21 gennaio 2016 –Il Parlamento si volterà dall’altra parte?

Il sito (il cui link riporto in calce) ha copiato un articolo, che riprendo,  comparso ieri su La Repubblica .
Vi si trovano profonde ragioni perché, in una questione così delicata e così intimamente legata agli inalienabili diritti della persona, il Parlamento italiano riacquisti dignità e non decida sulla base di valutazioni di convenienza elettorale .

 Tutti gli alibi che inquinano le unioni civili di Stefano Rodotà

La discussione sulle unioni civili avrebbe bisogno di limpidezza e di rispetto reciproco, invece d’essere posseduta da convenienze politiche, forzature ideologiche, intolleranze religiose. Di fronte a noi è una grande questione di eguaglianza, di rispetto delle persone e dei loro diritti fondamentali, che non merita d’essere sbrigativamente declassata, perché altre urgenze premono. I diritti, dovremmo ormai averlo appreso, sono indivisibili, e quelli civili non sono un lusso, perché riguardano libertà e dignità di ognuno. Bisogna liberarsi dai continui depistaggi. La maternità surrogata, vietata fin dal 2004, viene evocata per opporsi all’adozione dei figli del partner, penalizzando proprio quei bambini che si dice di voler tutelare e tornando così a quella penalizzazione dei figli nati fuori dal matrimonio eliminata dalla civile riforma del diritto di famiglia del 1975. E si dovrebbe ricordare che la Costituzione parla della famiglia come società “naturale” non per evitare qualsiasi accostamento alle unioni tra persone dello stesso sesso.Ma per impedire interferenze da parte dello Stato in «una delle formazioni sociali alle quali la persona umana dà liberamente vita », come disse Aldo Moro all’Assemblea costituente. Altrimenti ricompare la stigmatizzazione dell’omosessualità, degli atti “contro natura”. L’impegno significativo del presidente del Consiglio per arrivare ad una disciplina delle unioni civili rispettosa di quello che la Corte costituzionale ha definito come un diritto fondamentale a vivere liberamente la condizione di coppia si è via via impigliato nel prevalere delle preoccupazioni legate alla tenuta della maggioranza. Il riconoscimento effettivo di diritti fondamentali viene così subordinato ad una esigenza propriamente politica che sta svuotando la portata della nuova legge. E non si può dire che si cerchi di procedere con la cautela necessaria, data la delicatezza dell’argomento, perché la cautela si è trasformata nel progressivo abbandono di una linea rigorosa, nel gioco delle concessioni verbali che tuttavia inquinano il senso della legge in punti significativi. È indispensabile riprendere una strada coerente con il fatto che si sta discutendo di dignità e identità delle persone, dunque di una materia dove non tutto è negoziabile. Il legislatore sta oscillando tra concessioni improprie e irrigidimenti ingiustificati. Una assai discutibile e discussa sentenza del 2010 della Corte costituzionale viene eretta a baluardo inespugnabile, che non consentirebbe neppure di adempiere a quel dovere positivo di riconoscimento pieno dei diritti delle coppie tra persone dello stesso sesso imposto all’Italia da una sentenza di condanna del 2015 della Corte europea dei diritti dell’uomo. Per sfuggire a questa responsabilità, più si va avanti più si delinea una situazione in cui il legislatore sta costruendo una sua gradita impotenza. Non posso intervenire perché avrei bisogno di una legge costituzionale. Non posso intervenire perché devo ancora considerare il codice civile come un riferimento ineludibile. Non posso muovermi nel nuovo contesto costruito dai principi e dalle regole europee. Non posso intervenire perché l’opportunità politica variamente mascherata me lo preclude.

Nessuno di questi argomenti regge. Nel 2013 la Corte di Cassazione ha detto esplicitamente che le scelte in questa materia sono affidate al legislatore ordinario. Ricostruire il principio di riferimento nel fatto che il codice civile parla ancora di diversità di sesso nel matrimonio è un errore di grammatica giuridica perché si dimentica che la Costituzione si pone in una posizione gerarchicamente superiore al codice civile e bisogna interpretare la Costituzione partendo dal principio di eguaglianza. Proprio la forza di questo principio ha determinato un radicale cambiamento del sistema istituzionale europeo. La Carta dei diritti fondamentali ha cancellato il requisito della diversità di sesso sia per il matrimonio, sia per ogni altra forma di costituzione della famiglia, e ha ribadito con forza che non sono ammesse discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale. Se si guarda più a fondo nel nostro sistema, neppure l’accesso al matrimonio egualitario sarebbe precluso al legislatore ordinario.

n questo nuovo mondo, che pure le appartiene e nel quale ha liberamente deciso di stare, l’Italia è recalcitrante ad entrare. E così conferma un ritardo culturale, che in altri tempi aveva vittoriosamente sconfitto, anche in occasioni difficili come quelle dell’approvazione delle leggi sul divorzio e dell’aborto, seInza restare prigioniera delle preoccupazioni della Chiesa, che oggi tornano in maniera inquietante e inattesa.

Di nuovo lo sguardo si fa ristretto, la riflessione culturale si rattrappisce e non si riesce a dare il giusto rilievo al fatto, sottolineato con forza dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che ormai la maggioranza dei Paesi del Consiglio d’Europa riconosce le unioni civili e che aumentano continuamente gli Stati dov’è riconosciuto il matrimonio tra persone dello stesso sesso — Francia, Spagna, Portogallo, Stati Uniti, Danimarca, Inghilterra, Irlanda, Svezia, Norvegia, Svizzera, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Slovenia, Argentina, Brasile, Uruguay, Sudafrica. Strada che questi Paesi non percorrono con avventatezza, ma riflettendo con serietà, e che dovrebbero essere un riferimento per sfuggire alla superficialità con la quale troppo spesso in Italia si affrontano questioni serie come quelle riguardanti le adozioni coparentali ( stepchild adoption). Tema, questo, che trascura del tutto le dinamiche degli affetti, la genitorialità come costruzione sociale e che, a giudicare da alcuni improvvidi emendamenti al disegno di legge in discussione al Senato, rischia di lasciare bambine e bambini in un avvilente limbo, che di nuovo nega dignità ed eguaglianza. Ancora e sempre l’eguaglianza, che la Corte costituzionale non ha adeguatamente considerato in quella sentenza del 2010, la cui interpretazione dovrebbe essere seriamente riconsiderata a partire dal nuovo contesto istituzionale europeo. Perché no? Ricordiamo che, con una violazione clamorosa del principio di eguaglianza, nel 1961 la Corte costituzionale dichiarò legittima la discriminazione tra moglie e marito in materia di adulterio. La Corte sui ravvide nel 1968, mostrando che l’eguaglianza e la vita non possono essere consegnate alla fissità di una decisione. Un legislatore, che sta costruendo la sua impotenza, dovrebbe piuttosto riflettere sulla sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che, nel 2015, ha ammesso il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Ferma restando la legittima manifestazione di ogni opinione, i giudici americani hanno affermato il loro dovere di sottrarre i diritti fondamentali alle «vicissitudini della politica».

fonte:
http://www.eddyburg.it/2016/01/tutti-gli-alibi-che-inquinano-le-unioni.html
«Temi e principi » de homine

21 Gennaio 2016Permalink

14 gennaio 2016 – Il Parlamento non si volti dall’altra parte

L’appello dei giuristi a sostegno della stepchild adoption.

Unioni gay: i bambini, innanzitutto     –

I giudici di Strasburgo con la sentenza del 21 luglio 2015 hanno condannato l’Italia per inottemperanza all’obbligo positivo di dare attuazione ai diritti fondamentali alla vita privata e alla vita familiare delle coppie dello stesso sesso. Come sottolineato dalla Corte costituzionale, il Parlamento italiano è chiamato oggi ad approvare “con la massima sollecitudine” una “disciplina di carattere generale” che tuteli le unioni omosessuali. Le corti europee richiedono che la normativa da emanare sia conforme al principio di non discriminazione ed assicuri un trattamento giuridico omogeneo a quello delle coppie coniugate, giacché ogni disparità esporrebbe la legge a nuovo vaglio di legittimità. Preoccupa, quindi, che il dibattito sociale e parlamentare sembri bloccarsi sul tema della genitorialità, agitando questioni estranee al ddl (quale quella della surrogazione di maternità, comunque oggi vietata in Italia) e rischi di arenarsi sullo scoglio della c. d. stepchild adoption. Quali giuristi (docenti universitari, giudici, avvocati) impegnati sui temi dei diritti fondamentali, del diritto di famiglia e dei minori, non possiamo non rilevare che l’adozione del figlio da parte del partner del genitore biologico (c. d. “adozione in casi particolari”), diretta a dare veste giuridica ad una situazione familiare già esistente di fatto, rappresenta la garanzia minima per i bambini che vivono oggi con genitori dello stesso sesso. Il riconoscimento giuridico della relazione anche nei confronti del genitore sociale assicura difatti al bambino i diritti di cura, di mantenimento, ereditari ed evita conseguenze drammatiche in caso di separazione o intervenuta incapacità o morte del genitore biologico, salvaguardando la continuità della responsabilità genitoriale nell’esclusivo interesse del minore. Queste bambine e questi bambini esistono. Il Legislatore non può cancellarli, non può voltarsi dall’altra parte, ignorandone le esigenze di protezione. La giurisprudenza italiana ed europea segnala come la scelta più ragionevole e giuridicamente corretta consista nel consentire ai giudici di valutare caso per caso se l’adozione da parte del partner assicuri la migliore protezione dell’interesse superiore dei figli di genitori omosessuali. La giurisprudenza di merito ha già individuato diverse modalità di tutela, secondo la disciplina vigente, consentendo l’adozione ex art. 44, lettera d, Legge adozioni e, in alcuni casi, la trascrizione di atti esteri. Tutti i Paesi con civiltà giuridica a noi affine si sono dotati di strumenti efficaci per la tutela dei figli di genitori omosessuali: la stepchild adoption, in forma analoga a quella prefigurata nel ddl in discussione, è prevista da anni nella legge tedesca; alcuni dei maggiori Paesi europei (Regno unito, Francia, Spagna) già ammettono l’adozione piena e legittimante. Va, dunque, rigettato il ricorso a un inedito “affidamento in casi particolari” perché del tutto inadeguato alla protezione dei bambini, che non possono restare in balia di status precarî e revocabili, ma che, al contrario, necessitano di stabilità giuridica, di genitori che abbiano responsabilità nella cura, nell’educazione e nel mantenimento sino alla maggiore età ed oltre. Va, pure, respinta con forza l’ipotesi di una legge sulle unioni civili che oggi regoli soltanto le relazioni tra gli adulti, perché ciò significherebbe l’ennesimo rinvio che ancora una volta lascerebbe senza protezione proprio i soggetti più deboli, i bambini.

(verifica di poco fa: 444 firme)

I diritti dei bambini avanzano, forse, a brandelli

Nel 1975 la riforma del codice civile produsse la scomparsa dell’infame dizione ‘figli illegittimi’ e la legge 10/12/2012 n° 219  Disposizioni in materia di riconoscimento dei figli naturali cancellò anche la buffa dizione ‘figli naturali’. Perché qualcuno può supporre l’esistenza di figli ‘innaturali’? Misteri del linguaggio giuridico-politico.
I figli sono figli e basta, si disse.
Lo aveva già affermato, nel contesto di una cultura tutta da costruire, la Costituzione della Repubblica che all’art 30 afferma La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima”.
Il 19 ottobre 2015, la legge  n. 173 proponeva un altro passo avanti: “Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184, sul diritto alla continuità affettiva dei bambini e delle bambine in affido familiare”
A questo punto restavano (e restano) altri settori scoperti per cui vale la fondamentale espressione che ho evidenziato nell’appello dei giuristi trascritto in partenza (appello di cui in calce si trova il link che consente di raggiungerlo)
Queste bambine e questi bambini esistono. Il Legislatore non può cancellarli, non può voltarsi dall’altra parte, ignorandone le esigenze di protezione”.
E’ chiaro che i giuristi (magistrati ed avvocati) considerano i bambini che conoscono nell’esercizio della loro professione e che, nel caso di piccoli soggetti possibili della stepchild adoption, sono protetti  dalla esposizione di sé che hanno fatto i loro papà e le loro mamme. I figli dei sans papier che nascono in Italia (cui dal 2009 è negata la garanzia del certificato  di nascita) vengono nascosti, non hanno possibilità di incontro con i professionisti della giustizia.

Dovrebbero farsene carico la ‘politica’ e la società civile ma, finché si continuerà a pensare ai figli come appendici dei genitori, classificando gli uni, classificheremo, in maniera tanto nefasta quanto incivile, gli altri, godendo di un ampio consenso anche della cultura che si dichiara cattolica  e che si è resa cinicamente disponibile a strumentalizzare i bambini per favorire il rigetto dell’istituto della stepchild adoption.
Il suo cinismo le ha consentito anche un laico conforto. Infatti l’Unicef nel suo rapporto del 2013, ora tradotto anche in italiano, elenca puntigliosamente i paesi in via di sviluppo che non hanno anagrafe (e promuove campagne perché quei bambini abbiano un certificato di nascita) ma finge di ignorare l’Italia che ha ben circoscritto e definito  coloro che possono nascere ma non devono esistere..

Mia considerazione con risvolti liturgici

Il 3 gennaio la liturgia celebra il nome di Gesù, che san Paolo dice essere «al di sopra di ogni nome» (lettera ai Filippesi 2, 9). Pochi giorni prima, a Natale, siamo stati chiamati a onorare ben altro protagonista, un nuovo bambino, intrufolato fra suoni frastornanti di mercati, mercatini e bancarelle.
Eppure, se vogliamo pensare a un Dio che, incarnatosi, si è fatto uomo, lo dobbiamo accettare anche con la fragilità di un bambino. Giuseppe, che era conosciuto come suo padre (e aveva già salvato la sua sposa, misteriosamente madre, dalla pena riservata alle adultere), l’aveva chiamato Gesù. Appena nato, il piccolo Gesù si era trovato in pericolo, minacciato da un sovrano fantoccio presto rivelatosi infanticida.
Suo padre l’aveva protetto, nascondendolo in una terra lontana.
Anche oggi in Italia ci sono bambini che vengono nascosti perché la legge nega loro il nome, trasformando il certificato di nascita loro dovuto in una minaccia. Così si è deciso sei anni fa e oggi, se vengono dichiarati all’anagrafe del comune che li deve registrare, quei bambini svelano la situazione dei loro genitori, privi di permesso di soggiorno e obbligati a dichiarare la propria irregolarità per garantire ai propri bambini il certificato di nascita. Il rischio si fa minaccia, voluta ed evidente. Eppure la registrazione del nome è necessaria per esistere giuridicamente.
È su questa contraddizione fra segni dei tempi, che richiamano anche alla giustizia, e «nuove forme di schiavitù sociale e psichica», che già la costituzione conciliare Gaudium et spes aveva richiamato l’attenzione.
Posso sperare che in qualcuna delle nostre chiese il 3 gennaio, qualcuno si sia fatto voce udibile anche nella società civile per assicurare accanto al nome di un Bambino, misterioso ma non lontano, quello di bambini che ne vengono privati? E non prevalga chi ne approfitta per creare la paura che rende l’uomo schiavo del più ingiusto dei poteri, talmente ingiusto da trasformare le creature più fragili e più degne di protezione in una minaccia?

FONTI:
fonte delle mie considerazioni sulla continuità affettiva (8 novembre 2015)
https://diariealtro.it/?p=4081
Fonte:  www.notam.it
Fonte del r
apporto UNICEF “Every Child’s Birth Right 2013
Fonte dell’appello dei giuristi
http://www.articolo29.it/2016/appello-dei-giuristi-a-tutela-dei-bambini-si-alla-stepchild-adoption-il-parlamento-non-si-volti-dallaltra-parte-3/

 

14 Gennaio 2016Permalink

19 dicembre 2015 – Oggi in Francia ma non in Italia

Trascrivo da Riforma, Il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia.
Segnalo che chi ‘faccia clic’ sul link che segnalo in calce potrà ascoltare il secondo intervento citato nel finale dell’articolo (in francese).

Voto in Francia, le chiese protestanti si interrogano

Claudio Geymonat  18 dicembre 2015

Le riflessioni di due pastori sulla recente tornata elettorale che ha visto il boom del partito Front National

La recente tornata elettorale francese, utile per nominare i nuovi presidenti delle regioni, ha rappresentato l’ennesimo campanello di allarme sulla crescita di un sentimento misto di paura e chiusura, non figlio soltanto dei recenti tragici fatti di cronaca, ma con radici profonde, radicate in questi ultimi vent’anni. Inclusione mai realmente avvenuta, crisi del mondo del lavoro, modelli sociali errati, sono molte le analisi possibili. Il rischio di una deriva razzista e autoritaria ha posto questioni serie anche al mondo delle chiese, quasi obbligate a “sporcarsi le mani” nell’agone politico, consuetudine questa radicata meglio alle nostre latitudini. Non fanno eccezione le chiese protestanti. Prevale una riflessione introspettiva, sul ruolo che le istituzioni religiose possano o debbano giocare al proprio interno e verso il mondo dei fedeli. Riportiamo di seguito due interventi.

Il punto di vista sulle recenti elezioni regionali francesi di Pierre Kopp, pastore dell’Unione delle chiese protestanti di Alsazia e Lorena (Uepal), regione storica roccaforte della destra:

«“Regionali: una sconfitta per tutti” è stato il titolo scelto dal giornale La Croix all’indomani di questa dolorosa tornata elettorale. Sulla stessa lunghezza d’onda le dichiarazioni di Xavier Bertrand che, dopo aver sconfitto Marine Le Pen in Picardia, ha espresso il grande disagio patito durante la campagna elettorale che lo ha portato a contatto con moltissime persone: “Non potrò mai scordare quanto accaduto in questi giorni, una sorta di colpo di tuono che annuncia un temporale imminente. E il prossimo colpo di tuono c’è da giurare che porterà il Front National al potere. Ciò ci obbliga a rimanere umili e a lavorare a testa bassa”.

Questa sensazione da ultima spiaggia che emerge dai titoli dei giornali e dalle parole di molti politici, investe anche le chiese protestanti.

Questa sconfitta morale e spirituale è anche nostra. Le nostre chiese sono state più attente rispetto al mondo politico nel vedere i sintomi che lungo questi ultimi vent’anni hanno portato alla crescita inesorabile di un partito razzista, molto votato anche fra i nostri fedeli? Siamo noi da esempio per quel che riguarda la democrazia interna e la chiarezza dei valori?

Personalmente ho trovato assai ambivalente, per non dire ambiguo, comunque insufficiente, il silenzio e la prudenza delle nostre chiese fra i due turni di votazioni.

All’interno dell’Uepal ad esempio, da un lato il Consiglio ha scelto di non rilasciare dichiarazioni a cavallo delle due tornate, e di conseguenza di risultare assente dai giornali regionali assai letti dai membri di chiesa, mentre dall’altro lato il presidente del medesimo Consiglio, Christian Albecker, spiegava ai lettori di La Vie, letto dai protestanti dell’Alsazia-Mosella, perché a suo avviso un voto per il Front National era incompatibile con la fede cristiana.

Non ci possiamo più sottrarre alla sfida inevitabile e urgente di riflettere, parlare e agire in nome di Cristo in Francia, come protestanti confessanti con parole e atti, e apportare il nostro contributo per un rinnovo radicale della democrazia e della società francese disorientata e sofferente come non mai. Senza ciò noi saremo corresponsabili di un domani ancora più scuro».

Joël Dahan, pastore della fondazione John Bost, istituzione che si occupa di accoglienza e supporto per le persone diversamente abili, nei due minuti de “Il pastore della domenica”, rubrica video ospitata dal sito “Regardprotestants.com” si è rivolto direttamente agli elettori di FN in questi termini: «Innanzitutto vorrei dirti che non ti posso giudicare perché non conosco la tua vita, non conosco le tue motivazioni. Ma non intendo rinunciare ai valori di libertà, uguaglianza e fraternità che sono il fondamento della nostra nazione».

http://riforma.it/it/articolo/2015/12/18/voto-francia-le-chiese-protestanti-si-interrogano

Questa sconfitta morale e spirituale è anche nostra

Così l’articolo. Io mi limito a un codicillo piccolo piccolo per segnalare che in questa sconfitta morale le chiese protestanti – in ecumenica unione con le chiese cattoliche – hanno mantenuto un silenzio che le pochissime responsabili voci che si sono alzate non hanno saputo rompere. O forse il disinteresse operativo ed efficace mostrato per l’esistenza giuridica di nati in Italia, rigettati per legge da un’esistenza riconosciuta (uno dei fondamenti dei conciliari vauro_015
‘segni dei tempi’?) non attiene all’etica
di un essere umano responsabile?
Così leggo il messaggio del silenzio
che ci viene  dalle chiese cristiane in Italia
ora in unione ecumenica non formale
e lascio a Vauro il seguito del mio commento.
Molti sono i modi per distruggere un
nuovo nato. Eliminarne uno che riguarda
un burocratico documento sarebbe facile.
Costerebbe  solo un ‘no’.
Ma non si fa.
L’obbedienza è di nuovo una comoda virtù

19 Dicembre 2015Permalink

9 dicembre 2009 Da “My Home is where I’m happy”, blog di Max Mauro

Il vuoto al di qua della barriera. Il razzismo nel calcio e le parole di un allenatore

Un giocatore dilettante di calcio viene squalificato per dieci giornate per insulti razzisti rivolti ad un avversario di origine africana. Capita in Friuli, campionato di prima categoria della provincia di Udine. Così riferisce il quotidiano locale, il Messaggero Veneto. Gli insulti razzisti sono consuetudine domenicale per i calciatori dilettanti di colore, ma il più delle volte non vengono sentiti dall’arbitro e pertanto non finiscono nel referto. Talvolta, raramente, l’autore dell’insulto è così sboccato e sfacciato che l’arbitro non può ignorarlo. Scatta così la squalifica di dieci giornate, introdotta dalla FIGC nel 2013 per dare un segnale “forte” di impegno contro il razzismo nel calcio a tutti i livelli, come sollecitato dalla UEFA. In realtà, questa norma è stata applicata in pochissime occasioni.

Nel corso degli ultimi due anni la squalifica per insulti razzisti ha colpito giocatori di diverse categorie dilettantistiche, e perfino un ex giocatore di serie A, Bonazzoli, esibitosi in insulti razzisti verso un arbitro di origine immigrata durante una partita di Serie D. A di là del numero di tesserati squalificati, il problema è diffuso, capillare. Il sistema calcio italiano è impregnato di una cultura razzista storicizzata e di pregiudizi verso tutto quello che non è “bianco, italiano, maschio, apparentemente eterosessuale”. Così si spiegano le uscite apertamente razziste del presidente della FIGC Tavecchio, di quelle altrettanto razziste di Sacchi (troppi neri nelle squadre giovanili), Eranio (i neri non san difendere), De Laurentis (meno male che erano olandesi, mica nigeriani), Paolo Berlusconi (il negretto Balotelli), Zamparini (lo zingaro Mutu), Marcello Lippi (nel calcio italiano non esiste razzismo) giusto per citarne alcuni entrati nelle cronache negli ultimi anni. E che dire delle dichiarazioni dell’ex presidente della Lega Nazionale dilettanti contro il calcio femminile (quattro lesbiche) e quelle omofobe dell’allenatore dell’Arezzo (in campo non voglio checche).

In questo triste contesto, la storia di Udine diventa significativa soprattutto per le dichiarazioni rilasciate al giornale locale dall’allenatore del giocatore squalificato. Per la cronaca, lo stesso giocatore aveva da poco completato una squalifica di quattro mesi, poi ridotta a due, per aver aggredito l’arbitro durante una partita ufficiale. Nonostante ciò, l’allenatore si perita di difenderlo rivoltando la questione, operando una capriola dialettica inspiegabile con gli strumenti della ragione. Lo fa facendo passare il giocatore razzista e tutti “noi bianchi” (nelle sue parole) come vittime.”Siamo arrivati al punto in cui a essere penalizzati siamo noi bianchi. I giocatori di altra razza possono insultarci passandola sempre liscia, mentre chi offende loro viene punito. Ma forse non è nemmeno il caso di arrabbiarci o meravigliarci, visto che stiamo mettendo in discussione perfino il presepio nelle scuole”.

E’ difficile immaginare un’argomentazione così limpidamente, profondamente razzista e allo stesso tempo diretta, comprensibile ai più e destinata a trovare purtroppo dei consensi. E’ un piccolo saggio di ignoranza storica che andrebbe inserito nei libri di scuola per aiutarci a capire cosa non va in una società che non (ri)conosce il razzismo. Non dimentichiamo che pochi mesi fa il parlamento italiano ha assolto, con voto trasversale, il senatore della Lega Nord ed ex-ministro Roberto Calderoli che aveva paragonato l’ex ministra Cecile Kyenge a una scimmia. Per i parlamentari di opposte fazioni politiche il suo non è un insulto che incita all’odio razziale e non merita di essere giudicato da un tribunale. Conta meno di una querela per diffamazione. A parte tutto questo, la dichiarazione dell’allenatore di Udine merita una riflessione e una risposta. Non può essere ignorata, perché è molto più grave degli insulti rivolti dal suo giocatore ad un avversario di colore e perché fa capire che il problema è più profondo di quello che appare.

Come per altri aspetti, il calcio funziona da amplificatore di sentimenti che scorrono sottopelle nella società e ne rappresentano i tratti meglio di molti trattati sociologi o editoriali giornalistici. In termini rozzi l’allenatore ci dice: il razzismo esiste, ma i razzisti sono “loro”. Per loro si intende tutto quello che è “altro” dall’idea di “italiano” trasmessaci dalla scuola, dalla televisione, dalla politica, dalla società. E’ altro chi ha un colore della pelle un pò più scuro, è altro lo straniero in generale, l’immigrato, l’extracomunitario. E’ ovvio che il nero è più “altro” di altri perché quella che è semplicemente una caratteristica somatica assomma nel discorso razzista tutte le altre categorie. E’ l’altro per  definizione. James Baldwin, in un illuminante saggio attorno a un suo viaggio in Svizzera negli anni cinquanta, sottolinea come il nero (the black man) cerca, utilizzando tutte le risorse a sua disposizione, di far sì che il bianco (the white man) smetta di considerarlo un’esotica rarità e lo riconosca come un essere umano. D’altra parte, ricorda Baldwin, è stato l’uomo bianco occidentale a trascinare violentemente il nero dentro la sua storia riducendolo in schiavitù e privandolo irrimediabilmente del suo passato. Baldwin aveva negli occhi la sua stessa storia famigliare, essendo figlio di un figlio di schiavi della Louisiana.

Dunque, le parole dell’allenatore. Come è possibile un ragionamento come il suo? Da dove nasce un tale vuoto culturale e umano? Perché i grandi veicoli di cultura popolare non fanno uno sforzo per spiegare la società ai suoi cittadini?

Tutte domande che reclamano risposta. Io credo che al di là delle squalifiche quello che può realmente portare un cambiamento, nello sport e nella società, è il dialogo. Il dialogo e l’educazione, intendendo per questo l’intervento formativo delle istituzioni. In questo caso specifico, perché la federazione invece di comminare una squalifica di dieci giornate non ne dà una di cinque ma obbliga lo squalificato a un breve percorso formativo per imparare l’ABC del razzismo. Che so, un incontro di tre ore nella sede della federazione con una persona esperta di interculturalismo e sport. Magari una persona di colore. O l’obbligo ad arbitrare una partita tra bambini di varie origini etniche. Se non si presenta all’incontro la squalifica viene raddoppiata. E’ un’idea, un suggerimento. Ovviamente, nel caso di Udine il percorso formativo sarebbe ancora più necessario per l’allenatore, visto che ha la doppia funzione di persona pubblica (rilascia dichiarazioni alla stampa, che gliele pubblica) e di educatore, visto che gestisce un gruppo di giovani uomini, molti ancora dei ragazzi. La formazione non solo sportiva è il nodo nevralgico del sistema sportivo. L’ignoranza combinata all’arroganza, l’arroganza data dall’ignoranza, trova numerossimi esponenti nel calcio, a tutti i livelli.

Il problema riguarda non solo gli appassionati di calcio e chi lo pratica e lo gestisce, e non è purtroppo nuovo. Quante volte abbiamo dovuto sentire affermare che “sì, insomma, se mi dicono che son grasso mica posso accusarli di razzismo, e cosa vogliono questi, un insulto è un insulto, non c’è differenza tra dare del ciccione a uno o dirgli sporco negro”. Un insulto è un insulto, non c’è differenza. Questo è l’assunto di molte persone, anche laureate, anche impegnate nel sociale. Non è verbo che attecchisce solo nelle menti di moltitudini annebbiate da giornate passate con la televisione accesa e l’occhio alle ultime offerte per un nuovo telefono cellulare. E’ un’idea che ha a che fare con la mancanza di istruzione basica, e di informazione.

Un insulto razzista non è un insulto come un altro. Qualsiasi insulto è un gesto violento, che vuole offedere e urtare chi lo riceve. Ma un insulto personale è un insulto personale, diretto alla persona o al massimo ai suoi familiari. Un insulto che fa riferimento a un’origine, alla provenienza e soprattutto un insulto che usa delle caratteristiche somatiche come il colore della pelle per definire qualcuno (in termini espressamente spregiativi) ha un carico di violenza diverso. Soprattutto, ha una storia che non può essere ignorata. E’ un insulto che riguarda moltitudini. Riguarda molte persone che possono sentirsi comprensibilmente toccate da questo attacco anche senza riceverlo direttamente. Questa è solo una approssimazione dell’insulto razzista. Un tentativo di mirare a un uditorio dall’udito malfunzionante o parzialmente disconnesso come quello rappresentato dall’allenatore sopracitato. L’insulto razzista è solo una componente, la più immediatamente visibile, del razzismo che pervade la società. Per questo non può essere ignorato.

L’insulto razzista va compreso nel quadro di una società, quella italiana, che ha disconosciuto la sua criminogena storia coloniale e le leggi razziali del Fascismo (quanto spazio hanno questi temi nei manuali di storia in uso nelle scuole italiane?) e che ha chiamato immigrati perché ne aveva e ne bisogno, ma non ha permesso loro e ai loro figli di diventare altro che lavoranti manuali e quando i lavori umili non sono più disponibili o diventano estremamente volatili, lascia loro come destino, spesso, solo l’emarginazione.

E’ facile dar la colpa a Salvini, alla sua esposizione mediatica, all’arsenale di surreali parabole che infila una dietro l’altra per manipolare la realtà e nel fare degli immigrati, negli stranieri, il capro espiatorio di tutti problemi di questa terra. E’ vero, non si può negare la pericolosità di simili discorsi. Allo stesso tempo, non va sottovalutata l’importanza della televisione nel dare insistentemente voce a messaggi allucinati e renderli “popolari”. Ma questa è solo una parte della storia. Le parole uscite dal senno dell’allenatore di Udine segnalano un salto di qualità nel razzismo popolare perché identificano una forma di “vittimismo” inedita, almeno in Italia.

Il contesto generale di crisi economia e sociale (che non è problema specifico dell’Italia, va detto, ma trova qui particolare enfasi), gli attacchi di Parigi, l’idea di un Islam necessariamente ostile reiterata a destra e a manca, contribuiscono a creare un tappeto emotivo di insicurezze dove chi è predisposto ad accettare discorsi razzisti ne diventa latore entusiasta e sordo alla ragione. E riesce perfino a inventarsi vittima. Ma vittima di cosa? E’ questo che è difficile da comprendere. Serve uno sforzo condiviso per arrivare alle sorgenti di ignoranza. Per esempio, gli stessi che si scandalizzano perché un preside mette in discussione l’opportunità di canti natalizi di una sola religione nella scuola sono i primi ad iscrivere i propri figli in scuole con basse presenze di immigrati. Il pregiudizio è loro, non di chi cerca forme di dialogo che fanno parte della storia di tutte le società, da che mondo e mondo. Uno sforzo andrebbe anche diretto a comprendere che lo sport, oggi più che mai, va inteso come fenomeno culturale che ha delle implicazioni nel modo in cui vediamo e capiamo il mondo. Il calcio non può essere lasciato a chi non capisce e non è interessato a fare della società un posto migliore per tutti. Parafrasando quanto scrisse C.R.L. James nel suo straordinario studio sul cricket e il post-colonialismo nei Caraibi potremmo chiederci: cosa capisce di calcio chi solo di calcio sa?

https://maxmauro.wordpress.com/2015/12/06/il-vuoto-oltre-la-barriera-il-razzismo-nel-calcio-e-le-parole-di-un-allenatore/

«Max Mauro è nato a Frauenfeld (Svizzera) nel 1967, figlio di emigranti friulani. Scrittore, giornalista, ricercatore dell’umano paese ed ex cantante punk, si interessa di migrazioni, culture di confine, culture giovanili, sport critico, viaggi (preferibilmente in bicicletta). Ha lavorato come giornalista in Venezuela e raccolto storie di migranti in Sud Africa e Germania. Nel 2013 ha completato un dottorato di ricerca presso il Centre for Transcultural Research and Media Practice di Dublino, Irlanda, con uno studio etnografico sullo sport e i giovani di origine immigrata. Da ottobre 2013 lavora come Associate Lecturer presso la School of Communications and Writing, Southampton Solent University. A febbraio 2014 ha ricevuto una borsa di ricerca della FIFA per condurre uno studio su giovani calciatori di origine immigrata e senso di appartenenza in Italia»

9 Dicembre 2015Permalink

6 dicembre 2015 – Natale e scuola. Fanatici disturbatori

Una circolare

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Si può leggere dal link la dignitosa circolare di Marco Parma, dirigente della scuola di Rozzano,  che per sé è una risposta alla canea fanatica, strumentalizzata da leghisti e non solo (chi potrà dimenticare la canterina già ministra Gelmini!). e ricopio alcuni articoli con relativi link

Senza commenti

2 dicembre 2015  –  da Famiglia cristiana

Sono prete da vent’ anni e, anche in tempi non sospetti, ho sempre suggerito ai fedeli di realizzare a casa propria il presepio o l’ albero di Natale da molti, erroneamente, ritenuto un simbolo pagano e che invece ha radici molto più cristiane di quanto si creda. Lo stesso Babbo natale, pur travisato nei segni pastorali dalla Coca-Cola, non è altro che san Nicola vescovo. In qualche zona d’ Italia è santa Lucia che porta i doni e poi, a chiudere il periodo natalizio c’ è la Befana, storpiatura lessicale di Epifania che, invece di indicare il Cristo che si manifesta ai magi, identifica una vecchina dall’ aspetto un  po’ stregonesco che non proviene certamente dall’ambiente cristiano. Tutte tradizioni che ho sempre accompagnato perché possono aiutare a vivere la dimensione interiore del Natale, ma che non si identificano con il mistero del Dio fatto uomo. Lo possono indicare, ricordare, favorire, rappresentare ma il “Verbo che si è fatto carne”, come scrive l’ evangelista Giovanni, è una manifestazione dell’ amore di Dio, un segno di salvezza che si coglie nel profondo di sé e si traduce nelle opere quotidiane. L’ identità del credente non coincide con i segni esteriori, ma è rivelata dalla la testimonianza nella vita: inizio a pensare che in molti difensori delle tradizioni natalizie questa dimensione sia carente.

Se sostenere i segni della tradizione significa innescare battaglie, generare rabbia e odio, innalzare muri certamente più politici che religiosi, da uomo e da cattolico dico chiaramente che non ci sto. Che eco di messaggio cristiano e di maturità può giungere ad un ragazzo che vede accapigliarsi genitori, dirigenti scolastici, docenti, politici nel presunto nome di colui che è segno supremo di amore? «Per fare la pace – ha detto papa Francesco in occasione di una preghiera per la pace del giugno 2014- ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra. Ci vuole coraggio per dire sì all’ incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza. Per tutto questo ci vuole coraggio, grande forza d’ animo». Le polemiche prenatalizie di quest’ anno non aiutano, confondono i piani della discussione solo per generare reazioni viscerali. Il vescovo di Padova è finito nel tritacarne per aver messo in chiaro che esiste una gerarchia di valori: se il valore da salvaguardare è quello di creare ponti e non muri (l’ ha detto il Papa) come posso sacrificarlo per innescare battaglie dolorose soprattutto per gli occhi più giovani che guardano curiosi come stiamo costruendo il loro futuro? Nessuno rinuncia alla sua identità, ci mancherebbe, ma l’ identità è scritta nella testimonianza della vita ancor prima che nei segni esteriori. Chi è cristiano sa di essere erede del dono dei martiri che hanno raccontato la loro identità rifiutando sempre l’ approccio violento. Chi si dichiara cristiano dev’ essere consapevole che a Pietro è stato chiesto di riporre la spada nel fodero e che la massima manifestazione di identità è raccontata dalla fragilità di una persona con i chiodi nelle mani e nei piedi, quando avrebbe potuto dare segno di una potenza distruttiva e non gli sarebbero certo mancati i titoli per far valere la sua identità. Un passo indietro, quello di Cristo in croce. Il passo che, per chi crede, ha meritato la Salvezza.

http://m.famigliacristiana.it/blogpost/presepe-si-presepe-no-natale-e-polemiche-io-prete-non-ci-sto-.htm

 

Giorgio Cremaschi . Il presepe arruolato in guerra   da micromega

Sono ateo e padre di figlie non battezzate, ma ho sempre fatto il Presepe. Come Luca Cupiello nella commedia di Eduardo, il Presepe mi piace perché trovo bello guardarlo e soprattutto costruirlo. Ora sono in dubbio se farlo ancora.

Ho visto un presepe brandito come arma da Matteo Salvini davanti alla scuola di Rozzano. Ho visto l’onorevole Gelmini cantare “Tu scendi dalle stelle”come inno di lotta sempre davanti alla stessa scuola. Ho letto il commento del sottosegretario all’istruzione Faraone, indignato per la rinuncia ai nostri valori. Mi pare cha Matteo Renzi abbia usato toni simili. Una crociata politico mediatica ha così occupato il centro dei talkshow.

Su un fatto praticamente inesistente, il normale rifiuto di un preside a due mamme di organizzare fuori orario e fuori programma canti di Natale, non dunque la cancellazione della celebrazione della festa, si è costruito uno scenario di guerra. Ora non mi stupisce che i Mass media italiani siano capaci di costruire autentici falsi e di far ruotare attorno ad essi tutto il confronto politico e di opinione pubblica che loro stessi alimentano. Nelle guerre la macchina del falso è la prima a mettersi in moto. Così i manifestanti per l’ambiente a Parigi sono stati accusati di profanare il sacrario delle vittime del terrorismo, quando è stata la polizia di Hollande a caricarli brutalmente e a calpestare i fiori. Ci sono video e foto che documentano questo ma il nostro giornale e telegiornale unico ha titolato sulla vergogna degli oltraggi perpetuati dai manifestanti. Franti rise al racconto dei funerali del re, racconta il libro Cuore con lo stesso sdegno.

Lo stessa macchina del falso ha dunque prodotto il caso di Rozzano, chiarendo subito che lo scopo era quello di aprire un dibattito sui nostri valori e sul coraggio di difenderli. Di fronte ai terroristi che uccidono gridando Allah Akbar non festeggiare il Natale come si deve diventa cedimento di fronte al nemico, collaborazionismo persino. Il figlio di Luca Cupiello, che nella già citata commedia afferma più volte che il Presepe non gli piace, diventa l’archetipo del traditore.

Il Presepe diventa così un’arma della guerra identitaria che si scatena in difesa della nostra civiltà, arma che si può imbracciare senza scandalo. Il vescovo segretario della Cei Nunzio Galantino è abituato ad usare toni forti ed è subito sceso in campo in difesa del Natale minacciato. Ma non ha sentito il bisogno di dire nulla contro questo uso violento del Presepe. Ma come, l’invenzione di S. Francesco viene usata per bassa speculazione politica ed elettorale e il vescovo Galantino non ha il coraggio di dire: giù le mani dal Presepe?

Tutto questo mi spaventa e non tanto perché così si fa distrazione di massa dai problemi veri. Questo è ovvio, ma a me spaventa proprio ciò verso cui il regime mediatico sta orientando l’opinione pubblica: si vuole prepararla alla necessità e alla inevitabilità della guerra: “Vogliono abolire il Natale per farci festeggiare il Ramadan e vorremmo cedere come il vile preside di Rozzano? Oppure vogliamo combattere per i nostri valori?”. Sono i nostri mostri di sempre che vengono così evocati e a me dispiace molto che cerchino di nasconderli tra le statuette del Presepe.

I terroristi legati all’Isis, per quanto feroci, non hanno certo la forza per far regredire alle guerre di razza e di religione le nostre società. Se questa regressione si manifesta lo stesso, è per cause sociali politiche e culturali che stanno tutte qui da noi e la caccia alle streghe di Rozzano lo dimostra.

Giorgio Cremaschi   (2 dicembre 2015)

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/12/02/giorgio-cremaschi-il-presepe-arruolato-in-guerra/ 

Il passo avanti del Vescovo di Padova e l’effetto presepe. di Andrea Grillo

Ci sono, nelle tradizioni, logiche profonde e complesse, che vanno rispettate proprio nella loro complessità. Anche la tradizione cristiana, e in particolare quella cattolico-romana, non sfugge a queste logiche. Quasi 70 anni fa un parroco diede fuoco a Babbo Natale, sul sagrato della Chiesa, per “difendere” Gesù bambino dai “culti pagani”. Questo episodio diede lo spunto, a C. Lévi-Strauss per scrivere un bell’opuscolo, dal titolo “Babbo Natale giustiziato” nel quale metteva in luce la profonda continuità tra culto pagano e culto cristiano, sulla base della antica festa del Sol invictus, dove i temi della luce, delle piante sempreverdi e dei “vecchi/morti” e dei “bambini/neonati” si intrecciano strutturalmente.

Ora, in questo contesto, quando la polemica diventa vuota e formale, possiamo trovare il paradosso per cui un Presidente di Regione come Zaja, la cui sensibilità verso lo straniero è proverbiale, diventi il “difensore del presepe”, pretendendo di far passare il Vescovo di Padova come un “nemico del popolo”.

La questione decisiva, in tutto questo, è ciò che da tempo chiamo “effetto presepe”. Vorrei provare a spiegarlo brevemente. In tutte le grandi tradizioni, infatti, i passaggi decisivi – nel nostro caso cattolico, il Natale e la Pasqua – diventano “luoghi di riconoscimento”, non solo religioso, ma culturale e sociale. “Fare il presepe” a Natale, e “visitare i sepolcri” a Pasqua diventano luoghi di identità. Ma, proprio in questo passaggio, le tradizioni si mettono a rischio, perché concentrano in un punto tutti i “messaggi” e proprio per questo “sovraccarico” rischiano di perderne il senso.

Il presepe, in modo esemplare, costituisce un caso tipico di questa “tentazione”. Presepe dice, in latino, “mangiatoia” e costituisce la “versione di Luca” del mostrarsi del Salvatore. Che si rivela ai pastori irregolari e non ai buoni credenti regolari del tempo. La tensione, in quel testo di Luca, è tra la grandezza del Signore e la piccolezza umana che può riconoscerlo solo nella irregolarità dei pastori. Nella versione di Matteo, invece, la dose è ancora rincarata: la tensione è tra la stella e i magi che la seguono, nella loro condizione di stranieri, e la ostilità viscerale dei residenti. Il “presepe”, mescolando tutti questi messaggi, rischia di non aumentare, ma di diminuire la forza della tradizione, riducendola a un “soprammobile” borghese. Il presepe significa che ultimi, stranieri e irregolari riconoscono Gesù, mentre Governatori e residenti regolari cercano di ucciderlo. Esattamente come, a Pasqua, sanno riconoscere Gesù una donna dai molti mariti, un handicappato grave come il cieco e un morto come Lazzaro. Queste sono le categorie privilegiate.

Di fronte al “significato” del presepe, è chiaro che quello evocato dal Vescovo di Padova è un passo avanti e non un passa indietro. Mentre ciò che il Governatore del Veneto difende come un soprammobile, è la propria più clamorosa smentita e contestazione. Forse è venuto anche per lui il momento della conversione?

Ciò che il Vescovo di Padova ha chiesto, con parole pacate, è un passo avanti nel significato autentico del Presepe. Ecco le sue parole: «Fare un passo indietro non significa creare il vuoto o assecondare intransigenze laiciste, ma trovare nelle tradizioni, che ci appartengono e alimentano la nostra fede, germi di dialogo. Il Natale, in questo senso, è un esempio straordinario, un’occasione di incontro con i musulmani, che riconoscono in Gesù un profeta e venerano Maria». Solo con un piccolo passo indietro si fa un grande passo avanti. Nella pura tradizione cristiana. E non è un caso che i Governatori oppongano resistenza.

http://www.cittadellaeditrice.com/munera/il-passo-avanti-del-vescovo-di-padova-e-leffetto-presepe/

6 Dicembre 2015Permalink

30 novembre 2015 – Gad Lerner e il caso Shalabayeva

Di fronte a tante notizie brutte o sciocche (e a volte meritevoli di entrambi gli aggettivi) leggere considerazioni intelligenti fa bene. Di questo caso avevo scritto il 27.
Ora riporto volentieri la nota di Gad Lerner che ho letto nel suo blog

Sequestro Shalabayeva, una vergogna italiana firmata Alfano e Scaroni che si ritorce contro l’interesse nazionale

sabato, 28 novembre 2015

L’indagine della Procura di Perugia che sta rivelando il gran numero di soprusi, falsificazioni e connivenze attraverso cui nella primavera del 2013 l’Italia si assoggettò al volere del presidente-dittatore del Kazakistan, Nursultan Nazarbaev, difficilmente risalirà ai vertici che di quella decisione portano la responsabilità. Mi impressiona, sui giornali di oggi, la testimonianza del pilota dell’aereo privato su cui furono caricate a forza Alma Shalabayeva e sua figlia, mentre ancora gridavano la violazione del diritto di cui erano palesemente vittime. Il pilota lavorava abitualmente per l’Eni sulla rotta fra Italia e Kazakistan. L’ente petrolifero, all’epoca guidato da Paolo Scaroni, appare in tutta evidenza come il referente primo di Nazarbaev. Noi tutti sappiamo il peso che l’Eni oggettivamente esercita nella politica estera italiana (c’è chi lo definisce “la vera Farnesina”). Non ci scandalizza. Ma non potevamo immaginare che tale influenza si allargasse a imporre operazioni illegali sul territorio nazionale passando dal Viminale, dai servizi segreti, dalla polizia di Stato e da una magistrata compiacente. La chiameranno ragion di Stato? Alfano come di prammatica ha subito scaricato sui sottoposti la responsabilità dell’accaduto. Il ruolo, anche operativo, dell’Eni per quanto fosse intuibile emerge in pubblico solo a due anni di distanza dal fattaccio. Se questa è la nostra politica estera “parallela”, non dichiarabile alla luce del sole, ho l’impressione che si ritorca contro l’interesse nazionale.

Per raggiungere la fonte:
http://www.gadlerner.it/2015/11/28/sequestro-shalabayeva-una-vergogna-italiana-firmata-alfano-e-scaroni-che-si-ritorce-contro-linteresse-nazionale

30 Novembre 2015Permalink

27 novembre 2015 – Il caso Shalabayeva, sequestro di stato. Un grazie a Emma Bonino

Da La Repubblica del 26 novembre

ROMA – Sequestro di persona: è l’accusa che i pm di Perugia contestano al capo dello Sco Renato Cortese, al questore di Rimini Maurizio Improta, ad altri 5 poliziotti e al giudice di Pace Stefania Lavore per il caso Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov espulsa dall’Italia nel 2013. La donna fu prelevata dagli agenti di polizia che cercavano il marito.

Cortese era allora capo della Mobile di Roma, Improta – che si occupò dell’espulsione – il capo dell’ufficio Stranieri della Capitale.  Con la stessa accusa, nel registro degli indagati della procura perugina – competente ad indagare in quanto è coinvolto un giudice del distretto di Roma – compaiono poi Luca Armeni e Francesco Stampacchia, all’epoca rispettivamente dirigente della sezione Criminalità organizzata e commissario capo della Mobile, Vincenzo Tramma, Laura Scipioni e Stefano Leoni, tre poliziotti in servizio presso l’ufficio Immigrazione.

Gli uomini della Mobile e dell’Ufficio Stranieri si presentarono nella notte del 29 maggio del 2013, insieme ad altri agenti, nella villa di Alma Shalabayeva a Casal Palocco, con un mandato di cattura dello Stato kazako rilanciato dall’Interpol. La donna, con un rapido procedimento che ha visto anche il timbro del procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, fu espulsa dall’Italia a bordo di un aereo pagato dall’ambasciata kazaka insieme alla figlia di sei anni, dopo un passaggio nel Centro di identificazione ed espulsione. Una sentenza della Cassazione del luglio del 2014 ha poi stabilito che madre e figlia non dovevano essere espulse dall’Italia.

Il governo annullò l’espulsione. Quando scoppiò il caso, il governo annullò il decreto di espulsione e iniziò la trattativa diplomatica, condotta dall’allora ministro degli Esteri Emma Bonino, per il ritorno di Alma e della figlia in Italia.

Le dimissioni del capo di Gabinetto del Viminale. Ma si tratta di una storia ancora oscura, in cui non venne mai fuori il reale ruolo del Viminale e le eventuali pressioni del governo kazako, con cui il nostro Paese mantiene rapporti economici molto stretti. Il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, negò di essere stato avvisato dell’operazione, e soprattutto negò di aver ricevuto delle pressioni dai diplomatici kazaki. La responsabilità politica, se così si può dire, ricadde sul capo di Gabinetto del ministro, Giuseppe Procaccini, che si dimise.

La cronaca del presunto sequestro. L’operazione inizia nella notte del 29 maggio 2013, quando i poliziotti della Mobile e dell’ufficio Immigrazione di Roma, guidati rispettivamente da Cortese e Improta, si presentano nella casa dove viveva la moglie del dissidente kazako. Prendono Alma e il cognato Bolat, e li portano in un Cie. La sera dopo liberano Bolat perchè ha un documento di uno stato Ue considerato valido. Mentre considerano falso il passaporto centrafricano di Alma che resta nel Cie.

La consulenza sul passaporto. L’ufficio Immigrazione fece una consulenza sul passaporto dichiarandolo falso. La consulenza fu determinante per l’espulsione. La Farnesina, per voce del ministro degli Esteri Emma Bonino, negherà di essere stata coinvolta nella valutazione del passaporto. La consulenza fu smentita dallo stato centrafricano che dichiarà la validità del documento.

L’udienza di convalida del “trattenimento” dal giudice di Pace. Il 31 mattina si svolge l’udienza di convalida del trattenimento (non dell’espulsione), nel Cie. Gli avvocati della donna dello studio Vassalli-Olivo vanno in udienza davanti al giudice di Pace Stefania Lavore, ma non riescono a parlare con la loro cliente: gli viene detto che possono fare il colloquio con la donna solo alle 15. Ma quel colloquio non avvenne mai. In quel momento tutti erano concentrati al “trattenimento” nel Cie, non all’espulsione. In casi normali, per l’espulsione ci vogliono mesi, e certo non c’è un aereo privato che preleva gli espulsi.

Il nulla osta della Procura. Gli avvocati, avvisati per tempo dal capo della Mobile che era stato comunque deciso da qualcuno di espellere Alma, si recarono in Procura nel tentativo che fosse evitato il loro rilascio del nulla osta. Che, invece, fu concesso a tempo record.

La perquisizione. Mentre si svolge in mattinata l’udienza dal giudice di Pace, una squadra di poliziotti torna nella casa di Alma, dove ci sono Bolat, sua moglie (sorella di Alma), e loro figlia. Ci sono anche la figlia di Alma, e la coppia di inservienti. Arrivano altri legali sempre dello stesso studio che assistono alla perquisizione e ad alcuni sequestri di documenti e materiale.

La rissa per il verbale. I legali chiedono che i verbali della perquisizione e dei sequestri vengano fatti nella casa. I poliziotti dicono di non avere i computer, mettono tutto in un sacco, e, dopo una accesa discussione con gli avvocati, si recano negli uffici della Questura di San Vitale portando Bolat. Gli avvocati sono indotti così a seguirli, lasciando la casa (e la figlia di Alma) senza la presenza di un legale.

Il blitz: altri agenti prelevano la figlia. Mentre il gruppo di poliziotti-Bolat-legali se ne va in Questura, arriva in quella casa un’altra squadra di agenti, preleva la coppia di inservienti, la sorella di Alma e la bambina, e li accompagnano all’aeroporto dove nel frattempo viene portata dal Cie anche Alma. Chiedono alla Shalabayeva se vuole lasciare la figlia in Italia, affidandola agli inservienti, o se vuole portarla con sè: la donna sceglie di non separarsi dalla figlia. Madre e figlia vengono fatte salire su un aereo affittato dall’ambasciata kazaka e rimpatriate ad Astana.

Il plauso dell’avvocato. “La magistratura di Perugia ha dimostrato grande indipendenza e autonomia. Alma ha presentato la denuncia alla procura con grande fiducia. La denuncia era per sequestro di persona, quindi quello che è stato scritto avrà trovato conferma nelle indagini. Guardiamo con attenzione, poi valuteremo se costituirci parte civile”. Lo ha dichiarato all’Adnkronos il legale di Alma Shalabayeva, avvocato Astolfo Di Amato.

Alma a Roma, Muktar detenuto in Francia. Vive a Roma, ma non nella villa  di Casal Palocco, Alma Shalabayeva. Insieme con i figli  è  cittadina della Capitale da tempo. Il marito, invece, è ancora detenuto in Francia. Una figlia grande vive in Svizzera ed un altro figlio è a Londra.

Ho già raccontato la vicenda nel mio blog

13 luglio 2013  –   14 luglio 2013 –   22 luglio 2013

NOTA: SCO = servizio centrale operativo

26 Novembre 2015Permalink

21 novembre 2015 – Sbucano i bambini invisibili – Settima puntata

Quando la realtà si fa beffe di noi e ce lo meritiamo

Ieri volevo scrivere qualche cosa sul 20 novembre, nel ricordo della giornata del 1989, quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la Convenzione internazionale sui diritti del minore.
Avevo segnalato la ricorrenza nel mio consueto calendario del primo del mese e mi sembrava giusto approfondire finché non  trovai un articolo a pag. 48 de La Repubblica ‘Un futuro da costruire’ della giornalista Valeria Fraschetti Ne ricopio l’incipit: “Per i bambini di un campo profughi iracheno l’opportunità di una vita più giusta passa anche per un rubinetto con acqua corrente. Per un neonato della Sierra Leone può essere il documento con la registrazione della sua nascita.

Proseguo con una a successiva citazione ”Offrire un’infanzia senza diseguaglianze è un traguardo che può essere perseguito percorrendo strade molto diverse. E l’Unicef ce lo ricorda pubblicando il rapporto ’Per ogni bambino ‘ la giusta opportunità’

A questo punto mi ritrovai dominata da uno stato d’animo ormai consueto fra lo scoraggiamento e la rabbia e mi arenai su una domanda:
Perché a un bambino figlio di cittadini della Sierra Leone (tanto per restare all’esempio) se nasce in Italia e i suoi genitori non hanno il permesso di soggiorno il certificato di nascita è negato per legge, e questo non interessa a nessuno, rispettabile UNICEF compresa che però se ne occupa se la stessa situazione si presenta in Africa?

A me sembra una scelta da cultura colonialista intesa a provocare paura, quella paura che crea schiavitù almeno morale (ma non avere il certificato di nascita è stata la prassi di ogni sistema schiavistico. Non dimentichiamo che l’Europa si pronunciò contro la tratta degli schiavi, senza abolirla immediatamente, in un atto del Congresso di Vienna -1815 – mentre negli Stati Uniti gli schiavi continuavano ad essere elencati nominativamente  nei registri delle proprietà private).
Certamente l’Italia non dispone di una storia coloniale imponente come quella di altri stati europei ma non manca di crimini intesi a conquistare e insieme a spaventare le popolazioni. Ne cito due perché un elenco puntuale allungherebbe troppo questo post:

  • 1931 – impiccagione di Omar al Muktar per consolidare la conquista della Libia;
  • 1935 – uso dei gas asfissianti e dell’iprite nella cd Africa Orientale italiana

Quindi, consapevole che l’uso della paura per assoggettare altri  (e sostanzialmente schiavizzare) non ci è storicamente ignoto, come non mi è ignoto il mezzo per impaurire e schiavizzare oggi, per il momento con sistemi democratico-soft , ho deciso di approfondire il riferimento all’Unicef e, andando a cercare il rapporto originale evocato dall’articolo de La Repubblica,  ho trovato quanto ricopio

“Rapporto UNICEF “Every Child’s Birth Right”

Nel giorno del 67° anniversario dell’UNICEF (la cui istituzione da parte dell’ONU risale all’11 dicembre 1946), l’organizzazione lancia un nuovo Rapporto secondo il quale circa 230 milioni di bambini sotto i 5 anni non sono stati mai registrati alla nascita – circa 1 su 3, a livello globale.

«La registrazione alla nascita è più di un semplice diritto. Riguarda il modo in cui la società riconosce l’identità e l’esistenza di un bambino» spiega Geeta Rao Gupta, Vicedirettore dell’UNICEF. «La registrazione alla nascita è fondamentale per garantire che i bambini non vengano dimenticati, che non vedano negati i propri diritti o che siano esclusi dai progressi della propria nazione».

Dalla Somalia al Congo, la mappa dei neonati invisibili

Il nuovo rapporto, intitolato “Every Child’s Birth Right: Inequities and trends in birth registration” (Diritto alla nascita per ogni bambino. Diseguaglianze e tendenze nella registrazione alla nascita), presenta analisi statistiche condotte su 161 Stati, con i dati e le stime sul fenomeno più aggiornate disponibili, per ciascun paese.

 

A livello globale, nel 2012, solo circa il 60% dei neonati è stato registrato alla nascita. Il tasso varia significativamente a seconda delle regioni, con livelli più bassi in Asia Meridionale e in Africa Subsahariana.
I 10 Stati con i tassi di registrazione alla nascita più bassi sono, nell’ordine: Somalia (3%), Liberia (4%), Etiopia (7%), Zambia (14%), Ciad (16%), Tanzania (16%), Yemen (17%), Guinea Bissau (24%), Pakistan (27%) e Repubblica Democratica del Congo (28%).

Anche quando i bambini vengono regolarmente registrati, a molti di loro non rimane traccia della registrazione avvenuta. In Africa Orientale e Meridionale, ad esempio, solo circa metà dei bambini registrati dispone di un certificato di nascita. Nel mondo, 1 bambino registrato su 7 non ha il certificato di nascita.  In molti Paesi, ciò è dovuto a costi di registrazione troppo onerosi per i più poveri. Altrove, invece, il certificato di nascita semplicemente non viene rilasciato alle famiglie.

Certificato di nascita, molto più che un pezzo di carta

I bambini non registrati alla nascita o privi di documenti di identificazione sono spesso esclusi dall’accesso alla scuola, all’assistenza sanitaria e alla sicurezza sociale. Se un bambino viene separato dalla sua famiglia durante un disastro naturale, un conflitto o a causa di qualche forma di sfruttamento, la riunificazione diventa assai più difficile a causa della mancanza di documentazione ufficiale.

«La registrazione alla nascita e il relativo certificato sono fondamentali per garantire a un bambino il suo pieno sviluppo» prosegue Rao Gupta. «Tutti i bambini nascono con un potenziale enorme. Se la società non riesce a contarli tutti, e perfino a non riconoscere la loro esistenza, sono più vulnerabili a subire abusi e ad essere abbandonati.  È inevitabile che in questo modo il loro potenziale verrà sensibilmente vanificato.»

La registrazione alla nascita quale componente essenziale del registro anagrafico di un Paese, migliora la qualità delle statistiche socio-demografiche, aiutando la programmazione e l’efficienza delle misure varate da un governo.

Per l’UNICEF, la mancata registrazione di un bambino alla nascita è sintomo di disuguaglianze e disparità sociali. I bambini più frequentemente colpiti da questa disuguaglianze sono queli che appartengono a determinati gruppi etnici e religiosi, quelli che abitano in aree rurali o remote, i figli di famiglie povere o di madri analfabete.

I programmi di sviluppo devono identificare le ragioni per cui le famiglie non registrano i bambini, dai costi alla scarsa conoscenza delle norme, dalle barriere culturali al timore di subire ulteriori discriminazioni o emarginazione.

Quando l’anagrafe viaggia sullo smartphone

L’UNICEF utilizza approcci innovativi per aiutare governi e comunità a migliorare i loro sistemi di registrazione anagrafica. In Kossovo, ad esempio, lo UNICEF Innovations Lab ha sviluppato un sistema di identificazione e di segnalazione delle nascite non registrate efficiente, efficace e a basso costo, basato su una piattaforma di SMS.

In Uganda, il governo – con il supporto dell’UNICEF e del settore privato – sta implementando una soluzione denominata MobileVRS che usa una nuova tecnologia di messaggistica via smartphone per completare le procedure di registrazione in pochi minuti, un processo che normalmente richiede mesi.

Sempre su questo tema, l’UNICEF ha reso pubblico oggi anche “A Passport to Protection. A Guide to Birth Registration Programming”, manuale per aiutare gli operatori adibiti alla registrazione alla nascita.

http://www.unicef.it/doc/5228/registrazione-alla-nascita-nel-mondo-un-terzo-dei-bambini-resta-invisibile.htm#

Conclusione
Fra gli stati inadempienti al dovere della registrazione anagrafica, e della conseguente garanzia del certificato di nascita, ne sono segnalati dieci per essere quelli con i tassi di registrazione alla nascita più bassi. Evidentemente l’Italia non si colloca nella serie dei ‘più bassi’, viola solo un diritto affermato in legge … e chi se ne infischia? E’ solo un diritto di soggetti che non possono difendersi!

21 Novembre 2015Permalink

14 novembre 2015 – Sbucano i bambini invisibili – Sesta puntata

E’ difficile scrivere dopo le stragi di Parigi ma voglio continuare perché anche il silenzio può essere devastante.

Dopo il mio commento inserisco i passi della relazione finale del Sinodo dei vescovi, tratti dal sito ufficiale, per chi volesse leggerne l’intero testo

Sbucano? Non al Sinodo della famiglia a loro negata

Comincio dal punto 5 del primo capitolo della prima parte che contiene una citazione della Costituzione Pastorale Gaudium et Spes (7 dicembre 1965) del Concilio Ecumenico Vaticano II.
Trascrivo quella citazione in un testo un po’ più ampio di quello citato nel testo sinodale perché ci tengo a segnalare che si riferisce alla teologia dei ‘segni dei tempi’ “Per svolgere questo compito, è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico.” Aggiungo una citazione dal discorso tenuto dal papa nel duomo di Firenze, in apertura del V Convegno Nazionale della chiesa italiana. “I credenti sono cittadini. E lo dico qui a Firenze, dove arte, fede e cittadinanza si sono sempre composte in un equilibrio dinamico tra denuncia e proposta. La nazione non è un museo, ma è un’opera collettiva in permanente costruzione in cui sono da mettere in comune proprio le cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche o religiose”.
Quindi se il Concilio ha finalmente sdoganato i segni dei tempi da una storica visione negativa, e se i credenti sono riconosciuti  cittadini, posso (e a mio parere devo) prendere in considerazione la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (la legge italiana 176/1991 traduce con uno zuccheroso ‘fanciullo’ che mi irrita) che all’art. 3 recita «In tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza sia delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente». e all’art. 7 precisa «Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto ad un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori ed a essere allevato da essi».

Ho cercato e non ho trovato, ho bussato e non mi è stato aperto

Dal punto 12 del cap II della parte prima «La famiglia merita una speciale attenzione da parte dei responsabili del bene comune, perché è la cellula fondamentale della società, che apporta legami solidi di unione sui quali si basa la convivenza umana e, con la generazione e l’educazione dei suoi figli, assicura il rinnovamento e il futuro della società» (Francesco, Discorso all’Aeroporto di El Alto in Bolivia, 8 luglio 2015).

Dal punto 23 del cap III della parte prima-  «Le migrazioni appaiono particolarmente drammatiche e devastanti per le famiglie e per gli individui quando hanno luogo al di fuori della legalità e sono sostenute da circuiti internazionali di tratta degli esseri umani. Lo stesso può dirsi quando riguardano donne o bambini non accompagnati, costretti a soggiorni prolungati nei luoghi di passaggio, nei campi profughi, dove è impossibile avviare un percorso di integrazione. La povertà estrema e altre situazioni di disgregazione inducono talvolta le famiglie perfino a vendere i propri figli per la prostituzione o per il traffico di organi».
Dal punto 24 del cap. III della parte prima
«Una risorsa preziosa per il superamento di queste difficoltà si rivela proprio l’incontro tra famiglie, e un ruolo chiave nei processi di integrazione è svolto spesso dalle donne, attraverso la condivisione dell’esperienza di crescita dei propri figli»

Sempre dal cap. III della  parte  prima
26     I bambini   «I diritti dei bambini sono trascurati in molti modi. In alcune aree del mondo, essi sono considerati una vera e propria merce, trattati come lavoratori a basso prezzo, usati per fare la guerra, oggetto di ogni tipo di violenza fisica e psicologica. Bambini migranti vengono esposti a vari tipi di sofferenza. Lo sfruttamento sessuale dell’infanzia costituisce poi una delle realtà più scandalose e perverse della società attuale. Nelle società attraversate dalla violenza a causa della guerra, del terrorismo o della presenza della criminalità organizzata, sono in crescita situazioni familiari degradate. Nelle grandi metropoli e nelle loro periferie si aggrava drammaticamente il cosiddetto fenomeno dei bambini di strada».

I padri senza un ruolo giuridicamente riconosciuto come possono proteggere i loro non figli?
28 «L’uomo riveste un ruolo egualmente decisivo nella vita della famiglia, con particolare riferimento alla protezione e al sostegno della sposa e dei figli».

Non commento scrivo solo una domanda che per me riassume le altre che vorrei elencare ma che ognuno troverà da sé:
Perché la famiglia così valorizzata nel caso dei figli dei migranti senza permesso di soggiorno invece non ha rilevanza e può essere loro negata per legge nella indifferenza laico-clericale?

La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (cui come cittadini cristiani e non dovremmo far riferimento) dice
art. 2 «1. Gli Stati parti si impegnano a rispettare i diritti enunciati nella presente Convenzione e a garantirli a ogni fanciullo che dipende dalla loro giurisdizione, senza distinzione di sorta e a prescindere da ogni considerazione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o altra del fanciullo o dei suoi genitori o rappresentanti legali, dalla loro origine nazionale, etnica o sociale, dalla loro situazione finanziaria, dalla loro incapacità, dalla loro nascita o da ogni altra circostanza;
Gli Stati parti adottano tutti i provvedimenti appropriati affinché il fanciullo sia effettivamente tutelato contro ogni forma di discriminazione o di sanzione motivate dalla condizione sociale, dalle attività, opinioni professate o convinzioni dei suoi genitori, dei suoi rappresentanti legali o dei suoi familiari».

Testi completi dei capitoli citati con indicazione della fonte

https://press.vatican.va/content/salastampa/en/bollettino/pubblico/2015/10/24/0816/01825.html

Synod15 – Relazione Finale del Sinodo dei Vescovi al Santo Padre Francesco (24 ottobre 2015), 24.10.2015

[B0816]

Pubblichiamo di seguito il testo della Relazione finale del Sinodo dei Vescovi al Santo Padre Francesco, al termine della XIV Assemblea generale ordinaria (4-25 ottobre 2015) sul tema “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”.

Parte I- –   La famiglia e il contesto antropologico- culturale

Cap. I   –  Il contesto socio-culturale 5. Docili a ciò che lo Spirito Santo ci chiede, ci avviciniamo alle famiglie di oggi nella loro diversità, sapendo che «Cristo, il nuovo Adamo […] rivela pienamente l’uomo a se stesso» (GS, 22).Volgiamo la nostra attenzione alle sfide contemporanee che influiscono su molteplici aspetti della vita. Siamo consapevoli dell’orientamento principale dei cambiamenti antropologico-culturali, in ragione dei quali gli individui sono meno sostenuti che in passato dalle strutture sociali nella loro vita affettiva e familiare. D’altra parte, bisogna egualmente considerare gli sviluppi di un individualismo esasperato che snatura i legami familiari, facendo prevalere l’idea di un soggetto che si costruisce secondo i propri desideri, togliendo forza ad ogni legame. Pensiamo alle madri e ai padri, ai nonni, ai fratelli e alle sorelle, ai parenti prossimi e lontani, e al legame tra due famiglie che tesse ogni matrimonio. Non dobbiamo tuttavia dimenticare la realtà vissuta: la solidità dei legami familiari continua ovunque a tenere in vita il mondo. Rimane grande la dedizione alla cura della dignità di ogni persona – uomo, donna e bambini –, dei gruppi etnici e delle minoranze, così come alla difesa dei diritti di ogni essere umano di crescere in una famiglia. La loro fedeltà non è onorata se non si riafferma una chiara convinzione del valore della vita familiare, in particolare facendo affidamento alla luce del Vangelo anche nelle diverse culture. Siamo consapevoli dei forti cambiamenti che il mutamento antropologico culturale in atto determina in tutti gli aspetti della vita, e rimaniamo fermamente persuasi che la famiglia sia dono di Dio, il luogo in cui Egli rivela la potenza della sua grazia salvifica. Anche oggi il Signore chiama l’uomo e la donna al matrimonio, li accompagna nella loro vita familiare e si offre ad essi come dono ineffabile; è uno dei segni dei tempi che la Chiesa è chiamata a scrutare e interpretare «alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico» (GS, 4). 5     –   placet 256 Non placet 3

Cap II   —  La famiglia e il contesto socio-economico

  1. Politiche in favore della famiglia  Le autorità responsabili del bene comune debbono sentirsi seriamente impegnate nei confronti di questo bene sociale primario che è la famiglia. La preoccupazione che deve guidare l’amministrazione della società civile è quella di permettere e promuovere politiche familiari che sostengano e incoraggino le famiglie, in primo luogo quelle più disagiate. È necessario riconoscere più concretamente l’azione compensativa della famiglia nel contesto dei moderni “sistemi di welfare”: essa ridistribuisce risorse e svolge compiti indispensabili al bene comune, contribuendo a riequilibrare gli effetti negativi della disequità sociale. «La famiglia merita una speciale attenzione da parte dei responsabili del bene comune, perché è la cellula fondamentale della società, che apporta legami solidi di unione sui quali si basa la convivenza umana e, con la generazione e l’educazione dei suoi figli, assicura il rinnovamento e il futuro della società» (Francesco, Discorso all’Aeroporto di El Alto in Bolivia, 8 luglio 2015). 12 placet 253 Non placet 5

Cap III  –  Famiglia, inclusione e società

Migranti,  profughi, perseguitati       23. Merita particolare attenzione pastorale l’effetto del fenomeno migratorio sulla famiglia. Esso tocca, con modalità differenti, intere popolazioni, in diverse parti del mondo. La Chiesa ha esercitato in questo campo un ruolo di primo piano. La necessità di mantenere e sviluppare questa testimonianza evangelica (cf. Mt 25,35) appare oggi più che mai urgente. La storia dell’umanità è una storia di migranti: questa verità è inscritta nella vita dei popoli e delle famiglie. Anche la nostra fede lo ribadisce: siamo tutti dei pellegrini. Questa convinzione deve suscitare in noi comprensione, apertura e responsabilità davanti alla sfida della migrazione, tanto di quella vissuta con sofferenza, quanto di quella pensata come opportunità per la vita. La mobilità umana, che corrisponde al naturale movimento storico dei popoli, può rivelarsi un’autentica ricchezza tanto per la famiglia che emigra quanto per il paese che la accoglie. Altra cosa è la migrazione forzata delle famiglie, frutto di situazioni di guerra, di persecuzione, di povertà, di ingiustizia, segnata dalle peripezie di un viaggio che mette spesso in pericolo la vita, traumatizza le persone e destabilizza le famiglie. L’accompagnamento dei migranti esige una pastorale specifica rivolta alle famiglie in migrazione, ma anche ai membri dei nuclei familiari rimasti nei luoghi d’origine. Ciò deve essere attuato nel rispetto delle loro culture, della formazione religiosa ed umana da cui provengono, della ricchezza spirituale dei loro riti e tradizioni, anche mediante una cura pastorale specifica. «È importante guardare ai migranti non soltanto in base alla loro condizione di regolarità o di irregolarità, ma soprattutto come persone che, tutelate nella loro dignità, possono contribuire al benessere e al progresso di tutti, in particolar modo quando assumono responsabilmente dei doveri nei confronti di chi li accoglie, rispettando con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del Paese che li ospita, obbedendo alle sue leggi e contribuendo ai suoi oneri» (Francesco, Messaggio per la Giornata mondiale dei migranti e del rifugiato 2016, 12 settembre 2015). Le migrazioni appaiono particolarmente drammatiche e devastanti per le famiglie e per gli individui quando hanno luogo al di fuori della legalità e sono sostenute da circuiti internazionali di tratta degli esseri umani. Lo stesso può dirsi quando riguardano donne o bambini non accompagnati, costretti a soggiorni prolungati nei luoghi di passaggio, nei campi profughi, dove è impossibile avviare un percorso di integrazione. La povertà estrema e altre situazioni di disgregazione inducono talvolta le famiglie perfino a vendere i propri figli per la prostituzione o per il traffico di organi. 23 placet 253  Non placet 4

  1. L’incontro con un nuovo paese e una nuova cultura è reso tanto più difficile quando non vi siano condizioni di autentica accoglienza e accettazione, nel rispetto dei diritti di tutti e di una convivenza pacifica e solidale. Questo compito interpella direttamente la comunità cristiana: «la responsabilità di offrire accoglienza, solidarietà e assistenza ai rifugiati è innanzitutto della Chiesa locale. Essa è chiamata ad incarnare le esigenze del Vangelo andando incontro, senza distinzioni, a queste persone nel momento del bi­sogno e della solitudine» (Pontificio Consiglio Cor Unum e Pontificio Consiglio della Pastorale per i migranti e gli itineranti, I Rifugiati, una sfida alla solidarietà, 26). Il senso di spaesamento, la nostalgia delle origini perdute e le difficoltà di integrazione mostrano oggi, in molti contesti, di non essere superati e svelano sofferenze nuove anche nella seconda e terza generazione di famiglie migranti, alimentando fenomeni di fondamentalismo e di rigetto violento da parte della cultura ospitante. Una risorsa preziosa per il superamento di queste difficoltà si rivela proprio l’incontro tra famiglie, e un ruolo chiave nei processi di integrazione è svolto spesso dalle donne, attraverso la condivisione dell’esperienza di crescita dei propri figli. In effetti, anche nella loro situazione di precarietà, esse danno testimonianza di una cultura dell’amore familiare che incoraggia le altre famiglie ad accogliere e custodire la vita, praticando la solidarietà. Le donne possono trasmettere alle nuove generazioni la fede viva nel Cristo, che le ha sostenute nella difficile esperienza della migrazione e ne è stata rafforzata. Le persecuzioni dei cristiani, come anche quelle di minoranze etniche e religiose, in diverse parti del mondo, specialmente in Medio Oriente, rappresentano una grande prova: non solo per la Chiesa, ma anche per l’intera comunità internazionale. Ogni sforzo va sostenuto per favorire la permanenza di famiglie e comunità cristiane nelle loro terre di origine. Benedetto XVI ha affermato: «Un Medio Oriente senza o con pochi cristiani non è più il Medio Oriente, giacché i cristiani partecipano con gli altri credenti all’identità così particolare della regione» (Esortazione Apostolica Ecclesia in Medio Oriente, 31). 24 – placet 255 Non placet 5

26   –   I bambini    –   I bambini sono una benedizione di Dio (cf. Gn 4,1). Essi devono essere al primo posto nella vita familiare e sociale, e costituire una priorità nell’azione pastorale della Chiesa. «In effetti, da come sono trattati i bambini si può giudicare la società, ma non solo moralmente, anche sociologicamente, se è una società libera o una società schiava di interessi internazionali.[…] I bambini ci ricordano […] che siamo sempre figli […].E questo ci riporta sempre al fatto che la vita non ce la siamo data noi ma l’abbiamo ricevuta» (Francesco, Udienza generale, 18 marzo 2015). Tuttavia, spesso i bambini diventano oggetto di contesa tra i genitori e sono le vere vittime delle lacerazioni familiari. I diritti dei bambini sono trascurati in molti modi. In alcune aree del mondo, essi sono considerati una vera e propria merce, trattati come lavoratori a basso prezzo, usati per fare la guerra, oggetto di ogni tipo di violenza fisica e psicologica. Bambini migranti vengono esposti a vari tipi di sofferenza. Lo sfruttamento sessuale dell’infanzia costituisce poi una delle realtà più scandalose e perverse della società attuale. Nelle società attraversate dalla violenza a causa della guerra, del terrorismo o della presenza della criminalità organizzata, sono in crescita situazioni familiari degradate. Nelle grandi metropoli e nelle loro periferie si aggrava drammaticamente il cosiddetto fenomeno dei bambini di strada. 26 placet 256  non placet 2

28   –   L’uomo   –    L’uomo riveste un ruolo egualmente decisivo nella vita della famiglia, con particolare riferimento alla protezione e al sostegno della sposa e dei figli. Modello di questa figura è San Giuseppe, uomo giusto, il quale nell’ora del pericolo «prese con sé il bambino e sua madre nella notte» (Mt 2,14) e li portò in salvo. Molti uomini sono consapevoli dell’importanza del proprio ruolo nella famiglia e lo vivono con le qualità peculiari dell’indole maschile. L’assenza del padre segna gravemente la vita familiare, l’educazione dei figli e il loro inserimento nella società. La sua assenza può essere fisica, affettiva, cognitiva e spirituale. Questa carenza priva i figli di un modello adeguato del comportamento paterno. Il crescente impiego lavorativo della donna fuori casa non ha trovato adeguata compensazione in un maggior impegno dell’uomo nell’ambito domestico. Nel contesto odierno la sensibilità dell’uomo al compito di protezione della sposa e dei figli da ogni forma di violenza e di avvilimento si è indebolita. «Il marito – dice Paolo – deve amare la moglie “come il proprio corpo” (Ef 5,28); amarla come Cristo “ha amato la Chiesa e ha dato sé stesso per lei” (v. 25). Ma voi mariti […] capite questo? Amare la vostra moglie come Cristo ama la Chiesa? […] L’effetto di questo radicalismo della dedizione chiesta all’uomo, per l’amore e la dignità della donna, sull’esempio di Cristo, deve essere stato enorme, nella stessa comunità cristiana. Questo seme della novità evangelica, che ristabilisce l’originaria reciprocità della dedizione e del rispetto, è maturato lentamente nella storia, ma alla fine ha prevalso» (Francesco, Udienza Generale, 6 maggio 2015). 28 placet 257  non placet 4

II PARTE                      Cap IV   –  Verso la pienezza ecclesiale della famiglia

  1. Quando l’unione raggiunge una notevole stabilità attraverso un vincolo pubblico – ed è connotata da affetto profondo, da responsabilità nei confronti della prole, da capacità di superare le prove – può essere vista come un’occasione da accompagnare verso il sacramento del matrimonio, laddove questo sia possibile. Differente invece è il caso in cui la convivenza non sia stabilita in vista di un possibile futuro matrimonio, ma nell’assenza del proposito di stabilire un rapporto istituzionale. La realtà dei matrimoni civili tra uomo e donna, dei matrimoni tradizionali e, fatte le debite differenze, anche delle convivenze, è un fenomeno emergente in molti Paesi. Inoltre, la situazione di fedeli che hanno stabilito una nuova unione richiede una speciale attenzione pastorale: «In questi decenni […] è molto cresciuta la consapevolezza che è necessaria una fraterna e attenta accoglienza, nell’amore e nella verità, verso i battezzati che hanno stabilito una nuova convivenza dopo il fallimento del matrimonio sacramentale; in effetti, queste persone non sono affatto scomunicate» (Francesco, Udienza generale, 5 agosto 2015). 54 placet 236 non placet 21

Votazioni dei singoli numeri della Relazione finale del Sinodo dei Vescovi al Santo Padre Francesco  Padri presenti: 265  Due terzi: 177

14 Novembre 2015Permalink

8 novembre 2015 – Sbucano i bambini invisibili – Quinta puntata

Mia irrimediabile sprovvedutezza

Devo chiedere scusa a me stessa e alla mia irrimediabile sprovvedutezza per aver intitolato il pezzo del 29 scorso “Lo ius soli approda in parlamento e i figli dei sans papier non saranno cancellati”. Forse non sarà così. Io mi basavo sul fatto che la camera aveva approvato la proposta “Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni in materia di cittadinanza” inserendo un articolo (art. 2, comma 3) che affermava non doversi presentare il permesso di soggiorno per dichiarare la nascita in Italia dei propri figli. Il deputato presente il 9 ottobre a Zugliano, on. Rosato, aveva detto che avrebbe sollecitato i colleghi del senato ad affermare la norma come stava perché non intervenissero modifiche che avrebbero implicato comunque un rinvio. E’ vero che il senato ha posto la norma all’attenzione della propria commissione Affari Costituzionali, la relatrice di maggioranza ha presentato la propria relazione ma poi tutto si è fermato, come si può constare da qui. http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/comm/46079_comm.htm

Approvata la legge 19 ottobre 2015, n. 173

Intanto però è accaduta un’altra cosa importante. La Camera dei Deputati nella seduta del 14 ottobre ha approvato definitivamente la legge che ho indicato nel titolo, che entrerà in vigore il 13 novembre Si tratta di “Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184, sul diritto alla continuità affettiva dei bambini e delle bambine in affido familiare” che si può leggere anche da qui  
http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2015/10/29/15G00187/sg

Riporto un articolo di Repubblica.it del 14 ottobre che mi sembra pertinente  

L’affido può diventare adozione: la continuità affettiva è legge

Approvazione definitiva alla Camera, con voto bipartisan, per le nuove norme. Garantito un canale prioritario nell’adozione alle famiglie che hanno minori in affidamento. Ma esclusi single e coppie di fatto

ROMA – Con un voto bipartisan, 385 voti a favore e solo due contrari, l’aula della Camera ha dato il via libera definitivo alla nuova legge sulla continuità affettiva, che introduce una corsia preferenziale per le adozioni da parte delle famiglie che hanno avuto in affido minori in stato di abbandono e adottabilità.  La legge dice una cosa semplice: le famiglie affidatarie hanno una corsia preferenziale nell’adozione. Ovvero d’ora in poi il tribunale dei minori ha il dovere di “tenere conto dei legami affettivi significativi e del rapporto stabile e duraturo consolidatosi tra il minore e la famiglia affidataria” prima di decidere i genitori adottivi dei minori in stato di abbandono. A tal fine, dovrà essere obbligatoriamente acquisito il parere dei serivizi  sociali. Una norma che dovrebbe essere naturale, scontata, visto che con quelle madri e padri ” a tempo” hanno magari già trascorso un pezzo di infanzia o di adolescenza. Invece in Italia ci sono voluti circa quindici anni, e un lavoro di mediazione certosina, perché si arrivasse ad una legge che permetterà, da domani, anche ai genitori dell’affido di ” concorrere” all’adozione del ragazzino e della ragazzina dei quali, di fatto, sono già figure fondamentali. Evitando così traumi e lacerazioni. Dalla norma sono però esclusi single e coppie di fatto, punto su cui si è incentrato lo scontro politico. “E’ importante – ha detto in aula il ministro della Giustizia Andrea Orlando prima del varo della nuova legge – che tutte le forze politiche abbiamo superato insieme le divisioni per abbattere una barriera a favore dei minori più deboli. E’ un primo passo positivo. Ed averlo fatto tutti insieme è un segnale forte e chiaro che la politica che si divide sa unirsi quando serve ed è chiaro l’approdo di dove si vuole andare con il nostro paese”.
LE NOVITÀ
Affidatari in corsia preferenziale. In caso di adozione è prevista una corsia preferenziale a favore di chi ha il bambino in affido. Il tribunale dei minori dovrà infatti tener conto, nel decidere sull’adozione, dei ‘legami affettivi significativi’ e del ‘rapporto stabile e duraturo’ consolidatosi tra il minore e la famiglia affidataria. La corsia preferenziale opera però solo se gli affidatari rispondono ai requisiti per l’adozione (stabile rapporto di coppia, idoneità all’adozione e differenza di età con l’adottato).
Tutela della continuità affettiva. Nell’interesse del minore è garantita continuità affettiva con gli affidatari (come ad esempio il diritto di visita) anche in caso di ritorno alla famiglia di origine e adozione o nuovo affido ad altra famiglia. Il giudice peraltro, nel decidere sul ritorno in famiglia, sull’adozione o sul nuovo affidamento dovrà ascoltare anche il minore.
Più poteri in tribunale. Si ampliano i diritti degli affidatari: chi ha il minore in affido è legittimato a intervenire (c’è l’obbligo di convocazione a pena di nullità) in tutti i procedimenti civili in materia di responsabilità genitoriale, affidamento e adottabilità relativi al minore. E’ poi prevista la facoltà di presentare memorie nell’interesse del minore.
Adozione degli orfani. Accanto ai parenti (fino al sesto grado) e alle persone legate da un rapporto stabile preesistente alla perdita dei genitori, anche l’affidatario potrà ora chiedere l’adozione di un orfano. In tal caso l’adozione è consentita anche alle coppie di fatto e alle persone singole.
http://www.repubblica.it/politica/2015/10/14/news/l_affido_puo_diventare_adozione_
la_legge_sulla_continuita_affettiva_e_legge-125088843/

 Quello che mi preoccupa

Ancora una volta anziché la figura del minore in quanto tale emerge un gruppo significativo: i bambini in affidamento per cui, in caso subentri l’adozione, non debba essere rotta la continuità affettiva con i genitori affidatari.
La legge 173 è una noma importante e valida che però non sì estende il principio della continuità affettiva oltre il gruppo identificato.
Perché non si considera con lo stesso criterio la stepchild adoption e la situazione dei figli dei migranti senza permesso di soggiorno che hanno diritto a vivere la loro esistenza nella loro famiglia che il pacchetto sicurezza nega?

8 Novembre 2015Permalink