15 aprile 2018 – Il futuro che ci attende si aggiorna

Seguito del pezzo precedente ‘Il futuro che ci attende’
https://diariealtro.it/?p=5691

Mentre possiamo leggere ulteriori informazioni sul raid razzista contro la casa dell’on. Cécile Kyenge (vedi fonte) ci soccorre per una miglior conoscenza della vicenda l’illuminata, equilibrata, serena  parola del già senatore Giovanardi come riportata dall’Agenzia Adnkronos

14 aprile 2018 – 20:13 Modena: Giovanardi, stop a dichiarazioni incendiarie su Kyenge
Roma, 14 apr. (AdnKronos) – “Sono lieto che a casa dell’onorevole Kyenge, a cui esprimo comunque la mia solidarietà, non siano avvenuti ne furti, ne tentativi di effrazione e neppure siano apparse scritte oltraggiose ma soltanto rilevata la presenza, sulla recinzione esterna, di una cacca di cane. Se l’accaduto risultasse doloso andrebbe perseguito con decisione: ma allo stato attuale dei fatti certe dichiarazioni appaiono assolutamente incendiarie e rischiano ancora una volta di evocare un razzismo che per fortuna non è nelle corde dei modenesi”.
Lo afferma Carlo Giovanardi esponente di Idea.

A proposito di Carlo Giovanardi (non ricandidatosi per la XVIII legislatura) un uomo dall’esperienza incontenibile in un solo spazio
Democrazia Cristiana (fino al 1994)
Centro Cristiano Democratico (1994-2002)
Unione di Centro (2002-2008)
Popolari Liberali (2008-2009)
Il Popolo della Libertà (2009-2013)
Nuovo Centrodestra (2013-2015)
IDeA-Identità e Azione (dal 2015)

Si è sempre distinto per la veemenza urlata delle sue dichiarazioni. Ora potrà assicurare un po’ di sosta alle sue corde vocali.

Fonte
http://247.libero.it/rfocus/34965638/0/modena-giovanardi-stop-a-dichiarazioni-incendiarie-su-kyenge/

http://www.ravennanotizie.it/articoli/2018/04/15/razzismo-maestri-possibile-odioso-gesto-contro-lex-ministra-kyenge-politica-dia-buon-esempio.html

 

15 Aprile 2018Permalink

15 aprile 2018 – Il futuro che ci attende

Comunicato ANSA 14 aprile 2018 ore 18:08 News

Imbrattate, nella notte, le pareti dell’abitazione a Modena dell’europarlamentare del Pd, Cecile Kyenge.
Ne dà notizia, il Partito Democratico modenese il cui segretario provinciale, Davide Fava esprime “solidarietà” all’ex ministro dell’Integrazione così come l’ex segretario democratico e deputato, Piero Fassino e la capo delegazione dei parlamentari Pd a Bruxelles, Patrizia Toia.
“Ignoti – osserva Fava – si sono introdotti nel cortile della sua abitazione vandalizzandone le pareti. Si tratta chiaramente di un gesto intimidatorio nei confronti del lavoro di Cècile e di disprezzo dei valori di integrazione e inclusione che continua a difendere”.
A giudizio di Fassino, “ogni atto razzista indica la miseria umana e l’abisso morale di chi lo compie” mentre a giudizio di Toia quello contro Kyenge, “è ‘ennesimo attacco che si inserisce in una più ampia campagna di odio e intolleranza che non può più essere tollerata in Italia”.

Domanda di Augusta:
Quanto accaduto è dovuto al colore della on. Kyenge o alle sue scelte politiche, alle proposte che persegue nel parlamento europeo o all’intreccio di entrambi i fattori che la espongono all’odio?

Fonte Ansa
http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2018/04/14/imbrattate-pareti-casa-kyenge-a-modena_f6e017c8-67dd-4578-87de-db216e972a1c.html

Fonte La Stampa
http://www.lastampa.it/2018/04/14/italia/cronache/modena-blitz-xenofono-a-casa-kyenge-imbrattate-alcune-pareti-fava-pd-gesto-barbaro-QQZPp5lqGDCGfsMJ9UOuaI/pagina.html

15 Aprile 2018Permalink

9 aprile 2018 – Io e don Chisciotte

Ho inviato il messaggio che segue ai componenti delle delegazioni PD e 5 STELLE che si recano dal Presidente della Repubblica per formare un governo.
Non è fiducia (vedremo se e come qualcuno mi risponderà e soprattutto ne capirà il significato) ma tento ancora.
Da parte mia voglio che – nell’eliminazione dall’esistenza legale di neonati (pagina orrenda aperta nel 2009- ministro Maroni quarto governo Berlusconi ) – questo si sappia per quanto io riesca a farlo sapere.
Poi, quando sarà formato il governo, e se nulla sarà fatto nulla si farà, l’impegno che avevo preso con me stessa potrà concludersi e potrò stare a guardare.
Dopo nove anni di tentativi si può.

Prima di pubblicarlo in facebook (strada non privilegiata ma aperta) l’ho inviato al sito Ildialogo [at] org. Se anche lì non fosse apparso avrei rinunciato a pubblicizzarlo. Invece c’è.
Ringrazio Ildialogo, una delle poche presenze sul web che mi ha dato voce e ringrazio anche l’amico Marco Tommasino che lo ha subito fatto girare su fb e l’amico Lino Di Gianni che mi ha qui sostenuto.
Non posso elencare qui coloro che l’hanno fatto senza essere partecipi di questo sito: si tratta però per lo più di singole persone non di partiti o giornalisti che possano fare opinione.
In 24 ore ha ricevuto 65 ‘mi piace’  

Giotto- la stage degli innocenti


e qualche condivisione.

Poco, pochissimo ma fanno
la differenza dal nulla con cui le
organizzazioni politiche hanno
risposto al diritto  negato
all’esistenza legale di alcuni
neonati.

Questa debolezza ottusa se non
è
razzismo ne fa parte, almeno a
livello di prodromi, tanto più
invasivi  quanto più tenuti
sotto traccia  

Dedico a chi dovrebbe rappresentarmi (ma non ci riesce) l‘affresco di Giotto.

Egregio/a onorevole – Egregio senatore
Le scrivo come ai suoi colleghi membri delle delegazioni che si sono presentate e si presenteranno dal Presidente della Repubblica per dar seguito al compito (che spero di non dover chiamare tentativo) di dare un governo al Paese.
Sono una cittadina italiana, non supportata da alcun movimento che quantitativamente conti, che vi affida un impegno per chi vi scrive ineludibile, quello di inserire nel quadro dei vostri progetti la cancellazione di una norma che dal 2009 crea danni estremi per chi ne sarà colpito (e li ha già creati a chi ne sia già stato colpito) e umilia tutti noi costringendoci ad essere cittadini di uno stato cui non ripugna punire innocenti per le non colpe dei loro genitori.
Mi spiego.
Il Testo Unico sulle migrazioni (D.lgs 25 luglio 1998, n. 286 “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”) dice all’art. 6 comma 2 « Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo, per quelli inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie di cui all’articolo 35 e per quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie, i documenti inerenti al soggiorno di cui all’articolo 5, comma 8, devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati».
Le parole in grassetto furono inserite dalla Legge 15 luglio 2009, n. 94 mentre in precedenza, a seguire le parole “a carattere temporaneo”, si leggeva «Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo e per quelli inerenti agli atti di stato civile o all’accesso a pubblici servizi, i documenti inerenti al soggiorno di cui all’articolo 5, comma 8, devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati».
Originariamente quindi l’articolo, inserito con la cd legge Turco Napolitano, e rispettato anche dalla cd legge Bossi Fini, prevedeva che all’atto della richiesta di registrazione della dichiarazione di nascita – finalizzata evidentemente ad assicurare al nuovo nato in Italia il certificato di nascita che rappresenta un suo diritto personale senza eccezioni – non potesse essere richiesto al genitore alcun titolo di soggiorno.
Chiedere il titolo che un migrante irregolare non possiede, proprio in quanto irregolare, significa fare del figlio appena nato in Italia la spia di una situazione che comporta penalizzazioni sia penali (l’espulsione) che amministrative (multe nella situazione insostenibili).
La norma del 2009 fu approvata con voto di fiducia, fortemente voluto dall’allora Ministro dell’interno on. Maroni nel quadro cultural-politico del quarto governo Berlusconi e resse nel corso dei governi successivi (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni).
Il 13 ottobre 2015 la Camera approvò le “Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni in materia di cittadinanza” (cd ius soli) comprensive del testo che al comma 3 dell’art. 2 diceva «Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo e per quelli inerenti agli atti di stato civile o all’accesso a pubblici servizi, i documenti inerenti al soggiorno di cui all’articolo 5, comma 8, devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati».
I figli dei sans papier venivano così ‘riabilitati’ al diritto di esistere legalmente.
La norma però, trasmessa al Senato, lì si giacque fino al mese di novembre dello scorso anno, quando finì fra quelle per cui non c’era tempo e, svuotando di significato l’impegno forte di cittadini che speravano nel cd ius soli, deludeva anche ragazzini che la chiedevano come ‘occupanti’ discriminati dei banchi della nostra scuola.
Paradosso conclusivo: il Parlamento italiano, incapace nella XVII legislatura di approvare lo ius soli, nella XVIII legislatura si trova ancora in presenza del principio discriminante che ho descritto.
Devo dire che così sarà quale che sia il governo che nascerà dopo le elezioni di marzo?
Cordialmente
Augusta De Piero

9 Aprile 2018Permalink

8 aprile 2018 – Lino di Gianni mi dedica una poesia su facebook

Dedicata ad Augusta De Piero

C’è una donna, antica combattente
che oggi si accorge, che le forze non sono
illimitate e allora concentra la sua azione,
come può, come deve, su un punto,
trascurato dai più:
i figli dei migranti clandestini, non si possono
registrare, all’anagrafe, sono fantasmi,
scompaiono
Sembra poca cosa, quasi un margine trascurato,
eppure lei è là, come dice un bel libro americano,
cacciatrice nella segale
(Il giovane Holden -The Catcher in the Rye, “L’acchiappatore nella segale”)
Dove vanno a finire i bambini che si perdono?
Lei attende lì, per tirarli fuori,
affinché ritornino visibili
nella vita
(lino di gianni)

Ho accettato questo testo su facebook  perché coglie un punto dirimente del mio impegno in questi nove anni.
“Oggi si accorge, che le forze non sono / illimitate e allora concentra la sua azione, / come può, come deve, su un punto, / trascurato dai più:
i figli dei migranti clandestini, non si possono / registrare, all’anagrafe, sono fantasmi, /scompaiono 

Sono molto imbarazzata per quello che dice Lino del mio probabilmente inutile impegno.
O forse non inutile perché so che alcune persone e associazioni di non rilevante presenza hanno capito l’importanza di concentrarsi su un punto dirimente, accettandolo come obiettivo e insieme limite.
Nella vicenda dei bambini nati in Italia e ridotti a fantasmi per legge quel che mi addolora di più è aver trovato invece tanta indifferenza in chi potrebbe sbloccare la situazione.
La legge che nega il certificato di nascita ai figli dei sans papier e che tutti ci umilia è troppo preziosa per chi voglia sventolare la ‘preda’ come un nemico vinto, fondando su quella vittoria il suo miserabile successo.
Alla malignità di una norma si unisce la vigliaccheria di chi avrebbe – impegnandosi per promuovere la modifica di una legge che non comportava neppure oneri di spesa – contribuito a garantire il diritto di ogni nato all’esistenza legale.
Si saranno resi conto i responsabili dei governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni di essere gli eredi del quarto governo Berlusconi (con i suoi militi leghisti) e ora di essere responsabili del lascito per il governo prossimo venturo? Forse se ne sono resi conto ma sapevano di poter galleggiare tranquillamente sull’indifferenza della società civile che ‘conta’ e può assicurare voti.

Penso che derogherò al punto fermo che mi ero imposta di non usare mai il ‘mi piace’ per segnalare anche così il mio consenso al lavoro di Lino. E’ tutto quello che posso fare, oltre un grazie.
Il grazie non è solo per l’oggi.
Nel 2003, quando insegnavo italiano all’International Centre di Betlemme e cercavo un modo per comunicare ad alcuni amici ciò che vedevo e capivo, Lino, venuto non so come a conoscenza di una mia lettera, mi scrisse e mi aiutò – io in Palestina lui in Italia – a costruire il mio primo blog da cui poi è derivato tutto il resto.

So che l’International Centre è 
molto cambiato da quando lo
praticavo io e quindi, per chi
volesse conoscerlo, è preferibile
collegarsi da
qui

 

 

 

8 Aprile 2018Permalink

25 marzo 2018 – Il senatore Calderoli non è insindacabile

Volevo far sintesi sul problema delle Disposizioni in materia di cittadinanza (cd ius soli), con l’inizio della XVIII legislatura ormai inesistenti, ma do la precedenza alla vicenda processuale del sen Calderoli che si riapre in seguito all’intervento della Corte Costituzionale

Il fatto Nel 2013 il senatore Calderoli paragonò la ministra per l’integrazione Cécile Kyenge a un orango. Allora il senato lo ritenne insindacabile
A seguito della sentenza della Corte Costituzionale che, a proposito degli insulti pronunciati nel 2013 dal senatore, precisa non esistere “alcun nesso funzionale con l’esercizio dell’attività parlamentare”, gli atti torneranno a Bergamo per l’esercizio dell’azione penale.
Ora mi limito a riportare la notizia apparsa il 23 marzo sul sito dell’Ansa ma chi volesse saperne di più troverà una serie di link in calce. [fonte 1; fonte 2; fonte 3]

(ANSA) – ROMA, 23 MARZO – Non può godere dell’ “insindacabilità” concessagli dal Senato Roberto Calderoli, che nel 2013 insultò in un comizio l’allora ministro dell’ Integrazione Cecilia Kyenge, chiamandola “orango”.
Lo ha deciso la Corte Costituzionale accogliendo il ricorso del Tribunale di Bergamo che aveva sollevato il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti del Senato, in relazione alla deliberazione del 16 settembre 2015 con le quali l’Assemblea aveva affermato che le opinioni del senatore erano “espresse da un membro del Parlamento nell’esercizio delle sue funzioni” e, dunque, “insindacabili”.  Kyenge -le parole del senatore imputato di diffamazione- “sarebbe un ottimo ministro, ma dovrebbe esserlo in Congo non in Italia”; Calderoli aveva poi attribuito, “sembianze di orango” alla ministra, tali da lasciarlo “sconvolto” nel vederla comparire sul sito internet del Governo.
Le opinioni espresse da Calderoli, rileva la Consulta, non hanno “alcun nesso funzionale con l’esercizio dell’attività parlamentare”.

[fonte 1] articoli di quotidiani sulla vicenda Calderoli-Kyenge
http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2018/03/23/insulto-kyengecalderoli-e-sindacabile_3c886a6d-71a6-4271-b636-8039fde0679b.html

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/03/23/defini-orango-la-ministra-cecile-kyenge-per-la-consulta-calderoli-non-puo-godere-dellinsindacabilita-sugli-insulti/4246700/

http://www.repubblica.it/politica/2018/03/23/news/calderoli_kyenge_consulta_senato_non_insindacabile-192047973/

www.ilgiornale.it/news/cronache/kyenge-orango-consulta-annulla-linsindacabilit-roberto-1508484.html

http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/18_marzo_24/consulta-caso-kyenge-calderoli-si-puo-processare-6fa5d32a-2f42-11e8-8bb6-779994a184b2.shtml

[fonte 2 ] L’autobiografia dell’on. Kyenge http://www.cecilekyenge.it/chi-sono/

[fonte 3] Il curriculum e alcune gesta dell’on Calderoli
dr. Roberto Calderoli eletto senatore nella XVIII legislatura che si è aperta ieri, deputato nella XI XII XIII legislatura, senatore nella XIV XV XVI XVII legislatura
Ministro per la semplificazione normativa dal 2008 al 2011 e, per chi volesse saperne di più,
http://temi.repubblica.it/micromega-online/calderoli-roberto-lega-nord-ministro-per-la-semplificazione

25 Marzo 2018Permalink

17 marzo 2018 – La moglie dell’uomo ucciso a Firenze spiega cos’è il razzismo

Un articolo del 13 marzo di Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale

Ha una specie di rosario tra le mani, il kurus: una catena di perline di legno che scorre nervosamente con le dita. Rokhaya Mbengue si nasconde dietro un velo viola decorato con fiori e gocce argentate, mentre siede in silenzio nel salotto della casa di Pontedera, in provincia di Pisa, circondata da amici e parenti venuti a trovarla.
Non ha nemmeno quarant’anni, ma ha già perso due mariti nello stesso modo: entrambi uccisi per strada a Firenze da due italiani che non li conoscevano nemmeno. Seduta su un materasso steso per terra in un appartamento al terzo piano di un palazzo, la donna è piegata su se stessa nel gesto ripetitivo di pregare contando le perline di legno del rosario. Tutti sono intorno a lei. L’unico rumore è quello della pioggia che entra dalla finestra. Ogni tanto arriva qualche schiamazzo dei bambini di casa che si rincorrono nel corridoio.
Era nel suo paese a Morola, in Senegal, quando il 13 dicembre 2011 Rokhaya Mbengue, soprannominata Kenne, ha saputo che il suo primo marito, Samb Modou, era stato ucciso da un uomo bianco che si era messo a sparare contro i neri. Gianluca Casseri, un militante di CasaPound, aveva ucciso due venditori ambulanti senegalesi al mercato di piazza Dalmazia, nel centro di Firenze. Tra loro c’era Samb Modou.
Ricorda di essere rimasta senza fiato, per giorni con la sua unica figlia, Fatou, ad aspettare che tornasse il corpo del marito dall’Italia. “Nella nostra religione, se uno muore dobbiamo seppellirlo il prima possibile per garantirgli la pace”, spiega Suleiman Seck, un cugino che è rimasto in piedi accanto a lei e l’aiuta a parlare quando le parole s’inceppano.
“Ho pensato che non mi sarei mai ripresa da quel dolore, era troppo”, ricorda Kenne. Ma poi per il bene della figlia Fatou, si è tolta il lutto e si è comportata come la famiglia le ha consigliato e come prevede la tradizione senegalese. Ha sposato uno dei cugini di Samb, Idy Diene, un uomo molto religioso che viveva in Italia dal 2001 e si era occupato di tutte le questioni burocratiche per il rimpatrio della salma. Dopo il matrimonio con Diene, Kenne si è trasferita in Italia. Voleva lavorare per assicurare un futuro a sua figlia Fatou, rimasta senza padre.
Come un diamante
I primi tempi a Firenze sono stati duri, ricorda. Ma poi è stata assunta come badante nella casa di una signora che l’ha accolta come una figlia. “La mia vita insieme a Idy è stata bellissima: Idy era una brava persona, era gentile, il suo cuore era puro come quello di un diamante”. Rokhaya Mbengue si copre con il velo che le nasconde gli zigomi pronunciati e gli occhi allungati, cerchiati da un’ombra scura, dopo giorni di pianto. Anche la donna italiana per cui lavorava voleva molto bene a suo marito e ci parlava spesso al telefono, “perché Idy amava scherzare”. “Il giorno in cui è stato ucciso ci avevamo parlato verso le 10, avevamo riso”, racconta Kenne.
Solo due ore dopo, mentre era sul ponte Amerigo Vespucci a vendere ombrelli, Idy Diene, un uomo corpulento di 54 anni, che tutti dipingono come “un uomo di pace” è stato colpito da tre proiettili: uno alla nuca, uno al petto e uno alle gambe. A sparare il sessantacinquenne Roberto Pirrone, ex tipografo in pensione, che dopo essere stato arrestato ha detto alla polizia di aver sparato a caso contro il primo che passava, perché era uscito di casa per suicidarsi, ma non aveva avuto il coraggio di farlo.
Kenne non ha nemmeno voluto vedere la foto dell’assassino di suo marito. “Una persona buona è andata via, un uomo che pensava solo a lavorare. Ora chi si occuperà dei suoi figli?”. Se potesse incontrare Pirrone, Kenne non vorrebbe parlargli. È molto religiosa, crede nella giustizia divina. “Dio è grande, più grande di tutti noi, io voglio solo pregare per mio marito”, dice mentre le si spezza la voce. “C’erano altre persone sul ponte, ma la violenza omicida di Pirrone si è scagliata contro l’unico nero, colpito alle spalle. In sette anni sono morti tre senegalesi a Firenze, tutti nello stesso modo e noi ora abbiamo paura, aggiunge Suleiman.
Kenne non vuole più rimanere in Italia, anche se da poco ha ottenuto la cittadinanza italiana. Vuole tornare da sua figlia in Senegal. “Io ho paura a camminare per strada, ho troppa paura”, dice. Il razzismo per Kenne è il disprezzo immotivato e quotidiano, che può diventare improvvisamente una condanna a morte. “A volte salgo sull’autobus e mi siedo. E subito quello che è accanto a me si alza perché io sono nera”, racconta. “Molte volte i colleghi al lavoro nemmeno ci dicono buongiorno e non rispondono quando li salutiamo”, aggiunge Suleiman. “Altre volte ci insultano per strada o sui mezzi pubblici senza motivo”.
Aliou Diene, il fratello minore di Idy, è distrutto. È stato lui a convincere il fratello a venire in Italia nel 2001, perché aveva trovato un buon lavoro a Firenze in una pelletteria, e sperava che anche lui potesse trovare qualcosa di simile. Invece Idy Diene faceva l’ambulante: vendeva accendini, fazzoletti, ombrelli. Non era mai riuscito a stabilizzarsi e anche per questo da tre anni aveva problemi a rinnovare il permesso di soggiorno, così non poteva tornare in Senegal a trovare la famiglia. “Era un uomo di pace, non aveva problemi con nessuno. Non aveva mai litigato con nessuno”, racconta Aliou. “Ogni cosa che aveva era pronto a dartela, era una persona generosa”, aggiunge con una voce morbida Abdullahi, il figlio diciottenne di Aliou. “Mi ha cresciuto come un figlio e aveva sempre buoni consigli per me”.
“Era molto religioso e frequentava la moschea di Firenze, aveva studiato l’arabo, leggeva il Corano”. Lavorava e basta, dice il fratello con cui condivideva la casa di Pontedera. La stanza di Idy Diene è rimasta come sospesa: un luogo immobile in cui i familiari si affacciano ogni tanto per guardare quello che apparteneva a Diene e sentirsi ancora vicini. Al centro un letto matrimoniale con una coperta rossa e un enorme pavone disegnato, sul comodino alcune medicine, un armadio sul lato destro della stanza è circondato da borsoni e valige. Sulla parete è appesa una foto plastificata che ritrae Idy Diene con sua moglie Kenne, sono abbracciati, stretti stretti. Indossano cappelli di lana, sembra inverno. Sorridono. Sullo scaffale sotto alla finestra c’è un libro, L’amica geniale di Elena Ferrante, e sopra al libro un piccolo portachiavi di pezza.

Non è più il tempo della paura
Nel salotto della casa all’ora di pranzo la tv è sintonizzata su una rete egiziana, un imam recita la preghiera. La sala è piena di ragazzi e ragazze, donne e uomini venuti da tutta la Toscana. Due uomini s’inginocchiano vicino ad Aliou, seduto sul divano, gli prendono le mani, poi insieme le alzano a conca verso il cielo e cominciano a pregare. Sono gesti che tutti riconoscono e così si uniscono alla preghiera condotta da Aliou.
“Quando vedevo tutte quelle persone arrivare alla manifestazione, molti italiani che conoscevano Idy e che piangevano per lui, le mie lacrime si sono fermate. Le loro lacrime asciugavano le mie lacrime”, racconta Suleiman che insieme ad Aliou e ad altri familiari ha aperto la manifestazione contro il razzismo che ha portato in piazza diecimila persone a Firenze il 10 marzo. “Più eravamo e più non sentivo paura”, continua. “Idy aveva molta paura dopo che era stato ucciso suo cugino Samb Modou”, racconta Suleiman. Gli aveva raccontato che quando vedeva un bianco mettere le mani in tasca si allontanava perché temeva che potesse estrarre una pistola. “Eppure la sua paura non l’ha salvato, questo significa che non è più il tempo di avere paura”, conclude.

Aggiungo: Chi era Idy Diene
Alla fine sono stati almeno diecimila, e pacifici, i partecipanti alla manifestazione che si è tenuta a Firenze in ricordo di Idy Diene, il senegalese di 54 anni freddato a colpi di pistola, senza un motivo apparente, lunedì scorso nel capoluogo toscano, sul ponte Vespucci, dal tipografo in pensione Roberto Pirrone.

Fonte:
https://www.internazionale.it/reportage/annalisa-camilli/2018/03/13/moglie-idy-diene-firenze
L’articolo di internazionale è reperibile anche nel sito ildialogo.org

http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/norazzismo/notizie_1521005976.htm

17 Marzo 2018Permalink

13 marzo 2018 Scrive una studentessa africana

12 marzo 2018    “Lettera a un mio coetaneo razzista che sui muri mi vuole uccidere”

Leaticia Ouedraogo – dal Burkina Faso – ha 20 anni e a Venezia studia Lingue a Ca’ Foscari. Ha scritto questo messaggio toccante dopo che nei bagni dell’università è apparsa una scritta inneggiante a Luca Traini: “Uccidiamoli tutti”, con il simbolo della svastica. “Come puoi pensare di uccidere qualcuno solo per il colore della pelle?” di FRANCESCO FURLAN
VENEZIA – “Voglio parlarti, capire perché tu mi voglia uccidere, visto che sono negra. Sono impaurita, non perché io abbia paura di essere uccisa, ma mi spaventano le ragioni per cui verrei uccisa. Come puoi pensare di uccidere qualcuno solo per il colore della sua pelle?”. Leaticia Ouedraogo, 20 anni, originaria del Burkina Faso, è una studentessa di lingue al Collegio internazionale di Ca’ Foscari, e questo è uno dei passaggi più intensi della lettera che ha idealmente spedito al “mio coetaneo razzista e fascista”. L’ha pubblicata pochi giorni fa nel blog studentesco Linea 20 dopo che nel bagno dei maschi della biblioteca universitaria alle Zattere, dove lavora, è apparsa una scritta che inneggiava al duce e a Luca Traini, l’uomo che a Macerata ha sparato a caso contro persone di colore: “Uccidiamoli tutti ‘sti negri”, con il simbolo della svastica.

“Mi sono immaginata un ragazzo della mia età chiedermi la tessera per la biblioteca, e poi andare in bagno a scrivere quelle frasi, e mi sono chiesta: perché?”. È una lettera che inizia con un dialogo tra lei e il fratellino di 8 anni, apostrofato come negher da due compagni di classe. “Doveva essere un insulto. Magari credono di essere migliori di te perché loro sono bianchi. Ma tu non ci devi credere, perché non è vero. La prossima volta che te lo dicono, tu rispondi che sei fiero di essere negro. Capito?”, scrive la studentessa, rivolgendosi al fratellino.

Arrivata in Italia a 11 anni, a Bergamo insieme alla madre per raggiungere il padre, in prima media Leaticia ha dovuto rispondere alle prime strane domande dei suoi compagni. “Ma sei arrivata con il barcone?”. Oppure: “Ma tu sei una bambina in regola?”. Negli anni del liceo, mentre aspettava l’autobus per tornare a casa, è capitato che le si avvicinassero uomini tre volte più grandi di lei per offrirle un passaggio. Sfregando il pollice e l’indice. “Mi scambiavano per una prostituta. Allora io rispondevo a voce alta, tutti sentivano e loro si vergognavano da matti”.

La sua arma per difendersi dal razzismo, racconta la ragazza, che da due anni vive a Venezia, è sempre stata l’ironia. “In qualche modo mi ha reso immune al razzismo”. Almeno lo credeva. La scritta trovata nel bagno della Biblioteca, vergata a pennarello in un luogo di cultura da qualche suo coetaneo, è stata come uno schiaffo: “Uccidiamoli tutti”. La lettera di Leaticia è la risposta di una ventenne all’odio. “L’ho scritta di getto, non pensavo che potesse avere questa attenzione”, spiega dopo che il suo intervento è stato condiviso da migliaia di lettori, soprattutto studenti.

Una lettera scritta pensando a quel che è successo a Macerata, pensando a suo fratello. “A otto anni, come si rielabora il razzismo? E io, da sorella maggiore, come lo semplifico il razzismo per un bambino ingenuo?”, si interroga. Non le fanno paura le persone, i mostri che le abitano sì. Finiti gli studi a Venezia Leaticia ha un sogno, al quale si sta applicando con sacrificio: lavorare nelle relazioni internazionali, costruire un progetto che possa aiutare i ragazzi di origine africana a realizzarsi, come sta facendo lei.

La sua lettera si chiude con queste parole: “Non devi uccidere me, devi uccidere quel mostro oscuro che si nutre delle tue paure e della tua ignoranza, ma anche della tua ingenuità. Ti auguro sinceramente di sconfiggere questi mostri”.
Chissà se il suo coetaneo razzista avrà avuto il coraggio di leggerla tutta fino alla fine.

http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/norazzismo/notizie_1520922021.htm

 

13 Marzo 2018Permalink

10 marzo 2018 – Quando le radici nutrono la corruzione

Da tempo mi chiedo e chiedo perché il Parlamento non sia stato capace, nel corso della successione di quattro governi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, di estirpare dalla nostra legislazione la norma introdotta nel 2009 (era al potere il quarto governo Berlusconi e la norma specifica fu sostenuta con forza fino al voto di fiducia dell’allora ministro dell’interno, tale on. Maroni, Lega Nord allora oggi Lega tout court).
Per molta opinione pubblica, succube dell’ignoranza introdotta dalla paura costruita e perseguita dai sodali del Maroni di cui sopra, fu l’effetto di una comunicazione pervasiva e insistita che investì anche i vescovi cattolici, cui non poteva essere tolta la voce che li vuole caritatevoli ma resi muti nella dignità che li avrebbe fatti capaci (ma impopolari) di praticare il sostegno dell’uguaglianza del diritto all’esistenza legale come affermato dal certificato di nascita, quel documento ad alcuni negato.
Così la volontà di privare i nuovi nati nel nostro stato del certificato di nascita in termini di uguaglianza si è arricchita dell’autorevolezza del silenzio dei monsignori associati nella Conferenza Episcopale Italiana e la legge che propone la disuguaglianza dei deboli marcia imperterrita verso la XVIII legislatura. [link Nota 3]
In calce il mio link al messaggio che ho inviato al presidente Gentiloni lo scorso dicembre quando la fine delle Disposizioni in materia di cittadinanza (cd ius soli) fu sancita dal Senato.
L’ho riportato nel mio blog lo scorso febbraio. [link Nota 2]
Ora il teologo biblista Alberto Maggi propone considerazioni che condivido totalmente [link Nota 1] .

Alberto Maggi Radici cristiane? “Radici marce”

La riflessione del biblista Alberto Maggi si rivolge a chi “rivendica le radici cristiane della nostra civiltà guardando a un passato più ideale che reale, a una società dove l’ordine era garantito dall’obbedienza e dalla sottomissione”. Ma “se queste sono le radici, c’è solo da vergognarsene, e occorre estirparle”.
Anche perché “il disegno del Signore non è quello di una società tutta cristiana, utopia irrealizzabile e neanche auspicabile…”. E ancora: “Gesù non invita i suoi a occupare o sostituirsi alle strutture sulle quali si regge la società, ma di infiltrarsi, come il sale e come il lievito, per dare sapore, per dilatarle, per renderle sempre più umane e attente ai bisogni e alle sofferenze degli uomini”

Molti di quelli che rivendicano le radici cristiane della nostra civiltà guardando a un passato più ideale che reale, a una società cristiana dove l’ordine era garantito dall’obbedienza e dalla sottomissione, della moglie e dei figli al capofamiglia, dei sudditi ai governanti e dei fedeli alle autorità religiose, in una gerarchia di valori indiscussa, da tutti accettata o subita.
Costoro sono i nostalgici di un passato, quando le chiese erano piene di cattolici che assistevano alla messa domenicale perché precettati (l’unica alternativa possibile era commettere peccato mortale e finire all’inferno per tutta l’eternità). Alcuni rimpiangono la famiglia cattolica, quando l’educazione religiosa alle spose le invitava ad accettare con cristiana rassegnazione anche i maltrattamenti da parte del coniuge (ancora negli anni ’60 era in voga un manuale della sposa cattolica, dove tra i doveri delle mogli si elencava quello di obbedire al marito come a un superiore, tacendo quando lo si vedeva alterato, ed essere sottomessa alla suocera).
Altri vorrebbero ritornasse quel tempo in cui i treni viaggiavano in orario, non c’era la delinquenza, e si poteva lasciare la chiave sulla porta di casa, in un ordine sociale garantito dall’obbedienza all’indiscusso capo, un uomo sempre inviato dalla Provvidenza, in risposta al bisogno atavico degli uomini di barattare la propria libertà con la sicurezza che offre la sottomissione acritica al potente di turno.
Le radici di questa società saranno state anche cristiane, ma i frutti evidentemente no, e in questo clima di soggezione a ogni forma di potere, la libertà era vista come uno spauracchio, una minaccia all’ordine costituito dai potenti e sempre sostenuto e benedetto dalla Chiesa. Obbedienza, sottomissione sono vocaboli assenti nel linguaggio di Gesù, il quale invece di rifarsi al passato, alle radici, invita a osservare i frutti (“dai loro frutti li riconoscerete”, Mt 7,20). Per Gesù “ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi” (Mt 7,17). L’albero che non produce frutti buoni è immagine di quanti non hanno cambiato vita a contatto con il suo messaggio; oppure hanno simulato tale cambiamento e continuano ad essere complici dell’ingiustizia della società. Più che di radici bisognerebbe parlare di catene. Questa civiltà, tanto cristiana e tanto cattolica, all’insegna dell’ordine e dell’obbedienza, ha da sempre temuto la libertà, vista più come una minaccia che come un dono del Signore (Gv 8,32-36): “Cristo ci ha liberati per la libertà!” (Gal 5,1). E la Chiesa, anziché promuovere la dignità umana e il diritto alla libertà, cercò, finché le fu possibile, di sopprimerli, basta pensare a Gregorio XVI, il papa che nell’Enciclica Mirari vos, nel 1832, arrivò a parlare di quella “perversa opinione…errore velenosissimo” [pestilentissimo errori] o piuttosto delirio, che debbasi ammettere e garantire per ciascuno la libertà di coscienza” (Denz. 2730).
C’è da chiedersi quale frutto perverso queste radici cristiane possano aver generato, se papi come Niccolò V, nella bolla Dum Diversas (1452), ribadita poi con la bolla Romanus Pontifex nel 1454, arrivò ad autorizzare i regnanti cattolici a “invadere e conquistare regni, ducati, contee, principati; come pure altri domini, terre, luoghi, villaggi, campi, possedimenti e beni di questo genere a qualunque re o principe essi appartengano e di ridurre in schiavitù i loro abitanti”. Forte della sua autorità il papa, a difesa delle sue parole, conclude la bolla con questa minaccia: “Se qualcuno oserà attaccarla, sappia di stare per incorrere nello sdegno di Dio onnipotente e dei beati apostoli Pietro e Paolo”. Queste aberranti e disumane dichiarazioni furono purtroppo confermate e convalidate dai pontefici successivi, sempre in nome di Cristo, naturalmente.
Se queste sono le radici c’è solo da vergognarsene, e occorre estirparle, liberando il terreno sassoso dalle pietre che non hanno permesso il loro sviluppo e dai rovi che le hanno soffocate e tornare a seminare a loro posto la buona notizia di Gesù (Mt 13,3-23), il cui progetto non è volto a conservare il mondo così com’è, ma a cambiarlo (“Convertitevi!”, Mt 4,17). Il disegno del Signore non è quello di una società tutta cristiana, utopia irrealizzabile e neanche auspicabile (il disastro di ogni teocrazia è evidente), ma Gesù chiede ai suoi seguitori di influire positivamente nel mondo, e per questo usa immagini come il sale e il lievito (Mt 5,13; 13,33), elementi che anche in minima quantità possono influire nella massa liberando tutte le loro potenzialità. Gesù non invita i suoi a occupare o sostituirsi alle strutture sulle quali si regge la società, ma di infiltrarsi, come il sale e come il lievito, per dare sapore, per dilatarle, per renderle sempre più umane e attente ai bisogni e alle sofferenze degli uomini. Per questo la fedeltà al Cristo non può essere rivendicata a parole (“Non chiunque mi dice: “Signore, Signore…”, Mt 7,21), ma solo nei fatti (“Colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”, Mt 7,21). Non sono gli attestati di ortodossia la garanzia di vita cristiana, ma un comportamento il cui unico distintivo è l’amore; non basta rivendicare la sacralità del vangelo, ma è necessario che il credente diventi la buona notizia per ogni persona che si incontra. I cristiani non si riconoscono per i distintivi religiosi ostentati (“Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filatteri e allungano le frange”, Mt 23,5), ma per l’umanità che li rende attenti, sensibili e solleciti ai bisogni e necessità degli emarginati e di tutti gli esclusi della società: “Ero straniero e mi avete accolto… ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,35).

Nota 1
https://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.it/2018/03/alberto-maggi-radici-cristiane-radici.html#more

Nota 2: https://diariealtro.it/?p=5574

Nota 3:
https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2015/10/24/0816/01825.html

10 Marzo 2018Permalink

7 marzo 2018 – I luoghi della sua villeggiatura accolgono la deputata Boschi

L’aretina sottosegretaria (presto diremo già) Maria Elena Boschi è stata eletta alla Camera non nella sua città bensì a Bolzano, forte dell’alleanza della Südtiroler Volkspartei (abbreviato SVP, letteralmente in italiano “Partito popolare sudtirolese”).

Il 29 settembre 2017 le avevo scritto una lettera aperta (inevasa naturalmente che forse venne letta da qualche amico cui l’avevo trasmessa o forse no). Si può leggere nel mio blog  [Nota 1]  ma la riporto integralmente anche oggi perché per me ha un significato che non voglio dimenticare: quello dei nuovi nati che, per essere cancellati da una legge ancora in vigore, considero la mia cartina al tornasole, un riferimento certo e ineludibile per sapere dove sono e con chi.

29 settembre 2017 – Ancora una lettera inutile

Gentile signora sottosegretaria Maria Elena Boschi,
le scrivo usando la formula della lettera aperta perché così potrò diffondere questa lettera che forse qualcuno leggerà.
Leggo questa sua non smentita dichiarazione a una coppia di immigrati: «So di avervi dato un dolore questa sera ma, purtroppo, le cose stanno così. I numeri non ci sono, mi spiace molto. Speriamo nella prossima legislatura».
Un po’ di esegesi: «Non ci sono i numeri. Mi dispiace.». E’ l’espressione di cortesia che si usa quando si urta inavvertitamente qualcuno in uno spazio affollato e capita frequentemente di sentirsi rispondere: «Non si preoccupi». Non credo che questa sarà la risposta che le daranno il 13 ottobre i promotori del “cittadinanza day”. [Nota 2]
Con tutta la solidarietà purtroppo non posso assicurare la mia partecipazioni fisica, “non ho più l’età” per le manifestazioni che impongono una presenza in piazza.
Per chiarezza quando avevo nove mesi di vita, il 5 settembre 1938, accadde che venisse approvato il “Regio Decreto Legge 5 settembre 1938-XVI, n. 1390,.Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista. Convertito in legge senza modifiche con L 99/1939”.
Fu una porta sbattuta insieme ad altre porte, prima che si aprissero orrendi cancelli.
Oggi le porte non si sbattono si chiudono accompagnandole con cura e se fanno un po’ di rumore si dice “Mi dispiace”.
Sottopongo ancora ad esegesi il suo: «Speriamo nella prossima legislatura».
Forse quello “speriamo” indica un minimo di timore e tremore perché quel nos (che non mi sembra sia maiestatis) per lei può significare «Non so se io e i miei sodali ci saremo la prossima volta» e quindi fa attenzione al consenso dei ‘numeri’ che le assicurino una presenza anche dopo le prossime elezioni.
Comunque sia facciamo un po’ di storia perché abbiamo con noi il nostro passato; non ci capita di nascere ogni mattina, salvo che non siamo soggetti a dolorose patologie.
Tanti cittadini (italiani e non) tra il settembre 2011 e il marzo 2012 si erano adoperati nella bella campagna ‘L’Italia sono anch’io’ e avevano raccolto più di 200mila firme su due proposte di legge di iniziativa popolare sulla riforma della cittadinanza e il riconoscimento del diritto di voto amministrativo dei cittadini stranieri.
Il parlamento si adoperò per trasformare quelle proposte a iniziativa popolare in proposta a iniziativa parlamentare e il 13 ottobre 2015, la Camera licenziò in prima lettura le “Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni in materia di cittadinanza” che approdarono in Senato, note sbrigativamente come ius soli.
Il 15 giugno 2017 furono occasione di una indecorosa manifestazione orchestrata dalla accorta e accuratamente organizzata regia della Lega Nord (intramoenia) e Casa Pound (extramoenia) e così, con qualche altro penoso passaggio, si arriva al suo ineffabile «Speriamo nella prossima legislatura».
Cosa possiamo sperare nella prossima legislatura?
Anche qui avrei qualche cosa da dire, che dirò più avanti perché prima voglio ricordare l’intreccio con un’altra storia, un’altra storia che non vi fa onore.
Il 15 luglio 2009, fu approvata la legge n. 94 “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica” le cui norme vengono citate anche nel Testo Unificato “Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”.
Quella legge (nota anche come ‘pacchetto sicurezza’) fu approvata con un articolo che imponeva la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione degli atti di stato civile, cioè chi volesse sposarsi e chi dovesse registrare la nascita del proprio figlio in Italia, era ed è obbligato a presentare il permesso di soggiorno, esponendosi quindi all’espulsione.
Lasciamo perdere la foglia di fico salvifica di una poco nota circolare (n.19/2009 – Ministero dell’interno).
Quindi i neonati diventavano spie dell’irregolarità dei loro genitori.
Per questa matta bestialità non posso riferirmi solo a voi perché ricordo che al quarto governo Berlusconi (cui si deve in prima battuta questa trovata sostenuta dall’allora ministro Maroni) hanno fatto seguito i governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e su questo punto nulla è cambiato.
Anzi no qualche cosa cambiò. Nel 2011 la Corte Costituzionale intervenne (a seguito di regolare procedura promossa dal Tribunale di Catania) con la sentenza n. 245 che escludeva le registrazioni delle ‘pubblicazioni di matrimonio’ dalla presentazione del permesso di soggiorno.
E i neonati? I neonati sono spie silenti dei loro genitori e quindi tacciono, gli uni per naturale impossibilità, gli altri per paura.
E poi possono essere usati come una specie di linea del Piave o altro ¡No pasarán! di storica memoria o meglio come ossa da buttare a un cane per zittirne l’abbaiare.
A nome di chi si ricorda che le norme internazionali (da noi ratificate) impongono di considerare nel costruire leggi “il superiore interesse del minore”, nel 2013 alla Camera e nel 2014 al Senato furono presentate due proposte di legge (rispettivamente n. 740 e n. 1562) per escludere la presentazione del permesso di soggiorno in connessione alla richiesta del certificato di nascita.
Secondo la consuetudine di sornioni silenzi non se ne fece nulla (anche se i Presidenti delle due assemblee le avevano affidate alle rispettive commissioni di competenza) fino al 2015 quando la norma fu inserita nelle “Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni in materia di cittadinanza” e diventò il comma 3 dell’art. 2 nel testo che venne approvato alla Camera e inviato al Senato.
Qui accadde un qualche cosa di inaspettato (e tralascio le migliaia di emendamenti presentati dal costume beffardo dell’on. Calderoli) perché otto senatori del FI PdL chiesero co n proposta di emendamento l’abrogazione di quel comma facendoci assistere all’incredibile spettacolo di otto adulti che si uniscono per dire a un neonato «tu non devi avere esistenza legale» [Nota 3].
Penso a loro con le parole di Primo Levi «Voi che vivete sicuri // Nelle vostre tiepide case, // Voi che trovate tornando a sera //Il cibo caldo e visi amici: »…. Avranno gli otto eroi della guerra ai neonati il coraggio di dirci che il ‘superiore interesse del minore’ è compatibile con la loro inesistenza legale?.
E infine (last but not least) concludendo la mia esegesi torno al suo, gentile sottosegretaria, «Speriamo nella prossima legislatura».
Cosa lasciate all’attenzione della prossima legislatura, fermo restando che le leggi non approvate anche se presentate come proposte alla fine di un lavoro impegnativo scompaiono?
Resterà la proposta di legge a iniziativa popolare (se ben ricordo queste norme non vengano cancellate) e la lettera g, del comma 2 dell’art. 1 della legge 94/2009 (o, se si preferisce questa modalità di citazione, il comma 2 dell’art. 6 del testo unico 286/1998), quella che impone la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione delle dichiarazione di nascita (e solo di quelle grazie alla Corte Costituzionale che ha escluso sei anni fa le pubblicazioni di matrimonio).
Questa legge – che avete mantenuto ben salda per otto anni – è in vigore.
Una spregevole eredità gentile Sottosegretaria
Se lei ha o avrà figli (non conosco la sua biografia) avrà offerto loro un contributo a riconoscersi privilegiati che possono calpestare i ‘figli degli altri’.
Se ciò può rassicurarla è in compagnia della Conferenza Episcopale Italiana che, pubblicando il 24 ottobre 2015 la Relatio Synodi “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”, si è fermamente (e correttamente) associata a proposte di attenzione alla famiglia e autorevolmente disinteressata di coloro che, pur se nascono in famiglia, non possono averne una perché non esistono. [Nota 4]
Forse questa autorevole compagnia la consola, gentile signora, a me provoca solo disprezzo, sfiducia e dolore ma io conto solo uno: il mio voto che ci tengo ad esprimere per rispetto di me stessa, ché almeno quello mantengo.
Augusta De Piero

La beffa è riuscita.
Avete fatto il danno e per voi non c’è legislatura cui garantire ai giovani richiedenti le Disposizioni in materia di cittadinanza.
Non sempre supponenza e arroganza pagano, neppure chi ne fa un esercizio di beffardo potere.

Nota 1 https://diariealtro.it/?p=5269

Nota 2 La relazione sull’evento dello scorso 13 ottobre si può leggere nell’ampio articolo di Vladimiro Polchi di cui riporto il link
http://www.repubblica.it/politica/2017/10/13/news/ius_soli_e_il_cittadinanza_day_in_piazza_per_chiedere_l_approvazione_della_legge-178129796/

Nota 3 Lo scorso settembre mi era sembrato decente non scriverne i nomi. Ora eccoli a mia futura memoria. Non so se siano stati eletti o no: otto adulti che si associano per distruggere neonati non meritano la mia attenzione.
2.3 PAOLO ROMANI, BERNINI, GASPARRI, D’ALÌ, MALAN, PELINO, FLORIS, FAZZONE
L’emendamento da loro firmato diceva semplicemente “Sopprimere l’articolo”.

Nota 4 https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2015/10/24/0816/01825.html

7 Marzo 2018Permalink

06 marzo 2016_ La strada stretta fra i laici sacerdoti del razzismo pervasivo e i vescovi italiani, custodi rassicuranti della chiesa preconciliare.

La faccia laica di una brutta storia a modo mio
Ogni storia deve avere un punto di partenza e la mia storia ne ha due, uno nel campo laico (2009) e uno nel campo ecclesiastico (2015).
Nel 2009, regnante il quarto governo Berlusconi, fu approvato il cd ‘pacchetto sicurezza’, una significativa modifica in peggio della legge Bossi Fini.
Chi voglia verificare l’ingresso delle modifiche introdotte nel Testo unico sull’immigrazione (Decreto legislativo, testo coordinato, 25/07/1998 n° 286) può servirsi dell’utilissimo sito di cui trascrivo il link alla Nota 1.
Io mi soffermo sul solito problema del certificato di nascita negato ai ‘figli degli altri’ con il trucco impudicamente, spietatamente beffardo di dover esibire per la registrazione della nascita di un figlio in Italia la presentazione del permesso di soggiorno che i migranti non comunitari irregolari non hanno.
Quindi ci sono persone cui è negata anche l’identità legalmente riconosciuta che subiscono, in condizioni che ne escludono qualsiasi possibilità di difesa, le conseguenze della situazione burocratica dei loro genitori.
Condannati non per colpe espresse ma per ciò che sono i loro genitori, in cosa si differenzia la loro collocazione dalle conclamate categorie dal razzismo?
Il 24 febbraio non era difficile prevedere il peggio che ieri ha avuto la sua aperta manifestazione. Avevo scritto una lettera aperta al presidente Gentiloni naturalmente senza riscontro perché una è una e solo i numeri interessano.
Ritenevo necessario cominciare a costruire una difesa di persone assolutamente fragili usate spietatamente per farne parte attiva di una devastazione. Così non è stato [Nota 2].
I più deboli pagheranno il costo più alto ma tutti pagheremo le conseguenze dell’inciviltà diventata dominio: la frana continuerà.

La faccia ecclesiastica di una brutta storia a modo mio
Nel 2015 si svolse nella chiesa cattolica il Sinodo della Famiglia che si concluse con una relazione finale, “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”. [Nota 3]
Nel documento erano puntualmente identificate le criticità della famiglia quindi dei soggetti che ne soffrivano, a una condizione: che avessero una famiglia.
Coloro che ne avrebbero avuto diritto ma non l’avevano furono puntigliosamente ignorati per creare una categoria perfettamente consona anche in un quadro religioso a quella identificata nel 2009 dal voto di fiducia del parlamento italiano.
Un solo vescovo (mons Bruno Forte, che aveva il titolo di segretario speciale del Sinodo) se ne accorse e pubblicò un articolo dove la legge del 2009 veniva abbondantemente citata ma lo fece su Il sole 24 ore del 28 giugno 2015 e non su un organo vaticano.
Ne riportai il testo dell’articolo il 29 giugno 2015 nel mio blog. [Nota 4]
Il risultato dell’intervento fu nullo e i vescovi continuarono nella loro omissione – mancante di ogni etica della solidarietà – seguiti da un pedissequo ‘popolo di Dio’.
Per capire la gravità della cosa (o almeno quella che io ritengo tale) bisogna fare una capriola all’indietro e tornare al Concilio Vaticano II

Una gerarchia che sceglie di essere preconciliare, forse per comodità forse per convinzione.
Il 7 dicembre 1965 papa Paolo VI promulgò la quarta Costituzione apostolica, la Gaudium et spes, che era stata approvata con 2.111 voti favorevoli su 2.373, 251 contrari e 11 nulli, [Nota 5]
Il giorno successivo il Concilio si sarebbe chiuso.
Il punto 4 della Costituzione (Speranze e angosce) introduceva il termine, Segni dei tempi, che papa Giovanni XXIII aveva usato nell’enciclica Pacem in terris.
Secondo il teologo Karl Rahner, l’espressione “segni dei tempi” è “una delle tre o quattro formule più significative del Concilio, al centro dei suoi lavori come anche all’origine della sua ispirazione”. Essa ha avuto come impatto quello di aprire la coscienza della Chiesa alla sua dimensione storica di dialogo con il mondo.
E ancora la costituzione conciliare. “Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo nonché le sue attese, le sue aspirazioni e la sua indole spesso drammatiche”.
Il mondo moderno che aveva alle spalle secoli di vaticane condanne veniva sdoganato e nulla impediva di considerare fra positivi segni dei tempi gli strumenti acquisiti di laica democrazia e, fra questi, il riconoscimento dell’identità dei nuovi nati da intendersi come loro diritto di persone.
Il silenzio gerarchico fa pensare che le loro eccellenze ed eminenze non abbiano interesse alcuno a che a ogni nuovo nato sia assicurata un’identità legalmente riconosciuta, soprattutto se le loro famiglie non sono quelle con cui costruirsi un’immagine di riconosciuta ‘bontà’.
E se non interessa ad eccellenze ed eminenze perché dovrebbe interessare ad adulti usi ad obbedire, convinti che il vescovil consenso sia una garanzia di confortante ‘verità’?

Un cardinale fra beneficenza da ammirare e diritti negati.
Nel 2005 fallì il referendum sulla legge 40 (“Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”). Il card Ruini, segretario di stato, aveva invitato ad astenersi dal voto intaccando un segno dei tempi importante: l’uso referendario del voto.
Pensavo che gli italiani avrebbero rivendicato la loro adulta cittadinanza. Non è stato così
Quel referendum conobbe una bassissima percentuale di votanti, ben lontana dal raggiungimento del quorum: un punto di forza per aggregazioni politiche che traggono ancora forza e conforto dalla cultura non spenta che nel 2005 aveva res0 vincente la ruinica eversione
E la norma che condanna alcuni neonati all’inesistenza ha attraversato i governi Monti, Letta, Renzi e ora viene traghettata dal presidente Gentiloni alla prossima legislatura.
La mamma (ne ho scritto il 3 marzo) i cui figli adottivi subiscono minacce e insulti ci avverte: non più solo i figli degli altri, ma anche i figli di cittadini italiani possano pagare il prezzo della loro pelle scura. Chi li insulta è forte del consenso creato sulla paura dal lavorio della Lega. [Nota 7]
Chi sarà il prossimo da penalizzare?
Non so, ma so che ci sarà. Di un diverso da distruggere hanno bisogno, laici e gerarchie ecclesiastiche che hanno lasciato perdere la teologia dei segni dei tempi..
Certo possiamo assicurare al ‘diverso’ benefici che nascono dalla nostra bontà ma non diritti.
Il vantaggio d’essere benefattore se lo può permettere chi può donare senza riconoscere se stesso nell’altro.
Farsi difensori di diritti fondamentali non crea immagine sentimentalmente appagante né il ritorno di vantaggi di genere alcuno.

NOTA 1
http://www.altalex.com/documents/codici-altalex/2014/04/09/testo-unico-sull-immigrazione

NOTA 2      https://diariealtro.it/?p=5574
(Chi voglia trovare altre notizie può servirsi del tag anagrafe nel mio blog diariealtro.it)

Nota 3;
http://it.radiovaticana.va/news/2015/10/25/sinodo_relazione_finale_famiglia,_luce_del_mondo/1181877

Nota 4:  https://diariealtro.it/?p=3863

Nota 5: http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19651207_gaudium-et-spes_it.html

Nota 6: “Quando si fa sera, voi dite: “Bel tempo, perché il cielo rosseggia”; 3e al mattino: “Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo”. Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi? (Mt 16, 3)

Nota 7:  https://diariealtro.it/?p=5588

6 Marzo 2018Permalink