17 aprile 2018 – Il mondo “alle prese con una terribile guerra mondiale a pezzi” (papa Francesco)

Peter Bruegel il vecchio- Un cieco conduce altri ciechi

Il conforto della paura.
Mentre la guerra distrugge interi paesi in Medio Oriente – vittime di interessi internazionali – in Italia si gioca contro chi, per essere demonizzato come diverso, può essere ridotto a oggetto della paura che una abile politica di lungo periodo (ho cominciato ad occuparmene negli anni ’90) ha proposto alla condivisione compiacente di molti.
E’ stato necessario ridurre lo spazio dell’osservazione a un ipotetico cerchio da tracciare attorno ai propri piedi e ragionare all’interno di quello, manipolando l’informazione e la capacità critica.
E anche questa è guerra, guerra a pezzi
Se usciamo da quel cerchio paralizzante e proviamo ad analizzare il nostro pezzo di guerra ne troviamo molti esempi, esempi di indottrinamento alla paura paralizzante, quella che suggerisce l’affido ai leader portatori di salvifiche irresponsabili e oscene ricette di comodo.
E troviamo anche la mafia chi si assume, a nome di una lunga tradizione, il compito di gestire la società come fosse uno stato parallelo.
C’è anche chi alla mafia (e al suo contesto devastante) si oppone.
Il 19 aprile una giornalista, FEDERICA ANGELI, che da cinque anni vive sotto scorta per aver trovato lo spazio, le parole, il coraggio di dire ciò che ha saputo vedere, tornerà a testimoniare in tribunale.
Ho raccolto alcuni articoli (tutti assicurati dalla loro fonte che trascrivo in calce) e nel primo emerge un elemento importantissimo: la capacità di costruire per i suoi bambini una sorta di persino giocosa normalità.
Federica Angeli ci propone una figura di madre che si sottrae ai luoghi comuni della tradizione cara al nazionalismo, trasforma la responsabilità che le appartiene anche come madre in una scelta di vita che non la confina dentro le mura della sua casa, mura che in altre situazioni non sono una difesa ma la protezione di un rischio.
Ce lo testimoniano le cronache quotidiane.
La vicenda di Federica mi ha fatto tornare in mente una vecchia lettura (risale alle inquietudini dei miei vent’anni quando cercavo di capire un vizio che non ho perso).
E’ un indimenticabile articolo di Giovanni Papini del 1914. In Europa c’era la guerra. L’Italia ancora non vi partecipava non perché la rifiutasse ma perché non aveva deciso da che parte fosse utile stare.
Il macello sarebbe venuto meno di una anno dopo.
In quello scritto (che si trova più sotto) si può leggere “Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne”.
Oggi si usa un linguaggio diverso per offrire alla paura e all’odio chi viene da altrove e fingere che anche le madri di quell’altrove non siano ‘come noi’.
E’ la nostra guerra in fatti e parole.

16 Aprile 2018 Ostia, le minacce in aula alla cronista: “Giornalaia, pensa alla famiglia” [fonte 1 e fonte 2]
L’imputato al processo in cui è parte lesa Federica Angeli: “Non è così che fai carriera” di MARIA ELENA VINCENZI

ROMA. Le disse: “Federì, sei giovane, hai una famiglia”. Ma non era una minaccia, secondo lui. Solo un consiglio. Eppure, è stato lui stesso, Paolo Riccardo Papagni, socio e fratello del presidente di Assobalneari, sentito come imputato nel processo per tentata violenza privata ai danni della giornalista di Repubblica Federica Angeli, a raccontare della volta in cui, nel tentativo di bloccare un’intervista, le disse quelle spaventose parole.

Federica Angeli e il coraggio di combattere la mafia scritto da Federica Ginesu il 16 Aprile 2018 [fonte 3 – Il sole 24 ore]
19 aprile entrerà di nuovo in un’aula di tribunale e testimonierà ancora perché è la mafia che deve avere paura. Nonostante quella busta arrivata qualche giorno fa. Dentro un proiettile. L’ennesima intimidazione non l’ha fermata. Federica Angeli si batte senza sosta per la verità. Racconta con la sua penna, non cede all’omertà. Rischia la sua vita perché crede nella giustizia. Al Festival del Giornalismo di Perugia, la giornalista in prima linea del quotidiano La Repubblica è simbolo incarnato di coraggio, di un giornalismo che nonostante le difficoltà, il precariato e i bavagli non molla.
Cronista di nera e giudiziaria, Angeli da cinque anni vive sotto scorta. Le sue inchieste hanno denunciato il malaffare del quartiere di Roma in cui è nata e in cui continua a vivere: Ostia. 22 chilometri dal Colosseo, l’affaccio della Capitale sul Mediterraneo. È il suo territorio, il campo di indagine che ha studiato e analizzato. Una frazione litoranea geograficamente spartita tra i clan Triassi, Fasciani e Spada. «A Roma la mafia non ha un nome. E non nominarla significa non riconoscerla e identificarla» dice mentre ripercorre le tappe del lavoro giornalistico iniziato nel 2013 che ha contribuito all’arresto per mafia nel gennaio di quest’anno di 32 persone del clan Spada, l’organizzazione criminale che minaccia Angeli e la sua famiglia. «C’è ancora una forte resistenza nel riconoscere l’esistenza di una mafia che parli l’accento romano. Nella nostra cultura la mafia è una piaga che riguarda solo il Sud Italia, respingere l’idea che possa esistere a Roma è come allontanare il problema» spiega la giornalista durante l’incontro di Perugia.
Angeli riesce a scoprire che gli Spada dediti a estorsioni e pizzo, la manovalanza del crimine, vogliono espandere la loro influenza agli stabilimenti balneari. Mentre sta operando delle verifiche sul campo che possano suffragare la sua inchiesta, la giornalista arriva all’“Orsa Maggiore”, uno degli stabilimenti più belli di Ostia sottratto con un sotterfugio in cinque giorni alla famiglia che lo gestiva da oltre trent’anni. Il 23 maggio Federica Angeli con due cineoperatori entra dentro il chiosco e chiede di parlare con il titolare. Si trova davanti Armando Spada, uno degli uomini di spicco del clan. È la prova giornalistica che sta cercando. Incomincia a fare domande, lo incalza e Spada si spazientisce. La rinchiude per ore in una stanza, la sequestra. La minaccia, le fa capire che potrebbe far del male ai suoi tre bambini, le intima di occuparsi di altro. «Non rispondevo alle sue domande perché avevo paura» – ricorda. “Non ti sei accorta che sono 40 anni che comandiamo?” Le dice il boss che aggiunge “Sono tutti qua nelle nostre mani: la politica, le guardie, la pubblica amministrazione”. Intanto i due cameramen che la accompagnavano simulano di aver cancellato i filmati girati e Angeli e la sua troupe vengono lasciati andare.
«Avevano comandato Ostia con la complicità di tutti, di noi cittadini, persino di noi giornalisti che non avevamo saputo raccontare quella realtà, come era caduta in basso. Ostia viveva con le luci spente, perché dove c’è il buio proliferano le mafie, diventano forti e si irrobustiscono» è il monito di questa donna impavida che confessa di essersi sentita piccola e impotente davanti alle parole spavalde della mafia. Dopo il terribile episodio, Angeli sceglie però di non demordere e non si arrende. Continua la sua inchiesta per dimostrare la collusione di commercianti, imprenditori, politici, poliziotti. Un sistema che viene riconosciuto anche dalla magistratura. Gli arresti poi le daranno ragione.
È però una notte a segnare la sua vita. Il 16 luglio del 2013. Nel giro di sei ore Federica Angeli si trova sotto scorta. Angeli è già a letto quando sente una ragazza urlare. Si sporge dal suo balcone e assiste a uno scontro a fuoco tra il clan Spada e il clan Triassi. Non è l’unica a essere svegliata dai colpi di pistola. Tante persone si sono affacciate alle finestre, ma uno dei boss presente alla sparatoria intima a tutti di rientrare dentro casa e la gente obbedisce. Federica Angeli diventa così l’unica testimone oculare del tentato omicidio a cui ha appena assistito. Si veste per andare in commissariato, ha riconosciuto i mafiosi. «Ho pensato a quelle pallottole vaganti e ai miei figli. Lo dovevo fare anche per loro». Squarcia così l’omertà. Va a fare i riconoscimenti fotografici. «Non ero certa di vincere questa battaglia. Ma almeno non ero come loro. Ho scelto di non essere come loro».
Federica viene privata della sua libertà. Minacciata di morte continuamente. Trova gli uomini del clan al bar mentre prende il caffè con le amiche, occhi che la fissano per farle capire “Ti trovo quando voglio”, il messaggio esplicito. La paura diventa inquilina quotidiana di vita che cerca di prosciugare le energie. Bisogna stare continuamente all’erta, captare ogni segnale, anche se la scorta la protegge e la segue ovunque. «Ai bambini ho detto che la mamma aveva pubblicato un bellissimo articolo ed era stata premiata con degli autisti». Essere sotto scorta significa però niente più giornalismo d’inchiesta. Una rinuncia pesantissima per lei che vive di una vocazione che è ragione di vita. Di notte le urlano “infame” sotto la sua finestra. Federica prende spunto dal film “La Vita è bella” di Roberto Benigni per cercare di spiegare ai suoi piccoli quello che sta succedendo. «Dicevo loro che più i nostri nemici urlavano, più significava che avevano paura di noi». Arriva anche la benzina sotto la porta di casa e Angeli inventa il gioco dell’ “acchiappaliquido”. «Ho fatto correre i bambini in salotto, chi si bagnava i piedi perdeva perché potevano arrivare le fiamme. Abbiamo vinto, la casa non è andata a fuoco. Mantenere il sorriso e il sangue freddo in queste situazioni è complicato» ammette.
I sacrifici, le privazioni, le rinunce, il dolore vengono ripagate dagli arresti e da quel 416 bis, il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso per cui vengono arrestati gli Spada. «Non ho vinto io – precisa – ma il giornalismo».
All’incontro organizzato a Perugia, intitolato “Giornalisti in prima linea e cronisti sotto scorta” insieme a Federica parlano Silvio Aparo, direttore del magazine VoxPublica e Nello Trocchia, giornalista d’inchiesta del Fatto Quotidiano che ha da poco ricevuto per la sua indagine sull’università telematica Pegaso una querela bavaglio, una richiesta di risarcimento danni pari a 39 milioni di euro. Assente all’incontro, Paolo Borrometi, presidente di Articolo 21, collaboratore dell’agenzia Agi e direttore del giornale La Spia, fortemente provato dallo sventato attentato organizzato da Cosa Nostra per ucciderlo.
La solidarietà non basta più. I cronisti in prima linea vengono attaccati, diffamati, messi a tacere. Non possono essere lasciati soli.
In Italia dal 2006 ad oggi, oltre 3600 giornalisti sono stati minacciati. Secondo i dati dell’Osservatorio Ossigeno per l’Informazione, aggiornati al 31 marzo, nel 2018 sono stati 76 i giornalisti e le giornaliste che hanno ricevuto minacce a cui si aggiungono altri 19 cronisti e croniste le cui vicende, relative ad anni precedenti, sono emerse solo ora. Una ventina sono quelli che vivono sotto scorta.
Federica Angeli ha ricevuto quel proiettile, un brutale avvertimento per metterla a tacere. Lei, unica testimone di una notte che le ha portato via la sua libertà, andrà in tribunale. A testa alta. “Non sono invincibili” diceva Giovanni Falcone. Non vincono sempre loro. La mafia ha un inizio e deve avere anche una fine. Perché è la mafia che deve avere paura, è la mafia che verrà sconfitta.

Amiamo la guerra di Giovanni Papini 1 ottobre 1914 [fonte 4]
Finalmente è arrivato il giorno dell’ira dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la decima dell’anime1 per la ripulitura della terra.
Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne. Ci voleva una bella innaffiatura di sangue per l’arsura dell’agosto; e una rossa svinatura per le vendemmie di settembre; e una muraglia di svampate per i freschi di settembre.
E’ finita la siesta della vigliaccheria, della diplomazia, dell’ipocrisia e della pacioseria. I fratelli sono sempre buoni ad ammazzare i fratelli! i civili son pronti a tornar selvaggi, gli uomini non rinnegano le madri belve.
Non si contentano più dell’omicidio al minuto.
Siamo troppi. La guerra è una operazione malthusiana.2 C’è un di troppo di qua e un di troppo di là che si premono. La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto perché si respiri meglio. Lascia meno bocche intorno alla stessa tavola. E leva di torno un’infinità di uomini che vivevano perché erano nati; che mangiavano per vivere, che lavoravano per mangiare e maledicevano il lavoro senza il coraggio di rifiutar la vita.
Fra le tante migliaia di carogne abbracciate nella morte e non più diverse che nel colore dei panni, quanti saranno, non dico da piangere, ma da rammentare? Ci metterei la testa che non arrivano ai diti delle mani e dei piedi messi insieme. E codesta perdita, se non fosse anche un guadagno per la memoria, sarebbe a mille doppi compensata dalle tante centinaia di migliaia di antipatici, farabutti, idioti, odiosi, sfruttatori, disutili, bestioni e disgraziati che si son levati dal mondo in maniera spiccia, nobile, eroica e forse, per chi resta, vantaggiosa.
Non si rinfaccino. a uso di perorazione, le lacrime delle mamme. A cosa possono servire le madri, dopo una certa età, se non a piangere.
E quando furono ingravidate non piansero: bisogna pagare anche il piacere.
E chissà che qualcuna di quelle madri lacrimose non abbia maltrattato e maledetto il figliolo prima che i manifesti lo chiamassero al campo. Lasciamole piangere: dopo aver pianto si sta meglio.
Chi odia l’umanità – e come si può non odiarla anche compiangendola? – si trova in questi tempi nel suo centro di felicità. La guerra, colla sua ferocia, nello stesso tempo giustifica l’odio e lo consola. “Avevo ragione di non stimare gli uomini, e perciò son contento che ne spariscano parecchi”. La guerra, infine, giova all’agricoltura e alla modernità. I campi di battaglia rendono, per molti anni, assai più di prima senz’altra spesa di concio. Che bei cavoli mangeranno i francesi dove s’ammucchiarono i fanti tedeschi e che grasse patate si caveranno in Galizia quest’altro anno!
E il fuoco degli scorridori e il dirutarnento dei mortai fanno piazza pulita fra le vecchie case e le vecchie cose. Quei villaggi sudici che i soldatacci incendiarono saranno rifatti più belli e più igienici. E rimarranno anche troppe cattedrali gotiche e troppe chiese e troppe biblioteche e troppi castelli per gli abbrutimenti e i rapimenti e i rompimenti dei viaggiatori e dei professori. Dopo il passo dei barbari nasce un’arte nuova fra le rovine e ogni guerra di sterminio mette capo a una moda diversa. Ci sarà sempre da fare per tutti se la voglia di creare verrà, come sempre, eccitata e ringagliardita dalla distruzione.
Amiamo la guerra ed assaporiamola da buongustai finché dura. La guerra è spaventosa – e appunto perché spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi.
1la decima dell’anime:: un cospicuo tributo di vite umane.
2 un’operazione malthusiana: l’economista inglese Thomas Roben Malthus (1766-1834) sostenne la necessità di una limitazione delle nascite per risolvere la contraddizione tra incremento delle nascite e inadeguatezza delle risorse e dei mezzi di sussistenza.

[fonte 1] La Repubblica
https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2018/04/16/news/ostia_le_minacce_in_aula_alla_cronista_giornalaia_pensa_alla_famiglia_-194062699/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P8-S1.8-T1

[fonte 2] Articoli che illustrano la vicenda di Federica Angeli http://www.repubblica.it/protagonisti/federica_angeli

[fonte 3] Il sole 24 ore

Federica Angeli e il coraggio di combattere la mafia

[fonte 4] Dall’articolo di Giovanni Papini 1 ottobre 1914 _ Lacerba
http://www.pavonerisorse.it/storia900/tests/papini.htm

http://en.fondazionefeltrinelli.it/dm_0/FF/FeltrinelliPubblicazioni/allegati/Papini/files/assets/basic-html/page6.html

Nota: Qui è possibile leggere il testo con la documentazione originale ma l’operazione è complessa quindi l’ho pubblicato da una fonte che me ne ha concesso il trasferimento

Nota: Non sono capace di inserire parole alle illustrazioni.
Gli autori nell’ordine: Scalarini, Bruegel il vecchio, Munch e ancora Scalarini.

17 Aprile 2018Permalink

13 aprile 2018 – Il card Ravasi concede una intervista a Vogue e io gli scrivo

La giornalista Marina Valensise ha intervistato il cardinal Ravasi.
(Vogue Italia, aprile 2018, n.812, pag. 50).
Il card. Ravasi è Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.

Marina Valensise apre l’intervista:
«Dio fece all’uomo e alla sua donna tuniche di pelle e li vestì»: moda e religione cattolica sembrano mondi lontanissimi, specie negli anni di Papa Francesco. Eppure, spiega Monsignor Ravasi (e una mostra a New York), sono molti i fili che li legano. A partire dalla Bibbia.
Dall’eleganza di papa Ratzinger, che restaurò il camauro e la mozzetta, e che per le scarpine di vitello rosso, simbolo della passione di Cristo, scelse un famoso artigiano di Verona. Alla semplicità francescana di papa Bergoglio, sotto il cui papato Santa Romana Chiesa abbandona ogni sfarzo per mettersi all’unisono con l’umanità contemporanea e servirla meglio. In un mondo dove la produzione di ricchezza sembra fuori controllo, e la sua ripartizione mai così iniqua, niente più della moda parrebbe lontano dalla Chiesa di papa Francesco. Eppure, l’incontro tra due mondi tanto lontani può rivelarsi sorprendentemente fecondo: lo testimonia la mostra “Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination”, al Metropolitan Museum di New York (dal 10 maggio all’8 ottobre); e lo spiega a Vogue Italia il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della cultura.

Eminenza, non è paradossale combinare insieme il messaggio cristiano e il mondo del lusso?
Non tanto, se pensiamo che l’uomo non è ciò che mangia, come diceva il filosofo e matematico materialista Ludwig Feuerbach nel XIX secolo, ma anche ciò che veste. Nel libro della Genesi, cap. III, v.20, del resto, Dio entra in scena non solo come creatore, ma come sarto: «Il signore Dio fece all’uomo e alla sua donna tuniche di pelle e li vestì». E nel vestire, oltre all’aspetto materiale, c’è un aspetto morale, poiché il vestito ha lo scopo di difendere, celare e tutelare il mistero della sessualità e della vita, e c’è un aspetto metaforico, che io stesso testimonio indossando la porpora cardinalizia, poiché la veste rinvia all’investitura, e cioè alla funzione sociale di chi la porta, e alla rappresentazione simbolica che ne consegue.

Vuol dire che il lusso è parte integrante della Chiesa cattolica e della storia della Chiesa di Roma?
I paramenti ecclesiastici sono un ornamento, tipico della celebrazione di un rito, che rinvia alla liturgia. Basta visitare i musei diocesani sparsi in tutta Europa per constatare che sono colmi di oggetti sacri legati al culto ecclesiastico. Io sotto la veste cardinalizia indosso un abito laico. Nei primi secoli del Cristianesimo si celebrava in abiti normali. L’unico non ammesso era quello militare, su cui San Paolo costruirà la sua famosa metafora «Rivestitevi dell’armatura di Dio per resistere alle insidie del diavolo» (Lettera agli Efesini, cap. 6, ndr). L’abito liturgico è così ricco e sontuoso perché rappresenta la dimensione trascendente del mistero religioso, e cerca di ornare ciò che è divino con qualcosa di splendido e meraviglioso. In questo senso, la mostra al Metropolitan è espressione sociale della vita di un popolo e di una comunità. È esperienza culturale e al tempo stesso sacrale e religiosa.

Da alto prelato della Chiesa cattolica, lei davvero non vede incompatibilità tra l’alta moda e il messaggio del Vangelo?
Insisto, anche i paramenti più semplici possono testimoniare di un eccesso di lusso, della futilità e dell’inutilità proprie del lusso. Ma come nei paramenti ecclesiastici appare la sacralità della funzione liturgica, così negli abiti di lusso dell’alta moda appare una funzione simbolica che trascende la mera funzione del coprirsi.

Non crede che sia dissacrante adottare immagini votive come avviene in alcuni marchi dell’alta moda?
La Chiesa non dovrebbe tutelare il suo repertorio di immagini sacre? Il desiderio di dissacrare è innato nell’animo umano. È un istinto infantile, appare nel bimbo che esagera i suoi comportamenti con gesti proibiti. Nella dissacrazione di molti artisti contemporanei c’è però un aspetto positivo: si dissacra solo ciò che conta, solo ciò che è importante.

Chi se la prende più, oggi, con i simboli dell’imperatore romano?
Nessuno. Mentre la simbologia religiosa è quella che incide di più. Tempo fa, andai a Monaco e visitai i musei della Baviera. Vidi la mostra di un fotografo tedesco, una sequenza di foto impressionanti di uffici pubblici, aule scolastiche e altri luoghi dove, a dispetto della secolarizzazione imperante, erano stati mantenuti i crocefissi…

E che ne dice di un artista come Cattelan che rappresenta papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite?
Il senso è identico: non mi batto per cancellare un simbolismo, ma per attingere a un altro. Colpire una figura sacrale è certamente molto più incisivo. Ma al di là della forma un po’ provocatoria, resta il fatto che si riconosce valore al simbolo religioso. Oggi, i linguaggi simbolici più importanti continuano a essere quelli artistico-religiosi. E l’innamoramento resta un canale di conoscenza che ha tra le persone un’affermazione maggiore dei linguaggi tecnico-scientifici. Dare valore ai linguaggi religiosi, dunque, è l’espressione più profonda e segreta della persona umana. Se la scienza rappresenta la scena del mondo contemporaneo, l’umano cerca sempre qualcos’altro.

Cosa risponderebbe agli integralisti che considerano incomprensibile, addirittura diabolico, il connubio tra spiritualità cattolica e materialismo del mondo del lusso?
San Paolo, nella Prima lettera ai Tessalonicesi, capitolo V, diceva di verificare tutto e conservare ciò che è bello. “Kalon” in greco voleva dire bello e buono. La moda è una forma di comunicazione molto rilevante della cultura contemporanea. Una donna, vestendosi, ricorre a certi canoni. Ma anche una persona povera lo fa, cercando di vagliare vari aspetti. Certamente, il mondo del lusso è fuori dalla Chiesa. Ma noi abbiamo la missione anche di entrare in un mondo che rappresenta a volte in modo evidente alcune malattie del nostro tempo: l’esteriorità, la banalità, la superficialità. Ora se l’indifferenza e la superficialità ne sono la componente dominante, è anche vero che secondo il messaggio cristiano è indispensabile entrare anche nel mondo del lusso, come in qualsiasi altro mondo dove c’è il male.

Cosa l’ha spinta a farlo con la mostra americana?
Un antico desiderio. In passato, quando ero a capo della Biblioteca Ambrosiana a Milano, ebbi spesso la stessa richiesta dal mondo della moda, che però non riuscì ad aver seguito. In quel mondo, dicevano, c’erano pur sempre persone che avevano bisogno di sentire un’altra voce. I modelli, costretti a una vita ascetica, spesso brutale, hanno un desiderio di bellezza, esprimono una ricerca di bellezza che guarda altrove. D’altra parte, chi oggi entra in una Pinacoteca senza conoscere alcunché della Bibbia non riesce a capire l’80 per cento di quello che sta guardando. È proprio per questo motivo, e cioè per dialogare con il mondo della bellezza – che fu per secoli la nostra prerogativa, anche se la grammatica di oggi è diversa, a causa del divorzio tra la Chiesa e il mondo contemporaneo –, che a Venezia abbiamo inaugurato il padiglione Vaticano alla Biennale di architettura.

Lei dunque crede in un incontro necessario tra il mondo della fede e quello della bellezza?
Sì, perché fede e bellezza, per loro natura, non rappresentano il visibile, ma l’invisibile nel visibile, come diceva Paul Klee. Dialogo, inoltre, vuol dire incontro tra due “logoi”, e cioè due ragioni, due discorsi seri, ma nella radice del termine c’è anche “dia” che vuol dire entrare in profondità. Alla luce dell’esperienza del Cortile dei Gentili, il forum con i rappresentanti del mondo laico che da anni organizziamo in Vaticano, posso dire di aver sempre trovato un grande interesse ai nostri temi da parte del mondo estraneo alla Chiesa.

È la sua risposta a una nuova evangelizzazione?
Alla base di ogni persona umana c’è quello che Platone mise in bocca al suo maestro Socrate prima di morire: una vita senza ricerca non merita di essere vissuta. Quelli che operano nel settore del lusso e dell’alta moda hanno tutto del mondo, stanno bene, sono ricchi, appagati, ma alla fine c’è in loro una domanda sul senso della vita, sulla morte, sull’amore, sul dolore e sono convinti che la risposta stia altrove. Anche nelle persone più superficiali, in balia della generale avidità, oggi non troviamo più gli atei militanti di un tempo, gli oppositori della religione, gli anticristiani come Friedrich Nietzsche. Che Dio esista o non esista non è un male in sé, ma è diventato ormai una virtù soggettiva ed etica. In questa luce, è significativo sentire un discorso diverso. E io ogni volta mi stupisco di quanto colpiscano i temi legati al Vangelo, di quanta forza conservi ancora il messaggio cristiano in un mondo secolarizzato come il nostro conte

La mia risposta                                                                 Udine 11 aprile 2018

Eminenza Reverendissima,
durante una delle mie non infrequenti incursioni nel sito Alzo gli occhi verso il cielo, prezioso contenitore organizzato di molto materiale interessante, ho trovato la Sua intervista, condotta dalla giornalista Marina Valensise con grande professionalità, intervista originariamente pubblicata sulla rivista Vogue Italia, dove pure è accessibile.
Quindi non me ne voglia se a pubblica stimolazione propongo la mia pubblica risposta (preceduta da questa che spero La raggiunga sia in rete che con la vecchia posta cartacea).
Lei, con questa intervista e con gli articoli sul domenicale de Il Sole 24 ore, si rapporta consapevolmente al mondo del mercato che, nel caso di Vogue, si propone esclusivo veicolo di immagini di bellezza.
Un tempo non se ne sarebbe saputo nulla. Oggi la rete consente di averne informazione.
Non c’è da parte mia alcuna intenzione di riesumare un distacco demonizzante da quel mondo, come avrei potuto trovare un tempo in un esponente di alto livello gerarchico della Chiesa cattolica; e ciò è bene.
Voglio però soffermarmi su un punto che cito dall’intervista: «nel vestire … c’è un aspetto metaforico, che io stesso testimonio indossando la porpora cardinalizia, poiché la veste rinvia all’investitura, e cioè alla funzione sociale di chi la porta, e alla rappresentazione simbolica che ne consegue». E, sollecitato dalla intervistatrice, Lei aggiunge: «I paramenti ecclesiastici sono un ornamento, tipico della celebrazione di un rito, che rinvia alla liturgia. … L’abito liturgico è così ricco e sontuoso perché rappresenta la dimensione trascendente del mistero religioso, e cerca di ornare ciò che è divino con qualcosa di splendido e meraviglioso».
Certo la bellezza può essere richiamo a quel momento ‘splendido e meraviglioso’.
Un’opera bella (o che ricerca bellezza) può essere presente nelle gallerie d’arte per la gioia e la contemplazione di milioni di persone, una musica può essere ascoltata in una sala stracolma senza desiderare di possederne lo spartito, un film può essere visto da milioni di persone.
Negli eventi che si snodano nella quotidiana liturgia della vita – e l’abito ne è parte ineludibile – l’elemento discriminante fra l’abito quotidiano e l’abito firmato, cui appartiene quella bellezza su cui lei riflette nell’intervista, è il denaro per cui c’è chi quell’abito può ammirare e possedere, e chi può solo ammirare.
Non sono così ingenua da immaginare una prevalente contemplazione disinteressata di un vestito.
E nello stesso tempo so che nella formazione del suo costo c’è il lavoro.
C’è il lavoro libero del creatore di un’opera d’arte e c’è il lavoro delle/gli esecutori. Questo, nel migliore dei casi, si svolge in una situazione organizzata in modo da rispettare le regole di una civiltà non estranea necessariamente al mercato ma non sempre tale da caratterizzarlo ma infine non posso permettermi neppure di ignorarne l’aspetto inquietante di estraneità a regole di civiltà.
Sappiamo che anche prodotti di grande marca, presentateci come nazionali, conoscono le dita di bambine e bambini dell’Asia, incollati a un tessuto che, diventando abito, assicura un guadagno ad altri, abbandonando loro a una stentata, indegna sopravvivenza. Ci sono bambini che – anche in America Latina – si sono fatti sindacalisti e alcuni sono rimasti vittime del loro coraggio.
E sappiamo anche (perché talvolta le notizia sfuggono al controllo censorio) di sfruttamento di chi lavora nel nostro territorio per produrre una bellezza che non si sottrae al commercio. Il lavoro nero, merce appetibile anche da organizzazioni criminali, è una piaga che si estende ovunque.
E non solo lavoro nero. Come valutiamo la situazione della modella che, per poter sfilare, è condannata alla taglia 40? Un abito indossato da una ragazza resa anoressica può essere valutato come ‘bello’, abbandonando all’indifferenza del silenzio la condizione di chi lo indossa?
Non legga come maligna la domanda che ora le pongo ma solo come solidale per chi è condannato a una attività spersonalizzante e peggio: le suore che nei conventi lavorano per costruire e mantenere la bellezza che giustamente l’affascina sono retribuite secondo le regole di un mercato corretto?
Eminenza, pur apprezzando il Suo competente interesse, svelatoci dall’intervista di Vogue, per una inconsueta riconosciuta forma di bellezza, non posso non essere colpita dalla mancanza di una parola di attenzione per chi quella bellezza contribuisce a produrre in condizioni che possono arrivare alla schiavitù.
Cordialmente
Augusta De Piero
PS: Naturalmente nella lettera inviata c’erano i dati che mi identificavano: indirizzo e telefono)

FONTI

Marina Valensise, Vogue Italia, aprile 2018, n.812, pag. 50

https://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.it/2018/04/l-intervista-al-cardinale-ravasi-su.html#more

http://www.vogue.it/news/vogue-arte/2018/04/09/intervista-al-cardinale-ravasi/

13 Aprile 2018Permalink

31 marzo 2018 – Rovistando nel mio blog

Rovistando nel mio blog ho trovato una notizia che avevo pubblicato nel 2004 e di cui riporto la parte che posso ancora documentare.
Penso in particolare agli ‘effetti collaterali’ che la guerra assicura alla disumanizzazione dove la protezione, che mi sembra garantire più i militari che i civili, non protegge però i primi dalla devastazione intellettuale ed etica che il dialogo che si può leggere e ascoltare dimostra.

Ecco la vecchia notizia del 2004.
Molto opportunamente quotidiani, radio e tv denunciano la scandalosa azione dei marines che in Afganistan orinano sui cadaveri dei talebani uccisi. Gira sul web, ampiamente ripreso e più volte trasmesso il video che riproduce lo scempio.
Domina le reazioni un contegno ipocrita da ‘prima volta’.
Non c’è bisogno di citare Abu Ghraib o Guantanamo: possiamo dar spazio alla memoria senza uscire di casa. Basta un computer.
Nel mese di agosto del 2004 si svolse a Nassiriya la battaglia dei ponti cui parteciparono anche militari italiani.
Si può ancora ritrovare un video
E’ intitolato ‘Nassiriya agosto 2004. Un giorno di guerra’ e dura più di dieci minuti.
Nella fase iniziale si vedono militari che –apparentemente in maniera piuttosto confusa – si appostano sul tetto di una casa.
Chissà se gli abitanti di quella casa erano fuggiti o erano stati ammazzati? Di questo non veniamo informati.
Le didascalie recitano che è in corso la ‘terza battaglia dei ponti’ e che ‘il nemico è dall’altra parte del fiume’, quindi non minaccia direttamente i militari accovacciati dietro un parapetto in muratura.
Trascriviamo alcune battute pronunciate in perfetto italiano:
‘Che spettacolo!’ ‘Ancora vivo quello’ (didascalia: avvistato il nemico ferito).
‘Guarda com’è bellino per terra!’ ‘Alza la testa’
‘Guarda come si muove il bastardo’
‘Luca annichiliscilo’. Uno sparo. Luca evidentemente ha eseguito con successo.

Anche allora qualcosa si seppe dai media la cui documentazione è in parte ancora accessibile.

Riporto due edizioni dello stesso video che si raggiungono con you tube e il link a un articolo de la.Repubblica.it che conferma quanto si ascolta e che anch’io ho trascritto nelle sue parti essenziali
https://www.youtube.com/watch?v=XmGcfG2ZIKg
https://www.youtube.com/watch?v=Eqfs5p4I99I
http://www.repubblica.it/2005/l/sezioni/esteri/iraq73/battnassi/battnassi.html

31 Marzo 2018Permalink

30 marzo 2018 – Qualche nota sulle elezioni di fine aprile.

Il 28 marzo la consigliera regionale del FVG Silvana Cremaschi proponeva un indovinello sulla sua pagina facebook. Eccolo qui:
«Sapete che in comune voterete con il sistema della doppia preferenza di genere (un uomo ed una donna) ed invece in regione no? ».
Ne seguivano numerose condivisioni e commenti (in cui la dr. Cremaschi interveniva in forma di dialogo avendo chiaramente presente anche il discrimine di sesso su cui insistevano altri commenti) finché un interlocutore non proponeva una battuta sintetica (o sbrigativa?) dal tono risolutivo. Eccola
«In politica si deve guardare solo alle capacità. E agire di conseguenza. Punto.»
Io privilegio il riferimento alla competenze (verificabili) che alle capacità (che pur se affermate restano un termine ambiguo) ma fermiamoci al punto.
Punto? Il punto, secondo l’Enciclopedia Treccani, è «il più forte tra i segni di punteggiatura. Indica una netta interruzione del discorso e si colloca a conclusione di una frase o un periodo».
Ne ‘Il portale della grammatica italiana’ l’argomento è ripreso con una precisazione interessante: «Il punto (o punto fermo) indica generalmente una pausa forte all’interno del discorso, alla fine di una frase di senso compiuto. Se dichiara un cambio di argomento, è seguito dall’a capo. La sua nettezza rende il discorso più frammentario, sincopato. I periodi diventano brevi e la sintassi semplice, condizioni necessarie, ad esempio, per non affaticare la vista del lettore nella scrittura sul web.» [Fonte 1]
Scusandomi per la mia irrispettosa trascuranza del ‘punto’, azzardo la mia risposta all’indovinello: «conosco la doppia modalità per cui in Friuli Venezia Giulia l’espressione del voto si svolge, nella stessa giornata, con due modalità diverse per cui si può esprimere la doppia preferenza di genere nella scheda riguardante le elezioni comunali ma non in quella riguardante la scheda delle elezioni regionali. Il che non è buona cosa in una situazione in cui la chiarezza dovrebbe essere massima nella semplicità (che non è semplificazione)».
L’indicazione della modalità della doppia preferenza di genere per le elezioni comunali si trova nella circolare regionale “oggetto: circolare 1/el elezioni comunali 2017 – Principali novità introdotte dalla legge regionale 5 dicembre 2013, n. 19. Gli articoli da 8 a 10 della legge regionale 19/201” [Fonte 2]
Poiché la circolare che ho citato non nomina la regione, nella scheda che ci verrà consegnata per votare non sarà possibile esprimere la preferenza di genere.       Qui considero solo gli aspetti formali della questione, non propongo soluzioni che possano far pensare, come qualcuno teme, alla ‘discriminazione inversa’ [Fonte 3]

Una deroga al punto
Lascio perdere la precarietà del buon senso, fondato sul pensiero che la tradizione automaticamente assicura e consente di esprimere, e faccio riferimento alla Costituzione.
Dice l’art. 3 (Ne riporto il testo dal sito del Senato che, fra parentesi quadra, indica gli articoli successivi ai singoli principi fondamentali della Costituzione – art. 1-12), consentendoci di trovare con tutta rapidità agli articoli conseguenti citati:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [cfr. artt. 29 c. 2, 37 c. 1, 48 c. 1, 51 c. 1], di razza, di lingua [cfr. art. 6], di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali.
E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Il termine ‘pari opportunità’ compare nell’art. 51 (Onore alla competenza delle madri e dei padri costituenti che ne riconobbero il significato nel 1946) [Fonte 4], nel quadro di quella sovranità che appartiene al popolo (quindi al contesto di realtà in cui tutte e tutti abbiamo responsabilità e il diritto ad esprimerci anche su questo piano, ‘nelle forme e nei limiti della Costituzione” – art. 1).

Una storia che è cominciata ma non è finita
Incrociamo allora la realizzazione della modalità della doppia preferenza di genere con le norme attente alle ‘pari opportunità’ (sia esplicitato il termine o meno) e facciamo mente locale alle leggi che riguardano le donne.
Ci possiamo servire di un ampio elenco
“Donne: date che ci riguardano, una cronologia di leggi dal 1902 ad oggi”
E’ un testo molto interessante di facile accesso [Fonte 5] che ci consente di considerare le varie norme che hanno dato significato ed efficacia ai principi affermati nella costituzione.
Per l’elenco lascio voce al sito che ho linkato in calce.
Non voglio però trascurare un aspetto di questa storia che ritengo dirimente.
Per constatare l‘abolizione del delitto d’onore’ e del matrimonio riparatore’ fu necessario aspettare molti anni finché non intervenne la “Legge 5 agosto 1981, N. 442. Abrogazione della rilevanza penale della causa d’onore e del matrimonio riparatore” [Fonte 6]
Quella legge abrogava l’Articolo 587 Codice penale ((R.D. 19 ottobre 1930, n.1398 – Omicidio e lesione personale a causa di onore).

Onore di chi?
Per capirlo bisogna leggerne il testo
Articolo abrogato dall’art. 1, della L. 5 agosto 1981, n. 442
«Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni.
Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona, che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.
Se il colpevole cagiona, nelle stesse circostanze, alle dette persone, una lesione personale, le pene stabilite negli articoli 582 e 583 sono ridotte a un terzo; se dalla lesione personale deriva la morte, la pena è della reclusione da due a cinque anni.
Non è punibile chi, nelle stesse circostanze, commette contro le dette persone»
La donna – in questa norma e soprattutto nella cultura che ne era fondamento – non è persona ma oggetto (moglie, figlia, sorella) da sventolare puro ed illibato per l’onore della famiglia, del territorio, del sesso femminile in genere la cui prima virtù doveva essere la ‘modestia’ .
In sostanza la donna si manifesta come contenitore dell’onore altrui.
Attenzione: l’articolo di legge in vigore fino al 1981 tratta della violenza agita dal ‘vendicatore’ non di quella subita dalla donna (si usa infatti il termine ‘relazione illegittima’ su cui si fonda la volgarità dell’espressione ancora in uso ‘lei ci stava’, per i raffinati ‘vis grata puellae’, meno in uso).
Per maggior precisazione fu necessario attendere la legge sulla violenza sessuale (1996) [Fonte 7]
Quando la si cita non bisogna mai dimenticare Franca Viola che aprì coraggiosamente la strada – lunga e tutt’altro che piana – a questa norma, rifiutando il ‘matrimonio riparatore’ nel 1965.
Me ne sono interessata più volte nel mio blog. Il primo articolo è datato 2 febbraio 2011 [Fonte 8].
Se la donna è riconosciuta a pieno titolo persona nel 1996 sarebbe un azzardo imprudente pensare che le scelte costruite nel corso di cinquant’anni non fossero inficiate dalla lacuna concettuale che l’assenza del riconoscimento della pregnanza del termine ‘persona’ comporta.
E pensare oggi a una specie di rivolgimento culturale totale sarebbe ingenuo (e l’ingenuità negli adulti è una colpa) perché la radice del pregiudizio non è spenta. Ce lo dicono le cronache e l’esperienza ci testimonia quanto sia importate una voce di donne nelle istituzioni.
Punto, nel rispetto della grammatica ad indicare la fine dello scritto di oggi, non come pugno su un tavolo ad affermazione di uno slogan autoritario ma non autorevole.

FONTI

Fonte 1: http://www.grammatica-italiana.it/punto-fermo.html

Fonte 2: http://autonomielocali.regione.fvg.it/aall/export/sites/default/AALL/Elezioni/elezioni2017/allegati/circolari/01_Novitx_LR_19_13.pdf

Fonte 3. Più nota con il termine inglese ‘reverse discrimination’ di cui non ho trovato una convincente definizione italiana. Riporto quindi quella inglese: “the act of giving advantage to those groups in society that are often treated unfairly, usually because of their race, sex, or sexuality”
https://dictionary.cambridge.org/it/dizionario/inglese/reverse-discrimination

Fonte 4. Le pari opportunità sono un principio giuridico inteso come l’assenza di ostacoli alla partecipazione economica, politica e sociale di un qualsiasi individuo per ragioni connesse al genere, religione e convinzioni personali, razza e origine etnica, disabilità, età, orientamento sessuale o politico.
Ricordo che le ‘pari opportunità vengono chiamate anche ‘azioni positive’

[Fonte 5] www.uilsgk.it/79/public/pariopportunita/leggi_donne_dal_1900_-_versione_15_marzo_2011.pdf

[Fonte 6] Legge 5 agosto 1981, N. 442. Abrogazione della rilevanza penale della causa d’onore e del matrimonio riparatore
https://www.brocardi.it/codice-penale/libro-secondo/titolo-xii/capo-i/art587.html

[Fonte 7] Legge 15 febbraio 1996 n. 66. Norme contro la violenza sessuale.
https://www.studiocataldi.it/articoli/19475-il-reato-di-violenza-sessuale.asp
Copio: Il reato di violenza sessuale rientra tra i delitti contro la libertà sessuale, a loro volta ricompresi nella più ampia categoria dei delitti contro la libertà individuale.
L’attuale disciplina si è radicata nel nostro ordinamento a seguito delle modifiche al codice penale introdotte dalla legge numero 66 del 15 febbraio 1996. Prima dell’intervento di questa legge i delitti sessuali erano collocati tra i reati contro la moralità pubblica e il buon costume.
La modifica della collocazione è chiara dimostrazione della nuova concezione della sessualità come diritto della persona umana, disponibile solo da parte del titolare e non più collegata ad una valutazione moralistica.

[Fonte 8] https://diariealtro.it/?p=650

30 Marzo 2018Permalink

29 marzo 2018 – Malala torna in Pakistan

Malala ritorna nella sua patria: visita blindata in Pakistan a sei anni dall’attentato.
L’attivista per i diritti delle donne, premio Nobel per la pace nel 2014, fu portata via in coma dopo gli spari dei talebani e sognava di rivedere la sua terra: è arrivata in segreto
  Malala Yousafzai, vincitrice del premio Nobel per la pace e attivista per i diritti delle donne, è tornata nella sua terra natale, il Pakistan, per la prima volta da quando è sfuggita a un attentato nel 2012. I dettagli del suo viaggio sono stati “tenuti segreti a causa della natura sensibile di questa visita”, ha detto un funzionario del governo, mentre il suo sbarco all’aeroporto internazionale di Islamabad è stato blindato dalla polizia, secondo le foto mostrate in televisione.
Malala, che ha 20 anni ed è arrivata accompagnata dai suoi genitori, dovrebbe incontrare il primo ministro Shahid Khaqan Abbasi e fermarsi nel Paese per quattro giorni. A tentare di ucciderla 6 anni fa furono i talebani pakistani. L’agguato scattò mentre lei tornava da scuola: non le perdonavano la sua campagna per l’educazione delle ragazze. Una sfida che Manala aveva lanciato nel 2007, quando i talebani hanno imposto la loro legge sanguinosa nella sua Swat Valley (nel nord-ovest del paese), regione che in passato era stata pacifica meta turistica ai piedi dell’Himalaya. Figlia di un preside e di una madre analfabeta, a 11 Malala stava alimentando un blog sul sito web della Bbc in urdu, la lingua nazionale del Pakistan. Sotto lo pseudonimo di Gul Makai, descrisse il clima di paura nella sua valle. Il nome di questa ragazza coraggiosa, amante dei libri e della conoscenza, cominciò allora a circolare a Swat, poi nel resto del Paese e la fama la portò a vincere un premio nazionale per la pace. Finché il 9 ottobre 2012, i jihadisti del Ttp hanno fatto irruzione nello scuolabus di Malala all’uscita dalle lezioni. Un attentatore ha chiesto chi era Malala prima di spararle in testa. Gravemente ferita, la ragazza era stata trasferita d’urgenza in un ospedale di Birmingham, nel Regno Unito, dove aveva ripreso conoscenza alcuni giorni dopo.

In Inghilterra, dove vive dopo quell’attentato, è diventata la paladina del diritto all’istruzione femminile. Nel 2014 ha ricevuto il premio Nobel insieme all’indiano Kailash Satyarthi per il loro lavoro a sostegno del diritto all’istruzione per le ragazze. Ora studia economia, filosofia e scienze politiche all’Università di Birmingham.

In patria è ancora minacciata dai circoli islamici radicali contrari all’emancipazione delle donne. Ma la giovane attivista non ha rinunciato a vedere il suo paese nonostante le minacce. “Spero di poter un giorno tornare in Pakistan, è difficile non vedere la propria casa, la propria famiglia e gli amici per oltre cinque anni”, aveva detto a gennaio nel corso di una visita al World Economic Forum da Davos. Molti dei suoi compatrioti hanno accolto favorevolmente il suo ritorno su Twitter. “Benvenuta #MalalaYousafzai, la figlia coraggiosa e resistente del Pakistan, nel suo paese”, ha scritto il politico Syed Ali Raza Abidi.

http://www.repubblica.it/esteri/2018/03/29/news/malala_ritorna_nella_sua_patria_visita_blindata_in_pakistan_a_sei_anni_dall_attentato-192487267/?ref=RHPPBT-BH-I0-C4-P2-S1.4-T1

29 Marzo 2018Permalink

25 marzo 2018 – Il senatore Calderoli non è insindacabile

Volevo far sintesi sul problema delle Disposizioni in materia di cittadinanza (cd ius soli), con l’inizio della XVIII legislatura ormai inesistenti, ma do la precedenza alla vicenda processuale del sen Calderoli che si riapre in seguito all’intervento della Corte Costituzionale

Il fatto Nel 2013 il senatore Calderoli paragonò la ministra per l’integrazione Cécile Kyenge a un orango. Allora il senato lo ritenne insindacabile
A seguito della sentenza della Corte Costituzionale che, a proposito degli insulti pronunciati nel 2013 dal senatore, precisa non esistere “alcun nesso funzionale con l’esercizio dell’attività parlamentare”, gli atti torneranno a Bergamo per l’esercizio dell’azione penale.
Ora mi limito a riportare la notizia apparsa il 23 marzo sul sito dell’Ansa ma chi volesse saperne di più troverà una serie di link in calce. [fonte 1; fonte 2; fonte 3]

(ANSA) – ROMA, 23 MARZO – Non può godere dell’ “insindacabilità” concessagli dal Senato Roberto Calderoli, che nel 2013 insultò in un comizio l’allora ministro dell’ Integrazione Cecilia Kyenge, chiamandola “orango”.
Lo ha deciso la Corte Costituzionale accogliendo il ricorso del Tribunale di Bergamo che aveva sollevato il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti del Senato, in relazione alla deliberazione del 16 settembre 2015 con le quali l’Assemblea aveva affermato che le opinioni del senatore erano “espresse da un membro del Parlamento nell’esercizio delle sue funzioni” e, dunque, “insindacabili”.  Kyenge -le parole del senatore imputato di diffamazione- “sarebbe un ottimo ministro, ma dovrebbe esserlo in Congo non in Italia”; Calderoli aveva poi attribuito, “sembianze di orango” alla ministra, tali da lasciarlo “sconvolto” nel vederla comparire sul sito internet del Governo.
Le opinioni espresse da Calderoli, rileva la Consulta, non hanno “alcun nesso funzionale con l’esercizio dell’attività parlamentare”.

[fonte 1] articoli di quotidiani sulla vicenda Calderoli-Kyenge
http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2018/03/23/insulto-kyengecalderoli-e-sindacabile_3c886a6d-71a6-4271-b636-8039fde0679b.html

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/03/23/defini-orango-la-ministra-cecile-kyenge-per-la-consulta-calderoli-non-puo-godere-dellinsindacabilita-sugli-insulti/4246700/

http://www.repubblica.it/politica/2018/03/23/news/calderoli_kyenge_consulta_senato_non_insindacabile-192047973/

www.ilgiornale.it/news/cronache/kyenge-orango-consulta-annulla-linsindacabilit-roberto-1508484.html

http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/18_marzo_24/consulta-caso-kyenge-calderoli-si-puo-processare-6fa5d32a-2f42-11e8-8bb6-779994a184b2.shtml

[fonte 2 ] L’autobiografia dell’on. Kyenge http://www.cecilekyenge.it/chi-sono/

[fonte 3] Il curriculum e alcune gesta dell’on Calderoli
dr. Roberto Calderoli eletto senatore nella XVIII legislatura che si è aperta ieri, deputato nella XI XII XIII legislatura, senatore nella XIV XV XVI XVII legislatura
Ministro per la semplificazione normativa dal 2008 al 2011 e, per chi volesse saperne di più,
http://temi.repubblica.it/micromega-online/calderoli-roberto-lega-nord-ministro-per-la-semplificazione

25 Marzo 2018Permalink

24 marzo 2018 – La sinistra se n’è andata da sé

da Il Manifesto 10 marzo
«L’animo nostro informe». Un’Italia irriconoscibile. La sinistra del 2018 non è stata messa sotto da nessuno. Gli elettori si sono limitati a sfilarle accanto per andare altrove. Come si lascia una casa in rovina
di Marco Revelli

L’Italia del day after non ce la dicono i numeri, le tabelle dei voti. Ce la dicono le mappe, ce la dicono i colori. Ed è un’Italia irriconoscibile, quasi tutta blu nel centro nord, tutta gialla nel centro sud. Verrebbe da dire: l’Italia di Visegrad e l’Italia di Masaniello.
L’Italia di sopra allineata con l’Europa del margine orientale, l’Europa avara che contesta l’eccesso di accoglienza e coltiva il timore di tornare indietro difendendo col coltello tra i denti le proprie piccole cose di pessimo gusto: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, passando per il corridoio austriaco…
L’Italia di sotto piegata nel suo malessere da abbandono mediterraneo, nella consapevolezza disperante del fallimento di tutte le proprie classi dirigenti, e in tumultuoso movimento processionale nella speranza di un intervento provvidenziale (un novum, qualcuno che al potere non c’è finora stato mai) che la salvi dall’inferno.
L’una attirata dal flauto magico della flat tax, l’altra da quello del reddito di cittadinanza.
In mezzo il nulla, o quasi: una sottile fascia, slabbrata, colorata di rosso nei territori in cui era radicato il nucleo forte dell’insediamento elettorale della sinistra, e che ora appare in progressiva disgregazione, con i margini che già cambiano.
Bisognerà ben dircelo una buona volta fuori dai denti, se non altro per mantenere il rispetto intellettuale di noi stessi: in questa nuova Italia bicolore la sinistra non c’è più. Non ha più spazio come presenza popolare, come corpo sociale culturalmente connotato, neppure come linguaggio e modo di sentire comune e collettivo. Persino come parola. La sua identità politica, un tempo tendenzialmente egemonica, non ha più corso legale. L’acqua in cui eravamo abituati a nuotare da sempre è defluita lontano – molto lontano – e noi ce ne stiamo qui, abbandonati sulla sabbia come ossi di seppia. Disseccati e spogli.

NON È UNA «SCONFITTA storica», come quella del ’48 quando il Fronte popolare fu messo sotto dalla Dc atlantista e degasperiana, ma non uscì di scena. È piuttosto un «esodo». Allora il giorno dopo, come dice Luciana Castellina, si poté ritornare al lavoro e alla lotta, perché quell’esercito era stato battuto in battaglia ma c’era, aveva un corpo, messo in minoranza ma consistente, e nelle fabbriche gli operai comunisti ritornavano a tessere la propria tela come pesci nell’acqua, appunto.
Oggi no: la sinistra del 2018 (se ha ancora un senso chiamarla così) non è stata messa sotto da nessuno. Non è stata selezionata come avversario da battere da nessuno degli altri contendenti. Se n’è andata da sé. O quantomeno si è messa di lato. Gli elettori si sono limitati a sfilarle accanto per andare altrove. Come si lascia una casa in rovina. Ha ragione Roberto Saviano quando dice che i blu e i gialli hanno potuto occupare tutto lo spazio perché dall’altra parte non c’era più nulla. Da questo punto di vista questo esito elettorale almeno un merito ce l’ha: ci mette di fronte a un dato di verità. E a un paio di constatazioni scomode: che l’«onda nera» non era affatto illusoria, è stata veicolata al nord da Salvini, ed è stata neutralizzata al sud dai 5Stelle (come fece a suo tempo la Dc).

D’ALTRA PARTE un tratto di verità ci viene consegnato anche dalla catastrofica esperienza del quadriennio renziano. L’opera devastante di «Mister Catastrofe», come felicemente lo chiama Asor Rosa, costituisce un ottimo experimentum crucis. Utilissimo – a volerlo utilizzare per quello che è: una sorta di vivisezione senza anestesia – per indagare che cosa sia diventato il Pd a dieci anni dalla sua nascita, ma anche cosa rimanga delle sue identità pregresse, delle culture politiche che plasmarono il suo background novecentesco, dell’antropologia dei suoi quadri e dei suoi membri, del suo radicamento sociale, del grado di tenuta o viceversa di evaporazione dei riferimenti nel set di tradizioni che definiscono ogni comunità. Matteo Renzi, nella sua breve ma tumultuosa (quasi isterica) esperienza da leader nazionale ha stressato il proprio partito in ogni sua fibra, ne ha rovesciato (e irriso) tutti i valori, ha umiliato persone e idee che di quella tradizione avessero anche una minima traccia, ha rovesciato di 180 gradi l’asse dei riferimenti sociali (gli operai di Mirafiori sostituiti da Marchionne), ha provocato a colpi di fiducia l’approvazione di leggi impopolari e antipopolari, ha rieducato alla retorica e alla menzogna una comunità che aveva fatto del rigore intellettuale un mito se non una pratica effettiva, ha cancellato ogni traccia di «diversità berlingueriana» dando voce al desiderio smodato di «essere come tutti», di coltivare affari e cerchi magici, erigendo a modelli antropologici i De Luca delle fritture di pesce e i padri etruschi dei crediti facili agli amici… Ora, con tutto questo, ci si sarebbe potuto aspettare che, se di quella tradizione fosse rimasto qualcosa, se un qualche corpo collettivo di «sinistra storica» fosse rimasto dentro quelle mura, si sarebbe fatto sentire (“se non ora, quando”, appunto). Tanto più dopo il compimento del gran passo – del rito sacrificale – della scissione. Un esodo di massa, al seguito del quadro dirigente che avevano seguito fino al 2013.

INVECE NIENTE: fuori da quelle mura è uscito un fiume di disgustati, ma è filtrato appena un esile rivolo, una minuscola «base» al seguito di un pletorico gruppo dirigente. Il 3 e rotti percento di Liberi ed Eguali misura le dimensioni di uno spazio residuale. Non annuncia – e lo dico con rammarico e rispetto per chi ci ha creduto – nessun nuovo inizio, ma piuttosto un’estenuazione e tendenzialmente una fine. Dice che non c’è resilienza, in quello che fu nel passato il veicolo delle speranze popolari. Né l’esperienza pur generosa (per lo meno nella sua componente giovanile) di Potere al popolo – purtroppo sfregiata dal pessimo spettacolo in diretta la sera dei risultati con i festeggiamenti mentre si compiva una tragedia politica nazionale -, può tracciare un possibile percorso alternativo: il suo risultato frazionale, sotto la soglia minima di visibilità, ci dice che neppure l’uso di un linguaggio mimetico con quello «populista» aiuta a superare l’abissale deficit di credibilità di tutto ciò che appare riesumare miti, riti, bandiere travolte, a torto o a ragione, dal maelstrom che ci trascina.

SI DISCUTERÀ A LUNGO degli errori compiuti, che pure ci sono stati: delle candidature sbagliate (come si fa a scegliere come frontman il presidente del Senato in un’Italia che odia tutto ciò che è istituzionale e puzza di ceto politico?). Delle modalità di costruzione della proposta politica, assemblata in modo meccanico. Della compromissioni di molti con un ciclo politico segnato da scelte impopolari. Tutto vero. Ma non basta. La caduta della sinistra italiana tutta intera s’inquadra in un ciclo generale che vedo la tendenziale e apparentemente irreversibile dissoluzione delle famiglie del socialismo europeo, e con esse l’uscita di scena della categoria stessa di “centro-sinistra”, inutilizzabile per anacronismo.

PER QUESTO NON BASTA fare. Occorre pensare e ripensare. Guardare le cose per come sono e non per come vorremmo che fossero. Misurare i nostri fallimenti. Costruire strumenti di analisi più adeguati. Perché questo mondo che non riconosciamo, non ci riconosce più… Come il Montale del 1925 (millenovecentoventicinque!) mi sentirei di dire: «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato | l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco | lo dichiari e risplenda come un croco | perduto in mezzo a un polveroso prato», per concludere, appunto, con il poeta, che questo solo sappiamo «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo»

https://ilmanifesto.it/la-sinistra-se-ne-andata-da-se

24 Marzo 2018Permalink

14 marzo 2018 – Per non perdere gli articoli di Michela Marzano, ricopio

12 Marzo 2018 La parità uomo-donna e il tradimento della sinistra di MICHELA MARZANO

La parità uomo-donna è ancora molto lontana in Italia, e la politica non aiuta nemmeno quando ci si proclama di sinistra, anzi. Nonostante il nuovo Parlamento sia il più “rosa” della storia repubblicana con il 34% di deputate e senatrici, ci sono più donne elette nel M5S e in Fi di quante non ce ne siano nel Pd o in Leu, facendo sorgere il sospetto che il principio di uguaglianza piaccia molto quando si tratta di rivendicarlo, ma resti poi lettera morta quando si passa dalla teoria alla pratica.
Certo, la nuova legge elettorale prevedeva l’alternanza di genere. Ma è stato facile aggirare l’ostacolo con lo strattagemma delle pluricandidature femminili: mettendo le stesse donne capolista in più collegi , una volta avuti i risultati e scelto il collegio in cui farsi eleggere, sono stati tanti i posti che si sono liberati per i maschi. Per non parlare poi della situazione ai vertici del Pd: gli unici nomi che circolano in questi giorni per la segreteria sono solo maschili. E le donne? Mancano le competenze? Manca la voglia? Manca il desiderio? Niente affatto , se ci si pone dal punto di vista femminile. Che rimane però marginale, come se gli uomini non ce la facessero proprio a dare spazio alle donne, permettendo loro di esistere indipendentemente da loro. Come dimenticare le interminabili discussioni all’interno del Pd durante la scorsa legislatura quando si trattava di dare via libera alla legge sul doppio cognome? La obiezioni maggiori non venivano proprio dai “compagni” che pensavano ad ammettere che il “none del padre” non fosse per sé più degno, o simbolicamente più efficace di quello della madre? La sinistra ha ancora molta strada da fare. C’è bisogno di una maggiore consapevolezza da parte delle donne delle proprie capacità e competenze. C’è bisogno di più coraggio da parte di coloro che, prestandosi ai giochi di potere maschili, portano pregiudizio non solo a se stesse, ma anche a tutte le donne che dovrebbero essere da loro rappresentate. Ma c’è pure bisogno che gli uomini accettino di mettersi in discussione. Le donne non hanno bisogno di elemosina. Ce ne sono molte che hanno già mostrato di essere capaci (o incapaci) almeno quanto gli uomini. E poi, il problema dell’uguaglianza uomo-donna non sarà definitivamente risolto solo quando si vedrà «una donna incompetente occupare un posto di responsabilità», come disse un giorno provocatoriamente François Giroud, famosa in Francia per essere stata la prima donna a occupare il posto di Ministro delle pari opportunità negli anni Settanta?

https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2018/03/12/news/parita_donne_uomini-191121282/?ref=RHPPBT-BH-I0-C12-P4-S2.4-T1

Due altri articoli di Michela Marzano che ho particolarmente apprezzato e ricopiato

17 febbraio 2018 – Il 31 gennaio è entrata in vigore la legge 219
Il 15 febbraio ho pubblicato nel mio blog il testo della legge 2 dicembre 2017, n. 219 Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento.
Li stesso giorno ho trovato un articolo della filosofa Michela Marzano che ho ricopiato parola per parola per poterlo conservare.
https://diariealtro.it/?p=5547

23 giugno 2016 – Ancora una volta bambini disprezzati fino all’invisibilità.
https://diariealtro.it/?p=4432

14 Marzo 2018Permalink

10 marzo 2018 – Quando le radici nutrono la corruzione

Da tempo mi chiedo e chiedo perché il Parlamento non sia stato capace, nel corso della successione di quattro governi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, di estirpare dalla nostra legislazione la norma introdotta nel 2009 (era al potere il quarto governo Berlusconi e la norma specifica fu sostenuta con forza fino al voto di fiducia dell’allora ministro dell’interno, tale on. Maroni, Lega Nord allora oggi Lega tout court).
Per molta opinione pubblica, succube dell’ignoranza introdotta dalla paura costruita e perseguita dai sodali del Maroni di cui sopra, fu l’effetto di una comunicazione pervasiva e insistita che investì anche i vescovi cattolici, cui non poteva essere tolta la voce che li vuole caritatevoli ma resi muti nella dignità che li avrebbe fatti capaci (ma impopolari) di praticare il sostegno dell’uguaglianza del diritto all’esistenza legale come affermato dal certificato di nascita, quel documento ad alcuni negato.
Così la volontà di privare i nuovi nati nel nostro stato del certificato di nascita in termini di uguaglianza si è arricchita dell’autorevolezza del silenzio dei monsignori associati nella Conferenza Episcopale Italiana e la legge che propone la disuguaglianza dei deboli marcia imperterrita verso la XVIII legislatura. [link Nota 3]
In calce il mio link al messaggio che ho inviato al presidente Gentiloni lo scorso dicembre quando la fine delle Disposizioni in materia di cittadinanza (cd ius soli) fu sancita dal Senato.
L’ho riportato nel mio blog lo scorso febbraio. [link Nota 2]
Ora il teologo biblista Alberto Maggi propone considerazioni che condivido totalmente [link Nota 1] .

Alberto Maggi Radici cristiane? “Radici marce”

La riflessione del biblista Alberto Maggi si rivolge a chi “rivendica le radici cristiane della nostra civiltà guardando a un passato più ideale che reale, a una società dove l’ordine era garantito dall’obbedienza e dalla sottomissione”. Ma “se queste sono le radici, c’è solo da vergognarsene, e occorre estirparle”.
Anche perché “il disegno del Signore non è quello di una società tutta cristiana, utopia irrealizzabile e neanche auspicabile…”. E ancora: “Gesù non invita i suoi a occupare o sostituirsi alle strutture sulle quali si regge la società, ma di infiltrarsi, come il sale e come il lievito, per dare sapore, per dilatarle, per renderle sempre più umane e attente ai bisogni e alle sofferenze degli uomini”

Molti di quelli che rivendicano le radici cristiane della nostra civiltà guardando a un passato più ideale che reale, a una società cristiana dove l’ordine era garantito dall’obbedienza e dalla sottomissione, della moglie e dei figli al capofamiglia, dei sudditi ai governanti e dei fedeli alle autorità religiose, in una gerarchia di valori indiscussa, da tutti accettata o subita.
Costoro sono i nostalgici di un passato, quando le chiese erano piene di cattolici che assistevano alla messa domenicale perché precettati (l’unica alternativa possibile era commettere peccato mortale e finire all’inferno per tutta l’eternità). Alcuni rimpiangono la famiglia cattolica, quando l’educazione religiosa alle spose le invitava ad accettare con cristiana rassegnazione anche i maltrattamenti da parte del coniuge (ancora negli anni ’60 era in voga un manuale della sposa cattolica, dove tra i doveri delle mogli si elencava quello di obbedire al marito come a un superiore, tacendo quando lo si vedeva alterato, ed essere sottomessa alla suocera).
Altri vorrebbero ritornasse quel tempo in cui i treni viaggiavano in orario, non c’era la delinquenza, e si poteva lasciare la chiave sulla porta di casa, in un ordine sociale garantito dall’obbedienza all’indiscusso capo, un uomo sempre inviato dalla Provvidenza, in risposta al bisogno atavico degli uomini di barattare la propria libertà con la sicurezza che offre la sottomissione acritica al potente di turno.
Le radici di questa società saranno state anche cristiane, ma i frutti evidentemente no, e in questo clima di soggezione a ogni forma di potere, la libertà era vista come uno spauracchio, una minaccia all’ordine costituito dai potenti e sempre sostenuto e benedetto dalla Chiesa. Obbedienza, sottomissione sono vocaboli assenti nel linguaggio di Gesù, il quale invece di rifarsi al passato, alle radici, invita a osservare i frutti (“dai loro frutti li riconoscerete”, Mt 7,20). Per Gesù “ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi” (Mt 7,17). L’albero che non produce frutti buoni è immagine di quanti non hanno cambiato vita a contatto con il suo messaggio; oppure hanno simulato tale cambiamento e continuano ad essere complici dell’ingiustizia della società. Più che di radici bisognerebbe parlare di catene. Questa civiltà, tanto cristiana e tanto cattolica, all’insegna dell’ordine e dell’obbedienza, ha da sempre temuto la libertà, vista più come una minaccia che come un dono del Signore (Gv 8,32-36): “Cristo ci ha liberati per la libertà!” (Gal 5,1). E la Chiesa, anziché promuovere la dignità umana e il diritto alla libertà, cercò, finché le fu possibile, di sopprimerli, basta pensare a Gregorio XVI, il papa che nell’Enciclica Mirari vos, nel 1832, arrivò a parlare di quella “perversa opinione…errore velenosissimo” [pestilentissimo errori] o piuttosto delirio, che debbasi ammettere e garantire per ciascuno la libertà di coscienza” (Denz. 2730).
C’è da chiedersi quale frutto perverso queste radici cristiane possano aver generato, se papi come Niccolò V, nella bolla Dum Diversas (1452), ribadita poi con la bolla Romanus Pontifex nel 1454, arrivò ad autorizzare i regnanti cattolici a “invadere e conquistare regni, ducati, contee, principati; come pure altri domini, terre, luoghi, villaggi, campi, possedimenti e beni di questo genere a qualunque re o principe essi appartengano e di ridurre in schiavitù i loro abitanti”. Forte della sua autorità il papa, a difesa delle sue parole, conclude la bolla con questa minaccia: “Se qualcuno oserà attaccarla, sappia di stare per incorrere nello sdegno di Dio onnipotente e dei beati apostoli Pietro e Paolo”. Queste aberranti e disumane dichiarazioni furono purtroppo confermate e convalidate dai pontefici successivi, sempre in nome di Cristo, naturalmente.
Se queste sono le radici c’è solo da vergognarsene, e occorre estirparle, liberando il terreno sassoso dalle pietre che non hanno permesso il loro sviluppo e dai rovi che le hanno soffocate e tornare a seminare a loro posto la buona notizia di Gesù (Mt 13,3-23), il cui progetto non è volto a conservare il mondo così com’è, ma a cambiarlo (“Convertitevi!”, Mt 4,17). Il disegno del Signore non è quello di una società tutta cristiana, utopia irrealizzabile e neanche auspicabile (il disastro di ogni teocrazia è evidente), ma Gesù chiede ai suoi seguitori di influire positivamente nel mondo, e per questo usa immagini come il sale e il lievito (Mt 5,13; 13,33), elementi che anche in minima quantità possono influire nella massa liberando tutte le loro potenzialità. Gesù non invita i suoi a occupare o sostituirsi alle strutture sulle quali si regge la società, ma di infiltrarsi, come il sale e come il lievito, per dare sapore, per dilatarle, per renderle sempre più umane e attente ai bisogni e alle sofferenze degli uomini. Per questo la fedeltà al Cristo non può essere rivendicata a parole (“Non chiunque mi dice: “Signore, Signore…”, Mt 7,21), ma solo nei fatti (“Colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”, Mt 7,21). Non sono gli attestati di ortodossia la garanzia di vita cristiana, ma un comportamento il cui unico distintivo è l’amore; non basta rivendicare la sacralità del vangelo, ma è necessario che il credente diventi la buona notizia per ogni persona che si incontra. I cristiani non si riconoscono per i distintivi religiosi ostentati (“Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filatteri e allungano le frange”, Mt 23,5), ma per l’umanità che li rende attenti, sensibili e solleciti ai bisogni e necessità degli emarginati e di tutti gli esclusi della società: “Ero straniero e mi avete accolto… ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,35).

Nota 1
https://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.it/2018/03/alberto-maggi-radici-cristiane-radici.html#more

Nota 2: https://diariealtro.it/?p=5574

Nota 3:
https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2015/10/24/0816/01825.html

10 Marzo 2018Permalink

7 marzo 2018 – I luoghi della sua villeggiatura accolgono la deputata Boschi

L’aretina sottosegretaria (presto diremo già) Maria Elena Boschi è stata eletta alla Camera non nella sua città bensì a Bolzano, forte dell’alleanza della Südtiroler Volkspartei (abbreviato SVP, letteralmente in italiano “Partito popolare sudtirolese”).

Il 29 settembre 2017 le avevo scritto una lettera aperta (inevasa naturalmente che forse venne letta da qualche amico cui l’avevo trasmessa o forse no). Si può leggere nel mio blog  [Nota 1]  ma la riporto integralmente anche oggi perché per me ha un significato che non voglio dimenticare: quello dei nuovi nati che, per essere cancellati da una legge ancora in vigore, considero la mia cartina al tornasole, un riferimento certo e ineludibile per sapere dove sono e con chi.

29 settembre 2017 – Ancora una lettera inutile

Gentile signora sottosegretaria Maria Elena Boschi,
le scrivo usando la formula della lettera aperta perché così potrò diffondere questa lettera che forse qualcuno leggerà.
Leggo questa sua non smentita dichiarazione a una coppia di immigrati: «So di avervi dato un dolore questa sera ma, purtroppo, le cose stanno così. I numeri non ci sono, mi spiace molto. Speriamo nella prossima legislatura».
Un po’ di esegesi: «Non ci sono i numeri. Mi dispiace.». E’ l’espressione di cortesia che si usa quando si urta inavvertitamente qualcuno in uno spazio affollato e capita frequentemente di sentirsi rispondere: «Non si preoccupi». Non credo che questa sarà la risposta che le daranno il 13 ottobre i promotori del “cittadinanza day”. [Nota 2]
Con tutta la solidarietà purtroppo non posso assicurare la mia partecipazioni fisica, “non ho più l’età” per le manifestazioni che impongono una presenza in piazza.
Per chiarezza quando avevo nove mesi di vita, il 5 settembre 1938, accadde che venisse approvato il “Regio Decreto Legge 5 settembre 1938-XVI, n. 1390,.Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista. Convertito in legge senza modifiche con L 99/1939”.
Fu una porta sbattuta insieme ad altre porte, prima che si aprissero orrendi cancelli.
Oggi le porte non si sbattono si chiudono accompagnandole con cura e se fanno un po’ di rumore si dice “Mi dispiace”.
Sottopongo ancora ad esegesi il suo: «Speriamo nella prossima legislatura».
Forse quello “speriamo” indica un minimo di timore e tremore perché quel nos (che non mi sembra sia maiestatis) per lei può significare «Non so se io e i miei sodali ci saremo la prossima volta» e quindi fa attenzione al consenso dei ‘numeri’ che le assicurino una presenza anche dopo le prossime elezioni.
Comunque sia facciamo un po’ di storia perché abbiamo con noi il nostro passato; non ci capita di nascere ogni mattina, salvo che non siamo soggetti a dolorose patologie.
Tanti cittadini (italiani e non) tra il settembre 2011 e il marzo 2012 si erano adoperati nella bella campagna ‘L’Italia sono anch’io’ e avevano raccolto più di 200mila firme su due proposte di legge di iniziativa popolare sulla riforma della cittadinanza e il riconoscimento del diritto di voto amministrativo dei cittadini stranieri.
Il parlamento si adoperò per trasformare quelle proposte a iniziativa popolare in proposta a iniziativa parlamentare e il 13 ottobre 2015, la Camera licenziò in prima lettura le “Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni in materia di cittadinanza” che approdarono in Senato, note sbrigativamente come ius soli.
Il 15 giugno 2017 furono occasione di una indecorosa manifestazione orchestrata dalla accorta e accuratamente organizzata regia della Lega Nord (intramoenia) e Casa Pound (extramoenia) e così, con qualche altro penoso passaggio, si arriva al suo ineffabile «Speriamo nella prossima legislatura».
Cosa possiamo sperare nella prossima legislatura?
Anche qui avrei qualche cosa da dire, che dirò più avanti perché prima voglio ricordare l’intreccio con un’altra storia, un’altra storia che non vi fa onore.
Il 15 luglio 2009, fu approvata la legge n. 94 “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica” le cui norme vengono citate anche nel Testo Unificato “Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”.
Quella legge (nota anche come ‘pacchetto sicurezza’) fu approvata con un articolo che imponeva la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione degli atti di stato civile, cioè chi volesse sposarsi e chi dovesse registrare la nascita del proprio figlio in Italia, era ed è obbligato a presentare il permesso di soggiorno, esponendosi quindi all’espulsione.
Lasciamo perdere la foglia di fico salvifica di una poco nota circolare (n.19/2009 – Ministero dell’interno).
Quindi i neonati diventavano spie dell’irregolarità dei loro genitori.
Per questa matta bestialità non posso riferirmi solo a voi perché ricordo che al quarto governo Berlusconi (cui si deve in prima battuta questa trovata sostenuta dall’allora ministro Maroni) hanno fatto seguito i governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e su questo punto nulla è cambiato.
Anzi no qualche cosa cambiò. Nel 2011 la Corte Costituzionale intervenne (a seguito di regolare procedura promossa dal Tribunale di Catania) con la sentenza n. 245 che escludeva le registrazioni delle ‘pubblicazioni di matrimonio’ dalla presentazione del permesso di soggiorno.
E i neonati? I neonati sono spie silenti dei loro genitori e quindi tacciono, gli uni per naturale impossibilità, gli altri per paura.
E poi possono essere usati come una specie di linea del Piave o altro ¡No pasarán! di storica memoria o meglio come ossa da buttare a un cane per zittirne l’abbaiare.
A nome di chi si ricorda che le norme internazionali (da noi ratificate) impongono di considerare nel costruire leggi “il superiore interesse del minore”, nel 2013 alla Camera e nel 2014 al Senato furono presentate due proposte di legge (rispettivamente n. 740 e n. 1562) per escludere la presentazione del permesso di soggiorno in connessione alla richiesta del certificato di nascita.
Secondo la consuetudine di sornioni silenzi non se ne fece nulla (anche se i Presidenti delle due assemblee le avevano affidate alle rispettive commissioni di competenza) fino al 2015 quando la norma fu inserita nelle “Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni in materia di cittadinanza” e diventò il comma 3 dell’art. 2 nel testo che venne approvato alla Camera e inviato al Senato.
Qui accadde un qualche cosa di inaspettato (e tralascio le migliaia di emendamenti presentati dal costume beffardo dell’on. Calderoli) perché otto senatori del FI PdL chiesero co n proposta di emendamento l’abrogazione di quel comma facendoci assistere all’incredibile spettacolo di otto adulti che si uniscono per dire a un neonato «tu non devi avere esistenza legale» [Nota 3].
Penso a loro con le parole di Primo Levi «Voi che vivete sicuri // Nelle vostre tiepide case, // Voi che trovate tornando a sera //Il cibo caldo e visi amici: »…. Avranno gli otto eroi della guerra ai neonati il coraggio di dirci che il ‘superiore interesse del minore’ è compatibile con la loro inesistenza legale?.
E infine (last but not least) concludendo la mia esegesi torno al suo, gentile sottosegretaria, «Speriamo nella prossima legislatura».
Cosa lasciate all’attenzione della prossima legislatura, fermo restando che le leggi non approvate anche se presentate come proposte alla fine di un lavoro impegnativo scompaiono?
Resterà la proposta di legge a iniziativa popolare (se ben ricordo queste norme non vengano cancellate) e la lettera g, del comma 2 dell’art. 1 della legge 94/2009 (o, se si preferisce questa modalità di citazione, il comma 2 dell’art. 6 del testo unico 286/1998), quella che impone la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione delle dichiarazione di nascita (e solo di quelle grazie alla Corte Costituzionale che ha escluso sei anni fa le pubblicazioni di matrimonio).
Questa legge – che avete mantenuto ben salda per otto anni – è in vigore.
Una spregevole eredità gentile Sottosegretaria
Se lei ha o avrà figli (non conosco la sua biografia) avrà offerto loro un contributo a riconoscersi privilegiati che possono calpestare i ‘figli degli altri’.
Se ciò può rassicurarla è in compagnia della Conferenza Episcopale Italiana che, pubblicando il 24 ottobre 2015 la Relatio Synodi “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”, si è fermamente (e correttamente) associata a proposte di attenzione alla famiglia e autorevolmente disinteressata di coloro che, pur se nascono in famiglia, non possono averne una perché non esistono. [Nota 4]
Forse questa autorevole compagnia la consola, gentile signora, a me provoca solo disprezzo, sfiducia e dolore ma io conto solo uno: il mio voto che ci tengo ad esprimere per rispetto di me stessa, ché almeno quello mantengo.
Augusta De Piero

La beffa è riuscita.
Avete fatto il danno e per voi non c’è legislatura cui garantire ai giovani richiedenti le Disposizioni in materia di cittadinanza.
Non sempre supponenza e arroganza pagano, neppure chi ne fa un esercizio di beffardo potere.

Nota 1 https://diariealtro.it/?p=5269

Nota 2 La relazione sull’evento dello scorso 13 ottobre si può leggere nell’ampio articolo di Vladimiro Polchi di cui riporto il link
http://www.repubblica.it/politica/2017/10/13/news/ius_soli_e_il_cittadinanza_day_in_piazza_per_chiedere_l_approvazione_della_legge-178129796/

Nota 3 Lo scorso settembre mi era sembrato decente non scriverne i nomi. Ora eccoli a mia futura memoria. Non so se siano stati eletti o no: otto adulti che si associano per distruggere neonati non meritano la mia attenzione.
2.3 PAOLO ROMANI, BERNINI, GASPARRI, D’ALÌ, MALAN, PELINO, FLORIS, FAZZONE
L’emendamento da loro firmato diceva semplicemente “Sopprimere l’articolo”.

Nota 4 https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2015/10/24/0816/01825.html

7 Marzo 2018Permalink