14 giugno 2011 – Dal ‘se non ora, quando?’ a quattro ‘sì’

Dalle piazze di febbraio ai referendum di  giugno la speranza ha trovato il coraggio di manifestarsi … ma ora ci serve qualcuno che la raccolga, oltre la gioia di dire e dirsi pubblicamente.
Ho scritto a commento di un articolo (VITTORIA – Abbiamo scelto la democrazia) di Giancarla Codrignani:  

“Condivido l’analisi e la gioia che viene dal constatare episodi in cui si manifesta l’assunzione della responsabilità personale. Nello stesso tempo però provo una pena grande: un popolo ha affidato la propria speranza di futuro a istituzioni dove spesso ritrovo persone incapaci di cogliere il significato del loro ruolo, adattate a una politica intenta solo al successo comunque raggiunto, incapaci di pensare un progetto e di proporlo con consapevolezza, determinazione. trasparenza, responsabilità. E questo purtroppo da ogni parte politica. Sarò influenzata da ciò che vedo e conosco a livello locale ma oggi riesco a vivere la speranza solo come un difficile dovere”.

Di Giancarla ho pubblicato un testo dal lei giratomi il 6 giugno e ora inserisco il link al suo articolo del 13, uno scritto importante ma inviterei chi fa politica nelle istituzioni, e in particolare i rappresentanti del Pd, a leggere con disponibile attenzione alcuni amari, pesanti commenti.
Voci dissonanti nel momento in cui si vorrebbe gioire tutti  insieme?
Certamente, ma proprio per questo importanti perché ci ricordano lo scollamento fra la partecipazione sincera di molti (talvolta non esente da un sommario fanatismo) e la percezione di estraneità suscitata dalle forme della democrazia rappresentativa come oggi si manifesta.
Scollamento inevitabile? A mio parere no, ma reso possibile da un pessimo governo e da una pessima opposizione, incapace di vivere il proprio ruolo con rispetto di sé e degli altri.
Ne ho scritto tante volte ma ora –nel mio impegno quasi personale – penso ai sindaci che non hanno capito come l’aver accettato passivamente l’impossibilità di registrare gli atti di stato civile sia non solo una disumana barbarie ma un vulnus del loro ruolo, di cui non si occupano perché gli interessi di qualche neonato non incidono sulla quantità di consensi di cui si appropriano spesso senza meritarli.

 Fra sindaci silenti e vescovi parlanti (per interposta persona)

Il 2 giugno ho riportato la frase di un editoriale del settimanale diocesano di Trieste– “molti pensano che il privato sia il babau”, il culmine più volgare di una proposta che si collocava nella linea del card. Ruini quando –nel 2005, con il sostegno della organizzazione Scienza e Vita – riuscì a far fallire, con il mancato raggiungimento del quorum, il referendum abrogativo delle “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita” (Legge 19 febbraio 2004, n. 40).
Oggi non è stato così non solo per la dignitosa reazione dei cittadini ma anche perché le posizioni ufficiali della chiesa cattolica (di cui è inutile negare l’influenza) sono state diverse.
Quanto ha influito in tutto questo l’emotività sollevata dal timore di vedere un bene comune quale l’acqua soggetto a ‘padroni’ (so che l’espressione non è esatta ma l’emozione non funziona sull’esattezza)? Quanto ha influito la paura sollevata dall’evento di Fukushima? Quanto il disgusto per il comportamento del cav. Berlusconi nel voto sul ‘legittimo impedimento?
Certo sono tutte emozioni legittime ma ora si apre lo spazio delle responsabilità della politica che si identifica con lo spazio della mia paura.
Non ci salveranno né il populismo né l’incompetente irresponsabilità di troppi rappresentanti nelle istituzioni, ad ogni livello, dallo stato al comune.
E, nella mia scoraggiata attenzione per ciò che avviene a livello locale e alla diffusione –ovunque- di una cultura lega-dipendente non so a chi rivolgermi per poter ragionevolmente sperare.

Per chi voglia verificare
i dati dei referendum  comune per comune segnalo l’apposito sito de la Stampa:
http://www.lastampa.it/_web/_SERVIZI/Elezioni2011/referendum/referendum.asp?ente=italia&lvl=1

14 Giugno 2011Permalink

6 giugno 2011 — Un’amica mi segnala quello che non vorrei pubblicare

  2 giugno 2011, festa della Repubblica. Sono a Roma con il mio compagno. Un amico della mia città che lavora a Roma ci ha lasciato la sua casa vicino al Campidoglio. Verso le 10 ci avviamo verso piazza Venezia. È tutto bloccato per la parata del primo maggio, riusciamo comunque ad arrivare alla scalinata dell’Ara Coeli mentre viene intonato l’Inno di Mameli. Mi emoziona particolarmente sentir cantare  g… l’Italia s’è destah sarà il clima post ballottaggio! 
        Il sole picchia forte, la sfilata tarda, raggiungiamo l’Ara Coeli e attendiamo ancora un poco in cima alla scalinata  all’ombra. Visto che i Musei Capitolini sono aperti decidiamo di approfittarne e, dall’uscita laterale della chiesa raggiungiamo la piazza del Campidoglio ed entriamo al Museo.         Un incanto, pochissimi visitatori, dalle finestre aperte si riesce anche a vedere la sfilata. 
Arrivo sino al terrazzo del bar, che da Monte Caprino ha una bella vista dell’ultimo tratto della sfilata, da lì guardo i diversi corpi che sfilano. Non ho mai amato molto le parate militari, ma questa volta sento una strana emozione, sarà il centocinquantenario, dell’unità, saranno le divise storiche presenti nel corteo … 
         Ad un tratto si sente un coro: “…  Se non ci conoscete guardateci sul viso / veniamo dall’inferno e andiamo in paradiso. / Bombe a mano e carezze col pugnal!”. Un po’ truce ma mi ricorda una canzone che si cantava quando ero bambino. 
         Improvvisamente l’incanto finisce con la strofa successiva, proprio sulla curva di Monte Caprino il plotone, che incede marziale, continua: “Se non ci conoscete guardateci negli occhi / noi siamo fucilieri non siamo dei finocchi. / Bombe a mano e carezze col pugnal!”. 
        Improvvisamente capisco perché la legge sull’omofobia si è arenata in parlamento: anche durante la sfilata per la Festa della Repubblica, festa di TUTTI GLI TALIANI, alla presenza delle più alte carico dello Stato, davanti a delegazioni di tutti i Paesi del mondo, c’è ancora qualcuno che, proprio sotto Monte Caprino – luogo di tante aggressioni omofobiche –, imbracciando strumenti di morte, vuole e può  cantare a squarciagola la propria malata virilità. 
        Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa la ministra Carfagna.

Rispondo: lo vorrei anch’io.
Trasmetterò il messaggio a persone che so interessate se lo vorranno diffondere.
Io non lo inserirò su facebook perché mi ripugnerebbe trovare la scritta predeterminata ‘mi piace’

Per favore guardate anche la segnalazione in data di oggi.

6 Giugno 2011Permalink

2 giugno 2011 – Un esempio di non dialogo e una precisazione del giorno dopo.

Il pezzo che ho pubblicato il 21 maggio conteneva alla fine una lettera aperta, destinata al Vescovo di Trieste, in risposta alla Sua scritta pochi giorni prima delle elezioni amministrative e, dato il ruolo di monsignore, ponevo alcune domande . L’ho spedita doverosamente al Vescovo, a un quotidiano locale che l’ha pubblicata il 22 maggio e al direttore del settimanale diocesano di Trieste, ‘Vita Nuova”, che l’ha pubblicata nel numero del 27 maggio 2011.
Al testo integrale della mia lettera ha fatto seguito una risposta che integralmente trascrivo: “Per evitare i suoi turbamenti chiederò al vescovo di emanare in vista del ballottaggio un nuovo Comunicato per dire che in politica tutti possono fare quello che vogliono e che non c’è questione di bene e di male.
Poi, però, non sarebbe né bene né male anche quello che lei denuncia:  impedire il ricongiungimento familiare, questione su cui in mille occasione la Chiesa è intervenuta per ricordare il diritto ad una famiglia unita anche per gli immigrati.  Quando si difende la vita e la famiglia si difendono anche le situazioni che lei segnala. Il vescovo non poteva fare l’inventario di tutti i problemi, ha indicato i criteri fondamentali. Spero che lei possa seguire anche Vita Nuova oltre ai Comunicati della Diocesi”.

Meravigliata dal sovvertimento di ruoli che il direttore sembra dichiarare nell’ultima riga (io pensavo che un comunicato firmato di un vescovo fosse più autorevole delle posizioni del settimanale diocesano) mi soffermo solo su due punti:

  1. L’oscurità dell’espressione ‘in politica tutti possono fare quello che vogliono e che non c’è questione di bene e di male’. Chi sono quei ‘tutti’?
    Io avevo scritto di libera coscienza cui, in politica, mi sembrava ovvio il riferimento alla Costituzione, il contratto che tutti ci lega, mentre così non è per l’espressione –pur autorevole – di un qualsiasi credo religioso.
  2. Il richiamo al ricongiungimento familiare in cui il direttore fa rientrare anche il riconoscimento delle registrazioni degli atti di stato civile.
    Non conosce l’argomento? Non ha capito? Tutto è possibile.

Non gli risponderò; se lo facessi rischierei, come è già avvenuto, di aprire uno di quei dialoghi surreali in cui ciò che lega i dialoganti è solo la contemporaneità delle battute sconnesse una dall’altra nel loro significato.
Ricordate la pubblicità del Parmacotto? Cliente: ‘Mi dia due etti di Parmacotto’.
Salumiere: ‘L’ho finito’. Cliente: ‘Allora me ne dia due etti’. Un dialogo così può proseguire all’infinito senza che domande e risposte si connettano

Se scrivessi al direttore

Se però scrivessi a quel direttore gli chiederei:
a) Come può esservi ricongiungimento familiare per una famiglia che non c’é perché le è negata esistenza a norma di legge (e delle conseguenze sul matrimonio concordatario di questa imposizione incivile ho scritto il 21 maggio, mentre per la negazione del matrimonio ai sans papier si possono vedere i miei pezzo del 15 marzo e del 21 maggio);
b) Come sia possibile tutelare tutti i diritti che si connettono alla vita di un bambino (a partire da quelli inerenti la salute) se quel bambino non esiste oltre la sua presenza fisica.
Ma queste domande se le dovrebbero porre anche le organizzazioni cattoliche e non solo (per restare a presenze cristiane, penso alle chiese protestanti, il cui silenzio può essere giustificato forse in Italia dalla loro debolezza numerica).
Però non lo fanno confortate forse dal silenzio della società civile, della politica e delle istituzioni..
Purtroppo su questi temi nulla hanno detto nemmeno gli eletti sindaci che, evidentemente, subiranno legalmente passivi l’imposizione a non celebrare matrimoni di sans papier.
Sindaci meritevoli di fiducia? Non della mia.

L’acqua secondo Vita Nuova

Ora, proprio l’editoriale del numero del settimanale diocesano in cui è stata pubblicata la mia lettera con la relativa non-risposta lascia prevedere un altro rischio: il suggerimento a disertare i referendum da parte di esponenti della gerarchia cattolica.
Si riconosce che ‘Uno dei temi del prossimo referendum del 12 giugno è quello dell’acqua’.
E si conclude ‘Ha un bel dire la Dottrina sociale della Chiesa che bisogna costruire un sistema a tre: privato, Stato e società civile.  Poi, invece, molti ancora pensano che il privato sia il babau e la municipalizzata sia il tutore del bene comune. Non riusciremo a garantire l’acqua ai nostri figli se non supereremo questi moralismi, che con «sor’Aqua, la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta» di San Francesco non hanno niente a che fare’.

Mi riservo di trascrivere l’intero editoriale più avanti e, mentre prevedo la condivisione dell’elegante riferimento a ‘molti che pensano che il privato sia il babau’ o il silenzio obbediente del mondo cattolico istituzionale (immemore del fatto che nel 2005 il card. Ruini riuscì a far mancare il quorum nel referendum di allora),   inserisco un logo   che ho scaricato da Repubblica.

3 giugno  – PRECISAZIONE

Mi sveglio e vado al sito del settimanale della diocesi di Trieste. So che oggi esce il nuovo numero e sono curiosa di vedere come procede la questione di cui mi sono occupata.
Non ne scriverei  se non fosse per un’intervista che trascrivo nel mio archivio. Un avvocato di Trieste parla del referendum sull’ acqua in termini abbastanza articolati e diversi da quelli dell’editoriale della settimana precedente.
E scopro anche un’altra faccenda: i vecchi articoli non sono visibili in rete. E’ inutile quindi che io pubblichi l’indirizzo dell’editoriale del 27 maggio. 
Si può leggere invece l’intervista all’avvocato triestino, al momento raggiungibile dall’indirizzo:  http://www.vitanuovatrieste.it/content/view/5582/1/.
Chi volesse il testo completo dell’editoriale del 27 maggio potrà scrivermi a augdep@alice.it fornendomi l’indirizzo cui spedire il testo richiesto.
Il mio blog è piccola cosa ma alla correttezza dell’informazione ci tengo 

2 Giugno 2011Permalink

31 maggio 2011 – Vite triturate, generazioni tradite e scuola massacrata

Lascio la data del 31 anche se pubblico a qualche giorno di distanza  per uno dei soliti episodi in cui una difficoltà creata dal computer mi blocca. Sono spaventata dall’entusiasmo con cui è stato accolto sia il risultato dei ballottaggi, e successivamente la decisione della Consulta in merito ai referendum. Infatti quell’entusiasmo spesso non entra nel merito: è semplicemente caratterizzato dal neo populismo antiberlusconiano.
Non è garanzia che assicuri la capacità dei vincitori di costruire una diversa politica e, quando l’ignoranza prevale fra vincitori e sostenitori e l’incompetenza caratterizza le decisioni politiche, non riesco a partecipare a un entusiasmo che forse è solo consolatorio. Abbiamo bisogno di consolazione ma non basta

Lunedì 30 Maggio 2011     Tristezza e rabbia fra gli insegnanti, ma ad avere più (amaro) entusiasmo sono i precari

Sono arrivata in tempo: ce l’ho fatta a consegnare la domanda di rinnovo iscrizione alle graduatorie ad esaurimento! Nel 2003, con due bambine (la più piccola aveva allora un anno) iniziai un corso abilitante pomeridiano di due anni, che sostituiva i concorsi precedentemente banditi. La classe di concorso in cui mi sarei abilitata era la A546 (tedesco alle superiori), poi fortunatamente mi ritrovai abilitata pure nella A545 (tedesco alle medie).

Quest’odissea di viaggi pomeridiani a Udine, studio, tesine e tirocini durata due anni, si concluse nel maggio 2005, dandomi 40 punti alle superiori e solo 15 alle medie. L’insegnamento alle superiori mi avrebbe dato più soddisfazioni, ma data la scarsa disponibilità di cattedre e spezzoni seguii il consiglio di una collega di prendere le supplenze annuali alle medie. Da allora ho lavorato presso le scuole secondarie di primo grado di Gemona, Tavagnacco, Tricesimo, Majano, Forgaria e Udine. Nel 2006/07 decisi di prendere, oltre a 15 ore settimanali a Tricesimo, 3 ore al liceo scientifico di Gemona, spinta dalla speranza che avrei potuto inserire 6 punti (la metà del punteggio che si acquisisce in un anno) anche nella graduatoria delle superiori.

Solo al rinnovo dell’iscrizione in graduatoria ad esaurimento (Gae) mi resi conto che la regola su cui avevo basato questa scelta era valida prima dell’abilitazione, ma non dopo, e che pertanto il punteggio lo potevo far valere solo sulla graduatoria delle medie. Per un anno ebbi un orario scomodo, spostandomi nella stessa mattinata da una sede scolastica all’altra, e alla fine dell’anno mi resi conto che le mie speranze venivano in parte disattese, perché non ero sufficientemente informata sulle regole. In parole più semplici, chi non è abilitato può insegnare la sua materia e poi usufruire sia del punteggio maturato in quella graduatoria, che del punteggio non specifico nelle altre graduatorie delle materie che potrebbe potenzialmente insegnare, mentre quando si acquisisce il prestigioso status di insegnante abilitato, questo privilegio viene meno.

Dal 2005 ad oggi ho sempre insegnato in due scuole contemporaneamente, con supplenze annuali, l’estate scorsa ero molto preoccupata a causa della riduzione del numero di ore di tedesco, ma poi ho avuto comunque 15 ore settimanali fra Tolmezzo e Forgaria. Ora, con l’apertura delle Gae, nuovamente sbloccate, anche ad insegnanti di altre province, temo che si vanifichino le mie speranze di tornare a Tolmezzo l’anno prossimo, ma potrebbero addirittura vanificarsi le mie speranze di lavorare! Ciò che mi sostiene è avere imparato, con gli anni, a vedere il bicchiere mezzo pieno, e ad attaccarmi alle piccole cose positive per non perdere la speranza. Non certo col mio magro stipendio sono riuscita ad acquistare una casa, ma vedo intorno a me molti altri colleghi precari meno fortunati, che magari il prossimo anno non sapranno come pagare il mutuo, o rimanderanno ancora una volta la decisione di avere dei figli.

Vedo molta tristezza, rabbia, depressione. Il rischio è che, se noi insegnanti ammettiamo di essere depressi, i genitori si preoccuperanno per la sorte dei loro figli, affidatici con fiducia. Eppure sappiatelo, genitori: il Ministero della Pubblica (D)Istruzione ci cambia le carte in tavola in continuo, ci dà speranze in base a certe normative che poi cambiano, ci ha fatto iperspecializzare per poi permetterci di insegnare una minima parte di tutto quel bagaglio faticosamente messo assieme.

Quando scendo da Tolmezzo in autostrada, prima della galleria ammiro sempre, estasiata, il celeste del lago di Cavazzo, incorniciato dalle montagne e dal cielo. Mi viene in mente quel collega che fermò lì la macchina e si buttò nel lago. Eppure era di ruolo. Pensateci, cari genitori, e sosteneteci. Protestate anche voi contro i tagli, ricordatevi che l’istruzione è importante e che esistono mille tipi di insegnanti (già l’età dei discenti condiziona la disponibilità verso di loro e le soddisfazioni che si possono trarre dall’insegnamento), ma solo una ben piccola percentuale fra loro è fannullona.

Probabilmente sono proprio i precari ad insegnare con maggior entusiasmo, perché non sanno cosa vuol dire abitudine, routine; hanno però un sapore amaro in bocca, in quanto non possono investire energie in un rapporto continuativo con i loro allievi e progettare serenamente il futuro e le scelte di vita personali e familiari.

Luisa Rivoira

Buja (Udine)

Per chi vuole andare alla fonte: http://www.ilgazzettino.it/articolo.php?id=151038

2 Giugno 2011Permalink

25 maggio 2011 – Donne sotto traccia 4

DONNE DI TANTI PAESI IN UN CIRCOLO APERTO   –  maggio 2011

Nello scorso numero abbiamo raccontato della vita di una giovane donna che abbiamo considerato  ‘ponte tra culture’.  L’incontro con persone provenienti da altri paesi ci conforta sempre più nell’ipotesi che la vera mediazione avvenga naturalmente nella quotidianità, dove curiosità e capacità di relazione non sono intaccate dalla paura che si è voluta costruire e che inquina i nostri mezzi di comunicazione e che purtroppo crea quel pregiudizio che fa presa anche su parte dell’opinione pubblica.
E le donne che abbiamo incontrato non solo hanno realizzato una buona integrazione ma ne hanno fatto una risorsa per favorire quella di altri, così come Nabila a Pordenone con la sua associazione onlus Circolo Aperto, Lavorando Per Tutti (LPT).
Le  sue colleghe provengono da quattordici paesi diversi  che ci piace ricordare: Albania, Algeria, Argentina, Bangladesh, Brasile, Burkina Faso, Eritrea, Ghana, India, Moldavia, Repubblica Ceca, Romania, Senegal, Ucraina. La loro attività è stata fondata nel 2004 da una cittadina equadoregna che è tornata al suo paese con il marito italiano.
Le differenze sono tante e importanti: la provenienza geografica, la cultura, la religione, l’aspetto fisico che le caratterizza rivelandone l’appartenenza etnica, ma, come strumento di comunicazione fra loro, usano tutte la lingua italiana. Attorno al gruppo delle donne ci sono anche mediatori maschi, che vengono chiamati al bisogno. 
Le nostre mediatrici non hanno lasciato spegnere la curiosità libera dal pregiudizio.
Perciò, con il progetto operativo dal 2007 ’Spazio aperto donna’, hanno deciso di ‘conoscere il mondo senza uscire da Pordenone’. A tal fine organizzano incontri a cadenza mensile dove (anche con la collaborazione di cittadine  italiane) hanno l’opportunità di conoscere i rispettivi paesi e di assicurarsi, nel dialogo e nel confronto, una formazione specifica  sui temi che si intrecciano alla loro vita (contraccezione, gravidanza, svezzamento, crescita dei figli, ecc.)
Il  circolo aperto assicura un’attività di mediazione culturale e linguistica (anche corsi specifici)  soprattutto in ambito sanitario e a tal fine ha sviluppato, dal 2005, una rete di progetti con l’Azienda sanitaria.
Ha istituito perciò un punto informativo socio sanitario che offre attività di informazione e orientamento sui servizi socio sanitari  a tutti i cittadini presenti sul territorio.
Fra i problemi che maggiormente impegnano le mediatrici ci son o quelli relativi alla salute in  generale e in particolar modo alla gravidanza e alla maternità, questioni che non possono essere affrontate con burocratica uniformità per la valenza profonda che assumono relativamente alla cultura del paese d’origine delle migranti.
I rapporti di amicizia e di confidenza che si realizzano con le utenti dei servizi consentono di conoscere problemi delicatissimi che coinvolgono, quando emergono anche in forma drammatica, consultori familiari e servizi sociali.
Nabila appare particolarmente turbata  dalle difficoltà nell’educazione dei figli dei migranti, in particolare se si sono allontanati molto presto dal paese d’origine o se sono addirittura nati in Italia. La mancanza di un’esperienza significativa di vita nel paese d’origine li rende diversi dai genitori e, soprattutto nella fase adolescenziale, ciò suscita un disagio che , se inopportunamente affrontato, può manifestarsi  anche con la fuga da casa. Secondo la nostra interlocutrice solo le famiglie aperte con regole non rigide riescono ad affrontare serenamente questo problema.
Il circolo aperto ha sperimentato anche l’attività del ‘Centro gioco multicolore’ un luogo dove le mamme, italiane e straniere, possono lasciare durante la mattina e per un tempo definito bambini da un anno e mezzo ai tre anni, assicurandosi così la possibilità di fare un corso di formazione per donne in cerca di lavoro oppure una visita medica, di sbrigare una pratica, fare la spesa senza che i piccoli debbano essere costretti fra uffici e sale d’attesa o issati sui carrelli dei supermercati insieme a cavoli e detersivi.  Ora attendono il finanziamento del progetto.
Per chi volesse saperne di più: http://www.circoloaperto.it/

25 Maggio 2011Permalink

21 MAGGIO 2011 — VESCOVI, MATRIMONI E BATTESIMI

Nel parlare, come da anni faccio, della questione del diritto degli immigrati privi di permesso di soggiorno ad accedere la registrazione degli atti di stato civile, non ero entrata nelle questione interne ai comportamenti della chiesa cattolica perché ritengo che i nostri doveri di solidarietà verso gli altri, quelli che la Costituzione della Repubblica prevede,  siano prima di tutto da affermarsi sul piano civile (laici siamo tutti, atei e credenti di qualsivoglia religione) e poi perché la chiesa come istituzione non ha detto nulla sul diritto a sposarsi dei sans papier e sui diritti dei loro figli.
Ma ora mons. Arcivescovo di Trieste mi ci ha trascinata dentro e non riesco a tacere anche perché il problema della registrazione anagrafica di nascite e matrimoni mi sembra strettamente connesso con la celebrazione di due sacramenti, il battesimo e il matrimonio.
Certamente questa è questione che riguarda i cattolici, che però sono cittadini italiani e non vedo come possano svincolarsi dai loro precisi diritti/doveri che anche il monsignore in questione richiama con una evidente attenzione al momento presente. Afferma:
“ … il momento elettorale conserva una sua indubbia importanza perché in esso il cittadino riflette non solo sui propri bisogni e interessi, ma sul “nostro” bene, il bene di tutti, il bene della comunità percepita come un tutto. E’ così anche per la comunità di Trieste. E’ così anche per le prossime elezioni amministrative”

Non rispetto l’ordine cronologico e comincio dal matrimonio.

Secondo la dottrina cattolica i celebranti del matrimonio sono gli sposi stessi, ma la loro volontà non si manifesta nel rifugio del privato bensì in una situazione del cui ordinato proporsi è garante un sacerdote (appunto se si tratta di cattolici) e dal 1929 il sacerdote, all’atto della celebrazione, è anche ufficiale di stato civile.
Quindi il matrimonio concordatario viene celebrato dopo che, anche negli idonei locali della chiesa, sono state esposte le pubblicazioni, la cui eventuale assenza non consente la celebrazione del matrimonio stesso. Ed è chiaro che, se entrambi o uno dei due sposi sono immigrati senza permesso di soggiorno, non ci saranno pubblicazioni poiché la chiesa deve attenersi alla decisione del Comune che agisce a norma della lettera g del comma 22 dell’art. 1 della legge 94/2009.
Della questione ho fatto cenno l’8 dicembre 2010, per un interessante intervento del giudice di Trento, alla fine del mio pezzo di allora.
Che fare a questo punto? Se gli sposi vogliono essere i celebranti del sacramento della loro unione possono chiedere un matrimonio che abbia significato solo religioso.
A questo punto il parroco che raccogliesse la loro richiesta dovrebbe rivolgersi al vescovo ed esibire motivazioni forti perché così gli è stato raccomandato dalle autorità canoniche. Se il permesso arriverà potrà farsi garante di questa celebrazione ‘segreta’. Infatti, se lo sposalizio fosse esibito alla pubblica attenzione, potrebbe esserci la ‘spiata’ già messa in atto persino a fronte di un medico costretto a intervenire pubblicamente a seguito di un malore di un sans papier(si veda il mio ‘quaderni del Gallo’ – 15 marzo).
Mi si è detto che così quel parroco darebbe soddisfazione alla sua coscienza di sacerdote ma, come dice mons. Vescovo, è valore umano “l’aiuto solidale ai poveri condotto in modo sussidiario, ossia evitando sprechi ed assistenzialismo e favorendo, invece, la creatività e l’assunzione di responsabilità di persone e corpi intermedi”.
Il matrimonio solo religioso agli effetti civili non esiste e quindi priva gli sposi di tutti i diritti che la legge loro altrimenti riconoscerebbe, a partire dalla reversibilità della pensione, e soprattutto li lascerebbe in balia della situazione di cui più volte ho scritto per ciò che riguarda il riconoscimento dei figli (si consultino i tag anagrafe, bambini, nascita).
Come la mettiamo qui con la creatività della solidarietà di cui al documento di monsignore?
Mi si è detto anche che la stessa situazione vale per qualsiasi coppia non sposata: vero solo in parte perché per molte coppie è possibile il matrimonio civile e per altre la discussione è aperta (penso alle unioni degli omosessuali) mentre nel caso dei sans papier il silenzio –laico e religioso che sia – è totale.
E inoltre i sans papier vengono discriminati non per una scelta di vita che le leggi dello stato o della chiesa cattolica non riconoscono ma perché stranieri con burocratiche difficoltà artatamente costruite e io continuo a pensare che questo sia razzismo.

Il battesimo e l’accoglienza della comunità
Riporto la lettera aperta che ho scritto al vescovo di Trieste. Se mi risponderà ne darò notizia.

Egregio monsignore,
pur non risiedendo nella diocesi di cui Lei è vescovo non posso non dichiararmi turbata, anche come cattolica, dal comunicato stampa emesso dai Suoi uffici il 10 maggio.
Inizio soffermandomi sulla frase finale che invita il cattolico a cercare  l’accettabilità dei programmi dei candidati “dal punto di vista dei valori fondamentali …” e a valutare “ la storia e il retroterra culturale dei partiti dentro cui i candidati operano”.
Non posso analizzare tutti i valori che Lei elenca –me lo impedisce la necessaria brevità dello scritto – per cui mi limito ad augurarmi che La sua proposta voglia essere una autorevole indicazione per la libera coscienza dei cattolici e non pretenda di farsi – sollecitando l’adesione di forze politiche in quanto tali – vincolo politico per chiunque, anche non cattolico.
Mi permetto però di richiamare la Sua attenzione su un punto che non c’è nel Suo comunicato.
La legge che, con uno sprezzante ossimoro, è stata chiamata “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica” prevede che, per registrare gli atti di stato civile (nascita, morte, matrimonio), lo straniero non regolare debba presentare il permesso di soggiorno, esponendosi quindi, nel momento in cui cerca di avvalersi del godimento di diritti umani fondamentali al rischio dell’espulsione (il riferimento è alla lettera g) del comma 22 dell’art.1 della legge 94/2009).
Potrei dire molte cose ma, rivolgendomi a un Vescovo, Le chiedo come vi comporterete quando nelle chiese italiane si celebrerà il battesimo di un bambino senza famiglia per disposizione di legge, essendo i genitori impediti a riconoscere il piccolo dalla ragionevole paura dell’espulsione. Quel battesimo non potrà essere celebrato sottolineando, come si usa, l’atteggiamento di accoglienza della comunità al nuovo nato ma solo in forma che, per essere protettiva, dovrà essere catacombale, umiliando l’immagine gioiosa della celebrazione di un sacramento a quella oscura di un’attività scaramantica.
Non mi risponda che c’è una circolare che rende possibile la registrazione anagrafica delle nascite. La conosco bene ma non posso accettare che la difesa contro un principio di legge che discrimina i cittadini più deboli proprio per ciò che sono, sia affidata alla volatilità di un atto burocratico che comunque non garantirebbe sicurezza alla pubblica presenza dei genitori del battezzando in chiesa.
Certamente quando mi sono rivolta (inutilmente) ad esponenti politici il mio discorso non si basava sulla contraddizione fra la celebrazione del sacramento e la violazione dei diritti di un neonato che, crescendo apolide, non solo sarebbe privato a priori di ogni diritto ma diventerebbe, per l’oscurità cui sarebbe condannato, vittima privilegiata di ogni crimine a partire dalla pedofilia. La mia interrogazione teneva conto di un quadro ben più ampio e ora mi piacerebbe sapere come prevedono di comportarsi gli eletti sindaci e i candidati ai diversi ballottaggi (oltre naturalmente a quello triestino) quando la legge imporrà loro di farsi complici – nell’esercizio legittimo del loro ruolo di sindaci– della negazione di una registrazione di nascita, matrimonio, morte.
Ma non lo posso sapere perché nessuno glielo ha chiesto con quella autorevolezza che merita risposta né questo argomento mi risulta essere presente in alcun programma elettorale.
Ringraziandola per l’attenzione porgo distinti saluti.
(Augusta De Piero)

21 Maggio 2011Permalink

16 maggio 2011 – Una scrittrice albanese ha scritto al Presidente del consiglio.

 Oggetto: Lettera aperta della scrittrice albanese Elvira Dones      NATA FEMMINA  – febbraio 2010

“Egregio Signor Presidente del Consiglio, le scrivo su un giornale che lei  non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a  me molto care: “lebelle  ragazze albanesi”. Mentre il premier del mio paese d’origine, Sali Berisha,  confermava l’impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha  puntualizzato che “per chi porta belle ragazze possiamo fare  un’eccezione. ”
Io quelle “belle ragazze” le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di  notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate.
 A “Stella” i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola:  puttana.
Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata  in  Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo un mese di  stupri  collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi. Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e  chissà quanti altri. E’ solo allora tre anni più tardi – che le incisero  la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio.
Ai tempi era una bella ragazza, sì. Oggi è solo un rifiuto della società,  non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e  nonna. Quel puttana  sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di  speranza e di fiducia nell’uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l’utero.
Sulle “belle ragazze” scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo  Sole bruciato.
Anni più tardi girai un documentario per la tivù svizzera:  andai in cerca di un’altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo  padre mi  aveva pregato in lacrime di indagare su di lei.  Era un padre come tanti  altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate,  appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi. Era un  padre come lei, Presidente, solo meno fortunato. E ancora oggi il padre di  Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia. Lui continua a sperare,  sogna il  miracolo.
E’ una storia lunga, Presidente.. .
Ma se sapessi di poter contare  sulla sua  attenzione, le invierei  una copia del mio libro, o le spedirei il  documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei. Ma l’avviso,  signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio. In nome di  ogni  Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe
 gliele  dovevo.
In questi vent’anni di difficile transizione  l’Albania s’è inflitta  molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo  albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a  spalle  dritte e testa alta. L’Albania non ha più pazienza né comprensione   per le  umiliazioni gratuite.
Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come  materiale  per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci.
Questa  “battuta” mi sembra sia passata sottotono in questi giorni in cui infuriano  varie polemiche , ma si lega profondamente al pensiero e alle azioni di  uomini come Berlusconi e company, pensieri e azioni in cui il  rispetto per  le donne é messo sotto i piedi ogni giorno, azioni che non sono meno  criminali di quelli che sfruttano le ragazze albanesi, sono solo  camuffate  sotto gesti galanti o regali costosi mi vergogno profondamente e  chiedo  scusa anch’io a tutte le donne albanesi.
 Merid Elvira Dones     

Per chi volesse meglio conoscere la scrittrice, ecco un elenco di opere di E. Dones
Piccola guerra perfetta, Einaudi, 2011
I mari ovunque, Interlinea, Novara, 2007
Vergine giurata, Feltrinelli, Milano 2007
Bianco giorno offeso, Interlinea, Novara, 2004 (da cui è stato tratto il film tv Roulette, di Mohammed Soudani)
Sole bruciato, Feltrinelli (I Narratori), Milano, 2001
Senza bagagli, BESA, Lecce, 1998
Per la TSI ha creato i due documentari Cercando Brunilda e I ngujuar (Inchiodato, 2004

16 Maggio 2011Permalink

14 maggio 2011 – Trieste – Elezioni amministrative o arcivescovili?

Da Ufficio Stampa della Diocesi di Trieste, 10 maggio 2011 NOTIZIE

Le elezioni, siano esse politiche che amministrative, sono sempre un momento importante per una comunità. Sono infatti l’occasione per pensare a se stessa e al proprio futuro e per indicare programmi e nomi che possano interpretare questa idea di se stessa e del proprio futuro. E’ vero che nella nostra società i momenti decisionali della politica si sono moltiplicati e, si potrebbe dire, sono usciti dai tradizionali palazzi. C’è oggi una politica “diffusa” nella società e nel territorio. Ciononostante, il momento elettorale conserva una sua indubbia importanza perché in esso il cittadino riflette non solo sui propri bisogni e interessi, ma sul “nostro” bene, il bene di tutti, il bene della comunità percepita come un tutto. E’ così anche per la comunità di Trieste. E’ così anche per le prossime elezioni amministrative.

Il mio compito, come vescovo di questa Chiesa, è di confermare che la comunità cristiana e la fede cristiana non sono estranee a questi momenti importanti della vita della comunità, anzi, dato che esse hanno a cuore l’uomo “via della Chiesa”, come scriveva nella sua prima enciclica, la Redemptor hominis, il Beato Giovanni Paolo II, non possono ritenersi estranee ai momenti in cui l’uomo decide di se stesso e del proprio futuro. Non perché la fede cristiana fornisca ricette politiche o amministrative, ma perché ritiene di aver qualcosa da dire – e di fondamentale importanza – sul senso comunitario della vita umana e sul nostro destino. E’ propriamente qui, sul tema dell’uomo e del suo destino – il suo “cos’è” e il suo “cosa deve essere” – che la fede cristiana scende nella pubblica piazza e fa la sua proposta a tutti gli uomini che cercano la verità.

Credo che non sia corretto interpretare la frase evangelica “date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” come se la politica avesse da provvedere ai bisogni “materiali” della persona e la fede a quelli “spirituali”. Sia la politica, sia la fede cristiana guardano alla persona tutta intera. La persona non ha due chiamate diverse: una materiale e una spirituale; non persegue due destini diversi: uno terreno e l’altro eterno; non risponde a due bisogni diversi: il benessere qui e la salvezza di là. La persona è un tutt’uno e cerca semplicemente di essere, di crescere, di maturare in tutte le sue dimensioni; sente che qualsiasi singola dimensione le sta stretta e cerca di respirare al massimo, con i polmoni e con l’anima. La politica, compresa quella amministrativa, non riguarda solo un aspetto della persona, perché nella persona nessun aspetto è pienamente comprensibile se viene staccato dagli altri. La politica riguarda, quindi, tutta la persona, come pure la fede riguarda tutta la persona: la vedono da angolature diverse ma non contrapposte.
Può risultare strana questa mia affermazione. La politica nelle amministrazioni locali – si dice talvolta – riguarda l’organizzazione pratica della vita della comunità: il lavoro, il traffico, l’occupazione, il tempo libero … ; la fede, invece, riguarda altre cose: la preghiera, i sacramenti, lo spirito … Certamente questa visione ha molti aspetti di verità, però se nella persona si vede – come insegna la fede cristiana – la creatura del Padre, l’immagine di Dio, un fratello in Gesù Cristo, una realtà unica ed eminente che non ha eguali nel creato, anche l’organizzazione del lavoro, del traffico, dell’occupazione, del tempo libero … troverà altre e superiori motivazioni e indicazioni operative. Non pensiamo che ci siano da un lato le questioni operative e materiali e dall’altro quelle morali e spirituali. L’uomo è un tutt’uno e la vita è sempre una sintesi. Quando noi compiamo una qualsiasi azione ci mettiamo tutta la nostra realtà di persone umane.
E’ per questo che le elezioni amministrative non devono essere considerate come estranee ai grandi valori umani, che la fede cristiana ci ha insegnato e continua ad insegnarci. L’amministrazione di una città è senz’altro indipendente dal piano ecclesiastico della religione, ma non lo è dall’etica, ossia dai principi morali legati al bene della persona e della comunità e che la fede cristiana ha contribuito a far scoprire e contribuisce oggi a conservare, a difendere e a far respirare.. I grandi valori umani della persona sono per esempio il diritto alla vita, l’integrità della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, la libertà per le famiglie di educare i propri figli secondo la propria responsabilità, l’aiuto solidale ai poveri condotto in modo sussidiario, ossia evitando sprechi ed assistenzialismo e favorendo, invece, la creatività e l’assunzione di responsabilità di persone e corpi intermedi.
Davanti alla scheda elettorale, l’elettore sa bene che dovrà decidere non solo del piano urbanistico o della viabilità, ma anche di questi grandi valori. Ed è per questo che la Chiesa ha sempre insegnato che non è lecito al cristiano appoggiare partiti che «su questioni etiche fondamentali hanno espresso posizioni contrarie all’insegnamento morale e sociale della Chiesa» (Nota della Congregazione della Dottrina della Fede del 2002). Questo sia per un dovere di coerenza, sia perché, facendo diversamente, si farebbe un danno alla persona e alla società. Ci sono, infatti, questioni che possono essere affrontate e risolte in molti modi, ed altre che, invece, sono sicuramente
sbagliate e contrarie al bene umano.

Oggi gli enti territoriali hanno sempre maggiori competenze anche su queste questioni di fondamentale importanza. Essi possono danneggiare o aiutare la famiglia, possono o meno aprire il riconoscimento pubblico a “nuove forme di famiglia”, possono o meno mettere in atto aiuti concreti contro l’aborto, possono o meno promuovere forme di pubblicità offensive del diritto alla vita, possono soffocare la libertà di educazione delle famiglie oppure fare passi concreti per permettere il suo esercizio, possono sistematicamente combattere la presenza pubblica del cristianesimo o aprirsi ad una collaborazione nel reciproco rispetto. E tutto questo si amplierà ulteriormente in futuro, perché le autonomie si stanno diffondendo e le stesse competenze legislative degli enti locali aumentano.
Anche in occasione di elezioni amministrative, il cristiano che voglia essere fedele agli insegnamenti della Chiesa distinguerà nei programmi le questioni su cui sono lecite molte opinioni da quelle che invece obbligano la sua coscienza. E non darà il suo appoggio a partiti che le prevedano. Cercherà l’onestà personale dei candidati, ma non solo. Cercherà anche l’accettabilità dei loro programmi dal punto di vista dei valori fondamentali che ho elencato sopra e valuterà la storia e il retroterra culturale dei partiti dentro cui i candidati operano.

S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi
Arcivescovo-vescovo di Trieste

14 Maggio 2011Permalink

13 maggio 2011 – Nel sonno della ragione spunta un vescovo sfrontato …

Un’amica mi segnala-  tramite facebook – un passaggio di un articolo di un quotidiano locale in cui si legge:

“ Ma se le critiche di D’Alema parevano prevedibili, la vera notizia della giornata è l’ingresso nell’arena elettorale di monsignor Crepaldi, un vescovo sempre attento alla politica – ha anche scritto il manuale del buon politico cattolico – e criticato da alcuni proprio per questa attitudine. Oggi Crepaldi ha invitato i cristiani a votare per chi appoggia i valori della Chiesa perché “non è lecito al cristiano appoggiare partiti che su questioni etiche fondamentali hanno espresso posizioni contrarie” al Vaticano. Il vescovo ha reclamato la giustezza della presenza della Chiesa in momenti delicati come quelli elettorali: “La comunità cristiana e la fede cristiana – ha sottolineato nell’intervento pubblicato sul sito della Diocesi – non sono estranee a questi momenti importanti della vita della comunità”.

Oltre l’indignazione per le espressioni sciagurate del vescovo, che non mi meravigliano (diritto che negli anni ho perso) ma mi indignano (diritto che mantengo con determinazione), non posso che segnalare il crollo di quel fondamento della democrazia che è la capacità di pensiero – e di pensiero pubblicamente espresso – dei cittadini, ormai volontariamente scivolati al rango di sudditi.
Le reazioni più comuni sono: il mugugno, l’avvoltolamento nella curiosità per le sbavature senili del presidente del consiglio, il rifugio nel ‘sono tutti uguali’ che si nutre di dibattiti televisivi spesso sguaiati che hanno funzioni più catartiche che informativa. Uno sta davanti al televisore, si disgusta e ritiene di aver esaurito la sua capacità propositiva.
Così muore una democrazia….

Se è cattolico, e se si adegua anche come tale alla sciagurata propaganda vescovile che può avvalersi del vantaggio aggiunto della assenza di par condicio, umilia la sua coscienza in una sonnolenta obbedienza che può garantirgli paciose convivenze negli incontri parrocchiali e simili.
Scriveva Kant nel 1784 in “Che cos’è l’illuminismo?: “Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro.  <…> Ed è così comodo essere minorenni! Se io ho un libro che pensa per me, se ho un direttore spirituale che ha coscienza per me, se ho un medico che decide per me il regime che mi conviene ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero di me. Non ho più bisogno di pensare, purché possa solo pagare: altri si assumeranno per me questa noiosa occupazione”.

 

13 Maggio 2011Permalink

8 maggio 2011 – Passaparola

Mi è arrivato da più parti un messaggio che trascrivo come l’ho ricevuto:

Da: katerina di fant katefelice@yahoo.it
Data: 06 maggio 2011 11.25.11 GMT+02.00
Oggetto: passaparola

Ciao a tutti, 
confermo la necessità di questo passaparola, aggiungendo che si tratta di informazione per ri-affermare i diritti costituzionalmente garantiti .
Il dramma è che sembra la maggior parte della popolazione non sia consapevole di quanto sta avvenendo.

Quello che Vi porto è solo un piccolo esempio.
Sono una ricercatrice, mi occupo di diritto ambientale e di risorse idriche. Ieri mattina dovevo intervenire ad un programma RADIO RAI (programmato ormai da due settimane) per parlare del referendum sulla privatizzazione dell’acqua e chiarirne meglio le implicazioni giuridiche.

E’ arrivata una circolare interna RAI alle 8 di ieri mattina che ha vietato con effetti immediati a qualunque programma della RAI di toccare l’argomento fino a giugno (12-13 giugno quando si terrà il referendum), quindi il programma è saltato e il mio intervento pure.

Questo è un piccolo esempio delle modalità con cui “il servizio pubblico” viene messo a tacere e di come si boicotti pesantemente la possibilità dei cittadini di essere informati e di intervenire (secondo gli strumenti garantiti dalla Costituzione) nella gestione della res publica. Di fronte a questa ennesima manifestazione di un potere esecutivo assoluto che calpesta non solo quotidianamente le altre istituzioni, ma anche il popolo italiano di cui invece si fregia di esser voce ed espressione, occorre  riappropriarci della nostra voce prima di perderla definitivamente.  Il referendum è evidentemente anche questo!

Mariachiara Alberton 

RICORDATEVI CHE DOVETE PUBBLICIZZARLO VOI IL REFERENDUM… perché il Governo non farà passare gli spot ne’ in Rai ne’ a Mediaset.
Sapete perché ? Perché nel caso in cui riuscissimo a raggiungere il quorum lo scenario sarebbe drammatico per i governanti ma stupendo per tutti i cittadini italiani:

Vi ricordo che il referendum passa se viene raggiunto il quorum. E’ necessario che vadano a votare almeno 25 milioni di persone

Il referendum non sarà  pubblicizzato in TV.
I cittadini, non sapranno nemmeno che ci sarà un referendum da votare il 12 giugno.
QUINDI : I cittadini, non andranno a votare il referendum.
Vuoi che le cose non vadano a finire cosi ? Copia-incolla e pubblicizza il referendum a parenti, amici, conoscenti e non conoscenti.  Passaparola!

Ai referendum di domenica 12 e lunedì 13 giugno 2011 vota SI per dire NO.
1– Vota SI per dire NO AL NUCLEARE.
2 – Vota   2 SI per dire NO ALLA PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA.
3 – Vota SI per dire NO AL LEGITTIMO IMPEDIMENTO

Una piccola nota di Diariealtro

Di questo problema avevo fatto cenno anche nel mio articolo del 28 aprile.
Sono lieta di riprenderlo segnalando un forte interesse di altri.

Non dimentichiamo che  l’uso consapevole del referendum ci ha permesseo di salvare la legge sul divorzio nel 1974 e, nel 1981, la legge 194 del 1978: Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Ne ho ricopiato il titolo per intero perché l’abitudine a chiamarla ‘legge sull’aborto’ non ne richiama la complessità e offre uno strumento formidabile ai detrattori della tutela della maternità e dell’istituto referendario che quella tutela salvò.

Voglio ricordare l’ultimo caso in cui  un referendum non ha raggiunto il quorum.
Nel 2005 il card. Ruini, allora Segretario di stato vaticano, invitò a non andare a votare per l’abrogazione di parti  della legge sulla fecondazione assistita e fu ‘obbedito’.
Attenzione quindi!
E’ necessario documentarsi e assumere tutta la dignità possibile che appartiene alla nostra responsabilità che non può essere delegata.

 

8 Maggio 2011Permalink