10 novembre 2009 – I sans papier d’Italia e i corollari della sicurezza.

Dalla newsletter Notam

28 ottobre 2009

Vivere gomito a gomito con gli altri non è sempre agevole e anche con i vicini nostrani non è sempre possibile evitare beghe e ripicche di eterogenea rilevanza, figuriamoci poi se il coinquilino viene da lontano con usi odori e pelle esoticamente insoliti. Così oggettive difficoltà, regole nebulose per gli stessi autoctoni già poco inclini alla legalità per antico retaggio, nonché flussi oscillanti tra necessità e respingimento hanno alzato barriere di diffidenza, trasformata da un’abile orchestrazione politica in paura. In questo terreno germoglia e ramifica il cosiddetto Pacchetto sicurezza, codificato in legge dello Stato come Disposizioni in materia di sicurezza pubblica (L 94 del 15/7/09), un testo che introduce significative novità in materia di migrazione clandestina, criminalità diffusa e organizzata, sicurezza stradale e decoro urbano, ronde comprese. Contenuti a parte, chi volesse darsi alla consultazione, per civile impegno conoscitivo, si troverebbe però davanti a un insieme di correzioni ad altre norme da collazionare e variare tanto da rendere ardue lettura e comprensione, in barba a ogni ventilata semplificazione legislativa, per la quale esiste addirittura un ministero.
Ma, si sa, nell’incalzare degli eventi, gli Italiani sono ormai in grado di ingoiare senza pudore e senza indignazione il peggio per la degradata e lacera solidarietà socialnazionale! Soltanto per l’impegno civile di medici e operatori sanitari operanti sul campo è stato possibile mantenere l’obbligatorietà del segreto sanitario per i migranti che si rivolgono alle strutture pubbliche e conservare l’accesso a servizi sanitari essenziali, come la tutela della maternità o le vaccinazioni… Fra l’altro, anche solo per egoistica lungimiranza, si può capire che un malato senza cure non giova a nessuno. Microbi e batteri non fanno discriminazioni e lo star bene personale dipende anche dallo star bene degli altri, extra compresi, piaccia o non piaccia. Collettivamente metabolizzato, dunque, il reato di immigrazione clandestina e digerite, nei TG all’ora dei pasti, le immagini filtrate dei respingimenti, si delineano, però, alcuni effetti collaterali come la questione di colf e badanti, subito sanata da un sollecito articolo bis dedicato alla Dichiarazione di attività di assistenza e di sostegno alle famiglie. «Una formula -come dice Il Sole 24ore- per indicare il varo di una sanatoria per quei cittadini, soprattutto extra Ue, che prestano la loro attività in famiglia e che, con l’entrata in vigore della legge sulla sicurezza, si troverebbero in gravi difficoltà. E con loro le tante famiglie nelle quali prestano l’attività di assistenza a familiari o di lavoro domestico». Ovviamente famiglie di elettori che, eventualmente, chissà, potrebbero diversamente orientarsi. E si tenga conto, a margine, che il fenomeno badanti, è frutto quasi esclusivo del faidate italico, per vacanza di adeguate formule di assistenza strutturale per anziani e disabili.
Tra le pieghe del discorso, c’è poi un altro corollario: la questione dei neonati figli di immigrati senza permesso di soggiorno. Una voce senza peso elettorale e perciò questa volta accantonabile senza troppi riguardi. Infatti, gli unici a alzare la voce per loro potrebbero essere i genitori, quelli in flagranza di reato per immigrazione illegale e, quindi, privi del diritto di invocare giustizia per i propri figli.
E qui occorre addentrarsi nella questione. Prima dell’entrata in vigore della legge 94, per gli atti di stato civile -cioè per sposarsi registrare una nascita o presentare una dichiarazione di morte- non occorreva aggiungere ai documenti il permesso di soggiorno, dopo, invece, tale documento diventa necessario (vedi art.1, comma 22, lettera g). Quindi, in maniera linguisticamente un po’ tortuosa, gli atti di stato civile sarebbero spariti dall’elenco di quelli per cui era consentito di non presentare il permesso di soggiorno. Così, se i genitori non possono esibire il permesso di soggiorno per la registrazione anagrafica del neonato, questa non può avvenire e il minore resta formalmente inesistente, privo di identità, senza genitori dichiarati; viene a trovarsi in stato di abbandono, diventando adottabile, se non vendibile, privo di qualsiasi diritto, comprese le cure essenziali e l’istruzione obbligatoria. Il che sarebbe sfacciatamente contrario alle norme internazionali e alla Costituzione italiana, ancora vigente nonostante le vigorose recenti spallate.
Comunque, per ragioni che non contemplano, of course, la mobilitazione nazionale né di popolo né di opposizione, qualcuno, nella pur minimizzante maggioranza, deve aver notato l’enormità della cosa, tanto da intervenire, nella canicola agostana, con una circolare di precisazione, la n. 19 del Ministero dell’interno: «Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto». Sembrerebbe, a questo punto, che il cittadino straniero possa registrare, senza permesso di soggiorno e senza complicazioni, la nascita del figlio e il suo rapporto genitoriale. In seguito potrà richiedere in comune un estratto di nascita, dimostrare il suo rapporto di filiazione, ottenere documenti per lasciare l’Italia con il figlio e via dicendo nel rispetto della legalità.
Eppure i rischi sono dietro l’angolo, perché a un qualunque e zelante ufficiale di stato civile potrebbe girare la voglia di richiedere il permesso di soggiorno a un incerto straniero non consapevole o senza prontezza di risposta che si troverebbe, in tal modo, con un figlio registrato, ma con una denuncia di irregolarità completa di nome e cognome. Infatti, chiunque e per qualunque motivo mostra il proprio stato di clandestino dichiara ipso facto un reato per il quale la legge ora vigente impone l’obbligo della denuncia, determinando una correità per chi lo omette. Va ricordato che il rischio non sussiste nel caso in cui la dichiarazione di nascita sia fatta in ospedale, perché, come già evidenziato, per tutto il personale operante presso una struttura sanitaria continua a valere il divieto di denuncia. Ma che succede se la madre non è in grado di riconoscere il bimbo partorito? Quali diritti può accampare il padre? In ogni caso, potrebbe succedere -e succede- che, nel dubbio sul permesso di soggiorno sì o no, il sans papier d’Italia decida di non registrare il proprio nato, per non essere denunciato e, di conseguenza, espulso, ma facendo del figlio, come si è detto sopra, un apolide senza diritti. E occorre ancora aggiungere che un clandestino non è tale solo per essere entrato nel territorio nazionale in violazione a norme precise, ma tale può essere diventato per la perdita del posto di lavoro, per non essergli stato assicurato il diritto a presentare istanza di rifugio politico o altro motivo non dipendente dalla sua volontà.
E non è finita qui in quanto, dal punto di vista giuridico, una circolare è inferiore a una legge. I contorni delle tutele si profilano labili e i margini di incertezza possono rendere cavillose e disomogenee interpretazioni e applicazioni tanto da arrivare a dover richiedere per favore quello che dovrebbe essere garantito come diritto.
Quando poi i figli extra rientrano nell’età scolastica, il citato art.1, comma 22, lettera g della legge sicurezza ha qualcosa in serbo anche per loro, ma di questo si parlerà nella prossima puntata.
Enrica Brunetti

segue 10 novembre – I SANS PAPIER D’ITALIA E I COROLLARI DELLA SICUREZZA – 2

Si scriveva nella prima parte (Notam 338) di come la legge 94/09, Disposizioni in materia di sicurezza pubblica, abbia determinato nei confronti dei cittadini stranieri senza permesso di soggiorno una serie di effetti collaterali che vanno, fra l’altro, a colpire i loro figli, non per diretta chiamata in causa, ma per una sorta di arcaico ripristino di ricaduta delle colpe dei padri. Infatti, si è detto della possibilità di espulsione per un sans papier che vada all’anagrafe per registrare la nascita di un figlio quando non sia informato del non obbligo di presentare il permesso di soggiorno in tale circostanza; del rischio di fare del piccolo un apolide senza diritti, nel caso prevalesse la paura di accostare l’ufficio pubblico. Ma andiamo avanti.
Quando poi i figli extra rientrano nell’età scolastica, il citato art. 1, comma 22, lettera g della legge sicurezza ha qualcosa in serbo anche per loro: l’inesistenza dell’obbligo di mostrare il permesso di soggiorno vale solo per le prestazioni scolastiche obbligatorie (la cosiddetta scuola dell’obbligo) e non per garantire, una volta eventualmente ottenuta l’iscrizione (l’obbligo scolastico è di 10 anni, legge 296/2006), la possibilità di concludere il percorso di studi nelle scuole di ogni ordine e grado, al compimento del diciottesimo anno di età. Per intenderci, l’esame di maturità non rientra nella definizione di scuola dell’obbligo e neppure il diploma professionale; mentre il ragazzo che compie 18 anni non è più un minore, non è più sottratto all’obbligo di presentare il permesso di soggiorno e si trasforma in clandestino, fuorilegge da espellere. E la scuola per l’infanzia, non obbligatoria, potrebbe rientrare nell’obbligo di esibizione del permesso di soggiorno? E quali possibilità di accoglienza negli asili nido, già insufficienti e di arduo accesso per i nostrani? Se il tutto così fosse, si potrebbe leggervi una perfida vendetta nei confronti dei figli di cittadini irregolari.
Ma forse si tratta di letture troppo restrittive, peraltro insite in aspettative diffuse e spregevoli. L’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, con uno studio specifico (I minori stranieri extracomunitari e il diritto all’istruzione dopo l’entrata in vigore della legge 94/2009, www.asgi.it), tende, invece, a superare queste trappole cavillose attraverso una lettura globale della normativa ancora esistente post legem, come la legge delega 53/2003 (quella della riforma Moratti della scuola) e i successivi passi applicativi. Così facendo, si può argomentare in tutt’altro modo e arrivare addirittura a conclusioni opposte, di tutela piuttosto che di esclusione, ma siamo al duello giuridico dai contendenti incerti. Gli interessati sono l’anello debole della storia e quindi chi, nella quotidianità di una remota scuola, raccoglierà mai il guanto di sfida? Si potrà contare su dirigenti e operatori della scuola usualmente ammollati nel pantano delle ristrettezze normative e finanziarie? Di sicuro ci sarà chi provvederà a intorbidare le acque o ad accendere polemica nei casi di scantonament dalle attese più ignobili.
Comunque, rifacendosi come l’ASGI alle norme sopravvissute, si può sostenere che l’esenzione dall’obbligo di esibizione del permesso di soggiorno vale dall’inizio al completamento dell’intero percorso scolastico/formativo, compreso il 18esimo anno di età, e comunque fino al conseguimento di un titolo di studio di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale.
Questo perché in quella legge 53 si viene a ridefinire l’intero sistema educativo di istruzione e formazione, si uniscono concettualmente obbligo scolastico e obbligo formativo, mentre si precisa la sua articolazione a partire dalla scuola dell’infanzia (non obbligatoria, ma in continuità educativa con il complesso dei servizi all’infanzia e con la scuola primaria) arrivando al sistema dei licei nonché dell’istruzione e della formazione professionale.
L’obbligo di istruzione del 2006, sopra ricordato, sarebbe decennale, tuttavia nella legge 53, del 2003 ma non finora soppressa, si parla di diritto all’istruzione e alla formazione per almeno dodici anni; cosa coerentemente sostenuta nelle disposizioni emanate successivamente da quel Ministero dell’Istruzione a cui non è ben chiaro se applicare l’aggettivo di Pubblica. In questa prospettiva la soglia dei 16 anni, andrebbe interpretata come età legale di accesso al lavoro e non come termine ultimo del diritto all’istruzione obbligatoria. Tale diritto potrebbe, invece, protrarsi oltre i 18 anni di età, qualora fosse necessario per completare il percorso scolastico e formativo e conseguire il titolo di studio: non ha senso perdere un diritto prima di aver raggiunto la meta!
E l’ASGI si spinge anche più in là, affermando che ai ragazzi stranieri che accedono al sistema scolastico “si applicano tutte le disposizioni vigenti in materia di diritto all’istruzione, di accesso ai servizi educativi, di partecipazione alla vita della comunità scolastica. Ne consegue che, oltre alle istituzioni scolastiche, anche gli Enti Locali sono tenuti ad erogare ai minori stranieri tutte le prestazioni relative al diritto allo studio previste per gli italiani (come i servizi educativi complementari, di sostegno o linguistici, refezione scolastica, trasporti…) e che non potranno pretendere l’esibizione del titolo di soggiorno non solo dai minori stranieri ma neppure dai genitori perché se così fosse si aggirerebbe la tutela prevista dal legislatore, anche dalla legge 94 (quella della sicurezza in questione), di garantire l’effettività dell’istruzione a tutti”.
In sostanza, però, si torna al campo di battaglia dell’interpretazione e alle infinite questioni che non invitano certo alla frequenza scolastica. Eppure non dovrebbe essere difficile da capire che, se la presenza di giovani stranieri in aula rappresenta un indubbio problema, è altrettanto vero che giovani stranieri formati nelle scuole italiane saranno più facilmente inseriti nel sistema paese con vantaggio di tutti.
Per concludere, mi chiedo: se l’opposizione non è interessata a rivolgere le proprie energie, già stentate per la sopravvivenza, a interessi elettoralmente poco produttivi e di scarso consenso come questi, dov’è la voce della chiesa? I cattolici d’Italia, tanto bravi a mobilitarsi su altri versanti, dove sono? Al solito, con poche sporadiche eccezioni, non si preoccupano delle battaglie civili: troppo laiche. Meglio, dunque, la buona assistenza tradizionale: vieni, poverino che ti aiuto io, di persona o in associazione, che forse risolve -e ben venga in assenza di alternative- problemi hic et nunc, ma non produce legalità. La coscienza è a posto, l’anima è salva e le alleanze politiche pure!
Enrica Brunetti

Nota di Augusta
Ringrazio Enrica Brunetti per la sua competente attenzione e ne apprezzo molto il preciso riferimento alla questione di colf e badanti, subito sanata da un sollecito articolo bis dedicato alla Dichiarazione di attività di assistenza e di sostegno alle famiglie.
Così mi sono resa conto che io avevo parlato della questione senza citare la fonte. Ora rimedio
Si tratta della Legge 3 agosto 2009, n. 102. “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 1º luglio 2009, n. 78, recante provvedimenti anticrisi, nonchè proroga di termini e della partecipazione italiana a missioni internazionali” – art. 1 ter

10 Novembre 2009Permalink

07 novembre 2009 – Chiara e le scatole cinesi

No al crocefisso in classe La battaglia su un simbolo di Stefano Rodotà, Repubblica, 4 novembre 2009

Ancora una volta una sentenza prevedibile, ben argomentata giuridicamente, non suscita le riflessioni che meritano le difficili questioni affrontate, ma induce a proteste sopra le righe, annunci di barricate, ambigue sottovalutazioni.

Dovremmo ricordare che le precedenti decisioni italiane, che avevano ritenuto legittima la presenza del crocifisso nelle aule, erano state assai criticate per la debolezza del ragionamento giuridico, per il ricorso ad argomenti che nulla avevano a che fare con la legittimità costituzionale. E, considerando il fatto che la nostra Corte costituzionale aveva ritenuto inammissibile per ragioni formali un ricorso in materia, s´era parlato addirittura di una “fuga della Corte”, nelle cui sentenze si potevano ritrovare molte indicazioni nel senso della illegittimità della esposizione del crocifisso.

Nella decisione della Corte europea dei diritti dell´uomo di Strasburgo, che ha ritenuto quella esposizione in contrasto con quanto disposto dalla Convenzione europea dei diritti dell´uomo, non v´è traccia alcuna di sottovalutazione della rilevanza della religione, della quale, al contrario, si mette in evidenza l´importanza addirittura determinante per quanto riguarda il diritto dei genitori di educare i figli secondo le loro convinzioni e la libertà religiosa degli alunni. La sentenza, infatti, sottolinea come la scuola sia un luogo dove convivono presenze diverse, caratterizzate da molteplici credenze religiose o dal non professare alcuna religione. Si tratta, allora, di evitare che la presenza di un “segno esteriore forte” della religione cattolica, quale certamente è il crocifisso, “possa essere perturbante dal punto di vista emozionale per gli studenti di altre religioni o che non ne professano alcuna”.

Inoltre, il rispetto delle convinzioni religiose di alcuni genitori non può prescindere dalle convinzioni degli altri genitori. È in questo crocevia che si colloca la decisione dei giudici di Strasburgo che, in ossequio al loro mandato, devono garantire equilibri difficili, evitare ingiustificate prevaricazioni, assicurare la tutela d´ogni diritto.

Non si può ricorrere, infatti, all´argomento maggioritario, come incautamente aveva fatto il Tar del Veneto, che per primo aveva respinto la richiesta di togliere il crocifisso dalle aule, ricorrendo ai risultati di un sondaggio che sottolineava come la grande maggioranza degli interpellati fosse a favore del mantenimento di quel simbolo.

Un grande teorico del diritto, Ronald Dworkin, ha ricordato che «l´istituzione dei diritti è cruciale perché rappresenta la promessa della maggioranza alla minoranza che la sua dignità ed eguaglianza saranno rispettate. Quando le divisioni tra i gruppi sono molto violente, allora questa promessa, se si vuole far funzionare il diritto, dev´essere ancor più sincera». La garanzia del diritto, fosse pure quella di uno solo, è sempre un essenziale punto di riferimento per misurare proprio la tenuta di uno Stato costituzionale.

Guai a considerare la sentenza di ieri come un documento che apre un insanabile conflitto, che nega l´identità europea, che è “sintomo di una dittatura del relativismo”, addirittura “un colpo mortale all´Europa dei valori e dei diritti”. Soprattutto da chi ha responsabilità di governo sarebbe lecito attendersi un linguaggio più sorvegliato. Non vorrei che, abbandonandosi a queste invettive e parlando di una “corte europea ideologizzata”, si volesse trasferire in Europa lo stereotipo devastante dei giudici “rossi”, che tanti guai sta procurando al nostro paese. Allo stesso modo sarebbe sbagliato se il fronte “laicista” cavalcasse il pronunciamento per rilanciare una battaglia anti-cristiana.

Mantenendo lucidità di giudizio, si dovrebbe piuttosto concludere che la sentenza della Corte europea vuole sottrarre il crocifisso a ogni contesa. In questo è la sua superiore laicità. Viviamo tempi in cui la difesa della libertà religiosa non può essere disgiunta dal rispetto del pluralismo, da una riflessione più profonda sulla convivenza tra diversi. L´ossessione identitaria, manifestata anche in questa occasione e che percorre pericolosamente i territori dell´Unione europea, era lontanissima dai pensieri e dalla consapevolezza che ispirarono i padri fondatori dell´Europa, tra i quali i cattolici Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer, che proprio quando si scrisse la Convenzione sui diritti dell´uomo nel 1950, quella sulla quale è fondata la sentenza di ieri, mai cedettero alla tentazione di ancorarla a “radici cristiane”, che avrebbero introdotto un elemento di divisione nel momento in cui si voleva unificare l´Europa, anche intorno all´eguale diritto di tutti e di ciascuno. Dobbiamo rimpiangere quella lungimiranza?

Questa sentenza ci porta verso un´Europa più ricca, verso un´Italia in cui si rafforzano le condizioni della convivenza tra diversi, dove acquista pienezza quel diritto all´educazione dei genitori che i cattolici rivendicano, ma che deve valere per tutti. Libera anche il mondo cattolico da argomentazioni strumentali che, pur di salvare quella presenza sui muri delle scuole, riducevano il simbolo drammatico della morte di Cristo a una icona culturale, ad una mediocre concessione compromissoria ai partiti d´ispirazione cristiana (così è scritto nella memoria presentata a Strasburgo della nostra Avvocatura dello Stato). L´Europa ci guarda e, con il voto unanime dei suoi giudici, ci aiuta.

(4 novembre 2009)

La Croce nelle mani di Gasparri e Calderoli – 05-11-2009 di Raniero La Valle

Vorrei dire il mio sentimento riguardo alla sentenza della Corte europea sul crocefisso nelle scuole. La sentenza è ineccepibile: una volta investita del caso, la Corte non poteva che decidere così; infatti in discussione non c’era l’utilità, l’opportunità, il significato, religioso o civile, del crocefisso, la percezione positiva o negativa che dei minori, per lo più ignari del cristianesimo, possono avere di un uomo “appeso nudo alla croce” e, così umiliato e ucciso, esposto alla vista di tutti. Non su questo verteva il giudizio e non su questo dovrebbe svilupparsi il dibattito sulla sentenza, in odio alle ragioni degli uni o degli altri, come ho visto fare anche in giornali amici. Il giudizio verteva sull’obbligo, imposto dallo Stato, di mettere il crocefisso nelle aule scolastiche; come dice la Corte di Strasburgo “sull’esposizione obbligatoria di un simbolo di una data confessione religiosa” nel contesto di una funzione pubblica gestita dal governo. È evidente che a quest’obbligo, derivante da decreti reali e da circolari fasciste che imponevano insieme al crocefisso il ritratto del re, si oppongono tutti i principi del moderno Stato di diritto, le norme della Costituzione, la Convenzione europea e forse anche la Dichiarazione conciliare “Dignitatis humane” sulla libertà religiosa.
Nondimeno vorrei dire il mio sentimento di dolore per ciò che è accaduto e ancor più per ciò che può accadere.
Inzitutto mi dispiace che ad attivare il procedimento nelle sue diverse fasi, con innegabile tenacia, sia stata una madre di due bambini che è anche socia dell’Unione Atei e Agnostici Razionalisti (UAAR), il che fa pensare che oltre alla difesa dei due figli da indesiderate interferenze religiose, tra i motivi del ricorso ci fosse un più generale interesse ideologico.
Mi dispiace anche che la giurisdizione amministrativa italiana e il governo siano stati così miopi, sia nella sostanza che nelle motivazioni, nel respingere le ragioni della ricorrente (mentre per darle ragione sarebbe bastata la Costituzione), da provocare l’appello alla Corte di Strasburgo e da chiamare perciò in causa addirittura la Convenzione dei diritti dell’uomo; testo normativo certo pertinente, ma alquanto sproporzionato se si pensa a quali e quanti diritti umani sono impunemente e atrocemente violati in tutto il mondo, e alla compressione vicino allo zero che per contro la presenza del crocefisso nelle aule scolastiche infligge ai diritti umani dei fanciulli che sono costretti a vederlo.
Inoltre mi dispiace che l’Italia, in una sede significativa come la Corte di Strasburgo, abbia mostrato il grado infimo a cui la considerazione del diritto è arrivata nel governo del nostro Paese, mettendo tra le motivazione della sua memoria difensiva “la necessità di trovare un compromesso con i partiti di ispirazione cristiana”, che nella migliore delle ipotesi è una ragione inerente alla politica politicante, cioè al potere, e non al diritto.
Ma soprattutto mi dispiace che, riconoscendosi da parte di tutti che non c’è più una religione di Stato, e che non si può imporre a tutti la rappresentazione simbolica di una sola confessione, ci sia una gara per dire che il crocefisso andrebbe mantenuto perché avrebbe cessato di essere un simbolo religioso, e sarebbe invece “un simbolo dello Stato italiano”, “un simbolo della storia e della cultura italiane”, un segno “dell’identità italiana”, “una bandiera della Chiesa cattolica, l’unica – ha osservato il tribunale amministrativo di Venezia – a essere nominata nella Costituzione italiana”; anzi, secondo il Consiglio di Stato, la croce sarebbe diventata un valore laico della Costituzione e rappresenterebbe i valori della vita civile. Come dice giustamente un terzo intervenuto nel giudizio di Strasburgo (un’organizzazione per l’attuazione dei principi di Helsinki), questa posizione “è offensiva per la Chiesa”.
Questa posizione è infatti atea, ma è devota, e tende a lucrare i benefici della religione come religione civile. E io dico la verità: se il Crocefisso diventasse la bandiera di un’identità, di un nazionalismo, di un razzismo, di una lotta religiosa, e se la sua difesa dovesse essere messa nelle mani di Gasparri, di Calderoli o di Pera, della Lega o di Villa Certosa, e cessasse di essere la memoria di un Dio che si è fatto uomo, per rendere gli uomini divini, e che “avendo amato i suoi fino alla fine” ha accettato dai suoi carnefici la sorte delle vittime, e continua a salire su tutti i patiboli innalzati dal potere, dal danaro e dalla guerra, allora io non vorrei più vedere un crocefisso in vita mia.
E mi dispiace infine che questa controversia abbia preso il via da una regolamentazione giudiziaria, norma contro norma, obbligazione contro abolizione. Il diritto non può che operare così, e quello che era obbligatorio prima può rendere illegittimo oggi. Ma io penso che non c’è solo il diritto scritto; ci sono le consuetudini, c’è una cultura comune, che pian piano muta, che ieri era “cristiana”, oggi è agnostica, domani sarà laica; si possono far crescere i processi, senza imposizioni e senza strozzature, accompagnando col variare delle proposte educative, dei mondi vitali, delle culture diffuse, delle etnie compresenti, il variare delle forme e dei simboli mediante i quali una società rappresenta se stessa. E non è detto che tutto il cambiamento debba avvenire tutto in una volta e in tutto il Paese, come quando a un solo segnale vennero rovesciati i ritratti del re e i simboli del fascismo.
Non credo che quello che oggi manca in Italia sia il riaccendersi di un conflitto religioso, di una guerra ideologica. Certo al governo piacerebbe, perché sarebbe ancora un altro modo per dirottare l’attenzione, per restare esente dal giudizio sul disastro prodotto dalle sue politiche reali.
Se dovessi dire come procedere, direi che lo Stato smetta di imporre alle scuole il crocefisso, e non impugni Strasburgo; che la Chiesa non ne rivendichi l’obbligo, tanto meno come simbolo d’identità e di radici, piuttosto che come simbolo di salvezza, e per ottenerlo non corra nelle braccia del governo; e che con buon senso, secondo le tradizioni e le esigenze dei luoghi, si trovi un consenso tra genitori, alunni e maestri, sul lasciare o togliere la croce. L’ultima cosa che vorrebbe quel Dio schiavo che vi si trova appeso, è di portare l’inquietudine, l’inimicizia e lo scontro nei luoghi dove una generazione sta scegliendo, e forse solo subendo, il suo futuro.

Raniero La Valle ha diretto, a soli 30 anni, L’Avvenire d’Italia, il più importante giornale cattolico nel quale ha seguito e raccontato le novità e le aperture del Concilio Vaticano II. Se ne va dopo il Concilio (1967) quando inizia la normalizzazione che emargina le tendenze progressiste del cardinale Lercaro. La Valle gira il mondo per la Rai, reportages e documentari, sempre impegnato sui temi della pace: Vietnam, Cambogia, America Latina. Con Linda Bimbi scrive un libro straordinario, vita e assassinio di Marianela Garcia Villas (“Marianela e i suoi fratelli”), avvocato salvadoregno che provava a tutelare i diritti umani violati dalle squadre della morte. Prima al mondo, aveva denunciato le bombe al fosforo, regalo del governo Reagan alla dittatura militare: bruciavano i contadini che pretendevano una normale giustizia sociale. Nel 1976 La Valle entra in parlamento con Sinistra Indipendente; si occupa della riforma della legge sull’obiezione di coscienza. Altri libri “Dalla parte di Abele”, “Pacem in Terris, l’enciclica della liberazione”, “Prima che l’anno finisca”, “Agonia e vocazione dell’Occidente”. Nel 2008 ha pubblicato “Se questo è un Dio”. Nel 2008 è stato promotore del “Manifesto per la sinistra cristiana” nel quale propone il rilancio della partecipazione politica e dei valori del patto costituzionale del ’48 e la critica della democrazia maggioritaria.

7 Novembre 2009Permalink

03 novembre 2009 – Non è questione di crocifissi ma di ignoranza.

La Corte europea dei diritti dell’uomo, accogliendo il ricorso di una madre relativa all’esibizione del crocifisso nelle aule scolastiche, ha affermato che l’esposizione di un simbolo religioso di natura confessionale nelle scuole rette dallo Stato limita il diritto dei genitori di educare i figli secondo le proprie convinzioni religiose o filosofiche e la libertà degli alunni di credere o di non credere.
Il parere, indubbiamente interessante, ha assicurato l’esibizione di un’ignoranza sconvolgente, indicando un atteggiamento che finalmente unifica maggioranza e opposizione parlamentare: i signori confondono cristianesimo e cattolicesimo usando i termini in maniera disinvoltamente intercambiabile.
Onorevoli presidenti delle camere avete fondi sufficienti per prendere in considerazione qualche lezioncina di storia europea?

Qui i l testo di un articolo da Repubblica on line e il testo della sentenza europea.

3 Novembre 2009Permalink

01 novembre 2009 – Mi ha convinto l’on Binetti.

Domenica scorsa ho votato per l’elezione del segretario del Pd, eppure avevo deciso di non farlo. E allora perché? Mi ha convinto l’on Binetti.

A mia futura memoria

Per spiegare a me stessa la mia evoluzione (sperando che eventi futuri non mi costringano a considerarla involuzione) provo a ricostruire il mio itinerario.

Dal 13 ottobre 1975 l’Italia si è dotata di una legge (n. 654) che vieta “ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”.

La legge si intitola ‘ratifica ed esecuzione della Convenzione Internazionale sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale.
Ci tengo a precisare questo titolo perché sono irritata dal fatto che le Convenzioni Internazionali proposte dalle Nazioni Unite siano regolarmente adoperate come pretesto per istituire giornate varie di celebrazione di questo o di quello, mentre vengono ignorate le azioni positive che ne dovrebbero conseguire.

Una norma successiva alla legge 654 (la cd Legge Mancino del 25/6/93, n. 205) stabiliva che per “i reati punibili con pena diversa da quella dell’ergastolo, commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso, ovvero al fine di agevolare l’attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno tra i loro scopi le medesime finalità, la pena è aumentata fino alla metà”.
Una recente proposta di legge, approvata in commissione giustizia, aggiungeva alla parola ’religioso’ la dizione ‘fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere’, estendendo quindi l’ambito degli scopi da prendere in considerazione nel valutare la gravità delle aggressioni in relazione all’intento degli aggressori.
La norma, approvata in commissione giustizia, veniva bocciata in aula con i voti di una maggioranza non compatta, cui si aggiungeva quello della on. Binetti del Pd.
L’on. Binetti non è nuova a queste gesta che le consentono di unire con inopportuna disinvoltura i suoi rigori morali alle minacce alla nostra dignità di cittadini/e. L’elenco delle gesta della signora in questione sarebbe lungo. Mi limito a ricordare la sua opposizione alle norme che avrebbero riconosciuto i diritti delle coppie di fatto se, anche per merito della sua scelta, non fosse caduto il governo Prodi.

Le responsabilità del Pd
E’ noto, e a me provoca disagio e sofferenza, che nessun deputato o senatore è eletto dalle cittadine e dai cittadini italiani ma dalle segreterie dei partiti che provvedono a un elenco blindato dove l’ordine degli eleggibili è determinante per il loro successo (proporzionalmente ai voti ottenuti dal partito, naturalmente).
Quindi l’on Binetti è eletta dalla ‘vecchia’ segreteria del Pd che dovrebbe assumersi le proprie responsabilità in proposito.
Ma c’è una nuova segreteria: come si presenta?
A mio parere i primi segnali sono negativi.
Ho sentito infatti una persona di successo (e che pur non essendo nel gruppo di Bersani sarà segretaria regionale) fare delle dichiarazioni deprimenti.
Non ne ho il testo e mi affido al ricordo.

Obiezione di coscienza e obiezioni di incoscienza.
L’on. Serracchiani –perché di lei si tratta- si è detta, nel sostenere la positività della presenza Binetti, convinta che il Pd debba essere pluralista.
La cosa potrebbe anche essere accettabile se scegliessimo chi ci rappresenta in parlamento ma, poiché così non è, la presenza vincente della signora Binetti è una scelta di linea della segreteria del Pd, dettata non da trasparente cultura di governo, da rispetto della Costituzione, da rispetto delle convenzioni internazionali ma dal peso del pacchetto di voti che la sullodata si porta appresso.
E non mi si dica, senza un doveroso distinguo, che sono voti ‘cattolici’. Per quanto emarginati siano i non conformisti nel mondo cattolico c’è pluralità di opinioni e c’è ancora chi sceglie di pensare e dire in scienza e coscienza (si veda il testo di Notam pubblicato nella mia rubrica ‘Una sola sicurezza l’infamia’, ancora illustrata in prima pagina).

Spesso però la scelta del non conformismo si paga perché è scelta che si avvicina all’obiezione di coscienza. Purtroppo anche il voto Binetti é stato interpretato come obiezione di coscienza ma tale non è. L’obiezione di coscienza è la scelta di mettersi al di fuori di una linea maggioritaria pagando di persona, mentre la posizione Binetti appartiene al pacchetto di quelle scelte che vogliono far pagare la propria ‘libertà’ ad altri (forse ispirandosi alla neo cultura della sicurezza?).
E qui non ci sto.
In un momento storico in cui l’omofobia è il fondamento delle più aggiornate espressioni di razzismo, per cui una persona è punita (e ormai con ferocia quasi quotidiana anche fisicamente) per ciò che è e non per reati che eventualmente compia, l’indicazione della omofobia in legge, viene negata con più disinvolta distrazione di quanto accadrebbe se si trattasse di una specie floreale rara a rischio scomparsa. E ciò avviene nel quadro proposto dell’indicazione di ‘orientamento sessuale e della parità di genere’ (ma dove sono finite le consigliere di pari opportunità?. Occorre ricordare anche a loro che le scelte sessuali compiute senza violenza fra maggiorenni non sono reato, mentre lo è la violenza che le ‘punisce’?).
Quando ho sentito quel triste, povero intervento di una parlamentare europea ho pensato a un recente caso di obiezione di coscienza: un macchinista, responsabile per la sicurezza, che aveva denunciato l’insicurezza dei treni eurostar, un anno fa è stato licenziato e ora, a seguito di un processo, riassunto. Si chiama Dante De Angelis.
Penso che anche quel macchinista avesse buoni motivi per considerare l’obiezione di coscienza che lo ha indotto a parlare in un contesto di priorità, che mi sembrano molto più urgenti di un pacchetto di voti: se non ha una famiglia da mantenere dovrà mantenere almeno se stesso. Eppure ha parlato . senza la certezza dell’esito del processo
Molti politici non rischiano e si adagiano nel consenso utile e spesso soporifero.

Neonati e puerpere non vanno in piazza.
Considerando che la posizione Binetti e di chi la sostiene in nome del pluralismo (trovate una parola con significati meno nobili per favore!) ho pensato che si possa ancora tentar di dar forza a voci diverse all’interno del Pd (il conformismo appartiene anche alle altre forze che si dichiarano di sinistra ed è inutile cercar di pescare in un altrove ancor più discutibile).
E poiché il pluralismo è frutto della storia di un’Europa laica ho deciso che fra i tre candidati alla segreteria del Pd chi aveva mostrato concretamente più rispetto degli altri per la laicità era stato Marino. E così ho votato per la sua lista .
Non occorre vincere per far sentire la propria voce.
Se mi sentirò tradita anche dai ‘marinisti’ so già che la prossima volta non potrò votare e la mia scheda sarà vuota come la mia capacità di sperare.
Una mia personale cartina al tornasole sarà la posizione che prenderanno –se ne prenderanno una- nella questione del riconoscimento anagrafico dei figli di sans papier: non credevo di dover assistere a un conflitto politico che identificasse come nemici i neonati. Invece è accaduto e i silenzi sono troppi per essere sostenibili.
Credo che questo problema peserà anche quando si arriverà –se si arriverà- a definire il diritto al voto degli immigrati: avremo nati in Italia esclusi per la condizione burocratica dei loro genitori di cui nessuno si occupa.
Siamo sempre allo stesso punto. Neonati e puerpere non vanno in piazza.

1 Novembre 2009Permalink

02 ottobre 2009 – Nazioni Unite.giornata mondiale della nonviolenza.

da Giancarla Codrignani

Le date simboliche mi appassionano fino a un certo punto, anche perché ne siamo inflazionati fino a perderne il senso. Tuttavia alcuni simboli hanno un valore innegabile: ci richiamano a pensare alla necessità di portare avanti la storia anche nella fatica e nei disinganni perché non possiamo essere incoerenti se confidiamo in qualche principio. I principi non sono astrazioni che basta nominare perché qualcuno – magari non noi – li applichi. Sono mete lontane, che tuttavia motivano il vivere; che, di per sé, non sarebbe gran cosa.
Il 2 ottobre è la giornata mondiale (voluta dalle Nazioni unite) della nonviolenza. Il correttore elettronico ancora censura la parola sullo schermo del computer e, forse, saranno molti quelli che, quando la leggono, credono che manchi la separazione per errore di stampa.
In realtà la parola nuova è uno di quei segnali linguistici che fanno comprendere che il motore della storia può non essere abbandonato al caso, ma pilotato, almeno simbolicamente, verso progressivi perfezionamenti sociali. Quindi “celebriamo”. E rendiamoci conto di quanto sia modesto il procedere verso la pur conclamata pace universale e quanto la violenza abiti ancora le coscienze umane.
Ho conosciuto direttamente in anni non lontani l’odissea degli obiettori di coscienza e la resistenza che era non solo nelle fila dell’esercito, ma nella mentalità comune a non ritenerli dei renitenti per viltà, per comodo individualistico, per rifiuto di quella disciplina militare che fa diventare uomini. Oggi i cappellani militari non sarebbero più sostenitori di negatività e i tribunali non condannerebbero più don Milani e padre Balducci. Tuttavia la “violenza” non fa riferimento solo ad armi e guerre, che ormai non sono più idealizzate secondo quell’onore che permetteva alla violenza ritenuta “necessaria” dagli stati di avere i ministeri “della guerra” e non della difesa, anche se si dirà che non è cambiato molto, se tutti i patriottismi, anche quelli religiosi e ideologici, non sanno comporre civilmente i conflitti. Ma almeno da quando Freud ha richiamato alle pulsioni originarie e all’analogia tra il pene e l’arma, la nonviolenza dovrebbe guidare tutti i comportamenti sociali, a partire da quelli interpersonali e familiari ancor oggi crudeli fino all’assassinio delle persone care e inermi.
Il disconoscimento della nonviolenza è uno scacco delle religioni. Il buddismo non è diventato cultura universale di nonviolenza, anche se ne aveva tutti i presupposti. Il Cristianesimo, che da sempre conteneva i principi del rifiuto di ogni violenza, privata e tanto più pubblica, non riesce a recuperare nemmeno nominalmente questo valore. Ci sono testimoni della nonviolenza nel vissuto delle confessioni cristiane del secolo più violento che ha visto nascere il fascismo e il nazismo e ha subito due guerre mondiali; ma non conosco approfondimenti teologici che valorizzino questa virtù come interna alle ragioni di fede. Infatti, come virtù, nasce laica.
Ma se è difficile per le religioni farsi nonviolente, non è facile neppure per le organizzazioni della società civile. Un mondo che idolatra il successo facile, il consumismo, la competizione non si apre al primo requisito nonviolento che è il riconoscimento dell’uguaglianza degli esseri umani e della stoltezza del principio di forza in qualunque modo applicato. La sola forza degli umani è quella morale, dell’ingegno e dello spirito; per il resto, come diceva Lucrezio, siamo gli esseri più deboli della natura, quelli che nascono nudi piangendo il male che potranno vivere. Eppure stiamo tradendo libertà, giustizia, diritti, diseducando i figli e noi stessi, non solo nei confronti degli immigrati o dei disabili, ma scivolando nel baratro dell’ignoranza, proprio mentre l’ingegno e lo studio degli scienziati è in grado di darci macchine più raffinate delle nostre capacità di capire e prospettive di modificazioni della natura, anche umana, rischiose se affidate ad esseri ignoranti e irresponsabili. Quindi violenti.

E’ la seconda lettera di Giancarla Codrignani che pubblico a poca distanza dalla prima.
In passato ne ho condiviso attività. Oggi faccio mia la sua parola e la ringrazio.
Giancarla segnala che il correttore ortografico non riconosce la parola ‘nonviolenza’.
Posso testimoniare che non molto tempo fa non solo non riconosceva, ma trasformava automaticamente, la parola matriarche in patriarche.

 

2 Ottobre 2009Permalink

22 settembre 2009 – Giornata mondiale dell’ONU per la pace

da Giancarla Codrignani

Il 21 settembre sarebbe il giorno che l’ONU dedica al disarmo. In Italia hanno ricevuto le onoranze funebri i sei militari uccisi in Afganistan.
Della prima ricorrenza nessuno sa nulla e un pacifista che ha gridato “pace subito” (e neppure ha detto “ritiratevi”) sembra – lo troviamo su you tube – essere stato trattenuto dall’assistenza come se fosse matto. Il lutto nazionale secondo la televisione ha emozionato la massa degli utenti con strumenti orientati a una compassione patriottica che turbava poco le coscienze.
Il mondo militare è cambiato, se è vero che nessuno nomina più la guerra senza aggiungere un aggettivo che la esorcizzi: anche i capi degli eserciti sanno che la guerra non ha più onore e che la sua realtà è solo quella della morte. Anche se preventiva o umanitaria la guerra uccide: non solo i nostri sei soldati, non solo ile centinaia della Nato e degli Stati uniti, ma anche le tante migliaia di civili, che non possono accettare questa prevenzione e questa umanità.
Infatti restiamo nella vecchia logica della risposta violenta: per estendere la democrazia dove ci sono dei confitti mandiamo in ritardo i soldati e non preventivamente i cooperanti e i maestri.
Le Nazioni unite non hanno potuto realizzare quella polizia internazionale capace di fare interposizione nei casi di gravi tensioni. Oggi autorizzano missioni che dovrebbero aprire le vie della pace e invece producono guai più gravi. In Afganistan un minimo di prudenza avrebbe indotto a riflettere sulle sconfitte inferte da parte dei talebani agli inglesi nel secolo XIX e ai russi nel 1989.
Ma vale la pena di riflettere su questi funerali. Tutti amiamo il paese che chiamiamo patria come tutti i popoli chiamano patria la terra dove sono nati e dove non sempre riescono ad avere i diritti di cittadinanza. Ma dovremmo insegnare a noi stessi e alle nuove generazioni a costruire, in tutte le patrie, la vita e non la morte. La morte, che può entrare anche nella volontà di bene, non deve diventare esemplare e suggerire che è dovere ripetere le gesta dei padri e vendicare i morti della nostra parte. A quei funerali la televisione ha evidenziato da protagonisti dei bambini. E altri bambini e ragazzi hanno seguito i telegiornali, non senza sentirne qualche suggestione. I piccoli rimasti senza il babbo (che era evidente che capivano che cosa veramente accadeva nella loro vita) sono stati indotti a ripetere, mentre echeggiavano le grida cupe dei parà, comportamenti impropri per l’elaborazione di un lutto così difficile per loro: il berretto della Folgore non è adatto a un bambino. E tanto meno un’educazione che riproponga a noi tutti la morte come dovere. Non possiamo non ricordare, neppure nelle strette della dura necessità, il monito di papa Giovanni: “la guerra è roba da matti” (alienum a ratione).

22 Settembre 2009Permalink

28 maggio 2009 – Il diario é mio … con quel che resta della memoria!

Avevo deciso di mantenere il mio sito estraneo al caso ‘papi’ (da non confondersi con i sovrani della città del Vaticano) se … non mi avesse richiamato alla mente un avvenimento di molti anni fa che mi aveva personalmente coinvolto e da cui avevo tratto alcune considerazioni di carattere politico che ancora ritengo valide.
(Per me soltanto, naturalmente).
Era l’estate del 1988, iniziavo la mia seconda legislatura come consigliera regionale dell’allora Partito comunista italiano ed ero stata eletta vicepresidente del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia.
Un cittadino italiano e triestino si trovava in carcere negli USA perché accusato di pedofilia, diffusione materiale pornografico e altro (se la memoria non mi inganna c’erano quali indizi a suo carico anche intercettazioni telefoniche … guarda, guarda!).
Riconosciuto colpevole dalla giuria popolare, la condanna – secondo il sistema americano- spettava al giudice che fu molto mite anche perché (come leggo in un vecchio articolo di Repubblica) “In difesa di M., ricco, rotariano e piduista si sono mobilitati politici, imprenditori, professionisti, commercianti, banchieri, assicuratori, giornalisti, che hanno scritto almeno una trentina di lettere grondanti stupore e lacrime al giudice Lew. ‘Ho tenuto conto anche del ruolo sociale che lei ha raggiunto a Trieste – gli ha detto il magistrato – e ho l’impressione che non ripeterà il suo gesto e che abbia capito l’ errore che ha commesso’ ….”
Fra i firmatari delle lettere che si facevano garanti della figura del pedofilo già giudicato c’era anche il vicepresidente della Giunta Regionale, un avvocato socialista.
Mi rivolsi allora formalmente al presidente della Giunta Regionale chiedendo di promuovere un’inchiesta perché chi di dovere potesse verificare se fra i bimbi coinvolti come soggetti di immagini pedopornografiche ci fossero anche piccoli cittadini del territorio regionale e se vi fossero prove di immagini scattate nella regione.
Il compito della istituzione regione non era e non é strillare allo scandalo, né aprire processi ma operare nei propri ambiti, in cui é collocabile –nelle modalità dovute del rapporto con altre istituzioni- anche la tutela dei minori, ovviamente esercitabile su un territorio definito e non ovunque.
Era mia intenzione mobilitare quel che era dovuto nell’ambito in cui operavo e non farmi portavoce di un disgusto diffuso (che i fatti avrebbero poi dimostrato più ostentato che eticamente fondato).
Non avevo fatto i conti con alcuni componenti del mio stesso gruppo che rapidamente spostarono l’interesse dalla tutela dei minori a una –tanto grandiosa quanto confusa- questione morale, immediatamente strumentalizzata per aggredire il PSI, alleato con la DC e avversario del PCI. Parliamo di realtà ormai ridotte a storici fantasmi ma allora fantasmi non erano.
Nella confusa situazione pseudopolitica che ne seguì nessuno si occupò più della tutela dei minori (che evidentemente a nessuno interessavano se non strumentalmente) e la faccenda finì in mezzo agli strilli che coprivano e coprono ovunque il nulla di una politica che confina la morale a fibrillazioni suscitate dal gossip e non sapeva e non sa interpretare il senso del contratto sociale che ci lega (finché la Costituzione non sarà totalmente devastata e buttata in un cassonetto destinato a discariche non controllate).
Ed é anche nei limiti che quel contratto sociale definisce che ritroviamo sicurezza di metodo e certezza di obiettivi. So di essere noiosamente didattica, ma preciso ancora che si tratta di una conseguenza della divisione dei poteri che solo la sciagura del populismo (praticato o ambito che sia) consente irresponsabilmente di superare.
Analogie con l’oggi … molte. Per elaborare ciò che ho scritto mi basta dar ordine ai ricordi, quelle che altri vorrà fare le affido alla libera interpretazione di chi legge.
Una conseguenza dei miei ragionamenti analogici però la voglio dire: adesso capisco meglio perché chi populisticamente strilla di ‘papi’ (ma ha già dimenticato, con disinvolta irresponsabilità, il caso Mills) non si interessa dei bambini che potrebbero non essere iscritti all’anagrafe. Non contano, non votano né votano le loro disgraziate mamme soprattutto in un momento di debolezza estrema come il parto.
E i diritti civili? Sono nel cassonetto della raccolta indifferenziata, invisibili ad ogni parte politica che li scorge solo per farsene pretesto.

28 Maggio 2009Permalink

24 maggio 2009 – Nemici dell’Italia: Neonati senza madre e senza padre, fantasmi senza nome.

Ne ho scritto nel mio vecchio blog, ne ho scritto in questo sito, ho scritto lettere ad amici (forse annoiandoli), ho scritto al sindaco del mio comune (senza ricevere risposta), ho scritto ad assessori del mio comune (impermeabili al dubbio, negano il problema).
Ora segnalo con ammirazione e sollievo l’odg approvato da un comune della provincia di Udine.
Ne riporto il testo e il comunicato che lo precede.

COMUNE DI PALAZZOLO DELLO STELLA
Gruppo Consiliare del Partito Democratico

Durante la seduta del Consiglio Comunale di Palazzolo dello Stella tenutosi venerdì 8 maggio u.s. è stato discusso un ordine del giorno presentato dal gruppo consiliare del PD avente per oggetto l’ appello dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’immigrazione (ASGI) sulle conseguenze dell’art. 45, comma 1° lett. f) del D.D.L. C. 2180 sul diritto del minore a essere registrato alla nascita. Il documento, richiamata la raccolta di firme promossa dall’ASGI per l’appello in oggetto teso a sottolineare come la norma che impedisce all’ ufficiale di stato civile di ricevere la dichiarazione di nascita e di riconoscimento del figlio naturale da parte di genitori stranieri privi di permesso di soggiorno costituisca una misura che nega alla radice uno dei principali diritti della persona, oltre a scoraggiare una protezione del minore e della maternità, e per questo rappresenta una palese violazione sia della Costituzione che della Convenzione ONU dei diritti per l’infanzia, invita i parlamentari a tener conto di tali innegabili conseguenze e quindi a respingere la disposizione di cui all’art. 45, comma 1° lett. f) del D.D.L. C. 2180. L’ ordine del giorno del PD è stato approvato dal consiglio comunale con la sola astensione dei tre appartenenti alla Lega Nord (il sindaco e due consiglieri comunali). Il risultato della votazione (in un consiglio con maggioranza di centrodestra) è significativo e rappresenta la fine che farebbero molto probabilmente gran parte dei provvedimenti demagogici, razzisti ed incostituzionali contenuti nel disegno di legge sulla sicurezza all’esame del Parlamento senza la fiducia imposta da Maroni e Berlusconi. La prima firmataria dell’ordine del giorno palazzolese è una “nuova cittadina”, la consigliera del PD Mendez Amelia Georgina, nata a Santiago di Cuba.

Il capogruppo del PD Lorenzo Fabbro

 COMUNE DI PALAZZOLO DELLO STELLA – ORDINE DEL GIORNO

OGGETTO: “APPELLO DELL’ASSOCIAZIONE PER GLI STUDI GIURIDICI SULL’IMMIGRAZIONE (ASGI) SULLE CONSEGUENZE DELL’ART, 45, COMMA 1, LETT. F DEL DDL C.2180 SUL DIRITTO DEL MINORE ESSERE REGISTRATO ALLA NASCITA”.

IL CONSIGLIO COMUNALE DI PALAZZOLO DELLO STELLA

Premesso che

– L’Associazione per gli Studi Giuridici sull’immigraziOne – ASGI – ha promosso una raccolta firme per l’appello in oggetto, riportato nel presente Ordine del Giorno, da rivolgere alle Commissioni Affari Costituzionali e Giustizia della Camera, alla Commissione infanzia e ai Capigruppo;
– l’art. 45, comma 1, lett. F) del disegno di legge “Disposizioni in materia di sicurezza”, approvato dal Senato e attualmente all’esame della Camera (C. 2180) introduce l’obbligo per il cittadino straniero di esibire il permesso di soggiorno in sede di richiesta di provvedimento riguardanti gli atti di stato civile, tra i quali sono inclusi anche gli atti di nascita, a modifica dell’art. 6 comma 2 del D. Lgs. 286/1998, eliminando l’eccezione attualmente prevista in base alla quale il cittadino straniero è esonerato dall’obbligo di presentare il documento di soggiorno per i provvedimenti riguardanti gli atti di stato civile;
– l’ufficiale dello stato civile non potrà dunque ricevere la dichiarazione di nascita né di riconoscimento dal figlio naturale da parte di genitori stranieri privi di permesso di soggiorno;

Considerato che

– La disposizione normativa che impedisce la registrazione della nascita si configura con una misura che nega alla radice uno dei diritti principali della persona, oltre a scoraggiare una protezione del minore e della maternità apparendo dunque incostituzionale sotto diversi profili:
– in primo luogo comporta una palese violazione del dovere per la Repubblica di proteggere la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo (art. 32 comma 2 Cost.) e sfavorisce il diritto-dovere costituzionale dei genitori di mantenere i figli (art. 30 comma 1 Cost.);
– in secondo luogo viola il divieto costituzionale di privare della capacità giuridica e del nome una persona per motivi politici (art. 22 Cost.) ed è noto che la dottrina costituzionale si riferisce alle privazioni per qualsiasi motivo di interesse politico dello Stato;
– la norma è altresì costituzionale per violazione del limite previsto dall’art. 117, comma 1 Cost. che impone alla legge di rispettare gli obblighi internazionali, ponendosi infatti in palese contrasto con la convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva con legge del 2 maggio 1991, n. 176 che gli articoli 7 e 8 riconosce a ogni minore senza alcuna discriminazione (dunque indipendentemente dalla nazionalità e dalla regolarità del soggiorno del genitore), il diritto di essere “registrato immediatamente al momento della sua nascita”, il diritto ad un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori ed a essere allevato da essi”, nonché il diritto “a preservare la propria identità, ivi compresa la sua nazionalità, il suo nome e sue reazioni famigliari”;
– la disposizione in oggetto violerebbe inoltre l’art. 24 comma 2 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, firmato a New York il 16 dicembre 1966, ratificato reso esecutivo con legge 25 ottobre 1977, n. 81, che espressamente prevede che ogni bambino deve essere registrato immediatamente dopo la nascita ed avere un nome;

Valutato che

Le conseguenze di tale modifica normativa sui bambini che nascono in Italia da genitori irregolari sarebbero gravissime:
– i minori che non saranno registrati alla nascita resteranno privi di qualsiasi documento e totalmente sconosciuti alle istituzioni: bambini invisibili, senza identità, e dunque esposti a ogni violazione di quei diritti fondamentali che ai sensi della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza devono essere riconosciuti a ogni minore: Ad esempio, in mancanza di un documento da cui risulti il rapporto di filiazione, molti di questi bambini non potranno acquisire la cittadinanza dei genitori e diventeranno dunque apolidi di fatto. Per tutta la vita incontreranno ostacoli nel rapportarsi con qualsiasi istituzione inclusa la scuola. Proprio a causa del loro essere invisibili, saranno assai più facilmente vittime di abusi, di sfruttamento e della ratta di esseri umani.
– in secondo luogo, vi è il forte rischi che i bambini nati in ospedale non vengano consegnati ai genitori privi di permesso di soggiorno, essendo a quest’ultimi impedito il riconoscimento del figlio, e che in tali casi venga aperto un procedimento per la dichiarazione dello stato di abbandono. Questi bambini, dunque, potranno essere separati dai loro genitori in violazione del diritto fondamentale di ogni minore a crescere nella propria famiglia (ad eccezione dei casi in cui ciò sia contrario all’interesse del minore), sancito dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e della legislazione italiana.

Valutato inoltre che

Molte donne prive di permesso di soggiorno, temendo che il figlio venga loro tolto, potrebbero decidere di no partorire in ospedale, e, anche in considerazione delle condizioni estremamente precarie in cui vivono molti irregolari, sono evidenti gli elevatissimi rischi che questo comporterebbe per la salute sia del bambino che della madre, con un conseguente aumento delle morti di parto e delle morti alla nascita.

Invita

i Parlamentari, in particolare ai membri della Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati, i membri della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, i membri della Commissione parlamentare per l’infanzia e i gruppi parlamentari della Camera dei deputati, come richiesto dall’appello dell’ASGI, a respingere la disposizione di cui all’art. 45, comma 1, lett. F) del disegno di legge “Disposizioni in materia di sicurezza” (C.2180), per evitare queste gravissime violazioni dei diritti dei minori, oltre che dei loro genitori

E’ stato diffuso fra persone con ruolo istituzionale negli enti locali e ne ha dato notizia ‘persino’ un quotidiano locale’ (Messaggero Veneto di Udine 23 maggio pag. III).

Una sola precisazione: ora il pacchetto sicurezza é di nuovo in senato, trascrivo l’iter del ddl, chi volesse verificare può farlo anche da qui

S.733 – stralcio di S.733-BIS approvato 5 febbraio 2009
C.2180 approvato con modificazioni 14 maggio 2009
S.733-B assegnato (non ancora iniziato l’esame) 14 maggio 2009

24 Maggio 2009Permalink

08 marzo 2009 – Un otto marzo con dedica

Perché quando ho cominciato a scrivere qualche cosa per l’otto marzo mi si sono imposte alla mente le parole “far memoria” e perché, per un po’, non mi hanno infastidito e se ne stavano tranquille dentro di me, come ovvie? Il sussulto di consapevolezza é arrivato tardi: si fa memoria di qualche cosa che non c’é più, ma che é bene non dimenticare perché, nella cura del ricordo, si colora di una lontana vitalità.
Capire che mi stavo chiedendo cosa ha da dire a me la memoria dell’otto marzo é stata una presa di coscienza triste.
Ricordo anni in cui significava, nel fare il punto di esperienze vissute – quando non di raccontarci nuovi percorsi in spazi finalmente aperti – condividere la gioia di aver trovato parola, per dire –per dirsi- le dimensioni di un’esperienza che usciva da prigioni che il trascorrere di un lungo tempo muto aveva consolidato. E la consapevolezza finalmente collettiva (o ci illudevamo che lo fosse?), si rovesciava nella politica rinnovandola in nome di diritti che non dovevano essere più negati, di dimensioni di vita e dolore che emergevano dalla storia di genere, dall’oscurità imposta che si faceva parola condivisa, strumento di nuove modalità di relazione.
Penso alla liberazione che seguì il rovesciamento dell’immagine della violenza sessuale, finalmente vergogna dei violentatori e non delle violentate. Si ribaltava un modo di vivere, di pensare, di pensarsi, che ci aveva volute custodi delle porte di quella prigione che si chiamava condizione delle donne.
E la solidarietà finalmente passava dalle consolazioni della dimensione privata alla chiarezza di un grande processo di rinnovamento della politica.
Forse il punto più alto di quella solidarietà fu l’elaborazione delle modalità che identificammo per declinare la tutela sociale della maternità. Spostare la maternità dal destino alla libera scelta significò scrollarsi di dosso il peso terribile e soporifero di chi di quel destino ci voleva suddite incoscienti, mettere in discussione il mondo del lavoro e il sistema sanitario, renderli disponibili a confrontarsi anche con altre esigenze, sempre sottaciute e chiuse nella dimensione del privato.
Oggi – nel gelo di una crisi distruttrice di ogni sicurezza- la tutela sociale della maternità, che volevamo uguale offerta a una condizione di genere, si colora di discriminanti etniche, che una mancata presa di coscienza non vuole chiamare apertamente razziste.
Il pacchetto sicurezza, come uscito dal dibattito in senato, offre ai medici (e nel sistema sanitario non ci sono solo medici) l’opportunità di segnalare agli organi di polizia le immigrate (e ovviamente gli immigrati) prive di permesso di soggiorno.
Sono prive perché entrate senza seguire le norme previste per i processi migratori? prive perché richiedenti asilo? prive perché rimaste senza lavoro? Non c’é distinzione: l’offerta delatoria é onnicomprensiva.
E poiché la vita continua, oltre i timbri su un qualsivoglia modulo, le donne, anche le donne migranti, continueranno a voler decidere della propria maternità, a lavorare per vivere e a dover rendere compatibili maternità e lavoro, a trovarsi di fronte al problema dell’interruzione di gravidanza, a voler curare e prevenire malattie devastanti. La paura della delazione toglierà loro la speranza del futuro, si negheranno a quei servizi che pure erano stati aperti anche a chi tessera sanitaria non ha e la necessità di nascondersi si farà più forte di ogni altra ricerca di sicurezza.
In questo otto marzo dovremo dirci che tutto ciò che abbiamo chiamato ‘tutela sociale della maternità ci appartiene per privilegio di razza. Lo faremo senza vergognarcene?
Mi resta ancora la libertà di dare un nome alla cosa, ma non mi basta.
Però, nella pesante constatazione della mia memoria offesa, una giovane donna ha aperto uno spiraglio di speranza. L’ho conosciuta durante un esame sanitario e si é dimostrata piacevolmente professionale anche nella capacità di attuare una relazione fatta di attenzione e comunicazione attenta e paziente. Gliel’ho detto e le ho lasciato il mio indirizzo.
Mi ha scritto che la vicenda Englaro “ha toccato tutti profondamente. Non ho mai manifestato in vita mia ma sono rimasta dispiaciuta per tutti gli attacchi che ha subito il padre di Eluana e per questo dopo il lavoro sono andata davanti alla Quiete a tenere lo striscione ‘Udine vicina a papà Beppino’ insieme ad altre persone, in silenzio”.
Un indizio di solidarietà riscoperta che mi piacerebbe si facesse condivisa oltre l’emergenza di un caso.
E a quella giovane donna dedico questo mio otto marzo che non vuole essere solo memoria.

8 Marzo 2009Permalink

01 febbraio 2009 – Medio Oriente. Prima, durante e dopo una tragedia annunciata – da Confronti – febbraio 2009

  

La tragedia di Gaza ha naturalmente sconvolto anche ciascuna e ciascuno di noi di Confronti, e  quante e quanti seguono il nostro lavoro, le nostre iniziative, e ci onorano della loro fiducia. Un dramma tremendo che pesa sul nostro cuore, e lacera le nostre coscienze. Mille le domande che si siamo fatti, e continuiamo a farci: che possiamo fare, che possiamo dire per dare il nostro – infinitesimale, ma sincero – contributo ad una pace giusta? In questo numero, dall’editoriale alle pagine che seguono, riportiamo voci variegate per tentare una qualche analisi, porre domande a noi stessi, arrischiare brandelli di risposte. Un «confronto» che naturalmente non può esaurirsi in questo numero, e che continuerà a lungo, arricchito, vogliamo sperare, da interventi di commento, di critica, di sostegno, di analisi da parte di chi ci legge, e che noi caldamente invitiamo ad entrare in questa arena – non per combatterci ma, nel rispetto delle diverse ed appassionate opinioni, per aiutarci tutti a capire e ad aiutare la pace. 

Ma, intanto cominciamo qui a fare la cronaca del nostro viaggio a Gerusalemme e dintorni, programmato attorno a Capodanno, perché esso si è intrecciato proprio con gli imprevisti eventi di Gaza. Partiamo lo stesso? Annulliamo? Domande angosciose, che ci siamo scambiati tra noi, e con ciascuna delle persone – provenienti da varie regioni italiane – che si erano iscritte al nostro ennesimo viaggio di studio là dove la pace è più difficile, e che dal 28 dicembre al 5 gennaio ci avrebbe portati in Israele e in Cisgiordania. L’attacco israeliano è iniziato laggiù alle 11,30 del 27 dicembre – era sabato ma, abbiamo appreso poi, il rabbinato aveva dato il suo consenso al lavoro dell’operazione «Piombo fuso» in quanto considerata una necessaria misura difensiva contro l’aggressione di Hamas. Dopo molte consultazioni e telefonate, abbiamo deciso di partire, anche perché su 31 iscritti solo una persona, già per diversi motivi, aveva dovuto disdire il viaggio. Naturalmente, il nostro itinerario – preparato accuratamente da molte settimane – avrebbe subìto variazioni, da valutarsi in rapporto alla situazione in loco e sentite anche le autorità diplomatiche italiane. Di fatto, siamo stati costretti ad annullare i previsti incontri con le autorità di Sderot, la città israeliana, quasi confinante con la Striscia, e bersaglio da mesi di razzi lanciati da Hamas; e cancellare la visita alla città di Jenin – al nord della Cisgiordania occupata – dove tra l’altro ci attendevano impazienti le ragazze e i ragazzi che nel giugno scorso erano stati da noi invitati in Italia, nell’àmbito dell’iniziativa Fiori di pace, insieme a coetanei ebrei israeliani. La cancellazione della tappa di Jenin ci ha privati di testimonianze importanti. 

Da «Parents circle» a «Breaking the silence» 

A Gerusalemme abbiamo incontrato Rami Elhanan, ebreo, uno dei leader di Parents circle in Israele; impedito dalla situazione politica e militare, all’appuntamento non è però arrivato un rappresentante palestinese dell’organizzazione bipartisan che raccoglie circa cinquecento famiglie di ebrei israeliani e di palestinesi che, gli uni a causa dei kamikaze, gli altri a causa dei bombardamenti o degli attacchi delle Idf-Tshal (Forze di difesa israeliane), hanno perso un familiare e che, da questo dramma, non vogliono trarre motivi di vendetta ma motivi per non spargere altro sangue e ricavare dalla rispettiva tragedia il coraggio di riconciliarsi con il nemico e lavorare insieme per una pace giusta. Il nostro amico Rami (che, con il suo «collega» palestinese, avevamo incontrato varie altre volte in precedenti viaggi), oltre a raccontare la sua vicenda – una figlia morta in un attentato kamikaze – e la scelta di Parents circle, ha anche raccontato quello che certamente avrebbe detto l’amico palestinese. 

A proposito di Gaza, Rami, giudicando una tragedia la scelta del governo d’Israele, si è chiesto che cosa sarebbe avvenuto quando tutto fosse finito, se Israele sarebbe stato più al sicuro e la pace giusta più vicina. Più o meno lo stesso interrogativo se lo è posto Mikhael Manekin, uno degli esponenti di Breaking the silence, un’organizzazione che raccoglie un piccolissimo gruppo di soldati israeliani che hanno prestato servizio nei check-point della Cisgiordania occupata e che, proprio partendo dalla loro concreta esperienza, hanno deciso appunto di «spezzare il silenzio» raccontando all’opinione pubblica israeliana le ingiustizie inevitabilmente collegate con gli stessi passaggi di controllo disseminati ovunque in Cisgiordania, che sono decine e decine. Senza voler giudicare nessuno, ma parlando di sé o di ciò che lui ha personalmente constatato, ha ricordato che moltissimi soldati vigilano ai check-point senza sapere una parola di arabo, il che comporta quasi automaticamente incomprensioni con i palestinesi che cercano di passare, e spesso innescano brutalità perché la gente, non comprendendoli, magari disobbedisce a certi ordini. «Sono un ebreo israeliano, amo Israele, soffro per Israele. Proprio perché amo il mio paese ritengo giusto parlare delle cose che non vanno, per cercare di correggerle». 

Hand in Hand. Wolfson Center. Ministero israeliano degli Affari sociali. Caritas Baby Hospital 

In Israele vi è un’organizzazione, Hand in Hand (mano nella mano) che gestisce quattro scuole – che vanno dalle elementari alla scuola media (14 anni) – nelle quali gli insegnanti parlano in ebraico o in arabo, e gli alunni imparano le due lingue. Queste scuole seguono i normali programmi del Ministero dell’Istruzione, che dunque paga i docenti. Ma il governo paga un solo docente per materia, e quindi l’altro deve essere pagato dall’organizzazione che è dunque impegnata a raccogliere fondi ad hoc sia in patria che all’estero. Anche i presidi delle scuole Hand in Hand sono due, un ebreo israeliano e un arabo israeliano: Orna Eylat e Taghreed Khatib sono le due presidi della scuola Galil da noi visitata. Anche nel nostro incontro alla scuola Galil non poteva non irrompere la tragedia di Gaza. Molto onestamente, Orna e Taghreed ci hanno detto di non aver direttamente toccato la tematica con i bambini più piccoli, ma di averla invece affrontata con i ragazzi più grandi. I quali, così, hanno potuto sentire due punti di vista: l’uno che sostanzialmente ritiene inevitabile la ferma risposta delle Idf ai lanci di razzi da parte di Hamas, l’altra che ritiene tale risposta, così come attuata, immorale e anche, politicamente parlando, in prospettiva deleteria per Israele. 

Le ripercussioni della tragedia di Gaza sulla coraggiosa iniziativa di Hand in Hand hanno toccato anche gli insegnanti e le famiglie della scuola Galil e di Jenin da dove, finora, sono venuti la maggior parte dei ragazzi israeliani e palestinesi coinvolti in Fiori di pace. Noi non sappiamo, ora, se e come potremo portare avanti la nostra iniziativa, che prevedeva una nuova puntata proprio alla metà del prossimo marzo: infatti, se alcune famiglie (di qua e di là del «fronte»), a quanto finora abbiamo potuto apprendere, sono ancor più motivate a continuare l’esperienza iniziata, altre invece pensano che, dopo il dramma di Gaza, non abbia più senso un tale dialogo. 

Ma un particolare tipo di dialogo – se possiamo denominarlo così – continua in una singolare esperienza, che per la prima volta abbiamo avvicinato nei nostri viaggi: Save a child’s heart (Sch, Salva il cuore di un bambino). Iniziata nel 1996 per opera del dottor Ami Cohen presso il Wolfson Center, un ospedale di Holon – periferia di Tel Aviv – Sch è specializzato per curare bambini con malattie cardiache. Il che non è nulla di speciale, naturalmente: la particolarità è che tali bambini provengono da paesi «in via di sviluppo» e, in particolare – un terzo – dai Territori palestinesi occupati e dall’Iraq. I piccoli degenti sono ospitati gratuitamente, insieme ai genitori che li accompagnano, e tutte le spese sono coperte da Sch, che si finanzia con donazioni di privati in Israele e nel mondo (per informazioni: www.saveachildshearth.org). In tredici anni di lavoro Sch ha curato più di duemila bambini, provenienti da trenta paesi asiatici ed africani. Ci dice il dottor Sion Houri – ebreo di origine tunisina e tra i fondatori di Sch– che lavora al Wolfson Center: «Non guardiamo al colore della pelle, né al paese di provenienza. Curiamo tutti i bambini che, nei limiti delle nostre possibilità, riusciamo ad ospitare. Siamo tutti di una sola razza: umana». 

Ancora sul versante israeliano, al Ministero degli Affari sociali incontriamo il dottor Avraham Lavine, direttore del Dipartimento degli affari internazionali del Ministero, che ci illustra quello che il suo dicastero ha fatto per i Territori palestinesi fino a che (nel 1994, come applicazione degli accordi di Oslo) la sanità e gli affari sociali sono stati presi in mano dall’Autorità palestinese. Secondo Lavine Israele aveva messo in piedi, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza occupate nel 1967, un’ampia e solida rete che stava dando i suoi frutti e che Israele sperava si sarebbe ulteriormente sviluppata una volta affidata totalmente ai palestinesi. Purtroppo però – questa la tesi di Lavine – così non è accaduto, e molte delle infrastrutture messe in piedi sono state smantellate o si sono esaurite. Ad esempio, precisa Lavine, quando Israele aveva il controllo dei Territori vi erano solo cinque Ong (organizzazioni non governative) che davano un contributo per il welfare; ma, poi, sotto il governo palestinese esse sono diventate un centinaio. 

Sempre nel campo dell’assistenza sanitaria, a Betlemme torniamo a salutare il Caritas Baby Hospital (Cbh), l’unica struttura pediatrica della Cisgiordania: struttura fondata nel 1952 dal sacerdote svizzero Ernst Schnydrig, e dove lavorano da anni anche alcune suore italiane (le elisabettiane di Padova) che danno un apporto preziosissimo per la formazione del personale (tutto palestinese, in maggioranza musulmano) e per la gestione complessiva dell’ospedale – che, anch’esso, vive di donazioni provenienti dall’estero (per informazioni: info@cbh.beth.org). Suor Donatella, veneta, ci descrive con passione il «suo» ospedale: ci parla delle difficoltà oggettive (molti bambini, in Cisgiordania, nascono con gravi problemi perché spesso i genitori sono tra loro cugini, il che favorisce malattie genetiche; e molte donne subiscono un maschilismo atavico). Naturalmente, le difficoltà che pesano sulla Cisgiordania occupata incombono anche sul Cbh. Il Muro – che Israele ha iniziato a costruire nel 2002 allo scopo dichiarato di impedire il passaggio di kamikaze; Muro il cui tracciato, quasi sempre in territorio palestinese, nel 2004 è stato dichiarato illegale dalla Corte internazionale dell’Aja – si erge per un tratto proprio di fronte al Cbh: «Che possiamo fare? Per dire la nostra silenziosa protesta, e la nostra solidarietà a chi soffre – ci dice suor Donatella – ogni venerdì ci raccogliamo presso il Muro a pregare. Speriamo che Dio ci doni la desiderata, e tanto necessaria, pace nella giustizia». 

Arabi israeliani/palestinesi di Israele. Il vescovo melkita Elias Chacour 

La popolazione complessiva di Israele è di oltre sette milioni di abitanti, in maggioranza ebrei; ma vi è una forte minoranza di arabi israeliani (ma essi più volentieri si chiamano palestinesi di Israele) di 1,2 milioni di persone circa; vi sono poi centomila drusi e altre piccole comunità. Gli arabi israeliani/palestinesi di Israele sono in gran parte musulmani (il 16% sul totale della popolazione israeliana), ma (e lo stesso accade nei Territori) vi è tra loro un 2% di cristiani, di varie Chiese. 

«Dove vuole arrivare, il governo d’Israele, con «Piombo fuso», un’operazione che inevitabilmente comporta e comporterà un altissimo numero di vittime civili, soprattutto di bambini? Nella Striscia, una delle zone del mondo a più alta densità di popolazione, è impossibile distinguere bersagli militari da bersagli civili. Inoltre, tutte queste vittime indeboliranno Hamas – movimento, preciso, con la cui visione politica io sono in disaccordo – o non finiranno piuttosto per rafforzarlo?». A parlarci, a Nazareth, è Mustafa Qossoqsi, arabo israeliano, psicoterapeuta che lavora anche a Jenin, e con il quale abbiamo lavorato insieme fruttuosamente nell’ambito di Semi di pace e Fiori di pace. 

Ad Haifa ci riceve monsignor Elias Chacour, da tre anni vescovo melkita (greco-cattolico) di Akko. Parlando di Gaza, egli ci invita a situare l’attuale dramma in un più ampio contesto storico. Egli sottolinea (per il testo integrale, si veda Adista 8/09) che la costituzione, nel 1948, dello Stato di Israele, in quella vicenda che gli ebrei israeliani considerano la loro vittoriosa guerra di indipendenza, e gli arabi palestinesi la naqba, la catastrofe, «la maggioranza dei palestinesi subì una pulizia etnica: sono stati deportati, cacciati da case e villaggi, 460 villaggi palestinesi sono stati completamente svuotati e distrutti, compreso il mio villaggio natale… L’inizio della tragedia palestinese è stata la miopia degli ebrei di non voler vedere che la Palestina non era vuota, ma abitata dagli arabi palestinesi». 

Monsignor Chacour ribadisce: «Dio dice chiaramente: Non uccidere! Non dice: non uccidere l’ebreo o il palestinese; dice solo: Non uccidere. Ebrei e palestinesi gridano: “La terra è nostra, la terra ci appartiene”. Hanno dimenticato che la terra non può appartenere né agli ebrei né ai palestinesi, la terra appartiene a Dio, e palestinesi ed ebrei devono imparare che essi appartengono a questa terra e finché non si accetta di appartenere alla terra, finché si vuole controllare la terra esclusivamente, non ci sarà né pace né giustizia». Infine: «Noi palestinesi abbiamo bisogno della vostra solidarietà; ma chi vi dice che l’amicizia verso di noi debba diventare automaticamente inimicizia verso gli ebrei? Se prendete parte per l’uno contro l’altro, vi riducete ad essere un nemico in più, e oggi non abbiamo bisogno di un nemico in più. Abbiamo bisogno, invece, di un amico comune e perciò io mendico in tutto il mondo per trovare un amico comune. Solo nell’amicizia potremo risolvere i problemi, ma non sarà facile. Del resto non c’è niente di prezioso che può essere raggiunto facilmente. E che c’è di più prezioso della riconciliazione fra ebrei e palestinesi?». 

Lucia Cuocci e David Gabrielli 

1 Febbraio 2009Permalink