28 giugno 2012 – il mosaico di Moha

Riprendo un articolo da Ho un sogno di giugno (n.210), come faccio ogni mese.
Nel 2011 il mensile Ho un sogno ha pubblicato (riprendendo una serie di dieci anni prima) storie di donne immigrate
che nel 2012 sono diventate storie di migranti, immi ed emi-grati, uomini e donne.
Sono lieta che HUS abbia dato spazio alla mia sfida a superare l’abitudine di considerare i migranti soltanto all’interno dei ‘grandi numeri’ relativi alle tragiche vicende dell’attraversamento del Mediterraneo o peggio con definizioni etniche, quando non grossolanamente religiose, ispirate al pregiudizio.
Quando (e penso fra molto tempo) le vicende che oggi viviamo saranno affidate alla memoria per farsi storia, gli argomenti che descriveranno un fenomeno che segna, secondo me, una delle possibili grandi svolte che descrivono  l’evolversi dell’umanità non saranno solo tragedie e pregiudizi. O almeno lo spero anche se non farò in tempo a conoscere l’evolversi di questo fenomeno.

IL MOSAICO DI MOHA

“A questo punto capisco finalmente che non tutti possono avere a cuore la mia causa … e cerco di capire cos’altro ho in comune con le persone con cui vivo, studio, lavoro…”.

Sto chiacchierando piacevolmente, seduta nella bottega del giovane maestro mosaicista Mohammed Chabarik, siriano e quella frase mi fa trasecolare. Conosco bene Mohammed (Moha per gli amici) e sono in grado di datare ‘quel punto’. Siamo nel 2001, nel clima rovente successivo all’11 settembre e gli USA hanno invaso l’Afghanistan per prendere Osama Bin Laden, primo responsabile di quel giorno terribile.

Mohammed frequenta la Scuola Mosaicisti di Spilimbergo ed espone la bandiera della pace suscitando una reazione se non ostile, preoccupata che lo induce a riflettere, agganciando, allora forse inconsapevolmente, la sua piccola storia alla grande storia che in qualche modo ci ingloba tutti. Certamente la scuola di Spilimbergo è un luogo di notorietà e frequentazione internazionale ma Mohammed non è arrivato lì attraverso quel richiamo che sarà una scoperta successiva.

“Ad Aleppo dove sono nato – racconta – ho frequentato la scuola dell’obbligo (che allora in Siria era di otto anni) poi – a 12 anni – ho iniziato un percorso lavorativo che mi ha infine introdotto in uno studio di calligrafia e grafica (prima dell’avvento del computer la calligrafia era importante per il disegno di manifesti pubblicitari, insegne, biglietti da visita ecc.). Ma la mia carriera di calligrafo non poteva durare: a 18 anni ho iniziato il servizio militare obbligatorio da cui sono uscito consapevole della ipocrisia della trasmissione di pretesi valori con cui si era cercato di indottrinarmi. Allora ho deciso di andarmene e ho pensato all’Italia perché là c’era mia sorella e un legame è sempre importante.

Mi sono messo a studiare italiano, sono entrato con un permesso legale e ho poi scoperto l’esistenza della scuola mosaicisti. Ho fatto il test di ammissione, quasi per gioco, forse suggestionato da quella commistione fra arte e manualità che caratterizza il lavoro del mosaicista. Mi è andata bene e poi sono stati tre anni di scuola e lavoro, superati anche con il sostegno di amici. Negli studi, ma anche ora nel mio lavoro, mi è stata utile la mia esperienza di calligrafo e la mia conoscenza dei motivi decorativi islamici che ornano le moschee e che mi hanno assicurato una sorta di archivio mentale. Ho deciso che il mio posto è qui ma non voglio rischiare di appartenere a un sistema chiuso”.

E così Mohammed racconta della sua recente esperienza sudafricana, nata da un’altra casualità (ma il ripetersi di casualità non indica forse la sua capacità di trasformarle in opportunità?). Venuto a conoscenza che in Sudafrica, in un’impresa riconducibile a un quadro di attività promosse da un locale mecenate, cercavano un insegnante di mosaico che conoscesse la lingua inglese si è proposto ed è stato accettato.

Ha goduto di un’esperienza ricca anche dal punto di vista umano dove ha approfittato di quelle relazioni che nella ‘contaminazione’ (ed è proprio questo il termine significativo che usa) trovano la loro ricchezza che potrebbe aprire a un possibile futuro diverso.

28 Giugno 2012Permalink