8 gennaio 2019 – Come fabbricare nati fantasma in quantità maggiore della precedente.

A fondamento di un’Europa che si liberi dall’abiezione culturale e politica in cui è piombata, “agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo.” (Immanuel Kant).

Penso che la riduzione dei permessi di soggiorno produrrà persone che non avrebbero voluto essere irregolari ma vengono costrette ad esserlo.
Se riusciranno a nascondersi (e d’altra parte come sarebbe possibile espellerli materialmente tutti?), se avranno – qui in Italia – un figlio, nel momento in cui ne denunciassero la dichiarazione di nascita si esporrebbero a manifestarsi irregolari e probabilmente contro di loro si realizzerebbe una persecuzione.
E d’altra parte come potrebbero farsene carico i comuni se il sostegno finanziario viene drasticamente ridotto? Come potrebbero essere affidati a una accoglienza diffusa priva del sostegno finanziario dovuto ai richiedenti asilo?
Quindi la possibilità che ci siano piccole vittime colpevoli di essere nate, ridotte a spie della condizione dei loro genitori, aumenterà.
Così li aveva voluti il ministro Maroni nel 2009 così il ministro Salvini si impegna ad aumentarne il numero (legge 94/2009 art. 1 comma 22, lettera g – articolo 6, comma 2, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286).
Se da parte dei comuni ci fosse la garanzia esplicita e pubblica della non richiesta del permesso di soggiorno almeno potremmo assicurare a tutti i nuovi nati in Italia la certezza dell’esistenza legalmente riconosciuta.
Resterebbe tutto il resto certe ma cominciamo con il dovere di  non creare fantasmi.

Nani sulle spalle di giganti.
(Non rubo citazioni, le rivivo: 1159 ca. Metalogicon  -III, 4- di Giovanni di Salisbury)

Ho notato l’assoluta indifferenza al problema anche di chi, pur presente nelle istituzioni autoproclamatosi sinistra e centro sinistra, pur portatore di una cultura che si propone di non annientare la società civile, se mai parla di registrazione anagrafica si riferisce alla registrazione della residenza e non alla registrazione della nascita.
Mi è stato detto che le parole che pronuncio e scrivo da quasi dieci anni non servono a niente. Lo so per esperienza.
Ma si dà il caso che, riconoscendomi rottamata, appartenente a quella deliziosa categoria così a suo tempo identificata da un presidente del consiglio di nome Renzi, io sia cocciuta per scelta non per sclerosi senile.

Anche la parola che non serve a nulla deve essere pronunciata.
Lo dice quella straordinaria signora della senatrice Segre agli studenti dell’Università di Padova.

https://www.youtube.com/watch?v=HUPv3ZHCdRE

8 Gennaio 2019Permalink

5 gennaio 2019 – Quando la legge può garantire l’umanità

Oggi 5 gennaio ho ascoltato il TG delle 13.30 su La7 in cui veniva riferita una esternazione della on. Giorgia Meloni in merito ai sindaci dissenzienti del ‘decreto sicurezza’ . Non ci credevo ma invece la ricerca di un testo scritto ha confermato ufficialmente le parole della deputata. Per la verità i testi di conferma sono parecchi ma io scelgo il comunicato dell’ANSA:

ROMA, 4 GEN – “Fratelli d’Italia è pronta a denunciare in procura i sindaci che si rifiutano di applicare la legge e dare piena attuazione al decreto sicurezza. In Italia la legge è uguale per tutti, anche per i sostenitori dell’immigrazione incontrollata”

 

Si tratta quindi dell’obbedienza a una legge che, presentata come assoluta, non avrebbe possibilità di contrasto. Eppure ci sono esemplari eccezioni anche a questo rigore

Ricordo alla on. Melloni e a chi ritiene corretto sostenerla che esiste una legge che formalmente ammette il rifiuto di se stessa e trova in una circolare lo strumento per renderlo operativo.
Ne descrive l’iter una interrogazione dell’on. Rosato (16 aprile 2013) che riporto testualmente e pressoché integralmente, interrogazione che si può raggiungere facendo buon uso del link che trascrivo
https://parlamento17.openpolis.it/singolo_atto/9570

“— Al Ministro dell’interno. — Per sapere – premesso che:
il permesso di soggiorno e la carta di soggiorno consentono agli stranieri presenti sul territorio nazionale regolarmente di accedere ai servizi dello Stato; pertanto, l’esibizione del permesso di soggiorno o della carta è richiesta dagli uffici ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni od altri provvedimenti di interesse dello straniero;
l’articolo 6, comma 2, del decreto legislativo 25 luglio 1988, n. 286, così come modificato dalla legge 15 luglio 2009, n. 94, prevede che siano fatti salvi dall’obbligo di esibizione di tale documenti da parte dello straniero, i provvedimenti che riguardino l’«accesso alle prestazioni sanitarie […] e quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie»;
in particolare, la legge 15 luglio 2009, n. 94, sostituisce la precedente previsione normativa che estendeva la non sussistenza dell’obbligo a tutti i provvedimenti inerenti «gli atti di stato civile o all’accesso a pubblici servizi»;
il decreto legislativo, così novellato, escluderebbe – stando ad una interpretazione restrittiva – la possibilità per lo straniero irregolare di poter registrare anagraficamente la nascita di un figlio in territorio nazionale;
eppure, l’articolo 7 della Convenzione sui diritti del fanciullo fatta a New York il 20 novembre 1989, che anche l’Italia ha recepito con legge 27 maggio 1991, n. 176, dichiara che «Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto ad un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori ed a essere allevato da essi»;
il Ministero dell’interno ha emanato una circolare del 7 agosto 2009, del dipartimento per gli affari interni e territoriali, nella quale si precisa che «per le attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti il soggiorno»;
sebbene la circolare ministeriale abbia contribuito a dirimere il dubbio iniziale circa l’interpretazione dell’articolo 6 del decreto legislativo di cui sopra, affinché tale disposizione non si ponga in contrasto con l’articolo 10 della Costituzione per violazione di norma del diritto internazionale generalmente riconosciuta, sarebbe necessaria una sua modifica –:
<…> (4-00229)

Se ne era occupato qualche anno prima anche l’on Orlando con una interrogazione del 2 agosto 2010 (Seduta n. 363). Gli aveva risposto l’allora sottosegretario (Lega Nord) Michelino Davico, con un testo interessante che in parte ricopio:

“Il Ministero dell’Interno, con la circolare n. 19 del 7 agosto 2009, ha inteso fornire indicazioni mirate a tutti gli operatori dello stato civile e di anagrafe, che quotidianamente si trovano a dover intervenire riguardo ai casi concreti, alla luce delle novità introdotte dalla legge n. 94/09 (entrata in vigore in data 8 agosto 2009), volta a consentire la verifica della regolarità del soggiorno dello straniero che intende sposarsi e ad arginare il noto fenomeno dei matrimoni “fittizi” o di “comodo”.
E’ stato chiarito che l’eventuale situazione di irregolarità riguarda il genitore e non può andare ad incidere sul minore, il quale ha diritto al riconoscimento del suo status di figlio, legittimo o naturale, indipendentemente dalla situazione di irregolarità di uno o di entrambi i genitori stessi. La mancata iscrizione nei registri dello stato civile, pertanto, andrebbe a ledere un diritto assoluto del figlio, che nulla ha a che fare con la situazione di irregolarità di colui che lo ha generato. Se dovesse mancare l’atto di nascita, infatti, il bambino non risulterebbe esistere quale persona destinataria delle regole dell’ordinamento giuridico.
Il principio della inviolabilità del diritto del nato è coerente con i diritti garantiti dalla Costituzione italiana a tutti i soggetti, senza alcuna distinzione di sorta (artt. 2,3,30 ecc .), nonché con la tutela del minore sancita dalla Convenzione di New York del 20 novembre 1989 (Legge di ratifica n. 176 del 27/05/1991), in particolare agli artt. 1 e 7 della stessa, e da diverse norme comunitarie.
<..>

Quindi una legge dice doversi presentare il permesso di soggiorno per chiedere la registrazione della dichiarazione di nascita, una circolare nega nel caso specifico tale esibizione impegnando gli Uffici Anagrafe dei comuni a non farne richiesta.
Mi è noto che la circolare cui fanno riferimento l’on. Rosato e il sottosegretario Davico, ottemperando il dettato della citata convenzione di New York in Italia ratificata in legge , viene identificata come interpretativa. Evidentemente un rispettabile livello istituzionale può ignorare l’uso di un normale vocabolario, mentre a me quel termine richiama una foglia di fico di biblica memoria atta a nascondere la ‘vergogna’ che non si vuole esibire.

Se vale una analogia basterebbe quindi una circolare interpretativa a trasformare i sindaci ribelli in legittimi soccorritori di soggetti in difficoltà anche (o meglio proprio perché) fragili e privi di parola.
O no? E se no perché?

5 Gennaio 2019Permalink

4 gennaio 2019 _ Homo sum et nihil humani a me alienum puto (Terenzio)

Le leggi hanno una storia non sono tegole che ci cadono in testa né morbidi cuscini cui addormentarci.

Il punto di partenza di una norma che ci coinvolse nel bene da promuovere e nella cognizione del male:

L’art. 587 del Codice Penale Rocco, in vigore dal ventennio fascista, recitava:
Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona, che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.”

Il matrimonio riparatore era, invece, una soluzione adottata per salvaguardare l’onore delle persone coinvolte e delle loro famiglie. Con la sua istituzione, se un uomo commetteva uno stupro nei confronti di una ragazza celibe ed illibata, poteva evitare la pena detentiva e lavare l’onta che aveva causato alla famiglia della giovane, offrendosi di sposarla e di affrontare tutte le spese matrimoniali. La vittima non aveva molta libertà di scelta infatti veniva spinta dalla propria famiglia e dalla società ad accettare in quanto non più illibata e di conseguenza non più ritenuta “da sposare” .

La legge che ci ha regalato Franca Viola
Franca Viola, giovane ragazza di Alcamo violentata dal giovane boss mafioso del paese, rifiutò il matrimonio riparatore nel 1966, sostenuta dalla famiglia ma svillaneggiata da molti, compreso l’Arciprete che le prevedeva un avvenire da zitella (sic!)
Nel 1981 fu approvata la legge che dobbiamo al coraggio di Franca Viola ma anche all’attenzione pubblica e costante che in molte assicurammo al problema in sintonia con alcune parlamentari (so che l’uso del femminile è un arbitrio forse ingeneroso ma segnala la mia rivolta al maschile neutro universale)

LEGGE 5 agosto 1981, n. 442
Abrogazione della rilevanza penale della causa d’onore.

Oltre la legge

Oggi si proclama l’obbedienza alle leggi (quanti ditini alzati per comunicarci che “le leggi vanno rispettate” e confondono con la certezza del diritto una esternazione politica, politica in quanto proviene da un soggetto istituzionale!)
Nel tempo di latenza fra il 1966 e il 1981 (15 anni! Da Franca Viola alla abrogazione del della causa d’onore) non abbiamo taciuto, oggi lasciamo che alcuni principi conquistati a livello delle Nazioni Unite e ratificati in legge in Italia siano beffati da menti cui non ritengo opportuno apporre un aggettivo che le qualifichi .
Ci sono navi che ballano in mare avendo a bordo persone soccorse e fra queste bambini cui è dovuto il rispetto della legge che invece si nega

Legge 27 maggio 1991, n. 176
Ratifica ed esecuzione della convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989

Art.1. Ai sensi della presente Convenzione si intende per fanciullo ogni essere umano avente un’età inferiore a diciott’anni, salvo se abbia raggiunto prima la maturità in virtù della legislazione applicabile.
Art. 2 Gli Stati parti si impegnano a rispettare i diritti enunciati nella presente Convenzione e a garantirli a ogni fanciullo che dipende dalla loro giurisdizione, senza distinzione di sorta e a prescindere da ogni considerazione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o altra del fanciullo o dei suoi genitori o rappresentanti legali, dalla loro origine nazionale, etnica o sociale, dalla loro situazione finanziaria, dalla loro incapacità, dalla loro nascita o da ogni altra circostanza;

Che le navi su cui si trovano i bambini in difficoltà navi debbano conformarsi alla giurisdizione italiana, tanto da potersi trovare di fronte a porti chiusi, ce lo dice implicitamente il ministro dell’interno impedendo loro l’ingresso nei nostri porti e facendoci così responsabili anche della salute di quei bambini.

“Meglio atei che cristiani ipocriti”
Al momento possiamo manifestare la solidarietà di persone ai sindaci ‘disobbedienti’ nella speranza che chi agisce a livello istituzionale si dia una scossa almeno in nome dei una dignitosa legalità che può ritrovarsi anche in una lontana invocazione profetica nella cui lettura ci aiuta un richiamo del papa.

Lontano da me il frastuono dei vostri canti:
il suono delle vostre arpe non posso sentirlo!
Piuttosto come le acque scorra il diritto
e la giustizia come un torrente perenne.
(Amos 5, 23-24)

4 Gennaio 2019Permalink

27 dicembre 2018 – Un bambino muore solo. Ha fatto paura al presidente degli USA

Ho tirato fuori il Presepio
Ho rimosso Ebrei, Arabi e stranieri
Sono rimasta con un asino
e una manciata di pecore.
[Nota 1]

 

 

Usa, bimbo di 8 anni muore in un centro per l’immigrazione al confine col Messico       [Nota 2]

Ignote le cause del decesso del bambino proveniente dal Guatemala, il secondo morto sotto custodia americana nel giro di un mese di Redazione Online
Morto in un centro per l’immigrazione la Vigilia di Natale al confine con il Messico.
Aveva la febbre, questo si sa, ma ignote ancora sono le cause della morte di un bambino di otto anni, un piccolo migrante proveniente dal Guatemala che era stato preso in custodia dalle autorità americane.
Ed è la seconda morte nel giro di un mese: l’8 dicembre si era spenta per disidratazione e fame una bambina, sempre del Guatemala, di sette anni, Jakelin Caal.

Pro memoria

I bambini ‘sotto custodia americana’ furono strappati ai loro genitori arrestati
(e imprigionati) per aver varcato illegalmente con i loro figli la frontiera che separa gli USA dal Messico.
Così un piccolo bambino è stato condannato a morire solo mentre i suoi genitori si trovavano in carcere.
“ Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Il grido di Cristo in croce gli appartiene di diritto se a Dio mio sostituiamo ‘papà”.
Chi in un simile momento potrebbe spiegare a un piccolo sofferente fino alla morte che il suo papà non l’ha abbandonato ma che è stato rapito un tizio di nome Trump?
La registrazione dei pianti dei bambini, strappati ai genitori, si può ascoltare inserendo in un motore di ricerca il link in nota
(TG 2000)                      [Nota 3]
In Italia credo non ci sia consentito rifugiarci nella condanna a Trump (la sua decisione di sottrarre i bambini ai genitori risulterebbe riconducibile a un’iniziativa personale) dimenticando che in Italia abbiamo costruito con legge  una analoga possibilità.

Il diritto ad avere dei diritti.

La legge 94/2009, condannando nati in Italia a non avere un certificato di nascita e quindi a non avere identità, nome, famiglia, li colloca in un limbo di inesistenza dove ogni p0ssibilità di avere dei diritti è loro negata.
Non ci è concesso rifugiarci dietro alla convinzione – diffusa probabilmente per creare paura di questa minaccia insostenibile – che quei bambini avrebbero automaticamente la cittadinanza italiana: non è così.
Sul loro certificato di nascita sarebbe registrata la cittadinanza dei genitori. [Nota 4]
Queste piccole persone così minacciose non ci vengono imposte come concittadini.
Ci viene imposta la violenza che loro facciamo negando il certificato di nascita, una misura condivisa anche da rispettabili persone e associazioni pur queste rispettabili.
Molti si riconoscono nel diritto a donare ma non vogliono impegnarsi per il diritto ad esistere legalmente di chi il dono riceve, quando tale diritto sia negato per legge.
E’ comprensibile: questi piccoli e i loro terrorizzati genitori non costituirebbero massa di consenso elettorale né sono capaci di garantire pubblico onore a chi per propria solidale ‘bontà’ è notoriamente capace di benefiche azioni positive anche reali.

Però i bambini invisibili per democratica volontà espressa nelle istituzioni comunque esistono (siano figli di migranti irregolari o di coppie riconosciute nelle Unioni Civili con il riconoscimento di diritti che non si estendono ai figli – un esempio soltanto: l’adozione del figlio del partner nota come stepchild adoption. Ricordo ancora gli interventi volgari di chi in Parlamento riuscì a bloccare questa norma necessaria e rispettosa di persone che da sé non possono tutelarsi).

Che ci siano bambini nascosti ce lo ricorda il Terzo Rapporto Supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia (novembre 2017. cap.3.1):
«Rispetto … al diritto di registrazione alla nascita, si fa presente che l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello stato, avvenuta con la legge 15 luglio 2009 n.94 in combinato disposto con gli artt. 316-362 c.p., obbliga alla denuncia i pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio che vengano a conoscenza delle irregolarità di un migrante.
Tale prescrizione condiziona i genitori stranieri che, trovandosi in situazione irregolare, spesso non si presentano agli uffici anagrafici, proprio per timore di essere eventualmente espulsi».

E infine non vanno dimenticate le navi che percorrono il Mediterraneo per soccorrere chi fugge come può e con una precarietà di mezzi la cui scarsa affidabilità è pur sempre meno rischiosa della permanenza del paese da cui provengono.
C’è chi si adopera perché dondolino affollate e al freddo. Il mangiatore di nutella non è solo: è uno fra parecchi irresponsabili della chiusura di approdi sicuri, ma è uno che conta

Nessuno lascia la propria casa
a meno che casa sua non siano le mandibole di uno squalo
verso il confine ci corri solo
quando vedi tutta la città correre
i tuoi vicini che corrono più veloci di te
il fiato insanguinato nelle loro gola
(Warsan Shire)

[Nota 1] Ringrazio l’amica Alessandra Missana che mi ha regalato l’immagine – da lei stessa pubblicata su facebook.

[Nota 2] https://www.corriere.it/esteri/18_dicembre_25/usa-bimbo-8-anni-muore-un-centro-l-immigrazione-confine-col-messico-e9d57040-0874-11e9-9efd-ce3c5bf3dd59.shtml

[Nota 3] https://www.youtube.com/watch?v=y05743HMrWM
La registrazione dei pianti dei bambini, strappati ai genitori, si può ascoltare inserendo in un motore di ricerca il link che precede (TG 2000)

[Nota 4] Disposizioni in materia di sicurezza pubblica (nota come pacchetto sicurezza)  Legge 94/2009 art. 1 comma 22 lettera g
Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero” ( art. 6/2)

27 Dicembre 2018Permalink

18 dicembre 2018 – Monza la senatrice a vita Liliana Segre, 88 anni, al Teatro Manzoni

Non riesco a riportare la relazione dello straordinario incontro fra la senatrice Segre e gli studenti di Monza e Brianza senza premettere un mio appello che so  inutile. Non posso tacere perché sono in grado di capire  cosa significhi non  esistere in relazioni riconosciute, conosco l’indifferenza che tante volte ho sperimentato nella richiesta – sostenuta da pochi – di dire quel no che nel mio appello pronuncio.
Non si tratta di bilanciare un intervento con un altro in un momento di difficoltà finanziarie ma di affermare il diritto di chi non  può tutelarsi da sé. Non costa nulla a nessuno.

Personalmente penso a questa indifferenza come spregio alla Costituzione che nell’art 10 afferma
“L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”.

Vorrei che la lettura del passo che segue desse agli italiani – nelle istituzioni e nella società che si presenta civile – la dignità di dire il loro NO alla negazione del certificato di nascita imposta nel 2009 con la legge chiamata ‘pacchetto sicurezza’.Sono ormai certa che non  sarà così: in parlamentari eletti e quelli che sperano di continuare ad esserlo, coloro che si candideranno per le elezioni europee, i responsabili di associazioni che pretendono di far cultura, le associazioni di donne che si ostinano a non  voler prendere responsabile coscienza dell’esistenza di madri loro simili cui non è concesso dire ‘questo è mio figlio’, davanti al loro bambino.
Ricordo che anche i vescovi italiani – pur promuovendo il proprio ruolo di difensori delle persone più fragili e dei gruppi a rischio – a questi piccoli fantasmi hanno voltato spietatamente le spalle.

L’incontro di Liliana Segre con gli studenti di Monza e Brianza: «Impegno contro intolleranza e istigazione all’odio»

La senatrice a vita Liliana Segre ha incontrato 800 studenti di Monza e Brianza. Sopravvissuta ad Auschwitz, ha raccontato la persecuzione e l’indifferenza vissuta dopo l’emanazione delle leggi razziali. Ha presentato una proposta di legge in Senato contro gli hate speech. Monza le ha detto: “Grazie”.
Alla fine di un’ora di racconto di una vita, in un silenzio assoluto, tra gli ottocento studenti delle scuole di Monza e Brianza si leva un “grazie”, squillante e solitario. Un grazie a Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, senatrice della Repubblica dal gennaio di quest’anno, tornata a Monza, per parlare ai ragazzi a 80 anni dall’emanazione delle leggi razziali.
Sul palco, sono tantissimi a voler stringere la mano, dirle personalmente grazie, per il dono della sua testimonianza di sopravvissuta ad Auschwitz.
“Cosa vuole chiedermi ancora che non abbia già raccontato?”, mi domanda sorridendo e accarezzandomi il viso.
Parliamo di oggi, dell’attualità del suo messaggio, di quello che prova davanti alla violenza che pervade discorsi politici, la vita quotidiana.
“In Senato – dice – ho presentato un disegno di legge contro gli hate speech, i discorsi di odio. Vorrei che si istituisse una commissione parlamentare d’indirizzo e controllo sui fenomeni dell’intolleranza, razzismo e istigazione all’odio sociale. C’è violenza non solo in politica, ma anche nelle riunioni condominiali, in auto durante un sorpasso…”.
Liliana Segre parla volentieri soprattutto dei giovani: “Mi sento la loro nonna, ho tre nipoti maschi, i miei gioielli che hanno la stessa età di questi ragazzi. Quando sono diventata nonna del primo, Edoardo, ho capito che era arrivato il momento di iniziare a parlare, raccontare la mia storia.
Lo faccio per quei sei milioni di persone che non hanno potuto tornare e raccontare”.
“Non posso avere la certezza che tutti recepiscano il mio messaggio, ma qualche volta vedo i risultati. Non mi illudo che siano tutti candele della memoria, ma se anche solo uno porterà questa testimonianza con sé sarà valsa la pena”.

Il racconto di Liliana Segre del resto è partito con una richiesta: “Toglietemi per favore questa luce dagli occhi, perché voglio vedere i volti di questi ragazzi, voglio raccontarvi una storia che è la mia, personale e vera”.

Così, quasi guardandoli uno per uno racconta di Liliana bambina: “Perché anche quando diventerete tanto vecchi come me, voi resterete i ragazzi che siete oggi, ognuno resta quello che è stato”.
La memoria torna a quell’estate del 1938, a lei orfana di mamma, cresciuta in una famiglia ebrea della piccola borghesia milanese, non religiosa. La “principessa” di papà Alberto. È proprio lui a doverle dire che è stata espulsa da scuola. “Ma perché? Cosa ho fatto di male?”. Una domanda che ancora la agita, a cui non ha trovato una risposta.
Subito ricorda anche l’indifferenza, parola che ricorre spesso nei suoi discorsi e campeggia a caratteri cubitali sul palco del Manzoni. “Ricordo l’indifferenza del maggior parte degli italiani, in pochi hanno continuato ad invitarci e a parlarci. Della maestra e delle ex compagne mi indicavano sghignazzando mentre passavo davanti al cortile di quella che non era più la mia scuola”.

Tra le famiglie ebree di Milano c’è chi inizia a pensare di partire, lasciare l’Italia per gli Stati Uniti: “Si salvarono tutti. Genitori, figli, nonni persino il servizio dei bicchieri”. Ma per il papà di Liliana la decisione di partire arriva troppo tardi, frenato dalla preoccupazione di lasciare soli gli anziani genitori malati.

Per scappare dalle bombe su Milano anche Liliana come molti milanesi trova rifugio in Brianza, a Inverigo, poi inizia a nascondersi da amici “eroici” quelli veri che rischiano la propria vita nella speranza di salvare lei.

“A caro prezzo mio padre ottiene documenti falsi, ricordo contrabbandieri truci, interessati al denaro – dice – li ho paragonati ai trafficanti di uomini di oggi, a chi organizza i barconi dalla Libia”.

La felicità di essere quasi salvi dopo una notte in montagna per arrivare al confine svizzero dura poco e si scontra con il ghigno di un gendarme svizzero: “Ci guardò con disprezzo enorme, ci disse che eravamo imbroglioni che non era vero che eravamo perseguitati, che volevamo solo fuggire dalla guerra. Mi buttai ai suoi piedi, gli stringevo le gambe, piangevo. Non ci fu nulla da fare”.
Liliana Segre racconta questo episodio e la recente visita a Lugano dieci giorni fa quando il consigliere cantonale ha voluto chiederle scusa. “È stupefacente che ci siano voluti 75 anni per queste scuse e solo ora che sono diventata senatrice”.

Quel gendarme svizzero cambia il corso della sua vita. Sarà arrestata con il padre portata al carcere di Varese, poi Como e San Vittore, mentre i nonni furono deportati e gasati dopo che qualcuno ne denunciò la presenza in cambio di 5mila lire.
Chiusa a San Vittore a 13 anni senza aver fatto nulla di male, Liliana Segre attende il padre che era sottoposti ad interrogatori violenti. “Abbracciavo quel padre che era diventato anche fratello, figlio. Un padre che si sentiva perdente, che non poteva darmi risposte, che aveva il rimorso di non avermi portato via prima”.

Segue il lungo racconto del viaggio dal binario 21, quello delle merci e degli animali, ma prima di lasciare San Vittore Liliana Segre capisce cosa sia la pietà umana. “I detenuti comuni che ci videro uscire in fila ebbero gesti straordinari. Ci gridavano che Dio vi benedica, qualcuno ci diede un frutto”.
I sette giorni di viaggio furono gli ultimi trascorsi con il padre: “Un vagone promiscuo, con un secchio per i bisogni che si riempi subito, 600 persone stipate, senza acqua . I treni per Auschwitz avevano la precedenza su tutti, nessun macchinista si fermò, nessun capostazione intimò l’alt”. Indifferenza appunto.

Arrivati ad Auschwitz lasciò per sempre la mano del padre che non rivide più.

“Sono sopravvissuta per caso – dice – non sapevo le lingue, ero una bambina tredicenne, ma fui scelta per fare l’operaia- schiava, fu la mia salvezza perché lavoravo al coperto”.
Rasata, tatuata, con un corpo che non era più il suo, lavora in una fabbrica di munizioni. È quiche incontra un professore di storia belga.
“Avevo l’età di sua figlia che non c’era più. Io gli portavo il materiale e lui mi dava brevi lezioni di storia. Era il momento in cui ci sentivamo ancora liberi: lui professore, io studentessa di seconda media”.

L’altro incontro che segna la sua vita è quello con Janine , l’operaia francese a cui la macchina aveva troncato due falangi. “Alla selezione io passai , lei fu bloccata. Ero così felice di essere ancora viva che non fui capace di pietà, non mi voltai. Ero diventata una lupa, affamata ed egoista. Fui vigliacca. Non le dissi nemmeno “Coraggio””.
Il 27 gennaio 1945 arrivano i russi ad Auschwitz e per Liliana Segre inizia la marcia della morte. Settecento chilometri dalla Polonia alla Germania, un passo davanti all’altro, senza cadere, senza potersi appoggiare a nessuno”.

Un gruppo di soldati francesi le dicono di resistere: “La guerra sta per finire, i tedeschi perdono su due fronti”. Lei e altre due italiane sopravvissute, sono ormai degli ectoplasmi. Alla fine di aprile vedono aprire il cancello del campo, dopo il grigiore del lager c’è il miracolo di calpestare un prato di primavera.

“I soldati tedeschi abbandonano le divise, si mettono in borghese davanti a noi. Ho l’immagine di un generale che si toglie la divisa davanti a me, getta la sua pistola per terra. Sta scappando dalla sua famiglia, dai suoi bambini. In quel momento ho avuto forte la tentazione di prendere quella pistola e ucciderlo”.

“Stavo per chinarmi, ma per fortuna non lo feci. Capii la differenza tra me e il mio nemico, io avevo scelto la vita ero diversa da lui e in quel momento sono diventata quella donna libera e di pace che sono anche adesso”.

Rosella Redaelli

https://www.ilcittadinomb.it/stories/cultura-e-spettacoli/lincontro-di-liliana-segre-con-gli-studenti-nel mio blogdi-monza-e-brianza-vorrei-una-com_1297329_11/

Ho presentato la proposta di legge cui la senatrice Segre fa riferimento  il 29 ottobre scorso nel mio blog
S. 362  Istituzione di una Commissione parlamentare di indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza.

18 Dicembre 2018Permalink

14 dicembre 2018 – Integrazione precoce a Codroipo, provincia di Udine

Poco più di una settimana fa su facebook (il social che frequento per cercar di sapere cosa accade e cosa si racconta a proposito di notizie  che non compaiono sui mezzi di informazione)  si sono resi visibili bambolotti di pelle chiara e di pelle scura, che si diceva fossero vietati  all’asilo nido comunale di Codroipo.
Ho cercato di capirne di più e prima di tutto ho stabilito alcuni  punti fermi per orientarmi:

  • Il nido pur facendo parte del  sistema educativo non appartiene al MIUR ma al comune.  In base a questo è legittimo che sia il comune a misurarsi con i regolamenti dei nidi;
  • Considerando la  comunicazione bianco/nera era ben chiaro che le notizie si riferivano ai bambini figli di non comunitari, nati in Italia o portati piccolissimi dai loro genitori, dato che il nido offre un  servizio dai 3 mesi ai tre anni;
  • Se parlare di integrazione non è una presa in giro, il nido sarebbe un servizio da considerare con attenzione se non altro per facilitare l’uso precoce della lingua italiana (ed eventualmente del friulano) come strumento di comunicazione e perciò di integrazione (l’uso del condizionale non è casuale: siamo nell’era dei condizionali dato che molte certezze che credevamo acquisite ci ballano sotto i piedi);
  • Per ciò che concerne l’iscrizione di minori ai servizi scolastici ed educativi l’esibizione del permesso di soggiorno è  esclusa solo per la scuola dell’obbligo.  Quindi i piccoli che vengano iscritti ad asili nido e scuole dell’infanzia per frequentare i servizi educativi loro spettanti, se figli di non comunitari, devono reggere e superare il giogo del permesso di soggiorno dei genitori per cui rischiano di farsi spie della loro irregolarità. 
    Mantenere la norma che spie li vuole a me sembra una abuso grave quanto l’esercizio attivo della pedofilia, una scelta da vigliacchi ignoranti.

Purtroppo il superiore interesse del minore, principio ormai fermo nella legislazione, viene  eluso con la complicità silente dell’opinione pubblica.   

E’ tempo di tornare ai bambolotti  bicolore … anzi no perché nulla se ne dice nei documenti ufficiali del comune.

Prima di tutto trascrivo  i testi di due degli emendamenti al regolamento in vigore, proposti dalla maggioranza e approvati, se ho ben capito, con voto in aula

Articolo 1 secondo capoverso; testo originario

Opera in stretta collaborazione con la famiglia e non in alternativa ad essa, sostenendo le capacità educative dei genitori, favorendo la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, concorrendo alla prevenzione delle situazioni di svantaggio psicofisico e sociale e contribuendo ad integrare le differenze ambientali e socio-culturali anche assicurando la presenza di materiali ludico-didattici che fanno riferimento alle diverse culture.

Articolo 1 secondo capoverso; testo modificato

Opera in stretta collaborazione con la famiglia e non in alternativa ad essa, sostenendo le capacità educative dei genitori, favorendo la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, concorrendo alla prevenzione delle situazioni di svantaggio psicofisico e sociale con lo scopo di favorire in ogni bimbo la possibilità di svilupparsi e d esprimersi liberamente, contando su interventi educativi che gli consentano, senza inibirlo, di orientare le proprie energie verso comportamenti in cui egli riesca a stabilire proficue relazioni e a manifestare in modo costruttivo la propria iniziativa e inventiva, supportato da adeguati materiali ludico-didattici.

Articolo 2 primo capoverso; testo originario

Al nido ogni azione è svolta nel rispetto delle diverse fasi di crescita, dei personali ritmi di sviluppo di ciascun bambino e alla cultura di provenienza.

Articolo 2 primo capoverso; testo modificato

Al nido ogni azione è svolta nel rispetto delle diverse fasi di crescita, dei personali ritmi di sviluppo di ciascun bambino garantendo a tutti i piccoli uguali possibilità di sviluppo e di mezzi espressivi e contribuendo a superare i dislivelli dovuti a differenze di stimolazioni ambientali e culturali.

Da dove sbucano i bambolotti?
Si tratta di testi piuttosto anodini e, se bambolotti ne sono schizzati fuori, deve esserci stato qualche indicatore specifico.
Può essere guida all’interpretazione l’espressione soppressa  “culture di provenienza” che carica di un sapore particolare ogni altra modifica (testo originario art. 2 primo comma).
Con giri di parole insomma il piccolo utente del nido non deve sentirsi africano, asiatico o che so io .

E qui la faccenda si fa un po’ ridicola.
I piccoli che si avvalgono del nido possono (evidentemente per i nativi italiani la possibilità di iscrizione è ovvia):

  1. essere nati in Italia da genitori stranieri (nella speranza che costoro abbiano il permesso di soggiorno con cui possono iscrivere al nido i loro piccoli e che soprattutto l’avessero al momento di registrarne la dichiarazione di nascita perché, se così non fosse, quei piccoli avrebbero alte opportunità di venir nascosti per non essere spie dell’irregolarità dei loro genitori);
  2. possono essere stati portati dal paese d’origine (o meglio dalla costa libica del Mediterraneo) in ogni caso immemori del loro passato ma probabilmente legati al proprio  oggetto transizionale, rassicurante compagnia al nido quando al primo ingresso la novità dall’ambiente segnerà un distacco;
  3. potrebbero essere adottati e in tal caso la situazione sarebbe diversa dato che si tratterebbe di italiani, figli di italiani, a meno che anime identitarie fino alle colorazioni non trovino il modo di penalizzarli. E’ già accaduto.

E a questo punto anche i bambolotti possono entrare in scena, come ogni altro elemento di rassicurazione che accompagni i piccoli nel mondo dell’educazione.
Potranno tenerli con sé anche quando insorgesse il sospetto che provengano dei paesi d’origine (e se nati in Italia qual è il paese d’origine)?
O saranno loro sottratti in omaggio  alla certezza del diktat che vedremo fra poco?
E se i piccoli –chiaramente non originari dalla Cina – avessero con sé un oggetto made in China che accadrà?

L’aver cercato di capire non mi tranquillizza.
La genericità scivolosa degli emendamenti approvati  riportati sopra potrebbe suggerire anche preoccupanti interpretazioni.
Mentre mi arrovello ho la risposta da un esegeta che parla da un luogo dominante.
La traggo  da una intervista concessa da Massimiliano Fedriga,  presidente della Giunta regionale, a  Viviana Zamarian del Messaggero Veneto (8 dicembre pag. 15).
Ricopio segnalando le virgolette della citazione originale e mentre scrivo non riesco a trattenere una solitaria, amara  risata.
Il presidente ha affermato che «per integrare bambini che vengono da paesi lontani non bisogna dar loro materiale ludico-didattico del paese d’origine. Questi bambini devono conoscere tradizione e cultura del territorio in cui si sono trasferiti a vivere. Questo è fare integrazione»

Dalle dichiarazioni presidenziali si deduce che

  1. i bambini da 3 mesi a tre anni possono elaborare i loro ricordi in modo da farne  un patrimonio atto a stabilire una consapevole identità;
  2. tale identità deve essere cancellata per assicurare la conoscenza del territorio in cui sono capitati precocemente a vivere;
  3. l’integrazione consiste nel cancellare la memoria e ogni possibile influenza del loro breve passato;
  4. pragmaticamente ciò si ottiene (parola di presidente della Giunta Regionale) negando ai piccoli gli oggetti transizionali anche nel momento critico del distacco dalla mamma.

Appena mi immagino una persona deputata alla pulizia etno-ludico-didattica, da svolgersi in un quadro culturale di integrazione che sottrae a un piccolo l’oggetto ostacolo all’integrazione stessa vengo fulminata da un’immagine orrenda.

Giocattoli vintage a Majdanek

Majdanek è una località situata a circa quattro chilometri ad est di Lublino in Polonia.
Sarebbe restrittivo definirlo un museo, è un campo di concentramento praticamente rimasto com’era dai tempi del nazismo. I pannelli esplicativi e gli oggetti esibiti all’interno delle baracche sono più che sufficienti per rivivere l’orrore di questo campo. Sono visibili anche i forni crematori, nonché le camere a gas in cui veniva usato il famigerato Zyclon B.
In quel campo, che visitai qualche anno fa, vidi ordinati in una bacheca  i bambolotti di ‘celluloide’  (ai miei tempo si chiamava così)  li conoscevo bene perché ci giocavo anch’io come i miei piccoli coetanei cui furono sottratti prima che fossero  gasati e bruciati, ceneri nel vento.
Per far memoria della malvagità idiota quei bambolotti furono trattati come bottino di guerra e conservati tanto da poter essere esibiti anche oggi all’orrore di chi pensa a quali abissi di disvalore aggiunto possa arrivare la crudeltà, specialmente se organizzata.
Ma non è il punto di partenza: una visitazione delle piccole crepe nella condotta umana aiuta … almeno a capire la storia

14 Dicembre 2018Permalink

7 dicembre 2018 _ La morte della pietà e di ogni rispetto della dignità dovuto a tutti i cittadini

Scrivo senza meraviglia alcuna la notizia che segue relativa al pestaggio di una donna rom vista durante un borseggio e della violenza esercitata sulla sua piccola bambina.
Ed è una violenza imposta a tutti noi che siamo costretti ad assistere a una violenza privata là dove si sarebbe dovuto garantire la presenza della polizia (che i ‘vigilantes’ avrebbero potuto chiamare consegnando la mamma, senza separarla dalla piccola, perché venisse attuata la procedura prevista per i borseggi nel rispetto della legge).
La presenza della piccola aggrava significativamente la situazione.
Il principio del superiore interesse del minore (the best interest of the child) trova solenne proclamazione nell’art. 3 dalla Convenzione sui Diritti del fanciullo, approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 a New York (ratificata dall’Italia con Legge 27.05.1991, n. 176), che testualmente recita: “In tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente”.

Aveva dichiarato la senatrice Segre nel suo discorso di insediamento, accogliendo un appello dello storico prof. Melloni : “Mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere, mi opporrò con tutte le energie che mi restano”
Il testo integrale del discorso nel mio blog. https://diariealtro.it/?p=5830

Alla voce della senatrice Segre unisco quella del presidente della Repubblica che recentemente ha ricordato l’art. 10 della Costituzione di cui ricordo i primi due capoversi “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali”

L’episodio che riporterò più avanti è peggio delle leggi speciali che la senatrice ha evocato. Indica che nella nostra società è penetrata una modalità di ‘giustizia fai da te’ che possiamo paragonare a barbare modalità del ku klux klan per non parlare nella storia nostra delle reazioni di condivisa violenza e di atteggiamenti omissori seguiti alle leggi razziali del 1938, soprattutto nell’applicazione durante il periodo bellico nella Repubblica di Salò e nel Litorale Adriatico (Risiera di san Sabba).

Non posso esimermi dal ricordare un punto preciso in questo processo ripugnante presente nell’Italia democratica ma che sembra essere accettato da molti e che muove dalla legge 94 del 2009 (art. 1 comma 22 lettera g) quando fu imposto ai migranti non comunitari di presentare il permesso di soggiorno all’atto di richiesta di registrazione della nascita di un figlio in Italia.
Poiché ho lottato per anni (e non ho intenzione di smettere) contro questa infamia ricordo che uno strappo di civiltà così pesante non poteva non creare uno spazio per la penetrazione di infamie altre (di cui tutti diventiamo vittime nella umiliazione della nostra dignità) e, poiché so di non essere creduta , riporto per l’ennesima volta richiamo al testo del Terzo Rapporto Supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia (novembre 2017. cap.3.1):
«Rispetto … al diritto di registrazione alla nascita, si fa presente che l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello stato, avvenuta con la legge 15 luglio 2009 n.94 in combinato disposto con gli artt. 316-362 c.p., obbliga alla denuncia i pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio che vengano a conoscenza delle irregolarità di un migrante. Tale prescrizione condiziona i genitori stranieri che, trovandosi in situazione irregolare, spesso non si presentano agli uffici anagrafici, proprio per timore di essere eventualmente espulsi».
La notizia di ciò che è accaduto a Roma pochi giorni fa ci apre alla possibile (ma non inarrestabile) deriva:

Roma, linea A della metro ore 14,30: questo è successo a me (di Giorgia Rombolà)
Giorgia Rombolà è una giornalista calabrese che da tempo vive e lavora a Roma, alla Rai. Ha lavorato al TgR e adesso fa parte del gruppo di RaiNews24. In particolare, è una cronista politico-parlamentare

QUESTO È SUCCESSO A ME di Giorgia Rombolà
Questo è successo a me, e non a qualcun altro. È successo alle 14.30 su un treno della linea A della metro di Roma. Fermi a una fermata, trambusto, urla e il pianto disperato di una bimba. Una giovane, credo rom, tenta di rubare il portafoglio a qualcuno. La acciuffano e ne nasce un parapiglia, la strattonano, la bimba che tiene per mano (3/4 anni) cade sulla banchina, sbatte sul vagone. Ci sono già i vigilantes a immobilizzare la giovane (e non in modo tenero), ma a quest’uomo alto mezzo metro più di lei, robusto (la vittima del tentato furto?) non basta. Vuole punirla. La picchia violentemente, anche in testa. Cerca di strapparla ai vigilantes tirandola per i capelli. Ha la meglio. La strattona fina a sbatterla contro il muro, due, tre, quattro volte. La bimba piange, lui la scaraventa a terra. Io urlo dal vagone: “Non puoi picchiarla, non puoi picchiarla”. Ma non si ferma.
Io urlo ancora più forte, sembro una pazza. Esco dal vagone, mi avvicino e cerco di fermarlo. Solo ora penso che con quella rabbia mi avrebbe potuto ammazzare, colpendomi con un pugno. “Basta, basta”, urlo. I vigilantes riescono a portare via la ragazza. Lui se ne va urlando, io risalgo sul treno. E lì vengo circondata. Un tizio che mi insulta dandomi anche della puttana dice che l’uomo ha fatto bene, che così quella stronza impara. Due donne (tra cui una straniera) dicono che così bisogna fare, che evidentemente a me non hanno mai rubato nulla. Argomento che c’erano già i vigilantes, che non sono per l’impunità, ma per il rispetto, soprattutto davanti a una bambina.
Dicono che chissenefrega della bambina, tanto rubano anche loro, anzi ai piccoli menargli e ai grandi bruciarli. Un ragazzetto dice se c’ero io quante mazzate. Dicono così. Io litigo, ma sono circondata. Mi urlano anche dai vagoni vicini. E mi chiamano comunista di merda, radical chic, perché non vai a guadagnarti i soldi buonista del cazzo. Intorno a me, nessuno che difenda non dico me, ma i miei argomenti. Mi guardo intorno, alla ricerca di uno sguardo che seppur in silenzio mi mostri vicinanza. Niente. Chi non mi insulta, appare divertito dal fuori programma o ha lo sguardo a terra. Mi hanno lasciato il posto, mi siedo impietrita. C’è un tizio che continua a insultarmi. Dice che è fiero di essere volgare. E dice che forse ci rivedremo, chissà, magari scendiamo alla stessa fermata. Cammino verso casa, mi accorgo di avere paura, mi guardo le spalle. E scoppio a piangere. Perché finora questa ferocia l’avevo letta, questa Italia l’avevo raccontata. E questo, invece, è successo a me.

http://www.iacchite.com/roma-linea-a-della-metro-ore-1430-questo-e-successo-a-me-di-giorgia-rombola/

https://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/rom-picchiata-in-metro-dopo-tentato-furto-insultata-la-giornalista-intervenuta-in-sua-difesa_3179157-201802a.shtml

https://roma.repubblica.it/cronaca/2018/12/06/news/roma_quel_razzismo_che_viaggia_anche_in_metro-213541724/?ref=RHPPBT-BH-I0-C4-P4-S1.4-T1

http://www.ilgiornale.it/news/roma/passeggero-metro-pesta-ladra-rom-presa-i-capelli-e-sbattuta-1612239.html

Anche il Corriere della sera ne scrive in più di un articolo (compreso il caffè di Gramellini) ma i file che avevo trovato non consentono l’intera lettura degli articoli

 

7 Dicembre 2018Permalink

30 novembre 2018 – La storia di Fara, eritrea, mamma di un fagottino

La solidarietà batte il razzismo: siamo tutti con Fara di Alessandro Puglia

Ondata di solidarietà nei confronti della ragazza eritrea diciannovenne sbarcata nella notte tra sabato e domenica a Pozzallo e aggredita verbalmente da alcune mamme italiane in ospedale mentre andava a trovare la figlia di soli 15 giorni, partorita in un centro di detenzione in Libia.
Il sindaco e l’ex direttrice dell’hotspot di Pozzallo le hanno fatto visita, portando un’orchidea alla madre e giocattoli per la neonata. E sul Web tra donazioni di ovetti e passeggini c’è chi le vorrebbe adottare

A quelle mamme che nel reparto di neonatologia dell’ospedale Maria Paternò Arezzo di Ragusa le hanno urlato frasi del tipo: “vattene via”, “porti malattie”, “tua figlia ha un virus è inaccettabile che stia qui”, verrebbe da dire guarda con chi te la stai prendendo. Perché la giovane A., nota come Fara, giovane eritrea di soli 19 anni sbarcata sabato scorso a Pozzallo, quel “fagottino gracile” di soli 15 giorni l’ha partorito non in una clinica o in un letto di ospedale, ma in una prigione in Libia, senza medici o infermieri, e con altre donne che quel parto non sono riuscite a portarlo a termine. La piccola M. non è stata infatti la sola neonata nello sbarco dei 263, in gran parte eritrei, di sabato scorso. C’era anche un’altra neonata, orfana, arrivata con lo zio o un cugino perché la madre pare proprio che sia morta proprio nello stesso lager libico dove ha partorito Fara.
Basterebbe soltanto il racconto di questa nascita difficile alla giovane eritrea per meritarsi una carezza o una parola di conforto dalle altre mamme italiane che invece l’hanno aggredita, allontanata, spaventata tanto da aver reso necessario l’intervento dei carabinieri per placare gli animi. «Quando abbiamo soccorso la piccola abbiamo notato delle crosticine di sangue e che la neonata non era ancora stata lavata. Abbiamo chiesto alla madre da quanto tempo avesse partorito e lei in inglese ha risposto “15 days”, 15 giorni, e così abbiamo capito che la bimba era nata pochi giorni prima della partenza in Libia», racconta Angelo Gugliotta, responsabile della Misericordia di Modica. Prima dell’episodio di razzismo l’associazione di volontariato cattolica tramite la sua pagina Facebook aveva lanciato una gara di solidarietà nei confronti del “fagottino” appena sbarcato, come ama ripetere Gugliotta.

Nota inutile di Augusta – I paradossi
Se il” fagottino”, figlia di Fara, fosse nato da una mamma, irregolarmente presente in Italia (per esempio una badante che avesse perso il lavoro e conseguentemente il permesso di soggiorno per la morte della persona italiana assistita), e avesse poi concepito la sua piccola e l’avesse partorita in Italia, la piccola potrebbe essere nata in un comune dove si applichi – con eroico rigore – la legge che a questa tipologia di piccoli invasori nega il certificato di nascita.
Oppure potrebbe esser stata indotta a non presentarsi allo sportello dell’ufficio anagrafe dello stesso comune perché, come ci spiega il 3° Rapporto Supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia, anno 2016-2017 “il timore dei genitori privi di permesso di soggiorno di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità (art. 7 CRC), nonché dell’art. 9 CRC contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori.”.

Ieri nel mio blog c’era un ottimo articolo del giornalista Fabio Folisi  (Il Friuli  e Paper) che consente di collocare questo testo in un razionale – quanto istituzionalmente ignorato – quadro di riferimento https://diariealtro.it/?p=6250

La storia di Fara, mamma di un “fagottino”

http://www.vita.it/it/article/2018/11/29/la-solidarieta-batte-il-razzismo-siamo-tutti-con-fara/149948/

https://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/norazzismo/notizie_1543555305.htm

Per sapere cos’è la “misericordia” di Modica: http://www.misericordiamodica.it/

30 Novembre 2018Permalink

29 novembre 2018 – …eppur ci sono!

Friuli Sera e Paper

Ufficialmente mai nati. Il diritto negato ai bimbi partoriti in Italia da genitori senza permesso di soggiorno
DI FABIO FOLISI · 29 NOVEMBRE 2018

Le nefandezze del nuovo “decreto sicurezza” in tema di migranti si sommano ad alcune “chicche” già presenti nella legislazione italiana e che, anche se da quando furono emanate sono passati quasi due lustri, hanno superato indenni svariati governi. Governi, intendiamoci, non solo di destra come l’odierno, ma anche di centro-sinistra, rei non solo di non aver messo mano alla “Bossi-Fini” madre di molti problemi, ma anche di non aver sanato una questione forse piccola nella considerazione della politica, ma enorme per chi la vive da invisibile e senza voce. Ma spieghiamo meglio, erano i tempi del IV governo Berlusconi (7 maggio 2008 al 16 novembre 201) e l’on. Roberto Maroni era Ministro degli Interni, predecessore nella funzione ministeriale di Matteo Salvini, ma come è noto della stessa “pasta” politica. Fu Maroni infatti a far approvare con voto di fiducia, la storia curiosamente si ripete, il cosiddetto pacchetto sicurezza di allora che, fra le altre cose, stabiliva doversi presentare per gli stranieri non comunitari il permesso di soggiorno per ottenere la registrazione della dichiarazione di nascita di un partorito in Italia (lettera G del comma 22 art. 1 della legge 94/2009). Questo per tutti questi anni ha significato un caos dato che, in assenza di registrazione perché magari i genitori non erano ancora in possesso del permesso, il nuovo nato nonostante il primo respiro fosse italiaco, non solo non meritava neppure la classificazione di “clandestino” ma addirittura era un invisibile. A scanso di equivoci tutto questo non c’entra nulla con lo jus soli che indica l’acquisizione della cittadinanza di un dato paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori, parliamo solo di certificare la nascita. Non farlo vuol dire che per lo stato italiano, ma anche per il resto del mondo, semplicemente la persona non esiste. Privo del certificato di nascita, suo diritto personale, che ne garantisce l’identità, l’appartenenza familiare, la cittadinanza (non necessariamente quella italiana ma quella dei suoi genitori) il piccolo diventa insomma un paradosso burocratico, un abominio legale. Fra l’altro il problema si ripercuote sul neonato anche al suo eventuale rientro nel paese di origine perché, di fatto, risulta “non nato”. Insomma dal 2009 una legge dello stato italiano ha aperto le ostilità contro i neonati, altro che “prima gli italiani”, qui si vuole addirittura negare l’esistenza di persone, che se pur piccole ed indifese, dovrebbero possedere tutti i diritti garantiti almeno dalla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e scusate se è poco.
E’ una condanna, comminata a bambini che provoca a catena la negazione di diritti basilari come la salute, l’istruzione e la stessa esistenza, anche se parliamo per fortuna solo di esistenza giuridica. Andando indietro nella storia, passando per l’annullamento dell’individuo praticato nei campi di sterminio nazisti, troviamo altri esempi di inesistenza di registrazione anagrafica solo come caratteristica degli schiavi di un tempo, sia negli USA che in Europa, tanto che per alcuni soggetti, magari poi liberati, non è nota la data di nascita ma solo quella di morte.
Ma in questi 10 anni cosa è effettivamente accaduto? Forse rendendosi conto dell’abominio della norma e dei combinati disposti multipli che si producevano con l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello stato (sempre nella legge 15 luglio 2009 n.94) che obbliga alla denuncia i pubblici ufficiali o che vengano a conoscenza delle irregolarità di un migrante, si materializza una circolare dello stesso Ministero degli interni, Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali. Si tratta della circolare n.19 del 7 agosto 2009 che cercò di mettere una pezza, non al problema in se, ma alla contraddizione e ai rischi per i funzionari dei Comuni. Recita infatti la circolare: « Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto».
Problema risolto? Ma manco per niente, visto che la circolare ministeriale è un provvedimento di natura amministrativa e potrebbe essere disapplicata dagli Uffici di Stato Civile dei Comuni che vedono comunque dei rischi, se non altro perché il contenuto della circolare di fatto è modificativo della norma di legge e soprattutto del suo spirito vessatorio. Fra l’altro la circolare, anche quando conosciuta, non rassicura i genitori stranieri che, trovandosi loro malgrado e da oggi per volontà politica in situazione largamente più irregolare, manco si presentavano e presenteranno agli uffici anagrafici. Il timore è ovvio, quello di essere fermati, internati e forse espulsi. Fra l’altro il “vezzo” ministeriale di scaricare le responsabilità di tutti i problemi sui Comuni, che addirittura viene propagandata come una scelta di democrazia diffusa, in realtà nasconde proprio la volontà di non far funzionare le cose perché saranno molto pochi, sia i politici locali, che gli apparati burocratici che si prenderanno una qualsivoglia responsabilità. Insomma siamo all’uso pianificato della burocrazia come strumento di vessazione razziale. Ed allora non ci rimane che citare la Costituzione, la legge delle leggi, quella alla quale ogni provvedimento politico e giuridico dovrebbe far riferimento ed attenersi. Ma è evidente che a determinate parti politiche, e non solo di destra, quella “Carta” va stretta e non riuscendo a cambiarla fanno spallucce e la ignorano. Non fosse così anche il nuovo decreto sicurezza di Salvini, come quello del suo predecessore Maroni, non avrebbero dovuto, quelli sì, avere un certificato di nascita. Dice infatti l’art. 3 della Carta Costituzionale: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso , di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana …» e badate bene si parla di “cittadini” non di “italiani”.

Ufficialmente mai nati. Il diritto negato ai bimbi partoriti in Italia da genitori senza permesso di soggiorno

https://friulisera.it/ufficialmente-mai-nati-il-diritto-negato-ai-bimbi-partoriti-in-italia-da-genitori-senza-permesso-di-soggiorno/?fbclid=IwAR0cjQEE31CSpQHkHXrrqA0-ZsZInKFgr7uL-2wJ-Bk18fVneIdIVfElUOE

 

29 Novembre 2018Permalink

25 novembre 2018 – Uno spray anti neonati? Attenzione: sono pericolosi.

Per chi avrà la pazienza di leggere trascrivo due mie annotazione suggerite dalla
giornata della violenza contro le donne.
1. Silenzio su alcune donne minacciate ma di cui non si deve parlare e di cui invece parlo.
2. Una pregevole interrogazione dell’on Giuditta Pini con una mia annotazione finale.

1

Ancora una volta la giornalista che conduceva Prima Pagina (questa volta era de Il Manifesto ma, se fosse stata de Il Giornale o simili, sarebbe stato lo stesso) non mi ha passato al colloquio, anzi non ha letto il messaggio che avevo inviato pur citandolo con nome e cognome ma ben guardandosi dall’accennarne al contenuto: dei nati in Italia che la legge vuole senza nome perché figli di migranti non comunitari senza permesso di soggiorno non si deve parlare.
Sono la minaccia che prova a insinuarsi nel nostro territorio attraverso la nascita. Di loro non si deve parlare anzi non devono esistere. Se ne era accorto il ministro Maroni, predecessore dell’attuale a lui consono nel ruolo e nell’ideologia.
Le convenzioni internazionali, che dovremmo rispettare – Costituzione art. 10 – ratificate in legge (176/1991, tanto per citare) dicono il contrario.

Non ha importanza
La prassi ormai decennale (dalla approvazione del cd ‘pacchetto sicurezza’ – L. 94/2009) ha promosso il consenso del silenzio che, praticato fermamente e quasi totalmente, assicura che così si può fare e si fa. Una occulta conventio ad excludendum vuole così e zitti tutti, zitte tutte.
Le persone perbene tacciono. Ma io non sono perbene e trascrivo quanto avevo scritto e che la professionista di turno a Prima Pagina oggi ha taciuto.

La violenza del silenzio coatto.
Dal 2009 il ‘pacchetto sicurezza’ (legge 94) impone la presentazione del permesso di soggiorno per registrare la dichiarazione di nascita di un figlio.
I non comunitari che non ne dispongono per evitare il rischio dell’espulsione possono non provvedere e il nuovo nato in Italia resta senza certificato di nascita su cui sarebbero scritti, insieme al suo nome, quelli dei genitori.
Oggi vorrei si ricordassero le mamme che non possono dire “questo è mio figlio”. Anche questa è violenza (legale) alle donne (e all’uomo se c’è un papà)”.

2
La deputata Giuditta Pini ha rivolto un’interrogazione al ministro Salvini del che la ringrazio.

Ricopio per intero il testo dal sito ufficiale della on. Pini
Atto Camera
Interrogazione a risposta orale 3-00339
presentato da PINI Giuditta
testo di Mercoledì 21 novembre 2018, seduta n. 88

PINI. — Al Ministro dell’interno. — Per sapere – premesso che:
il 19 novembre 2018 alle 09,47 il Ministro interrogato, sulle proprie pagine ufficiali di Facebook e Twitter ha postato una foto di tre ragazze con la didascalia «Poverette, e ridono pure…»; le ragazze nella foto sulla pagina pubblica di Facebook del Ministro interrogato sono ritratte senza nessun tipo di forma grafica che ne tuteli la privacy, e sono delle studentesse minorenni; la foto sulla pagina pubblica di Facebook del Ministro interrogato è stata oggetto di numerosi commenti, oltre 12 mila;

nei commenti le tre ragazze sono state bersagliate da minacce e innumerevoli insulti, anche e direttamente nella pagina ufficiale del Ministro dell’interno, senza che questi fossero cancellati o moderati; secondo gli ultimi dati dell’Istat il 31,5 per cento delle 16-70enni (6 milioni e 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Ha subìto minacce il 12,3 per cento delle donne;

sul sito del Ministero dell’interno nella sezione «Violenza di genere» è riportata la dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne che è stata adottata da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione 48/104 del 20 dicembre 1993. Si legge: «È violenza contro le donne ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà. Così recita l’articolo 1 della dichiarazione Onu sull’eliminazione della violenza contro le donne»; il 25 novembre cade la Giornata internazionale per eliminazione violenza contro donne proclamata dalle Nazioni Unite. L’Onu promuove iniziative e convegni dedicati alle donne che hanno subìto o subiscono ancora una violenza fisica o psicologica;

la prima sezione penale della Corte di cassazione con la sentenza n. 42727, pubblicata il 23 ottobre 2015 stabilisce, tra l’altro, che «Facebook è una gigantesca piazza immateriale con oltre cento milioni di utenti nel mondo, che comunicano in settanta lingue diverse: la community internet, dunque, ben può rientrare nella nozione di “luogo pubblico” ex articolo 660 Cp»;

la quinta sezione della Corte di cassazione con la sentenza n. 4873 del 1° febbraio 2017 ha stabilito che la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca «Facebook» integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’articolo 595, comma 3, codice penale, poiché questa modalità di comunicazione di un contenuto informativo suscettibile di arrecare discredito alla reputazione altrui, ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone; attraverso tale piattaforma virtuale, invero, gruppi di soggetti valorizzano il profilo del rapporto interpersonale allargato ad un numero indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione;
tra i compiti del Ministero dell’interno c’è la sicurezza del cittadino, la tutela dell’incolumità e delle libertà individuali garantite dalla Costituzione;
l’11 ottobre 2018 Luca Morisi, responsabile social network del Ministro interrogato ha dichiarato che esiste un solo spin doctor di Salvini ed è Salvini stesso –:

se il Ministro interrogato abbia pubblicato direttamente la foto delle tre ragazze minorenni;
per quale motivo non abbia operato per cancellare e limitare le minacce e gli insulti nei confronti delle tre minorenni;

se non ritenga opportuno, per quanto tardivo, adottare iniziative per rimuovere gli insulti e le minacce alle ragazze dalla sua pagina;

se non ritenga, come Ministro dell’interno, di dover adottare iniziative per tutelare l’incolumità delle tre ragazze minorenni nelle forme e nelle modalità previste dalla legge.
(3-00339)

Da parte mia ricordo che il superiore interesse del minore (best interests of the child nelle norme internazionali che l’Italia ha ratificato) rappresenta il principio informatore di tutta la normativa a tutela del minore.
Quindi ogni pronuncia giurisdizionale deve essere finalizzata a promuovere il benessere psicofisico del minore e a privilegiare l’assetto di interessi più favorevole a una sua crescita e maturazione equilibrata e sana.
A me il cartello esibito dalle ragazze non piace. Il testo è violento.
Ma la scelta fatta dal Ministro – che quando parla non può permettersi di sfuggire al suo ruolo – di esporre tre ragazzine alla gogna mediatica, gli assicura un protagonismo inaccettabile, l’opzione di un metodo che, a mio parere, appartiene a una mancanza di discernimento che gli sarebbe imposta dal ruolo e dall’età
Mi sembra il caso di citare il filosofo Kant, presenza forte in quell’Europa di cui c’è chi ostenta la scelta di non sapere nulla,
agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo”.

25 Novembre 2018Permalink