15 luglio 2017 – Giovanni Franzoni ricorda

La cacciata di dom Franzoni
La Chiesa usò la Dc, ma alla fine fu usata, come apparve allora, da Amintore Fanfani nella battaglia per il referendum sul divorzio. Mi schierai pubblicamente per il «no», no all’abrogazione della legge Fortuna-Baslini che per la prima volta in Italia dava la possibilità di divorziare. In ogni luogo dove andavo a parlare venivo annunciato dalla pubblicità delle mie recenti dimissioni, ero già «l’ex abate».
Non andavo a fare esplicita propaganda, accettavo solo gli inviti ai dibattiti sulla famiglia. A Palermo, a Taranto, a Bergamo. Ogni volta che qualcuno mi chiedeva un’opinione sul divorzio, rispondevo: credo nella libera scelta, e lo dico.
Vestivo sempre con la talare quando andavo in pubblico. Arrivai a Taranto preceduto dai titoli dei giornali locali. Seppi poi che l’arcivescovo Motulese non l’aveva presa affatto bene; aveva premuto su Roma perché si prendessero provvedimenti nei miei confronti.
Mancano poco più di due settimane al referendum, il clima è rovente. Sono a Desenzano sul Garda, sto predicando gli esercizi spirituali con un gruppo di missionari che deve partire per i Paesi europei in cui si trovano comunità di immigrati di lingua italiana: Svizzera meridionale, Lussemburgo, Francia. In convento mi arriva un telegramma firmato dall’Abate Angelo Mifsud, un maltese, (presiedeva la Congregazione Cassinese). Letterale: «Se non cessate di tenere assemblee sul divorzio sarete sospeso ipso facto a divinis».
Ipso facto, contro ogni diritto moderno. Il giorno dopo ho un convegno alla Camera di commercio di Bergamo; parto per capire come posso gestire la giornata.
Arrivo nel centro storico e per strada vedo persone che manifestano, cartelli in mano. La Camera di commercio è chiusa: su pressioni democristiane l’uso della sala è stato revocato. Seguo in macchina il flusso della gente, si stanno spostando verso la chiesa di San Pietro, gremita. C’è gente seduta con le gambe penzoloni dalle finestre. Mi faccio largo, vado all’altare e dico: «Io non posso parlare, voi non potete parlare perché vi chiudono in faccia il portone, i fatti parlano da soli».

La punizione
Non avevo grande paura dei provvedimenti ecclesiastici. Immaginavo piuttosto che con il polverone alzato da una sospensione a divinis avrei potuto condizionare più pesantemente il voto dei cattolici. Annullo l’incontro previsto due giorni dopo alla Fatme, a Roma, con il socialista Paris Dell’Unto, vice sindaco della città. Era un sabato, il 27 aprile 1974. La domenica ero su tutte le tv: «Il noto Dom Franzoni è stato sospeso a divinis».
Mi avevano sospeso, anche se non ero intervenuto al dibattito. E i giornalisti continuano a usare quel «dom» per definire un monaco, per differenziarlo dal «don» che precede un normale prete.
In Italia il «Dom», abbreviazione mitteleuropea di Dominus non è stata mai adottata dai benedettini, ma per lungo tempo, e ancor oggi qualche volta, debbo convivere con i due appellativi che precedono la mia identità: l’ex abate, il dom. E con un sogno ricorrente: le assemblee con la Conferenza episcopale, le grandi assisi del Concilio.
Io, in grandi stanze, attorno a grandi tavoli, insieme ai miei confratelli.
La firma sotto la sospensione a divinis è del Cardinal vicario Ugo Poletti che, devo dire – non per astio ma perché ne sono convinto – era persona di intelligenza modesta e di modesta cultura. Non era un conservatore né un democratico, era un uomo che sapeva muoversi insieme al vento e che teneva in massima attenzione la politica.
Accettai in silenzio, anche se in cuor mio sentivo di avere doppiamente ragione: dal punto di vista sostanziale, perché quelle erano le conseguenze di aver preso sul serio il Concilio, e dal punto di vista formale perché la procedura di sospensione a divinis era fondata su presupposti inesistenti.
Ricordo con simpatia, però, che dopo la vittoria del referendum, i radicali festeggiarono in piazza Navona urlando: «Se ci fosse ancora la possibilità di eleggere un papa per acclamazione, Franzoni sarebbe papa a furor di popolo».
Mi sono poi ritirato con la mia Comunità di base che già da quasi un anno si riuniva in via Ostiense, al 152 b, cento metri più in là dell’appartamento che condividevo con Don Pierre. Il mio impegno pro-referendum mi aveva fatto perdere di vista anche l’amico coinquilino. Era quasi sempre solo e, dopo qualche mese, decise di tornare in Belgio. Ho scoperto in quella occasione quanto sia difficile vivere insieme in un appartamento di quaranta metri quadrati e quanto si possa essere violenti senza accorgersene, scoprendo poi, magari da un gesto della bocca, di avere ferito l’altro.
Volevo che l’esperienza con il nostro gruppo di laici non finisse con la mia uscita da San Paolo. Cercai di nuovo il Cardinal Poletti, e, dopo avergli spiegato che la sentenza di sospensione a divinis era a mio avviso invalida perché io avevo ubbidito all’ingiunzione di non parlare più in pubblico disdicendo tutti gli appuntamenti, lui ammise che forse effettivamente c’era stato qualche errore ma si appellò alla mia comprensione delle procedure e delle prassi ecclesiastiche per cui non dovevo aspettarmi che la Chiesa ammettesse pubblicamente di avere sbagliato. Mi suggerì inoltre di trovare un vescovo benevolo pronto a incardinarmi nella sua diocesi.
Contattai Monsignor Luigi Liverzani, a Frascati, la diocesi più vicina. Era una persona informata, aperta, vicina al mondo del lavoro, mi avrebbe preso nella sua diocesi senza alcuna condizione. Presentai quel nome a Poletti e il vicario mi rispose che Frascati era troppo vicina a Roma.
«C’è un chilometraggio minimo, vostra Eminenza?».
La verità è che voleva spezzare il mio rapporto con la comunità e questo non l’avrei mai permesso. Rimasi sospeso per due anni e, contro ogni diritto canonico, vagante senza sede. Furono tre le motivazioni vere di quel provvedimento eccessivo. Il momento storico: il Partito comunista che cresceva e il referendum sul divorzio che la Dc voleva vincere e perse; il mio ruolo: ero stato un prelato di Santa Romana Chiesa e avevo appartenuto alla Conferenza episcopale italiana; la mia sede: vivevo e operavo a Roma, a pochi chilometri dalla Santa Sede e ogni mio bisbiglio era ascoltato oltretevere.
Due anni dopo si aggiungerà il caso Lefebvre: la Chiesa non poteva accettare le sfide che quel vescovo ultraconservatore le stava portando. Per punire lui, che aveva fatto il piccolo scisma di Econe, Paolo VI fu costretto a dare un colpo anche al dissenso cattolico, e ad emarginarmi dalla Chiesa.
Avevo collaborato fin dalla sua nascita con la rivista cattolica di ispirazione conciliare «Com», che presto si fonderà con la rivista protestante «Nuovi tempi».È in quella sede che per la prima volta manifestai una adesione alle politiche sociali e sanitarie delle amministrazioni di sinistra e per la prima volta feci una dichiarazione di voto per il Pci alle politiche del 1976.
Scrissi che il Partito comunista italiano aveva dimostrato di adoperare l’analisi e la prassi marxista in modo critico, che era stato capace dimettersi al servizio del Paese e della causa antifascista, che si era sforzato di modificare alcune ipotesi iniziali, che aveva privilegiato forme di lotte civili e politiche come espressione della forza della ragione rispetto all’arroganza del potere. «E se il voto resta un episodio», dissi, «la mia adesione politica è di ogni giorno; non prenderò la tessera solo per obbedire all’articolo 43 del Concordato che me lo impedisce».
Il 20 giugno 1976 il Pci guadagnò 3 milioni e 600mila voti arrivando a una percentuale del 34,4% . Nonostante lo scandalo Lockheed la Dc mantenne i suoi, e restò al 38,7%.
Nella domenica del voto il cardinal Poletti preparò una lettera e me la fece recapitare presso la «sedicente Comunità cattolica di base», in Via Ostiense 152b. Tra parentesi, a questo proposito, la Comunità non è mai stata riconosciuta in alcun modo dall’Istituzione se non con lo sprezzante appellativo di «sedicente», proprio come le prime comunità cristiane che non avevano diritto di cittadinanza nel mondo romano.
Unica, rilevante eccezione mons. Clemente Riva, vescovo ausiliario di Roma sud, rosminiano, che, venutoci a trovare poco tempo prima degli eventi che sto raccontando, dopo aver pregato con noi ci disse (più o meno, ma in sostanza): «Io non sono qui per darvi un avallo che del resto non mi chiedete, tuttavia voi siete per me, nel mio settore, una comunità di fede tra le altre». In quel periodo Poletti, che mi dà ancora del tu, mi fa sapere: «O fai ritorno umile e sincero alla disciplina ecclesiale riconoscendo pubblicamente i tuoi errori oppure sarai ridotto allo stato laicale».
Se non abiuro e mi inghiotto la dichiarazione di voto comunista le possibilità sono due; o mi autoriduco o mi puniranno loro.
Rispondo che avrei sentito prima la mia comunità e la convoco per il lunedì successivo,il 28 giugno. Quell’assemblea si apre a tutte le comunità di base e a chiunque voglia intervenire. Quattro amici salgono a San Giovanni in Laterano e invitano nel salone anche il cardinale che mi sta punendo. Poletti rifiuta seccato e proibisce a qualsiasi autorità del Vicariato di farsi vedere. L’assemblea della comunità di San Paolo è affollata. C’è Don Enzo Mazzi da Firenze, c’è Don Lutte dalla Magliana, Suor Cleofe e l’avvocato Francesco Zanchini.
Il «Corriere della Sera» definisce il nostro salone squallido. A me sembra spoglio, non squallido.
Prevale l’idea di riaprire il dialogo, senza rinunciare alle nostre convinzioni di fondo.
In quel periodo ripresero le azioni violente di Civiltà Cristiana contro la Comunità e la mia persona: un giorno venne parzialmente incendiata la sede della Comunità e sul muro del corridoio di ingresso trovammo la scritta «Franzoni al rogo».
Intanto la Cei sta organizzando a Roma un secondo convegno, «Evangelizzazione e promozione umana». Portiamo il nostro contributo con una lettera in cui diciamo in sostanza: «Noi cristiani ci vergogniamo di una città santa come Roma dove la Chiesa è in collusione con chi non cede un’unghia dei suoi privilegi ottenuti con il sangue dei più poveri. La chiesa è violenta quando fa passare come volontà di Dio pratiche sessuofobiche, antievangeliche e antiumane. Nei quartieri bisognosi la Chiesa non deve invadere spazio prezioso con edifici dedicati al culto quando può bastare un locale ampio e decoroso che può essere utilizzato anche per le assemblee di quartiere».
Le nostre analisi vengono accolte in città a tutti i livelli, invece il Vaticano liquida il documento come pieno di superbia. Il Cardinal Poletti aveva mal sopportato che avessi reso pubblica la lettera con cui minacciava di allontanarmi dalla Chiesa. E allora, su «l’Osservatore Romano», tacciandomi di scorrettezza, di mancanza di stile, di voler turbare le persone inesperte e impreparate aizzandole contro la Chiesa, rende pubblica la versione integrale di quel documento. Dice: «Don Giovanni, le tue dichiarazioni su “Com-Nuovi tempi” hanno riproposto clamorosamente davanti al popolo italiano il tuo caso e i tuoi rapporti con la Chiesa.
Con il documento che notificava la sospensione a divinis da te firmato il 19 luglio 1974 ti eri impegnato a chiarire il tuo pensiero dottrinale e la tua posizione disciplinare entro sei mesi. Né la tua lettera del 23 dicembre 1974, né gli scritti successivi hanno offerto plausibile spiegazione del tuo comportamento e del tuo insegnamento. Anzi, c’è stato un progressivo deterioramento con caratteristiche sempre più aggressive verso la Chiesa e i suoi pastori. Le tue dichiarazioni su “Com-Nuovi tempi” hanno precipitato tutto, per di più in chiave elettorale, tanto lontana da una visione ecclesiale del tuo problema, suscitando meraviglia e scandalo tra il clero e il popolo cristiano».
Entro dieci giorni devo rispondere, «oppure la Chiesa dovrà adottare il provvedimento di riduzione allo stato laicale in poenam».
Il giorno dopo quell’assemblea Paolo VI, seguendo la teoria degli opposti estremismi, sospende a divinis, per un anno, l’Arcivescovo Marcel Lefebvre. Nelle stesse ore io spedisco al Vicario generale una lettera in cui ribadisco la mia fede nelle maggiori verità della chiesa cattolica: «Credo in Gesù Cristo e l’amore per lui non è ignara rassegnazione, ma scelta di vita e di lotta per gli sfruttati di ogni tempo».
Dico: «La mia tensione con l’autorità ecclesiastica non è mai dipesa da motivi di fede, ma da mie scelte politiche che non ritengo erronee anche se in contrasto con la linea ufficiale portata avanti dalla Conferenza episcopale italiana. Mi sento prete fino in fondo e non chiederò mai la riduzione allo stato laicale».
Già, il Cardinal Poletti iniziava ad avanzare motivi dottrinali per giustificare le sanzioni contro di me. Nell’intervento autoritativo per la riduzione allo stato laicale, infatti, si parlerà di atti contro le verità di fede perché avevo dato la mia dichiarazione di voto per il Pci e la mia adesione alle sue lotte politiche. Questi erano, per la mia Chiesa, «atti contro natura». Mi avrebbero telefonato e scritto miei congiunti preoccupati che avessi compiuto chissà quali perversioni.
La mia corrispondenza con le zie Anita e Nella, ampiamente riportata in appendice, rende molto bene, a mio avviso, il clima di quel periodo e le reazioni umane.
In Vaticano si sosteneva infatti che il comunismo era contro l’ordinamento naturale delle cose e contro la dottrina della Chiesa, ma io avevo esplicitamente detto che aderivo alle forme partecipative nel sociale del Pci e basta. L’applicazione dei diritti in questo Paese era roba degli assessori di sinistra. Nella psichiatria, nell’handicap, nella scuola, nell’infanzia c’era sempre un’avanguardia di sinistra. Il comunista non istituzionale Franco Basaglia, direttore dell’ospedale psichiatrico di Trieste, mi spiegava che a Gorizia e a Trieste non avrebbe fatto nulla se non vi fosse stata una giunta di sinistra. Quando enunci dei principi sei radicale, quando devi chiudere un manicomio o devi aprire una comunità alloggio ti affidi a una prassi per niente anticristiana. Io non aderivo al marxismo, né, assolutamente, all’ateismo. Aderivo alla prassi delle giunte di sinistra in Italia. Devo anche dire, però, che in quel periodo molti preti «spretati» sono stati silenziati dallo stesso Pci: non voleva che mettessero in difficoltà le politiche di compromesso storico di Enrico Berlinguer.
Il partito faceva assumere gli ex sacerdoti negli apparati amministrativi vicini al partito, loro trovavano moglie e smettevano di essere un problema. Per la Chiesa e per il Partito.
Il nuovo incontro con il Cardinal Poletti servì a poco. Il vicario mi disse che il caso non era più di sua competenza e che ne erano stati investiti organismi ufficiali ecclesiali, genericamente. La faccenda era andata a finire nelle mani della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede (ex Sant’Uffizio), ed era intervenuto direttamente Paolo VI. Le riduzioni allo stato laicale sono infatti di diretta competenza del papa. Una bella apertura in quei giorni arrivò da Monsignor Bettazzi, che scrisse una lettera a Enrico Berlinguer. In essa il vescovo di Ivrea diceva di guardare con attenzione l’impegno del Pci a realizzare un’esperienza originale di comunismo, diversa da comunismi di altre nazioni.
Quel dialogo tra un vescovo e un segretario di partito corrispondeva al dialogo che c’era tra la base cattolica e quella comunista.
Noi non volevamo un nuovo sincretismo tra ideologia marxista e fede cristiana, né mettere il ministero episcopale al servizio di una parte politica, chiedevamo solo di amare Cristo nella Chiesa senza rompere la nuova solidarietà creata con i lavoratori organizzati.
Tratto da “Autobiografia di un cattolico marginale” di Giovanni Franzoni

Fonte
http://www.solidando.net/teologia/testi/franzoni1.htm

15 Luglio 2017Permalink

23 giugno 2017 – Quel che non fece il vescovo di Firenze lo fa il vescovo di Roma

20 giugno 2017 Papa Francesco: don Mazzolari e don Milani, due preti per una “Chiesa in uscita”
di M.Michela Nicolais s

Papa Francesco a Bozzolo e Barbiana per pregare sulla tomba e rendere omaggio a don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani. Il tributo al “parroco d’Italia” e il riconoscimento del vescovo di Roma alla fedeltà al Vangelo e alla rettitudine dell’azione pastorale del priore di Barbiana

Don Lorenzo Milani voleva essere “riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale”. Lo aveva scritto, più volte ma invano, al suo vescovo. “Oggi, lo fa il vescovo di Roma”. Si è conclusa con questo atto solenne, compiuto e pronunciato al termine di una visita privatissima che lo ha portato, dopo la chiesa, nel cortile con la scritta “I care” e accanto alla piscina dove i ragazzi di don Lorenzo hanno imparato a nuotare nelle acque della vita, la visita di Papa Francesco a Barbiana. “Prima di concludere, non posso tacere che il gesto che ho oggi compiuto vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo vescovo, e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale”, le parole del vescovo di Roma, che nel tributare il suo atto di omaggio al prete “trasparente e duro come un diamante”, ha fatto proprio lo sguardo di sua madre Alice. La mattinata di Papa Francesco è cominciata di buon ora a Bozzolo, per un tributo al “parroco d’Italia”, don primo Mazzolari, “parroco dei lontani” e antesignano della sua “Chiesa in uscita”. Il 18 settembre, ha annunciato il vescovo di Cremona, monsignor Antonio Napolioni, salutando Francesco, inizierà il processo di beatificazione del parroco di Bozzolo. Sia a Bozzolo sia a Barbiana, tutto è iniziato con la preghiera silenziosa sulle tombe dei due sacerdoti.

“I parroci sono la forza della Chiesa in Italia”, esordisce a Bozzolo il Papa assicurando che il magistero dei parroci – non solo quello di don Mazzolari, parroco d’Italia – fa tanto bene a tutti. Il fiume, la cascina e la pianura, le tre immagini scelte da Francesco per ripercorrerne l’attualità del messaggio, in un discorso molto ampio e infarcito di citazioni del sacerdote della “Bassa”: il fiume, la cascina e la pianura. Don Primo non si è tenuto al riparo dal fiume della vita. Amare il proprio tempo è stata la sua profezia:

“Don Mazzolari non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata”. Non ha mai ceduto alla tentazione di “balconare la vita”, dice Francesco a braccio.

“Abbiamo del buon senso! Non dobbiamo massacrare le spalle della povera gente”. Cita don Mazzolari, il Papa, e ripete il suo invito, a braccio, “a tutti i preti dell’Italia e anche del mondo”, per spiegare come don Primo fosse il parroco dei lontani, non di un apostolato a tavolino. La cascina, la casa, ci dicono che per camminare bisogna uscire e preoccuparsi dei bisogni degli uomini. Poi c’è la grande pianura, quella della Chiesa che non fa proselitismo ma sa ascoltare il mondo, per “diventare Chiesa povera per e con i poveri”. Come don Primo, che “ha vissuto da prete povero, non da povero prete”. E c’è una bella differenza. Don Mazzolari era un prete che sapeva mettersi davanti, in mezzo e dietro al gregge: lui, e molti altri preti come lui, “hanno visto lontano, e seguirli ci avrebbe risparmiato sofferenze e umiliazioni”.

Quando arriva a Barbiana, Francesco usa subito la parola “dignità” per far capire il senso e la portata della buona battaglia condotta da don Lorenzo. Mentre parla, ha davanti i suoi ex allievi, trenta sacerdoti – dai più anziani, suoi compagni di seminario, fino ai più giovani ordinati l’anno scorso – e una rappresentanza delle 200 case di accoglienza delle diocesi di Firenze.

“Ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole”.

Nel pronunciare queste parole, indicate come sintesi della passione educativa del priore di Barbiana, diretta conseguenza della sua missione di prete, Francesco auspica anche per il nostro tempo – a partire dalla parola – la “piena umanizzazione che rivendichiamo per ogni persona su questa terra, accanto al pane, alla casa, al lavoro, alla famiglia”. Un “grazie” anche agli educatori, quelli che insegnano che la cosa essenziale è la crescita di una coscienza libera. Come scrive don Lorenzo in “Lettera a una professoressa”:

“Ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. È un appello alla responsabilità, sottolinea Francesco, a vivere la libertà come ricerca del vero, del bello e del bene. “E senza compromessi”, aggiunge a braccio.

In don Lorenzo, tutto nasce dal suo essere prete, e prima ancora dalla sua fede profonda e totalizzante. Quella di uomo “trasparente e duro come un diamante”, come lo ha definito il suo padre spirituale, don Raffaele Bensi. Nelle parole di sua madre, don Lorenzo era dominato dalla sete di assoluto, senza la quale “si può essere buoni funzionari del sacro, ma non si può essere preti”, ammonisce Francesco. E proprio del desiderio di Alice il Papa si fa esecutore, quando da vescovo di Roma riconosce la fedeltà al Vangelo e la rettitudine dell’azione pastorale di questo figlio della Chiesa: “Mi preme soprattutto che si conosca il prete, che si sappia la verità, che si renda onore alla Chiesa anche per quello che lui è stato nella Chiesa e che la Chiesa renda onore a lui”. Oggi, questo desiderio si è compiuto.

“Il prete trasparente e duro come un diamante continua a trasmettere la luce di Dio sul camino della Chiesa”. “Prendete la fiaccola e portatela avanti”, la consegna a braccio del Papa da Barbiana.

Fonte (dove si trovano anche fotografie)

https://agensir.it/chiesa/2017/06/20/papa-francesco-don-mazzolari-e-don-milani-due-preti-per-una-chiesa-in-uscita/

 

 

23 Giugno 2017Permalink

4 aprile 2017 – Minori non accompagnati e minori fantasma

 La numerazione fra parentesi quadre contiene note di documentazione che si possono leggere nel testo che segue. Ho spezzato l’articolo per facilitarne la pubblicazione su facebook

Minori ‘non accompagnati’

La legge 07/04/2017 n° 47 era stata approvata in via definitiva lo scorso 29 marzo.
Si tratta delle “Disposizioni in materia di misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati” [1]. La notizia è molto buona. Speriamo lo sia anche l’applicazione della legge. Si afferma trattarsi del primo provvedimento organico in Europa dedicato alla protezione di minorenni soli.
Il testo originario venne proposto nel mese di ottobre del 2013 dalla deputata Sandra Zampa che, a quanto mi consta, ne seguì attentamente l’iter, assicurando un interesse pubblico e facendo sì che non affondasse nell’indifferenza  e nel silenzio come spesso accade per le norme che riguardano i diritti dei soggetti fragili, che presentano una bassa contrattualità perché non favoriscono il successo di chi afferma occuparsi di loro.
Comunque la legge è stata approvata con 375 sì (maggioranza e 5 stelle), 13 no (lega)  e 41 astenuti (la cd “astensione critica” di Forza Italia, CoR e Fratelli d’Italia).

Vorrei poter pensare che, se l’impressionante e preoccupante numero di minori scomparsi dopo lo sbarco è stato certamente un incentivo al lavoro del parlamento, si sia anche tenuto conto del principio del ‘superiore interesse del minore’, affermato nella Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza [2] approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1989 e ratificata con legge in Italia nel 1991.

Il diritto alla continuità affettiva

Negli anni più recenti il problema dei minori e particolarmente dei bambini è apparso più volte nei mezzi che mi piacerebbe chiamare di informazione, se spesso non fossero di disinformazione; e in particolare se ne è occupata la legge n. 173/2015  [3]  che riconosce un importante principio, ovvero il diritto alla continuità dei rapporti affettivi dei minori in affido familiare, privilegiando quindi – quando si manifestino le condizioni per il passaggio dall’affido all’adozione – la certezza consolidata della famiglia affidataria.
Quando però venne approvata la legge sulle unioni civili [4] le urla scomposte e sconsiderate dell’on. Giovanardi e altri suoi simili aprirono alla ricerca violenta e volgare del capro espiatorio da proporre come residuo trofeo a chi quella legge non voleva, identificando, nei figli di famiglie omossessuali, creature non degne della continuità affettiva e fu loro negata la stepchild adoption [5].
Restava così aperta la strada dell’ineguaglianza del debole, abusato – nel quadro del diritto prima che in quello dell’ineguaglianza sociale – come un deterrente in una strategia per ora vincente, buona per menti fanatiche.

I bambini fantasma per legge

Un passo fondamentale nella strada della affermazione della ineguaglianza del debole era stata l’approvazione del cosiddetto ‘pacchetto sicurezza’ [6] sul cui punto specifico riguardante i minori l’allora deputato on. Orlando nel 2011 aveva presentato un’interrogazione parlamentare. Ne era stato sollecitato da Paola Schiratti,  consigliera provinciale di Udine, una donna competente e capace di andare oltre la ricerca del consenso da valutarsi con la conta di voti ricercati comunque. Ora purtroppo Paola non c’è più.
A quella interrogazione aveva risposto il sottosegretario Michelino Davico (componente della Lega Nord) che, per il suo ruolo, non avrebbe potuto all’epoca proporre beceri slogan (ricordo che siamo nel tempo del quarto governo Berlusconi, ministro dell’Interno on. Maroni e la lega fa parte del governo).
Eccone il testo : “Il Ministero dell’Interno, con la circolare n. 19 del 7 agosto 2009, ha inteso fornire indicazioni mirate a tutti gli operatori dello stato civile e di anagrafe, che quotidianamente si trovano a dover intervenire riguardo ai casi concreti, alla luce delle novità introdotte dalla legge n. 94/09 (entrata in vigore in data 8 agosto 2009), volta a consentire la verifica della regolarità del soggiorno dello straniero che intende sposarsi e ad arginare il noto fenomeno dei matrimoni “fittizi” o di “comodo”. E’ stato chiarito che l’eventuale situazione di irregolarità riguarda il genitore e non può andare ad incidere sul minore, il quale ha diritto al riconoscimento del suo status di figlio, legittimo o naturale, indipendentemente dalla situazione di irregolarità di uno o di entrambi i genitori stessi. La mancata iscrizione nei registri dello stato civile, pertanto, andrebbe a ledere un diritto assoluto del figlio, che nulla ha a che fare con la situazione di irregolarità di colui che lo ha generato. Se dovesse mancare l’atto di nascita, infatti, il bambino non risulterebbe esistere quale persona destinataria delle regole dell’ordinamento giuridico. Il principio della inviolabilità del diritto del nato è coerente con i diritti garantiti dalla Costituzione italiana a tutti i soggetti, senza alcuna distinzione di sorta (artt. 2,3,30 ecc.), nonché con la tutela del minore sancita dalla Convenzione di New York del 20 novembre 1989 (Legge di ratifica n. 176 del 27/05/1991), in particolare agli artt. 1 e 7 della stessa, e da diverse norme comunitarie. Considerato che a un anno dall’entrata in vigore della legge 94/09 non risultano essere pervenute segnalazioni e/o richieste di ulteriori chiarimenti, si ritiene che le disposizioni contenute nella predetta circolare siano state chiare ed esaustive, per cui non si è ravvisata sinora la necessita di prospettare interventi normativi in materia. Il sottosegretario di stato (Miche1ino Davico)”.

Resta misteriosa la ragione per cui, l’opposizione ai ‘matrimoni di comodo’ ne comportasse l’estensione dei danni a neonati, ridotti ad esistere a norma di circolare e non di legge. La mia interpretazione (che nessuna delle numerose persone con cui ho parlato ha mai smentito) è che si attendesse il momento opportuno per far decadere anche la foglia di fico della circolare che venne immediatamente emanata per affermare ciò che la legge diceva … ma questa è solo un’opinione mia [7].

La storia però è capace di ironie impreviste e nel 2011 il ricorso di una coppia verso l’espulsione comminata al ‘lui’ (nordafricano senza permesso di soggiorno) approdò alla Corte Costituzionale che riportò il Cadice civile alla situazione precedente il 2009 e il permesso di soggiorno scomparve dalla lista dei documenti necessari per la richiesta di pubblicazioni matrimonio nell’albo comunale  [8].
Restava la penalizzazione dei neonati per rimediare alla quale  furono presentate due proposte di legge finalizzate a cancellare il vulnus introdotto dalla legge 94 ma nessuno si prese cura di sostenerne l’iter e restarono inevase [9]

Parlamento incapace e opinione pubblica connivente

Le due proposte di legge che, se approvate, avrebbero potuto risolvere il problema furono ampiamente ignorate anche dai loro firmatari pur se inserite, dai presidenti di camera e senato, negli oggetti all’attenzione delle rispettive commissioni Affari costituzionali. Il disinteresse dell’opinione pubblica garantì la pigrizia e l’insipienza parlamentare.
Lo trovo così umiliante che non elenco neppure i tanti, troppi esempi che mi vengono alla mente, salvo uno dove al danno del silenzio si unisce la beffa di chi dichiara nella forma più ufficiale il proprio interesse per la ‘famiglia’.
Mi riferisco alla chiesa cattolica che nel 2015 celebrò il Sinodo della famiglia, conclusosi con un ampio documento. In quel testo si considerano con attenzione le criticità della vita familiare, si elencano con  puntualità i soggetti che più soffrono di tali criticità e si voltano le spalle (in associazione con spalle laiche e altrettanto sciagurate) di fronte ai bambini cui, per il solo fatto di nascere da genitori con particolari caratteristiche burocratiche, la famiglia giuridicamente riconosciuta è negata in parallelo all’impossibilità di madri e padri di dichiararsi giuridicamente tali .[10].
Quando scoprii che il  ‘segretario speciale del sinodo’ era un arcivescovo di cui avevo stimato alcuni scritti (mons . Bruno Forte) gli mandai un messaggio e pochi giorni dopo trovai un suo articolo, molto chiaro anche sul problema della negazione del certificato di nascita, pubblicato su Il sole 24 ore del 28 giugno 2015 [11].
Nei documenti sinodali non se ne trova traccia

Oggi: ancora uno spiraglio. Ottimismo esagerato? Probabilmente sì

E’ presente nei documenti della commissione Affari Costituzionali del senato il ddl 2096 già approvato dalla Camera che titola ‘Disposizioni in materia di cittadinanza’. Presente, ma ignorato da un anno almeno, nell’art. 2 comma 3 contiene un passaggio che, se approvato, risolverebbe l’ormai annoso problema dei bambini fantasma almeno per il futuro. [12]. Certamente i danni che quella noma produce non potranno essere rimediati per il passato mentre continuano ad avere il loro spazio di operatività nel presente.

Un tentativo organizzato di impegno civile

Di recente un  gruppo di associazioni, sostenute nel loro impegno da alcuni cittadini, consiglieri comunali e assessori del Comune di Udine, ha inviato a mezzi di informazione nazionali e locali, nonché ai componenti della commissione Affari Costituzionali del senato, un comunicato che – in una specie di attività condivisa del ‘voltar le spalle- nessuno ha pubblicato. A futura e forse inutile memoria (se non della tristezza che provoca la fermezza del rifiuto) ne trascrivo il testo:

Diritto al certificato di nascita

La condizione di irregolarità amministrativa propria oggi delle persone  prive del permesso di soggiorno, mentre costruisce condizioni di significativa precarietà sociale, condanna nuovi nati in Italia, figli di sans papier, all’inesistenza  giuridica per legge. Infatti  una norma del cd. pacchetto sicurezza dell’allora ministro Maroni (legge 94/2009 art. 1 comma 22, lettera g) impone la registrazione della dichiarazione di nascita solo previa presentazione del permesso di soggiorno che, naturalmente, le persone irregolari non hanno, altrimenti non sarebbero tali.  Una circolare, emanata contestualmente alla norma introdotta nel 2009, afferma invece essere possibile la registrazione della dichiarazione di nascita senza necessità di modifica della legge. Noi invece, consapevoli che il certificato di nascita rappresenta il fondamento dell’esistenza riconosciuta giuridicamente, assicura un nome,  l’appartenenza familiare e la cittadinanza (oggi  quella dei genitori),

chiediamo

con urgenza una modifica della legge che non può essere sostituita dalla presenza di una circolare  che, per sua natura, può essere disapplicata.

Tanto ci impone la Convenzione ONU sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989 e  ratificata dall’Italia con legge 27 maggio 1991, n. 176, che all’articolo 7 dichiara «Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto ad un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori ed a essere allevato da essi».

Nel corso degli anni ogni proposta di modifica non assicurò esito alcuno ma nel 2015 sembrò profilarsi una svolta: la Camera approvò la proposta di legge “Disposizioni in materia di cittadinanza” il cui art. 2 comma 3 corregge la norma del 2009. Trasmessa alla Commissione Affari Costituzionali del Senato il 13 ottobre 2015 come DDL 2092, dall’aprile dello scorso anno la proposta non è stata più inserita nell’ordine dei lavori.

Agli organi legislativi nazionali ma anche alle istituzioni locali, alle associazioni interessate e ai singoli cittadini e cittadine chiediamo un impegno consapevole affinché possa essere finalmente riconosciuto  dalla legge il diritto al certificato di nascita per tutti i bambini nati in Italia a prescindere dalla situazione giuridica dei genitori

4 Aprile 2017Permalink

4 aprile 2017 – Minori non accompagnati e minori fantasma – Note

 I numeri in parentesi quadre si riferiscono al testo che precede e che ho preferito spezzare per facilitarne la pubblicazione su facebook

[1]. Valide esposizioni sintetiche della legge  07/04/2017 n. 47 http://www.altalex.com/documents/news/2017/03/29/minori-stranieri-non-accompagnati http://www.pietroichino.it/?p=44468

[2] La Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (Convention on the Rights of the Child – CRC) è stata adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989. È il documento che riconosce, per la prima volta espressamente, che anche i bambini, le bambine e gli adolescenti sono titolari di diritti civili, sociali, politici, culturali ed economici, che devono essere promossi e tutelati da parte di tutti. Dal 1989 ad oggi tutti i Paesi del mondo, tranne Stati Uniti e Somalia, si sono impegnati a rispettare e a far rispettare sul proprio territorio i principi generali e i diritti fondamentali in essa contenuti. L’Italia ha ratificato la Convenzione  con Legge n. 176 del 27 maggio 1991 introducendo purtroppo traducendo ‘child’ con il melenso ‘fanciullo’. Oggi si usa più spesso la dizione ‘infanzia e adolescenza’

Gli strumenti internazionali a tutela dell’infanzia e dell’adolescenza si informano al principio del superiore interesse del minore, sancito in maniera formale in tutte le convenzioni e dichiarazioni dedicate.  Tali strumenti internazionali però non definiscono il principio di superiore interesse  che enunciano e cui pur si richiamano. Ricordo, per il significato che hanno in questo contesto, gli artt. 3 e 7 della Convenzione come tradotti nella legge 176/1991.

Articolo 3  In tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente.

Articolo 7. 1. Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto ad un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori ed a essere allevato da essi. 2. Gli Stati parti vigilano affinché questi diritti siano attuati in conformità con la loro legislazione nazionale e con gli obblighi che sono imposti loro dagli strumenti internazionali applicabili in materia, in particolare nei casi in cui se ciò non fosse fatto, il fanciullo verrebbe a trovarsi apolide.

Non dimentichiamo che anche l’art. 24, par. 2. della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea dichiara: «in tutti gli atti relativi ai bambini (…) l’interesse superiore del bambino deve essere considerato preminente». http://www.europarl.europa.eu/charter/pdf/text_it.pdf

[3] LEGGE  19 ottobre 2015, n. 173   Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184, sul diritto alla continuità affettiva dei bambini e delle bambine in affido familiare. (15G00187)   Trascrivo i link per raggiungere rispettivamente il testo della legge e la presentazione dei contenuti. http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2015/10/29/15G00187/sg http://www.altalex.com/documents/news/2015/10/30/adozioni-modifiche-alla-legge-184

[4] LEGGE 20 maggio 2016, n. 76 Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze.

[5] Il bel commento di Michela Marzano sulla negazione della stepchild adoption   https://diariealtro.it/?p=4432

[6] Legge 94/2009 art.1 comma 22 lettera g Ne descrissi i contenuti  in un articolo, pubblicato dal mensile genovese Il gallo nel 2011, che si può leggere con questo link:  https://diariealtro.it/?p=673 15 marzo 2011 – quaderni de Il Gallo, periodico genovese Marzo 2011  – Anno XXXV  (LXV) N. 710   NORME DI LEGGE LESIVE DI UMANITÀ (pag. 12)

[7] Circolare Ministero dell’Interno n. 19/2009 http://www.meltingpot.org/Circolare-del-Ministero-dell-Interno-n-19-del-7-agosto-2009.html#.WOOYw-RU3v8

[8] http://www.meltingpot.org/Corte-Costituzionale-illegittimo-il-requisito-della.html#.WOKLieRU3v8 Corte Costituzionale: illegittimo il requisito della regolarità del soggiorno ai fini del matrimonio sentenza 245/2011

[9]  Camera -Rosato ed altri: “Modifica all’articolo 6 del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, in materia di obbligo di esibizione dei documenti di soggiorno”  (740) (presentata il 13 aprile 2013). Senato – Lo Giudice ed altri: “Modifiche al testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, in materia di obbligo di esibizione dei documenti di soggiorno e divieti di segnalazione  (1562) (presentata  10 luglio 2014)

Nota: la citazione numerica 286 nei titoli delle leggi è dovuta al fatto che le norme  sull’immigrazione confluiscono appunto al Testo Unico286/1998, via via modificato.. Per leggerne il testo coordinato: http://www.altalex.com/documents/codici-altalex/2014/04/09/testo-unico-sull-immigrazione

[10]  https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2015/10/24/0816/01825.html

[11] https://diariealtro.it/?p=3863

[12] ddl2092 senato  Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni in materia di cittadinanza http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/testi/46079_testi.htm

 

4 Aprile 2017Permalink

16 marzo 2017 – Dare un nome alle cose

Ricopio l’articolo pubblicato sul mensile Confronti  – marzo 2017

Pedofilia del clero, “peccato” o “delitto”?   di David Gabrielli

Chi violenta un minore non “offende” solo la castità (come dice il catechismo) ma compie un vero e proprio “delitto”.

La questione della pedofilia del clero cattolico rimbalza, da qualche tempo, sulle prime pagine dei giornali, ed è tema di libri di successo. Essa – la violenza sessuale su bambini e adolescenti (seppure per questi si dovrebbe parlare di efebofilia) – non è affatto una “esclusiva” del clero; avviene soprattutto in famiglia, o col “turismo sessuale” in paesi esotici, praticata da gente che svolge le professioni più variegate e, di norma, è coperta da un’insuperabile omertà. Tristissimo fenomeno sul quale di solito si tace.

Venendo poi al clero, la pedofilia non è “caratteristica” di quello cattolico, perché tocca egualmente ecclesiastici di altre confessioni. In ambito cattolico, infine, la quantificazione del fenomeno varia da paese a paese. Grosso modo, si può prendere come punto di riferimento quanto nel 2009 affermava il cardinale brasiliano Cláudio Hummes, allora prefetto della Congregazione per il clero: «In alcune diocesi la pedofilia coinvolge il 4% del clero». Dunque, una piccola minoranza. Sarebbe perciò sommamente ingiusto considerare la pedofilia una peste che infetta l’intero clero. Ma, quand’anche si trattasse di un solo caso, sarebbe tremendo per chi, per missione, annunzia l’Evangelo.

Da qui il clamore suscitato da casi come quelli della diocesi di Boston, rigorosamente descritti dal film Spotlight: per l’opinione pubblica cattolica statunitense, che in generale ha un’alta stima del prete, è stato uno shock apprendere che un sacerdote (parroco o educatore), al quale dai genitori con fiducia totale era stato affidato un ragazzo/a, ha compiuto su questi/a violenza sessuale. Il cardinale arcivescovo, Bernard F. Law (dimessosi nel 2002), era a conoscenza del “vizietto” di alcuni preti pedofili ma, invece di denunciarli, li aveva spostati da una parrocchia all’altra, ove essi avevano seguitato a violentare adolescenti. E la Santa Sede, alla quale infine dalle diocesi arrivavano le segnalazioni? Fin quasi alla fine del secolo scorso, i casi di preti pedofili erano trattati con riserbo massimo: l’urgenza, però, non era quella di difendere le vittime, ma di coprire lo scandalo perché il “buon nome” della Chiesa non fosse macchiato.

Tuttavia, l’eco suscitata, soprattutto in Nordamerica, da alcuni casi, e dai risarcimenti milionari che alcune diocesi hanno dovuto sborsare per cause portate in tribunale, ha costretto il Vaticano a cambiar rotta: e da Giovanni Paolo II in poi la questione è stata affrontata di petto, sia pure non senza ritardi e contraddizioni. «Tolleranza zero per i preti pedofili»: questo, ora, il principio che guida l’azione vaticana, per estirpare un comportamento malefico che Francesco ha definito «mostruosità assoluta e orrendo peccato».

E, per il passato, un colpo di spugna? Così è accaduto in molti paesi; ma vi sono eccezioni. Le Conferenze episcopali del Canada (e, qui, anche la Chiesa anglicana), dell’Irlanda, della Francia e della Svizzera hanno fatto un pubblico “mea culpa”, seppure non sempre con adeguata franchezza. I vescovi d’Oltralpe hanno costituito una “Commissione nazionale indipendente” per occuparsi della pedofilia del clero, composta di magistrati, psicologi e familiari delle vittime. E, in Svizzera, il 5 dicembre nella basilica di Valère (Sion) i vescovi hanno organizzato una giornata di penitenza in espiazione «degli abusi sessuali [dei preti], del silenzio e della mancanza di aiuto alle vittime»; e, per indennizzare i reati “prescritti”, hanno istituito un fondo di cinquecentomila franchi.

E in Italia? Qui la Conferenza episcopale sembra partire dal presupposto che «da noi non è come altrove», ipotesi minimalista smentita da molti fatti. Per smuovere tale imbarazzante status quo il movimento riformista cattolico “Noi siamo Chiesa” ha suggerito ai vescovi: 1) l’istituzione di una Commissione come quella pensata dai francesi, e una “giornata nazionale di penitenza”; 2) una riflessione autocritica sul passato, e il riconoscimento che sono insufficienti le “Linee guida” stabilite dalla Cei nel 2012 e ’14; 3) l’impegno di denunciare alla magistratura i fatti sicuri.

Stella polare per la Cei non può essere semplicemente il Catechismo cattolico, che definisce lo “stupro” su minori una “offesa contro la castità” (n. 2356); deve essere il Codice italiano, per il quale la violenza sessuale su minori è un “delitto” contro la persona.

Fonte: http://www.confronti.net/confronti/2017/02/pedofilia-del-clero-peccato-o-delitto/

Una considerazione finale Nel 1966 Franca Viola, rifiutando il matrimonio riparatore, dimostrò quanto potesse la dignità di una giovane donna nello svelamento della caratteristica fondamentate della violenza sessuale, reato contro la persona e non (come voleva il ‘codice Rocco) contro la moralità pubblica e il buon costume. Passarono 30 anni perché questo principio diventasse legge (15 febbraio 1996 n. 66. Norme contro la violenza sessuale). Ora David Gabrielli segnala, a conclusione del suo articolo, una ambiguità del catechismo della chiesa cattolica che ci riporta a un dibattito purtroppo sempre necessario….

Fonte: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1996/02/15/approvata-la-legge-sulla-violenza-sessuale.html

Storia della legge sullo stupro
http://www.zeroviolenza.it/component/k2/item/4255-storia-della-legge-sullo-stupro

16 Marzo 2017Permalink

8 settembre 2016 – Quando gli sgherri dell’ultimo papa re eseguirono l’ordine di rapire un bambino ebreo.

Il mio implacabile calendario (che di regola pubblico il primo giorno del mese) ogni 23 giugno recita
“1858 – Papa Pio IX fa rapire il bambino ebreo Edgardo Mortara”.

Pensavo che così avrei continuato di anno in anno a ricordare una data insignificante per molti ma per me importantissima perché il crimine di cui faccio memoria avvenne in un’Europa che si avviava alla modernità, che conosceva almeno alcuni termini di una politica moderna nel bene e nel male, anche in quello assoluto di strappare un bambino alla sua famiglia per ragioni religiose.

Il piccolo Edgardo Mortara, di famiglia ebraica bolognese, era stato battezzato di nascosto da una cameriera cristiana e tanto bastò a Gaetano Feletti, rappresentante del Sant’Uffizio e inquisitore della città, per ordinarne il rapimento secondo le leggi dello stato pontificio di cui Bologna faceva parte. Il confessore della povera cameriera l’aveva attivato violando il segreto confessionale. Regnava l’ultimo papa re che non si mosse a pietà per quel bambino e si rifiutò di accogliere le richieste di giustizia che venivano da parecchi politici europei.

Sottolineo la data: 1858. Nella maggioranza degli stati europei la schiavitù, per cui le persone erano merci da compravendita, era stata abolita e dal 1815 ne era stata vietata la tratta che aveva avuto (anche legalmente) il suo mercato più significativo negli Stati Uniti dove il XIII emendamento della Costituzione, che aboliva la schiavitù, sarebbe stato approvato nel 1865.

Il contesto quindi lascia intendere una diffusa cognizione di alcuni diritti fondamentali della persona, fra cui certamente l’appartenenza a una famiglia ma, nello stato pontificio, l’appartenenza religiosa attraverso battesimo negò ogni altro legame ‘naturale’ (ancora così viene definito) e prevalse la spietatezza.

La storia resta lì come un macigno su cui sarebbe bene ragionasse almeno chi ne è capace

Spero ne sia capace il regista Steven Spielberg che girerà “Il rapimento di Edgardo Mortara”. La notizia è stata ufficialmente confermata alla Mostra del cinema di Venezia da Raffaella Leone della Leone Film Group: ha annunciato che la sua società entra con Amblin Entertainment Studios nella produzione del film sulla storia del piccolo Edgardo.

Questa notizia mi ha stimolato a rivisitare le mie memorie. Avevo conosciuto il caso Mortara da un articolo del mensile Confronti (firma David Gabrielli) del 2000 e dopo il 2009 lo avevo collocato in una continuità fra lo storico esempio religioso risalente al 1858 e la nuova abiezione proclamata dal pacchetto sicurezza (di cui tante volte ho scritto). Trovo la mia prima nota sulla conformità fra abiezione religiosa e laica già in una pagina del 6 luglio 2009).
Ed è proprio di questo che voglio ragionare.

Se nel 1858 un papa si fece responsabile (attraverso il rapimento di un bambino) della distruzione di un rapporto familiare sovrapponendovi ragioni ‘religiose’, nel 2009 – in Italia – il parlamento si fece responsabile della stessa negazione, riferita a una precisa categoria di persone e realizzata in forma preventiva, quindi senza la necessità di sistemare la situazione con un successivo uso di aggiornati sgherri rapitori.
E’ esattamente questo che dice la legge 2009 n. 94 (art. 1 comma 22 lettera g): i figli dei sans papier che nascono in Italia non possono avere famiglia riconosciuta legalmente per il semplice motivo che per legge non devono esistere.

Non mi sembra ci sia molta differenza: se nella Bologna del 1858 necessitavano gli sgherri pontifici oggi basta un impiegato che allo sportello del comune non sia messo in grado di assolvere al suo compito e non ci sarà un Cavour a protestare come un secolo e mezzo fa o poco più. Anzi il Cavour dei giorni nostri è l’autore dello sfregio dato che la legge fu voluta dall’allora  ministro dell’interno on. Maroni e passò con voto di fiducia.

In sette anni non è stata modificata in una continuità dal papa di allora (beatificato dal suo successore Giovanni Paolo II) ai governanti di oggi, forti della maggioranza parlamentare ‘beatificata’ dal consenso per lo più silente ma massiccio dell’opinione pubblica.

Il Sinodo della chiesa cattolica nega l’uguaglianza dei neonati

So che molti (se leggeranno quanto ho scritto) ne saranno irritati o si limiteranno a compassionarmi come una fissata e allora aggiungo la constatazione di una omissione appartenente alla chiesa cattolica che non credo si possa negare.

Evidentemente nessuno dei padri e madri sinodali, partecipi del Sinodo sulla famiglia conclusosi lo scorso anno, seppe o volle cogliere la storica connessione fra l’orrore di un bambino strappato alla sua famiglia da una cattolica sharia e quello che la legge italiana impone dal 2009 ai figli dei migranti irregolari. A loro la famiglia viene preventivamente strappata dato che non è possibile registrarne la dichiarazione di nascita e quindi assicurare a questi piccoli, come dovuto, il certificato di nascita.

Così fra le varie situazioni critiche nelle famiglie note a quei padri e madri sinodali e puntualmente elencate, questa è sfuggita. Solo uno di loro, mons Forte, se ne è ricordato ma ne ha scritto con dignitosa competenza, su Il Sole 24 ore non su pubblicazioni appartenenti alla chiesa cattolica.
Ne ho riportato il testo dell’articolo nel mio blog del 29 giugno 2015.

L’indifferenza sinodale accompagna fedelmente quella del parlamento italiano che, con ampio conforto dell’opinione pubblica, non sa o non  vuole modificare la legge che tanto ha previsto sette anni fa nel quadro etico-culturale del quarto governo Berlusconi.

Fonti:

Per meglio conoscere il caso Mortara si veda

http://www.treccani.it/enciclopedia/edgardo-mortara_(Dizionario-Biografico)/

A proposito del prossimo film si può leggere:

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2016/09/08/news/spielberg_e_il_film_a_bologna_edgardo_mortara_leone_febbraio-147358428/

Per leggere l’articolo  di mons.  Forte

https://diariealtro.it/?p=3863

Per leggere la – Relazione Finale del Sinodo dei Vescovi al Santo Padre Francesco (24 ottobre 2015):

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2015/10/24/0816/01825.html

8 Settembre 2016Permalink

18 agosto 2016 – La riga nella calza

Volevo riprendere nel mio blog il discorso, iniziato il 16, su Salvini passando dalla sua sbrodolatura verbale a Ponte di Legno a reazioni meritate ma non posso resistere alla tentazione di parlare  della relazione calze- religione-intervento salvifico del mercato.
E’ una connessione che il burkini mi ha fatto tornare irresistibilmente alla mente facendomi ridere ripetutamente e di cuore anche se da sola.
Erano i turpi anni cinquanta quando a una ragazzina non era dato conoscere la repressione fuori dell’ambito scuola-famiglia, ridotte a custodi della sua ‘normalità. Certamente, dato il livello della informazione di allora, poco si sapeva della repressione extra domestica, anche se i tempi della strage di Portella della Ginestra erano abbastanza vicini. In realtà per me fu una repressione benefica perché mai avrei letto tanti libri se non lo avessi dovuto fare sotto il banco durante lezioni particolarmente noiose e in sedute culturali nel gabinetto di casa.
Quella ragazzina, passata l’età dei calzetti e dei calzettoni dovette usare le calze.
Già le calze: prima del nylon erano di seta, i telai d’epoca le fabbricavano con la riga che a me formava una spirale attorno alle gambe benché fossero appese (i collant erano ancora lontani) a un coso orrendo chiamato giarrettiera che mi infastidiva l’addome. Però per andare in chiesa (messa domenicale e catechismo erano obbligatori) bisognava avere le calze, guardate facilmente a vista appunto in virtù della maledetta riga con tendenze di spirale.
Non hai le calze? Non entri in chiesa.
Poi la cerimonietta alle porte finì: erano arrivate le calze di nylon, sempre rette da giarrettiere ma senza riga e il più guardone dei custodi del sacro avrebbe dovuto constarne manualmente l’esistenza il che ‘alle porte’ era improbabile accadesse.
Era la prima vittoria del mercato sul sacro: le calze di nylon costavano meno di quelle di seta e non abbisognavano di rimagliatrici (mestiere oggi scomparso).
Ma non c’era pietà per il velo (testa coperta!).
In chiesa non si entrava con i calzoni, in un primo tempo sgraditi anche a scuola dove venivamo umiliate dentro grembiuli neri. Se per le maniche la cui lunghezza doveva rapportarsi in certo modo al gomito il doppio decimetro sembrava più importante del battesimo, per le gonne la questione aveva un rapporto con le ginocchia.
Restiamo alle chiese, luogo pertinente dato che i valori da difendere contro l’esibizione religiosa del burkini sono quelli della laicità dello stato secondo il primo ministro francese. Anche in Francia i bei tempi dell’Illuminismo sono finiti: se la laicità teme gli stracci ….
Però nelle chiese cattoliche le ragazze entrano in estrema libertà di abbigliamento: di veli non se ne parla, i calzoni sono un’ovvietà, non mancano i calzoncini corti e magliette aderenti e smanicate.. Se per la perdita delle calze aveva vinto il mercato, prima che se ne parlasse, per un abbigliamento, un tempo non lontano impensabile, hanno vinto i sondaggi che avvertono: la presenza nelle chiese è in calo vertiginoso. Così la prudenza induce a dismettere  la severità nell’abbigliamento che, se mantenuta, probabilmente farebbe delle chiese un luogo over 70. Mi ci metto anch’io quando guardo con allegria le ragazze libere di esprimere la loro fede senza gli ammennicoli coprenti che a me, molto tempo fa, venivano imposti.
Quando riusciremo a ridere comunitariamente di tutto questo?

PS: Questo testo è stato in un primo tempo inserito su fb, poi rivisto nel blog. Su fb ha ottenuto alcuni consensi e un codicillo inserito da Marco M. in nome della  pari opportunità maschile: “E da maschietto comunico anche l’imbarazzo di essere tenuto fuori dalle chiese che nei torridi giorni estivi volevo visitare, in assenza dì celebrazioni, solo perché avevo i pantaloncini al ginocchio. Anche negli anni duemila. Soprattutto al sud, forse dove la frequenza era meno in crisi”.

18 Agosto 2016Permalink

2 agosto 2016 – Un sogno che condivido

1 agosto 2016  Scrive  Anna Foà, storica

Ieri mattina sono andata alla messa di Santa Maria in Trastevere, a Roma. C’erano tre imam che hanno detto parole senza equivoci contro il terrorismo, e nell’omelia non è stato ricordato solo padre Jacques ma è stato letto un brano di uno dei monaci trappisti assassinati in Algeria nel 1996, Christian de Chergé. Quindicimila musulmani sono andati ieri nelle chiese italiane a partecipare alla messa, per abbattere gli odi e lottare contro il terrorismo. L’iniziativa, partita dalla Francia, ha attecchito anche in Italia e, lo leggo in quello che scriveva ieri su Moked David Bidussa, darà forse vita ad una ricorrenza annuale in memoria di padre Jacques con i luoghi di culto di tutte le religioni aperti ai fedeli delle altre religioni. È vero, sarà solo una formalità se non diventerà un’occasione di conoscenza, ma se invece lo diventerà sarà un grande passo in avanti che dobbiamo a quel vecchio prete assassinato mentre celebrava la messa. E allora ve lo dico il mio sogno. Di vedere chiese moschee e sinagoghe aperte a tutti, frequentate da tutti, credenti e non credenti. E le religioni, tutte, aprirsi all’amore e al rispetto, alla conoscenza dell’altro. E chi crede in Dio, e chi non vi crede, in qualsiasi modo vi creda, farne un gradino verso un mondo senza sangue e senza fanatismi. E sognarlo adesso, nel momento in cui il terrorismo compie i suoi misfatti più atroci, può forse aiutarci, tutti, a combattere il male. Questo pensavo ieri a Santa Maria in Trastevere, io ebrea, pensando a quel prete che non si era inginocchiato davanti ai suoi assassini.

fonte: http://moked.it/blog/2016/08/01/religioni-3/

Chi è Anna Foà – qualche notizia

http://www.officinadellastoria.info/magazine/index.php?option=com_content&view=article&id=364:anna-foa-portico-dottavia-13-una-casa-del-ghetto-nel-lungo-inverno-del-43-laterza-roma-bari-20&catid=66&Itemid=92

http://www.stmoderna.it/foa-anna_s136

NOTA a proposito di Christian de Chergé, citato da Anna Foà.
Il suo testamento è troppo lontano nel tempo per essere citato nel mio blog. Però lo ricordo bene e l’ho ritrovato in una pagina del sen. Ichino di cui riporto il link.
http://www.pietroichino.it/?p=11286

 

2 Agosto 2016Permalink

26 luglio 2016 – Dal 2013 al 2016 perplessità e preoccupazioni permangono

Oggi, secondo una cortese consuetudine, che sarebbe imbarazzante se non mi consentisse di verificare la mia monotematica coerenza, ho ritrovato una mia vecchia pagina di diario, da fb trasferita che ripubblico con la premessa aggiornata ad oggi e il link per raggiungerne il testo del 26 luglio 2013.

Per completare la vecchia notizia riesumata: Il dépliant segnalato nel 2013 è stato ritirato dopo un paio di mesi e sostituito da uno che non nomina il permesso di soggiorno fra i documenti da presentare per registrare la dichiarazione di nascita di un figlio. Ciò è avvenuto nel rispetto della circolare del ministero dell’interno che dice il contrario della legge che invece tanto impone (legge 9472009 art. 1 comma 22 lettera g). Purtroppo la mia segnalazione, in questo caso efficace, alla direzione dell’ospedale ha avuto solo in consenso di qualche persona amica. La società civile felicemente organizzata, pur se importante, ha taciuto e così continua. Per modificare la legge occorrerebbe un impegno della società civile che non c’è. Sorvolo – in un moto di mattutina e disgustata pietà – su istituzioni e chiese cristiane, cattolica e protestante, in ecumenica unione contro i figli dei sans papier.

https://diariealtro.it/?p=2535

 

26 Luglio 2016Permalink

7 giugno 2016 – Il comune di Udine non vuole occultare neonati

E’ accaduta una novità che ho subito segnalato su facebook perché ritengo che vada ad onore del comune in cui abito: la mozione del consiglio comunale che impegna il Sindaco e la Giunta a «ripristinare la certezza delle situazioni giuridiche riconoscendo ai bambini il diritto ad un nome, all’appartenenza familiare e all’identità» è stata votata all’unanimità. Di seguito ne propongo una sintesi e il link per leggerla integralmente

La mozione 48 in sintesi

Il 31 maggio il Consiglio comunale di Udine ha approvato all’unanimità la mozione n. 48 “Registrazione anagrafica dei bambini stranieri nati in Italia da genitori non regolarmente soggiornanti”, prima firmataria la consigliera comunale Chiara Gallo. La mozione sostanzialmente impegna il Sindaco e la Giunta a «ripristinare la certezza delle situazioni giuridiche riconoscendo ai bambini il diritto ad un nome, all’appartenenza familiare e all’identità». Come più volte ho scritto tale certezza (mai precedentemente messa in discussione) era stata devastata dal cd ‘pacchetto sicurezza’ nel 2009 (legge 94, art. 1 comma 22 lettera 9) che prevede la presentazione del permesso di soggiorno per richiedere la registrazione delle dichiarazione di nascita dei propri figli. E’ chiaro che ciò costituisce un ostacolo che la legge crea contro il diritto fondamentale di ogni nuovo nato ad esistere e determinando  uno stato di paura nel genitore che ove dicesse “io sono padre/madre di questo nato” si esporrebbe alle ritorsioni anche drammatiche conseguenti l’evidenza della sua situazione di irregolare. Così, come testimonia il gruppo Convention on the Rights of the Child (coordinato da Save the Children),  ci sono ‘bambini invisibili’, privi di ogni identità. La mozione è composta di due parti, la prima concerne il testo che era stato presentato – e mai discusso – il 19 maggio 2015 e chiedeva l’impegno del Sindaco e della Giunta a sollecitare la calendarizzazione delle proposte di legge allora all’attenzione del Parlamento finalizzate appunto ad assicurare il certificato di nascita ad ogni nuovo nato. Il 31 maggio 2016 il testo della mozione è stato aggiornato in considerazione del fatto che il principio affermato nelle proposte del 2013 e del 2014 è ora all’attenzione della commissione Affari Costituzionali del Senato come comma 3 dell’art.2 di una legge  già approvata dalla camera. (Chi volesse prenderne visione può inserire in un motore di ricerca la dizione Senato 2092) Opportunamente, nel clima di disinformazione che caratterizza questo problema, la mozione evidenzia «che quando si parla di “cittadinanza” per questi bambini non ci riferisce a quella che si acquisirebbe ius soli, fattispecie ad oggi non prevista dal nostro ordinamento, ma a quella che discende dai loro genitori alla quale anche oggi avrebbero diritto» Se il Parlamento accoglierà la raccomandazione del Consiglio Comunale di Udine (cui speriamo altri comuni si associno) assicurerà – insieme al rispetto di un diritto primario di ogni nuovo nato in Italia – la dignità dei sindaci oggi violata da una norma che limita il loro dovere assoluto alla registrazione delle nascite sul loro territorio.

Chi volesse leggere integralmente il testo della mozione può farlo dal sito

http://www.centrobalducci.org/easyne2/LYT.aspx?Code=BALD&IDLYT=359&ST=SQL&SQL=ID_Documento=2710

Speranze e ricordi

Se altri comuni imitassero … se ne prendessero atto associazioni di donne facendo mente locale almeno alle madri cui non è consentito dichiararsi tali nel comune in cui pur vivono, se ne prendessero atto organizzazioni del mondo della scuola che, se i figli dei sans papier potessero andare alla scuola dell’infanzia ne avrebbero vantaggio nel lavoro di ‘alfabetizzazione’ e –alla conclusione dell’obbligo – non abbandonerebbero ragazzini al nulla della iscrizione con permesso di soggiorno del genitore, se le chiese cristiane (sia cattolica che protestanti) quando proclamano generosità e solidarietà e persino giustizia si ricordassero che sono –data l’ostentata autorevolezza – complici di chi vuole nuovi nati occultati e senza nome  … se … ma….

Voglio però ricordare che quando la legge nota come pacchetto sicurezza fu presentata al parlamento era prevista l’abrogazione dell’articolo che, presente nelle norme già in vigore, recitava: «L’accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all’autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano».

Se ne fosse stata realizzata la cancellazione sarebbe stato negato il principio del segreto professionale fondante la deontologia medica che impegna il medico a: “mantenere il segreto su tutto ciò di cui è a conoscenza in ragione della propria attività professionale”. … e precisa ancora che “la violazione del segreto professionale assume maggiore gravità quando ne possa derivare … nocumento per la persona assistita o per altri”. Ricordo la reazione allora fortissima degli ordini professionali, da noi pubblicizzata dalla componente locale della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, e voglio citare quanto scrisse l’allora Presidente provinciale dell’Ordine dei medici di Udine in un comunicato pubblicato anche dai media locali: «Qualora dovessero passare i provvedimenti annunciati dal governo, i medici dovranno rifiutarsi di denunciare i pazienti immigrati irregolari, esercitando l’obiezione di coscienza per non venir meno ai principi etici e deontologici della loro professione».

Purtroppo, anche per l’indifferenza della società che si definisce civile, restò in legge la condanna per i neonati, ultimo resto di un progetto che si era proposto di usare anche la debolezza del malato, dell’infartuato, del ferito per farne forza di chi lo volesse distruggere.

Ora per esibire la propria ostentata brutalità dispone dei più deboli, dei neonati condannati a vita a non esistere

Perciò  solo alla politica – che non si umili alla ricerca di consenso fondato sul numero di chi si associ alla volontà devastatrice o pigramente ne taccia – è dato essere parola autorevole e alta per affermare un principio che ne proclami l’onore nel farsi voce di chi nasce sul nostro territorio, chiunque sia, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (art. 3 Costituzione).

7 Giugno 2016Permalink