26 aprile 2017 – Leggendo Nota-m il 25 aprile

NOTA-M. Il nome indiviso è l’acronimo inglese NOtice To AirMen, informative dirette ai piloti con disposizioni da seguire nella navigazione, ma è anche una NOTA da Milano, Per leggere la newsletter andare a www.notam.it  

Anno XXV – n. 501 24 aprile 2017 – S. Fedele di Sigmaringen

TRENTA RIGHE DI ATTUALITÀ Marisa Piano

APRILE 2017 −Abbiamo avuto un inizio difficile. Sul mondo intero soffia il vento della guerra. La lista è terribile: raid di Assad in Siria con uso di napalm, fosforo bianco, bombe a grappolo che fastrage di piccoli innocenti; rispondono gli Usa che attaccano con 59 missili l’arsenale chimico di Assad.

C’è da domandarsi se è davvero quello il modo per cercare di fermare un tale criminale, ma l’imprevedibile presidente americano Trump, che in pochi mesi ha aumentato del 10% il budget militare fa anche di più: invia flotte in Corea del nord, rompe con Mosca e, come ultima esibizione di forza, almeno a oggi 15 aprile, lancia la super bomba Moab sull’Afganistan.

È vero che in passato abbiamo vissuto altri momenti delicati in cui la pace è stata in pericolo (per esempio la crisi di Cuba), ma mai come oggi l’imprevedibilità e l’egocentrismo sono le caratteristiche dei personaggi che sembrano invocare la guerra: il presidente degli Stati Uniti Trump, il leader supremo coreano Kim Jong-Un e l’ex ufficiale del KGB Putin. Ecco le parole del ministro degli esteri cinese: «In ogni momento può scoppiare la guerra… perderemo tutti». Forse oggi dovremmo rovesciare il vecchio adagio e dire che «la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla ai politici».

Ma non è finita: non ci si sente più sicuri da nessuna parte. Tragici e ripetuti attentati anche nei paesi tendenzialmente più pacifici (la Svezia), attacchi ai profughi in fuga e l’ultimo sistema: camion lanciati a velocità sulla folla. E nel nostro paese ci si serve di facebook per insulti e minacce. A Milano si corre a comprare pistole! Nella capitale spuntano manifesti «BOICOTTA I NEGOZI STRANIERI» che ricordano tanto i vecchi «QUESTO NEGOZIO È ARIANO».

Da tempo papa Francesco cerca di scuotere l’opinione pubblica, parla di una terza guerra mondiale a pezzi e con insistenza chiede la pace per questo mondo sottomesso ai trafficanti di armi e dice: «Fermate i signori della guerra, la violenza distrugge il mondo […] nei conflitti grandi quantità di risorse vengono destinate a scopi militari e sottratte alle esigenze delle persona più fragili, anziani, malati, giovani…». Ecco: i giovani. Di loro si parla quasi sempre e solamente male: baby stupratori, violenti, in branco contro uno… Non si ricordano quelli che fanno volontariato, si occupano dei doposcuola, dell’assistenza agli homeless né si ricorda la loro domanda di incontro con gli adulti. Da loro può e deve venire una rinascita, forse proprio a cominciare dai figli degli emigrati, a quelli che sono nati qui, che frequentano la scuola in Italia, parlano la nostra lingua a volte meglio della loro, alle ragazze che si rifiutano di sposare sconosciuti uomini anziani, che si tolgono il velo fuori casa per sentirsi come le amiche e per questo sono picchiate o subiscono l’umiliazione di una testa rasata a zero (io sono abbastanza anziana da ricordare alla fine della seconda guerra mondiale rasate in piazza le ragazze che avevano fraternizzato con i tedeschi).

Mi auguro ardentemente che dai cosiddetti millennials, italiani e non, nasca un mondo nuovo, più umano. Spero che papa Francesco sia ascoltato e il futuro volga verso una pace durevole.

26 Aprile 2017Permalink

18 aprile 2017 – Dall’opinione pubblica alla post-verità: la dialettica del post-moderno di Roberto Mordacci

Ricopio con entusiasmo un articolo del 27 febbraio 2017.
L’intelligenza fa bene alla salute. 

Nell’edizione del 1781, l’Oxford Dictionary registra per la prima volta l’ingresso nel linguaggio comune dell’espressione public opinion. Con essa ci si riferisce, come negli analoghi contemporanei opinion publique francese e öffentliche Meinung tedesco, all’opinione di un pubblico colto e criticamente avvertito, pronto a far valere il proprio peso nella discussione sulle scelte dei governanti e sui problemi sociali emergenti. Come scrive Edmund Burke in quegli anni, «In un paese libero, ogni uomo pensa di avere interesse a tutte le questioni pubbliche, di avere il diritto di formarsi e manifestare un’opinione su di esse. Egli le filtra, le esamina e le discute. È curioso, appassionato, attento e geloso; e, facendo di queste questioni il soggetto quotidiano del loro pensiero e delle loro scoperte, molti raggiungono una tollerabile conoscenza di sé e alcuni ne raggiungono una ragguardevole» (Burke’s Politics , New York 1949, p. 106).

Lo spazio pubblico, in quest’ottica, è un luogo di elaborazione politica del pensiero e dell’azione, una sorta di camera di compensazione fra il potere dei sovrani e l’impotenza del popolo, troppo debole e incolto per non essere esposto alla manipolazione dei potenti. «L’opinion publique – scrive Jürgen Habermas – è il risultato illuminato della riflessione comune e pubblica sui fondamenti dell’ordine sociale. Essa ne riassume le leggi naturali; non governa, ma il governante illuminato deve seguirne le idee» (Storia e critica dell’opinione pubblica, Roma-Bari 2005, p. 111).

Lo stesso Oxford Dictionary introduce, nell’edizione 2017, la nozione di Post-Truth. La post-verità si riferisce a «circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti nel plasmare l’opinione pubblica degli appelli all’emotività e alle convinzioni personali». È significativo che, qui, il prefisso post– non si riferisca alla semplice successione temporale, bensì «a un tempo in cui il concetto cui si applica ha perso di importanza o è divenuto irrilevante»: nell’era della post-truth politics (espressione che ha avuto un’impennata d’uso nel 2016), l’opinione pubblica non si forma più sui fatti e nemmeno sulla percezione riflessiva di come stiano effettivamente le cose, bensì sulla scelta arbitraria e idiosincratica di ‘informazioni’ (spesso pseudofatti o ‘fatti alternativi’) che servono solo a rafforzare un pregiudizio o un’inclinazione non sottoposti a critica.

È un fenomeno che non ci sorprende molto, in realtà. Le sue radici risiedono in quasi un secolo di narrazione postmoderna: la celebrazione quasi compiaciuta della ‘fine’ di tutti i progetti caratteristici della modernità occidentale, ovvero la costruzione di un sapere verificabile, la definizione di diritti inalienabili delle persone, l’ideale cosmopolitico come orizzonte di convivenza fra stati sovrani (di cui l’Unione Europea doveva essere una sorta di laboratorio), la concezione della storia come un movimento se non progressivo almeno di lento allontanamento dalla barbarie. Gli alfieri del postmoderno, come Lyotard, Derrida, Rorty, Vattimo e Bauman, hanno da tempo rivendicato come un cammino di liberazione l’abbandono dei concetti di verità (si veda appunto Addio alla verità di Gianni Vattimo, Roma 2009), soggetto, oggettività, metafisica e addirittura storia (il concetto di post-histoire di Arnold Gehlen e la fine della storia di Francis Fukuyama) e filosofia (La filosofia dopo la filosofia di Richard Rorty, Roma-Bari 1989).

Per almeno un cinquantennio, una corrente rilevante della filosofia e della cultura contemporanea ha sostenuto e promosso la sistematica distruzione dell’ideale critico del pensiero, che è stato il cuore della modernità. Quest’ultima non è affatto, come pretendono i postmodernisti, il tentativo di fondare e sviluppare sistemi compiuti e assoluti del sapere, nonché progetti sociali totalitari radicati in pretenziose metafisiche razionalistiche. Questo si può forse dire della filosofia ottocentesca e di quella novecentesca che ha seguito i piani del positivismo, da un lato, e dell’idealismo dall’altro. Ma è assolutamente falso e fuorviante (a proposito di fatti) che la prima modernità (il Rinascimento e soprattutto l’Illuminismo) mirasse a sistemi chiusi e a programmi politici totalitari. L’ideale critico della ragione, che è il cuore dell’Illuminismo, consiste precisamente, invece, nel rivendicare contro il dogmatismo lo spazio di quello che Kant chiama «uso pubblico della ragione», ovvero la capacità di proporre le proprie tesi al vaglio delle persone pensanti e dotate di quel grado di cultura che le abilita a farsi opinioni ponderate, in particolare sulle questioni di interesse pubblico. Su queste fondamenta si basava, appunto, l’idea di opinione pubblica. In quest’ottica, la verità non è un possesso, come per i dogmatici, ma nemmeno è fuori dal quadro. Anzi, essa è il nerbo della critica ed è l’orizzonte cui il ragionamento, anche quello pubblico, aspira costantemente in base a due pilastri essenziali: la non contraddizione (o coerenza) e il rispetto dei fatti, che sul piano etico comportano il rispetto di tutte le persone in quanto capaci di pensiero e decisione.

Ora, se l’élite intellettuale postmoderna si è giocosamente immersa nella provocazione della fine del soggetto, della verità e degli stessi fatti, non può sorprendere che, quando questo gioco approda alle masse, queste ultime divengano non solo più manipolabili che mai, ma addirittura protagoniste della creazione e diffusione di ‘fatti alternativi’ e di opzioni politiche basate sul mero pregiudizio, di assalti agli individui perpetrati attraverso i social e di reazioni parossistiche come l’adozione, in un contesto relativistico, di fedi assolute, ideologie autoritarie e nazionalismi fuori tempo massimo. Il postmoderno è incorso in una dialettica che, con nozioni come la post-verità, ha posto le basi di un maggiore asservimento e della rinuncia all’esercizio della critica riflessiva, ponderata, aderente alla realtà nella misura in cui siamo in grado di conoscerla attraverso l’osservazione e la logica. Reagire a questa deriva è un compito ineludibile per le persone di cultura, cui spetta di avviare un’onda alternativa (di cui si colgono i segni nella ricerca diffusa di nuove forme di obiettività, realismo e verità dall’etica all’arte) che approdi all’opinione pubblica, prima che sia troppo tardi.

http://www.paradoxaforum.com/dallopinione-pubblica-alla-post-verita-la-dialettica-del-post-moderno/

Notizie sull’autore: Roberto Mordacci è un filosofo italiano. È preside della Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele dove è professore ordinario di Filosofia Morale.

18 Aprile 2017Permalink

5 giugno 2016 – Ecumenicamente nemica, dal Mediterraneo al Baltico

Copio da facebook e poi vado alla fonte (The Baltic Times)

La chiesa evangelica luterana in Lettonia ha abolito l’ordinazione delle donne al ministero pastorale in atto dal 1975 e sospesa dal 1993, in seguito all’elezione dell’arcivescovo Jānis Vanags, contrario “personalmente”. Il Sinodo ha reso norma della chiesa l’opinione dell’arcivescovo con il 77% di favorevoli. Si tratta di una decisione senza precedenti.

Questa sera, se volete pregare per qualcuno e non sapete per chi, pregate per la sofferenza inferta alle donne con vocazione pastorale di questa chiesa e per tutta la chiesa che si è privata dei doni che Dio le ha dato attraverso queste donne.

Nella “Ballata del carcere di Reading” Oscar Wilde scrive riguardo la pratica di gettare calce viva sul cadavere di un condannato a morte (cito a memoria): “…perché l’uomo non accetta che Dio faccia nascere una rosa dal cuore di un assassino”. Nel caso della Lettonia si potrebbe parafrasare: “…perché l’uomo non accetta che Dio faccia proclamare la sua Parola dalla bocca di una donna”. E allora gliela chiude!

(Notizia pubblicata da Peter Ciaccio)

Latvian Lutheran church officially bans women’s ordination
(
2016-06-04 BNS/TBT Staff/RIGA)

The Synod, the highest governing body of the Evangelical Lutheran Church of Latvia (ELCL) meeting every three years, on Friday amended the church rules, officially establishing that only men can seek ordination as priests.

According to BNS sources, the Synod approved amendments with 77 per cent of votes, only slightly above the 75 per cent threshold for such important decision.

The church rules used to say that “anyone who according to the regulations set by the ELCL is called by God and trained for ministry can seek ordination” but now they have been amended and state that “any male candidate, who according to the regulations set by the ELCL is called by God and trained for the ministry, can seek ordination.”

The Evangelical Lutheran Church of Latvia, however, has not been ordaining women for years already, and the adoption of the amendments will not change the existing situation.

The Latvian Evangelical Lutheran Church Abroad, which functions outside Latvia, has been ordaining women as priests and criticised the proposed amendments to the ELCL rules that would exclude women from church offices

Commenti – (Ho registrato i ‘mi piace’ alle 6 a.m.)

Walt Longmire · West Laramie, Wyoming Great news! (4 ‘mi piace’)

Rob Harrison   a step in the right direction (n. 1 ‘mi piace’)

R Daniel Carlson · Birmingham (Alabama) Good to hear! (1 mi piace)

FONTE:
http://m.baltictimes.com/article/jcms/id/136850/#.V1MwJAvzN3M.twitter

 

 

5 Giugno 2016Permalink

25 maggio 2016 – Quando parla l’ironia

Una imperdibile vignetta che non mi riesce di riprodurre e allora descrivo.
Fa capo alla pagina facebook di Mustapha Azzouzi, dove l’ho trovata e  riprodotta in quello spazio.
Qui non arriva

Accanto alla foto di Donald Trump c’è una probabile dichiarazione del candidato presidente:

“L’immigrazione illegale porta con sé criminalità, droga e violenza”.
Segue l’immagine di un pellerossa che dichiara “lo so”

Ma al simpatico autore rubo un’altra battuta che vorrei aver scritto io:

“Il capo dell’ esercito americano è gay, ecco una cosa davvero contro natura. La guerra”.

25 Maggio 2016Permalink

18 novembre 2015 – La saggezza dello sberleffo

Avevo raccolto un po’ di testi importanti che prima o poi pubblicherò
Ma quanto ho trovato la parte centrale di questa poesia, pubblicata da Teresa Valsecchi Calvi su facebook, mi sono messa a cercare e ne ho trovato il testo completo e indicazioni in merito a una lettura di Gigi Proietti e a una canzone di Baglioni. Non sono riuscita ad ascoltare né l’una né l’atra.

Trilussa  LA NINNA NANNA DE LA GUERRA  (1914)

Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d’un impero
mezzo giallo e mezzo nero.
Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili
Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.
Chè quer covo d’assassini
che c’insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.
Fa la ninna, cocco bello,
finchè dura sto macello:
fa la ninna, chè domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.
E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
§risparmiato dar cannone

 

18 Novembre 2015Permalink

15-07-2015. – Se terrà è un accordo storico, se non terrà sarebbe stato tale-2

Il pericolo non viene più da Teheran  Roberto Toscano

Oltre dieci anni di negoziati accompagnati da accanite polemiche e da quasi quotidiani dibattiti a livello politico e tra esperti. Ultimamente, una serie di scadenze che non erano tali, proroghe, negoziati ad oltranza. Finalmente, un accordo. Un accordo la cui importanza è dimostrata nello stesso tempo sia dalla difficoltà di raggiungerlo che dalla determinazione di entrambe le parti di conseguirlo nonostante critiche, accuse, ostilità e dubbi.

Per quanto riguarda le difficoltà, non ci si dovrebbe lasciare trarre in inganno dalle pur autentiche complessità del dossier nucleare, per superare le quali è stata necessaria tutta l’abilità di negoziatori di grande professionalità. Se si fosse applicato il Tnp, il Trattato di non-proliferazione, una soluzione sarebbe stata trovata oltre dieci anni fa, ai tempi del governo riformista di Khatami, allora pronto ad accettare sostanzialmente gli stessi compromessi che sono alla base dell’intesa di Vienna. In sintesi, un do ut des fra riconoscimento del diritto iraniano all’energia nucleare e l’accettazione di limiti e ispezioni.

Ma l’Iran era considerato «speciale» per tutta una serie di motivi: il lungo isolamento internazionale; la reciproca ostilità con gli Stati Uniti, retaggio di una storia difficile da superare; il sospetto delle sue ambizioni egemoniche da parte dei Paesi arabi del Golfo; le accuse israeliane di antisemitismo e intenzioni genocide, alimentate dalla retorica islamo-populista di Ahmadinejad.

Se alla fine un accordo è stato raggiunto è perché sia americani che europei sono arrivati alla conclusione che – al di là della storia, delle rivalità geopolitiche, della retorica rivoluzionaria – l’Iran è in realtà un Paese razionale, come ha detto Obama commentando l’accordo, e che quindi con l’Iran si possono raggiungere intese, accettare compromessi basati su considerazioni di interesse nazionale piuttosto che di ideologia, instaurare rapporti fatti di una miscela di collaborazione e contrapposizione, di contenimento e riconoscimento di legittimi interessi nazionali.

Il vero scontro sull’opportunità o meno di arrivare a un accordo sul nucleare, uno scontro che rimane aperto e che ancora potrebbe produrre sorprese (soprattutto nel Congresso americano – dove, come ha detto Obama, per evitare una bocciatura potrebbe essere necessario l’uso del veto presidenziale), non è mai stato, nonostante le apparenze, davvero centrato sul numero di centrifughe o sulle scorte di uranio arricchito, ma sulla natura del regime iraniano, sul suo ruolo regionale, sulle sue ambizioni geopolitiche.

E’ al riguardo rivelatore che negli ultimi giorni il negoziato abbia minacciato di arenarsi su un tema che non ha niente a che vedere con il nucleare, l’embargo alla vendita di armi all’Iran – che l’accordo di Vienna mantiene comunque per i prossimi cinque anni – e che i nemici dell’intesa, invece di prospettare improbabili «primi colpi» nucleari iraniani contro Israele, abbiano messo l’accento sul pericolo che la fine delle sanzioni possa mettere a disposizione del regime iraniano enormi risorse finanziarie aggiuntive da adibire a una politica eversiva ed espansiva a livello regionale.

Ma è proprio dal contesto regionale che è dipesa la disponibilità al compromesso (inevitabile quando non si tratta di una pura e semplice resa) da parte del Presidente Obama, e non solo. Si fa davvero molta fatica, oggi, ad accogliere la tesi di Netanyahu sull’Iran come nemico principale e minaccia alla stabilità regionale se non mondiale nel momento in cui lo Stato Islamico rivela non solo una tremenda sostenibilità militare, ma anche ambizioni espansive dal punto di vista sia ideologico che territoriale. Ambizioni che il regime iraniano ha da tempo abbandonato, dopo i primi anni di illusioni rivoluzionarie, per una realistica constatazione dell’impossibilità di estendere a livello regionale il khomeinismo per un Paese irrimediabilmente minoritario, in quanto persiano e non arabo, sciita e non sunnita.

L’Iran rimane anche dopo l’accordo sul nucleare un interlocutore/avversario problematico ma tutt’altro che irrazionale o fanatico. Se mai cinico, abile nella strategia e nella tattica, ma nel perseguimento del proprio interesse nazionale e non di un disegno smisurato ed apocalittico (il Califfato) come quello dello Stato Islamico. Uno Stato Islamico la cui minaccia crediamo abbia non poco pesato nel convincere i 5+1 della necessità di raggiungere, attraverso la rimozione dell’ostacolo costituito dalla questione nucleare, un tipo di rapporto meno conflittuale con l’Iran, nella convinzione che Teheran possa costituire, come già peraltro sta già facendo in Iraq, un indispensabile baluardo contro l’avanzata dello Stato Islamico e la minaccia di un crollo dello Stato iracheno.

A Vienna si è pensato certamente all’Iraq, e anche alla Siria, dato che soltanto un deciso intervento iraniano potrebbe fare pendere la bilancia verso quella soluzione diplomatica che Assad, incapace di prevalere ma difficile da sconfiggere militarmente, potrebbe accettare soltanto dietro pressione del suo alleato principale, l’Iran. Un Iran che non è da escludere che sia pronto ad accettare un compromesso piuttosto che correre il rischio che la Siria finisca per cadere sotto il controllo del jihadismo più radicale, contemporaneamente anti-occidentale e anti-iraniano.

E’ una scommessa forte e non priva di azzardo, ma non molto diversa da quella che fu a suo tempo alla base della distensione con l’Urss e della normalizzazione con la Cina, avversari ben più minacciosi, militarmente e ideologicamente, di quanto non sia mai stato l’Iran. Una scommessa il cui esito promette (o minaccia, come ritiene chi la teme) di ristrutturare l’intero quadro geopolitico del Medio Oriente e – va aggiunto – anche di determinare profonde trasformazioni interne nel regime iraniano. E’ chiaro che Obama, accettando di iniziare un difficile processo di normalizzazione con l’Iran, abbandona – e sauditi ed israeliani difficilmente lo perdoneranno per questo – il disegno, tanto ipotetico quanto rischioso, di un cambiamento di regime, ma faremmo bene a notare che non solo i cittadini iraniani, ma anche la stragrande maggioranza della diaspora iraniana, senza escludere i più coraggiosi dissidenti, la cui credibilità politica e morale è dimostrata dalla repressione patita, salutano questo accordo come la promettente premessa di un cambiamento nel regime capace di aprire la strada all’emergere di un Paese più prospero e più forte anche internazionalmente, non più isolato e boicottato. La speranza è che in queste condizioni diventi più facile riprendere anche se gradualmente un disegno di cambiamento in senso democratico. Proprio per questo motivo non mancano, nelle correnti più radicali del regime, timori sulle possibili ripercussioni interne dell’accordo concluso a Vienna.

Subito chi è contrario all’accordo lo ha definito «un regalo agli ayatollah» basato su pericolose concessioni. A Teheran, invece, è grande festa popolare, non di regime.

http://www.lastampa.it/2015/07/15/cultura/opinioni/editoriali/il-pericolo-non-viene-pi-da-teheran-h9mXnhgIA0kPorO2lQJrHI/pagina.html

 

17 Luglio 2015Permalink

13 aprile 2015 – Ricevo e giro una lettera che condivido

DUE NOTE SULL’ ANNO DELLA MISERICORDIA    Giancarla Codrignani

Tra i cinque “pilastri” dell’Islam (la professione di fede, la preghiera, la decima (zakat), il digiuno, e il pellegrinaggio alla Mecca) la preghiera ha un valore particolare perché segna profondamente cinque volte al giorno la vita quotidiana di ciascun uomo e ciascuna donna. Dice il Corano “ad Allah appartengono i nomi più belli: invocatelo con quelli”: bella, tra le espressioni islamiche più consuete, l’espressione “In nome di Dio il Clemente il Misericordioso”. Le Costituzioni di alcuni paesi musulmani (e spesso anche le bandiere) riproducono il motto e la Libia di Gheddafi la registrava nell’inno nazionale. Secondo la tradizione il Profeta aveva detto “Non crederete finché non sarete misericordiosi” e ai compagni che obiettavano “non tutti siamo misericordiosi” ammoniva “Io non mi riferisco alla misericordia che ognuno prova naturalmente per il proprio amico, ma ad una misericordia verso tutti”.

Come cristiani anche noi ci affidiamo alla misericordia di Dio e saremmo in suo nome tenuti a praticare il perdono e la nonviolenza. Nonostante il principio sia chiaro a tutti, siamo ancora divisi tra confessioni che non riconoscono la piena fraternità delle comunità che seguono forme teologiche e rituali diverse per ragioni che sono eminentemente storiche e non dovrebbero rompere l’unità del riconoscimento comune in un solo Gesù Cristo. Succede anche che l’Occidente conservi sacche di antisemitismo che nel 2015 (per gli israeliani è il 5775) dovrebbero essere non solo anacronistiche ma impensabili. Analoghe sono le diversità interne all’Islam, che comportano tuttavia esiti più gravi perché le separazioni confessionali, pur nate da ragioni politiche, rappresentano eresie, apostasie, infedeltà imperdonabili dalla legge umana.

Difficile per noi occidentali entrare nelle dinamiche religiose che dividono sciiti e sunniti (ma anche alawiti, salafiti, houthi ecc.) di fronte alla minaccia solo ideologica ma terrificante dell’Isis. All’interno di paesi in conflitto per opposti integralismi (che ai nostri giorni sono – sempre – non “di religione”, ma politico-economici) ci rimettono le minoranze eterogenee: vittime per molti impreviste in primo luogo i cristiani, che ancora vengono chiamati crociati (per la conquista del santo sepolcro i cavalieri alzavano la spada con l’elsa in alto come simbolo della croce) e che sono occidentali la cui vita tutte le televisioni raffigurano come irrimediabilmente corrotta.

Non è una sorpresa se fin dal 1990 Giuseppe Dossetti, allarmato per la guerra contro l’Iraq voluta da Reagan e sostenuta dall’Onu, prevede “la conseguenza pressoché inevitabile di tumultuose reazioni in un vasto ambito di stati, più o meno direttamente coinvolti; reazioni che nessuno sarà più in grado di dominare. E questo non solo in tutti i paesi arabi, dalla Palestina allo Yemen, ma anche in Turchia, la cui situazione diventa sempre più difficile, in Egitto, dove le ripercussioni sono inevitabili, e negli altri paesi del Maghreb, aggravando crisi già in atto come quella del Sudan e di altri paesi africani. Tutto questo difficilmente non si estenderà al Pakistan e alle repubbliche sovietiche musulmane”. Sdegno e ribellione, dice, che hanno per obiettivo l’Occidente e “conseguenze evidentissime per la chiesa. C’è letteralmente pericolo dell’estinzione della chiesa nei territori palestinesi e giordani e in quel pochissimo di chiesa che poteva esserci negli altri territori di Arabia; una chiesa, cioè, ridotta a vivere all’interno degli edifici di culto….Costantinopoli saccheggiata e bruciata nella quarta crociata del 1204 sarà come un’ombra sinistra costantemente evocata a tutta la Siria, all’Egitto stesso e poi a tutto il resto dell’Africa” (cfr. Il Regno-Attualità, 18 ottobre 1990).

Non era una profezia, ma un giudizio storico consapevole. I governi occidentali non sono altrettanto bravi nel prevenire i danni di avventate politiche di potenza.

Per cristiani di fede, in così tante e tanto grandi difficoltà, c’è sempre la prospettiva del dialogo realmente ecumenico a sostegno delle libertà a partire da quella religiosa. Papa Francesco, istituendo l’anno della misericordia (cristiana) in un tempo in cui tutte le prevenzioni sembrano scadute può cercare echi teologici e, soprattutto, umani a partire da Dio, il Clemente, il Misericordioso?

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L’anno santo della misericordia viene dopo l’anno della massima corruzione, purtroppo non solo italiana, ma generalizzata in un mondo che si fa ancora catturare dai soliti falsi beni di un capitalismo ormai sostenuto anche da chi lo contesta. Come diceva Giovanni Falcone “che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare”. Non deve scandalizzare che la corruzione sia arrivata in Vaticano (nemmeno il Tempio all’epoca di Gesù era esemplare per virtù): deve invece produrre stupore che davanti a contesti in cui opera la corruzione (il neocapitalismo, la finanza, il mercato) i singoli, se si dicono cristiani, restino inerti e si giustifichino con il solito “non c’è rimedio”.

Non mi piace la retorica – di solito ipocrita – delle citazioni dalla scrittura come se fosse fatta di slogan da non interiorizzare e non tiro fuori la “durezza dei cuori” perché mi viene da continuare “mal comune…”. Vorrei invece riportare per un momento l’attenzione all’America Latina, che sembra lontana ma dove tanti cattolici, singoli e associazioni, preti e suore, trenta e più anni fa, hanno partecipato ai processi di liberazione dalle dittature di paesi in cui – dal Brasile al Cile o all’Argentina, ma anche dal Nicaragua al Salvador e al Chapas – interi popoli erano esclusi dalla democrazia. I diritti politici e civili si affermarono contestualmente alla ripresa dei diritti umani sociali e individuali e molti di noi ci lavorarono con impegno. Oggi non c’è area del continente americano esente dalla corruzione e gli assetti democratici che, bene o male, hanno trovato stabilità, si sono dimostrati vulnerabili al potere seduttivo del sistema che ti consente di sentirti libero, ma insieme ti condiziona con bisogni indotti e, mentre i ricchi continuano la tradizione del privilegio, i poveri hanno perduto l’innocenza, la solidarietà, la fede. Il nuovo tempio è il centro commerciale e nessuno ha più memoria dell’epica campagna di alfabetizzazione che in poco tempo consentì al NIcaragua di portare alle elezioni del 1984 un popolo che sapeva leggere, scrivere e votare. Per Transparency International oggi il NIcaragua si colloca al 138 posto nella graduatoria della corruzione mondiale (l’Italia è ultima tra gli europei). Basta rassegnarci e convenire che siamo tutti eredi della schiavitù, dei re e dei padroni che ci facevano chinare la testa?

Come incominciamo a fare i conti? è più colpevole chi paga i corrotti o chi si fa corrompere? il “dono” nelle nostre società educate alle convenzioni formali, è stato umiliato e privato della sua gratuità, del dovere di rispettare il piacere del donatore per la perversione del “ricambio”: quante volte, portando un dono, ci siamo sentiti dire “grazie, e adesso come posso ricambiare?”. Ovvio che se qualcuno regala al figlio di un ministro un rolex da diecimila euro, si aspetta un corrispettivo già dato per pagato; e ovvio anche che non esiste accettazione di doni che non sono tali.

Dato il triste panorama che ci circonda, spero che nessuno confonda la misericordia di Dio con la propria indulgenza. Tuttavia è bene che riserviamo a noi stessi un piccolo esame di coscienza. La visione di Dio ancora poco adulta forse non si accorge che anche Dio viene manipolato. E proprio perché ha una “misericordia” che capiamo male. Tanti ancora pregano per ottenere “grazie” (il nome non dice forse che sono gratis?), fanno offerte, comperano messe (?), esprimono voti, sacrifici e fioretti “per avere”. La Bibbia non sempre è chiara in proposito, ma il Salmo 50 fa parlare Dio che dice a chi gli offre immolazioni di vittime “se avessi fame, non te lo direi: è mio il mondo e quanto contiene”. I Vangeli sono costantemente espliciti e, anche se gli stessi seguaci di Gesù sono tentati dai posti raccomandati e dai privilegi, la parola della liberazione è indirizzata ai poveri. I ricchi laureati spesso credono nell’uguaglianza e nella giustizia, ma, siccome “c’è un prezzo da pagare” per essere uguali e giusti, spesso si sottraggono alla responsabilità e preferiscono “lamentarsi e dire che non si può fare nulla”.

Il giubileo della misericordia, allora, deve essere sentito un anno severo: se Dio libera, rifiuta una religione da sudditi. E’ infatti l’amico che offre i suoi doni perché è amico; è la madre e il padre che coccolano figlie e figli mentre li educano alle regole dell’umana convivenza; è l’alleato che ti accompagna attraverso i condizionamenti della storia, ma ti abbandona se fai soldi vendendo armi. Lascia che ce la caviamo come siamo capaci (come dire se abbiamo fede), sa che ogni tanto ci inventiamo condoni e amnistie che non sono nel suo stile: la misericordia è un po’ più complessa e non dipende solo dalla parte di Dio.  Come dice Etty Hillesum, siamo noi che lo dobbiamo aiutare.

13 Aprile 2015Permalink

17 febbraio 2015 – Moni Ovadia e lo stato di Palestina

Moni Ovadia per il riconoscimento dello stato di Palestina Pubblicato il 13 feb 2015

Intervista a Moni Ovadia a cura di Massimo Annibale Rossi, presidente di Vento di Terra ONG Moni Ovadia sostiene la campagna SCP – Società Civile per la Palestina e ci spiega perché è importante che l’occidente riconosca la Palestina quale stato indipendente

https://www.youtube.com/watch?v=ogYEzXTC7Wk

17 Febbraio 2015Permalink

12 dicembre 2014 – Da facebook: una nota significativa

Due giorni fa Tiziano Sguazzero ha pubblicato su facebook una citazione che ritengo importante quanto il suo commento.
Trascrivo perché desidero farne memoria, almeno per me

Torture democratiche
Non sono per nulla convincenti le affermazioni del filosofo Michael Walzer, secondo il quale (in relazione al Rapporto della Commissione Intelligence del Senato Usa sui crimini della Cia nei confronti dei sospetti terroristi) «per le azioni politiche, anche le peggiori, la punizione più grave (in una democrazia) dev’essere la sconfitta, anche’essa politica. Questo è uno dei paradossi della democrazia». Mi chiedo: per quale motivo si ritiene opportuno colpire i governanti dei regimi non democratici con pene severissime (molto spesso con la pena di morte) per i delitti di cui si sono macchiati (spesso crimini contro l’umanità) mentre i massimi responsabili della vita politica delle «democrazie» pagano (talora, non sempre) solo con l’allontanamento dalle leve del potere (ma non economicamente, o con la detenzione, ecc.)? Se si colpissero i governanti dei paesi democratici che si sono macchiati di delitti – afferma Walzer «il processo democratico crollerebbe: nessun partito uscente sarebbe più disposto a cedere il potere» (Intervista a M. Walzer, «La Repubblica», 10 dicembre 2014). Trovo piuttosto bizzarra questa giustificazione: le democrazie restano tali (non si trasformano in regimi antidemocratici) soltanto se i detentori del potere hanno la sicurezza di non essere colpiti (con la carcerazione, ecc.) per gli eventuali crimini da loro commessi. E’ questa la vera natura di uno Stato democratico?

12 Dicembre 2014Permalink

2 agosto 2014 – Nel ricordo della strage di Bologna (1980) la mia attenzione va anche alla violenza del capro espiatorio.

Un incrocio di ruoli nella continuità del linguaggio

Il ministro Alfano, secondo quanto ho letto, “va giù duro al termine del comitato nazionale per l’ordine pubblico e la sicurezza convocato nella prefettura di Caserta.
«Non accetteremo che un immigrato prenda il posto di lavoro di un italiano»”
Lo fa in una riunione nella prefettura di Caserta alla presenza dei sindaci del casertano.
L’on Kyenge – parlamentare europea – non condivide:  «Irresponsabili parole del Ministro Alfano che alimenta lo scontro tra poveri per il lavoro in un casertano già in fiamme»
Conclusione? Certamente no.
E’ molto interessante che il ministro del Nuovo  Centro Destra (nuovo ?!) operi – probabilmente senza accorgersene  – uno stravolgimento cronologico.
Nel 2009 l’on Alfano era Ministro della Giustizia nel quarto governo Berlusconi, Ministro dell’Interno era l’attuale governatore della Lombardia, Maroni.
Oggi Ministro dell’Interno è lui, Angelino Alfano.
Ma – in omaggio all’ideologia che gli occupa evidentemente  cervello e cuore – usa le parole dell’inimicizia.
Torno a scriverle: «Non accetteremo che un immigrato prenda il posto di lavoro di un italiano».
L’on Kyenge ha controbattuto ma, secondo me, non ha colto la centralità del messaggio alfaniano. L’italiano  è indicato esplicitamente come vittima della presenza non comunitaria, un incitamento all’inimicizia tra persone di diversa nazionalità.
E’ la scelta del capro espiatorio che consente di voltare la testa di fronte a molti altri problemi.
Così ho scritto nella pagina facebook della on. Kyenge
«Con queste parole (non a caso pronunciate in prefettura durante una riunione con i sindaci del casertano) il ministro Alfano si  conferma malsano portatore della cultura diffusa dalla Lega e ormai consolidata nella consapevolezza di molti.
Non a caso il parlamento italiano non discute la proposta di legge n. 740 che, se approvata, cancellerebbe lo sfregio di civiltà introdotto nel 2009. Con questa norma (legge 94/2009, art. 1 comma 22 lettera g) i cittadini non comunitari privi di permesso di soggiorno nel momento in cui denunciano la nascita del figlio corrono il rischio dell’espulsione.
Ciò fa sì che vi siano bambini nascosti e privi di esistenza giuridica e madri che non partoriscono in ospedale ma si assoggettano al nascondimento con tutti i rischi che comporta alla salute propria e del bambino (ce lo testimonia il Gruppo Convention on the Rights of the Child –CRC – che ha il compito di monitorare la Convenzione di new York sui diritti del minore.
Le ricordo che inizialmente la norma che ho citato riguardava anche i matrimoni: nel 2011 una sentenza della Corte Costituzionale sottrasse questi atti alla presentazione del permesso di soggiorno per tutelare questo diritto umano fondamentale. Ma non fu chiamata ad occuparsi dei nuovi nati su cui perciò continua a pesare quella minaccia.
On Kyenge questo minaccia la riguarda anche come parlamentare europea: può accettare che in Europa vi sia uno stato – il suo- – che viola principi fondamentali internazionalmente affermati?
Sarebbe interessante sapere se fra i bambini abusati – che saranno identificati dalla polizia italiana e tedesca per proteggerli – ci sono anche bambini con le caratteristiche previste dalla lettera g, del comma 22, dell’art. 1 della legge 94/2009, cioè i figli degli immigrati privi di permesso di soggiorno per cui la possibilità di registrare la nascita del figlio è pesantemente ostacolata.
E’ possibile chiedere al ministro competente un’indagine in proposito?.
Oltre che all’identificazione dei pedofili e dei loro complici vogliamo parlare anche delle responsabilità remote?
Non dimentichiamo che la mancanza del certificato di nascita rende una persona giuridicamente inesistente e quindi più esposta ad ogni rischio.
I bambini senza certificato quindi diventano soggetti di cui è più facile l’abuso»

Pedopornografia conclamata

Non a caso sono passata dalla questione lavoro negato alla questione esistenza negata ai minori figli di sans papier.
Leggo su La Repubblica on line di ieri (testo completo leggibile da qui):
«Maxi operazione della polizia italiana e tedesca. L’inchiesta è partita dalla Procura di Catania

Agenti della polizia postale al lavoro CATANIA Scaricavano e diffondevano su internet video di pornografia minorile, con abusi sessuali e anche torture su bambini di pochi anni. Due persone sono state arrestate e 34 indagate nell’ambito di una maxi operazione internazionale della polizia di Stato italiana e tedesca contro la pornografia minorile on line. La Procura distrettuale di Catania ha disposto numerose perquisizioni domiciliari in diverse città d’Italia, eseguite dalla Polizia Postale».

La biografia del Ministro Alfano non può essere ignorata

Non sarebbe rispettoso ignorare la biografia di una persona pubblica così importante quale un ministro dell’interno già della giustizia.
Nella significativa storia delle sua vita politica c’è anche la piccola Shalabayeva.
Forse non se ne è accorto ma per me è un macigno, simbolico (perché non è certo l’unica piccola vittima) ma insuperabile.
Ne avevo scritto nel mio blog il 14, 16 e 20 luglio 2013.
Legge sempre da La Repubblica del 30 luglio scorso:
« Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Muktar Abliazov, non doveva essere espulsa dall’Italia e il provvedimento di rimpatrio è viziato da “manifesta illegittimità originaria”. Lo afferma la Cassazione che ha accolto il ricorso della Shalabayeva contro il decreto del giudice di Pace di Roma del 31 maggio 2013. Tra le anomalie c’è inoltre il fatto che l’irruzione notturna nell’abitazione di Casal Palocco dove risiedeva la Shalabayeva, effettuata dalle forze dell’ordine, era stata fatta per cercare suo marito e non per finalità di prevenzione e repressione dell’immigrazione irregolare».

Chi volesse andare all’intero articolo (e può farlo anche da qui) troverà un richiamo all’archivio del caso.
Da parte mia voglio ricordare il lavoro efficace di Emma Bonino (Ministro degli esteri dall’aprile 2013 al febbraio 2014 – governo Letta).
Contribuendo in modo risolutivo alla soluzione di quel problema ha consentito, a chi voglia pensare, di identificare nodi della politica minori/capri espiatori.
Qualsiasi generale in guerra sa che bisogna attaccare il fronte dove è debole. E i minori sono deboli. Attaccando i ‘figli dei clandestini’ è assicurata la vittoria più importante, il consenso dell’opinione pubblica.

2 Agosto 2014Permalink