3 giugno 2026 _ Fra caporali , padroni e schiavi

Fra  caporali , padroni e  schiavi

1  giugno-      Amendolara   (Cosenza)      Dal  Corriere
, il sopravvissuto alla strage dei braccianti: «I due fermati non ci davano soldi, solo cibo. Mi sono salvato rompendo un finestrino»

Lo ripete in modo ossessivo: «È mafia, mafia… Sono dei mafiosi pachistani». Mohammad Taj Alamyar, nato in Afghanistan 35 anni fa, ha una gran voglia di parlare. Accusa senza esitazione i suoi aguzzini. Lui è l’unico superstite della strage di immigrati nell’area di servizio sulla statale 106 Jonica. Ha visto morire sotto i suoi occhi quattro braccianti come lui, tre afghani e un pachistano. Tutti arrivati in Italia per trovare un lavoro che gli consentisse di mandare dei soldi alle famiglie rimaste nei paesi d’origine. In Calabria erano finiti nelle mani non della ‘ndrangheta ma di altri migranti trasformatisi i caporali senza scrupoli. «Loro hanno ucciso quattro miei amici — si dispera —, li hanno bruciati vivi. Non ci pagavano da oltre un mese e noi ci eravamo ribellati. Per questo hanno appiccato il fuoco alla macchina. Per punirci. Volevano ammazzarci tutti».

Sulle braccia e sulle mani le fasciature nascondono ferite e ustioni. «Quando le fiamme e il fumo hanno riempito l’abitacolo ho cominciato a non respirare più, mi sentivo mancare — racconta —. Ho capito che dovevo provare a uscire. Ho preso a martellare forte col gomito sul vetro. Poi ho visto che c’era il portellone posteriore aperto. Mi sono fatto largo fino a quando non sono riuscito a uscire dall’auto e scappare».

Mohammad Taj è anche l’unico testimone oculare della tragedia. E la sua ricostruzione coincide con quanto documentato dalle telecamere di videosorveglianza all’interno dell’aera di servizio. «A un certo punto uno di loro è sceso dall’auto, ha preso la pistola del distributore e ha buttato la benzina dentro l’auto — racconta —. Poi da un lato hanno rotto la maniglia dello sportello, mentre dall’altro lato hanno tenuto bloccata la portiera. Quindi hanno aperto il portellone posteriore e hanno buttato dentro l’accendino».

Mentre ricostruisce la drammatica sequenza scoppia in lacrime: «Gli altri non ce l’hanno fatta. Sono rimasti intrappolati dentro. Li ho visti bruciare vivi. Una fine orribile. Erano miei amici, vivevamo tutti assieme in questa stanza». E mostra i letti sistemati a terra nell’abitazione che condividevano. La casa è un modesto appartamento a Villapiana, a 25 chilometri da Amendolara. Qui fino a lunedì mattina abitavano in dieci.  Anche loro risiedono nello stesso comune.

Da qui ogni mattina i braccianti partivano per andare a lavorare nelle campagne della zona. Mohammad Taj è in Italia da circa un anno. Ha fatto altri lavori sempre come bracciante. Dallo scorso 20 aprile con i quattro amici erano impegnati nella raccolta delle fragole in un’azienda agricola di Scansano Ionico. A portarli ogni mattina sul posto di lavoro erano i due caporali pachistani. Nei primi giorni sarebbero stati pagati in nero. Poi, stando al racconto di Mohammad Taj, pare avessero raggiunto l’accordo: una paga di 45 euro al giorno. «Ma da quando avevano iniziato quel lavoro non ci avevano dato neanche mai un euro», spiega il testimone.

Non è chiaro quale fosse il rapporto con l’azienda dove raccoglievano le fragole. Probabilmente erano gli stessi caporali a prendere in carico i braccianti per poi trasferire la manodopera all’azienda. Ma subito dopo cominciava lo sfruttamento: trattenere i soldi come pagamento per il vitto e l’alloggio. «Alla fine ci davano la casa ma niente paga — dice il testimone —. Pretendevano anche cinque euro al giorno per il viaggio fino al lavoro». Una condizione di sfruttamento alla quale i cinque migranti si erano ribellati. «C’era stata una prima lite la mattina — racconta —, poi la discussione è proseguita mentre rientravamo. Loro si sono fermati al distributore di proposito per farcela pagare. Per darci una lezione»

3 Giugno 2026Permalink