28 marzo 2018 – Storie di effetti collaterali

26 marzo 2018 Cifre apocalittiche: la guerra dell’Arabia Saudita e di Trump contro lo Yemen
Di Juan Cole
Tre anni fa, in marzo, il Ministro della Difesa dell’Arabia Saudita (ora Principe della Corona) che aveva 29 anni, diede inizio a una guerra disastrosa contro lo Yemen.
Lo Yemen era stato sempre dipendente dall’Arabia Saudita negli anni ’90 e 2000 ed è stato un importante beneficiario degli aiuti sauditi, che andavano nelle tasche del dittatore Ali Abdullah Saleh. Gli yemeniti restarono quindi disperatamente poveri, e i Sauditi tentarono allora di diffondere la loro forma intollerante di Wahhabismo anche tra gli Sciiti Zaydi,* producendo un contraccolpo sotto forma degli Houthi. *
Nel 2011-2012 Saleh è stato deposto e lo Yemen ha cominciato a lavorare a una nuova costituzione e a nuove istituzioni parlamentari.
Questo processo è stato interrotto da un colpo di stato degli Houthi nel 2014-2015 in alleanza nascosta con il deposto Saleh. A sua volta quel colpo di stato ha fatto in modo che l’allora ventinovenne ministro della difesa, Mohammed bin Salman, desse inizio a una guerra aerea contro il movimento di guerriglia Houthi, un guerra che era molto improbabile che avrebbe vinto.
Sono stato varie volte in Yemen. Il terreno è montagnoso e irregolare. Non si può bombardarlo per ridurlo in sottomissione.
Bin Salman accusa gli Houthi di essere agenti iraniani. Non sono, tuttavia il giusto tipo di Sciiti per essere tali. L’Iran, probabilmente, ha dato loro un pochino di aiuto, ma è un aiuto minore, paragonato al valore di miliardi di dollari delle bombe avute da Stati Uniti e Regno Unito che Bin Salman ha lasciato cadere sui condomini civili nel centro di Sana’a. E’ proprio buffo che i Sauditi diventano isterici per dei piccoli razzi mirati su Riyadh, mentre loro quotidianamente fanno attacchi aerei lanciando bombe sulle città yemenite con gli F16 e gli F18.
La propaganda secondo la quale l’Iran sta dietro le agitazioni nello Yemen, invece che la corruzione di Saleh che i Sauditi hanno reso possibile, ha coinvolto gli ingenui generali a Washington, D.C. che hanno aiutato attivamente gli sforzi bellici sauditi. Questa è una vecchia tradizione. Eisenhower invase il Libano nel 1958 perché il presidente libanese Chamoun gli aveva detto che gli abitanti Drusi dei villaggi facevano parte della cospirazione comunista internazionale.
L’Arabia Saudita e i suoi alleati hanno bombardato in maniera indiscriminata. Un terzo dei loro obiettivi cono stati edifici civili come scuole o ospedali o infrastrutture civili fondamentali, come i ponti. Forse metà delle persone che hanno ucciso, sono stati civili non-combattenti, compresi i bambini.
5.000 bambini sono stati uccisi
8.700 civili sono stati uccisi
50.000 civili sono stati feriti
1,9 milioni di bambini non vanno a scuola, ed entrambe le parti hanno reclutato bambini, alcuni dei quali di soli 10 anni, come combattenti.
11.3 milioni di bambini hanno necessità di assistenza sanitaria; molti di loro sono sull’orlo della fame;
Nel complesso, 22 milioni di yemeniti di tutte le età hanno necessità di assistenza sanitaria, cioè i tre quarti della popolazione.
Ci sono stati un milione di casi di colera e c’è la minaccia di un’altra epidemia.

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/apocalyptic-numbers-the-saudi-trump-war-on-yemen

28 Marzo 2018Permalink

18 marzo 2018 – Non per intimismo

Credo che in questo momento se qualcuno ha qualche cosa da dire non debba nascondersi in una nicchia ma esprimersi dove possibile.
Il mondo cattolico ha molti strumenti per dire la libertà responsabile degli esseri umani.
Purtroppo dispone di un grosso numero di nicchie  esclusive e insonorizzate: le cementano il moralismo, il devozionismo e la tradizione di comportamenti ben accetti se succubi.
Per chi vi è entrato riesce difficile saltarne fuori.
Penso alla nicchia in cui si sono acquattati i vescovi italiani pur di non prendere parola almeno per dire che c’è una legge italiana che dal 2009 nega il certificato di nascita ai figli dei sans papier.
Mentre dicono famiglia fingono di non vedere i nuovi nati in Italia cui la famiglia è negata a garanzia del mantenimento di una tipologia di fedeli privi di consapevolezza, impauriti da tutti i proclami razzisti che passano vincenti nell’opinione pubblica  e incapaci di una reazione responsabile. 
Trascrivo un tweet papale e lo intreccio con i segni dei tempi del Concilio Vaticano II (Gaudium et Spes 4).
Penso al ‘vivere la fede’ oltre ogni moralismo e devozionismo rassicuranti.

Un tweet papale – 19 marzo 2018
Molte volte siamo caduti nella tentazione di pensare che il laico impegnato sia colui che lavora nelle opere della Chiesa e/o nelle cose della parrocchia o della diocesi, e abbiamo riflettuto poco su come accompagnare un battezzato nella sua vita pubblica e quotidiana; su come, nella sua attività quotidiana, con le responsabilità che ha, s’impegna come cristiano nella vita pubblica. Senza rendercene conto, abbiamo generato una élite laicale credendo che sono laici impegnati solo quelli che lavorano in cose “dei preti”, e abbiamo dimenticato, trascurandolo, il credente che molte volte brucia la sua speranza nella lotta quotidiana per vivere la fede.

Fonti:

http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19651207_gaudium-et-spes_it.html

http://www.orsolinescm.it/pagina.asp?quale=525

18 Marzo 2018Permalink

1 marzo 2018 – Gerusalemme: la serrata del Santo Sepolcro

25 febbraio 2018 – Santo Sepolcro chiuso per protesta [fonte nota 1]

Con un’azione senza precedenti, le Chiese cristiane hanno deciso la chiusura indefinita del Santo Sepolcro a Gerusalemme come protesta contro le autorità israeliane. Il passo è stato annunciato congiuntamente dalla Chiesa cattolica, la chiesa greco ortodossa e la Chiesa Armena apostolica, in un comunicato in cui si parla di “campagna sistematica di abusi contro le Chiese e i Cristiani”.
Al centro della controversia, spiegano i media israeliani, vi è l’intenzione della municipalità di Gerusalemme di congelare beni ecclesiastici per ottenere il pagamento di tasse anche sulle proprietà delle chiese cristiane diverse dai luoghi d culto.
LA PROTESTA – Inoltre, i cristiani sono preoccupati per una legge in discussione alla Knesset che permetterà allo Stato di espropriare proprietà vendute dalle chiese cattolica e greca ortodossa a partire dal 2010.
VIOLAZIONE – Il documento diffuso dal Custode della Terrasanta Francesco Patton, il Patriarca greco ortodosso Teofilo III e il Patriarca armeno Nourhan Manougian parla di “flagrante violazione dello status quo” religioso di Gerusalemme e di “rottura degli accordi esistenti e degli obblighi internazionali”.
LA LEGGE – Il testo attacca con durezza “la legge razzista e discriminatoria che attacca soltanto le proprietà della comunità cristiana”, un provvedimento che ricorda “leggi di simile natura che furono messe in opera contro gli ebrei in periodi bui della storia europea”.

28 febbraio Non è questione di tasse, a Gerusalemmedal blog di Paola Caridi. [fonte nota 2 – per la foto vedi nota 3]

Il grande portone del Santo Sepolcro a Gerusalemme è stato riaperto all’alba.
La clamorosa protesta delle chiese cristiane presenti nella Città Santa e proprietarie di immobili si è chiusa, per il momento. O meglio, è stata sospesa quando si è aperta una linea di dialogo con il governo israeliano ed è stato messo per ora in un cassetto il progetto di legge presentato alla Knesset dalla deputata Rachel Azaria su complesse questioni immobiliari.
Sarebbe riduttivo descrivere lo scontro tra le chiese cristiane di Gerusalemme e Israele come una mera questione fiscale. Nessun parallelo è possibile con l’imposta sugli immobili di proprietà ecclesiastica in Italia. Gerusalemme è, nella sua parte orientale, occupata. Nella parte orientale, peraltro, ricade il Santo Sepolcro, così come molti degli appartamenti in cui vive, per esempio, la piccola comunità cattolica. La municipalità israeliana di Gerusalemme ha chiesto alle chiese (soprattutto a quelle che possiedono più immobili e più terra, come il patriarcato greco-ortodosso, la Custodia francescana di Terrasanta, gli armeni) il pagamento di imposte arretrate. Non sulle chiese, viene detto, bensì su appartamenti e alberghi. Dal punto di vista della comunicazione, non c’è dubbio che le autorità israeliane abbiano toccato un nervo sensibile, soprattutto in Italia. Perché non dovrebbero pagare, come tutti, l’esosa imposta sugli immobili che in loco porta il nome di “arnona”? Peccato che Gerusalemme sia una città completamente diversa da Roma, dal punto di vista del diritto internazionale. Peccato che la proprietà immobiliare debba relazionarsi non con una semplice amministrazione comunale, ma con una potenza occupante, per quanto concerne Gerusalemme.
E poi ci sono i nodi politici e diplomatici. La questione fiscale è parte integrante del negoziato pluridecennale tra Vaticano e Israele. E’ un negoziato complesso che non comprende solo gli alberghi per i pellegrini, ma proprietà delicatissime come – per esempio – la famosa Collina del Papa, un pezzo di terra tra l’area della Tomba di Lazzaro (quartiere palestinese) e la colonia israeliana di Maaleh Adumim che incide sulla stessa strategia di Tel Aviv verso il totale controllo della città. Re Hussein di Giordania donò la Collina a Paolo VI in occasione della sua visita in Terrasanta nel 1964. Appena alla vigilia del nuovo stravolgimento della terra e dei confini sancito dalla Guerra dei Sei Giorni. La Collina del Papa è all’interno di un’area cruciale per ridisegnare i confini municipali della città e tagliare il collegamento tra i quartieri orientali palestinesi e Ramallah.
E poi ci sono le case, gli appartamenti di proprietà della chiesa, dove vivono ad affitto calmierato famiglie palestinesi cristiane. A Beit Fage (l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, per intenderci), così come a Beit Hanina o a Shuafat, quartiere dove sono stati costruiti edifici residenziali sulla terra di proprietà ecclesiastica. Quelle case sono un piccolo polmone all’interno di un contesto abitativo difficilissimo: i palestinesi (compresi i palestinesi di fede cristiana) debbono fronteggiare una carenza nell’offerta immobiliare che penalizza la loro comunità a vantaggio degli abitanti israeliani. Praticamente impossibile ottenere una licenza per ampliare i piccoli edifici a Gerusalemme est, nella neanche tanto velata strategia di spingere i palestinesi fuori dalla città, verso Ramallah e Betlemme. Le famiglie che non vogliono abbandonare Gerusalemme e perdere il diritto di risiedervi hanno poche alternative: costruire abusivamente, senza licenza; essere costretti a vivere in piccoli spazi affollatissimi; pagare affitti sproporzionati nei pochi quartieri rimasti a maggioranza palestinese. Oppure, ma sono in pochi a poter avere questo privilegio, ottenere un appartamento di quelli che le chiese (greco-ortodossa e cattolica) riescono a costruire sulle terre di loro proprietà. L’arnona è l’ultimo dei problemi, dunque, in una situazione così complessa, e soggetta a un evidente doppio standard.
Il gesto clamoroso ed eclatante di questi giorni, in cui le chiese hanno reagito a un chiaro tentativo di rompere uno status quo vecchio di circa 150 anni, ha indotto Israele a non spingere sull’acceleratore. Il governo è stato cioè costretto a una ritirata tattica che non significa, però, la chiusura del caso. Il caso, cioè, verrà molto probabilmente riproposto quando si abbasseranno le luci per ora dirette sul portone del Santo Sepolcro. E dunque, sarà necessario continuare a seguire la vicenda.
Vi è una riflessione ulteriore da fare. La chiusura eccezionale del Santo Sepolcro fa il paio con la protesta su Al Aqsa di un anno e mezzo fa. In entrambi i casi, toccare i Luoghi Santi di Gerusalemme ha suscitato reazioni immediate e ferme da parte sia delle istituzioni religiose sia della popolazione palestinese, scesa subito in massa a protestare senza distinzione di fede. Palestinesi musulmani e cristiani assieme. I Luoghi Santi non si toccano, perché incarnano una dimensione che va ben oltre quella religiosa: è dimensione identitaria, comunitaria, nazionale, popolare, politica. Occorre non dimenticarlo, in queste settimane che preludono a una delle fasi più delicate di Gerusalemme, e cioè lo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv. Proprio in concomitanza con il settantesimo anniversario della fondazione dello Stato di Israele. In aperto conflitto con l’anniversario coincidente, la naqba, la catastrofe palestinese.

Nota 1:
http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2018/02/25/santo-sepolcro-chiuso-per-protesta_fFQcCCdhxsfBqrwqCTjRIL.html
Nota 2
https://www.invisiblearabs.com/tag/santo-sepolcro/
Nota 3
La foto del Santo Sepolcro è di circa un secolo fa, ed è conservata nel fondo Eric Matson presso la Library of Congress di Washington.

1 Marzo 2018Permalink

26 dicembre 2017 – Una lettera al presidente

Conservo la lettera del 25 dicembre: é una delle mie tante, inutili ma necessarie obiezioni al rifiuto a ricordare

Lo Ius soli è stato rinviato al prossimo 9 gennaio ma se – come sembra ormai probabile – il presidente della Repubblica scioglierà le Camere il 28 dicembre, il provvedimento sulla cittadinanza non potrà diventare legge. 

#ItalianiSenzaCittadinanza
MOVIMENTO DI FIGLIE E FIGLI DI IMMIGRATI CRESCIUTI IN ITALIA MA SENZA PASSAPORTO ITALIANO #ITALIANISENZACITTADINANZA FACEBOOK.COM/ITALIANISENZACITTADINANZA – Italianisenzacittadinanza@gmail.com –  Insaf Dimassi 3342582757 Marwa Mahmoud 3498016627 Paula Baudet Vivanco 3339872148

Oggetto: lettera aperta del Movimento #ItalianiSenzaCittadinanza in merito al ddl 2092 di riforma della legge della cittadinanza italiana, l. n. 91 del 1992.

Al Presidente della Repubblica
Sergio Mattarella,

Egregio Presidente della Repubblica,
Oggi, 27 dicembre, ricorrono i settant’anni della promulgazione della Costituzione del nostro Paese. In una giornata così bella e fondamentale per le nostre vite e per la nostra democrazia, è nostro dovere ricordarLe come molte e molti di noi abbiano imparato a conoscerla tra i banchi di scuola, imparandone i valori fondamentali di libertà, uguaglianza, pace, rispetto, imparando a diventare di fatto cittadini e non più sudditi, secondo gli auspici di Piero Calamandrei e le opportune circolari ministeriali che spingono i docenti a seminare semi di cittadinanza attiva nei loro allievi e nelle loro allieve.
Tutti e tutte noi l’abbiamo letta, riletta e riscoperta in questo anno di mobilitazione a favore della riforma della cittadinanza, ci siamo riconosciuti profondamente nei suoi valori, e in particolare nell’articolo 3, il cui secondo, magnifico comma, concepito dal padre costituente Lelio Basso, che recitando ” […] E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” , prospetta un orizzonte di riduzione delle diversità e di accesso ai diritti fra le varie componenti della Nazione e di progressivo ampliamento dei diritti e della platea degli aventi diritto come inscritto nell’intelaiatura profonda della Repubblica.

Caro Presidente, concorderà con noi che il 23 dicembre la Repubblica ha fallito nella rimozione di questi “ostacoli”, mantenendo di fatto una distinzione netta tra cittadini e non, basata su una concezione prettamente elitaria ed economica della cittadinanza.
La cittadinanza è qualcosa di più di un diritto. La grande filosofa Hannah Arendt l’ha definita «il diritto ad avere diritti» in quanto solo il riconoscimento della cittadinanza trasforma un individuo in un soggetto giuridico detentore di diritti.
Non lasci che questa battaglia, iniziata con le prime mobilitazioni della Rete Nazionale Antirazzista nel 1997, quando molti e molte di noi non erano ancora nati, cada in un nulla di fatto. Anche perché così non è. Il quadro che consegnerebbe al Paese la rinuncia a discutere in aula la riforma della cittadinanza è ben diverso da quello che si presentava all’inizio della legislatura. In questi mesi, forze oscure che puntano a indebolire le ragioni della convivenza e dello stato di diritto sono cresciute, proprio cavalcando le ragioni del fronte del no alla riforma, riattivando la memoria di parole d’ordine che credevamo dimenticate, legate al fascismo e del colonialismo.
Qui, non si parla di una battaglia che punta semplicemente alla conquista di un accesso
alla cittadinanza più semplificato, con la nostra battaglia puntiamo ad ottenere, finalmente, il nostro riconoscimento come categoria sociale finora ignorata e dimenticata; con la nostra battaglia puntiamo ad una politica di ampio respiro, al passo con i tempi e che soprattutto sappia riconoscere i cambiamenti sociali e culturali del proprio Paese. Con la nostra battaglia, inoltre, puntiamo ad ottenere un’applicazione ancora più incisiva della nostra Costituzione Italiana.
Talvolta le autorità di un Paese democratico sono chiamate dalla Storia a promuovere leggi che possono apparire divisive ma che in realtà sono necessarie a potenziare gli anticorpi e a creare argini contro la deriva di forze antidemocratiche e destabilizzanti.
Non lasciateci soli ancora una volta.
RingraziandoLa della Sua attenzione, cogliamo l’occasione per augurarLe buone feste.
Con Rispetto,
Il Movimento #ItalianiSenzaCittadinanza

26 Dicembre 2017Permalink

20 dicembre 2017 – Vittorio Emanuele III, la maestra Stella e un suo alunno

Dalla rubrica Invece Concita (La Repubblica) di Concita De Gregorio

Grazie a Stella Salvatori, insegnante
Nei giorni del rientro in Italia della salma di Vittorio Emanuele III, trasferita in Italia da Alessandria d’Egitto a bordo di un volo militare e ora tumulata nel santuario di Vicoforte, Cuneo, a fianco della moglie, la regina Elena, ricevo questa mail da un’anziana insegnante in pensione. Il rientro delle spoglie di Vittorio Emanuele, re complice del regime fascista, hanno suscitato molte polemiche e la protesta della comunità ebraica. La maestra Stella Salvatori ricorda di quando, nel 1985, portò la sua classe – una quinta elementare – in visita a Roma alle Fosse Ardeatine. Furono ricevuti dal presidente della Repubblica di allora, Sandro Pertini. I bambini e la maestra cercarono nel sacrario la tomba del padre di un’antica compagna di classe dell’insegnante. Oggi uno di quei bambini, diventato uomo, ha fatto una telefonata alla sua vecchia maestra, telefonata che lei trascrive per noi, anticipandola con un suo commento. Ecco le parole della maestra Stella e del suo alunno.
“Nell’atrio del Palazzo Comunale di Cuneo c’è una epigrafe di Piero Calamandrei. Si sciolgono sulla pietra i suoi versi. ‘Lo avrai/ camerata Kesselring/ il monumento che pretendi da noi italiani/ ma con che pietra si costruirà / a deciderlo tocca a noi/ Non coi sassi affumicati/ dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio/ non colla terra dei cimiteri/ dove i nostri compagni giovinetti/ riposano in serenità. Ma soltanto col silenzio dei torturati più duro di un macigno decisi a riscattare la vergogna e il terrore del mondo’”.  
“Questa poesia, nella sua totale stesura fu memorizzata dai miei ragazzi in procinto di essere ricevuti dal presidente Sandro Pertini al Quirinale. Era il1985. Frequentavano la quinta elementare. Furono condotti, quei ragazzi e i loro genitori, nelle cave delle Fosse Ardeatine dove, nel sacrario, cercarono la tomba del padre di Giovanna Margioni, mia compagna di collegio. Lì, in silenzio composto sostarono a lungo. Ieri mi ha telefonato uno di quei ragazzi. Mi ha detto: ‘Maestra – i miei ragazzi continuano per tutta la vita a chiamarmi maestra, anche da adulti, e questo mi fa tanto piacere – Maestra, credo che l’infame patto fra il re Vittorio Emanuele III e Benito Mussolini sia stato dimenticato. La farsa della marcia su Roma trasformata in regime, dissolta. E poi il Patto d’Acciaio. La firma apposta sulla legislazione razziale… Maestra… La guerra! Quanto ci ha parlato di quella guerra che le ha portato via metà della sua famiglia! Il re in fuga. Ricorda il filmato che ci mostrò? La fila di auto sulla via Appia? Il re, il figlio Umberto, il Maresciallo Badoglio. Ricorda quanto ridemmo perché alcuni ‘dignitari’ erano aggrappati alle auto con lo sportello semi chiuso? Come si può pensare di mettere una pietra su tanta indifferenza di quel re sulle sorti della nostra patria. Patria. Terra dei padri. Quel re non merita un solo pensiero di accoglienza .Dobbiamo meditare che questo è stato. Grazie di avercelo insegnato’. Grazie a voi, ragazzi miei, di ricordarlo”.

http://invececoncita.blogautore.repubblica.it/articoli/2017/12/20/vittorio-emanuele-iii-la-maestra-stella-e-un-suo-alunno/?ref=RHPPRB-BH-I0-C4-P2-S1.4-T1

20 Dicembre 2017Permalink

17 dicembre 2017 – Ritorna senza vergogna

17 dicembre 2017. Viene riportata in Italia con areo militare la salma di Vittorio Emanuele III accompagnata all’aeroporto di Alessandria d’Egitto dall’ambasciatore italiano al Cairo
Sulla vicenda interviene la presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni: “In un’epoca segnata dal progressivo smarrimento di Memoria e valori fondamentali il rientro della salma del re Vittorio Emanuele III in Italia non può che generare profonda inquietudine, anche perché giunge alla vigilia di un anno segnato da molti anniversari”, tra cui “gli 80 anni dalla firma delle Leggi Razziste”.
Per quel che vale – ma certe cose vanno dette anche se una posizione personale può non contare nulla – ne condivido la profonda inquietudine.

Per non dimenticare le tappe di un percorso di violenza e vergogna
27 ottobre 1922  Il presidente del consiglio Luigi Facta prepara un decreto per
………………………….la proclamazione dello stato d’assedio della città di Roma
28 ottobre 1922   Il re rifiuta di firmarlo e …..
29 ottobre 1922   invita telegraficamente Benito Mussolini ad assumere la guida del governo
……………………………Mussolini prende il treno e giunge a Roma
30 ottobre 1922 ……Alcune migliaia di fascisti entrano in città e sfilano.
E’ la marcia su Roma
5 settembre 1938, anno XVI dell’era fascista – il re firma il Regio decreto legge n. 1390
…………………………………..Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista.
Vittorio Emanuele III per grazia di dio e per volontà della nazione re d’Italia e imperatore d’Etiopia ne firmerà successivamente la conversione in legge n 99/1939.
17 Novembre 1938 – Vittorio Emanuele III firma il Regio Decreto Legge n. 1728
………………………………..Provvedimenti per la difesa della razza italiana
25 luglio 1943 –       Il re destituisce Mussolini, capo del governo e lo fa arrestare.
3 settembre 1943 –  Il governo Badoglio firma l’armistizio di Cassibile
7-8 settembre 1943 Il re, accompagnato dal maresciallo Badoglio, da alcuni ministri e dalla
………………………… famiglia, fugge da Roma e ripara a Brindisi.

17 Dicembre 2017Permalink

18 novembre 2017 – Mi assicuro una fonte certa

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI AL MEETING REGIONALE EUROPEO
DELLA “WORLD MEDICAL ASSOCIATION” SULLE QUESTIONI DEL “FINE-VITA”
[Vaticano, Aula Vecchia del Sinodo, 16-17 novembre 2017]

Al Venerato Fratello Mons. Vincenzo Paglia
Presidente della Pontificia Accademia per la Vita

Invio il mio cordiale saluto a Lei e a tutti i partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni del cosiddetto “fine-vita”, organizzato in Vaticano unitamente alla Pontificia Accademia per la Vita.
Il vostro incontro si concentrerà sulle domande che riguardano la fine della vita terrena. Sono domande che hanno sempre interpellato l’umanità, ma oggi assumono forme nuove per l’evoluzione delle conoscenze e degli strumenti tecnici resi disponibili dall’ingegno umano. La medicina ha infatti sviluppato una sempre maggiore capacità terapeutica, che ha permesso di sconfiggere molte malattie, di migliorare la salute e prolungare il tempo della vita. Essa ha dunque svolto un ruolo molto positivo. D’altra parte, oggi è anche possibile protrarre la vita in condizioni che in passato non si potevano neanche immaginare. Gli interventi sul corpo umano diventano sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute. Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona.
Il Papa Pio XII, in un memorabile discorso rivolto 60 anni fa ad anestesisti e rianimatori, affermò che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene (cfr Acta Apostolicae Sedis XLIX [1957],1027-1033). È dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure” (cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’eutanasia, 5 maggio 1980, IV: Acta Apostolicae Sedis LXXII [1980], 542-552). L’aspetto peculiare di tale criterio è che prende in considerazione «il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali» (ibid.). Consente quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all’“accanimento terapeutico”.
È una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. «Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire», come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2278). Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere. Vediamo bene, infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte.
Certo, quando ci immergiamo nella concretezza delle congiunture drammatiche e nella pratica clinica, i fattori che entrano in gioco sono spesso difficili da valutare. Per stabilire se un intervento medico clinicamente appropriato sia effettivamente proporzionato non è sufficiente applicare in modo meccanico una regola generale. Occorre un attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano. In questo percorso la persona malata riveste il ruolo principale. Lo dice con chiarezza il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità» (ibid.). È anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante. È una valutazione non facile nell’odierna attività medica, in cui la relazione terapeutica si fa sempre più frammentata e l’atto medico deve assumere molteplici mediazioni, richieste dal contesto tecnologico e organizzativo.
Va poi notato il fatto che questi processi valutativi sono sottoposti al condizionamento del crescente divario di opportunità, favorito dall’azione combinata della potenza tecnoscientifica e degli interessi economici. Trattamenti progressivamente più sofisticati e costosi sono accessibili a fasce sempre più ristrette e privilegiate di persone e di popolazioni, ponendo serie domande sulla sostenibilità dei servizi sanitari. Una tendenza per così dire sistemica all’incremento dell’ineguaglianza terapeutica. Essa è ben visibile a livello globale, soprattutto comparando i diversi continenti. Ma è presente anche all’interno dei Paesi più ricchi, dove l’accesso alle cure rischia di dipendere più dalla disponibilità economica delle persone che dalle effettive esigenze di cura.
Nella complessità determinata dall’incidenza di questi diversi fattori sulla pratica clinica, ma anche sulla cultura della medicina in generale, occorre dunque tenere in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile, come chiaramente appare nella pagina evangelica del Samaritano (cfr Luca 10, 25-37). Si potrebbe dire che l’imperativo categorico è quello di non abbandonare mai il malato. L’angoscia della condizione che ci porta sulla soglia del limite umano supremo, e le scelte difficili che occorre assumere, ci espongono alla tentazione di sottrarci alla relazione. Ma questo è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accumuna e proprio lì rendendoci solidali. Ciascuno dia amore nel modo che gli è proprio: come padre o madre, figlio o figlia, fratello o sorella, medico o infermiere. Ma lo dia! E se sappiamo che della malattia non possiamo sempre garantire la guarigione, della persona vivente possiamo e dobbiamo sempre prenderci cura: senza abbreviare noi stessi la sua vita, ma anche senza accanirci inutilmente contro la sua morte. In questa linea si muove la medicina palliativa. Essa riveste una grande importanza anche sul piano culturale, impegnandosi a combattere tutto ciò che rende il morire più angoscioso e sofferto, ossia il dolore e la solitudine.
In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società. Una particolare attenzione va riservata ai più deboli, che non possono far valere da soli i propri interessi. Se questo nucleo di valori essenziali alla convivenza viene meno, cade anche la possibilità di intendersi su quel riconoscimento dell’altro che è presupposto di ogni dialogo e della stessa vita associata. Anche la legislazione in campo medico e sanitario richiede questa ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete.
Nella speranza che queste riflessioni possano esservi di aiuto, vi auguro di cuore che il vostro incontro si svolga in un clima sereno e costruttivo; che possiate individuare le vie più adeguate per affrontare queste delicate questioni, in vista del bene di tutti coloro che incontrate e con cui collaborate nella vostra esigente professione.
Il Signore vi benedica e la Madonna vi protegga.
Dal Vaticano, 7 novembre 2017 Francesco

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/messages/pont-messages/2017/documents/papa-francesco_20171107_messaggio-monspaglia.html

18 Novembre 2017Permalink

8 novembre 2017 – Raccolgo documenti per costruire ricordi alternativi. Temo serviranno

RIFORMA.IT
Il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia.

07 novembre 2017 Comunità ebraica e Chiesa valdese insieme per i Corridoi umanitari di Redazione
A Torino la locale comunità ebraica mette a disposizione un alloggio per ospitare una famiglia siriana giunta in Italia grazie al progetto dei Corridoi umanitari
Continua a dare frutti importanti il progetto dei Corridoi umanitari avviato dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia e dalla Comunità di Sant’Egidio con il contributo decisivo della Tavola valdese, l’organo deliberativo della Chiesa valdese. Dal Nord al Sud dello stivale stanno fiorendo collaborazioni e manifestazioni di interesse che non possono che essere di buon auspicio, di fronte anche al rinnovo del protocollo d’intesa con il ministero dell’Interno, che prevede la prosecuzione del progetto a beneficio di altre mille persone che troveranno quindi un approdo sicuro nel nostro paese; accordo che verrà siglato proprio oggi a Roma, mentre a Genova stamane viene presentato al pubblico il protocollo d’intesa fra l’Ospedale evangelico internazionale del capoluogo ligure e la Diaconia valdese, proprio per la gestione di alcuni aspetti legati all’arrivo delle donne, dei bambini e degli uomini dai Paesi di guerra.
Domani invece sarà il turno della presentazione, a Torino, della sinergia fra la locale comunità ebraica e la Diaconia valdese, sempre nell’ambito del progetto dei Corridoi. Una delle ultime famiglie provenienti dal Libano, accompagnate e accolte in Italia in maniera sicura e legale, sarà infatti ospitata in un appartamento generosamente messo a disposizione dalla Comunità ebraica, nell’ottica di un forte e concreto impegno in ambito umanitario e di un prezioso rapporto con la Chiesa valdese coltivato negli anni. Si tratta di un alloggio in uno stabile già utilizzato dalla Comunità ebraica per ospitare richiedenti asilo, e rappresenta il frutto concreto di una sinergia che si va sempre più consolidando.
Domani, mercoledì 8 novembre, alle ore 18 nei locali del centro di aggregazione “Il Passo Social Point” di via Nomaglio 6 a Torino verrà dunque presentata l’iniziativa alla presenza fra gli altri dei rappresentanti della Chiesa valdese di Torino nella persona della pastora Maria Bonafede e di Dario Disegni, presidente della Comunità ebraica della città piemontese. Un altro granello, un altro seme di speranza.

Il Regno – Documenti, 17/2017, 01/10/2017, pag. 571
Fra Gerusalemme e Roma
Conferenza dei rabbini europei, Gran rabbinato d’Israele, Consiglio rabbinico d’America
“Nonostante le differenze teologiche inconciliabili, noi ebrei consideriamo i cattolici nostri partner, alleati stretti, amici e fratelli nella nostra mutua ricerca di un mondo migliore benedetto da pace, giustizia sociale e sicurezza». La dichiarazione Fra Gerusalemme e Roma. Riflessioni sui 50 anni della Nostra aetate, è stata consegnata il 31 agosto a papa Francesco da una delegazione rabbinica in rappresentanza delle istituzioni ebraiche che l’hanno firmata: la Conferenza dei rabbini europei, il Gran rabbinato d’Israele, il Consiglio rabbinico d’America. Il testo riconosce la svolta nelle relazioni tra la Chiesa cattolica e l’ebraismo costituita dalla dichiarazione Nostra aetate del concilio Vaticano II e dagli atti e dialoghi ufficiali successivi, grazie ai quali l’inimicizia e i pregiudizi del passato hanno ceduto il passo a relazioni di amicizia e fratellanza. «Per allargare le relazioni fraterne e le cause comuni coltivate fra cattolici ed ebrei come frutto della Nostra aetate chiediamo a tutte le denominazioni cristiane che non lo hanno ancora fatto di seguire l’esempio della Chiesa cattolica: estirpare l’antisemitismo dalla loro liturgia e dalle loro dottrine, porre fine alla missione attiva presso gli ebrei e lavorare per un mondo migliore mano nella mano con noi, il popolo ebraico».

FONTI:
per Riforma
http://riforma.it/it/articolo/2017/11/07/comunita-ebraica-e-chiesa-valdese-insieme-i-corridoi-umanitari

per Il Regno
http://www.ilregno.it/documenti/2017/17/fra-gerusalemme-e-roma-conferenza-dei-rabbini-europei-gran-rabbinato-disraele-consiglio-rabbinico-damerica

8 Novembre 2017Permalink

20 ottobre 2017 – La continuità dell’indifferenza e peggio

Copio la lettera che ho appena spedito

Ad alcuni amici con la discrezione della lista cieca

Sono passati quattro anni ma la continuità della malignità, dell’ignoranza e dell’indifferenza penso rassicuri molti sudditi italiani.
Per fortuna non tutti – parecchi possono ancora dirsi cittadini – ma la fiducia di molta opinione pubblica va ai primi.

Quattro anni fa che governo c’era? Quale maggioranza parlamentare? Coerente o incoerente con governo e maggioranza di oggi?

Oggi facebook mi ha segnalato il ricordo di una mia vecchia pubblicazione che la mia imperizia ha lasciato sfuggire.

Ma ne avevo colto la data e, se con il trasferimento di una pagina fb per poterla pubblicare oggi posso fare errori, il mio blog è implacabile nella registrazione che mi consente di pubblicare con ragionevole calma.

Ecco qui il mio ricordo del 2013 per prendere atto della implacabile continuità del tradimento dei minori, dell’art. 10 della Costituzione, della Convenzione di New York e della sua ratifica in legge di 25 anni fa (L. 176/1991 art. 7) e soprattutto di quel fondamento etico che una civiltà tradita definisce: “Superiore interesse del minore”.
Il link funziona

20 ottobre 2013 – Identificazione di minori stranieri

augusta

 

20 Ottobre 2017Permalink

18 ottobre 2017 – Fra diavoli chiassosi e un esorcista ci si mette anche il vescovo di Trieste

Dal quotidiano Il Piccolo
La saggezza della conclusione che trascrivo subito:
Insonorizzare una stanza in parrocchia perché gli esorcismi non disturbino i vicini

SAN DORLIGO DELLA VALLE . Corriere parcheggiate in fila a bordo carreggiata, sfruttando ogni metro della stretta strada, la provinciale 11, che dall’altipiano scende verso San Dorligo della Valle. Automobili private al seguito. Una folla di centinaia di persone pronte a tributargli un successo di popolarità inusuale per chi indossa una tonaca da sacerdote. Oramai è un personaggio noto a livello internazionale don Rosario Palic, parroco delle chiese di San Giuseppe della Chiusa e di Sant’Antonio in Bosco, da un paio d’anni considerato l’esorcista per eccellenza su scala locale. Al punto da considerarsi un degno avversario del diavolo.
Pullman di fedeli dalla Croazia per l’esorcista di San Dorligo
L’opera di padre Rosario Palic gode anche della benedizione del vescovo Crepaldi
E nelle chiese di San Giuseppe e Sant’Antonio arrivano in massa da oltreconfine
La misura del suo seguito la si è avuta nel corso dell’ultimo fine settimana. La strada che scende da Cattinara e passa accanto a San Giuseppe della Chiusa e Sant’Antonio in Bosco, per arrivare fino a Moccò, è diventata una sorta di grande parcheggio per corriere, che hanno trasportato nel territorio comunale di San Dorligo della Valle centinaia di fedeli pronti a seguire le parole di don Rosario, che pratica l’esorcismo con la benedizione del vescovo di Trieste, Giampaolo Crepaldi. Dalla Croazia, terra d’origine di don Rosario, si organizzano ormai regolarmente viaggi alla volta di San Giuseppe della Chiusa e di Sant’Antonio in Bosco, le due località dove avvengono i presunti fenomeni di guarigione, per ascoltarlo e pregare assieme a lui.
«È uno dei miei compiti cercare di salvare le anime preda del diavolo – spiega don Rosario – e le regole dell’esorcismo sono note alle massime autorità della Chiesa. Si tratta di un lavoro impegnativo, che impone conoscenza della psicologia prima ancora che della materia nello specifico – aggiunge – perché i casi non sono mai semplici. Quando si riesce a portare positivamente a termine l’intervento – precisa, riferendosi alle corriere in arrivo dalla Croazia –, mi sembra naturale permettere a tutti coloro che sono interessati di poter sentire, all’interno della Chiesa, la testimonianza di chi ha ritrovato la serenità interiore e la fede in Dio». E per aggiungere una punta di mistica ritualità alle loro visite, i seguaci di padre “Rozo”, questo il diminutivo con il quale è conosciuto dalla maggior parte dei fedeli, scendono dai pullman ben prima di arrivare nelle due chiese, per proseguire a piedi, dando vita a una sorta di processione che rende l’atmosfera dell’evento ancor più intensa.
Fino a qualche mese fa, alcuni dei vicini che abitano nei pressi delle due chiese si erano lamentati, perché sentivano urla e rumori di vario tipo, soprattutto di notte. Ora sembra che il silenzio sia tornato. Del resto, si parlava da tempo di insonorizzare una delle stanze a disposizione delle due parrocchie per poter continuare a praticare gli esorcismi, senza disturbare chi vive nei paraggi.

http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2017/10/17/news/a-san-dorligo-pienone-di-fedeli-dal-prete-esorcista-1.16001275

18 Ottobre 2017Permalink