7 ottobre 2017 – A proposito di ‘balcanizzazione della rete’

Trovo su facebook una informazione che propone come fonte VICE News
VICE News è un’agenzia di stampa internazionale creata da e per una generazione sempre collegata.
Ho verificato, esiste ed è reperibile. Così come esiste lo studioso citato come fonte.
Di lui non so nulla ma la considerazione è interessante perciò la conservo

I ‘gruppi cittadini’ su Facebook sono diventati uno strumento di propaganda per l’estrema destra italiana | VICE News
“Nel 2001, anni prima dell’avvento di Facebook, un professore universitario di Harvard di nome Cass Sunstein [1], coniò il concetto di “balcanizzazione della rete” (anche chiamato splinternet [2]), teoria secondo cui le persone che si radunano in rete per via di un unico interesse finiscono per chiudersi in se stesse generando una comunità sempre più segregata ed escludendo punti di vista diversi, danneggiando così un potenziale ecosistema democratico.
Ai tempi, Sunstein prendeva in considerazione i forum e le mailing list, che potevano far fronte al problema delle distanze geografiche tra gli interlocutori – cosa che i gruppi cittadini risolvono in partenza – facilitando il passaggio successivo: la loro mobilitazione.
Nell’attesa che compaia – prima o poi – una piattaforma online adeguata per stabilire una discussione democratica, e che permetta di palesare la propaganda politica in tutte le sue sfaccettature, i gruppi cittadini su Facebook continuano ad avere un ruolo centrale – e contemporaneamente sottovalutato – nei piccoli centri, denotando un fenomeno non facile da individuare.”E che dire dei gruppi, da intendersi come gruppi di persone e come gruppi identificati e registrati di presenze parlamentari, che fanno dipendere le loro ondivaghe scelte politiche dai sondaggi che via via acquisiscono? Per loro il numero ipotetico di consensi, che si augurano espresso in voti, sono – a mio parere – un danno a un sistema democratico che, povero di pensiero e di riferimenti ai fondamenti costituzionali (che nella formulazione di proposte legislative dovrebbero essere ineludibili ma talvolta non lo sono), costituiscono un danno grave al nostro sistema democratico.
Un esempio apparentemente piccolo: l’aver formulato nel 2009 un articolo di legge che nega il certificato di nascita a una definita categoria di nuovi nati in Italia a causa dell’irregolarità amministrativa dei loro genitori. Un diritto universale (e altrimenti assicurato da norme internazionali che la Costituzione ci impone di rispettare) viene ridotto a una repellente burocrazia, una scelta ignobile che, se aveva un suo fondamento ideologico nel disegno del quarto governo Berlusconi che la volle tanto da sostenerla con voto di fiducia, è stata mantenuta con indifferente fermezza nel corso dei governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni.
Naturalmente gli esempi si possono moltiplicare. Per me questo è sufficiente e dirimente.

[1] Cass Robert Sunstein (born September 21, 1954) is an American legal scholar, particularly in the fields of constitutional law, administrative law
[2] Splinternet, ovvero l’idea che il web, da sempre immaginato come una grande community globale online, si trasformi in un labirinto di piccole entità regionali e nazionali.

7 Ottobre 2017Permalink

26 settembre 2017 – Vengo anch’io! No, tu no. Ma perché? Perché no!

Perché no? Te lo spiega il governo e non da solo

Se è vero ciò che leggo nell’articolo che ho ricopiato di seguito (comunque corredato da link per eventuali controlli) non posso che rafforzare la mia ipotesi: il minore persona non esiste, né per il governo, né per la chiesa cattolica, né per le chiese protestanti.
La cosa non mi meraviglia e aggiungo un aspetto che è la mia cartina al tornasole in questo argomento
Unisco alle famiglie gay e adottive i nati in Italia, figli di migranti non comunitari irregolari.
Dal 2009 il pacchetto sicurezza (legge 94/2009) impone (art. 1 comma 22 lettera g) la presentazione del permesso di soggiorno per registrare la nascita di un figlio inducendo quindi, chi è privo di quel documento – quale che ne sia la ragione – ad evitare la registrazione che potrebbe essere causa di espulsione.
Di conseguenza si creano bambini-fantasma per legge, cui la famiglia è negata.
A differenza delle categorie penalizzate nella Terza Conferenza Nazionale sulla famiglia, questi – che famiglia non hanno – non hanno neppure voce.
Anche la chiesa cattolica ha accettato che fossero cancellati dalle persone di cui segnalare i disagi al fine di creare forme dovute di protezione. Ha evitato accuratamente di nominarli nel Sinodo sulla famiglia dal 2015 e lo stesso silenzio hanno mantenuto le chiese protestanti.

26 settembre 2017 Famiglie gay e adottive fuori dalla Conferenza nazionale: “Per il governo siamo fantasmi”

L’appuntamento, organizzato dalla Presidenza del Consiglio, è in programma per il 28 settembre a Roma e servirà a fare il punto sulle politiche di sostegno famigliare. Ma le associazioni insorgono di MARIA NOVELLA DE LUCA
ROMA – Era un appuntamento atteso da anni, continuamente annunciato e poi rinviato. Ma la Terza Conferenza Nazionale sulla Famiglia organizzata dal Governo che si aprirà il 28 settembre a Roma fa già discutere non tanto per i contenuti quanto per una serie di esclusioni eccellenti.

A cominciare da quella, macroscopica, del mancato inviato alle associazioni di genitori omosessuali. “Per il governo italiano, gay e lesbiche vanno tenuti fuori dalla porta quando si discute di politiche per la famiglia”. Eppure soltanto un anno fa in Italia sono state approvate le unioni civili, ormai nel nostro decine di sentenze di stepchild adoption hanno di fatto riconosciuto “legalmente” i bambini nati in coppie con due mamme e due papà, addirittura diversi comuni hanno accettato di trascrivere la nascita di piccoli venuti al mondo con genitori dello stesso sesso. “Noi esistiamo, ci siamo, ma lo Stato italiano continua a considerarci fantasmi” dicono le Famiglie Arcobaleno.

La conferenza organizzata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri con il supporto dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia, sarà aperta al Campidoglio dalla sindaca di Roma Virginia Raggi, seguita dalla presidente della Camera Laura Boldrini e dall’intervento del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Un evento istituzionale per fare il punto sulle politiche per la famiglia in Italia.

Non però famiglie gay. Mentre Agedo, associazione che rappresenta genitori eterosessuali di ragazzi Lgbt, è stata invitata a partecipare (ma non a intervenire) le due associazioni che rappresentano le coppie gay con figli sono state escluse. Rete Genitori Rainbow, in particolare, l’associazione che riunisce i genitori omosessuali che hanno avuto figli da precedenti relazioni, ha chiesto di aderire all’iniziativa, ma la sua richiesta è stata rifiutata. Il messaggio è: l’Italia non riconosce a livello istituzionale i bambini nati da relazioni omosessuali.

Durissimo il comunicato dei rappresentanti delle tre associazioni: Marilena Grassadonia (Famiglie Arcobaleno), Alessandra Forani e Gabriele Faccini (Rete Genitori Rainbow) e Fiorenzo Gimelli (Agedo): “L’esclusione delle associazioni rappresentative del mondo Lgbt è grave, e il solo fatto che si parli di ‘famiglia’, e non di di ‘famiglie’ come sarebbe più corretto, è altamente significativo. Il Governo non può farsi promotore di un evento che si rifiuta di prendere in considerazione le istanze sia delle famiglie omoparentali di nuova costituzione, cioè che hanno avuto figli all’interno della coppia omosessuale, sia delle numerose famiglie ricomposte in cui un componente della coppia omosessuale abbia avuto figli da relazione etero precedente, tutte realtà in cui sono presenti bambini e ragazzi che vanno tutelati”.

“Chiediamo ai rappresentanti delle istituzioni e del Governo più sensibili alle istanze del mondo Lgbt – continuano – di intervenire per andare oltre questa esclusione, o in alternativa di disertare un appuntamento che, così congegnato, è inaccettabilmente discriminante”. Una situazione che sta già creando imbarazzo nel Governo, tanto che, dice Marilena Grassadonia, “domani siamo stati convocati ad un incontro con la sottosegretaria Maria Elena Boschi, un incontro però, non certo un invito a partecipare alla Conferenza”.

Da sottolineare anche che l’esclusione della Famiglie Omosessuali è forse il dato più eclatante, ma diversi famosi enti che si occupano ad esempio di adozioni internazionali, come il Cifa o il Ciai, lamentano un mancato invito.

Scrive in un comunicato il Cifa di Torino: “Ancora una volta l’adozione internazionale viene snobbata dalle istituzioni. La nostra richiesta di partecipazione è stata rifiutata con una motivazione che ci pare decisamente discutibile. La manifestazione sarebbe infatti riservata ai soggetti istituzionali e ai rappresentanti delle organizzazioni nazionali della società civile presenti negli organismi collegiali a supporto delle politiche in materia di famiglia. Da decenni Cifa è l’Ente Autorizzato che in Italia porta a termine il maggior numero di adozioni e abbiamo contribuito a formarne più di cinquemila, di famiglie. Il fatto che si tratti di famiglie adottive significa forse che le ‘nostre’ famiglie valgono di meno rispetto a quelle biologiche?”.

http://www.repubblica.it/cronaca/2017/09/26/news/famiglie_gay_e_adottive_escluse_dalla_conferenza_nazionale_scoppia_la_protesta_per_il_governo_siamo_fantasmi_-176529582/?ref=RHPPLF-BH-I0-C4-P6-S1.4-T1

 

 

26 Settembre 2017Permalink

15 settembre 2017 – Vittime troppo utili per salvarle

L’articolo che segue è stato pubblicato nel numero di settembre da Il Gallo . Genova (www.ilgallo46.it).
Non posso dimenticare che nel 2011 pubblicò un mio articolo sui neonati-fantasma. Grata oggi, come allora

IUS SOLI?
Nel 2011 era facile imbattersi in banchetti dove si raccoglievano firme per una campagna dallo slogan accattivante: L’Italia sono anch’io, campagna che, conclusasi con successo, avrebbe affidato al parlamento una proposta di legge a iniziativa popolare per rispondere alle numerose richieste di cittadinanza cui la normativa allora e ancora in vigore non era ritenuta più adeguata [1].

Il progetto in discussione
Successivamente anche parecchi parlamentari si impegnarono nella costruzione di progetti di legge finché tutto il lavoro confluì in un unico testo che, approvato dalla Camera, il 13 ottobre 2015 passò all’esame del Senato dove lo scorso mese di giugno se ne è preso atto con modalità di varia natura, non escluse quelle di tipologia muscolare, ampiamente descritte dai media in video e voce.
Alla fine ha prevalso la scelta del rinvio sine die del problema che, se non sarà risolto prima delle prossime elezioni, verrà cancellato dal rinnovo della legislatura trascinando con sé nel nulla tutto il lavoro svolto.
Per comprendere la ratio del nuovo provvedimento è utile far ricorso al titolo che suona: Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni in materia di cittadinanza [2] dove non viene messo in discussione il principio dello ius sanguinis – espressione che indica l’acquisizione della cittadinanza per trasmissione per cui un figlio, ovunque si trovi a nascere, assume la cittadinanza del genitore – principio al quale si ispira la vigente legislazione in materia. Allo ius sanguinis si contrappone lo ius soli, che indica l’acquisizione della cittadinanza di un dato Paese, indipendentemente da quella dei genitori, come conseguenza esclusivamente dell’essere nati sul suo territorio (principio vigente negli Stati Uniti).
In Italia tale principio si applica necessariamente solo se un bambino venga trovato abbandonato e i genitori siano di conseguenza ignoti.
Nel testo delle nuove Disposizioni una novità significativa, nota come ius soli temperato, consente la concessione della cittadinanza al nato in Italia con almeno un genitore che disponga di permesso di soggiorno permanente [3].

Condizioni di esclusione
Senza alcuna pretesa di esaurire l’argomento, ricordiamo la presenza in quel testo dello ius culturae di cui beneficerebbe il minore straniero nato in Italia o che vi abbia fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età. A tali condizioni acquisterebbe la cittadinanza, qualora abbia frequentato regolarmente nel territorio nazionale un percorso formativo scolastico riconosciuto [4]. In ogni caso l’acquisto della cittadinanza italiana si realizza mediante dichiarazione di volontà, espressa all’ufficiale dello stato civile del Comune di residenza del minore da parte di un genitore o di chi eserciti la responsabilità genitoriale o, al compimento della maggiore età, dall’interessato.
Quindi non c’è automatismo alcuno, tutto è sottoposto ai vincoli di procedure definite e va in ogni caso ribadito che con questa legge la cittadinanza NON viene concessa – a chi nasce in Italia per caso: quindi non viene concessa ai figli partoriti dalle donne appena arrivate sui barconi;
– ai bambini stranieri appena arrivati in Italia (sui barconi o in altro modo);
– ai giovani ritenuti pericolosi per la sicurezza pubblica;
– ai nati da genitori che non lavorano (condizione necessaria per il permesso di soggiorno permanente);
– ai giovani che non frequentano con profitto la scuola;
– se il giovane e/o i suoi genitori non sono in Italia da almeno cinque/sei anni.

Non è ius soli
Il fatto che la nuova proposta sia spesso grossolanamente resa nota come ius soli ha diffuso la paura indotta con un costante lavorio – dell’automatismo del riconoscimento, un pregiudizio che si colloca certamente fra le cause del fallimento del dibattito in Senato e fra le distorsioni nelle scelte dell’opinione pubblica. Ce lo ricorda Ilham Mounssif che spiega:
«Il linguaggio mediatico ha deciso per noi: ius soli non è il giusto modo di chiamare questa riforma. Sarebbe più appropriato parlare di ius soli temperato, ius culturae o semplicemente riforma della cittadinanza, che non prevede alcun diritto di nascita automatico, ma una sua forma temperata da rigidi criteri, proprio come avviene nel resto d’Europa. Un compromesso al ribasso, ma che salverebbe me e tanti come me».
Ilham Mounssif non è una giurista, ma una ragazza venuta in Italia da Marrakesh quando aveva due anni. Da allora risiede con la sua famiglia in provincia di Nuoro dove ha frequentato tutte le scuole, fino a laurearsi con 110 e lode in Relazioni Internazionali. Lo scorso mese di marzo è stata scelta per rappresentarci al Rome Mun 2017 (Rome Model United Nations), un’iniziativa delle Nazioni Unite che simula una sessione dell’Onu mettendo insieme studenti di tutto il mondo, dove ha ricevuto un premio. Dopo la cerimonia desiderava visitare Montecitorio. Però non è italiana. I suoi genitori sono marocchini e, come vuole la legge è marocchina anche Ilham. Cosí all’ingresso è stata respinta: con il passaporto di un paese non europeo non si entra nell’aula del Parlamento italiano.

Esistenza negata
Può succedere che l’ingresso in Italia sia precluso a particolari stranieri che pure, per il fatto di essere appena nati, non possono aver espresso opinioni pericolose o commesso alcunché di criminale.
Questi piccoli vengono al mondo, vi entrano perché nascono, ma non devono esistere. Lo decise il cosiddetto pacchetto sicurezza che nel 2009 introdusse il reato di immigrazione clandestina e stabilì che i migranti non comunitari, per registrare la nascita avvenuta in Italia di un figlio, debbano presentare un valido titolo di soggiorno che, se irregolari, non possono avere altrimenti non sarebbero tali [5] .
Il comma 3 dell’art 2 delle Disposizioni ora in discussione, se approvate nel testo in esame, escluderebbe il permesso di soggiorno dai documenti da presentare per registrare la nascita di un figlio in Italia, consentendo a ogni nuovo nato di avere un’identità legittima, ma non la cittadinanza italiana.
Allo stesso scopo, fra il 2013 e il 2014, furono presentate due proposte di legge, che non suscitarono interesse alcuno e furono abbandonate al disinteresse anche dell’opinione pubblica piú qualificata. A questo punto è opportuno ricordare che il giorno stesso dell’entrata in vigore del pacchetto sicurezza il Ministero dell’interno emanò una circolare per concedere ciò che la legge nega [6] .
Nella speranza che sia applicata, è doveroso farla conoscere, ma non è possibile non trasalire a fronte dell’opzione che lega la salvezza dei figli degli altri a uno strumento che, come è stato emanato, potrebbe essere cancellato senza interventi legislativi, in quanto una circolare è disposizione normativa, ma non a livello di legge. E se diventasse un criterio capace di estendersi, con la banalità che caratterizza il male, anche ad alcune categorie di figli nostri? Forse allora ci si appellerebbe al principio di uguaglianza e certamente qualcuno potrebbe ricordarci che, violato una volta un diritto umano fondamentale, le eccezioni possono moltiplicarsi senza danni.

E la chiesa cattolica?
A questo punto, è necessario non trascurare considerazioni inquietanti.
Data l’autorevolezza riconosciuta alla chiesa cattolica, abbiamo cercato in quella realtà espressioni di solidarietà con i nati senza certificato di nascita e quindi senza nome, senza identità, senza famiglia.
Il luogo più appropriato ci sembrava la Relazione Finale del Sinodo dei Vescovi presentata al papa il 24 ottobre 2015 a conclusione dei lavori sul tema La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo [7].
Pensavamo che la negazione per legge della famiglia a piccoli nuovi nati perché i loro genitori (o uno di essi) mancano di un burocratico pezzo di carta dovesse suscitare una preoccupata attenzione dei monsignori (coadiuvati anche da esperti laici). Purtroppo nella relazione non c’è una parola nel merito, anche se i bambini vengono collocati nel capitolo III della Relazione fra Alcune sfide peculiari [8] . Ma in quel passo si parla solo di bambini con famiglia non di quelli che dalla legge ne sono privati. Se è difficile trovare una spiegazione logica alla vescovile omissione, più difficile ancora è tollerarla sul piano etico.
Le Disposizioni in materia di cittadinanza hanno ora offerto ai vescovi l’opportunità per rimediare a questa lacuna. Alla preoccupazione del Segretario generale della Cei Galantino [9] ha fatto eco il Segretario di Stato Vaticano cardinale Parolin, auspicando una «soluzione condivisa per la questione della cittadinanza [10]» .
Parole condivisibili, ma insufficienti a motivare l’approvazione del testo nel suo complesso.
Ci saremmo aspettati una espressione di aperta e inequivoca solidarietà per i piccoli che la legge italiana vuole ridotti a fantasmi senza famiglia.
Ma forse è un azzardo sperare di fronte a un muro che unisce religiosi e laici, tutti cittadini per diritto di sangue, parola dal suono sinistro in un’Europa che sembra ritrovarsi nelle peggiori pagine del suo passato.

NOTE (per alcuni link è necessario il copia-incolla su un motore di ricerca)
[1]Legge 5 febbraio 1992, n. 91. Nuove norme sulla cittadinanza e testo unico sull’immigrazione: http://www.edizionieuropee.it/LAW/HTML/6/zn21_01_021.html http://www.altalex.com/documents/news/2014/04/08/testo-unico-sull-immigrazione-titolo-ii#titolo2

[2]Disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati il 13 ottobre 2015; S 2092
https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/316111.pdf 

[3] Documento che si ottiene dopo almeno 5 anni di soggiorno continuativo S2092 ddl S 2092 art 1, 1 b-bis

[4] S 2092 ddl S 2092 art. 1 d 2 bis

[5]  http://www.altalex.com/documents/codici-altalex/2014/04/09/testo-unico-sull-immigrazione
Legge 94/2009, art. 1 comma 22 lettera g testo unico ddl 286 1998 art. 6.2
Si escludono gli atti di stato civile da quelli per cui non è prevista la presentazione di titolo di soggiorno.

[6] Circolare del Ministero dell’Interno n.19 del 7 agosto 2009
http://servizidemografici.interno.it/sites/default/files/Circolare%20n.%2019%20-%202009.pdf 

[7] https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2015/10/24/0816/01825.html 

[8] Punto 26 di Alcune sfide peculiari.

[9] http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2017/06/17/ius-soli-grillo-invotabile.-gentiloni-fare-presto_d7cf1aaa-4b514043-8b13-9b8446b535de.html 

[10] https://www.avvenire.it/attualita/pagine/migranti-galantino-liberi-di-partire-liberi-di-restare

 

15 Settembre 2017Permalink

4 settembre 2017 – Una confessione e un ragionamento che conservo perché aprono a molte riflessioni

Una confessione e un ragionamento che conservo perché aprono a molte riflessioni che non possono fermarsi qui

3 settembre 2017 -Stupro di Rimini, il padre dei due fratelli reo confessi.
“Ora devono pagare” di Alessandro Mazzanti
Mohamed: “Ho riconosciuto i miei figli dalla foto pubblicata dal vostro giornale e li ho costretti a costituirsi”
Vallefoglia (Pesaro), 3 settembre 2017 -Mohamed è marocchino, ha 51 anni, 4 figli, fa il saldatore, la moglie lo chiama, esce in ciabatte sul terrazzo della casa fornita dal Comune di Vallefoglia, dove lui abita. Proprio sotto, scorre il fiume. La figlia piccola, 3 anni, gli passa e ripassa tra le gambe. A terra ci sono giocattoli, sotto le scale il telaio smontato d’una bici da corsa.

Mohamed, come ha saputo dei suoi figli?
«Quello più grande, che ha 17 anni, è venuto a casa oggi, che piangeva».
Perché?
«Mi ha detto che lui era con suo fratello, l’altro mio figlio di 15 anni, e altri due loro amici, un nigeriano e un congolese, a Rimini. Hanno partecipato allo stupro di cui parlano da giorni il telegiornale e il vostro giornale».
Cosa le ha detto di preciso suo figlio?
«Che quello maggiorenne li ha costretti ad andare a Rimini, che gli prometteva i soldi se loro magari rubavano qualche cellulare e poi lo rivendevano a lui. Che li ha fatti bere, una birra in un locale, una in un altro…».
Lei come ha fatto a sapere che erano davvero loro?
«Li ho riconosciuti, dalle foto sul vostro giornale… come camminavano».
A quel punto cosa ha fatto?
«Gli ho detto di andare subito dai carabinieri. Non voglio che i miei figli facciano queste str…, può capitare che uno rubi un telefonino, ma non che uno violenta una donna. Se hanno fatto una cosa del genere, devono pagare».
Ma i suoi figli, in dettaglio, cosa le hanno raccontato di quella notte?
«Il maggiore mi ha detto che il congolese ha puntato la ragazza polacca, e gli ha detto a loro ‘A questa ci penso io…’. Il congolese la picchiava, le tirava gli schiaffi, lui ha provato a dirgli ‘Lasciala fare, perché fai queste cose’, ma poi l’ha trascinata lontano da loro e ha continuato».
Ma lei non si è accorto di nulla, in tutti questi giorni?
«La mattina dopo la nottata di Rimini i miei figli dormivano tutti e due fuori, in terrazzo, così li ha visti l’educatrice del Comune, che tra l’altro ho anche mandato via… Io però me lo sentivo che era successo qualcosa di grosso».
E cosa ha detto oggi, quando ha capito che erano loro?
«Che dovevano dire la verità e che non dovevano stare zitti per una settimana intera. E che sono stati fortunati. Io lo so come funziona il giro. Gli errori li ho fatti anch’io. Mi sono ubriacato, ho rubato, ho fatto risse. Quindi, primo, con la transessuale hanno rischiato, perché potevano essere rintracciati dal protettore. Ma poi hanno rischiato anche per la violenza alla donna polacca. Perché, lo dico chiaro, se qualcuno violenta una delle mie donne, mia moglie o mia madre o mia figlia, io lo ammazzo. E poi gliel’ho detto: cosa pensavate, che le persone che avete picchiato e stuprato fossero ricche, che ci facevate i soldi?».
Ma perché i suoi figli hanno aspettato una settimana per andare dai carabinieri?
«Avevano paura».
Cosa fanno i suoi figli?
«Frequentano l’Alberghiero a Pesaro. Ma il minore ha dei problemi, è invalido all’80%, anche per questo viene l’educatrice. Credo che a lui il congolese gli abbia fatto un lavaggio del cervello».
Dove e quando hanno conosciuto il congolese?
«Da un paio di mesi. Tramite un loro amico nigeriano (il terzo arrestato, ndr), uno che abita a Pesaro. Frequentano tutti piazzale Matteotti (dietro il liceo classico già ritrovo di piccoli spacciatori, noto alle forze dell’ordine e ripulito di recente, ndr).
Quando pensa che rivedrà i suoi figli?
«Non lo so. Sono distrutto, le cavolate le ho fatte anche io, ma non ho mai fatto male a nessuno, questa è una cosa grave».
Non siete una famiglia povera.
«Io ai miei figli ho dato sempre tutto. Quando riuscivo a lavorare, e quando tornerò a farlo, prendevo bene, compresi gli assegni famigliari. Gli compravo tutto quello che gli serviva. Li accompagnavo al campo di calcio. Volevo che mio figlio più grande facesse il carabiniere e a volte sognavo che giocasse al Milan, io ho giocato in serie A in Marocco, qui in Italia ho fatto l’aiuto all’allenatore a Scala alla Reggina. Si è rovinato tutto nel 2013, quando sono dovuto tornare in Marocco per un permesso di soggiorno che mancava. Ho perso il controllo sui miei figli. Mi sento un po’ in colpa».
Ora lei cosa farà?
«Aspetto che mi telefoni il maresciallo».

2 settembre 2017 Il pezzo che segue è stato pubblicato su Avvenire sabato
L’autore, Giulio Michelini, è un Francescano, docente ordinario di Sacra Scrittura, Istituto teologico di Assisi

La Parola intreccia l’attualità. La storia della salvezza? Un percorso di migrazioni
Giulio Michelini

Da Abramo a San Paolo: la Parola di Dio intreccia l’attualità. L’apertura allo straniero «stile» della Rivelazione
Questa estate, anzi l’intero anno 2017, verranno probabilmente ricordati per il clamore politico-mediatico e le difficoltà suscitati dalle polemiche sulle modalità con cui in mare aperto i migranti sono sommersi (dai trafficanti e dai loro complici) o salvati (dai soccorritori, in divisa e no); ma anche – è ritornante novità delle ultime settimane – per le operazioni più o meno opache con cui i profughi che sono in cammino verso la Libia o che già l’hanno raggiunta vengono ‘trattenuti’ sulle coste del Nord Africa. Ci siamo resi conto una volta di più della faticosa incapacità dell’Europa nel dare una risposta condivisa al dramma di queste persone. Dei sentimenti xenofobi alimentati. E delle generose risposte offerte dalla nostra gente (provenienti anche dalle diverse realtà ecclesiali presenti nel territorio), che non hanno ancora corrispettivo nelle politiche concordate dagli Stati per affrontare seriamente le cause delle migrazioni forzate. Molti si preoccupano di quale effetto tutto questo avrà sul risultato delle prossime elezioni. Troppo pochi sembrano aver chiaro che prima di tutto ci sono in gioco la vita e il futuro di decine di migliaia di poveri (comunque essi siano arrivati sulle nostre coste, a causa di guerre o per cercare benessere) e assieme a queste vite anche molte risorse e l’impegno di coloro che li accolgono.
Quanto sta accadendo oggi avrà un impatto decisivo sull’Europa e ne potrà cambiare la fisionomia, portando anche a conseguenze indesiderate, se il fenomeno non verrà governato e orientato, magari nelle forme – come quella dei ‘corridoi umanitari’ – che già si sono mostrate efficaci. Per far questo urge ancor di più quella riflessione che, come detto, sembra mancare. Qui si offre un contributo a partire dalla Bibbia, ricordando alcuni elementi che sono già ben noti, ma che bisogna pur ribadire. Anzitutto, la stessa ‘storia della salvezza’ inizia come fenomeno migratorio, dentro una migrazione e con un popolo migrante. Abramo e Sara con tutto il loro clan escono, infatti, non solo dalla loro terra di origine, Carran (Gen 12,1-9), ma anche quando arrivano nella Terra della promessa sono nuovamente costretti ad abbandonarla e a migrare a causa di una carestia (Gen 12,10-20). In tutti questi movimenti Dio non abbandona le famiglie migranti, che pure sono sottoposte a pericoli e rischi gravi, come quello di perdere anche la vita (cfr. Gen 12,12). A causa di un’altra carestia, poi, tutti i figli di Israele devono chiedere ospitalità all’Egitto (Gen 41,56-57) e sono costretti a rimanervi per quattrocento anni, fino a quando, per la dura oppressione del regime di un faraone, gli Ebrei potranno con Mosè tornare proprio là da dove erano venuti. Immigrati sono presenti anche tra gli antenati di Gesù di Nazareth, come la straniera Rut a cui si allude nella genealogia di Gesù secondo Matteo, in apertura dell’omonimo Vangelo.
Appartenente a una delle etnìe considerate tra i popoli nemici di Israele, i Moabiti, dopo la morte del marito, originario di Betlemme, Rut emigra con la suocera, anch’ella vedova, per andare ad abitare dove sperava di trovare il pane (Betlemme, ‘casa del pane’). Lì Rut lavora umilmente raccogliendo gli avanzi della mietitura dell’orzo, aiutando in questo modo la suocera e facendosi stimare, nonostante i pregiudizi da parte dei betlemmiti. L’evento più straordinario di una storia apparentemente semplice è quello per cui da un nuovo matrimonio di Rut con un uomo di Betlemme nascerà un figlio, Obed, dal quale discenderà Iesse, il padre del futuro re di Israele, Davide. Nella linea genealogica di Gesù «figlio di Davide» vi è dunque una straniera moabita; la vera e propria anomalia, tuttavia, ben notata e studiata dall’esegesi giudaica, è che la storia narrata nel libro di Rut sembra contraddire quel passo della Legge dove si prescriveva che «l’Ammonita e il Moabita» non potessero entrare «nella comunità del Signore». A ciò si deve aggiungere che la genealogia che trasmette il nome della straniera, ripresa dall’evangelista Matteo, è stata composta probabilmente durante uno dei periodi di maggiore chiusura della storia ebraica, dopo il ritorno dall’esilio babilonese, quando le liste genealogiche servivano a garantire la purezza della linea sacerdotale. La Bibbia, con il racconto di una straniera integrata nel popolo di Dio, offriva un antidoto efficace contro ogni esclusivismo e controbilanciava così possibili tendenze intolleranti.Ma a leggere bene le Scritture si scopre che la Bibbia aveva preparato anche in altro modo il terreno a una tale apertura, prevedendo una legislazione non che tutelasse gli Ebrei dallo straniero ma che, al contrario, garantisse gli stranieri residenti nella Terra di Israele. In proposito, si può vedere Es 22,20: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto». In particolare, si può ricordare una delle istituzioni più care al popolo di Dio: il Sabato. Questo santo giorno aveva la funzione di ricordare la liberazione d’Israele dall’Egitto e di umanizzare la persona: non valeva, però, solo per i figli d’Israele, visto che il riposo era previsto anche per gli stranieri (cfr. Es 23,12). Diversi sono gli stranieri, inoltre, che hanno svolto un ruolo significativo per il popolo ebraico nella Bibbia. Tra questi si deve ricordare soprattutto Ietro, il suocero di Mosè, un sapiente, addirittura sacerdote di divinità straniere, che aiutò il profeta in uno dei momenti più delicati del suo compito di guida degli Ebrei riportandogli la sposa e consigliandogli d’istituire dei collaboratori (cfr. Es 18).
Per tornare a Gesù, non si può dimenticare che egli stesso, venuto «per le pecore perdute della casa di Israele» ( Mt 15,24), ha avuto un atteggiamento positivo verso quegli stranieri che, secondo i Vangeli, lo hanno incontrato nella sua terra. Più precisamente, per due volte e con stupore Gesù deve riconoscere che la fede di alcuni stranieri (come un centurione o una donna cananea) superava quella del suo popolo: «In Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande» ( Mt 8,10; cfr. anche Mt 15,28). La stessa cittadina di Cafarnao – eletta da Gesù a essere, come scrive Matteo, la «sua città» (cfr. Mt 9,1) – si trovava allo snodo di una delle vie più importanti dell’Oriente antico, la Via Maris, che congiungeva la Siria all’Egitto all’interno di quella «Galilea dei popoli stranieri» o «dei pagani» ( Mt 4,15) che doveva essere un luogo di continuo scambio interculturale. Gesù stesso, ancora, nei Vangeli viene definito in modo ironico e dispregiativo come «forestiero» (cfr. Lc 24,18). I due di Emmaus che rimproverano con questa espressione il Risorto di non essere aggiornato sugli eventi («solo tu sei forestiero a Gerusalemme!») si pentono subito per questo affrettato giudizio. Questi due discepoli, infatti, non solo riconosceranno che lo straniero era Gesù stesso, ma comprenderanno poi che quel forestiero poteva aiutarli a vedere le cose con uno sguardo diverso, fornendo proprio grazie a una prospettiva esterna una lettura non disperata degli eventi appena trascorsi – la passione e la morte del Messia («Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele», Lc 24,21) – ma aperta, anzi, alla fiducia.
La Chiesa di Cristo, infine, secondo quanto narrato negli Atti degli Apostoli, dovrà compiere un grande sforzo per aprirsi agli stranieri, accogliendoli e facendosi accogliere dai popoli pagani. Il primo passo di questo processo, rievocato simbolicamente nel racconto della Pentecoste, sarà quello di imparare le lingue degli altri popoli, preparandosi così a quel futuro incontro tra culture che arricchirà uomini e donne provenienti dall’ebraismo di nuovi modi per esprimere la propria fede. Paolo, l’apostolo dei pagani, che pure rimarrà strettamente legato alle proprie radici religiose e culturali, potrà annunciare il vangelo di Gesù poiché cresciuto «con una triplice cultura – ebraica, ellenistica e romana – e con una mentalità cosmopolita». Fu questa la condizione perché potesse diventare «’ambasciatore’ di Cristo risorto, per farlo conoscere a tutti, nella convinzione che in Lui tutti i popoli sono chiamati a formare la grande famiglia dei dei figli di Dio» (Benedetto XVI, Angelus del 18 gennaio 2009).
Ecco perché, detto tutto questo, nel Messale Romano sono presenti due interi formulari dedicati all’accoglienza, nelle due forme di una Messa «per i profughi e gli esuli» e di un’altra «per i migranti». Nel primo formulario la preghiera Colletta pronunciata dal sacerdote recita in questo modo: «O Dio, Padre di tutti gli uomini, per te nessuno è straniero, nessuno è escluso dalla tua paternità; guarda con amore i profughi, gli esuli, le vittime della segregazione, e i bambini abbandonati e indifesi, perché sia dato a tutti il calore di una casa e di una patria, e a noi un cuore sensibile e generoso verso i poveri e gli oppressi». Molto bella è anche la preghiera nella Messa «per i migranti»: «O Padre, che hai mandato il tuo Figlio a condividere le nostre fatiche e le nostre speranze e hai posto in lui il centro della vita e della storia, guarda con bontà a quanti migrano per lavoro lungo le vie del mondo, perché trovino ovunque la solidarietà fraterna che è libertà, pace e giustizia nel tuo amore». Come si vede, queste formule distinguono tra i vari tipi di fenomeni migratori, ma in fondo tutt’e due le preghiere, mentre chiedono a Dio l’aiuto per poter affrontare sfide che ci superano e ci spaventano, ci esortano ad avere in noi un unico spirito di ospitalità evangelica.

FONTI:
http://www.ilrestodelcarlino.it/rimini/cronaca/stupro-rimini-intervista-padre-1.3372204

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/la-storia-della-salvezza-un-percorso-di-migrazioni

SOLO LINK
http://www.corriere.it/cronache/17_settembre_03/stupri-rimini-padre-de-due-fratelli-che-hanno-confessato-ora-devono-pagare-e5f30428-907b-11e7-8eb0-0c961f9191ec.shtml

http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/13228051/padre-stupratori-marocchini-rimini-cosi-convinti-costituirsi.html

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/03/stupri-rimini-arrestato-il-quarto-ragazzo-del-branco-era-fuga-verso-la-francia-polizia-nessun-segno-di-pentimento/3833429/

http://www.huffingtonpost.it/2017/09/03/stupro-di-rimini-arrestati-tutti-gli-aguzzini-il-nigeriano-butungu-stava-scappando-in-francia_a_23195171/

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/padre-dei-marocchini-sono-distrutto-paghino-1437058.html

4 Settembre 2017Permalink

14 agosto 2017 – Dichiarazione di indipendenza dell’India

Copio da un blog di cui non trovo il nome dell’autore

agosto 15, 2013 L’indipendenza indiana e la partizione del 15 agosto 1947

Oggi non lavoro, non perché sia Ferragosto ma perché è festa nazionale; vengo svegliato dai 21 colpi di pistola sparati in onore di questa solenne festività. Il primo ministro issa la bandiera al Forte Rosso di Delhi e, supportato dall’inno nazionale indiano “Jana Gana Mana”, tiene un discorso dalle sue mura rendendo omaggio ai leaders della libertà. Poi passa la parata dell’esercito. In giro per la città c’è caos, ci sono sfilate ed eventi culturali e l’effige indiana è rappresentata ovunque, sui vestiti della gente, sulle case e sui veicoli; sento in distanza canti patriottici e osservo i grandi cartelloni che promuovono la visione cinematografica di film che ricordano quell’evento. Andare a trovare gli amici oggi è cosa ardua ma con la metropolitana ce la posso fare. Scrivo una lettera ai miei amici italiani cui farà piacere ricevere il francobollo che le Poste Indiane hanno stampato in ricordo dell’ evento. Approfittando delle promozioni commerciali che i negozi usano fare in questo giorno, mi fermo in libreria per acquistare un libro e scelgo quello di Kushwant Singh, “Un treno per il Pakistan”, del 1956, che racconta i grandi spostamenti di masse umane vive e morte ai tempi della Partizione. Egli scrive: “L’estate del 1947 non fu come le altre estati indiane. Quell’anno persino il tempo, in India, sembrava diverso. Faceva più caldo del solito e tutto era più secco e polveroso. E l’estate durò più a lungo. Nessuno ricordava un’ epoca in cui i monsoni erano giunti con tanto ritardo. Per settimane, le rare nubi produssero solo ombre. Niente pioggia. La gente continuò a dire che Dio li stava punendo per i loro peccati.”. In questo libro, l’immaginario villaggio di Mano Majra, nel Punjab indiano vicino al nuovo confine con il Pakistan, lungo la ferrovia fra Delhi e Lahore, abitato principalmente da sikh e musulmani è il teatro di quanto, violento e sanguinoso, è avvenuto realmente in tanti villaggi dell’India, quando il vicino di casa è diventato il nemico perché altri lo hanno deciso e solo perché appartiene ad una religione differente.
La libreria dedica uno spazio raccolto ai libri che raccontano quel fatto e così mi soffermo sul racconto “I figli della mezzanotte” che Salman Rushdie ha scritto nel 1980 e che quest’anno è diventato un film sotto la regia della grande Deepa Metha.

Ma cosa è successo in quell’anno? Era il 1947.
Andiamo un po’ indietro. Nel 1600, la Compagnia delle Indie orientali assume, su concessione della regina Elisabetta, il monopolio commerciale sull’oceano indiano. A quel tempo l’India fa gola per i suoi prodotti (spezie e cotone) e per i suoi tesori, oro, diamanti, perle, argento (ricordi il grande diamante Kohinoor?) e le dispute intestine tra i re indiani per il dominio delle terre favoriscono le intenzioni degli inglesi perché il dividi et impera funziona sempre, allora come oggi. Con l’Indian Act del 1784 la dirigenza della Compagnia ottiene dal governo di Londra il mandato ad agire in nome della corona inglese; e così i britannici arrivano a dominare pressoché tutta l’India che, nel 1818, diventa colonia inglese, con a capo un viceré e capitale Calcutta. Nel 1858, la Compagnia delle Indie Orientali si scioglie, e il Government of India Act sancisce la fine del grande impero Moghul spodestandone anche l’ultimo dei sovrani. Il principio della reversibilità che annette automaticamente alla corona i territori posseduti da sovrani senza eredi aiuta gli inglesi, tra il 1848 e il 1856, nella loro politica di espansione fino a che, nel 1877 la regina Vittoria viene incoronata Imperatrice delle Indie. Intanto, sin dalla metà del 19° secolo, la nazione acquisisce un nuovo spirito di nazionalismo. In questo contesto, nel 1885, Allan Octavian Hume fonda il Congresso Nazionale Indiano, un partito politico laico di centrosinistra contro l’imperialismo britannico che si batte per una partecipazione degli Indiani nel governo del Paese; nel 1916 si unisce alla Lega musulmana in questa richiesta di autonomia che ottengono nel 1921, quando gli inglesi riconoscono agli indiani potere decisionale in materia di insegnamento, opere pubbliche, industrie e agricoltura non mollando tuttavia il potere in materia di difesa, politica estera, giustizia e finanza. A capo del Congresso vi è Gandhi che, con i suoi principi di non violenza disobbedienza civile, continua la lotta per l’indipendenza. Nel 1929, nella sessione del Congresso Nazionale Indiano, viene promulgata la “Dichiarazione di indipendenza dell’India” e il 26 gennaio viene dichiarato Giorno dell’Indipendenza. Ma Gandhi non ha vita facile e, quando, nel 1930, raccoglie sale dal mare (marcia del sale), a dimostrazione della sua forte avversione al governo inglese che del sale detiene il monopolio, viene arrestato. Il Congresso non appoggia gli inglesi neppure durante la seconda guerra mondiale mantenendosi sempre in posizione neutrale, giusto per non supportare, viceversa, le idee naziste. Va detto tuttavia che molti soldati indiani combatterono valorosamente per gli inglesi. Gandhi e il Congresso non si arrendono e ancora più fortemente chiedono alla corona di lasciare l’India ma anche questa volta, siamo nel 1942, è l’incarcerazione per tutta la dirigenza del Congresso. Al movimento di opposizione non violenta del Congresso corrisponde tuttavia una serie di tumulti e sommosse che hanno caratterizzato, e da sempre, anche per motivi religiosi (musulmani contro induisti), tutto il Paese. Intanto la Lega Musulmana, che invece aveva appoggiato gli inglesi durante la Guerra, chiede la realizzazione di due nazioni e del separatismo islamico, idea mai condivisa dal Congresso. La Lega Musulmana, preoccupata di una possibile ascesa induista in una eventuale India indipendente, reclama una nazione tutta per sé, ad impronta islamica, quello che sarà il Pakistan. Mentre in Inghilterra il partito laburista vince le elezioni, il Governo inglese sembra voler liberare il Paese, ormai divenuto una bomba esplosiva, dalla sua egemonia, fino a che il 3 giugno 1947 dichiara di voler porre fine al raj britannico e di accettare l’idea di partizionamento britannica in due stati, quella che si chiama la “partizione”; il viceré decide di spostare più avanti (succederà ad agosto) la questione dopo aver visto i disordini fuori controllo in tutto il Paese. Allo scoccare della mezzanotte, il 15 agosto 1947, il nuovo primo Primo Ministro dell’India, Jawaharlal Nehru, legge il discorso decisivo, proclamando l’indipendenza dell’India dall’Impero Britannico. Ecco cosa celebra l’India oggi. Si concludono così tre secoli di dominio britannico nel mio Paese. Il 14 e 15 agosto 1947, nella Partizione dell’India, nascono due stati sovrani, il Pakistan (poi Repubblica islamica del Pakistan), con a capo Muhammad Ali Jinnah primo governatore generale e l’Unione dell’India (poi Repubblica dell’India). Si chiama Partizione perché il Bengala, provincia dell’India britannica viene diviso tra lo Stato pakistano del Bengala orientale (ora Bangladesh) e lo Stato indiano del Bengala occidentale mentre la regione del Punjab dell’India britannica viene divisa tra la provincia del Punjab dello Stato del Pakistan occidentale e lo Stato indiano del Punjab. La secessione del Bangladesh dal Pakistan con la guerra di liberazione del Bangladesh nel 1971 non è intesa in questo termine di partizione e neppure le precedenti separazioni del Ceylon (l’attuale Sri Lanka) e della Birmania (oggi Myanmar) dall’amministrazione dell’India britannica.

Ma non tutto fu così facile. Tutt’altro. Succede che i nuovi Stati del Pakistan e della nuova India, le cui frontiere vengono disegnate su base religiosa, devono scambiarsi le genti che vivono nei territori soggetti alla Partizione. Tutti i musulmani devono andare in Pakistan e tutti gli induisti e i sikh devono insediarsi in India. Migliaia e migliaia di persone su entrambi i lati dei nuovi confini muoiono nelle violenze, mentre l’intera nazione sta celebrando il Giorno dell’Indipendenza e Gandhi, a Calcutta, cerca di arginare il massacro. Infatti ormai l’odio esploso tra queste due nazioni fa sì che esse si restituiscano non solo profughi ma anche corpi massacrati spesso caricati sui treni che zeppi di cadaveri attraversano il confine, mentre al governo la situazione è sfuggita di mano. Decidono di scambiarsi persino i matti dei manicomi, oltre ai criminali peggiori, come ben descrive Saadat Hasan Manto nel suo “Toba Tek Singh” del 1955, villaggio del Punjabi pakistano.
Mi porto via anche “Freedom at Midnight” un libro che Larry Collins e Dominique Lapierre scrissero nel 1975, raccontando gli eventi dell’indipendenza indiana, fino alla morte di Gandhi.

Il 26 gennaio 1950 l’India diventa poi una Repubblica e ha la sua Costituzione, oggi la più lunga del mondo. Nel 1952, nella prima elezione generale del Paese con una franchigia universale, Nehru porta il Congresso Nazionale Indiano ad una netta vittoria e viene riconfermato nelle elezioni del 1957. La storia poi continua ma non è quella che oggi voglio raccontare. I rapporti con il Pakistan sono tuttora critici.
Torno a casa, dimenticando il frastuono, sulla linea della metro che attraversa il quartiere finanziario di Gurgaon ma lo sguardo che cade sui mendicanti al bordo delle strade mi ricorda che qualcosa, nonostante l’indipendenza, deve ancora essere messa a posto.

FONTE:
L’indipendenza indiana e la partizione del 15 agosto 1947.

14 Agosto 2017Permalink

9 agosto 2017 – Porte aperte contro l’indifferenza

Ho raccolto alcuni articoli da MOKED – Il portale dell’ebraismo italiano.
Ricopio il sottotitolo del più recente per identificare questa pagina ricordando anche il pezzo pubblicato nel mio blog 26 febbraio 2014   per testimoniare una memoria che non sia celebrazione

7 agosto 2017 Memoriale della Shoah di Milano
‘Porte aperte contro l’indifferenza’
“Tre anni fa, in un momento molto difficile per Milano, è stato chiesto al Memoriale della Shoah di Milano se poteva ospitare alcuni migranti, soprattutto donne e bambini, in condizioni disperate. Come fa un luogo che ha stampata a lettere cubitali all’ingresso la parola ‘Indifferenza’, a dire di no, a dire no non ospito nessuno? La leva che ci ha fatto muovere, purtroppo dai più molto poco sentita, è l’obbligo a non rimanere indifferenti”. In poche battute la Testimone della Shoah Liliana Segre spiega al Portale dell’ebraismo italiano moked.it il senso dell’iniziativa portata avanti per il terzo anno consecutivo dal Memoriale della Shoah di Milano. Un Memoriale nato proprio per volontà di Segre: da qui il 30 gennaio 1944 Liliana, allora tredicenne, e il padre Alberto  furono deportati assieme ad altri 602 ebrei. Di loro, solo in ventidue tornarono. Liliana fu tra questi, il padre no.
Il Memoriale serve a ricordare quella tragedia, a ricordare a Milano e non solo di come allora rimase indifferente di fronte al destino degli ebrei. E a chi oggi si chiede perché quel luogo, tra i simboli della Shoah italiana, sia stato aperto per un periodo di tempo per accogliere i migranti, Segre domanda, “dovevamo rimanere indifferenti? Qui non ci sono paragoni con quello che è stato, con la Shoah. È chiaro che il Memoriale è destinato ad altro e non all’accoglienza ma di fronte a un’esigenza è stato deciso, insieme alla Comunità di Sant’Egidio, di agire. E quello che rimane sono i bellissimi disegni fatti dai bambini il primo anno che abbiamo aperto le porte, un segno della loro purezza e gratitudine”. Dal 2015, anno in cui il progetto di accoglienza ha avuto inizio, il Memoriale ha offerto riparo e asilo ad oltre seimila profughi – uomini, donne, bambini – provenienti da Eritrea, Siria, Sudan e altri 23 Paesi, mettendo a loro disposizione brandine fornite dalla Protezione Civile, pasti caldi e servizi igienici, oltre all’aiuto dei volontari della Comunità di Sant’Egidio. Quest’ultima è la responsabile della gestione operativa dell’accoglienza, come ricorda il vicepresidente della Fondazione del Memoriale Roberto Jarach, che a moked.it sottolinea come “quest’anno la decisione di aprire ai profughi è stata particolarmente complicata. È un’operazione logisticamente delicata, possibile per il momento perché mettiamo a disposizione un’aerea non utilizzata. Ovviamente, non c’è nessun cambio di scopo rispetto alle finalità del Memoriale”. Che anzi nella sua opera di didattica della Memoria continua a raccogliere risultati come dimostra l’aumento progressivo, di anno in anno, dei visitatori e delle iniziative e conferenze organizzate all’interno della struttura. Tra queste, in passato una era stata dedicata proprio al tema dell’indifferenza: “Il peccato dell’indifferenza – L’Europa e i perseguitati di oggi e di ieri”,
il titolo della conferenza in cui era intervenuta tra gli altri Liliana Segre, spiegando che “Oggi non è come allora –riferendosi alla tragedia dei profughi che sbarcano sulle nostre coste, in fuga dai paesi natii, da guerre e persecuzioni – Almeno se ne parla, i governi ne discutono, non sanno come agire ma almeno ne parlano”. La Testimone aveva rievocato poi un parallelismo da molti taciuto: il ripresentarsi di persone che lucrano sulla sofferenza altrui. Allora erano i passatori, con cui Segre ebbe diretto contatto (la sua famiglia cercò di scappare in Svizzera pagando una persona per oltrepassare il confine e cercare riparo dalle persecuzioni, venendo però bloccata dall’insensibile rigidità di un soldato svizzero), che sfruttavano le vittime in cambio di denaro e promettendo la salvezza, oggi sono gli scafisti, che agiscono secondo le stesse modalità. “Oggi si parla degli scafisti della Libia – sottolineava Segre – ma anche io li ho conosciuti, sotto un altro stile di vita, o di morte se preferite, ed erano italiani, quegli italiani brava gente”.
Rispetto all’impegno per l’accoglienza al Memoriale, anche l’ebraismo milanese ha dato il suo contributo in passato, raccogliendo in collaborazione con i volontari dei City Angels indumenti per i profughi. “Un’operazione ampiamente condivisa in Comunità – sottolinea oggi Milo Hasbani, presidente assieme a Raffaele Besso della Comunità ebraica di Milano – C’è una sensibilità molto ebraica rispetto al tema dei migranti e l’aiuto è nel nostro dna. Molti di noi sono scappati da Libia, Egitto, Siria, Libano”.
Daniel Reichel

28 luglio 2017 מנחם אב 5777 5 …cultura
La cultura questo lo può fare. Mettere a disposizione gli spazi che gestisce per ospitare chi si mette in viaggio e non ha trovato ancora un approdo. L’uso dei locali del Memoriale della Shoah a Milano per ospitare quest’estate (per il terzo anno consecutivo) i profughi che non hanno un letto per la notte assume naturalmente un doppio significato simbolico e induce alla riflessione sulla dimensione epocale del movimento di umanità varia che si sta provando a gestire. È anche così che la cultura, con i suoi luoghi, dimostra di non essere solo un accessorio superfluo ma una risorsa essenziale per la società e per il suo futuro.
Gadi Luzzatto Voghera, direttore CDEC

28/10/2013 – 24 מרחשון 5774 24 Qui Milano – Cdec e Memoriale insieme per raccontare la Storia alla città 
“La Storia deve essere comunicata e spiegata, possibilmente nel contesto di una possibilità di dialogo e di interazione. Il Giorno della Memoria ogni anno fa sorgere quesiti che non possono trovare una adeguata risposta nell’arco di quell’unico momento. E’ a partire da questa esigenza, e in linea tra l’altro con quanto espresso nell’editoriale sulla Stampa del presidente UCEI Renzo Gattegna, che nasce l’idea per questa iniziativa”.
Così lo storico Michele Sarfatti, presidente della Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea, racconta il ciclo di incontri “1943-2013.
A settanta anni dalla deportazione degli ebrei da Milano e dall’Italia”. Conferenze che a partire dal pomeriggio di oggi, e per quattro lunedì consecutivi alle ore 18 approfondiranno le persecuzioni nazi-fasciste sotto diversi aspetti, con un particolare valore aggiunto, la sede dell’evento, l’Auditorium del Memoriale della Shoah presso in Binario 21 della Stazione centrale di Milano, appena inaugurato (nell’immagine). Un luogo che più di ogni altro si adatta a quello che è uno degli obiettivi primari dell’iniziativa realizzata dal Cdec proprio insieme alla Fondazione Memoriale e con la collaborazione del Consolato di Polonia: favorire l’incontro con la città. “Gli eventi sono pensati in questa modalità e orario proprio per raggiungere un pubblico di persone desiderose di approfondire, più che gli studiosi, o anche le scolaresche. Perché se è vero che i giovani sono un pubblico estremamente rilevante, sarebbe sbagliato trascurare il resto della società. Senza contare che Milano ha dimostrato più volte di avere la volontà di scoprire il Memoriale e di saperne di più” evidenzia Sarfatti, che inaugurerà oggi la rassegna, introdotto dal giornalista del Corriere della Sera Dino Messina, con un approfondimento sul periodo tra il 1938 e il 1943. Seguirà, lunedì 4 novembre, l’intervento sugli anni 1943-1945 della storica del Cdec Liliana Picciotto, presentata dal giornalista Stefano Jesurum, poi quello del direttore del Museo della Shoah di Roma Marcello Pezzetti con Antonio Carioti lunedì 11 novembre, e infine per la conferenza di Jadwiga Pinderska-Lech del Museo statale di Auschwitz, il 18 novembre. “Un intervento a cui teniamo molto in virtù dell’alto valore della collaborazione e dell’amicizia con questa istituzione” spiega il direttore del Cdec. A introdurre lo storico polacco, sarà il vicepresidente della Fondazione Memoriale e dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Roberto Jarach, che fa il punto sullo stato dell’arte del Memoriale: “Siamo lieti di poter accogliere questa iniziativa del Cdec. E in queste settimane, potranno partire anche le prime visite delle scuole al Memoriale”.

FONTI:
CDEC -Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea
Memoriale
http://moked.it/blog/2017/08/07/memoriale-della-shoah-milano-porte-aperte-lindifferenza/
… cultura
http://moked.it/blog/2017/07/28/cultura-23/
… qui Milano
http://moked.it/blog/2013/10/28/qui-milano-cdec-e-memoriale-insieme-per-raccontare-la-storia-alla-citta/
Binario 21
https://diariealtro.it/?p=2970

 

 

9 Agosto 2017Permalink

2 agosto 2017 – Codice di condotta: la lettera di MSF al Ministro dell’Interno

31 Luglio 2017
Gent.mo – Marco Minniti – Ministro dell’Interno
Gentile Ministro,
Le scriviamo per comunicarle la risposta di Medici Senza Frontiere (MSF) al suo invito a firmare il Codice di Condotta predisposto dal Ministero dell’Interno in consultazione con la Commissione Europea.
Ancor prima di entrare nel merito, ci preme innanzitutto ribadire l’apprezzamento della nostra organizzazione per l’esemplare ruolo svolto dall’Italia nel salvare centinaia di migliaia di vite lungo la pericolosa rotta del Mediterraneo centrale. In questi anni complicati, il disfunzionale sistema di asilo dell’Unione Europea e una risposta insufficiente da parte degli altri Stati membri hanno fatto ricadere sulle sole autorità italiane sfide importanti, che avrebbero meritato ben altra attenzione da parte della comunità europea e internazionale.
Anche a partire da queste considerazioni, MSF ha scelto di partecipare alla discussione sul Codice di Condotta con un approccio assolutamente aperto e costruttivo. Il nostro obiettivo è sempre stato quello di garantire il miglior coordinamento possibile tra tutti gli attori coinvolti, contribuendo al tempo stesso a rimuovere ogni elemento di dubbio e sospetto sugli obiettivi e le modalità di lavoro delle organizzazioni umanitarie impegnate nel soccorso in mare.
Nel corso delle ultime settimane, abbiamo condiviso con il suo Ministero una serie di preoccupazioni sul Codice di Condotta, richiedendo chiarimenti su temi specifici e sollecitando emendamenti sostanziali che ciavrebbero messo nelle condizioni di poter firmare il documento. Dopo un’attenta valutazione della versione conclusiva del Codice, riconosciamo che sono stati fatti sforzi significativi per rispondere ad alcune delle osservazioni presentate da MSF e dalle altre organizzazioni. Tuttavia alcune delle preoccupazioni e richieste che abbiamo indicato nella lettera del 27 luglio scorso sono state lasciate senza risposta. Le linee di riferimento e l’impianto generale del Codice – dobbiamo dirlo con chiarezza – sono rimasti sostanzialmente immutati. Per questa ragione, con dispiacere e dopo attenta considerazione, riteniamo che allo stato attuale non sussistano le condizioni perché MSF possa sottoscrivere il Codice di Condotta proposto dalle autorità italiane.
Ben consapevoli del rilievo e delle possibili conseguenze di questa nostra decisione, vorremmo cogliere questa opportunità per spiegare apertamente e con maggiore dettaglio alcune delle motivazioni che ne sono alla base.
Abbiamo sempre sottolineato che l’attività di ricerca e soccorso (SAR) in mare ha il solo obiettivo di salvare vite in pericolo e che la responsabilità di organizzare e condurre questa attività risiede innanzitutto nelle istituzioni statali. L’impegno di MSF e delle altre organizzazioni umanitarie nelle attività SAR mira anzitutto a colmare un vuoto di responsabilità lasciato dai governi: auspichiamo che questo vuoto sia solo temporaneo e da tempo chiediamo agli Stati membri UE di creare un meccanismo dedicato e proattivo diricerca e soccorso che integri gli sforzi compiuti dalle autorità italiane. Dal nostro punto di vista, il Codice di Condotta non riafferma con sufficiente chiarezza la priorità del salvataggio in mare, non riconosce il ruolo di supplenza svolto dalle organizzazioni umanitarie e soprattutto non si propone di introdurre misure specifiche orientate in primo luogo a rafforzare il sistema di ricerca e soccorso.
Al contrario, riteniamo che per la formulazione ancora poco chiara di alcune parti, il Codice rischi nella sua attuazione pratica di contribuire a ridurre l’efficienza e la capacità di quel sistema. Ci riferiamo in modo specifico all’impegno richiesto alle navi di soccorso di concludere la loro operazione provvedendo allo sbarco dei naufraghi nel porto sicuro di destinazione, invece che attraverso il loro trasbordo su altre navi. Fatte salve le circostanze straordinarie indicate nel Codice, questa modalità di organizzazione delle operazioni riduce la presenza di assetti navali nell’area SAR e comporta aggravi non necessari alle navi di soccorso non predisposte per operare regolarmente i trasferimenti a terra delle persone. Nell’esperienza degli ultimi due anni, le navi più piccole hanno spesso fornito un contributo essenziale alle operazioni SAR, stabilizzando i barconi in difficoltà in attesa che navi più grandi provvedessero al soccorso e all’imbarco dei naufraghi. Le nostre unità navali sono molto spesso sopraffatte dall’elevato numero di barconi che si trovano contemporaneamente in stato di difficoltà, e la vita e la morte in mare è una questione di minuti. Il Codice di Condotta mette a rischio questa fragile equazione di collaborazione tra diverse navi con diverse capacità, comportando il rischio effettivo che le navi più piccole siano costrette ad abbandonare frequentemente la zona di ricerca e soccorso e, nel medio periodo, addirittura a cessare di operare.
Il Codice sembra poi ricercare il coinvolgimento di altri governi nel meccanismo di soccorso in mare, in particolare per l’impegno a informare immediatamente le autorità dello Stato di bandiera e a coinvolgere l’MRCC più vicino alla zona in cui si verifica un evento SAR. Fino ad oggi abbiamo lavorato sotto l’esclusivo coordinamento dell’MRCC di Roma, riconoscendo in ogni circostanza la più assoluta efficienza e dedizione. Abbiamo richiesto garanzie che l’obbligo di coinvolgere altri MRCC non avrebbe comportato rallentamenti nelle operazioni di soccorso e nella determinazione del luogo sicuro in base agli accordi internazionali. I cambiamenti apportati a questo impegno nella versione definitiva del Codice non rispondono sufficientemente a questa richiesta e poiché la non chiara assegnazione delle responsabilità tra gli MRCC attivi nell’area ha in passato provocato tragedie, questa rimane per MSF una preoccupazione cruciale.
Abbiamo infine esaminato le disposizioni del Codice alla luce dei nostri principi umanitari di indipendenza, imparzialità e neutralità. La presenza a bordo di funzionari di polizia armati è contraria alla politica “no- weapons” che applichiamo rigorosamente in tutti i nostri progetti nel mondo. È per noi anche una questione di sicurezza e per questa ragione ne richiediamo il rispetto sia agli eserciti e alle forze di polizia che ai gruppi armati e alle milizie di ogni tipo. Mentre la nuova versione del Codice garantisce che le attività umanitarie non saranno ostacolate dalla presenza di funzionari di polizia a bordo delle nostre navi, si richiede ancora alle nostre équipe di contribuire attivamente alla raccolta di elementi utili ad attività di polizia e investigative, e questo costituisce una distorsione sostanziale della nostra missione. Il Codice non fa poi alcun riferimento ai principi umanitari e alla necessità di mantenere la più assoluta distinzione tra le attività di polizia e repressione delle organizzazioni criminali e l’azione umanitaria, che non può essere che autonoma e indipendente.
Il rigoroso rispetto dei principi umanitari riconosciuti a livello internazionale è per noi un presupposto irrinunciabile. Essi rappresentano la sola garanzia di poter accedere, quasi ovunque nel mondo, alle popolazioni in stato di maggiore necessità, assicurando allo stesso tempo ai nostri operatori un sufficiente livello di sicurezza. Ogni compromesso su questi principi è potenzialmente in grado di ridurre la percezione di MSF come organizzazione medico‐umanitaria effettivamente indipendente e imparziale.
Siamo più che convinti che di fronte a queste motivazioni, così vitali per un’organizzazione come la nostra, anche lei comprenderà la responsabilità della posizione netta e rigorosa che abbiamo scelto di assumere, in una circostanza in cui è elevato il rischio che venga fraintesa o male interpretata dalle autorità e dall’opinione pubblica. Non è la prima volta che ci accade, temiamo non sarà l’ultima.
A queste osservazioni si aggiungono le preoccupazioni che già abbiamo condiviso con lei sulla drammatica situazione in Libia. Le persone di cui ci prendiamo cura nei centri di detenzione intorno a Tripoli e quelle che soccorriamo in mare condividono le stesse vicende di violenza e trattamenti disumani. Le strategie messe in atto dalle autorità italiane ed europee per contenere le partenze dalle coste libiche sono, nelle circostanze attuali, estremamente preoccupanti. La Libia non è un posto sicuro dove riportare le persone in fuga, né dal territorio europeo né dal mare. Ovviamente le attività di ricerca e soccorso non costituiscono la soluzione per affrontare i problemi causati dai viaggi sui barconi e le morti in mare, ma sono necessarie in assenza di qualunque altra alternativa sicura perché le persone possano trovare sicurezza. Contenere l’ultima e unica via di fuga dallo sfruttamento e dalla violenza non è dal nostro punto di vista accettabile.Anche per questa ragione, il recente annuncio dell’operazione militare italiana nelle acque libiche costituisce un elemento di ulteriore preoccupazione che ci ha confermato la necessità di segnare l’assoluta indipendenza delle nostre attività di soccorso in mare dagli obiettivi militari e di sicurezza.
Nel comunicare la nostra impossibilità a sottoscrivere il Codice di Condotta nell’attuale formulazione, intendiamo confermare pubblicamente che tutte le operazioni di MSF in mare si sono sempre svolte sotto il coordinamento dell’MRCC e in piena conformità alle norme vigenti, nazionali e internazionali. Allo stesso tempo comunichiamo la nostra intenzione di continuare a rispettare quelle disposizioni del Codice che non sono contrarie ai punti sopra illustrati, tra cui quelle relative alle capacità tecniche, alla trasparenza finanziaria, all’uso dei trasponder e dei segnali luminosi. Confermiamo inoltre l’impegno a coordinare ogni nostra iniziativa con l’MRCC e anche a garantire l’accesso a bordo di funzionari di polizia giudiziaria, secondo quanto sopra espresso, così come la collaborazione costruttiva con le autorità italiane, nel pieno rispetto degli obblighi di legge.
Nel restare a completa disposizione per discutere con maggiore dettaglio la nostra decisione, le confermo la volontà di MSF di proseguire la collaborazione con il suo Ministero per contribuire a migliorare il coordinamento e l’efficacia delle operazioni di ricerca e soccorso in mare.
In fede,
Gabriele Eminente
Direttore Generale Medici Senza Frontiere Italia

http://www.medicisenzafrontiere.it/notizie/news/codice-di-condotta-la-lettera-di-msf-al-ministro-dellinterno?utm_campaign=nl258&utm_medium=email&utm_source=regolari&url_map=linktext&codiceCampagna=17.PRW.NL.8.ENEWSREG&codiceCausale=835&utm_content=

 

2 Agosto 2017Permalink

17 luglio 2017 – A quando il certificato di morte? Agonia lunga e anche irreversibile?

Comunicati ANSA del 15 e del 17 luglio

Ho trovato due pessime notizie entrambe ispirate alla norma della politica politicante (ma poco altro c’è) che è ridotta alla quantità delle sedie occupate.
Anni di lavoro della Lega Nord e dei sui complici (Forza Italia e non solo) hanno fatto della paura indotta un senso comune che, fondato sull’ignoranza promossa a scelta di vita, confonde la cittadinanza con l’accesso facilitato a chiunque in un’Italia invasa e usa la negazione del certificato di nascita come arma impropria per far paura a chi è indifeso e devastare chi, perché neonato, non può nemmeno aver consapevolezza di ciò che subisce.
Gli Italiani “buoni” hanno promosso l’immagine della famiglia-cittadella dove solo i figli propri hanno diritto a amorose tutele. Quelli degli altri no: nemmeno ciò che la legge, inascoltata, impone.
La sinistra (?!) non è stata capace di costruire conoscenza, anzi se ne è ben guardata. Chi non sa è più facile da manovrare.

Comunicato Redazione Ansa 15 luglio
Questa volta i numeri sono davvero un rebus. Chi al Senato in queste ore sta provando a capire se al dunque, con la fiducia, la legge sullo ius soli potrebbe passare, non ha certezze da fornire: non solo Ap, ma anche gli autonomisti e Ala potrebbero far mancare i voti indispensabili a mantenere in vita il governo.
E così il rischio che il testo slitti a dopo l’estate e poi non se ne faccia più niente è sempre più alto: Matteo Salvini già esulta per l’affossamento. Ma il premier Paolo Gentiloni lavora per il varo della legge. E spunta al Senato l’idea di una mediazione, un “piano B” che garantisca il via libera alla legge entro agosto al Senato per poi rinviare alla Camera il passaggio definitivo in autunno. L’idea che avanza tra i Dem è che il governo presenti un maxiemendamento al testo che, modificandolo in qualche passaggio, costringa a riportare la proposta di legge alla Camera per il via libera definitivo. A quel punto, è l’idea, Ap e gli altri contrari nella maggioranza potrebbero non partecipare al voto di fiducia al Senato e votare contro il provvedimento alla Camera, dove il loro “no” non mette a rischio il governo.
Ma nello stesso Pd emergono dubbi sulla fattibilità del “piano”, sia perché resta l’incognita dei numeri al Senato, sia perché i difensori della legge non vedono in quale punto il testo, che già nasce da una mediazione, possa cambiare. La prossima settimana proseguirà la conta e il confronto nella maggioranza, anche alla luce del fatto che i tempi sono assai stretti: il Senato ha un’agenda pienissima da qui a inizio agosto. “Il Pd lavora con Gentiloni: sosteniamo lo ius soli con forza”, dice Maurizio Martina. Ma sulla fiducia i Dem si rimettono al premier: non intendono far cadere il governo. Forte di questo, Ap non recede: i cittadini, è il messaggio ai Dem, non capirebbero il sì alla legge mentre aumentano gli sbarchi

Comunicato redazione Ansa 17 luglio
Al termine di un estenuante braccio di ferro all’interno del governo (con i centristi sul piede di guerra), e sotto la pressione di una emergenza sbarchi senza precedenti, la legge sullo ius soli non solo non viene blindata con la fiducia ma esce del tutto dall’agenda estiva del governo. Se ne riparlerà, condizioni permettendo, solo alla ripresa autunnale. E’ stato lo stesso premier Paolo Gentiloni, cui era rimasto in mano il cerino, a comunicare questa sera, a sorpresa, la decisione maturata nelle ultime ore dopo che lo stesso Pd già da venerdì scorso aveva cambiato registro frenando su una legge giudicata necessaria ma non al punto da mettere a repentaglio lo stesso esecutivo.
E lo stesso Segretario Matteo Renzi si era affidato alla decisione del premier. I numeri ballerini del Senato e l’offensiva del centrodestra pronto alle barricate, insieme all’emergenza sbarchi, con un diffuso senso di abbandono nel paese a fronte di una Ue sorda, hanno certamente pesato sulla decisione finale. Così Gentiloni ha messo nero su bianco l’impossibilità al momento di portare quella legge alla prova del voto. Il premier nella nota ha fatto presente che anche date le “difficoltà emerse in alcuni settori della maggioranza” non ci sono “le condizioni per approvare “prima della pausa estiva” il ddl sulla cittadinanza ai minori stranieri nati in Italia. “Si tratta comunque di una legge giusta. L’impegno mio personale e del governo per approvarla in autunno rimane”, ha tenuto a puntualizzare il premier. Una mossa che ha ricompattato in men che non si dica la maggioranza e aperto una nuova crepa con la sinistra.
Se Angelino Alfano ha plaudito alla decisione annunciando, infine, il sì di Ap alla legge quando si arriverà al voto dopo una “discussione più serena senza mescolare dibattito a emergenza”, Mdp e Sinistra Italiana hanno attaccato a testa bassa l’archiviazione della legge, una scelta, a loro giudizio, frutto di una resa “alla destra” e ai “ricatti dei centristi”. “Per noi – afferma Roberto Speranza, coordinatore di Mdp – lo ius soli è e resta una priorità. Ogni arretramento o rinvio è un errore. Soprattutto in questo momento. Nessun cedimento culturale alla propaganda della destra”. “Ancora una volta – gli fa eco il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni – a vincere sono le ragioni di una cultura ipocrita e regressiva. Noi continueremo a batterci perché venga approvata al più presto una legge di civiltà”. Canta vittoria il centrodestra che scende dalle barricate per esprimere “apprezzamento” nei confronti di Gentiloni.
“Bagno di realismo di Gentiloni, sconfitta politica di Matteo Renzi”, sentenzia Renato Brunetta capogruppo di Fi alla Camera. Paolo Romani capogruppo Fi al Senato plaude alla “scelta capace di rasserenare il clima politico” e che “consentirà alle forze politiche un vero confronto sulle reali priorità ed emergenze del Paese”. Anche la Lega, con il leader Matteo Salvini rivendica la “vittoria” per lo stop allo ius soli, e avverte: “Se ci riproveranno ci ritroveranno pronti”. Festeggia la “vittoria” pure il partito di Giorgia Meloni, Fdi. Lo slittamento è “una vittoria dei prepotenti”, protesta la fondazione Migrantes (Cei) con il suo direttore Giancarlo Perego, mentre, Unicef Italia, rassegnata, dice: “se abbiamo aspettato tanto possiamo aspettare un paio di mesi”.

PER DECRIPTARE: AP (area popolare) ALA (Alleanza liberal popolare – Autonomie) MDP (Articolo 1 – Movimento democratico e progressista)- FDI (Fratelli d’Italia) – DEM: si parla di galassia dem, ma l’ultima notizia che ho trovato sulla sua composizione ha più di un anno) –

FONTI
http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2017/07/15/braccio-ferro-su-ius-soli-ma-slittamento-piu-probabile-_e35faf82-a19b-486d-a176-cb1a011ba7ed.html

http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2017/07/15/braccio-ferro-su-ius-soli-ma-slittamento-piu-probabile-_e35faf82-a19b-486d-a176-cb1a011ba7ed.html

galassia dem
http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2016/12/06/pd-dai-renziani-ai-bersaniani-ecco-la-galassia-dem_26043ea0-a0f4-4cc8-a4f8-d7d25dd2a038.html

17 Luglio 2017Permalink

26 maggio 2017 – Un messaggio importante e coraggioso

Il messaggio ai musulmani d’Italia “Un Ramadan di qualità e spiritualità”

“In prossimità dell’avvio del mese festivo del Ramadan, desidero estendere a tutte le persone di fede musulmana presenti in Italia un mio personale augurio. Si tratta di un augurio che viene dal cuore, nella consapevolezza che mai come oggi le religioni devono agire con fermezza contro ogni forma di terrore e di odio, verso uno spazio futuro che condividiamo quotidianamente, testimoniando attraverso i valori che uniscono, ciascuno con le proprie tradizioni e specificità, un impegno che guarda oggi alle comuni sfide sociali, e domani all’orizzonte irrinunciabile della pace e della fratellanza”.

Così la Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni in un messaggio inviato alla vigilia del Ramadan.

“L’auspicio – si legge ancora – è che, anche in questa prospettiva, il Ramadan possa rappresentare un’occasione per condividere momenti che lascino un segno, sia nella dimensione privata che in quella collettiva comunemente partecipata. Un mese di introspezione, spiritualità, qualità e incisività delle relazioni”.

Pubblicato in Attualità    il 26/05/2017 – 1 סיון 5777

http://moked.it/blog/2017/05/26/messaggio-ai-musulmani-ditalia-un-ramadan-qualita-spiritualita

27 Maggio 2017Permalink

10 maggio 2017 – Macron e l’inno alla gioia

Ho assistito alla serata in cui è stata resa pubblica la vittoria di Macron e mi ha positivamente impressionato il fatto che intervenisse sul palco al suono dell’inno europeo. In tanto emergere di nazionalismi e localismi è stato un segno di civiltà. Trovo un articolo-appello di intellettuali europei che pubblico per mio pro memoria segnalandomi poi in calce altri riferimenti a posizioni che sembrano civili.

08 maggio 2017  La vittoria di Macron e il nostro impegno per un’Europa migliore

L’appello di Roberto Saviano, Wim Wenders, Alain Juppé e tante altre personalità del mondo della cultura e della politica: “Il nuovo presidente francese crea un’opportunità unica per rifondare senza indugio il progetto europeo e scrivere un nuovo capitolo nella storia del nostro Vecchio continente. Chiunque sia convinto che l’avvenire debba essere inventato insieme si unisca a noi”

di ALAIN JUPPE’, ROBERTO SAVIANO, WIM WENDERS

Sulla scia delle votazioni ungherese, austriaca e olandese, l’elezione di Emmanuel Macron, un europeista convinto, in qualità di presidente della Repubblica francese, crea un’opportunità storica per rifondare senza indugio il progetto europeo. Ecco perché abbiamo deciso di aprire da oggi un ampio dibattito civico continentale con l’obiettivo di coinvolgere i nostri cittadini nella scrittura di un nuovo capitolo nella storia della nostra Unione europea. Esattamente un anno fa, su queste stesse colonne, avevamo chiamato a una tabella di marcia concreta per un nuovo rinascimento europeo. Avevamo chiamato i nostri concittadini, i dirigenti e gli opinion leader — provenienti da tutte le generazioni e da tutte le sensibilità dei diversi paesi dell’Unione europea — a mobilitarsi a tutti i livelli contro le tentazioni di ripiegamento nazionalista e a promuovere un nuovo spirito civico europeo. Li invitavamo allo stesso modo a federarsi per creare le condizioni per una reinvenzione dell’Unione europea con la preoccupazione di rimettere il cittadino al centro del progetto. Il momento di questa trasformazione è arrivato. È tempo di fare dell’Unione europea una potenza politica, democratica, industriale, culturale, ecologica e sociale in grado di difendere gli interessi e i valori dei nostri concittadini, una potenza che sia un attore centrale nella globalizzazione e non più un osservatore passivo e molle. Per molti aspetti, il nostro appello è stato ascoltato. Lo shock del risultato negativo del referendum britannico, la nuova situazione internazionale con l’elezione inaspettata di Donald Trump e l’irrigidimento russo, hanno accelerato la consapevolezza dell’urgenza di un fronte comune europeo. Come affrontare altrimenti le sfide concrete di gran lunga superiori al piano nazionale e dare nuova vitalità alle nostre democrazie? In tutta l’Unione, dal Portogallo alla Polonia, dalla Germania alla Romania, passando per la Francia, l’Italia e gli Stati baltici, i cittadini sono scesi in piazza per dimostrare il loro attaccamento nei confronti dell’Unione. Nuovi movimenti — come Pulse of Europe, Stand for Europe o Civico Europa — sono nati. L’Eurobarometro e le inchieste d’opinione negli ultimi nove mesi hanno dimostrato un ritorno di attaccamento al progetto europeo senza precedenti dall’inizio della crisi finanziaria, e la convinzione che l’Ue dovrebbe rafforzare la sua capacità d’azione per la sicurezza, la lotta al terrorismo, la gestione delle migrazioni o ancora per la regolamentazione della globalizzazione in materia commerciale, finanziaria, ambientale e sociale. Questa dinamica si è tradotta a livello politico. Alcuni Capi di Stato e di governo ci hanno coinvolto nella loro riflessione, l’Unione europea ha delineato in occasione del 60 ° anniversario dei Trattati di Roma i contorni della tabella di marcia che chiedevamo. Alcune delle nostre proposte come quelle sul pilastro dei diritti sociali, sulla sicurezza o sulle liste transnazionali sono ormai discusse in seno al Consiglio dei ministri dell’Ue. Inoltre, i leader nazionali e i cittadini non esitano più ad ostentare la loro convinzione europea. Piuttosto che opporre orgoglio nazionale e ambizione europea, non hanno più paura di affermare che le due cose si rafforzano a vicenda. Il fallimento del referendum anti-europeo in Ungheria, le vittorie degli europeisti in Austria e nei Paesi Bassi, e ora la vittoria in Francia di Emmanuel Macron — che ha messo nel cuore della sua campagna la rifondazione del progetto europeo — illustrano questo contesto storico favorevole. Oggi abbiamo un dovere di azione collettiva e ognuno di noi sente la responsabilità di impegnarsi. Siamo consapevoli che la dinamica di frammentazione delle nostre società è sempre all’opera: è urgente rafforzare il nostro potenziale di crescita, lottare con vigore contro le disuguaglianze e inventare i diritti e le libertà del futuro, per dare a ciascuno prospettive durevoli di avvenire e di inclusione democratica. Senza questo, sarà la coesione dei nostri paesi e dell’Unione ad essere minacciata. Per cambiare la situazione, è importante che ciascuno si assuma le proprie responsabilità senza più rinviare, gli Stati, l’Unione, ma anche i cittadini e gli opinion leader. Questo è quello che cerchiamo di fare oggi con i mezzi e le risorse limitate di cui disponiamo, impegnandoci e rilanciando di nuovo l’iniziativa. “Quale via europea per un futuro migliore?” Come associare concretamente i nostri cittadini alla ricerca di soluzioni positive? Queste le sfide di un grande dibattito pubblico che apriamo questo 9 maggio, giorno della Festa dell’Europa, a Bruxelles, capitale dell’Unione, con Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea. Abbiamo messo proposte concrete sul tavolo dei leader europei — come ci avevano d’altra parte domandato i presidenti della Commissione e del Consiglio europeo — invitando a un riequilibrio del progetto europeo e a prendere meglio in considerazione le preoccupazioni dei nostri concittadini, sintetizzabili in sette pilastri: la democrazia, l’istruzione e la cultura, la dimensione sociale, lo sviluppo sostenibile, l’economia e l’industria, la moneta e, naturalmente, la sicurezza, la difesa e la politica estera. Ma noi vogliamo andare oltre. Ci sembra urgente per rinvigorire le nostre democrazie rappresentative favorire la nascita di una vera democrazia deliberativa e partecipativa europea. Proponiamo dunque di organizzare un nuovo processo partecipativo europeo in autunno — con lo scopo di coinvolgere i cittadini in modo continuo alla definizione delle priorità e dei progetti politici dell’Unione — che si tradurrà in convenzioni civiche diffuse sul territorio dell’Unione, coinvolgendo la responsabilità dei cittadini. Chiunque sia convinto che l’avvenire debba essere inventato insieme si unisca a noi e ci sostenga! * Firmato dai membri di Civico Europa (civico.eu), già promotore dell’appello per un nuovo Rinascimento europeo del 9 maggio 2016.
Guillaume Klossa (FR), autore, promotore di Civico Europa e dell’appello per un nuovo Rinascimento europeo, fondatore di EuropaNova e degli Stati Generali d’Europa, ex sherpa del Gruppo di riflessione sul futuro dell’Europa (Consiglio europeo); Mercedes Bresso (IT), Europarlamentare, ex presidente del Comitato delle Regioni; Elmar Brok (DE), Europarlamentare, ex Presidente della Commissione Affari Esteri, Partito popolare europeo; Daniel Cohn-Bendit (FR), ex presidente del gruppo “Les Verts”, Parlamento europeo; Felipe Gonzalez (ES), ex primo ministro, ex Presidente del gruppo di riflessione sul futuro dell’Europa (Consiglio europeo); Sandro Gozi (IT), Sottosegretario agli Affari europei; Alain Juppé (FR), ex primo ministro, sindaco di Bordeaux; Roberto Saviano (IT), scrittore; Guy Verhofstadt (BE), ex primo ministro, presidente del gruppo “ALDE”, Parlamento europeo; Wim Wenders (DE), regista Traduzione italiana di Michele Fiorillo Copyright LENA (Leading European Newspaper Association
)

http://www.repubblica.it/esteri/2017/05/08/news/il_nostro_impegno_per_un_europa_migliore_saviano_wenders_juppe_-164969548/?ref=RHPPRB-BH-I0-C4-P2-S1.4-T1

NOTA:  Civico Europa è il nuovo nome del Movimento del 9 maggio – M9M – un collettivo creato da un gruppo di personalità del mondo politico e culturale europeo in occasione della giornata dell’Europa 2016. La nuova piattaforma vuole “fornire uno strumento per riconnettere i cittadini con il progetto europeo e consentirgli di disegnare un nuovo capitolo della storia del progetto europeo.”

http://www.voxeurop.eu/it/content/notule/5120825/m9m

Appello precedente (9 maggio 2016)
 http://www.repubblica.it/esteri/2016/11/18/news/appello_degli_intellettuali_per_salvare_l_europa_e_tempo_di_mobilitarsi_per_fermare_i_populisti_-152242198/

10 Maggio 2017Permalink