15 luglio 2017 – Giovanni Franzoni ricorda

La cacciata di dom Franzoni
La Chiesa usò la Dc, ma alla fine fu usata, come apparve allora, da Amintore Fanfani nella battaglia per il referendum sul divorzio. Mi schierai pubblicamente per il «no», no all’abrogazione della legge Fortuna-Baslini che per la prima volta in Italia dava la possibilità di divorziare. In ogni luogo dove andavo a parlare venivo annunciato dalla pubblicità delle mie recenti dimissioni, ero già «l’ex abate».
Non andavo a fare esplicita propaganda, accettavo solo gli inviti ai dibattiti sulla famiglia. A Palermo, a Taranto, a Bergamo. Ogni volta che qualcuno mi chiedeva un’opinione sul divorzio, rispondevo: credo nella libera scelta, e lo dico.
Vestivo sempre con la talare quando andavo in pubblico. Arrivai a Taranto preceduto dai titoli dei giornali locali. Seppi poi che l’arcivescovo Motulese non l’aveva presa affatto bene; aveva premuto su Roma perché si prendessero provvedimenti nei miei confronti.
Mancano poco più di due settimane al referendum, il clima è rovente. Sono a Desenzano sul Garda, sto predicando gli esercizi spirituali con un gruppo di missionari che deve partire per i Paesi europei in cui si trovano comunità di immigrati di lingua italiana: Svizzera meridionale, Lussemburgo, Francia. In convento mi arriva un telegramma firmato dall’Abate Angelo Mifsud, un maltese, (presiedeva la Congregazione Cassinese). Letterale: «Se non cessate di tenere assemblee sul divorzio sarete sospeso ipso facto a divinis».
Ipso facto, contro ogni diritto moderno. Il giorno dopo ho un convegno alla Camera di commercio di Bergamo; parto per capire come posso gestire la giornata.
Arrivo nel centro storico e per strada vedo persone che manifestano, cartelli in mano. La Camera di commercio è chiusa: su pressioni democristiane l’uso della sala è stato revocato. Seguo in macchina il flusso della gente, si stanno spostando verso la chiesa di San Pietro, gremita. C’è gente seduta con le gambe penzoloni dalle finestre. Mi faccio largo, vado all’altare e dico: «Io non posso parlare, voi non potete parlare perché vi chiudono in faccia il portone, i fatti parlano da soli».

La punizione
Non avevo grande paura dei provvedimenti ecclesiastici. Immaginavo piuttosto che con il polverone alzato da una sospensione a divinis avrei potuto condizionare più pesantemente il voto dei cattolici. Annullo l’incontro previsto due giorni dopo alla Fatme, a Roma, con il socialista Paris Dell’Unto, vice sindaco della città. Era un sabato, il 27 aprile 1974. La domenica ero su tutte le tv: «Il noto Dom Franzoni è stato sospeso a divinis».
Mi avevano sospeso, anche se non ero intervenuto al dibattito. E i giornalisti continuano a usare quel «dom» per definire un monaco, per differenziarlo dal «don» che precede un normale prete.
In Italia il «Dom», abbreviazione mitteleuropea di Dominus non è stata mai adottata dai benedettini, ma per lungo tempo, e ancor oggi qualche volta, debbo convivere con i due appellativi che precedono la mia identità: l’ex abate, il dom. E con un sogno ricorrente: le assemblee con la Conferenza episcopale, le grandi assisi del Concilio.
Io, in grandi stanze, attorno a grandi tavoli, insieme ai miei confratelli.
La firma sotto la sospensione a divinis è del Cardinal vicario Ugo Poletti che, devo dire – non per astio ma perché ne sono convinto – era persona di intelligenza modesta e di modesta cultura. Non era un conservatore né un democratico, era un uomo che sapeva muoversi insieme al vento e che teneva in massima attenzione la politica.
Accettai in silenzio, anche se in cuor mio sentivo di avere doppiamente ragione: dal punto di vista sostanziale, perché quelle erano le conseguenze di aver preso sul serio il Concilio, e dal punto di vista formale perché la procedura di sospensione a divinis era fondata su presupposti inesistenti.
Ricordo con simpatia, però, che dopo la vittoria del referendum, i radicali festeggiarono in piazza Navona urlando: «Se ci fosse ancora la possibilità di eleggere un papa per acclamazione, Franzoni sarebbe papa a furor di popolo».
Mi sono poi ritirato con la mia Comunità di base che già da quasi un anno si riuniva in via Ostiense, al 152 b, cento metri più in là dell’appartamento che condividevo con Don Pierre. Il mio impegno pro-referendum mi aveva fatto perdere di vista anche l’amico coinquilino. Era quasi sempre solo e, dopo qualche mese, decise di tornare in Belgio. Ho scoperto in quella occasione quanto sia difficile vivere insieme in un appartamento di quaranta metri quadrati e quanto si possa essere violenti senza accorgersene, scoprendo poi, magari da un gesto della bocca, di avere ferito l’altro.
Volevo che l’esperienza con il nostro gruppo di laici non finisse con la mia uscita da San Paolo. Cercai di nuovo il Cardinal Poletti, e, dopo avergli spiegato che la sentenza di sospensione a divinis era a mio avviso invalida perché io avevo ubbidito all’ingiunzione di non parlare più in pubblico disdicendo tutti gli appuntamenti, lui ammise che forse effettivamente c’era stato qualche errore ma si appellò alla mia comprensione delle procedure e delle prassi ecclesiastiche per cui non dovevo aspettarmi che la Chiesa ammettesse pubblicamente di avere sbagliato. Mi suggerì inoltre di trovare un vescovo benevolo pronto a incardinarmi nella sua diocesi.
Contattai Monsignor Luigi Liverzani, a Frascati, la diocesi più vicina. Era una persona informata, aperta, vicina al mondo del lavoro, mi avrebbe preso nella sua diocesi senza alcuna condizione. Presentai quel nome a Poletti e il vicario mi rispose che Frascati era troppo vicina a Roma.
«C’è un chilometraggio minimo, vostra Eminenza?».
La verità è che voleva spezzare il mio rapporto con la comunità e questo non l’avrei mai permesso. Rimasi sospeso per due anni e, contro ogni diritto canonico, vagante senza sede. Furono tre le motivazioni vere di quel provvedimento eccessivo. Il momento storico: il Partito comunista che cresceva e il referendum sul divorzio che la Dc voleva vincere e perse; il mio ruolo: ero stato un prelato di Santa Romana Chiesa e avevo appartenuto alla Conferenza episcopale italiana; la mia sede: vivevo e operavo a Roma, a pochi chilometri dalla Santa Sede e ogni mio bisbiglio era ascoltato oltretevere.
Due anni dopo si aggiungerà il caso Lefebvre: la Chiesa non poteva accettare le sfide che quel vescovo ultraconservatore le stava portando. Per punire lui, che aveva fatto il piccolo scisma di Econe, Paolo VI fu costretto a dare un colpo anche al dissenso cattolico, e ad emarginarmi dalla Chiesa.
Avevo collaborato fin dalla sua nascita con la rivista cattolica di ispirazione conciliare «Com», che presto si fonderà con la rivista protestante «Nuovi tempi».È in quella sede che per la prima volta manifestai una adesione alle politiche sociali e sanitarie delle amministrazioni di sinistra e per la prima volta feci una dichiarazione di voto per il Pci alle politiche del 1976.
Scrissi che il Partito comunista italiano aveva dimostrato di adoperare l’analisi e la prassi marxista in modo critico, che era stato capace dimettersi al servizio del Paese e della causa antifascista, che si era sforzato di modificare alcune ipotesi iniziali, che aveva privilegiato forme di lotte civili e politiche come espressione della forza della ragione rispetto all’arroganza del potere. «E se il voto resta un episodio», dissi, «la mia adesione politica è di ogni giorno; non prenderò la tessera solo per obbedire all’articolo 43 del Concordato che me lo impedisce».
Il 20 giugno 1976 il Pci guadagnò 3 milioni e 600mila voti arrivando a una percentuale del 34,4% . Nonostante lo scandalo Lockheed la Dc mantenne i suoi, e restò al 38,7%.
Nella domenica del voto il cardinal Poletti preparò una lettera e me la fece recapitare presso la «sedicente Comunità cattolica di base», in Via Ostiense 152b. Tra parentesi, a questo proposito, la Comunità non è mai stata riconosciuta in alcun modo dall’Istituzione se non con lo sprezzante appellativo di «sedicente», proprio come le prime comunità cristiane che non avevano diritto di cittadinanza nel mondo romano.
Unica, rilevante eccezione mons. Clemente Riva, vescovo ausiliario di Roma sud, rosminiano, che, venutoci a trovare poco tempo prima degli eventi che sto raccontando, dopo aver pregato con noi ci disse (più o meno, ma in sostanza): «Io non sono qui per darvi un avallo che del resto non mi chiedete, tuttavia voi siete per me, nel mio settore, una comunità di fede tra le altre». In quel periodo Poletti, che mi dà ancora del tu, mi fa sapere: «O fai ritorno umile e sincero alla disciplina ecclesiale riconoscendo pubblicamente i tuoi errori oppure sarai ridotto allo stato laicale».
Se non abiuro e mi inghiotto la dichiarazione di voto comunista le possibilità sono due; o mi autoriduco o mi puniranno loro.
Rispondo che avrei sentito prima la mia comunità e la convoco per il lunedì successivo,il 28 giugno. Quell’assemblea si apre a tutte le comunità di base e a chiunque voglia intervenire. Quattro amici salgono a San Giovanni in Laterano e invitano nel salone anche il cardinale che mi sta punendo. Poletti rifiuta seccato e proibisce a qualsiasi autorità del Vicariato di farsi vedere. L’assemblea della comunità di San Paolo è affollata. C’è Don Enzo Mazzi da Firenze, c’è Don Lutte dalla Magliana, Suor Cleofe e l’avvocato Francesco Zanchini.
Il «Corriere della Sera» definisce il nostro salone squallido. A me sembra spoglio, non squallido.
Prevale l’idea di riaprire il dialogo, senza rinunciare alle nostre convinzioni di fondo.
In quel periodo ripresero le azioni violente di Civiltà Cristiana contro la Comunità e la mia persona: un giorno venne parzialmente incendiata la sede della Comunità e sul muro del corridoio di ingresso trovammo la scritta «Franzoni al rogo».
Intanto la Cei sta organizzando a Roma un secondo convegno, «Evangelizzazione e promozione umana». Portiamo il nostro contributo con una lettera in cui diciamo in sostanza: «Noi cristiani ci vergogniamo di una città santa come Roma dove la Chiesa è in collusione con chi non cede un’unghia dei suoi privilegi ottenuti con il sangue dei più poveri. La chiesa è violenta quando fa passare come volontà di Dio pratiche sessuofobiche, antievangeliche e antiumane. Nei quartieri bisognosi la Chiesa non deve invadere spazio prezioso con edifici dedicati al culto quando può bastare un locale ampio e decoroso che può essere utilizzato anche per le assemblee di quartiere».
Le nostre analisi vengono accolte in città a tutti i livelli, invece il Vaticano liquida il documento come pieno di superbia. Il Cardinal Poletti aveva mal sopportato che avessi reso pubblica la lettera con cui minacciava di allontanarmi dalla Chiesa. E allora, su «l’Osservatore Romano», tacciandomi di scorrettezza, di mancanza di stile, di voler turbare le persone inesperte e impreparate aizzandole contro la Chiesa, rende pubblica la versione integrale di quel documento. Dice: «Don Giovanni, le tue dichiarazioni su “Com-Nuovi tempi” hanno riproposto clamorosamente davanti al popolo italiano il tuo caso e i tuoi rapporti con la Chiesa.
Con il documento che notificava la sospensione a divinis da te firmato il 19 luglio 1974 ti eri impegnato a chiarire il tuo pensiero dottrinale e la tua posizione disciplinare entro sei mesi. Né la tua lettera del 23 dicembre 1974, né gli scritti successivi hanno offerto plausibile spiegazione del tuo comportamento e del tuo insegnamento. Anzi, c’è stato un progressivo deterioramento con caratteristiche sempre più aggressive verso la Chiesa e i suoi pastori. Le tue dichiarazioni su “Com-Nuovi tempi” hanno precipitato tutto, per di più in chiave elettorale, tanto lontana da una visione ecclesiale del tuo problema, suscitando meraviglia e scandalo tra il clero e il popolo cristiano».
Entro dieci giorni devo rispondere, «oppure la Chiesa dovrà adottare il provvedimento di riduzione allo stato laicale in poenam».
Il giorno dopo quell’assemblea Paolo VI, seguendo la teoria degli opposti estremismi, sospende a divinis, per un anno, l’Arcivescovo Marcel Lefebvre. Nelle stesse ore io spedisco al Vicario generale una lettera in cui ribadisco la mia fede nelle maggiori verità della chiesa cattolica: «Credo in Gesù Cristo e l’amore per lui non è ignara rassegnazione, ma scelta di vita e di lotta per gli sfruttati di ogni tempo».
Dico: «La mia tensione con l’autorità ecclesiastica non è mai dipesa da motivi di fede, ma da mie scelte politiche che non ritengo erronee anche se in contrasto con la linea ufficiale portata avanti dalla Conferenza episcopale italiana. Mi sento prete fino in fondo e non chiederò mai la riduzione allo stato laicale».
Già, il Cardinal Poletti iniziava ad avanzare motivi dottrinali per giustificare le sanzioni contro di me. Nell’intervento autoritativo per la riduzione allo stato laicale, infatti, si parlerà di atti contro le verità di fede perché avevo dato la mia dichiarazione di voto per il Pci e la mia adesione alle sue lotte politiche. Questi erano, per la mia Chiesa, «atti contro natura». Mi avrebbero telefonato e scritto miei congiunti preoccupati che avessi compiuto chissà quali perversioni.
La mia corrispondenza con le zie Anita e Nella, ampiamente riportata in appendice, rende molto bene, a mio avviso, il clima di quel periodo e le reazioni umane.
In Vaticano si sosteneva infatti che il comunismo era contro l’ordinamento naturale delle cose e contro la dottrina della Chiesa, ma io avevo esplicitamente detto che aderivo alle forme partecipative nel sociale del Pci e basta. L’applicazione dei diritti in questo Paese era roba degli assessori di sinistra. Nella psichiatria, nell’handicap, nella scuola, nell’infanzia c’era sempre un’avanguardia di sinistra. Il comunista non istituzionale Franco Basaglia, direttore dell’ospedale psichiatrico di Trieste, mi spiegava che a Gorizia e a Trieste non avrebbe fatto nulla se non vi fosse stata una giunta di sinistra. Quando enunci dei principi sei radicale, quando devi chiudere un manicomio o devi aprire una comunità alloggio ti affidi a una prassi per niente anticristiana. Io non aderivo al marxismo, né, assolutamente, all’ateismo. Aderivo alla prassi delle giunte di sinistra in Italia. Devo anche dire, però, che in quel periodo molti preti «spretati» sono stati silenziati dallo stesso Pci: non voleva che mettessero in difficoltà le politiche di compromesso storico di Enrico Berlinguer.
Il partito faceva assumere gli ex sacerdoti negli apparati amministrativi vicini al partito, loro trovavano moglie e smettevano di essere un problema. Per la Chiesa e per il Partito.
Il nuovo incontro con il Cardinal Poletti servì a poco. Il vicario mi disse che il caso non era più di sua competenza e che ne erano stati investiti organismi ufficiali ecclesiali, genericamente. La faccenda era andata a finire nelle mani della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede (ex Sant’Uffizio), ed era intervenuto direttamente Paolo VI. Le riduzioni allo stato laicale sono infatti di diretta competenza del papa. Una bella apertura in quei giorni arrivò da Monsignor Bettazzi, che scrisse una lettera a Enrico Berlinguer. In essa il vescovo di Ivrea diceva di guardare con attenzione l’impegno del Pci a realizzare un’esperienza originale di comunismo, diversa da comunismi di altre nazioni.
Quel dialogo tra un vescovo e un segretario di partito corrispondeva al dialogo che c’era tra la base cattolica e quella comunista.
Noi non volevamo un nuovo sincretismo tra ideologia marxista e fede cristiana, né mettere il ministero episcopale al servizio di una parte politica, chiedevamo solo di amare Cristo nella Chiesa senza rompere la nuova solidarietà creata con i lavoratori organizzati.
Tratto da “Autobiografia di un cattolico marginale” di Giovanni Franzoni

Fonte
http://www.solidando.net/teologia/testi/franzoni1.htm

15 Luglio 2017Permalink

14 luglio 2017 – Confronti saluta Giovanni Franzoni

Care amiche, cari amici,
come molti di voi già sapranno, ieri (13 luglio) è mancato Giovanni Franzoni. Abate di San Paolo fuori le mura negli anni Sessanta, padre conciliare al Vaticano II e poi sospeso a divinis nel 1974 per le sue posizioni a favore del No nel referendum per l’abrogazione del divorzio. Due anni dopo verrà ridotto allo stato laicale.
Da allora continuerà il suo percorso con la comunità cristiana di base di San Paolo, fondata nel 1973 (la celebrazione da parte di Franzoni della prima messa – che per il Vicariato di Roma «non era né autorizzata né proibita» – nel salone spoglio di via Ostiense 152/B ne rappresenta simbolicamente l’atto costitutivo), e i numerosi compagni di strada delle tante battaglie che ha portato avanti in questi decenni: accanto ai disoccupati e ai senza casa, contro la speculazione edilizia ecclesiastica e «per una Chiesa più fedele al Vangelo e al Concilio», contro tutte le guerre (dal Vietnam alla Palestina all’Iraq) e a favore dei diritti civili: aborto, procreazione medicalmente assistita, eutanasia.
Nel 1974 il settimanale del dissenso cattolico Com si fonderà con il settimanale evangelico Nuovi tempi e darà vita a Com-Nuovi tempi. Giovanni sarà impegnato per tutto il resto della sua vita in questo progetto, che nel 1989 si trasformerà in Confronti. Per noi – ogni mese, davvero fino all’ultimo – scriveva la sua rubrica “Note dal margine”, dove affrontava le questioni più diverse. Proprio una settimana fa ci aveva inviato il suo articolo per il numero monografico che uscirà a settembre sul fine vita, nel quale esprimeva «un netto rifiuto di una rappresentazione della morte come fatto estraneo totalmente alla vita».
E continuava: «Molti ancora si rappresentano la morte come un evento tremendo nelle mani di un Dio creatore e signore, giustiziere e punitore di quanti non riconoscono la sua sovranità assoluta. La morte è rappresentata come un essere estraneo, cavalcante un destriero scheletrico e agitante una falce con la quale uccide i viventi e li sottopone al Dio giudice; ma questa visione mitica della morte viene oggi da molti onestamente rifiutata, a favore, invece, di una rappresentazione del morire come un fatto insito, fin dalla nascita del vivente, nella stessa sua origine e nella sua crescita».
la redazione di Confronti e tutta la cooperativa Com Nuovi Tempi

I funerali si terranno domani, sabato 15 luglio, alle ore 10.30, presso il Centro anziani del Parco Schuster (via Ostiense 182/G), nei pressi della basilica di San Paolo a Roma.

14 Luglio 2017Permalink

14 luglio 2017 – Gadi Luzzatto Voghera ha pubblicato su fb

La ‘normalità’ dell’antisemitismo

L’antisemitismo è una formidabile subcultura linguistica. Il suo potenziale comunicativo è immenso e il mondo della politica nell’era dei social media e della semplificazione dimostra ogni giorno di più di averne acquisito il canone fondamentale. Alcuni elementi sono essenziali. 1) La negazione: non sono antisemita, mi si accusa di esserlo per impedirmi di esercitare liberamente il mio diritto di critica. 2) Il distinguo: il mio non è antisemitismo. Io sono antisionista. 3) L’alternativa ai poteri forti: mi date dell’antisemita per tapparmi la bocca e impedirmi di rivelare la verità su chi ci comanda veramente (a scelta: Bilderberg, i rettiliani, Soros, i Rothschild, la massoneria… insomma gli ebrei come categoria immanente). 4) Le battute nei salotti protetti: assicurarsi che attorno al tavolo, nel party fra amici, in viaggio con i colleghi ecc. non ci siano ebrei. Quindi sfoderare il repertorio di battutine sottilmente antisemite per tastare il terreno. Se suscitano almeno indifferenza, o simpatia, ecco la barzellettona sull’ebreo ricco, o sulle sottilette ad Auschwitz. Quindi il discorso va liscio, e si riprende dal punto 3 straparlando di politiche occulte.
Sono decenni che i sondaggi ci dicono che in Italia gli antisemiti puri (quelli che dimostrano ostilità a tutte le domande che riguardano gli ebrei) sono fra i 10 e i 20 su cento. È semplice: significa che sono molti, che non sono una “parentesi” nella storia dell’Italia e che almeno potenzialmente sono un promettente bacino elettorale. Equamente distribuiti a sinistra, al centro e a destra, sono numericamente una risorsa interessante. Diremo di più: questa stabilità di dati numerici ci offre una interessante conferma alla tesi storiografica che indica nelle leggi antiebraiche fasciste un provvedimento autoprodotto da una società – quella italiana, all’epoca governata da un regime dittatoriale ma non privo di un ampio consenso – e non imposto da una alleanza militare. Con tutto ciò, non si spiega lo stupore per la volgare battutaccia da bettola malfamata che il deputato Massimo Corsaro ha voluto sfoderare ne confronti di Emanuele Fiano, a cui va tutta la solidarietà del caso. Si è trattato dell’ennesima emersione di un linguaggio del tutto comune e diffuso, che la politica usa con cognizione di causa. È parte di una normalità alla quale è sbagliato adeguarsi. Ma di normalità si tratta, in un paese che ancora stenta a fare veramente i conti con il suo passato fascista, che è ben lungi dal passare.

14 Luglio 2017Permalink

13 luglio 2017 – Fra ignoranza, razzismo e pratica della violenza

Nel caos folle e repellente che sembra aver colpito come un’epidemia incontenibile il discorso politico italiano fino al parlamento si colloca anche l’insulto che unisce (e non sarebbe possibile altrimenti) antisemitismo e volgarità insostenibile.
Stupidamente mi chiedo come sia stato possibile anche se so (o mi illudo) di saperlo ma voglio ragionarci con ordine.

E per far ordine bisogna partire da principio dal giorno in cui lo stordito esponente di una dinastia rozza e ignorante, Vittorio Emanuele III per grazia di Dio e per volontà della Nazione Re d’Italia Imperatore d’Etiopia, firmò il
R.D.L. 17 novembre 1938, n. 1728 – Provvedimenti per la difesa della razza italiana
Lo sciagurato sovrano che cinque anni dopo sarebbe fuggito dalla capitale con bagagli e famiglia (compreso l’erede al trono, ufficiale dell’esercito!) aveva già approvato un decreto che garantiva la cacciata dalla scuola (a partire dalla scuola materna – come allora si diceva e uso questo termine perché nella nostra storia ha un senso preciso che non abbiamo voluto dismettere) di insegnanti e allievi ‘di razza ebraica’
Lo aveva fatto in fretta, prima ancora che si esprimesse il Gran Consiglio del fascismo con la Dichiarazione sulla razza, che fu votata il 6 Ottobre 1938

Il 6 ottobre infatti l’’Italia si era liberata dal suo peggior nemico da un mese perché i
Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista
erano stati approvati con R.D.L. il 5 settembre 1938 – XVI, n. 1390
quando il provvido Vittorio Emanuele III per grazia di Dio e per volontà della nazione Re d’Italia Imperatore d’Etiopia, ritenuta la necessità assoluta ed urgente di dettare disposizioni per la difesa della razza nella scuola italiana, udito il Consiglio dei Ministri; aveva decretato:
Art. 1. All’ufficio di insegnante nelle scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e nelle scuole non governative, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere ammesse persone di razza ebraica, anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormente al presente decreto; nè potranno essere ammesse all’assistentato universitario, né al conseguimento dell’abilitazione alla libera docenza.
Art. 2. Alle scuole di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica.

Così, sgombrato il campo dai nemici più pericolosi, poteva, con il
Regio Decreto – Legge 17 novembre 1938 – XVII, n. 1728, affermare
Art. 8 Agli effetti di legge: a) è di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se appartenga a religione diversa da quella ebraica; b) è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di cui uno di razza ebraica e l’altro di nazionalità straniera; c) è considerato da razza ebraica colui che è nato da madre di razza ebraica qualora sia ignoto il padre; d) è considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da genitori di nazionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, appartenga alla religione ebraica, o sia, comunque, iscritto ad una comunità israelitica, ovvero abbia fatto in qualsiasi altro modo, manifestazioni di ebraismo. Non è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di nazionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, che alla data del 1º ottobre 1938 – XVI, apparteneva a religione diversa da quella ebraica.
Art. 9 L’appartenenza alla razza ebraica deve essere denunziata ed annotata nei registri dello stato civile e della popolazione

Arriviamo ai giorni nostri
Ignorando la storia e zampettando con disinvoltura oltre la Costituzione nello spregio diretto degli articoli 3 e 10 arriviamo al 2009, quando nel contesto del quarto governo Berlusconi l’allora ministro Maroni fece fare un passo avanti rispetto alla legge Bossi Fini stabilendo che, per ottenere la registrazione degli atti di stato civile, i migranti non comunitari dovessero presentare il permesso di soggiorno. Impossibilitati a garantirsi ciò che per definizione non potevano avere i migranti subirono le conseguenze di un effetto voluto, non di una conseguenza casuale della legge.
Due anni dopo la corte Costituzionale, a tanto interpellata, ripristinò la certezza dei diritti civili di chi volesse contrarre matrimonio (sentenza 245) ma, poiché nessuno legittimato a farlo si occupò di chi nasceva in Italia a rischio inesistenza, i neonati restarono vittime di quella norma, capaci di produrre solo indifferenza e anche peggio, degni successori degli occupanti della ‘scuola materna’ cacciati nel 1938. A quelli era negata anche la scuola materna a questi le madri!
Per la verità fra il 2013 e 2014 furono presentate, nel disinteresse generale e garantite la nulla dalla indifferenza degli stessi presentatori, due proposte di legge che avrebbero potuto rimediare alla situazione se qualcuno se ne fosse presa cura. Il che non fu.

Qualcuno mi chiede perché … e attende una risposta convincente
Secondo me c’è poco da attendere. La risposta è nelle cose.
Decisi ad usare i più deboli come arma contro i forti – una novità efficace – leghisti e complici (ritrovabili in uno spettro ampio di campioni del neorazzismo) provarono a mettere in gioco prima il personale sanitario chiamato a farsi spia degli ‘irregolari’ (ma in questo caso fallirono. Nel 2008 la deontologia ebbe ancora la capacità di determinare una reazione), poi gli atti di stato civile.
Per i matrimoni i nostri eroi riuscirono a tenere la posizione per due anni ma poi, essendo coloro che vogliono contrarre matrimonio adulti, legati a cittadini italiani, in grado di sollecitare protezione anche con strumenti che ancora la legge offre, intervenne la Corte Costituzionale a ripristinare la dignità dell’esercizio di un diritto fondamentale.
Restavano i neonati, figli di irregolari impauriti perché la registrazione della nascita per loro significava e significa rischio di espulsione: l’esercizio di un diritto si è fatto causa di devastazione.
C’è la circolare che, se applicata, può salvare ma l’informazione in proposito è scarsa e io continuo a trovare indecente che un diritto fondamentale come quello di esistere giuridicamente sia affidato a un atto che può essere cancellato senza che ciò richieda neppure l’intervento del parlamento.
E così torniamo alla ‘scuola materna’ negata nel 1938 e anche oggi a chi non può avere un certificato in cui sia scritto il nome della madre e del padre.
La continuità della storia è assicurata.
La devastazione dei neonati ha preceduto l’infamia dell’insulto recente e se ne è fatta garante.
Si poteva e si può!

FONTI
leggi 1938
https://it.wikisource.org/wiki/R.D.L._17_novembre_1938,_n._1728_-_Provvedimenti_per_la_difesa_della_razza_italiana

https://it.wikisource.org/wiki/Dichiarazione_sulla_razza,_votata_dal_Gran_Consiglio_del_Fascismo_il_6_Ottobre_1938

http://www.cdec.it/home2_2.asp?idtesto=185&idtesto1=643&son=1&figlio=558&level=6#

la corte costituzionale salva i matrimoni

http://www.guidelegali.it/sentenze-in-immigrazione-diniego-sanzioni-e-processo/corte-costituzionale-sentenza-n-245-del-25-luglio-2011-illegittimita-costituzionale-dell-articolo-116-primo-comma-del-co.aspx

proposte legge abbandonate:

17 giugno 2013 – Forse qualcuno ha visto i bambini fantasma

24 ottobre 2014 – Una proposta di legge antirazzista. La facciamo approvare?

13 Luglio 2017Permalink

11 luglio 2017 – Una memoria da condividere: i Luzzatto

10/07/2017 “Temo più di tutto l’oblio, il fascismo non è cosa d’altri tempi”. Intervista ad Amos Luzzatto
di Umberto De Giovannangeli

Dal lido di Chioggia allo scontro sull’apologia di fascismo: “Incitare all’odio non c’entra con la libertà di Il tempo non ha scalfito la sua lucidità intellettuale e la convinzione profonda, maturata su un vissuto doloroso, che ha accompagnato il suo impegno di una vita: “Senza memoria non c’è futuro”, afferma in un’intervista esclusiva all’HuffPost una delle figure più autorevoli dell’ebraismo italiano ed europeo: il professor Amos Luzzatto, per anni presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei). “Senza memoria, soprattutto, non c’è un futuro caratterizzato da quei principi di rispetto e di inclusione che devono restare a fondamento di una società democratica. E allora, guai a minimizzare vicende come quella di Chioggia, liquidandole come un fatto squallidamente folcloristico. Di fronte a scempiaggini del genere, ogni coscienza democratica dovrebbe esercitare il diritto-dovere all’indignazione. Il fascismo, e io lo so bene avendo vissuto quei terribili anni, si è alimentato di stereotipi e di pregiudizi verso il ‘diverso’, considerato come un essere inferiore, anormale. Si è iniziato così e poi sono arrivate le leggi razziali”.   

Professor Luzzatto, molto si discute sul caso-Chioggia, la spiaggia trasformata in un sito neofascista, mentre si susseguono i blitz anti-immigrati di CasaPound, e in Parlamento si apre lo scontro sulla proposta di legge Fiano contro l’apologia del fascismo. Qual è in merito la sua opinione?

Il periodico risveglio di nostalgie razziste e inneggianti al “regime” è fonte di seria preoccupazione. Non si tratta di una semplice libertà di manifestazione ideologica; si tratta in realtà del tentativo di reintrodurre nel vocabolario italiano quanto speravamo scomparso di razzismo e nostalgia del nazifascismo. Questo richiamo periodico al vocabolario della violenza e della discriminazione invita a rinnovare tentativi di trasformare la vita civile faticosamente ricostruita in una arena di violenza che già in un recente passato aveva condotto l’Europa a persecuzioni contro minoranze indifese. Si comincia con la riabilitazione di un vocabolario di odio e di disprezzo, si continua con misure che, parlando di richiami a “ordine” e “pulizia” invitano a profonde divisioni sociali, a ostracismi e a violenze.
C’è chi sostiene, pur condannando episodi come quello di Chioggia, che comunque va difesa la libertà di espressione.
Giusto, ma quello che non può essere concepita come “libertà di espressione” è l’incitamento all’odio razziale, è propagandare l’ideologia fascista e nazista, a innescare, a parole certo – ma le parole anticipano spesso atti brutali – la caccia al diverso, dipinto e vissuto come una minaccia, come qualcuno che porta solo disordine, che delinque… Tutto ciò è inaccettabile. Per chi come me ha conosciuto la brutalità del ventennio fascista, non c’è niente di più sacro della libertà di espressione: quella libertà che i regimi tirannici, oggi come ieri, fanno di tutto per conculcare. Sa cosa temo di più.

Cosa, professore?
L’oblio. L’idea secondo cui il fascismo è qualcosa di morto, che non vale la pena rinvangare, perché “bisogna guardare al futuro”. Ma è proprio perché si deve guardare al futuro occorre coltivare la memoria storica. Non è una questione di rispetto verso i milioni di esseri umani che hanno perso la vita nei lager nazifascisti. No, questa memoria va coltivata per consegnarla alle giovani generazioni, per far comprendere loro che l’odio razziale è sempre dietro l’angolo, e che fascismo e antifascismo non possono essere messi sullo stesso piano.

Il grande scrittore Predrag Matvejevic, recentemente scomparso, ricordò più volte che assieme a milioni di ebrei, nei lager nazisti furono massacrati tantissimi Rom, oltre che omosessuali, comunisti…

Questa è una verità storica. Un’amara, tragica verità. Noi stessi, noi ebrei, abbiamo subito sulla nostra pelle ripetutamente – fino alla più terribile persecuzione che è stata quella della Shoah – le conseguenze dell’essere prima di tutto indicati come stranieri irriducibili, poi progressivamente stranieri parassiti, quindi stranieri complottanti, infine assassini di bambini cristiani e in conclusione gruppi umani da espellere, da perseguitare, da sterminare. Noi ebrei sappiamo bene cosa significhi essere vittime di pregiudizi che si trasformano in odio e in violenza “purificatrice”. Sappiamo cosa significhi essere additati come il “Male” da estirpare. E da ebreo, oltre che da cittadino democratico, mi sento a fianco di tutte quelle comunità che non possono, non devono essere vittima di nuovi pogrom e additati come il “nemico” da combattere per il coloro della pelle o perché professano altre fedi religiose.

L’ideologia fascista avversava ogni portatore di diversità. Di questi tempi, si parla di “invasione” di migranti e in Europa si continuano a innalzare muri e a blindare le frontiere.

Sicurezza e legalità non dovrebbero essere contrapposte a inclusione e accoglienza. So bene che occorre governare i flussi migratori e avere una politica di condivisione a livello europeo. Nessuno può essere lasciato da solo a far fronte a un fenomeno di queste dimensioni. Ma quando il disvalore dominante rischia di divenire quello della paura, della diffidenza nei confronti del disperato che si immagina pronto a qualunque atto efferato, è difficile riportare il discorso verso i valori della solidarietà che vanno tradotti e regolati dalla politica ma mai, mai, abiurati.

Si discute del reato di apologia del fascismo e della necessità di agire sul piano giudiziario. Ma basta questo per arginare il risorgente antisemitismo e la xenofobia che innervano l’ideologia fascista?

No, non basta. Quello di cui ho sempre avvertito il bisogno, è lavorare nelle scuole, è investire nell’educazione. I giovani oggi sono i più vulnerabili perché, per loro fortuna, non hanno vissuto quegli anni terribili, e dunque tendono a dar credito a chi dice loro “quella è roba di altri tempi”. Quei tempi, purtroppo, possono ritornare, sotto spoglie diverse ma con la stessa carica di odio e di discriminazione. La demonizzazione del ‘diverso’ nasce spesso dall’ignoranza. La conoscenza è il miglior antidoto contro il ‘virus’ dell’intolleranza. E’ la ‘medicina’ che può salvare la democrazia”.

Gadi Luzzatto Voghera  Direttore del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (Cdec) di Milano
Un paese che non ha ancora realizzato un museo nazionale dell’Italia fascista, dimostrando di saper riflettere in pubblico sul ventennio e sulle sue dinamiche, non sarà in grado di produrre una legge condivisa (che sembra ovvia ma non lo è) che condanni l’apologia di fascismo. Un passato che non passa, perché nel profondo della società italiana restano ben vive delle strutture ideologiche e relazionali (opportunismo, conformismo, tradizionalismo premoderno, autoritarismo, antisemitismo) che del fascismo hanno costituito l’asse portante. Non fu una parentesi (con buona pace di don Benedetto) e ce ne accorgiamo con 70 anni di ritardo.

 

Fonte dell’intervista:
http://www.huffingtonpost.it/2017/07/10/temo-piu-di-tutto-loblio-il-fascismo-non-e-cosa-daltri-tempi_a_23023517/

 

11 Luglio 2017Permalink

1 luglio 2017 – Due donne europee

Simone Veil

E’ morta ieri. Aveva 89 anni. Di famiglia ebraica fu deportata ad Auschwitz dove la sua identità era il numero 78561. Tornò, esercitò la professione di magistrato e fu la prima donna ministro in  Francia. Da ministro della salute promosse la legge che legalizzò l’aborto (1975). Dal 1979 al 1982 fu la prima presidente del Parlamento europeo. Dal link che trascrivo di seguito è possibile vedere un filmato in cui spiega la legge sull’aborto. Ne riporto un passo: «Penso che la situazione attuale sia ingiusta e sbagliata. E’ ingiusta per le donne, perchè è soprattutto nei confronti di quelle più povere e sfavorite che il diritto penale è più rigido. Per le altre è molto facile andare in Olanda, in Inghilterra e anche trovare un medico che lo faccia in Francia, ce ne sono, si sa. Invece le donne sbandate, meno informate, che non hanno denaro, che sono sole nelle campagne o anche in condizioni di vita molto difficili nelle città, non sanno come fare quando aspettano un bambino di cui davvero non possono farsi carico. Ecco, questo è il motivo per cui pensiamo che la situazione sia inaccettabile e desideriamo cambiarla. Perché ci sono troppe donne che interrompono una gravidanza in circostanze dolorose».

FONTI

http://www.lastampa.it/2017/06/30/multimedia/esteri/simone-veil-in-un-filmato-darchivio-spiega-la-legge-sullaborto-IThGhHSZz83lc16OuUZMzO/pagina.html

http://www.corriere.it/esteri/17_giugno_30/germania-parlamento-approva-matrimonio-gay-03d435ac-5d64-11e7-a3ba-28ae329eb765.shtml

Angela Merkel

Tutta la mia ammirazione per Angela Merkel che ha praticato l’obiezione di coscienza non per smarcarsi da una scelta ma per rispettare se stessa e nello stesso tempo rispettare – da cancelliere e leader di un partito – la scelta altrui. Non ha fatto di sé una regola, non ha proposto nulla di simile alle piazzate intollerabili che i senatori italiani di recente (e prima i deputati) ci hanno costretti subire sull’argomento. Non ha detto, come ha fatto la presidente della regione Friuli Venezia Giulia (che è anche componente della segreteria del Pd) “la leadership non si discute”, suscitando la mia presa di distanza totale che esprimo sapendo che non conta nulla. Angela Merkel ha proposto  il senso nobile di una leadership che è tale perché si discute (e non a pugni ma attraverso parole significanti un pensiero). So che fedeli del Pd e molti sostenitori del matrimonio gay oltre le Unioni Civili mi criticheranno opponendomi altre scelte, discutibili e non accettabili in materia di politiche europee praticate dalla stessa Merkel. Preciso quindi che il mio consenso a questa scelta è solo per questa scelta perché tutto si discute, conoscendo e dimostrandosi capaci di capire e scegliere. Sottolineo che la legge tedesca rispetta anche i minori con l’adozione anche per le coppie gay, possibilità in Italia sbeffeggiata con volgarità nel disprezzo dei minori che non sono lobby nonché delle norme internazionali che affermano ‘il superiore interesse del minore’, principio affermato anche dalle leggi italiane. Su questo punto, e fossi tedesca, vorrei confrontarmi con la signora Merkel. Le chiederei in che conto tiene questo problema. So che è inutile chiederlo a molti parlamentari italiani e non solo a parlamentari.

FONTE

http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2017/06/30/ASJEFF9H-germania_matrimonio_bundestag.shtml

1 Luglio 2017Permalink

1 luglio 2017 – Calendario di luglio

.1 luglio 2002  –  Entra in vigore il tribunale Penale Internazionale . [nota 1]
.2 luglio 2016  – Strage di Dacca [nota 2]
.2 luglio 2016  –  Morte di Elie Wiesel
.3 luglio 1995  – Morte di Alexander Langer
.4 luglio 1976  –  Dichiarazione dei Diritti dei Popoli del Tribunale Russel
.5 luglio 1963  –  Algeria: Indipendenza dalla Francia . Festa nazionale.
.5 luglio 2016  –  Fine del mese di Ramadan (anno islamico 1437)
.6 luglio 1415  – Morte sul rogo di Jan Hus
.6 luglio 1967  –  Inizio della guerra civile nigeriana ,(o guerra del Biafra)
.6 luglio 2016  –  Pubblicazione del rapporto Chilcot [nota 3]
.6 luglio 2016  –  Assassinato a Fermo Emmanuel, nigeriano richiedente asilo
.7 luglio 1535  – Morte di Tommaso Moro
.7 luglio 1960  –  Morti di Reggio Emilia
.8 luglio 1978  – Sandro Pertini Presidente della Repubblica
.9 luglio 2002  – Nasce a Durban l’Unione Africana
.9 luglio 2011  –  Indipendenza del Sud Sudan
10 luglio 1940  – Nascita del governo collaborazionista di Vichy
10 luglio 1976  –  Nube tossica a Seveso
11 luglio 1979 –  Assassinio Ambrosoli –Milano
11 luglio 1995 –  Strage di Srebrenica
12 luglio 1973 – Giovanni Franzoni si dimette da abate di San Paolo
13 luglio 1936 – Inizio della guerra civile spagnola
13 luglio 2014  – Muore Nadine Gordimer, sudafricana, attivista contro l’apartheid,
………………………….Nobel per la Letteratura nel 1991
13 luglio 2016  – Morte di Bernardo Provenzano
13 luglio 2017  – Muoiono Giovanni Franzoni e Liu Xiaobo,
………………………….premio Nobel per la pace 2010
14 luglio 1789  – Parigi – presa della Bastiglia
14 luglio 2016  – Strage di Nizza
15 luglio 2016  – Tentato colpo di stato in Turchia
16 luglio 1945  – New Mexico. primo esperimento nucleare USA
17 luglio 1566  – Morte di Bartolomeo de Las Casas
18 luglio 1546 – Morte di Martin Lutero
19 luglio 1943 – Primo bombardamento anglo-americano su Roma
19 luglio 1992 – Strage del giudice Borsellino e della scorta
20 luglio 1944  – Attentato militare fallito vs Hitler
20 luglio 1969  – Allunaggio Apollo 11
20 luglio 2001   – Genova- Uccisione di Carlo Giuliani durante il G8
20 luglio 2001  – Genova – Assalto alla scuola Diaz durante il G8
21 luglio 2015  – Strage di Suruç (Turchia)
22 luglio 2011 – Utoeya – Norvegia. Il neonazista Breivik uccide 76. persone.
22 luglio 2016  – Strage di Monaco
23 luglio 1929 – Il fascismo bandisce l’uso delle parole straniere
23 luglio 2016 – Strage di Kabul durante manifestazione di Hazara sciiti
24 luglio 2014 – Gaza – bombardamento e strage scuola Unrwa
24 luglio 1783  – Nascita di Simon Bolivar
25 luglio 1943 – Caduta del fascismo – Arresto Mussolini .Governo Badoglio
25 luglio 1968 – Paolo VI pubblica l’enciclica Humanae vitae
26 luglio 1960  – Fine del governo Tambroni
26 luglio 1992  – Morte di Rita Atria
27 marzo 1993 – Attentati mafiosi a Milano e Roma – 5 morti
28 luglio 1914  – L’Austria dichiara guerra alla Serbia
28 luglio 1993  – Esplodono due autobombe a Milano e una a Roma
29 luglio 1976  – Tina Anselmi diventa ministro del lavoro
………………… …Prima donna in Italia ad assumere un incarico di governo.
29 luglio 1983  – Omicidio del giudice Rocco Chinnici – Palermo
29 luglio 2013  –  Scomparsa di p. Paolo Dall’Oglio
31 luglio 1941  – Hermann Göring inizia a pianificare la soluzione finale

[Nota 1]    ICC: International Criminal Court, Corte penale Internazionale Permanente, basata su trattato, corte penale internazionale. Pattuita a Roma il 17 luglio 1998 è entrata in vigore il 1º luglio 2002. Indipendente dalle organizzazioni internazionali (ONU). Si occupa di genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra, crimine di aggressione e gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra.
https://www.icc-cpi.int/
https://www.hrw.org/topic/international-justice/international-criminal-court

[Nota 2] http://www.repubblica.it/esteri/2016/07/02/news/dacca_blitz_delle_forze_armate_nel_bar_attaccato_dall_is-143243979/

[nota 3]  http://www.lastampa.it/2016/07/06/esteri/cos-il-rapporto-chilcot-e-cosa-dice-in-breve-a2Csy7LAHV0Hmw5ZjbyXJP/pagina.html
Il rapporto Chilcot è un documento redatto da una commissione d’inchiesta pubblica presieduta da sir John Chilcot. L’inchiesta è stata voluta dall’ex primo ministro laburista Gordon Brown nel 2009, con lo scopo di ricostruire gli scenari e l’origine del coinvolgimento dell’esercito di Londra in Iraq.

1 Luglio 2017Permalink

28 giugno 2017 – Sedute … di boxe e poco più.

Corre voce che il presidente del Senato indossi ormai solo scarpe adatte alla corsa per tenere il passo con se stesso o almeno provarcisi.. Infatti, dopo essersi impegnato a portare in aula la proposta sulle “Disposizioni in materia dei cittadinanza” entro il 15 giugno (e tanto si legge  nella prima parte dell’articolo che segue), la bizzosa norma è scappata via e il povero presidente, inseguendola, ha fatto in tempo a sussurrare “spero entro l’anno”. Spero entro l’anno di far approvare le “Disposizioni in  materia di cittadinanza”  dichiarava l’imprudente non ancora messo di fronte ai risultati dei ballottaggi di domenica 25 che avrebbero cambiato tutto. Bisogna render onore alla diligenza senatoriale: pur travolti dall’affanno dei commenti politici, delle analisi, dei battibecchi interni … gli uni hanno mantenuto la diligente attenzione a far fuori ragazzini (“vuoi essere cittadino italiano? non  farmi ridere che non ho tempo”) e neonati (“ti accorgerai da grande cosa vuol dire non esistere! Intanto ci penso io”) e gli altri sono rimasti fermi nella sperimentata indifferenza che non consente di occuparsi di chi non può costituire una lobby. Staremo a vedere. Intanto ricopio il testo pubblicato dal periodico udinese  Ho un sogno. I pro memoria tornano sempre utili.

Dal n. 248 di Ho un sogno

IUS “SOLA”

Scriviamo queste note il 18 giugno ben sapendo che nel tempo che intercorre fra la stesura dell’articolo e la sua pubblicazione potrebbero accadere molte cose, ma sembra opportuno fare il punto della situazione, per quanto precario possa essere. Cominciamo dalla posizione presa nella nostra regione da 22 consiglieri regionali di maggioranza (prima firmataria Silvana Cremaschi) alla fine dello scorso maggio con un comunicato dove si afferma che, se il riconoscimento della cittadinanza italiana ai bambini stranieri nati in Italia è un atto di civiltà, «per diventare cittadine/i di qualsivoglia stato bisogna esistere, non solo in virtù della propria presenza fisica ma anche per il riconoscimento della propria esistenza giuridica, garantita dal certificato di nascita».
Per capire il senso di questo richiamo bisogna fare un passo indietro.
La proposta di legge “Disposizioni in materia di cittadinanza”, già approvata dalla Commissione Affari costituzionali della Camera, è rimasta ignorata alla commissione Affari Costituzionali del Senato dal mese di ottobre del 2015, finché il dibattito è stato reso impossibile dalla presentazione di più di 7.000 emendamenti di cui uno specifico, presentato da otto senatori di FI-PdL che propone la cancellazione del comma 3 dell’art. 2. Si tratta della norma per cui dal 2009 viene negato il certificato di nascita ai figli dei migranti non comunitari senza permesso di soggiorno, una questione di cui Ho un sogno, purtroppo in scarna compagnia, si occupa da allora. Se la legge sulla cittadinanza fosse votata nel testo approvato dalla Camera nel mese di ottobre 2015, compresa quindi l’affermazione inequivoca del diritto al certificato di nascita, ne conseguirebbero due effetti importanti: sarebbe superato il discrimine che da otto anni cancella l’universalità del diritto alla certificazione della nascita e nello stesso tempo verrebbe assicurata a tutti una data per attivare l’iter previsto per l’eventuale acquisizione della cittadinanza italiana che un punto di partenza deve avere.
Il 13 giugno, nel corso di una conferenza tenuta davanti ai rappresentanti dell’associazione “Italiani senza cittadinanza”, il partito democratico, Sinistra italiana e Movimento democratico e progressista dichiaravano che il ddl che riconosce la cittadinanza italiana ai figli di stranieri nati in Italia «arriverà in Aula giovedì 15 giugno anche senza relatore e sarà approvato». I senatori Doris Lo Moro (Mdp), relatrice del provvedimento in commissione Affari costituzionali del Senato, Loredana De Petris (SI) e Giorgio Pagliari (Pd) affermavano che «dopo un anno e sette mesi al Senato» si punta all’approvazione del testo uscito dalla Camera senza modifiche altrimenti «si insabbia e non se ne parla più».
Quel che è successo nell’aula del senato il 15 giugno è stato ampiamente diffuso dai mezzi di informazione: Lega Nord con tutti i gruppi di destra in aula e Casa Pound in piazza si erano assicurati la concorde regia dell’incivile sceneggiata. Il Movimento 5 stelle, uso a sottolineare la propria esclusiva singolarità, in questo caso non ha rifiutato il suo appoggio a una causa evidentemente condivisa. Ancora una volta gli eroici senatori hanno eretto un muro contro l’invasore, identificato in scolari e studenti desiderosi di essere pari nei diritti ai loro compagni di scuola e di giochi e, con spregiudicatezza ancora maggiore, in neonati, ridotti, in un’operazione di abuso collettivo, a strumenti per colpire i loro genitori, costretti a scegliere fra la garanzia dovuta ai loro piccoli del certificato di nascita e l’espulsione.

Aggiornamento del 21 giugno.
Destreggiandoci fra le sabbie mobili della politica italiana.
Il 13 giugno il presidente del senato aveva detto a proposito delle “disposizioni in materia di cittadinanza”: «arriverà in Aula giovedì 15 giugno». Gli era stata segnalata la necessità di salvare l’articolo che assicura il certificato di nascita (nascita che non significa immediata, automatica cittadinanza) a tutti i bambini che vengono al mondo in Italia (comma 3 dell’art. 2) e aveva risposto a un sollecito del segretario nazionale del Movimento di Cooperazione Educativa: «Grazie per la segnalazione, comunque seguo personalmente l’iter del disegno di legge e si vedrà di evitare di approvare l’emendamento soppressivo che metterebbe nel nulla la conquista di un importante diritto». Parole al vento. Il 20 giugno il presidente del Senato avrebbe dichiarato alla trasmissione Rai, Un giorno da pecora: Il via libera per lo Ius soli? “Spero entro l’anno”. Nel calendario dei lavori del Senato del mese di giugno (www.senato.it/2768) non c’è traccia dell’argomento mentre veniamo a sapere che gli emendamenti ai ddl n.2304 e connesso (Celebrazione duemila anni dalla morte di Ovidio) dovranno essere presentati entro le ore 13 di giovedì 22 giugno.
Questo Ius rischia di essere una “sola”.

28 Giugno 2017Permalink

28 giugno 2017 –L a proposta di legge sulla cittadinanza – per saperne di più.

Il  19 giugno  avevo trascritto lo schema costruito da Domenico Stimolo oggi aggiungo quello del sen. Gianpiero Della Zuanna, che ho trovato nella newsletter  del sen. Ichino

LA LEGGE SULLO IUS SOLI ALL’ESAME DEL SENATO
Una legge equilibrata, che su questa materia allinea il nostro ordinamento a quelli tedesco, britannico e francese, ma più restrittiva rispetto agli ordinamenti statunitense e brasiliano

Nota sul disegno di legge in tema di cittadinanza per i minori immigrati (testo approvato dalla Camera e attualmente in discussione al Senato) a cura del senatore Gianpiero Dalla Zuanna..

Ora: secondo la legge 91/1992, lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data.

È una delle leggi più restrittive d’Europa. Per non parlare di Paesi come USA e Brasile, dove la cittadinanza si acquisisce, automaticamente, con la nascita.

La legge 91/1992 viene modificata per accelerare la concessione della cittadinanza ai bambini e ai giovani secondo due diverse procedure.

Primo canale: ius soli temperato.
La cittadinanza italiana può essere concessa al nato in Italia con almeno un genitore con permesso di soggiorno permanente (che si ottiene dopo almeno 5 anni di soggiorno continuativo).

Secondo canale: ius culturae, secondo due modalità
La cittadinanza italiana può essere concessa:

  1. al minore straniero nato in Italia o che vi ha fatto ingresso entro i 12 anni che, ai sensi della normativa vigente, ha frequentato regolarmente, nel territorio nazionale, per almeno cinque anni, uno o più cicli presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale idonei al conseguimento di una qualifica professionale, acquista la cittadinanza italiana. Nel caso in cui la frequenza riguardi il corso di istruzione primaria, è altresì necessaria la conclusione positiva del corso medesimo.

    – Esempio 1: bambino entrato a 3 anni, che completa con successo il ciclo elementare, può ottenere la cittadinanza a 10 anni, dopo aver finito le elementari.
    – Esempio 2: bambino entrato a 8 anni, che frequenta regolarmente le scuole, può ottenere la cittadinanza a 13 anni.

2. allo straniero che ha fatto ingresso nel territorio nazionale prima del compimento della maggiore età, ivi legalmente residente da almeno sei anni, che ha frequentato regolarmente, ai sensi della normativa vigente, nel medesimo territorio, un ciclo scolastico, con il conseguimento del titolo conclusivo, presso gli istituti scolastici appartenenti al sistema nazionale di istruzione, ovvero un percorso di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale con il conseguimento di una qualifica professionale»;

– Un ragazzo entra in Italia a 16 anni, frequenta un corso triennale di formazione professionale e consegue il titolo a 20 anni, può ottenere la cittadinanza a 22 anni.
Con queste regole, l’Italia si allinea – con alcune sfumature – alla legislazione attualmente vigente nei grandi Paesi dell’Europa occidentale: Francia, Germania, Regno Unito, Spagna.

Alcuni miti da sfatare

Non è vero che la cittadinanza verrà concessa in modo incondizionato.
Anche per le fattispecie previste da questo d.d.l. resta in vigore il comma 1 dell’articolo 6 della legge 91/1992, secondo cui precludono l’acquisto della cittadinanza:

a) la condanna per uno dei delitti previsti nel libro secondo, titolo I, capi I, II e III, del codice penale;

b) la condanna per un delitto non colposo per il quale la legge preveda una pena edittale non inferiore nel massimo a tre anni di reclusione; ovvero la condanna per un reato non politico ad una pena detentiva superiore ad un anno da parte di una autorità giudiziaria straniera, quando la sentenza sia stata riconosciuta in Italia;

c) la sussistenza, nel caso specifico, di comprovati motivi inerenti alla sicurezza della Repubblica.

Ovviamente ciò avrà poca rilevanza per i bambini, ma potrà averne molta per l’acquisizione della cittadinanza di adolescenti e maggiorenni grazie al conseguimento di un titolo di studio.

Inoltre, sempre alla luce della legge 91/1992, la cittadinanza viene in ogni caso concessa con decreto del Presidente della Repubblica, sentito il Consiglio di Stato, su proposta del Ministro dell’interno, ossia con una procedura che rende effettivi i controlli.

Non è vero che i genitori stranieri acquisiscono automaticamente la cittadinanza una volta che il figlio l’ha ottenuta. Infatti l’Art. 14 della citata legge 91/1992 recita:

  1. I figli minori di chi acquista o riacquista la cittadinanza italiana, se convivono con esso, acquistano la cittadinanza italiana (…)
    ma non si dice nulla sul caso opposto! Quindi per gli adulti resta il requisito di 10 anni di permanenza continuativa, oltre ai requisiti del comma 1 dell’articolo 6 (no condanne e no rischio per l’ordine pubblico).

Considerazioni conclusive

Negli ultimi anni è molto cresciuto il numero di stranieri che ha ottenuto la cittadinanza italiana (202 mila nel solo 2016). Molti sono minori, che l’hanno ottenuta grazie all’appena citato art. 14 della legge 91/1992. Perché c’è bisogno di queste nuove disposizioni?

Perché si sono accumulati moltissimi adolescenti “italiani senza cittadinanza”. Si sentono italiani, parlano spesso solo l’italiano, non hanno praticamente contatti con il loro paese di origine. La cittadinanza è una cosa seria, e proprio per questo non è bene la mancata coincidenza fra status di fatto e status giuridico;
Perché la condizione di straniero dà al giovane tutta una serie di seccature e di limitazioni. Ad esempio per andare all’estero (gite scolastiche …). Inoltre il giovane deve rinnovare ogni anno il suo permesso di soggiorno, con la relativa perdita di tempo e di denaro;
Perché l’appesantimento burocratico per le questure è enorme. La legge del 1992 è stata scritta quando i minori stranieri in Italia erano un numero minimo rispetto a oggi …
Un’ultima cosa. La propaganda contraria a questa legge dice che – concedendo con più larghezza la cittadinanza ai bambini e ai giovani – acceleriamo in modo artificiale il processo di integrazione, costruendo integrazione posticcia, addirittura rischiosa, evocando spettri terroristici. In realtà, tutto fa pensare che con questa legge si favorisca l’integrazione vera, perché la cittadinanza non viene affatto concessa in modo incondizionato. Non si tratta affatto di uno ius soli simile a quello degli USA o del Brasile.

Va infatti ribadito che con questa legge la cittadinanza NON viene concessa …

A chi nasce in Italia “per caso”: quindi non viene concessa ai figli partoriti dalle donne appena arrivate sui barconi;
ai bambini stranieri appena arrivati in Italia (sui barconi o in altro modo);
ai giovani ritenuti pericoloso per la sicurezza pubblica;
ai nati di genitori che non lavorano (condizione necessaria per il permesso di soggiorno permanente);
ai giovani che non frequentano con profitto la scuola;
se il giovane e/o i suoi genitori non sono in Italia da almeno cinque/sei anni
Insomma, questa è una legge equilibrata. Che accelera l’integrazione vera, dei figli di chi sta in Italia per lavorare e di chi in Italia studia con profitto. I tempi e i modi di concessione della cittadinanza sono tali da garantire che ciò accada.

FONTI:

http://www.pietroichino.it/?p=45659   –  la newsletter

https://diariealtro.it/?p=5032                  –  schema di Domenico Stim

28 Giugno 2017Permalink

23 giugno 2017 – Quel che non fece il vescovo di Firenze lo fa il vescovo di Roma

20 giugno 2017 Papa Francesco: don Mazzolari e don Milani, due preti per una “Chiesa in uscita”
di M.Michela Nicolais s

Papa Francesco a Bozzolo e Barbiana per pregare sulla tomba e rendere omaggio a don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani. Il tributo al “parroco d’Italia” e il riconoscimento del vescovo di Roma alla fedeltà al Vangelo e alla rettitudine dell’azione pastorale del priore di Barbiana

Don Lorenzo Milani voleva essere “riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale”. Lo aveva scritto, più volte ma invano, al suo vescovo. “Oggi, lo fa il vescovo di Roma”. Si è conclusa con questo atto solenne, compiuto e pronunciato al termine di una visita privatissima che lo ha portato, dopo la chiesa, nel cortile con la scritta “I care” e accanto alla piscina dove i ragazzi di don Lorenzo hanno imparato a nuotare nelle acque della vita, la visita di Papa Francesco a Barbiana. “Prima di concludere, non posso tacere che il gesto che ho oggi compiuto vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo vescovo, e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale”, le parole del vescovo di Roma, che nel tributare il suo atto di omaggio al prete “trasparente e duro come un diamante”, ha fatto proprio lo sguardo di sua madre Alice. La mattinata di Papa Francesco è cominciata di buon ora a Bozzolo, per un tributo al “parroco d’Italia”, don primo Mazzolari, “parroco dei lontani” e antesignano della sua “Chiesa in uscita”. Il 18 settembre, ha annunciato il vescovo di Cremona, monsignor Antonio Napolioni, salutando Francesco, inizierà il processo di beatificazione del parroco di Bozzolo. Sia a Bozzolo sia a Barbiana, tutto è iniziato con la preghiera silenziosa sulle tombe dei due sacerdoti.

“I parroci sono la forza della Chiesa in Italia”, esordisce a Bozzolo il Papa assicurando che il magistero dei parroci – non solo quello di don Mazzolari, parroco d’Italia – fa tanto bene a tutti. Il fiume, la cascina e la pianura, le tre immagini scelte da Francesco per ripercorrerne l’attualità del messaggio, in un discorso molto ampio e infarcito di citazioni del sacerdote della “Bassa”: il fiume, la cascina e la pianura. Don Primo non si è tenuto al riparo dal fiume della vita. Amare il proprio tempo è stata la sua profezia:

“Don Mazzolari non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata”. Non ha mai ceduto alla tentazione di “balconare la vita”, dice Francesco a braccio.

“Abbiamo del buon senso! Non dobbiamo massacrare le spalle della povera gente”. Cita don Mazzolari, il Papa, e ripete il suo invito, a braccio, “a tutti i preti dell’Italia e anche del mondo”, per spiegare come don Primo fosse il parroco dei lontani, non di un apostolato a tavolino. La cascina, la casa, ci dicono che per camminare bisogna uscire e preoccuparsi dei bisogni degli uomini. Poi c’è la grande pianura, quella della Chiesa che non fa proselitismo ma sa ascoltare il mondo, per “diventare Chiesa povera per e con i poveri”. Come don Primo, che “ha vissuto da prete povero, non da povero prete”. E c’è una bella differenza. Don Mazzolari era un prete che sapeva mettersi davanti, in mezzo e dietro al gregge: lui, e molti altri preti come lui, “hanno visto lontano, e seguirli ci avrebbe risparmiato sofferenze e umiliazioni”.

Quando arriva a Barbiana, Francesco usa subito la parola “dignità” per far capire il senso e la portata della buona battaglia condotta da don Lorenzo. Mentre parla, ha davanti i suoi ex allievi, trenta sacerdoti – dai più anziani, suoi compagni di seminario, fino ai più giovani ordinati l’anno scorso – e una rappresentanza delle 200 case di accoglienza delle diocesi di Firenze.

“Ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole”.

Nel pronunciare queste parole, indicate come sintesi della passione educativa del priore di Barbiana, diretta conseguenza della sua missione di prete, Francesco auspica anche per il nostro tempo – a partire dalla parola – la “piena umanizzazione che rivendichiamo per ogni persona su questa terra, accanto al pane, alla casa, al lavoro, alla famiglia”. Un “grazie” anche agli educatori, quelli che insegnano che la cosa essenziale è la crescita di una coscienza libera. Come scrive don Lorenzo in “Lettera a una professoressa”:

“Ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. È un appello alla responsabilità, sottolinea Francesco, a vivere la libertà come ricerca del vero, del bello e del bene. “E senza compromessi”, aggiunge a braccio.

In don Lorenzo, tutto nasce dal suo essere prete, e prima ancora dalla sua fede profonda e totalizzante. Quella di uomo “trasparente e duro come un diamante”, come lo ha definito il suo padre spirituale, don Raffaele Bensi. Nelle parole di sua madre, don Lorenzo era dominato dalla sete di assoluto, senza la quale “si può essere buoni funzionari del sacro, ma non si può essere preti”, ammonisce Francesco. E proprio del desiderio di Alice il Papa si fa esecutore, quando da vescovo di Roma riconosce la fedeltà al Vangelo e la rettitudine dell’azione pastorale di questo figlio della Chiesa: “Mi preme soprattutto che si conosca il prete, che si sappia la verità, che si renda onore alla Chiesa anche per quello che lui è stato nella Chiesa e che la Chiesa renda onore a lui”. Oggi, questo desiderio si è compiuto.

“Il prete trasparente e duro come un diamante continua a trasmettere la luce di Dio sul camino della Chiesa”. “Prendete la fiaccola e portatela avanti”, la consegna a braccio del Papa da Barbiana.

Fonte (dove si trovano anche fotografie)

https://agensir.it/chiesa/2017/06/20/papa-francesco-don-mazzolari-e-don-milani-due-preti-per-una-chiesa-in-uscita/

 

 

23 Giugno 2017Permalink