribuito, che a ognuno appartiene e non può essere soffocato a morte da un numero.
Deportata con i genitori partigiani Lidia Maksymowicz racconta: «Avevo 3 anni arrivammo ad Auschwitz in un carro bestiame, il fatto di essere stata separata da mia madre è stato molto doloroso. < .... >
Mia madre veniva strisciando alla mia baracca per portarmi da mangiare e farmi ricordare il mio nome. Non ricordavo più il suo viso, ma solo le sua mani che mi portavano da mangiare».
Una mamma che sfidava le SS guardiane del campo per nutrire la sua bambina con i resti di cibo che le poteva offrire, le imponeva il ricordo del nome, l’unico legame con se stessa dalla nascita e identità riconosciuta nel percorso del suo breve passato.
Sul braccino della piccola c’era un numero che non è stato cancellato.
Su quel numero si è chinato papa Francesco, baciandolo “col pensiero rivolto a tutti i bambini morti nei lager”, ha raccontato Lidia.
Appunto a tutti i bambini. È un principio di uguaglianza che oggi in Italia sembra inapplicato.
Una legge infatti costringe coloro che registrano la nascita di un figlio ad esibire il permesso di soggiorno a un ufficiale di stato civile. La consapevolezza della propria eventuale situazione di irregolarità può indurli a non provvedere alla registrazione della nascita dei figli per paura.
La società civile, il parlamento italiano che la rappresenta non hanno bisogno dell’eroismo di mamma Maksymowicz per modificare l’art. 1 comma 22 lettera G della legge 94/2009. Dovrebbero solo rispettare la Costituzione italiana che dichiara all’art. 10: «L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute». Una di queste afferma: «Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi».
È la Convenzione delle Nazioni Unite, ratificata con legge nel 1991. Oggi rappresenta anche l’obiettivo 16.9 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite:
«Entro il 2030, fornire identità giuridica per tutti, inclusa la registrazione delle nascite».
L’Italia va controcorrente. Ci abitueremo. “Hanno pianto un poco, poi si sono abituati.
A tutto si abitua quel vigliacco che è l’uomo!” Fëdor Dostoevskij in Delitto e castigo.

17 Marzo 2022Permalink

5 marzo 2022 — Leggendo Donatella De Cesare — No alle armi

04 marzo 2022 Guerra Ucraina-Russia, Di Cesare: “Non si aiutano ucraini dandogli armi” – Donatella Di Cesare

La filosofa cita l’opera di Kant del 1795: “Se in Europa non c’è pace perpetua, ci sarà nei cimiteri”
“Non si aiutano gli ucraini armandoli: è semplicemente questa la mia posizione. E l’Europa, che celebra una riunificazione in armi, in realtà nasconde il proprio fallimento”. Parlando con l’Adnkronos, è netta la filosofa Donatella Di Cesare nel sottolineare le proprie “posizioni pacifiste, ci tengo moltissimo a dirlo e a esserlo”, anche nei confronti di una guerra “raccontata attraverso una narrazione semplicistica: l’idea che tutto sia iniziato con l’invasione russa. Certo, chi non condannerebbe la Russia partendo soltanto da questo ‘antefatto’? Invece, bisognerebbe indagare un po’ più in profondità, andare indietro nel tempo, a prima della guerra, a cosa l’ha determinata”, aggiunge la professoressa di filosofia teoretica dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma, molto criticata dopo le sue affermazioni di ieri sera a ‘Piazza Pulita’ su La7.
Ciò che mancano e invece servirebbero, secondo la Di Cesare, sono “le voci della politica e della diplomazia che chiedano la pace: un’unificazione in armi, infatti, è una sconfitta e non la vittoria tanto celebrata dell’Europa. Vivo con dolore e angoscia le vicissitudini degli ucraini, ma penso che non si possa aiutare il popolo con le armi o mandando legionari. Non mi sarei mai aspettata una simile presa di posizione da parte dell’Italia e della Germania, non solo per la loro dipendenza energetica dalla Russia, ma anche per i legami culturali e politici che nel tempo avevano creato. Penso ad esempio al convegno su Kant a Kaliningrad (l’ex città di Königsberg, dove il filosofo tedesco era nato) in programma per il prossimo anno e che è stato annullato: un fatto grave quanto la cancellazione a Milano del corso su Dostoevskij di Paolo Nori. Evidentemente anche i morti fanno paura”.
A proposito di Kant, conclude, “mi viene in mente uno dei suoi testi più importanti, ‘Per la pace perpetua’, opera dal titolo ambiguo, che gioca con il riferimento alla quiete dei defunti nei camposanti. Se non ci sarà la pace perpetua in Europa, se la diplomazia non tenta di sostituirsi alle armi, ci sarà quella perpetua nei cimiteri”.
(di Cristiano Camera)

5 Marzo 2022Permalink

13 luglio 2021 – AMBASCIATORE UCCISO IN CONGO il 22 febbraio scorso

La moglie di Attanasio: «La mia vita per i bimbi di strada. Voglio che Luca resti fiero di me»

Zakia Seddiki, moglie dell’ambasciatore d’Italia: «Non ha avuto colpe, la sicurezza non dipendeva da lui»

Nei prossimi mesi dovrebbe aprire nel nostro Paese «Mama Sofia», l’associazione di volontariato fondata nel 2017 da Zakia Seddiki, la moglie dell’ambasciatore d’Italia Luca Attanasio ucciso nella Repubblica democratica del Congo. Sarebbe superficiale considerarla questione priva di rilievo: è un esempio di come una donna, una madre, può combattere perseguendo i propri principi e i propri ideali un dolore causato da armi e aggressività di altri esseri umani. «Luca mi diceva sempre: “Zakia sono orgoglioso di te, di quello che fai con Mama Sofia”. Dovrà continuare a esserlo anche se non è più fisicamente con noi», spiega in questa intervista la vedova del diplomatico, morto il 22 febbraio scorso. L’associazione ha dato aiuto in passato a bambini di strada e donne detenute.

Attanasio, come il carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo, è stato assassinato da sconosciuti mentre andava a visitare un centro scolastico nel Nord Kivu. Una zona del Congo già tormentata da Ebola, eruzioni vulcaniche, criminalità, corruzione e guerriglia mai spenta del tutto.

Capelli castani, viso dai tratti delicati, occhi di uno scuro intenso che risalta su una camicetta rosa, Zakia Seddiki risponde nell’aspetto esteriore al suo modo di esprimersi in un pomeriggio di estate. La sua determinazione è rivestita da qualcosa che sta tra la grazia e la riservatezza. Nei giorni scorsi questa donna di origini marocchine ha concluso un’altra fase della propria vita. È rientrata a Roma dal Congo. Nel Paese in cui abitava con il marito era tornata per portare via le cose di casa, impossibili da trasferire al momento della partenza improvvisa per i funerali di Stato in Italia. «Con la mia famiglia abbiamo dovuto chiudere un cerchio che andava chiuso. Era previsto che ci fermassimo a Kinshasa una settimana. Sono state tre. Il ritmo lì è lento: ho dovuto terminare i container la sera prima del rientro», racconta Zakia Seddiki.

Sono trascorsi quasi cinque mesi da quando suo marito è stato ucciso a colpi di mitra dopo l’assalto al convoglio su cui viaggiava. Lei ebbe molta solidarietà allora. Ne riceve ancora?

«Sento che tante persone mi sono vicine. Aiuta. Aiuta un po’ a non sentirsi soli».

Ha dovuto chiudere anche Mama Sofia?

«No. Mama Sofia in Congo rimane. È come un bambino che deve crescere».

Nelle mani di chi?

«Sarò sempre presente nell’associazione. Ci sono progetti in corso di esecuzione grazie ad alcune suore italiane. Le aiuterà una donna che prima era in servizio in ambasciata. Abbiamo fatto il punto giorni fa».

In che cosa consistono i progetti?

«Viene assistita una ragazza che ha vissuto due anni con l’intestino fuori dalla collocazione naturale e ha subito varie infezioni. Un altro progetto riguarda formazione professionale per ragazze madri disoccupate. Mentre ero a Kinshasa, ne abbiamo lanciato uno con un’associazione di ciechi affinché venga insegnato il mestiere di panettiere a non vedenti. Necessitano dell’accompagnamento di bambini, impossibilitati così ad andare scuola. L’obiettivo è anche consentire di studiare ai bambini».

Ne aveva parlato con l’ambasciatore Attanasio?

«Sono progetti che avevo discusso con lui e che era pronto a sostenere. Luca mi diceva sempre: “Zakia sono orgoglioso di te, di quello che fai con Mama Sofia”. Dovrà esserlo anche se non è più fisicamente con noi. Mama Sofia verrà registrata presto anche in Italia».

Per quali attività?

«Per essere utile a chi ha bisogno. Per esempio stranieri, ragazze che non riescono a frequentare la scuola e che non devono perdere il diritto di decidere sul proprio futuro. Sto riflettendo».

Con il trasloco lei si è stabilita a Roma?

«Per adesso sì. Con Luca avevamo previsto questa città per dare radici alle nostre bimbe».

La magistratura romana indaga su un funzionario del Programma alimentare mondiale. Ipotizza che sia responsabile di omesse cautele nella protezione dell’ambasciatore e di Iacovacci in quel viaggio nel Nord Kivu preparato dall’agenzia delle Nazioni Unite. Lei in febbraio mi disse: «Il Pam non ha organizzato la protezione in modo opportuno. Non hanno fatto quello che va fatto per una zona a rischio». Non è qui adesso che va emessa la sentenza. Le chiedo: l’inchiesta va nella direzione che si aspettava?

«Penso di sì».

Lei in febbraio mi disse anche: «Chiedo di rispettare Luca. Rispettiamolo, si rispetti il nostro dolore. Lo dico a chi vuole solo scrivere per scrivere, senza avere informazioni, o cambiare le mie parole». Suo marito sta avendo il rispetto che lei invocava?

«Non è uscito nessun altro articolo che mi attribuisse qualcosa che non ho detto».

Ci sono stati altri fattori esterni che le hanno causato turbamento?

«Ringrazio l’intero corpo diplomatico, sia coloro che stanno alla Farnesina sia coloro che sono all’estero, per avermi fatto sentire come se fossimo nella stessa famiglia. Ci hanno dato una mano per aspetti pratici, per tutto. Non normale è sembrata una dichiarazione di un viceministro che ci ha ferito».

Immagino lei si riferisca a quanto risposto a interrogazioni al Senato dalla viceministra degli Esteri Marina Sereni: l’ambasciatore a Kinshasa era, per la normativa, «la figura individuata quale datore di lavoro» alla quale spetta in autonomia «la valutazione dei rischi» e dotata dei «poteri organizzativi e di spesa». Risposta di ufficio fondata su mansionari, non un’accusa.

«Lo so, ma in questo periodo così complicato una cosa del genere fa sentire male. Luca non era formato per fare il militare. Non ritengo spettasse a lui valutare e gestire la sicurezza. Faceva il diplomatico. Convinto di un’idea».

Quale?

«Tante persone credono che fare il diplomatico consista in andare a cocktail. Sbagliano. Luca sosteneva che è un po’ una missione. E voleva far sentire ai missionari italiani la vicinanza dell’Italia. Li raggiungeva in posti difficili per dire: nel nome della Patria io, che la rappresento, vi sono vicino. Anche in Congo».

https://www.corriere.it/cronache/21_luglio_12/moglie-attanasio-la-mia-vita-bimbi-strada-voglio-che-luca-resti-fiero-me-ae84c802-e34f-11eb-aa6d-02d6b05969fd.shtml

NOTAho evidenziato in grassetto una frase per me centrale.
Forse ne parlerò  nei prossimi giorni.

 

13 Luglio 2021Permalink

15 aprile 2021 –  La cittadinanza italiana  a Patrick  Zaki, nel ricordo di Giulio Regeni  

Al comunicato del 14 aprile  del Consigliere Regionale Furio Honsell unisco l’immagine della senatrice Segre pubblicata Ho un sogno n. 263

Commuove che alla seduta odierna di palazzo Madama abbia preso parte anche la senatrice a vita #LilianaSegre, confermando anche in questa occasione la propria caratura umana e civile.

Ritengo importante che analogo atto venga adottato anche dal #ConsiglioRegionale del #FVG e ci faremo pertanto portatori di una mozione in tal senso, non solo per difendere la persona di Patrick Zaki ma anche in omaggio al ricordo di #GiulioRegeni, vittima del medesimo brutale regime” ha dichiarato il consigliere regionale

Furio Honsell  di #OpenSinistraFVG.

Liliana Segre non sono  riuscita a isolare  l’immagine della senatrice Segre; per il momento quindi resta l’intero numero di Ho un Sogno

E prima di chiudere vengo a sapere e immediagamente copio

Liliana Segre presidente della commissione contro l’odio: standing ovation dei senatori

La senatrice a vita Liliana Segre è stata eletta presidente della commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio che si è riunita per la prima volta, dopo essere stata istituita nel nell’ottobre del 2019. Subito dopo la proclamazione è seguito un applauso di tutti componenti della commissione in piedi. “Sono profondamente emozionata perchè è tanto che penso che questa commissione sia qualcosa che sento profondamente e adesso cominciamo. Mi faccio da sola un grande coraggio per iniziare questo percorso, visto che ho 90 anni” ha dichiarato Segre

 

 

15 Aprile 2021Permalink

 14 aprile 2006  –  Liliana Segre, una grande donna in Senato e uno studente dell’università di Bologna in carcere.

UNA GRANDE DONNA ENTRA IN SENATO PER PRENDERSI PERSONALMENTE CURA DEL DIRITTO UMANO DI UN GIOVANE STUDENTE EGIZIANO.

Voglio  iniziare la ripresa del mio blog (bloccato da un po’ per la mia insipienza digitale ma non solo) trascrivendo  le  dichiarazioni della grande senatrice Segre che andrà in Senato nonostante il Covid associato ai suoi 90 anni.

” Ho firmato con profonda convinzione la mozione che chiede al governo di concedere la cittadinanza italiana a Patrick Zaki, detenuto senza alcuna motivazione e senza processo sin dal 7 febbraio 2020 nelle carceri egiziane. Oggi sarò presente in aula per appoggiare la mozione e la liberazione di Zaki“.
Si schiera così con lo studente dell’Alma Mater anche la senatrice a vita Liliana Segre.
“La sua detenzione senza processo è una violazione clamorosa dei diritti umani e civili che lo Stato democratico italiano non può accettare senza fare il possibile per ottenerne la liberazione”.

Cittadinanza a Zaki: si schiera Liliana Segre – Cronaca – ilrestodelcarlino.it

Aggiungo (ma non mi fermerò qui) un mio piccolo articolo sul n.263 di Ho un Sogno, un periodico locale, in cui scrivo della senatrice Segre, quando ancora non sapevo del su ritorno in Senato .

“Tu voltati, voltati sempre a guardare l’altro”
La senatrice Segre è una portatrice di memoria  inquietante . Lo è stata da  quando  è entrata in Senato il 7 giugno 2018  ricordando che  «il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali, razziste, del 1938 facendo una scelta sorprendente: nominando quale senatrice a vita una vecchia signora, una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia che porta sul braccio il numero di Auschwitz».
I senatori si alzarono in piedi applaudendo, tutti.
La vecchia signora non costituiva una minaccia: simbolo di un ricordo  ingombrante  ma  niente di più.  Molti di loro non si rendevano conto che la senatrice Segre veniva da un’esperienza trentennale di rapporto instancabile con i giovani  cui aveva offerto la conoscenza  non solo di una memoria ferita ma di una  testimonianza incisa nella carne: «  dovevamo cominciare a dimenticare il proprio nome … . Mi venne tatuato un numero sul braccio e dopo tanti anni si legge ancora bene, 75190 ».
E il ricordo si fa presente perché declinato in  parole che evocano l’attualità:  «Sono stata anch’io richiedente asilo, clandestina, respinta . Vivevamo immersi nella zona grigia dell’indifferenza. L’ho sofferta, l’indifferenza. Li ho visti, quelli che voltavano la faccia dall’altra parte. E anche oggi ci sono persone che preferiscono non guardare».
Il crescendo di un discorso  la porta a ricordare « quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, che sono stati uccisi per la sola colpa di essere nati, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento.  Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano».
Quando la ‘tentazione dell’indifferenza’  si fa riferimento esplicito è troppo. Ci sono parole che nemmeno  la senatrice  Segre può permettersi di rendere attuali: « Mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi». E gli applausi dei senatori si fanno selettivi.
E’ difficile chiamare con il suo nome ogni olocausto  e proprio per questo  i nomi vanno ricordati non possono essere affogati nel grigiore dell’indifferenza  “Aktion T4, Porrajmos e Omocausto”.
Per sé non scuotono la coscienza come dovrebbero fare: l’indifferenza li colloca nello spazio del grigiore che li allontana.
Ma ancora una volta è Liliana Segre che offre lo strumento necessario per non renderci ammorbati dall’indifferenza, la forma più comoda del negazionismo.
Ricorda che durante una selezione si rese conto che Janine, la piccola francese che lavorava con lei alla fabbrica di munizioni e la seguiva nella fila di scheletri nudi quali ormai quelle donne erano , si era ferita e sarebbe stata eliminata. Ormai sapeva leggere gli sguardi e i cenni degli aguzzini.
Capì ma non  osò voltarsi per salutarla e se lo rimprovera ancora.
Una scheggia di umanità nella disumanità diventa l’indicazione dell’unica strada possibile:
« Tu voltati, voltati sempre a guardare l’altro »  perché ciò di cui non si nega la vista, esiste e va affrontato con  la dignità  degli sguardi che si incontrano. Non sempre succede.

C’è una connessione fra le due notizie? Nel mio intento sì e ne scriverò presto.

14 Aprile 2021Permalink

16 marzo 2021 – Raniero la Valle: un ricordo di un ragionar comune

Newsletter n. 217 del 28 febbraio 2021 di Chiesadeituttichiesadeipoveri

Risanare le Parole

Carissimi,

Vi scrivo a nome mio personale e vi chiederete perché. Per capire le cose bisogna vedere in esse ciò che accade perché è voluto, ciò che è provvidenziale e ciò che è fortuito.

Nel giorno vigilia del mio novantesimo compleanno al mattino presto non potendo io uscire per ragioni di salute è venuto a trovarmi con l’Eucarestia un caro amico gesuita che ha avuto il pensiero di portarmi l’Avvenire, il mio antico giornale ora così ben diretto da Marco Tarquinio. Essendo domenica molti giornalai erano chiusi, sicché è andato a prenderlo alla stazione Termini.

In quel giornale, come sempre assai ricco, era riaperta con molto pathos e sofferenza, da una lettrice, la questione dell’aborto, come questione dolorosa e divisiva tra le donne e la Chiesa. Su questo le donne non sono comprese dalla Chiesa che in tale materia pensa soprattutto al fatto, diciamo così alla “fattispecie”, non alle persone, a cui così non reca più la buona notizia del Vangelo, che anzi è drasticamente loro contestato, ma dà loro la cattiva, la pessima notizia che il loro aborto volontario sia stato un assassinio, che esse siano pertanto omicide e che siano mandanti di sicari, i medici che eseguono l’aborto. Ma (senza per ciò voler entrare nella casistica) le donne non hanno questa coscienza di essere colpevoli di omicidio, anzi, come fa la lettrice in questione, lamentano il loro immenso dolore per aver dovuto rinunziare a una nascita, per non aver potuto avere il loro bambino che perciò non è nato, non per averlo ucciso sulla porta di sé. È dal loro “sé”, a lui ancora legato in modo inscindibile, che il nascituro non è venuto alla luce, è rimasto un futuro possibile (spesso impossibile) ma incompiuto. Ciò che non fa la Chiesa, ciò che non fa una morale assiomatica, di distinguere interruzione di gravidanza e omicidio, tra aborto e decesso, tra incompiuto ed estinto, esse da millenni lo fanno.

Nell’antichità era molto chiara la differenza tra aborto e omicidio, tra non nascere e morire . Per i filosofi romani (c’è un gran librone, compulsato a suo tempo, sull’aborto nel mondo greco-romano) non c’erano dubbi che non fosse questione d’omicidio, tra i medici si discuteva piuttosto delle varie fasi della gravidanza. La Bibbia sa bene che cos’è l’aborto, c’è la percezione che si poteva non essere usciti dal ventre della propria madre, non che si poteva esserne stati soppressi. Quando Paolo parla di sé come di un aborto non pensa di essere stato ucciso sul nascere, ma di non essere venuto alla vita.

La questione, mi sembra, insorge, scoppia dentro la Chiesa, con la disputa su quando Dio infonde l’anima al feto. Perché è solo quando arriva l’anima che l’uomo diventa uomo, “essere vivente” come uomo e donna creati da Dio. Allora, e solo allora (al terzo mese? al quinto?) l’aborto diventava omicidio. Così la causa è trasferita dai teologi, dai sacerdoti ai medici, ai biologi. Diteci il giorno, ed ecco a quel punto l’uomo è uomo, non farlo nascere è uccidere una persona umana. Corpo e anima, il “composto umano”. Sappiamo oggi che questa è una cattiva antropologia. Noi siamo un’unità inscindibile pensata da Dio, ne siamo immagine, lui non è fatto di Dio e della sua divinità, come se fossero due cose distinte.

Da questa cattiva antropologia è derivata poi anche una cattiva teologia. In mano di chi Dio si mette per creare?

Vi chiederete perché parlo di queste cose proprio ora. Io non sono più tornato sulla questione dell’aborto da quando in Senato nel 1976 scrissi l’art. 1 della legge 194 sulla “tutela sociale della maternità e l’interruzione volontaria della gravidanza”, articolo rimasto indenne finora, e il 26 maggio 1977 vi tenni un discorso per illustrarla e difenderla. In quel discorso, che ebbe come titolo “Idolatria e laicità della legge”, dissi che era talmente inviolabile e non coercibile il rapporto tra la madre e il bambino che portava nel seno, che se Maria non diceva di sì, Gesù neanche nasceva.

Nessuno può decidere per la donna, non Comitati etici, non medici, non Codici penali, non forcipi di Stato, come avrebbe voluto qualche progetto di legge sull’aborto. Il vecchio Codice Rocco era impotente, non faceva che dare corso agli aborti, purché clandestini , spesso in laghi di sangue.

Ed è perché nessuno puó decidere per la donna, nemmeno per Maria, che noi abbiamo avuto la salvezza, il Salvatore.

Dunque è alla donna che Dio si affida. Ma che Dio per venire al mondo dovesse passare al vaglio di potenziali assassine non riesco ad immaginarlo. Tutt’altra appare essere l’idea che Dio ha della donna. Certo Dio non poteva pensare le sue figliole come potenziali omicide abituali o per tendenza. Anzi nella coscienza più profonda dell’umanità in cui Dio abita come in un tempio la donna è inestinguibilmente presente e vissuta come scrigno di vita. È l’uomo semmai che è archetipamente associato all’idea dell’omicidio, è lui il sacrificatore, fin dai tempi di Caino. E sempre infatti l’ideologia del sacrificio è stata associata all’uomo. E così le guerre, la ragion di Stato, e purtroppo anche l’idea del sacerdozio. Io penso che questa impossibilità per la Chiesa cattolica di procedere sulla via della donna sacerdote derivi anche dalla istintiva ripugnanza ad associare la donna all’idea del sacerdote come ministro del sacrificio. Quando avremo veramente abbandonato l’ideologia del sacrificio ancora così presente nella Chiesa nella liturgia nell’immaginario religioso e sacerdotale, allora non ci sarà più ostacolo al sacerdozio delle donne, ministre della vita, non solo spirituale, ma della vita fisica.

Perciò questo assimilare  l’aborto a un omicidio non solo è contro la logica aristotelica (perché identifica due cose diverse) ma è anche un po’ contro natura.

Ciò non vuol dire minimamente prendere posizione sul peccato d’aborto, su tutte le problematiche connesse al tema dell’aborto. Quando facemmo la legge esplicitamente non volemmo andare oltre il giudizio che assumesse l’aborto come un disvalore, una perdita, un dolore personale e sociale che la società dovesse lenire, non far vivere nella solitudine, includere in un tessuto di solidarietà sociale, tale che anche rendesse la vita più facile a nascere, e ciò proprio in base a una severa coscienza della infermità, insufficienza e laicità della legge.

La Chiesa continui nelle sue teologie, nessuno le tolga la libertà delle sue valutazioni morali, delle sue qualificazioni religiose e spirituali sull’aborto, i suoi insegnamenti di vita.

Se dopo tanti anni io riapro con lei la questione dell’aborto è perché mi sembra che mi resti un dovere. Di chiederle quest’unica cosa. Di non usare la stessa parola per definire l’ucciso e il non nato, il non nascere e il morire, una promessa che non si realizza e una volontà che le sia impari.

Le chiedo di non scambiare nella riflessione, nella predicazione, nella polemica “vita umana” e “persona umana” , la prima un’astrazione, la seconda l’uomo e la donna amati da Dio, la prima investigabile dalla biologia, la seconda un mistero dell’Essere, umano e divino, un mistero che ha solo un inizio, e mai più la sua conclusione, perché in Dio c’è solo il principio, non c’è la fine.

Perciò le chiedo un’ascesi della parola. La Parola ci salva, le parole spesso ci tradiscono.

L’aborto non è omicidio, la donna non ne è la mandante, il medico non il sicario; in ciò anche l’amatissimo papa nostro Francesco, tradito dalla lingua, non dice bene mi addolora.

Scongiuro la Chiesa di non pensare le donne come potenziali abituali assassine. Certo siamo tutti in peccato, ma questo non è il loro peccato, uccidere chi neanche è nato.

Solo questo voglio dire, non giustificare l’aborto e nemmeno la nostra legge. Perché questo scambio di parole e di concetti apre un problema molto grave tra lei e loro.

Forse è bene che sia un uomo a dirlo. Forse proprio gli uomini devono dirlo che delle donne sono figli, fratelli, compagni e sposi. La Chiesa mette le donne sugli altari, gli uomini le amano.

Papa Giovanni diceva: siamo appena all’aurora. Non sempre possiamo forzare l’aurora a nascere.

Con i più cordiali saluti

Raniero La Valle

 

www.chiesadituttichiesadeipoveri.it

 

 

16 Marzo 2021Permalink

15 marzo 2021 – Marinella Perroni racconta la strada di Kamala

GR_inverno 2021­  –  Marinella Perroni racconta la strada di Kamala.

Di generazione in generazione

Interrompo la serie di chiamate dei profeti biblici (che riprenderò più avanti) per ricordare Kamala Harris, vicepresidente degli Stati Uniti, una donna  che ha saputo  leggere il suo  tempo e chiedersi  quale significato lei stessa poteva avere per il futuro del suo paese.
Così scorre la storia dell’umanità  la storia che non  si riduce alla narrazione del pregiudizio da combattere e si fa umana nel rispetto del  protagonismo del piccolo corpo di Ruby e, per   investire  tutto un paese, diventa parte importante di una storia umana che si svolge “di generazione in  generazione”, come ci racconta la teologa Marinella Perroni

E quel “di generazione in  generazione” è la ragione dell’inserimento di questo testo nel Gr

Fa grande il Signore la mia anima
e il mio spirito esulta presso Dio, mio salvatore,
48
perché guardò l’essere in basso della sua alleata
Per questo, d’ora in poi
tutte le generazioni mi chiameranno beata.
49 Grandi cose ha fatto per me il Potente
e Santo è il suo nome;
50 la sua misericordia si trasmette di generazione in generazione.
per quelli che gli sono dinanzi.

GR ha parecchi fili da seguire nel loro svolgersi.
Uno di questi ce lo propone il Magnificat, cui più volte siamo tornati, e così abbiamo conosciuto un modo diverso di tradurre il canto di Maria, non serva ma alleata.
(I Vangeli delle donne. Ed  Ancora. Vangelo secondo Luc a. Introduzione e commento di Rosanna Virgili pag. 809)

06 marzo 2021            Rosa Parks, Ruby Bridges, la vicepresidente Usa: una genealogia di donne vista da una teologa

Un’immagine è stata virale nel web subito dopo le elezioni di John Biden a presidente Usa e Kamala Harris a vice. La accompagnava una didascalia: «Rosa si è seduta, per questo Ruby ha potuto camminare, per questo Kamala può correre» (Beth Perry).

Nel 1955, a Montgomery (Alabama) Rosa Parks si rifiuta di cedere il posto sull’autobus.

 

 

 

 

 

Nel 1960, Ruby Nell Bridges è la prima bambina di colore che mette piede in una scuola per soli bianchi nel Sud degli Stati Uniti, e il giudice del distretto federale chiede al governo di inviare degli agenti per proteggere i bambini, dato che fuori dalle porte della scuola Ruby è attesa da una folla che urla e  getta oggetti. a un uomo bianco.

 Nel 2020, Kamala Harris, di origini indo-americane e giamaicane, è la prima donna a essere investita del ruolo di vicepresidente della più potente democrazia occidentale. Altrettanto virali sono state le parole pronunciate dalla stessa Harris: «Sebbene io sia la prima donna a ricoprire questo incarico, non sarò l’ultima. Penso a intere generazioni di donne che hanno battuto la strada per questo preciso momento. Penso alle donne che hanno combattuto e sacrificato così tanto per l’uguaglianza, la libertà e la giustizia per tutti, comprese le donne afroamericane, trascurate ma che spesso dimostrano di essere la spina dorsale della nostra democrazia».

Tra dittature e narcisismi

Come la foto, anche queste parole chiedono di sapersi riconoscere in una genealogia. Che poi Kamala Harris le abbia ripetute più volte fino al momento culminante della cerimonia del giuramento ha consentito che, finalmente, il messaggio trovasse riscontro nei media. E per questo, in un tempo come il nostro che ancora fa tanta fatica ad accettare la soggettualità delle donne come trasformazione storica e non come rivendicazione, fanno riflettere.

Nessuno può sapere come Kamala Harris saprà orientare la politica del suo paese. Ma non è questo, qui, il punto. La forza delle sue parole sta nel fatto di chiedere a tutte le donne, di ogni età, cultura e religione, di sentirsi parte di una catena di donne, fatta non solo da quelle che le hanno partorite, ma soprattutto da quelle che, con le loro aspirazioni e le loro battaglie, le hanno generate alla vita pubblica. In un momento in cui la politica sembra costretta all’angolo tra dittature e narcisismi, Harris chiede di uscire da questa letale alternativa che produce una storia deforme. Solo quando diventa genealogia, quando cioè genera la consapevolezza di venire da lontano la storia delle donne entra finalmente a far parte della “grande storia”. La in-forma, non la de-forma. Vorrei allora provare a spiegare cosa evoca in me, alla vigilia di un 8 marzo che, come da tempo ormai, si trascina tra polemiche e stanchezze, questo richiamo forte a sentirsi inserite in una genealogia di donne che hanno fatto la storia, non l’hanno subita. Non posso farlo, evidentemente, altro che da teologa quale sono.

Un’immensa riserva aurea

Ho sempre sofferto del fatto che la mia Chiesa non fosse capace di mettersi all’ascolto delle generazioni di donne che, da un secolo e mezzo, hanno dato vita a un movimento tumultuoso, contraddittorio, spesso scomposto, ma decisivo per la storia umana. Anzi le ha piuttosto sanzionate ed è andata alla ricerca di un “femminismo cattolico” prima ancora di capire le istanze più profonde del femminismo o di donne dal profilo “affidabile” prima ancora di aprirsi al dibattito culturale, difficile ma fecondo, su temi e problemi messi sul tavolo dal combinato disposto tra tutte le scienze.

Nel frattempo però, un immenso lavoro è stato fatto per restituire alle donne credenti la storia biblica e la storia della fede come storia delle donne. E, soprattutto per le donne credenti, guardare al passato è una scelta rivoluzionaria. La Bibbia e la grande tradizione religiosa ebraica e cristiana sono un’immensa riserva aurea: di pratiche e di parole, di scelte di vita e di linguaggi, di azioni politiche e di esperienze mistiche. Sarà il tempo, animato dalla discussione interna alle chiese e tra le chiese, a setacciare l’oro dalla polvere, a liberare le “pepite” che la ricerca biblica, storica e teologica ha estratto dalla riserva aurea della tradizione ebraica e cristiana dai detriti che, inevitabilmente, le hanno sepolte o ne hanno resa “impura” la trasmissione.

Per questo ora sarebbe necessario un decisivo balzo in avanti. Non possiamo più accontentarci di contemplare le “pepite” che la storia della fede delle donne ci ha fatto scoprire, di scorrere l’album delle foto-ricordo. È tempo, ormai, che le donne occupino gli spazi pubblici con una seria discussione critica sulla loro storia. Solo così potranno coglierne la generatività e sentirsi, finalmente, dentro una genealogia. Maria di Nazareth, nel suo canto di lode, rende grazie all’Onnipotente perché la sua misericordia si trasmette “di generazione in generazione”. Critica storica, confronti tra generazioni, passaggi di testimone: forse, abbiamo bisogno ancora di molti 8 marzo.

di Marinella Perroni Biblista,   Pontificio Ateneo S. Anselmo

Di generazione in generazione, Kamala, prima e dopo – L’Osservatore Romano

 

15 Marzo 2021Permalink

13 marzo 2021 – Genere e linguaggio

Dal 31 gennaio non scrivo nulla nel mio blog: sono preoccupata e in qualche modo intristita.
Ma ho deciso che così non va. Il mio povero rozzo blog, da anni aggiornato, arricchito da un piccolo glossario,  mi ha consentito e so che mi consentirà ancora  di tirare un filo rosso fra notizie e considerazioni.
Mi è servito molto e mi servirà ancora in questo clima di paura indotta che mi fa temere il dopo covid più del covid.
Leggendo una serie di considerazioni sul genere nel linguaggio scritto e orale, mi stavo chiedendo “che fare?” e poi ho trovato questo intervento magistrale che mi ha convinto ad andare avanti.
La sigla che si può leggere più sotto, CPO; significa Comitato Pari Opportunità ecc.

Grammatica e pregiudizi

26 Gen 2020 | #16 Febbraio ll | Il linguaggio semplice | Magazine | Rubriche in Homepage | Uguaglianza e differenze

Il linguaggio di genere e la cultura paritaria

di Pina Rifiorati (Avvocata in Udine e Presidente del CPO dell’Ordine degli Avvocati di Udine)

Linguaggio e parità di genere

La tematica della rappresentanza paritaria non può prescindere da un confronto sul linguaggio di genere e, dunque, da un dibattito culturale, come correttamente ci ricorda il titolo delle nostre giornate di lavoro.
Le parole hanno lo scopo preciso di veicolare i concetti ai quali, proprio attraverso l’uso sapiente delle stesse, siamo in grado di attribuire un senso piuttosto che un altro.

Sebbene il linguaggio serva a collegare, unire, relazionare, in una parola a comunicare, esso può diventare strumento per discriminare, escludere, segregare: modificare il linguaggio, dunque, significa incidere sulla realtà che ci circonda, con la consapevolezza che la questione non è grammaticale, ma culturale e la lingua costituisce strumento utile ed essenziale per produrre e riconoscere i cambiamenti.

Il linguaggio non discriminatorio trova fondamento nel principio di eguaglianza sancito dalla Costituzione che, all’art. 3 comma 1 (tutti i cittadini hanno par dignità sociale e sono uguali davanti ala legge, senza distinzioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni personali, condizioni sociali e personali), individua nella pari dignità un valore assoluto, mentre, al comma 2 (“la Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica economica e sociale del paese”), attribuisce alle istituzioni centrali e locali l’onere di rimuovere gli ostacoli che limitano l’applicazione di tale valore, di creare e diffondere le buone prassi, di realizzare azioni positive che, lungi dall’essere paradigmi formali e vuoti di contenuto, sono concreti progetti volti a contrastare le discriminazioni, anche linguistiche.

Dirimente è anche l’art. 51 della Costituzione relativo al libero accesso di uomini e donne agli uffici pubblici che, a seguito della riforma del 2003, ha introdotto le pari opportunità in Costituzione (“a tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità fra uomo e donna”), a riprova che la realizzazione della rappresentanza paritaria in senso sostanziale è valore di rango primario e ha come ineludibile presupposto l’introduzione di regole vere e proprie che garantiscano la rimozione degli ostacoli frapposti all’uguaglianza sostanziale.

Quando le donne negli anni ottanta hanno iniziato a ricoprire ruoli professionali e istituzionali con una certa frequenza (ancora scarsa in senso assoluto, ma comunque finalmente degna di nota) – all’indomani della conquista delle libertà sessuali che le avevano impegnate negli anni ‘70 e dopo oltre settant’anni di lotte per la conquista dei diritti fondamentali (diritto di voto, diritto al lavoro, accesso all’esercizio delle funzioni pubbliche) – il problema del linguaggio neppure si poneva.

Le donne professioniste, lavoratrici, politiche continuavano ad essere nominate al maschile, cosicché la loro entrata in scena nella società e nel mondo del lavoro passò sotto silenzio, nascosta dietro il dito della regola cosiddetta del neutro maschile, inclusiva anche del femminile, del tutto sconosciuta nella nostra lingua che invece declina i sostantivi a seconda del genere.

In quegli anni, invero, precisamente nel 1987, era stato pubblicato, con la collaborazione della già istituita Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra uomo e donna presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il pioneristico volume di Alma Sabatini “Il sessismo nella lingua italiana” e “Le raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana” che si poneva lo scopo, come si legge in premessa “… di dare visibilità linguistica alle donne e pari valore linguistico ai termini riferiti alle donne”: all’epoca fu accolto più con sarcasmo, quello che troppo spesso fa capolino anche oggi, che con vero e proprio interesse, a riprova dell’evidente difficoltà nel nostro Paese di accettare le donne ricoprano nei ruoli professionali, sociali e apicali.

Linee guida per l’uso di genere nel linguaggio amministrativi

Negli anni 2000, quando al più si sentiva dire avvocato donna o sindaco donna, il tema dell’uso non discriminatorio del linguaggio è stato rimesso in scena e posto all’attenzione pubblica, anche in ambito istituzionale, grazie alle “Linee guida per l’uso di genere nel linguaggio amministrativo” di Cecilia Robustelli elaborato nel 2011, in collaborazione con l’Accademia della Crusca, e adottato da molte amministrazioni locali, dal Ministero Istruzione Università e Ricerca e dalle aziende sanitarie, attraverso la sottoscrizione di protocolli volte a siglare buone prassi linguistiche.

Il Protocollo più recente è stato adottato nell’agosto 2019 dal Comune di Milano che ha approvato “Le linee guida per l’adozione della parità di genere nei testi amministrativi e nella comunicazione istituzionale del Comune” nel quale si legge fra l’altro “… dagli avvisi ai cittadini alle delibere deve adottarsi un linguaggio più idoneo all’equilibrio di genere e utile al superamento di ogni tipo di discriminazione, adeguando al genere femminile il linguaggio usato dalla PA” , in modo che il linguaggio negli atti amministrativi e nei moduli sia conforme ai principi di uguaglianza fra uomo e donna.

Sono seguiti numerosi protocolli che hanno coinvolto anche l’amministrazione della giustizia, soprattutto grazie al lavoro dei Comitati Pari Opportunità attivi presso gli Ordini degli Avvocati: nell’ambito delle varie tematiche legate alle disparità professionali, prima fra tutte quella sul legittimo impedimento a tutela della genitorialità, è stata affrontata la questione del linguaggio.
Cito fra gli altri i Protocolli di Milano e Bergamo del 2018 (nel quale si sottolinea l’importanza delle parole nella lotta alle discriminazioni in quanto “la differenza per esistere va nominata”) e il Protocollo di Cremona del 2019.
Quest’ultimo appare particolarmente significativo ove ha ritenuto necessario specificare che le colleghe devono essere chiamate avvocata e non signora, costringendoci a prendere atto che ancora oggi la discussione linguistica può vertere, non tanto e non solo sulla declinazione di genere, ma addirittura sul riconoscimento tout court del ruolo professionale in capo alle donne.

Ancora oggi, dunque, pur nell’evidenza della realtà che ci circonda – magistratura e avvocatura ove le donne sono presenti in numero di poco superiore agli uomini nella prima e di poco inferire nella seconda – la presenza femminile rischia di restare nascosta “dentro” il genere maschile.
Eppure, il termine avvocata lo troviamo già citato e presente non solo nel Salve Regina (preghiera del secolo XIV), ma anche nelle motivazioni della sentenza con la quale la Corte di Cassazione di Torino nel lontano 1885 bocciò l’iscrizione all’albo degli Avvocati di Torino di Lidia Poet – collega ed eroina del suo tempo che lottò per conquistare il proprio diritto al lavoro – all’esito dell’impugnazione dal solerte Procuratore del Re.

La Corte, fra le altre aberranti motivazioni (ne cito alcune: “l’influenza del sesso sulle capacità e condizione giuridica è dovunque sempre stata tale che a riguardo delle donne è di dovere riconoscere e mantenere in massima uno stato particolarmente restrittivo dei diritti”; “Lo Stato nella sua sociale e politica organizzazione e l’amministrazione di quanto s’attiene alla cosa pubblica, hanno sempre avuto, e mantengono tutt’ora pella loro essenza un carattere virile prevalente così manifestamente decisivo che le donne non vi possono avere una parte attiva troppo estesa”), ne adduce una di matrice linguistica: “E’ di vero, non è poi argomento tanto lieve quello di trovarsi sempre adoperato il genere mascolino avvocato, e mai la parola avvocata, che pur esiste nella lingua italiana, e si usa nel comune parlare”, escludendo dunque le donne dall’esercizio dell’attività forense in quanto la legge, parlando solo di avvocati, di certo non poteva riferirsi anche alle donne.

Se già nel secolo scorso era dunque chiaro che l’avvocata non è la Madonna, ma che in quella preghiera le si attribuisce il ruolo di assistenza e difensora tipico della nostra professione, dovremmo anche noi dopo un secolo accettarlo come sostantivo appropriato.

Il pregiudizio è più forte della grammatica

Perché tante resistenze?
Proviamo ad esaminarle, riconducendole in tre gruppi argomentativi ed evidenziando come esse non fanno riferimento a regole oggettive, ad argomenti razionali, ma hanno piuttosto un richiamo squisitamente culturale, legato a stereotipi e/o pregiudizi ancora molto radicati nel nostro Paese.
I benaltristi ritengono che l’utilizzo delle parole di genere sia indifferente rispetto alla tematica discriminatoria, affermando che ci sono questioni e problemi più importanti di cui occuparci.

Perché non occuparcene con le parole giuste? Il linguaggio è sostanza e veicolo fondamentale dei cambiamenti culturali, se è vero che chi parla bene pensa bene, è altresì corretto affermare che nessun cambiamento sarà possibile senza un utilizzo appropriato e soprattutto consapevole dei termini e delle parole.
Nell’ambito delle politiche antidiscriminatorie gli aspetti linguistici costituiscono il fondamentale e ineludibile punto di partenza, utile a rendere visibile il ruolo delle donne, a riconoscerlo, anziché occultarlo o segregarlo.
Cambiare il lessico, usando peraltro le regole esistenti, non significa enfatizzare le differenze, come pure qualcuno ha detto, ma superarle proprio attraverso il loro riconoscimento.

A parere di altri e altre, il lessico al femminile è cacofonico: “avvocata non si può sentire” sento spesso dire da colleghi e colleghe (a onor del vero soprattutto colleghe) i quali e le quali tuttavia non hanno risposte razionali quando domando loro come mai non trovano altrettanto impronunciabili parole come maestra, infermiera e cameriera, mestieri di cura da sempre svolti dalle donne e per i quali riconoscere il femminile non ha destabilizzato alcuno.
Abbiamo sdoganato e accettato neologismi come bannare e digitare, mutuando parole da altre lingue e inquinando la nostra senza per nulla scandalizzarci, ma non riusciamo a dire prefetta o difensora (in Spagna utilizzati da sempre), a riprova che è solo l’uso generalizzato di un termine a fare la differenza: più la useremo più sarà musica per le nostre orecchie.

Infine, coloro che insistono con la regola del neutro maschile rendono oltremodo evidente come il pregiudizio può essere più forte della grammatica e della sintassi.

Conta la professione”, mi dicono spesso le colleghe, “ il ruolo che è sostantivo maschile”, affermazioni che lasciano trasparire il timore, dettato da secoli di segregazione sociale, istituzionale e lavorativa, che il proprio mestiere, se declinato al maschile, possa assumere maggiore autorevolezza, nella malcelata convinzione che sarà meno faticoso acquistare prestigio e credibilità se verremo appellate al maschile, mentre, se siamo avvocate, dobbiamo innanzitutto superare i pregiudizi culturali legati al sesso e poi discutere di competenza (“il rifugio rassicurante del femminile nel maschile garantisce alla donna che ricopre il ruolo quella patina di serietà e, se vogliamo, di consuetudine che impegno e abnegazione non sono in grado di assicurare” spiega F. Fusco nel suo “La lingua e il femminile nella lessicografia italiana, tra stereotipi e (in)visibilità, ed. dell’Orso, 2012).

Le regole grammaticali, dunque, per quanto precise, vengono disapplicate o applicate con difficoltà, a volte smentite, altre volte ignorate e derise (pensiamo alle solite battute che si sentono dire “allora devo dire pediatro”, “perché un uomo non si chiama giornalisto”…, detto da chi ignora che in quei sostantivi l’ultima desinenza non declina il genere che invece troverà riconoscimento con l’utilizzo dell’articolo), altre volte addirittura inventate, come quella dell’inclusione al maschile che, pure, tiene banco da decenni.
Dunque, il problema non è la lingua e le sue regole, ma le convinzioni culturali di cui il linguaggio è espressione e i dissensi e le resistenze che ancora ci sono, dimostrano come consuetudine e tradizione sono più forti della ragione e ci impediscono di vedere la realtà intorno a noi, rendendoci ciechi davanti alle differenze.

Il linguaggio nell’amministrazione della giustizia

Il linguaggio utilizzato riveste una fondamentale importanza anche nell’amministrazione della giustizia, soprattutto quando si tratta di tutelare i diritti di persone discriminate che spesso vengono colpevolizzate o sono oggetto di vittimizzazione secondaria.
Valgano come esempio le domande sulle abitudini sessuali che ancora oggi si sentono formulare alle vittime di violenza sessuale, come non fossero passati quarant’anni, ma un solo giorno, dal processo per stupro del ’78, trasmesso all’epoca dalla Rai e conservato al Moma di New York, e dalle parole della collega Lagostena Bassi “non sono il difensore di Fiorella, ma l’accusatore di un certo modo di fare processi per stupro”, come se il bene giuridico tutelato in quelle tipologie di reati fosse ancora la morale pubblica e non la dignità della persona.

La dott.ssa Paola De Nicola, con la quale ho l’onore di condividere questa tavola rotonda, ha avuto la sensibilità di affrontare e di porre all’attenzione di magistratura e avvocatura il tema del pregiudizio, anche linguistico, che può essere più importante del giudizio in quanto può deviare, condizionare e compromettere chi è chiamato ad applicare la legge.

Dunque, le norme, come la grammatica, non riescono a scardinare la cultura e gli stereotipi, anche linguistici, che ci rimandano ancora a un modello di donna che, pur non sembrando più attuale, resiste.

I linguisti ci insegnano che la lingua ha una struttura dinamica che cambia in continuazione, che modella e nomina le evoluzioni e i cambiamenti sociali, è il costrutto di una società e la conseguenza di un ambiente e di un modo di pensare, crea la realtà e la descrive. Se attraverso il linguaggio vogliamo rappresentare la società che ci circonda, ove le cariche sono assolte da uomini e donne, è necessario adeguare il nostro linguaggio.

Di tale necessità debbano convincersi e farsi portatrici innanzitutto le donne. Anche i cambiamenti culturali più complessi si possono ottenere se, chi subisce la discriminazione, ne diventa consapevole: la lingua è questione sostanziale e non marginale nella conquista della parità, dobbiamo superare insicurezza e disistima ataviche che, ancora oggi, portano molte di noi a ritenere di maggiore pregio e potere l’utilizzo del maschile.

L’avvocatura, impegnata nella difesa dei diritti fondamentali, gioca anche in questo caso il ruolo fondamentale di contribuire al progresso civile del Paese, alla diffusione della legalità, a fianco dei cittadini e a tutela dei loro diritti, in applicazione dei principi fondamentali della Costituzione.

I comitati pari opportunità, quali organismi istituzionali presenti in tutti (o quasi) gli ordini professionali, resi obbligatori dalla legge professionale del 2012, hanno il compito di accendere i riflettori sulle disparità, sulle zone di ombra, guardando alla realtà che ci circonda da un nuovo punto di vista: un lavoro che ci può esporre alla derisione, a volte anche alle offese, ma che ci rende visionarie e visionari, come lo sono state spesso e in tempi molto più difficili altre donne e uomini prima di noi.

Intervento svolto quale Presidente del Cpo dell’Ordine degli Avvocati di Udine al Congresso dell’Associazione Nazionale Magistrati e del Cpo dell’Ordine degli Avvocati di Materia tenutosi a Matera il 13-14 settembre 2019 dal titolo “La cultura della rappresentanza paritaria nella magistratura e nelle istituzioni forensi: dall’uguaglianza formale all’uguaglianza sostanziale”

. https://www.oralegalenews.it/magazine/grammatica-e-pregiudizi/9650/2020/?fbclid=IwAR3YT1dKxPC9CC-EZbFMNK_L8-eFJMoWIlYAPLCBvFgqa4ywottd8NL_pdQ

 

 

 

 

 

 

13 Marzo 2021Permalink