16 gennaio 2014 – Ricevo da Giancarla Codrignani

Pubblico volentieri questo scritto di Giancarla Codrignani, che altre volte ho citato, che ritengo possa aprire la strada un dialogo informato e razionale.
Non conoscevo Marea – termine che ho ritrovato nella data dell’articolo – e ne ho recuperato il link.
http://www.women.it/cms/

ABORTION IS (NOT) A RIGHT                             Marea, n.1 – gennaio 2014

Giancarla Codrignani

Sarebbe una gran bella cosa se riuscissimo a realizzare un coordinamento europeo di donne per i diritti di genere.

Ci aveva provato in Francia Choisir, che un paio di anni fa aveva promosso una campagna per l’estensione a tutta l’Unione delle migliori leggi dei diversi paesi su determinati temi. Anche Snoq aveva portato avanti l’idea di leggi comuni “di genere”, prontamente contestata – come già in Francia Choisir – perché le donne non sono “una specie protetta”. Peccato che la realtà sorpassi sempre l’immaginazione.

Almeno da quando perfino in Italia lo scandalo della clandestinità degli aborti ha prodotto una legge “per la maternità libera e responsabile” convalidata da due terzi del paese chiamato a referendum abrogativo, le donne europee si sentivano abbastanza al sicuro. Ovvero, noi italiane ci tenevamo la questione dell’obiezione di coscienza e anche alle altre non mancavano problemi che abbiamo sempre sbagliato a ritenere “piccoli”; ma a tutte bastava l’accesso legale all’aborto. Anzi,  ormai molte – come me – si erano messe a pensare a nuove questioni antropologiche: se la RU486, la pillola del giorno dopo e quella abortiva privatizzeranno la decisione abortiva, di fatto, si autorizzerà la disponibilità del nostro corpo a rapporti irresponsabili e senza consenso?

Invece la doccia fredda sia del governo Rajoy in Spagna di cancellare, in nome della difesa della vita, le norme Zapatero del 1985, sia del voto europeo che ha bocciato (anche per l’astensione di alcuni europarlamentari PD, mentre francesi e tedeschi hanno accusato un fuorviante errore di traduzione per giustificarsi) la relazione della portoghese Edite Estela sul diritti riproduttivi, tra cui “l’aborto sicuro e legale”,  da estendere all’intera UE.

Se diamo uno sguardo in giro, facciamo bene a non sentirci sicure e a prevenire altri guai. Infatti il panorama non è entusiasmante, a riprova del fatto che, sul piano dei diritti, la prima linea difensiva la facciamo noi. Prescindiamo dagli Usa, dove le donne non si sono mai riprese dal colpo mortale di non essere riuscite (mancò il voto di due stati) ad emendare in forma paritaria la Costituzione; tuttavia è assai grave che negli ultimi tre anni più della metà degli stati abbia modificato le disposizioni sull’interruzione di gravidanza e tra poco la stessa Corte Suprema si dovrà pronunciare in materia. Guardando all’Europa, sembrerebbe  che la Francia sia al sicuro con la legge Veil del 1975. Non è così : il 2 febbraio ci sarà “la Manif”, a Versailles contro la “morte prenatale dei bambini”, contro la cultura di genere, contro l’omosessualità e per la tutela della famiglia. La reazione ha usato furbescamente il termine Choisir, antica sigla femminista di Gisèle Halimi, per il proprio “choisir la vie”. Dice in un’intervista Cécile Edel del gruppo promotore: “affinché le donne possano veramente essere libere, è urgente riconoscere il dolore delle donne che hanno abortito, denunciare la sordida realtà dell’aborto, accompagnare le donne e informarle sulle alternative possibili”. Abbiamo già sentito queste parole e le risentiremo: Il Movimento per la vita si è mosso ovunque e ha ha raccolto due milioni di firme per portare all’attenzione del Parlamento europeo lo statuto dell’embrione come persona, “uno di noi”.

In Germania l’aborto è illegale perché vietato dalla Costituzione (ovviamente, dopo le leggi hitleriane sulla selezione), anche se la Corte costituzionale ha riconosciuto la non punibilità per quasi tutto: il pericolo di vita della donna, lo stupro, le malformazioni fetali e le condizioni economiche. Lo stesso in Austria, solo che il 9 febbraio gli austriaci sono chiamati ad una votazione popolare dalla campagna “il finanziamento dell’aborto è una questione privata”. Con la stessa motivazione che intacca la solidarietà sociale delle norme, anche in Svizzera si andrà ad un referendum (ahimè collegato ad altri due sull’immigrazione). In Belgio la questione si è complicata lo scorso anno perché la solita manifestazione “anti” era esasperata dalla proposta di estendere l’eutanasia ai bambini. In Inghilterra, dove si recano le donne di tutti i paesi che hanno leggi di divieto, si è verificato un paio di casi di medici che hanno accettato accordi con donne per aborti selettivi: di femmine…. Soddisfatti sembrano solo i portoghesi che sperano nell’emigrazione delle spagnole se Rajoy procederà ad annullare le leggi socialiste.

Si evidenzia, dunque, la potenziale efficacia di una solidarietà transnazionale anche se è ancora da inventare. Perfino in Polonia le femministe hanno diffuso un cartello My Choice con l’indicazione  dei voli scontati – 70 euro – per la Gran Bretagna.

Speriamo di farcela. Noi vecchia guardia ci siamo, credo, tutte. Dice bene – e colorito – Diana Lopez Varela che l’ha scritto al presidente Rajoy: mi cogno es mìo y yo decido lo que entra y lo que sale de el. La vecchia autodeterminazione.

In Italia dobbiamo tenere presenti due dati di realtà da cui partire: l’obiezione di coscienza e i dubbi sul numero degli aborti dati dal ministero della sanità. Sul primo punto ci si è battuti per il riconoscimento dell’odc. al servizio militare obbligatorio perché riguardava la disobbedienza ad un principio costituzionale. Le leggi, invece, sono solo riformabili, non obiettabili – provatevi a non pagare le tasse – e un medico non è obbligato ad esercitare nelle strutture pubbliche. Il negoziato per ottenere la legge 194 del 1978 è stato troppo oneroso e oggi ne sta boicottando  l’applicazione. Anche perché questa carenza contraddice le dichiarazioni circa la presunta diminuzione degli aborti in Italia. Proprio mentre sono in aumento in tutta Europa a causa soprattutto delle minori, non si vede come mai l’Italia registri riduzioni della pratica ormai adottata prevalentemente dalle immigrate. Proviamo a pensare che cosa farebbe la più restia ad accettare l’interruzione volontaria della propria gravidanza, diciamo la cattolica più osservante, se restasse incinta la sua bambina di quindici anni. Andrebbe al consultorio? ad un ospedale pubblico? Davvero sono finiti i ferri da calza e il prezzemolo, ma nessuno è privo di 500, 1000 euro per ricorrere all’ambulatorio privato. Abbiamo dunque un impegno preciso: sono prossime le elezioni europee e forse tocca a noi aiutare a salvare la democrazia dei diritti.

 

 

16 Gennaio 2014Permalink

29 dicembre 2013 – NEMMENO A NATALE di Giancarla Codrignani

Una interessante riflessione di Giancarla Codrignani

Davvero alle donne non è consentito di fruire dei comuni diritti nemmeno per Natale. si sono dovute inquietare (e addolorare) mentre preparavano i regali per i bimbi e pensavano a come rimediare il bilancio di fine anno. Il governo Rajoy, a cui supponiamo che dell’aborto non importi assolutamente nulla, per consolidare ulteriormente il consenso della destra cattolica in Spagna, ha approvato proprio in questi giorni una legge che limita l’aborto al pericolo di morte per la donna e ai casi di stupro (ovviamente non da parte del marito). Papa Francesco, che tempo fa ha espresso la carità del cristiano nel rifiutarsi di giudicare il dolore di una donna che ha abortito, non ha espresso nessun giudizio sulla decisione spagnola, ma, da uomo di chiesa che crede nel diritto “naturale”, non potrà certo sostenere l’aborto come diritto.

Comunque, non inquieta solo la Spagna. Nel Parlamento europeo è stato bocciato per una manciata di voti il riconoscimento in tutti i paesi dell’Unione del diritto di aborto. C’è da temere che qualcosa contro le donne si possa mettere in moto da parte del mondo cattolico reazionario che non ama Papa Francesco e che ha portato in Europa la richiesta di riconoscimento dello “status di persona” per l’embrione. Il Movimento per la vita ha raccolto quasi due milioni di firme e il 2 febbraio celebrerà la giornata dedicata alla “vita nascente”, che sarebbe appunto quell’embrione chiamato “uno di noi” che così frequentemente scivola giù in bagno senza che neppure la donna, che pensa a un ritardo del ciclo, se ne accorga.

Per chi fosse cattolica, basterebbe pensare al riguardo che Dio usò, secondo la tradizione, nei confronti di Maria, a cui inviò un messaggero per chiederle se consentiva al progetto e alla successiva reazione del patriarcato – antico e moderno – di giudicare impuro il sangue mestruale  e di tenere la donna fuori dal tempio per quaranta giorni dopo il parto. Sempre difficile accettare che la donna abbia “propri” diritti di libertà…

Penso tuttavia che noi donne dovremmo discuterne. Abortire è un diritto? Se nessuno va volentieri dal chirurgo, ormai la società è convinta che sia diminuito il numero delle interruzioni volontarie di gravidanza, mentre è vero solamente che sono finiti i ferri da calza e il prezzemolo. Si sospetta che sia grande e silenzioso il ricorso al privato (chi porterebbe una bambina di quindici anni in consultorio?), dal momento che 500/1.000 euro costituiscono una cifra non impossibile. Inoltre, anche se non ancora da noi, in tutto il mondo aumenta la vendita dei farmaci on-line anche per le pillole abortive: semplice “libertà”, autodeterminazione?. Infatti è già violenza restare incinte senza averlo voluto, violenza quanto meno dell’ignoranza (non si fa educazione di genere nelle scuole). Ma è anche violenza sociale, se la persona, maschio o femmina, ignora il senso della propria sessualità, se la coppia non parla di sé e del suo futuro, se la pratica contraccettiva resta limitata, ma soprattutto se l’uomo non attende il consenso e non rispetta il volere della partner. Ancor oggi il maggior numero di ricorso alla 194 è delle coniugate. In Italia sappiamo che la contraccezione è limitata e anche la pillola del giorno dopo, che non è abortiva, è contestata da medici e farmacisti. Soprattutto, la legge italiana prevede l’obiezione di coscienza per i medici (assolutamente no per i farmacisti che vi si appellano); che è uno strano principio, inventato contro le donne. Infatti chi obiettava al servizio militare obbligatorio – la sola obiezione prevista dal codice – obiettava contro un principio costituzionale. Secondo una corretta giurisprudenza, le leggi si riformano, non si obiettano. Ne deriverebbe che chi fa il medico, vigente la 194, non dovrebbe essere obbligato a lavorare nel servizio pubblico; non è andata così e così resta. Tuttavia le ideologie continuano la loro violenza: è del 21 novembre 2013 in Usa la decisione della Corte della Pennsylvania di disapplicare le multe erogate alle organizzazioni cattoliche che – per convincimenti religiosi – non intendono applicare la legge federale del sistema sanitario che chiede ai datori di lavoro la copertura assicurativa comprensiva di contraccezione e aborto.

Sarebbe dunque il caso di riprendere a ragionare per chiederci se riteniamo di avere “diritto” di abortire perché la gravidanza è un incidente o un destino, o se intendiamo provvedere per non “dovere” continuare ad abortire dal momento che qualunque rapporto sessuale si deve fondare sul consenso e sul rispetto. Il dato di realtà della pillola abortiva è l’ultima chance per ragionare del problema, prima di seppellirlo nei casi di sanità o di moralità privata.

Nel mondo esistono anche le mutilazioni genitali femminili: la ministra Bonino ha da poco chiuso una conferenza a Roma esercitando sull’argomento la responsabilità dell’Italia. In genere non ne parliamo molto. Nemmeno gli uomini, a cui dovrebbe apparire una loro follia. Eppure è un altro problema di violenza sul corpo femminile. Nel 2014 dovremmo pensare anche a donne che stanno peggio di noi in ragione della comune dignità.

E una citazione-regalo sempre di Giancarla

DICEVA EMILY DICKINSON

La speranza è quella cosa piumata
che si viene a posare sull’anima.
Canta melodie senza parole
e non smette mai.

29 Dicembre 2013Permalink

24 ottobre 2013 – Registrazione anagrafica per i figli di immigrati

Premessa a mia futura memoria

Riporto per esteso la mozione n. 21 presentata ieri alla presidenza del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia.

Mi sembra importante rilevare che le firme dei presentatori appartengono a consiglieri di tre diversi gruppi che si sono fatti carico di due elementi per me ineludibili: una corretta documentazione che non si umilia, come spesso accade, agli slogan a volte impropriamente declamati e lo sforzo di ritrovare in una materia per sé appartenente allo stato e, nella sua attuazione, ai comuni, un ruolo proprio e corretto della Regione.
Vorrei scrivere molto di più perché per me seguire nel corso degli ultimi anni questa vicenda è stata un’esperienza per lo più dolorosa, spesso frustrante ma importante anche per valutare chi ci rappresenta e governa. E non voglio dimenticare.

XI LEGISLATURA  Mozione n. 21

Registrazione anagrafica per i figli di immigrati”

Pustetto, Cremaschi, Edera, Da Giau, Paviotti, Gregoris, Zecchinon

Il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia,

PREMESSO che:

− il 6 giugno 2013 il Gruppo Convention on the Rights of the Child (CRC) ha redatto il Sesto Rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia (2012-2013) alla presenza del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Enrico Giovannini, del Vice Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maria Cecilia Guerra, e dell’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza, Vincenzo Spadafora;

− in quell’occasione il CRC ha rilanciato la raccomandazione del Comitato ONU sui Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza perché il Governo italiano si impegni a superare le “restrizioni legali e pratiche rispetto al diritto dei minori di origine straniera di essere registrati alla nascita”;

− in particolare il Comitato esprime preoccupazione di come la Legge 15 luglio 2009, n. 94 sulla pubblica sicurezza renda obbligatorio per i cittadini stranieri mostrare il permesso di soggiorno per gli atti inerenti il registro civile; il conseguente obbligo di denuncia per i pubblici ufficiali rappresenta un deterrente per quei genitori che, trovandosi in situazione irregolare, non si presentano agli uffici anagrafici per la registrazione del figlio per paura di essere identificati ed eventualmente espulsi (art. 1, comma 22, lettera g), stessa legge);

− sebbene non vi siano dati certi sull’entità del fenomeno le stime più recenti sulla presenza di immigrati in situazione irregolare fanno supporre che vi possa essere un numero significativo di gestanti in situazione irregolare che potrebbero, per paura di essere identificate, non accedere alle cure ospedaliere ed alla registrazione anagrafica del figlio;

− se è vero che la circolare n 19 del 7 agosto 2009 del Dipartimento per gli affari interni e territoriali, nell’ intento di sciogliere possibili dubbi interpretativi della l. 94/2009, al punto 3 recita: “Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto”, resta il fatto che la legge in questione è tuttora in vigore e in ogni caso è sempre sovraordinata rispetto ad una circolare;

POSTO che la “Convenzione dei diritti del fanciullo– ratificata con legge 27 maggio 1971, n. 176 –stabilisce che: “il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto ad un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e ad essere allevato da essi”;

VISTO che il decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”, all’art 35 norma l’Assistenza sanitaria per gli stranieri non iscritti al Servizio sanitario nazionale (legge 6 marzo 1998, n. 40, art. 33) anche se non in regola con le norme relative all’ingresso e al soggiorno;

CONSIDERATO che al comma 3, lettere a), b), c), d), e) dello stesso articolo viene puntualizzato come lo Stato assicura la tutela sociale della gravidanza e della maternità, la tutela della salute del minore, le vaccinazioni, gli interventi di profilassi internazionale e la diagnosi e la cura delle malattie infettive;

VISTO che la Regione FVG con deliberazione della Giunta regionale n. 1147 del 28 giugno 2013 ha recepito l’accordo n. 255/CSR sui migranti, approvato il 20 dicembre 2012 in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, in cui si dispone che l’accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme del soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all’autorità;

PRESO ATTO che non tutte le nostre strutture hanno recepito in toto quanto sopraindicato stante che richiedono un documento valido di soggiorno per la registrazione del minore alla nascita

Tutto ciò premesso;

impegna la Giunta regionale

− a garantire l’obbligo di registrazione alla nascita di tutti i bambini che nascono e vivono in Regione intervenendo presso gli uffici dell’anagrafe di tutti i Comuni della Regione e presso i Presidi Ospedalieri che hanno la delega dei Comuni per la registrazione anagrafica dei nuovi nati affinché si applichi la Circolare del 7 agosto 2009;

− a coinvolgere i parlamentari eletti in regione al fine di sostenere la proposta di legge 740 “Modifica dell’art 6 del Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 in materia di obbligo di esibizione dei documenti di soggiorno” presentata il 13 aprile 2013 a prima firma Rosato;

− ad intraprendere una diffusa campagna di sensibilizzazione sul diritto di tutti i bambini di essere registrati alla nascita, indipendentemente dalla validità o meno del permesso di soggiorno dei genitori.

Presentata alla Presidenza il 23/10/2013

24 Ottobre 2013Permalink

4 settembre 2013 – Naturalmente tacciono

Io non sono una lobby

Il 26 luglio avevo segnalato in questo blog lo sconcerto provocatomi da un documento con una affermazione sorprendente distribuito dall’Ospedale di Udine. (Si veda Perplessità e preoccupazioni )

Ho consegnato una segnalazione in merito all’Ufficio relazioni con il pubblico dell’ospedale stesso e ne ho scritto all’assessore comunale di competenza. A distanza di più di sei settimana risposta zero.
Certamente ci sono le ferie, ma i responsabili dei servizi dispongono di sostituti … comunque io conto solo uno che sembra equivalere a nulla.

Ecco la segnalazione consegnata all’Ospedale di Udine

Non parlo né di me né di singoli casi a me noti ma espongo quanto potrebbe essere accaduto o accadere a tutti i neonati, figli di migranti privi di permesso di soggiorno, cui sia stato richiesto il permesso stesso per presentare la denuncia di nascita del figlio/a, per assicurargli l’atto di nascita. Se tale certificato dovesse mancare il bambino non risulterebbe esistere quale persona destinataria delle regole dell’ordinamento giuridico. Nel comune di nascita non ne verrebbero infatti registrati né il nome, né la data e ora di nascita, né il nome dei genitori, né la cittadinanza (che, allo stato attuale, è quella dei genitori dato che viene attribuita secondo jus sanguinis).

Purtroppo se un migrante si trova in situazione di irregolarità non può corrispondere alla richiesta del documento di cui non dispone (ché se lo avesse non sarebbe irregolare) nemmeno se ciò comporti per il figlio il danno irrimediabile della mancata registrazione e la mancata iscrizione nei registri dello stato civile andrebbe a ledere un diritto assoluto del figlio che nulla ha a che fare con la situazione di irregolarità di chi che lo ha generato.

Nello scritto che segue cercherò di chiarire perché la richiesta stessa del permesso di soggiorno possa – anche se non ne consegue esplicito rigetto della domanda presentata–trasformare la richiesta della registrazione anagrafica in un rischio e quindi disincentivarne la presentazione.

Riferendomi a  quanto ho affermato constato che nel  dépliant intitolato : Guida rapida all’ospedale dove si citano esplicitamente l’Azienda Ospedaliera Universitaria Santa Maria della Misericordia di Udine, la sede di Cividale del Friuli e di Gemona del Friuli alla voce ‘denuncia di nascita’ si precisa la richiesta del permesso di soggiorno, scrivendo:  “COSA SERVE: documento di identità valido di entrambi i genitori, se stranieri non residenti passaporto o permesso di soggiorno valido” .

Preciso che tale dépliant è stato consegnato in un reparto dell’Ospedale di Udine al signor Luca Peresson in giornata immediatamente precedente il 25 luglio quando me lo ha messo a disposizione.

Il proposito osservo che:

secondo quanto recita l’art. 7 della Legge 27 maggio 1991, n. 176 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione sui diritti del fanciullo fatta a New York il 20 novembre 1989) “Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi”.

Tanto dovrebbe bastare a dissuadere dalla richiesta di un documento che, per il fatto di non esistere, diventa un ostacolo al soddisfacimento di un diritto fondamentale.

Fino al 2009 la legge italiana non prevedeva la richiesta del permesso di soggiorno o documento equipollente per lo straniero che registrasse la nascita di un figlio.

In quell’anno intervenne la legge 94 (cd pacchetto sicurezza) che modificò il Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero” e  successive modifiche che al comma 2 dell’art. 6 impose la presentazione del documento un migrante ’irregolare’ non possiede per definizione..

Pochi giorni dopo l’approvazione della legge venne emanata una circolare definita interpretativa che consente ciò che la legge nega (Circolare del Ministero dell’interno n. 19 del 7 Agosto 2009) la cui applicazione, sebbene si tratti di strumento il cui valore è inferiore a quello di una legge, assicura la regolare registrazione anagrafica. Vi si legge infatti. “Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto”.

Non sia indifferente ricordare che il migrante in situazione di irregolarità non potendo assicurare al figlio il normale certificato di nascita gli causa danni irrimediabili (la impossibilità della tutela genitoriale, la difficoltà nell’accesso alle cure sanitarie, l’impossibilità di iscrizione al nido, alla scuola dell’infanzia, alla scuola successiva a quella dell’obbligo e a tutti gli atti di stato civile che accompagnano il corso dell’esistenza in cui il certificato di nascita è richiesto) e nello stesso tempo espone se stesso al rischio di essere espulso quale ‘clandestino’ in costanza del permanere del reato di clandestinità introdotto dalla legge cd. Bossi Fini.

Il Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Gruppo CRC che ha il compito di preparare il Rapporto sull’attuazione della Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza che viene trasmesso al Garante Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza), oltre a far presente che la mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato avviene in violazione del diritto all’identità nonché dell’art. 9 della Convenzione di New York contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori, ricorda che ciò comporta un rischio anche per le partorienti. Infatti “il timore di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto ”sottraendosi a cure necessarie e cui hanno diritto.

Segnalo anche la relazione della proposta di legge 740 (allegata) che, prevedendo la modifica della norma in vigore, spiega nell’ampia relazione in premessa la situazione che ho sommariamente riportato nella mia segnalazione.

Non ho titolo alcuno per richiedere o proporre alcunché.

Solo la consuetudine all’esercizio dei miei doveri di cittadina nei confronti di soggetti privi di difesa – e spesso del tutto ignorati anche da chi dovrebbe assicurarne tutela – mi ha indotto a segnalare la situazione che ho descritto.

Non posso che augurarmi che i dépliant con il testo che ho trascritto vengano immediatamente corretti nella speranza che neppure un neonato abbia subito il danno della mancata registrazione o della sottrazione alla potestà genitoriale se già privo di certificato che tale genitorialità formalmente dichiari.

Una interrogazione parlamentare.

Nel frattempo sono venuta a conoscenza di una interrogazione parlamentare che puntualizza un altro aspetto –che a quello che ho più volte segnalato si connette – e che, per documentazione utile almeno a me, ricopio.

Rossomando – Al Ministro dell’Interno – per sapere – premesso che:

–             l’art. 7 comma 1 della Convenzione delle N.U. sui Diritti del Fanciullo,  ratificata dall’Italia con la legge 27.5.1991 n. 176, stabilisce testualmente: “Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della nascita, e da allora ha diritto a un nome, ad acquistare una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e ad essere allevato da loro”;

–             La Convenzione sui diritti del  Fanciullo introduce un vero e proprio diritto del fanciullo all’immediata “registrazione”, che nel nostro ordinamento consiste nella formazione dell’atto di nascita da parte dell’ufficiale di stato civile sulla base della dichiarazione di nascita effettuata da chi ha il dovere di farla;

–             Il vecchio Ordinamento dello stato civile (r.d. 9/7/1939 n. 1238) prevedeva, all’art. 67, che la dichiarazione di nascita fosse fatta nei dieci giorni successivi al parto dal padre o dalla madre, o dall’ostetrica o da qualsiasi persona che avesse assistito al parto (art. 70 e71), con un ampio intervallo temporale attribuibile alle difficoltà di collegamento esistenti all’epoca;

–             il vigente Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’Ordinamento dello Stato civile, emanato con D.P.R. 3 novembre 2000 n. 396, in attuazione della legge 15 maggio 1997 n. 127, ha previsto, all’articolo 30, un nuovo termine di tre giorni per le dichiarazioni fatte presso la direzione sanitaria dell’ospedale o della casa di cura  in cui è avvenuta la nascita, ma ha conservato il vecchio termine di dieci giorni fissato nella previgente normativa nel caso di registrazione della nascita presso il comune nel cui territorio è avvenuto il parto e nel caso in cui i genitori vogliano registrare il neonato nel comune di residenza (articolo 30, comma 7); 

–             il mantenimento del termine dei dieci giorni, oltre ad essere in contrasto con quanto previsto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, potrebbe portare all’eventualità che le dimissioni della puerpera avvengano prima che la dichiarazione di nascita con contestuale riconoscimento sia stata effettuata, esponendo quindi il neonato al pericolo di divenire vittima della tratta di minori o di finire nel circuito delle adozioni illegali, anche attraverso falsi riconoscimenti di paternità-:

quali iniziative intenda assumere affinché i termini per la registrazione e il riconoscimento dei neonati vengano aggiornati ed uniformati a quanto indicato dall’art. 7 comma 1 della Convenzione delle N.U. sui Diritti del Fanciullo, ratificata dall’Italia con la legge 27.5.1991 n. 176, affinché i neonati non vengano dimessi prima che sia stata effettuata la dichiarazione di nascita, sia stato dato loro un nome e, se del caso, nominato un tutore provvisorio che ne risponda.

Roma, lunedì 5 agosto 2013

On. Anna Rossomando

4 Settembre 2013Permalink

15 agosto 2013 – CIE e ferragosto 3

CIE di Gradisca: Una parlamentare …

Il 13 e 14 agosto ho riportato nel mio blog (e come potevo trasferito su facebook)  i comunicati e le frettolose note dell’on. Serena Pellegrino che anche oggi ha pubblicato una notizia nel sito che si è costruita e a cui rimando per il futuro (www.serenapellegrino.it). Comunico comunque che domani alle 11.45 terrà una conferenza stampa a Gradisca nel piazzale antistante il CIE.
Non sono l’addetta stampa di Serena e l’ho fatto perché era l’unico modo di proporre una voce dall’interno che è stata indubbiamente enfatizzata dall’emergenza della situazione ma di cui nessuno ha potuto soffocare la visibilità.
Però Serena si è messa in gioco e di ciò le va dato onore anche per aver sollevato la voce del senatore Manconi, Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani.
Non era mai successo e speriamo abbia un seguito.
Il CIE è là – se non vado errata – dal 2006, impenetrabile all’esterno ma non a chi (parlamentari e consiglieri regionali) ha un ruolo per potervi entrare, ruolo che da allora non è stato esercitato o almeno non lo è stato con efficacia.

CIE di Gradisca: …e sette consiglieri regionali

Il 31 luglio i consiglieri regionali Cremaschi, Codega, Dal Zovo, Gratton, Moretti, Pustetto, Travanut hanno presentato, a seguito della visita di alcuni di loro al CIE, l’interpellanza n. 10 di cui riassumo, collegandola per una lettura completa,  i  termini essenziali:
–        eterogeneità delle presenze dal punto di vista della classificazione amministrativa;
–        situazioni di fragilità e vulnerabilità psichica che necessitano di interventi socio sanitari non attuabili dentro un sistema di contenzione;
–         e, cito, “anche le forze dell’Ordine ritengono scarsamente tutelante la situazione sia per le persone trattenute, sia per gli operatori deputati a mantenere le norme di legge, tanto che lo stesso Sindacato di Polizia è intervenuto con numerosi comunicati”.

In definitiva  i consiglieri firmatari, prima di porre le ovvie domande alla giunta,  constatano come : “si ponga un problema umanitario, un problema di diritto ed un problema di efficacia”.
Nulla è accaduto nel consiglio regionale prima dell’intervento dell’on. Pellegrino cui ha fatto seguito (13 agosto) un comunicato stampa di Gianni Torrenti, Assessore all’istruzione, università, ricerca, famiglia, associazionismo, cooperazione, cultura, sport, relazioni internazionali e comunitarie, che qui collego per una eventuale lettura.

Non ho trovato invece comunicati personali della Presidente della Regione salvo qualche brandello di interviste, spero correttamente riportato, in cui chiede la chiusura del CIE.
Mi sembra poco e generico.  Continuerò a cercar di capire soprattutto se la Presidente della Regione, al di là degli auspici, si rende conto che – anche se il CIE venisse chiuso- questi migranti ora e per un futuro non so quanto lungo sono qui e che ci si deve far carico nell’esercizio delle proprie funzioni, partiti di riferimento consentendo o meno, anche dell’ora e del ‘qui’.

Le appartenenze dei consiglieri interpellanti
Volutamente non le collego ai singoli nomi: ci sono 4 Pd, 2 SEL, 1 M5S. Quello che mi interessa è l’eterogeneità delle appartenenze che segnano il rispetto dell’art. 67  della Costituzione (che vale anche per i Consiglieri regionali) “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.
Poco dopo la formazione del governo Letta c’era stata una stupida polemica in merito (ma poiché le cose stupide hanno successo me ne ero molto –e ancora lo sono –preoccupata).

Ha vinto Erode?

Ora spero che chi se ne ricorda sappia, nell’ambito delle proprie funzioni e con trasparenza, stimolare interventi efficaci non dimenticando la legge che nega ai neonati –figli di immigrati irregolari – il certificato di nascita.
Come ricorda la proposta di legge regionale n. 740, che potrebbe rimuovere questa infamia, è una riforma che non costa nulla (ma cui non sembrano attenti nemmeno i proponenti).
In questo periodo mi interesso di certi antichi miti e mi viene in mente un precedente: il re Erode decise di far ammazzare tutti i bambini di Betlemme per essere certo di liberarsi di uno che gli sfuggì. Nel 2009 il ministro Maroni volle minacciare alcuni bambini per spaventare i migranti e ottenere il consenso di chi si crogiola in una cultura xenofobo razzista. Gli è riuscito?

16 agosto – mattino presto
Trascrivo la segnalazione di un articolo che ho ricevuto e, pur trovandolo molto pertinente, ora non ho tempo di commentare. Ma se qualcuno legge…
http://www.famigliacristiana.it/articolo/bari-al-cara-si-violano-i-diritti-umani.aspx

Un po’ più tardi
http://www.cronachediordinariorazzismo.org/2013/08/in-coma-luomo-caduto-dal-cie-di-gradisca-chiudere-subito-i-cie/

E ancora, dopo una telefonata di Serena

Scritto su fb
Cara Serena, l’adesione dei movimenti è importante ma, ti prego, non dimenticare di essere una parlamentare. Agisci anche sulle regole. Troppi pensano che l’urlo basti.
Ho letto che è stata ritirata la circolare che negava l’uso del cellulare.
 E’ una misura importante e il non piccolo successo va a tuo merito.
Mi hai detto che avevi concordato con il prefetto anche la possibilità dell’uso della mensa per i pasti (i detenuti mangiano in cella) e l’uso di un campetto di calcio.
Forse ai fautori del tutto o nulla sembrerà poco ma ogni misura per umanizzare è un passo,  purché sia un passo e non l’ultima sosta davanti a una porta chiusa. Hai aperto uno spiraglio. Continua, se potessi mettere il piede nella fessura per non far chiudere quella porta lo farei.
Speriamo e attendiamo con trepidazione lo scioglimento della prognosi per il cittadino del Marocco in coma farmacologico.

 

15 Agosto 2013Permalink

10 luglio 2013 – Teneri nonnini, difensori del suolo patrio!

 Il cinque luglio avevo scritto ‘oggi in Lombardia. Domani chissà!’ pubblicando il testo della mozione presentata dal consigliere  Ambrosoli al consiglio regionale lombardo con cui si chiedeva il riconoscimento “dell’assistenza sanitaria di base anche per i minori non regolari”, in sostanza il pediatra di base per i figli degli immigrati privi di permesso di soggiorno.
La mozione era stata bocciata.
Oggi leggo un articolo de La Stampa che gira su facebook  (lo si può leggere anche da qui) e apprendo che alla bocciatura di quella mozione ha contribuito anche il partito pensionati.
Verifico e scopro che è presente nel consiglio regionale nella persona di un’attiva nonnina!.
La notizia indecente diventa sconvolgente.
Rendo omaggio alla forza d’animo della signora che ha identificato il nemico e lo combatte.
E’ un nemico che in buona parte gattona non cammina ma lei sa bene che se non viene debellato camminerà e si comporta di conseguenza.
Aggiunga signora un bel re Erode alla vostra bandiera e la sventoli sui campi di Alberto da Giussano!

10 Luglio 2013Permalink

5 luglio 2013 – Oggi in Lombardia, Domani chissà

O il parlamento si decide a modificare la norma che nega la registrazione anagrafica dei neonati figli di sans papier o dovremo aspettarci altre umiliazioni della dignità di tutti noi.
La proposta di modifica c’è: il testo si trova anche nel mio pezzo del 17 giugno.
Riporto un articolo da Il sole 24 ore

Una vicenda lombarda. Solo lombarda?

La Lombardia nega il diritto al pediatra di base per i bambini figli di immigrati irregolari. Al Consiglio regionale del 2 luglio è stata bocciata da Centrodestra la mozione presentata dal Patto Civico (primo firmatario Umberto Ambrosoli) e sottoscritta dagli altri esponenti del Patto Civico e da alcuni consiglieri del Partito Democratico, con la quale si chiedeva il
riconoscimento “dell’assistenza sanitaria di base anche per i minori
non regolari” con “l’attribuzione del pediatra di libera scelta e l’erogazione di determinate prestazioni sanitarie per i figli di immigrati extracomunitari senza permesso di soggiorno”. L’Aula si è divisa a metà: il Centrodestra ha negato che la Lombardia non assiste i bambini non regolari e ha accusato i gruppi di opposizione di “sfruttare” la questione per portare avanti invece la “battaglia ideologica che punta alla cancellazione della legge Bossi-Fini che regola i flussi immigratori”. “I bambini degli irregolari possono già contare su un’ampia offerta di prestazioni offerte dal nostro sistema sanitario – ha spiegato in aula l’assessore alla Sanità, Mario Mantovani. “A parte le urgenze, riconosciute da tutti i pronto soccorso, ci sono poi le cure essenziali e gli interventi di medicina preventiva, tutti servizi a carico della nostra sanita’”.
Ambrosoli nel suo intervento ha sottolineato che questo servizio è già attivo nelle Regioni Friuli Venezia Giulia, Umbria, Toscana e nella Provincia autonoma di Trento, e che la lacuna che interessa la Lombardia deve essere colmata “perche’ lasciare senza cure continuative un bambino non è un’eccellenza ma una barbarie”.
“Vogliamo solo la parità di accesso al sistema sanitario”, ha sottolineato in aula Ambrosoli. Il Consigliere del Pd Fabio Pizzul ha annunciato che chiederà in commissione Sanità l’audizione di Caritas e Naga che si occupano dei bambini non regolari per testimoniare “che così come vengono erogate, le cure non garantiscono rispetto per i minori ed efficacia”.

Associazione studi giuridici per l’immigrazione (Asgi) e Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm) promettono battaglia. “Il voto contrario alla mozione – sottolinea l’Asgi – i diritti fondamentali dei soggetti già vulnerabili, viola il rispetto di obblighi nazionali e internazionali, contrasta con le scelte operate dalla conferenza Stato Regioni”. Secondo l’Asgi si priva del diritto alla cura chi è più vulnerabile e non si tutela la salute pubblica. “La scelta operata ieri dal Consiglio Regionale lombardo – continua l’associazione – ignora infatti che, come confermato da pronunce proprio del Tribunale di Milano, il minore non può mai essere considerato “irregolare” essendo comunque non espellibile ai sensi dell’art. 19 della legge italiana sull’immigrazione. Inoltre sia l’art. 35 dello stessa legge e la Convenzione ONU per i diritti del fanciullo all’art. 24 garantiscono il diritto di ogni minore di “beneficiare dei servizi medici” senza alcuna discriminazione, indipendentemente dalla loro nazionalità, regolarità del soggiorno o apolidia”.
Infine l‘Accordo che la Conferenza Stato-Regioni ha recentemente elaborato proprio allo scopo di rendere uniforme ed efficace l’accesso dei migranti ai servizi sanitari su tutto il territorio italiano prevede il riconoscimento del pediatra di libera scelta anche per i minori senza regolare permesso di soggiorno. “La scelta della Regione Lombardia – conclude l’Asgi – è dunque in contrasto con tali norme; ma è anche una scelta miope e inefficiente perché meno difficoltà nell’erogazione delle prestazioni e una precoce diagnosi delle malattie grazie alla maggiore prevenzione si traduce in costi inferiori per la Pubblica Amministrazione e permette una migliore salvaguardia della salute collettiva”.
Asgi e Simm si attiveranno per promuovere in tutte le sedi opportune, ivi compresa quella giudiziaria, tutte la azioni possibili affinché siano rispettate le norme nazionali e internazionali e sia tutelato il diritto alla salute di tutti, senza esclusioni.

Il testo della mozione

IL CONSIGLIO REGIONALE DELLA LOMBARDIA

PREMESSO CHE
secondo i dati fomiti dall’ORIM (Osservatorio Regionale per l’integrazione e la multietnicità) il numero dei cittadini stranieri extracomunitari che risiedono in Lombardia è aumentato sensibilmente negli ultimi anni;
che i figli di stranieri senza permesso di soggiorno possono accedere alle strutture sanitarie solo per prestazioni urgenti ed essenziali, come le vaccinazioni o per patologie che, se non curate, provocano danni permanenti;
che i figli di cittadini stranieri senza permesso di soggiorno hanno diritto
all’assistenza del pediatra di famiglia solo fino ai 6 mesi di vita, il che significa che manca la continuità delle cure e la prevenzione, determinando evidenti rischi anche per la salute pubblica;
CONSTATATO CHE
il DPR n. 394/99, ha delegato alle regioni italiane l’organizzazione dei servizi sanitari, ovvero la definizione dei destinatari e dei luoghi dove fornire l’assistenza sanitaria:
“le regioni individuano le modalità più opportune per garantire le cure essenziali e continuative, che possono essere erogate nell’ambito delle strutture della medicina del territorio o nei presidi sanitari accreditati, strutture in forma poliambulatoriale od ospedaliera, eventualmente in collaborazione con organismi di volontariato aventi esperienza specifica;
CONSTATATO INOLTRE CHE
le regioni come Friuli Venezia Giulia, Umbria, Toscana, e P.A. di Trento prevedono l’accesso dei minori irregolari anche all’assistenza pediatrica fornita dai PLS;
CONSIDERATO CHE
i figli degli stranieri senza permesso di soggiorno non hanno diritto al pediatra di famiglia cioè alla continuità delle cure e che questo determina una limitazione del diritto alla salute del minore che si trova chiaramente in contrasto con la Convenzione sui diritti del fanciullo, che stabilisce che tutti i minori, senza discriminazioni, devono avere accesso ali’ assistenza sanitaria;
CONSIDERATO INOLTRE CHE
– il Parlamento Europeo ha invitato gli Stati membri, con la Risoluzione A7-0032/2011 dell’S febbraio 2011, “ad assicurare che i gruppi più vulnerabili, compresi i migranti sprovvisti di documenti, abbiano diritto e possano di fatto beneficiare della parità di accesso al sistema sanitario” e “a garantire che tutte le donne in gravidanza e i bambini, indipendentemente dal loro status, abbiano diritto alla protezione sociale quale definita nella loro legislazione nazionale, e di fatto la ricevano”;
– che molti medici in diverse strutture, ottemperando al giuramento di Ippocrate, prestano comunque l’assistenza in una condizione di indeterminatezza che rischia di risultare in contrasto con le normative;
VISTO CHE
gli artt. 2 comma 2 e il 24 della Convenzione di New Y ork disciplinano la tutela del
diritto alla salute di tutti i minori non solo di quelli che hanno la cittadinanza;
l’art. 32 comma 2 della Costituzione recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”;
INVITA IL PRESIDENTE E LA GIUNTA REGIONALE:
a riconoscere l’assistenza sanitaria di base anche per i minori non regolari tramite l’attribuzione del Pediatra di libera scelta e l’erogazione di determinate prestazioni sanitarie per i figli di immigrati extracomunitari senza permesso di soggiorno.

Umberto Ambrosoli; Lucia Castellano; Fabio Pizzul; Laura Barzaghi; Roberto Bruni; Carlo Borghetti; Michele Busi;
Marco Carra; Paolo Micheli; Gianantonio Girelli; Sara Valmaggi

5 Luglio 2013Permalink

21 giugno 2013 – I.V.G. e non solo

Obiezione di coscienza: parole e silenzi

Non molto tempo fa in parlamento sono state presentate diverse mozioni a proposito della presenza abnorme (fino ad essere totalizzante) di medici obiettori negli ospedali italiani dove quindi l’interruzione volontaria di gravidanza non  è praticata (anche per chi avesse espletato le procedure previste per legge e ne avesse necessità e diritto). Inutile qui scrivere delle obiezioni più di comodo che di coscienza, purtroppo ci sono e certamente costituiscono uno stimolo per il ritorno alla clandestinità che avevamo tentato di superare in un lontano, fortissimi impegno … di coscienza.
Forse quelle mozioni non erano abbastanza attente e articolate nei confronti della legge 194 nel suo complesso che, non a caso si intitola, “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza“.
Quel che conta ora è che il governo ha accolto parecchie di quelle mozioni e io non vedo comparire la domanda necessaria per continuare: ‘E ora che succede?’.
Per  quel che io ne so dovrebbero scaturirne linee di indirizzo.
Che fa il ministro, anzi la ministra, alla salute? Vengono sollecitate convocazioni delle commissioni ci competenza in proposito? Parlamentari d’ambo i sessi si preparano ad affrontare l’argomento con la competenza dovuta? A livello regionale – dove poi si dovrà legiferare e predisporre azioni conseguenti ed adeguate (se le linee di indirizzo lo meriteranno) – ci si predispone a farlo oltre una meccanicistica approvazione o un altrettanto meccanicistico rifiuto?
Spero prima o poi (meglio prima) di conoscere domande e di leggere risposte efficaci.
Presentare mozioni e verificarne l’accoglienza non è l’inizio di un rito magico ma di un lavoro urgente e importante.

Una riflessione di Giancarla Codrignani

PENSIERI PER UN  WEEKEND                      14 giugno 2013  Giancarla Codrignani

1) Donne italiane: le donne hanno superato i maschi nelle elezioni amministrative, dopo le solite dicerie (“le donne non votano le donne”) e l’ideologia delle “quote”.  Bastava la doppia preferenza….

2) Donne turche: che cosa scommettiamo che anche a Istambul questa protesta verrà ricordata come ecologica (“salviamo 800 alberi”) o laicista (“ci faranno una moschea”) o anche anticonsumista (“ci costruiscono un supermercato”)? Non c’è più traccia nei media della reazione di donne e giovani contro il divieto di bacio nelle strade e le minacciate “velature” delle donne. Come se il primo problema non fosse la violenza sessista: alla fine dello scorso anno una deputata ha scandalizzato il Parlamento mostrando sul suo corpo le lividure delle botte maritali. E la giallista Esmahan Aykol dice (su Repubblica di oggi) che in Turchia “non è difficile essere scrittrice, ma essere donne…ogni giorno ne vengono uccise tre “.

3) Donne cattoliche (e non solo): Papa Francesco è molto caro e dice cose entusiasmanti. Peccato che continui il culto dell’embrione tipico del maschilismo di un clero che, anche se non ha idee ben chiare su come nascono i bambini, dovrebbe rinunciare a chiedere a tutti i governi del mondo “la protezione giuridica” di ogni prodotto del concepimento. Pensare che le donne tentano di spiegare che cosa è la maternità “libera e responsabile” e che cos’è la violenza….

21 Giugno 2013Permalink

12 giugno 2013 – Obiezione di coscienza?

Riporto per intero anche se molto lungo il testo della mozione presentata in parlamento da un deputato di Sinistra Ecologia e Libertà, su cui il Partito Democratico si è astenuto.
Io sono senza parole o meglio al momento quelle che mi verrebbero spontanee è preferibile non vengano scritte. In un messaggio alla deputata che ne ha dato notizia su facebook ho chiesto maggiori precisazioni sull’esito di questa votazione e sul futuro di un dibattito in merito.
Ne parleranno o no? E se in questo caso i deputati del Pd facessero un piccolo ragionamento sulla loro obiezione di coscienza a fronte di una indicazione che ha tutto il sapore della più vecchia – ma non dimenticata (almeno da me) – DC?
Se riceverò o troverò altre informazioni ne darò notizia.

 Mozione 1-00045 presentato da MIGLIORE Gennaro
testo di Giovedì 6 giugno 2013, seduta n. 30

La Camera, premesso che:
nel nostro Paese, in ambito medico sanitario il diritto all’obiezione di coscienza è espressamente codificato e disciplinato per legge riguardo: all’interruzione della gravidanza, laddove l’obiezione è riconosciuta dall’articolo 9 della legge n. 194 del 1978; alla sperimentazione animale, dove l’obiezione di coscienza è disciplinata dalla legge n. 413 del 1993; alla procreazione medicalmente assistita, dove l’obiezione di coscienza viene prevista e disciplinata dall’articolo 16 della legge n. 40 del 2004;
l’esercizio del diritto all’obiezione di coscienza da parte del personale sanitario in relazione all’interruzione volontaria di gravidanza riveste particolare importanza, per le sue ricadute socio-sanitarie sulle donne, e sulla stessa funzionalità del servizio sanitario nazionale;
ultima relazione sullo stato di attuazione della legge n. 194 del 1978 presentata al Parlamento dal Ministro della salute il 9 ottobre 2012 riporta – tra l’altro – i dati definitivi sull’obiezione di coscienza esercitata da ginecologi, anestesisti e personale non medico nel 2010. I dati che emergono sono molto eloquenti e impongono ancora una volta, e con forza, una seria riflessione sulla garanzia e la qualità del servizio per l’interruzione della gravidanza disciplinata dalla legge n. 194 del 1978;
la relazione dice che in Italia ben il 69,3 per cento dei ginecologi, del servizio pubblico è obiettore di coscienza. In pratica quasi sette medici ginecologi su dieci è obiettore. Se si analizzano i dati su base territoriale, si trova che, ad eccezione della Valle d’Aosta, dove i ginecologi obiettori sono solamente il 16,7 per cento, le percentuali regionali non scendono mai al di sotto del 51,5 per cento. I dati medi aggregati per Nord, Centro, Sud e Isole indicano percentuali di ginecologi obiettori di coscienza pari rispettivamente al 65,4 per cento; 68,7 per cento; 76,9 per cento; 71,3 per cento. Il maggior numero di ginecologi obiettori si trova al Sud, con la punta più alta in Molise, dove si raggiunge l’85 per cento;
i dati della relazione al Parlamento in realtà non riescono a fotografare lo stato reale della sua applicazione sul territorio nazionale, che risulta ben più grave di quella riferita dal Ministro pro tempore;
si ricordano, in tal senso, i dati resi noti da LAIGA (Libera associazione italiana dei ginecologi per l’applicazione della legge 194) il 14 giugno 2012, e risultanti da un attento monitoraggio dello stato di attuazione della legge nella regione Lazio dai quali emerge una situazione reale ben più grave di quanto riportato nella relazione del Ministro pro tempore: nel Lazio in 10 strutture pubbliche su 31 (esclusi gli ospedali religiosi che invocano una obiezione «di struttura» e le cliniche accreditate, la maggior parte delle quali ignora semplicemente il problema) non si eseguono interruzioni di gravidanza. Nella medesima regione ha posto obiezione di coscienza il 91,3 per cento dei ginecologi ospedalieri. In 3 province su 5 (Frosinone, Rieti, Viterbo) non è possibile eseguire aborti terapeutici, il che costringe le donne alla triste migrazione verso i pochi centri della capitale, sempre più congestionati, o in altre regioni, o all’estero;
molte strutture ospedaliere, per garantire l’applicazione della legge, ricorrono a specialisti esterni convenzionati con il sistema sanitario ed assunti esclusivamente per le interruzioni di gravidanza (medici SUMAI), o a medici «a gettone», con un significativo aggravio per il Sistema sanitario nazionale;
a livello nazionale, la principale conseguenza di un numero così elevato di obiettori di coscienza è quella di rendere sempre più difficoltosa la stessa applicazione della legge n. 194 del 1978, con effetti negativi sia per la funzionalità dei vari enti ospedalieri e quindi del sistema sanitario nazionale, sia per le donne che ricorrono all’interruzione volontaria di gravidanza;
la drammaticità dello stato di applicazione della legge comporta l’allungamento dei tempi di attesa, con maggiori rischi per la salute delle donne e maggiori rischi professionali per i pochi non obiettori, costretti loro malgrado ad una cattiva pratica clinica;
a fronte di questo stato «di emergenza» le donne devono spesso migrare da una regione all’altra o addirittura all’estero, e, soprattutto tra le immigrate, risulta necessario il ricorso all’aborto clandestino;
il diritto all’obiezione di coscienza in materia di aborto per il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie, è sancito dall’articolo 9 della suddetta legge n. 194 del 1978, che allo stesso tempo prevede che gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate siano «tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure e gli interventi di interruzione della gravidanza. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale»;
la legge n. 194 prevede quindi scelte individuali e responsabilità pubbliche. L’obiezione di coscienza è infatti un diritto della persona ma non della struttura;
al personale sanitario viene garantito di poter sollevare l’obiezione di coscienza. Ma quel che è un diritto del singolo non è diritto della struttura sanitaria nel suo complesso, che ha anzi l’obbligo di garantire l’erogazione delle prestazioni sanitarie;
i dati suindicati sulle percentuali molto elevate di obiettori, comportano oltre che evidenti ricadute negative sulla stessa effettiva attuazione della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza e quindi sulle donne che rivendicano l’inviolabile libera scelta a farne ricorso, anche conseguenze oggettivamente pesanti sui sempre più pochi medici non obiettori, che spesso si ritrovano relegati a occuparsi quasi esclusivamente di interruzioni di gravidanza con il rischio più che concreto di una dequalificazione professionale, e conseguenti effetti penalizzanti sulle loro stesse possibilità di carriera;
il diritto della donna ad interrompere una gravidanza indesiderata, e quello del personale sanitario a sollevare obiezione di coscienza dovrebbero poter convivere affinché nessun soggetto veda negata la propria libertà. Di fatto, tale ipotesi, trova estrema difficoltà nel realizzarsi per i numeri esorbitanti dei medici obiettori che spesso si rifiutano anche di segnalare alle pazienti un medico non obiettore o un’altra struttura sanitaria autorizzata alla interruzione volontaria di gravidanza;
dal 2009 l’AIFA ha autorizzato l’immissione in commercio del mifepristone, o Ru486, per l’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica, nel rispetto dei precetti normativi previsti dall’articolo 8 della legge n. 194 del 1978; tale articolo prevede che l’interruzione volontaria di gravidanza possa essere praticata in ospedali pubblici generali e specializzati, e «case di cura autorizzate e presso poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati». L’articolo 8 non precisa il regime in cui deve essere praticata l’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica (ricovero ordinario, DH, prestazione ambulatoriale). Il Ministro della salute pro tempore, in data 24 febbraio 2010, ha chiesto in proposito il parere del Consiglio superiore di sanità; il Consiglio superiore di sanità, nella seduta del 18 marzo, ha individuato il ricovero ordinario come il regime più idoneo per l’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica;
i dati riportati dalla letteratura internazionale, nonché i dati della regione Emilia Romagna che ha adottato il regime di day hospital, non confermano la scelta e le raccomandazioni del Consiglio superiore di sanità; gli stessi dati del Ministero della salute sull’interruzione volontaria di gravidanza medica dicono che dal 2005 al 2011 circa 15mila donne hanno scelto il metodo farmacologico, e che il 76 per cento delle pazienti ha scelto la dimissione volontaria dopo la somministrazione del mifepristone, senza che vi siano state complicazioni maggiori rispetto alle donne che sono state ricoverate fino all’espulsione;
risulta improrogabile la necessità di valorizzare e ridare piena centralità ai consultori, quale servizio per la rete di sostegno alla sessualità libera e alla procreazione responsabile. Come conferma anche l’ultima relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della legge n. 194 del 1978, «nel tempo i Consultori familiari non sono stati, nella maggior parte dei casi, potenziati né adeguatamente valorizzati. In diversi casi l’interesse intorno al loro operato è stato scarso ed ha avuto come conseguenza il mancato adeguamento delle risorse, della rete di servizi, degli organici, delle sedi»,

impegna il Governo:

a garantire il rispetto e la piena applicazione della legge n. 194 del 1978 su tutto il territorio nazionale nel pieno riconoscimento della libera scelta e del diritto alla salute delle donne, assumendo tutte le iniziative, nell’ambito delle proprie competenze, finalizzate all’assunzione di personale non obiettore al fine di garantire il servizio di interruzione volontaria di gravidanza;
ad attivarsi, nell’ambito delle proprie competenze, al fine di assicurare, come prevede la legge, il reale ed efficiente espletamento da parte di tutti gli enti ospedalieri e delle strutture private accreditate, delle procedure e gli interventi di interruzione della gravidanza chirurgica e farmacologica;
a garantire il pieno rispetto della legge da parte di ogni struttura pubblica o del privato accreditato (sia essa un ospedale o un consultorio), posto che solo a fronte di questo impegno può essere concesso l’accreditamento;
ad attivarsi perché l’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica sia offerta come opzione a tutte le donne, che, entro i limiti di età gestazionale imposti dalla metodica, devono poter scegliere;
ad attivarsi perché l’interruzione volontaria di gravidanza medica possa essere praticata in regime di day hospital, che non comporta, come evidenziato dalla letteratura scientifica internazionale e dalla stessa relazione del Ministero della salute pro tempore, maggiori rischi per la salute, e che costa meno, considerato che l’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica viene da tempo praticata in regime ambulatoriale o di day hospital negli altri Paesi europei e nella stessa regione Emilia Romagna;
ad assumere ogni iniziativa di competenza, affinché la gestione organizzativa e del personale delle strutture ospedaliere sia realizzata in modo da evitare che vi siano presìdi con oltre il 30 per cento di obiettori di coscienza, anche attraverso un controllo più stringente sull’attuazione delle previste procedure di mobilità del personale sanitario;
ad assumere iniziative per prevedere che il requisito della non obiezione sia introdotto per chi deve essere assunto o trasferito in presìdi, fissando la percentuale di personale sanitario non obiettore al fine di garantire la piena applicazione della legge n. 194 del 1978;
ad assumere iniziative finalizzate a prevedere che il requisito della non obiezione sia condizione all’espletamento delle funzioni apicali nelle strutture di ostetricia e ginecologia dei presidi ospedalieri;
ad assumere iniziative volte a prevedere – anche ai fini di una maggiore trasparenza nel rapporto tra cittadini e medici di base – che i medici di famiglia siano tenuti a comunicare agli ordini provinciali dei medici chirurghi e odontoiatri ai quali sono iscritti, se intendono esercitare il loro diritto all’obiezione di coscienza, facendo si che da dette comunicazioni i suddetti ordini ricavino un apposito elenco pubblico;
ad assumere iniziative per valorizzare e ridare piena centralità ai consultori familiari, quale servizio fondamentale nell’attivare la rete di sostegno per la sessualità libera e la procreazione responsabile, nonché strutture essenziali per l’attivazione del percorso per l’interruzione volontaria di gravidanza;
a confermare e diffondere la conoscenza dei diritti in tema di contraccezione di emergenza, anche tramite adeguate azioni informative sull’esclusione del diritto all’obiezione di coscienza per i farmacisti.

12 Giugno 2013Permalink

22 maggio 2013 – 1978: la legge 194

Il 22 maggio 1978 n. 194 fu promulgata la legge “NORME PER LA TUTELA SOCIALE DELLA MATERNITA’ E SULL’INTERRUZIONE VOLONTARIA DELLA GRAVIDANZA”
Nel 1981 sarebbe stata confermata con referendum

Trascrivo il messaggio inviatomi da Giancarla Codrignani, senatrice per la Sinistra Indipendente dal 1976 al 1990

Oggi 22 maggio fanno 35 anni di legge 194, sull’aborto. Non sto a rievocare le crudeltà sentite da maschi e dalle istituzioni e nemmeno il coraggio e la disperazione delle donne, sia quelle che, soprattutto le coniugate, per la prima volta denunciavano l’umiliazione, il ferro da calza e la morte, sia quelle che non conoscevano la proporzione di un fenomeno allora formalmente inesistente perché la doppia morale è la principale morale (mi spiace di dire “cattolica”) di questo paese.
Vorrei ricordare il manifesto dell’aprile 1971 in cui donne francesi di qualche fama come Simone di Beauvoir si autodenunciarono per dire che il patriarcato non è sovrano del nostro corpo. Sorelle alle nostre spalle. 

Non è finita.
Sappiamo il ricatto dell’obiezione di coscienza e la valorizzazione talebana dell’embrione. La nostra dignità non è mai al sicuro.Oggi – sapete che sono un po’ matta – voglio farmi carico della rivolta di Amina Tyler finita in carcere a Tunisi perché è reato di immoralità esporre il seno in pubblico. Penso che una ragazza che vive a pochi chilometri dalla Sicilia e ha una mamma regolarmente laureata ed è vissuta liberamente in un paese normale e che, dopo le speranze della rivoluzione dei gelsomini, veda cadere a pezzi l’autonomia delle donne, ha due vie, se non vuole “subire”: o spara o compie l’atto estremo della nonviolenza, denuda il peccato. Il topless non è un valore in sé; il seno sì. Se va bene da noi per moda, non può in nessun altro luogo essere impuro e criminalizzabile. Anche i salafiti sono stati allattati.

Informazioni su Giancarla nel sito del coordinamento delle teologhe italiane

Informazioni sul negato funzionamento della legge 194  http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/inchiesta-italiana/2013/05/23/news/torna_l_aborto_clandestino-59480523/?ref=HRER2-1

22 Maggio 2013Permalink