28 aprile 2011 – Dire e disdire. Fra furbizie repellenti e paure indotte

Quando surrettizie  precisazioni trasformano il Presidente del Consiglio in un saltimbanco mentale.

Il solito Presidente del Consiglio ha dichiarato: “Siamo assolutamente convinti che l’energia nucleare sia il futuro per tutto il mondo – e aggiunto a titolo di spiegazione – l’accadimento giapponese ha spaventato ulteriormente i nostri cittadini. Se fossimo andati oggi al referendum, non avremmo avuto il nucleare in Italia per tanti anni. Per questo abbiamo deciso di adottare la moratoria, per chiarire la situazione giapponese e tornare tra due anni a un’opinione pubblica conscia della necessità nucleare”.

E il 27 aprile il giurista Stefano Rodotà ha commentato su Repubblica:
“Sia lode al presidente del Consiglio. Con la disinvoltura istituzionale che lo contraddistingue ha svelato le vere carte del governo sul nucleare, carte peraltro niente affatto coperte. La frode legislativa, già evidente, diviene ora conclamata. Berlusconi è stato chiaro. Un tema tanto importante come il nucleare non può essere affidato a cittadini “spaventati” da quanto è avvenuto in Giappone, che debbono “tranquillizzarsi”. Meglio, dunque, non far votare un popolo emotivo, disinformato. Gli abbiamo scippato con uno stratagemma un referendum che avrebbe reso impossibile per anni il nucleare, e ora abbiamo le mani libere per tornare in pista già tra dodici mesi”.

Prendo atto, ma non sono fra quelli che si meravigliano: giocare con il populismo offerto come rimedio alle paure, spesso artatamente indotte, non è un caso, ma un costume.
Riporto dal mio diario del 15 marzo:
“Il Ministero dell’Interno, con la circolare n. 19 del 7 agosto 2009, ha inteso fornire indicazioni mirate a tutti gli operatori dello stato civile e di anagrafe, che quotidianamente si trovano a dover intervenire riguardo ai casi concreti, alla luce delle novità introdotte dalla legge n. 94/09 (entrata in vigore in data 8 agosto 2009), volta a consentire la verifica della regolarità del soggiorno dello straniero che intende sposarsi e ad arginare il noto fenomeno dei matrimoni “fittizi” o di “comodo”.
E’ stato chiarito che l’eventuale situazione di irregolarità riguarda il genitore e non può andare ad incidere sul minore, il quale ha diritto al riconoscimento del suo status di figlio, legittimo o naturale, indipendentemente dalla situazione di irregolarità di uno o di entrambi i genitori stessi. La mancata iscrizione nei registri dello stato civile, pertanto, andrebbe a ledere un diritto assoluto del figlio, che nulla ha a che fare con la situazione di irregolarità di colui che lo ha generato. Se dovesse mancare l’atto di nascita, infatti, il bambino non risulterebbe esistere quale persona destinataria delle regole dell’ordinamento giuridico. ….”  

Dal testo del Sottosegretario di stato Miche1ino Davico (Lega Nord) apprendiamo che:
1.  La Lega Nord ha proposto norme che –approvate con la ripugnante complicità degli alleati di governo sarebbero diventate legge (n.94/2009) –  prevedono la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione degli atti di stato civile (nascita, morte, matrimonio), in deroga alle norme precedenti che nemmeno la legge Bossi-Fini aveva soppresso.
2.  L’enormità derivante dalla impossibilità a fornire un neonato di certificato di nascita, condannandolo ad essere apolide, è stata compresa persino dal governo Berlusconi che ha ‘rimediato’ con una circolare (citata dal sullodato sottosegretario) che, così come è stata emanata, potrebbe essere revocata senza alcun passaggio parlamentare.
E non dimentichiamo la scorrettezza che vuole una circolare non subordinata alla legge che pretende di interpretare.
3  Da notare poi che la precisazione Davico nasceva da una richiesta dell’on. Orlando e non dall’esigenza autonomamente considerata del rispetto dei diritti umani, presenti nella Costituzione e definiti da norme internazionali.

Ciò che mi scandalizza
Quindi fra un colpo al cerchio (soddisfare cli appetiti del populismo leghista al fine di tener vicino un governo che non ha obiettivi politici oltre la propria permanenza comunque sia) e uno alla botte (esagerare con le matte bestialità potrebbe suscitare qualche protesta) si porta avanti il degrado.
Ma non è la vincente inettitudine dei lego-pidielli che mi sconvolge quanto l’acquiescenza dei sindaci (che non capiscono essere stato leso un loro diritto fondamentale: quello di farsi garanti della popolazione esistente sul loro territorio) e delle organizzazioni per lo più a ispirazione cattolica (ma ormai la chiesa cattolica nelle sue espressioni gerarchiche, e non solo, è disposta a tutto barattare in cambio di un qualche finanziamento e privilegio).
Certamente queste organizzazioni parlano o meglio strillano per proclamare principi ma non usano la loro forza (nemmeno quando ne dispongono) per farsi garanti di un sistema di cittadinanza conforme ai diritti civili e umani. Per far questo dovrebbero porsi come coscienza critica delle (e nelle) istituzioni cui amano invece rivolgersi per averne finanziamenti e riconoscimenti. Non sempre arrivano al voto di scambio, però…
La linea del degrado programmatico non nasce oggi: io la seguo dagli anni ’90, quando l’orrore delle crisi balcanica permise l’emergere di altri –e apparentemente sopiti – orrori.
Ho deciso che farò una specie di resoconto die miei ricordi, ma non ora, rinvio a maggio.

Ciò che mi preoccupa
Ciò che mi preoccupa è il silenzio dell’opinione pubblica, non più difesa democratica ma paciosa massa forse ammiccante, felice di essere succube al capo.
Non ci posso far nulla, nemmeno Dio ci provò, se è vero quel che ci racconta il profeta Samuele di cui scelgo di riportare il racconto che mi sembra facilmente adattabile alla situazione attuale senza citare persone che non è simpatico nemmeno nominare.

Primo libro di Samuele, cap 8
Quando Samuele fu vecchio, stabilì giudici d’Israele i suoi figli. 2Il primogenito si chiamava Gioele, il secondogenito Abia; erano giudici a Bersabea. 3I figli di lui però non camminavano sulle sue orme, perché deviavano dietro il guadagno, accettavano regali e stravolgevano il diritto. 4Si radunarono allora tutti gli anziani d’Israele e vennero da Samuele a Rama. 5Gli dissero: “Tu ormai sei vecchio e i tuoi figli non camminano sulle tue orme. Stabilisci quindi per noi un re che sia nostro giudice, come avviene per tutti i popoli”.
6Agli occhi di Samuele la proposta dispiacque, perché avevano detto: “Dacci un re che sia nostro giudice”. Perciò Samuele pregò il Signore. 7Il Signore disse a Samuele: “Ascolta la voce del popolo, qualunque cosa ti dicano, perché non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché io non regni più su di loro. 8Come hanno fatto dal giorno in cui li ho fatti salire dall’Egitto fino ad oggi, abbandonando me per seguire altri dèi, così stanno facendo anche a te. 9Ascolta pure la loro richiesta, però ammoniscili chiaramente e annuncia loro il diritto del re che regnerà su di loro”.
10Samuele riferì tutte le parole del Signore al popolo che gli aveva chiesto un re. 11Disse: “Questo sarà il diritto del re che regnerà su di voi: prenderà i vostri figli per destinarli ai suoi carri e ai suoi cavalli, li farà correre davanti al suo cocchio, 12li farà capi di migliaia e capi di cinquantine, li costringerà ad arare i suoi campi, mietere le sue messi e apprestargli armi per le sue battaglie e attrezzature per i suoi carri. 13Prenderà anche le vostre figlie per farle sue profumiere e cuoche e fornaie. 14Prenderà pure i vostri campi, le vostre vigne, i vostri oliveti più belli e li darà ai suoi ministri. 15Sulle vostre sementi e sulle vostre vigne prenderà le decime e le darà ai suoi cortigiani e ai suoi ministri. 16Vi prenderà i servi e le serve, i vostri armenti migliori e i vostri asini e li adopererà nei suoi lavori. 17Metterà la decima sulle vostre greggi e voi stessi diventerete suoi servi. 18Allora griderete a causa del re che avrete voluto eleggere, ma il Signore non vi ascolterà”. 19Il popolo rifiutò di ascoltare la voce di Samuele e disse: “No! Ci sia un re su di noi. 20Saremo anche noi come tutti i popoli; il nostro re ci farà da giudice, uscirà alla nostra testa e combatterà le nostre battaglie”. 21Samuele ascoltò tutti i discorsi del popolo e li riferì all’orecchio del Signore. 22Il Signore disse a Samuele: “Ascoltali: lascia regnare un re su di loro”. Samuele disse agli Israeliti: “Ciascuno torni alla sua città!”.

27 Aprile 2011Permalink

18-aprile 2011 – “Restiamo umani, anche quando intorno a noi l’umanità pare si perda”

In ricordo di Vittorio Arrigoni.

Il titolo è la citazione di una espressione che ci viene detto sia stata cara a Vittorio Arrigoni, il volontario italiano ucciso pochi giorni fa a Gaza da –sembra- un gruppo di salafiti.
E’ un invito che Vittorio Arrigoni ha diritto di proporci per come è vissuto e per come è morto.
Ma poiché sono convinta che l’ipocrisia della celebrazione non faccia onore a nessuno voglio dire che condivido solo a metà un’altra citazione che gli appartiene: ”Non temo le urla dei  violenti, ma temo il silenzio degli onesti”.
E’ vero, del silenzio degli onesti, ammesso che ci siano situazioni in cui il silenzio è ‘onesto’, anch’io ho paura, anzi mi ripugna, ma mi ripugnano anche le urla dei violenti.
Violenza genera violenza e in Italia ben dovremmo saperlo, dove proprio urla e volgari sghignazzi-hanno convinto molti che il razzismo è cosa buona, che l’arroganza e l’assenza di qualsiasi etica caratterizzano chi ‘possiede’ il potere, che ciò che conta è costruire un nemico e ridurre le nostre scelte alla sua distruzione.  
E proprio perché neppure immobilizzarsi in un presente senza memoria è cosa umanamente buona voglio associare alla memoria recente di Arrigoni quella dei frati trappisti uccisi in Algeria probabilmente il 21 maggio 1996, della giovane Rachel Corrie, massacrata il 16 marzo del 2003 a Rafah (il valico fra Gaza e l’Egitto da un carro armato da cui passeranno i resti di Arrigoni quando saranno portati in Italia), del giornalista Enzo Baldoni, ucciso in Iraq il 26 agosto 2004 ai cui resti è stata concessa sepoltura solo il 27 novembre dello scorso anno, di Nicola Calipari ucciso il 4 marzo 2005 a Bagdad mentre riportava in Italia la giornalista Giuliana Sgrena, liberata dai suoi sequestratori.
La ricerca della pace non ha un’unica strada, secondo me esclude soltanto la guerra e la violenza perché la pace non è solo un obiettivo ma anche un metodo.
Qualcuno vorrà ricordare altri nomi: io ho scritto i primi che mi sono venuti in mente, lo spazio dei commenti del blog è a disposizione di chi voglia aggiungerne altri. 

La rivoluzione dei gelsomini

Il 15 aprile il giornalista Roberto Zichitella ha dedicato la trasmissione Radio 3 mondo delle 11.30 alla rivolta della Tunisia contro il presidente Ben Ali.
Ha detto: “Nel futuro della Tunisia ci sono incognite politiche Il 24 luglio ci saranno le elezioni per eleggere l’assemblea costituente. Dopo gli anni soffocanti del partito unico ora nascono decine di formazioni politiche. I partiti già registrati sono una cinquantina ma altri sono in lista di attesa. Ci sono partiti di ogni tendenza: liberali socialisti, ambientalisti perfino maoisti. Ci sono naturalmente anche i partiti islamici fra i quali Hennada messo fuori legge da Ben Ali”. Infine ha espresso il suo timore per una possibile deriva islamista in Tunisia, timore condiviso – in forma molto equilibrata e senza l’espressione di alcun fanatismo- dal vescovo di Tunisi, Maroun Lahham (di origine palestinese) che Zichitella ha intervistato.
Mi piace riportare una frase del vescovo che mi è sembrata di particolare interesse: “Io spero che la gioventù tunisina –  che è abbastanza colta abbastanza aperta – e che la donna tunisina –che è una delle donne più libere del mondo arabo- sia cosciente di questa ambiguità“. Così mons. Lahham descrive l’ambiguità che suscita la sua preoccupazione: “Un partito islamista politico anche se comincia con un linguaggio moderato ha una meta alla quale deve arrivare, la sharia islamica perché lo stato islamico fa parte del credo di un islamista non di un mussulmano”.
Una distinzione interessante e un importante riferimento alle donne su cui la gerarchia cattolica, a mio parere, dovrebbe riflettere anche in Europa.

18 Aprile 2011Permalink

18 aprile 2011 – Donne sotto traccia 3

NABILA, PONTE TRA CULTURE

Nabila – una cittadina marocchina poco più che ventenne  – mi accoglie nella sede pordenonese dell’associazione onlus Circolo Aperto, Lavorando Per Tutti (LPT).
E’ sabato, la ‘casetta del volontariato’ di Pordenone, che ospita varie associazioni non è attiva e l’ambiente è tranquillo. Nabila ha portato con sé i due fratellini minori: Soumia di otto anni e Bilal di sei con cui faccio una simpatica chiacchierata mentre lei si occupa di due mediatrici impegnate nel suo stesso progetto, una proveniente dall’Albania e l’altra dal Burkina Faso.
Complessivamente le mediatrici impegnate nell’associazione appartengono a quattordici nazionalità e l’italiano non rappresenta solo la lingua di mediazione con gli autoctoni, ma anche fra loro.
Il mio incontro con i due piccoli è importante e dice molto di più di tante parole che gli adulti possano pronunciare sul loro conto. Sono due bambini estremamente socievoli, in grado di esprimere tranquillamente i loro pensieri, testimonianza significativa di una crescita in ambiente sereno, segno –anche nelle ottime capacità di comunicazione linguistica in italiano- di una avvenuta integrazione.
Rivelano subito un grande amore per la sorella maggiore, mi raccontano emozionati di un’altra sorella più grande che aspetta un bambino. Eccitatissima Soumia (“sarò zia a otto anni!”), più riservato Bilal, unico maschio con quattro sorelle (“io veramente volevo un fratellino per giocare”). Mi parlano positivamente della scuola (frequentano rispettivamente la terza e la prima elementare) di cui a Soumia “piace tutto” e a Bilal soprattutto gli amichetti. Li distingue dai coetanei, e ne provano disagio, la mancanza della cittadinanza italiana. La domenica al centro islamico imparano l’arabo e hanno una formazione religiosa “compatibile con la loro età”, mi spiega Nabila rientrando.
Nabila indossa il velo come la sua mamma e ne parliamo. Chiarisce subito che si tratta di una sua scelta personale, come personale è quella delle due sorelle che non lo indossano. In famiglia questo significativo pluralismo di atteggiamenti è accettato con tranquillità. A nessuna di loro è stato richiesto di giustificare le ragioni della scelta compiuta. Nabila mi spiega che il velo (le copre i capelli e il collo, nulla nasconde del volto) è una protezione della ‘modestia’ suggerita dalla tradizione religiosa islamica.
Vissuta in Marocco –paese islamico quasi al cento per cento- l’identità in cui si riconosce appartiene a quella realtà, senza che ciò la faccia sentire a disagio nell’occidente in cui è immersa.
“Sono una privilegiata –precisa – quando, a dodici anni, sono venuta in Italia con un ricongiungimento familiare. Il mio papà, che viveva e lavorava qui già da vent’anni, aveva preparato un terreno in cui possiamo essere noi stessi senza disagi”. Nabila si è voluta garantire anche il sogno del ritorno. In Italia ha conseguito la maturità come geometra ma si è assicurata anche la maturità liceale del Marocco e sembra destreggiarsi fra le due realtà con estrema disinvoltura, affrontando anche i problemi burocratici che le sono imposti dalla realizzazione dei progetti di cui si fa carico nell’ambito dell’associazione.
E’ una realtà complessa che offe molte occasioni di approfondimento. Ne parleremo in seguito.

18 Aprile 2011Permalink

22 marzo 2011 – Donne sotto traccia 2

Dopo aver rinnovato l’incontro con due donne straniere. già intervistate dieci anni fa, decido di ascoltarne altre e comincio dalle ‘mediatrici di comunità’.

La prima è Awa, senegalese, vive in Italia con la sua famiglia da dodici anni, i suoi tre figli sono nati qui, vanno a scuola qui  e insieme ai genitori formerebbero una normale famiglia italiana  se non mancasse loro la cittadinanza.
I genitori lavorano entrambi e Awa svolge la sua particolare attività da dieci anni. da quando la mediazione di comunità si è realizzata a Udine a seguito del buon uso dei finanziamenti del progetto europeo ‘Etnos e Demos’.
Il corso di formazione che il progetto ha allora assicurato è stato particolarmente impegnativo (500 ore di lezione e 200 di stage anche all’estero), finalizzato alla formazione di figure di livello professionale,  capaci di farsi tramite fra i servizi sanitari e sociali e gli utenti stranieri.
Awa a questo punto interrompe la nostra tranquilla chiacchierata per precisare con forza che non di interpreti linguistici si tratta ma di mediatori culturali con competenze particolari, capaci di ‘decifrare i comportamenti dei migranti e di trasmettere messaggi che consentano di formulare una risposta coerente’.
E’ pienamente consapevole che i problemi della salute (soprattutto quelli che le donne pongono, collegati alla nascita e a tutto ciò che l’accompagna) sono connessi alla cultura e non possono essere meccanicisticamente  affrontati nella trasposizione di un termine da una lingua all’altra.
In questi dieci anni l’operatività dei mediatori si è ampliata, le convenzioni con Aziende Sanitarie e comuni si sono moltiplicate sul territorio regionale, tanto che si sono costituiti in associazione per provvedere anche alla formazione dei nuovi operatori e all’aggiornamento dei ‘vecchi’.
Anche a questo punto le indicazioni di Awa si fanno importanti: le loro attività sono mirate alla realizzazione di consapevoli obiettivi e vanno dalla diffusione dei documenti che vengono proposti dalla Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) a vere e proprie lezioni tenute da esperti qualificati, loro consulenti di fiducia.
La precisazione è essenziale. Può capitare infatti che vengano millantati per formazione corsi coatti, a livello uniforme per tutti i partecipanti quale che ne siano il livello di preparazione e le esigenze che nascono dalla quotidianità del lavoro di ognuno, inutili, se non umilianti, per chi è costretto a presenziarvi per poter essere formalmente riconosciuto mediatore.
Ora i mediatori di comunità gestiscono anche una trasmissione radiofonica, assicurato loro da Radio Onde Furlane. Infatti la loro attività è poco conosciuta in particolare dai medici di base (che possono giovarsi anche di veloci contatti telefonici).
Continueremo a scriverne.
Comunque chi volesse contattarli può trovare le necessarie informazioni nel sito: <http://www.ciaopronto.com/d-124182159.htm>.

22 Marzo 2011Permalink

15 marzo 2011 – quaderni de Il Gallo, periodico genovese

quaderni de IL GALLO   – Marzo 2011  – Anno XXXV  (LXV) N. 710   NORME DI LEGGE LESIVE DI UMANITÀ (pag. 12) 

La paradossalità della situazione, così complessa da essere ignorata anche dagli organi di informazione, ci ha indotto a chiedere alla competenza dell’amica Augusta De Piero precise indicazioni – purtroppo un po’ complesse – sulle norme vigenti relative all’iscrizione anagrafica si nascite, matrimoni, morti da parte di stranieri presenti in Italia in situazioni di clandestinità. 

Sono ormai trascorsi due anni dall’approvazione della legge ‘Disposizioni in materia di sicurezza pubblica’ ( Legge 15 luglio 2009, n. 94  pubblicata nella  Gazzetta Ufficiale n. 170 del 24 luglio 2009) e se non è facile, né forse possibile, trarne un bilancio, sembra però necessario farsi consapevoli del contenuto della norma, anche esaminandola punto per punto.
Qui ci soffermeremo soltanto su un aspetto che identifica i casi in cui il migrante deve presentare il permesso di soggiorno per ottenere determinati documenti (art. 1, la lettera g,  comma 22) .Leggere il testo e decriptarlo è necessario per capire. Così dice la legge in vigore (94/09):

g) all’articolo 6, comma 2, le parole: «e per quelli inerenti agli atti di stato civile o all’accesso a pubblici servizi» sono sostituite dalle seguenti: «per quelli inerenti all’accesso  alle prestazioni sanitarie di cui all’articolo 35 e per quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie»;

Ed ecco il testo della norma precedente (Legge 6 marzo 1998, n. 40; r.d. 18 giugno 1931, n. 773, artt. 144, comma 2 e 148):

2. Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo e per quelli inerenti agli atti di stato civile o all’accesso a pubblici servizi, i documenti inerenti al soggiorno <…>  devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati.

Nel 2009 quindi l’eccezione, precedentemente prevista per gli atti di stato civile, è deliberatamente soppressa e quindi la presentazione del permesso di soggiorno diventa necessaria anche per registrare nascite, matrimoni, morti. E’ importante sottolineare che la condanna a diventare apolidi, a non sposarsi, ad avere nel corpo di un estinto, per quanto caro, un ostacolo alla propria vita resa altrimenti possibile dall’essere migranti, non consegue ad una espressione esplicitamente e chiaramente discriminatoria, ma a un gioco linguistico di addizioni e sottrazioni di parole.
Naturalmente se una persona priva di permesso di soggiorno per qualsivoglia motivo (si tratti anche di un migrante che sia diventato irregolare per la perdita del lavoro) viene identificata come tale (e quale luogo più appropriato di un pubblico ufficio!) ne segue l’espulsione. La clandestinità, identificata surrettiziamente con l’irregolarità, è reato!
Queste disposizioni inducono quindi di fatto i genitori che si trovino in questa situazione a non iscrivere il neonato all’anagrafe, facendone un apolide privo di ogni diritto.

Lo Stato si fa creatore di apolidi

Persino il governo in carica deve essersi accorto della enormità per cui uno stato democratico si fa creatore di apolidi se, a pochi giorni dalla approvazione della legge, il Ministero dell’interno  ha emanato una circolare  (Circolare n. 19 del 7 Agosto 2009, concernente indicazioni operative in materia di anagrafe e   stato civile in applicazione della legge n.94,)  che dice essere possibile la registrazione anagrafica, anche in assenza del fatale permesso.
Al di là della stravaganza di una circolare che supera la legge (e che, come è stata emanata, così può essere cancellata senza interventi del parlamento), qualcuno ha finalmente cominciato ad accorgersi della intollerabilità di questa norma. Di recente il Giudice di Pace di Trento ha rimesso alla Corte Costituzionale la questione di legittimità costituzionale di un provvedimento di espulsione conseguente le pubblicazioni di matrimonio di una cittadina cilena (priva appunto del permesso) con un italiano.
In attesa della pronuncia della Corte il provvedimento di espulsione é stato sospeso , mentre il giudice ricordava che il diritto a contrarre matrimonio ha carattere di universalità e può essere esercitato quindi indipendentemente dalla regolarità del soggiorno e dalla cittadinanza [1].
Torniamo ora alle dichiarazioni di nascita per cui non sembra esserci stato il tipo di interesse meritato dalle pubblicazioni di matrimonio, ma è chiaro che i genitori di un neonato, costretti a vedere in lui una minaccia alla loro permanenza in Italia, privi di mezzi per avvicinare un legale che ne sostenga la causa, non possono che agire in conseguenza della propria paura.
Certamente la mamma che partorisca in ospedale e riconosca il proprio bambino è protetta dall’obbligo al segreto sanitario (fermamente difeso dalle categorie professionali interessate) che in un primo tempo la Lega N0rd avrebbe voluto cancellare, con il complice consenso dei partiti di maggioranza e che è stato mantenuto nell’elenco delle eccezioni alla presentazione del permesso di soggiorno, confermando la permanenza dell’articolo già presente nella normativa precedente la legge 94 e non cancellato:

 5, L’accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul     soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all’autorità, salvo i casi in cui sia     obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano.

Però la registrazioni anagrafica non si ferma qui: la nascita e l’eventuale paternità deve essere dichiarata anche in Comune.
In virtù della circolare ricordata sopra l’immigrato irregolare non deve esibire il permesso di soggiorno, ma, presentandosi pubblicamente,  può rendersi visibile ad un anonimo denunciante. Il meccanismo che crea tale situazione e attraversa subdolamente leggi e burocrazie è stato svelato da un fatto preciso [2]. Il 28 novembre 2010 la questura di Milano ha denunciato un medico  per  favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. I soccorsi erano stati prestati a un egiziano irregolare che si era sentito male durante la protesta alla ex Carlo Erba a Milano. Il silenzio dovuto del medico era stato aggirato da una denuncia che, anche se anonima, aveva determinato la reazione dei pubblici uffici garanti della sicurezza.
E’ chiaro che il problema della registrazione anagrafica  potrebbe essere risolto assicurando la cittadinanza italiana a chi nasce in Italia, soluzione certamente auspicabile ma di lungo percorso cui non sarebbe di ostacolo la soluzione del piccolo problema della registrazione anagrafica di cui il governo è a piena conoscenza. Ne fa fede la risposta ad una recente interrogazione parlamentare:

“Il Ministero dell’Interno, con la circolare n. 19 del 7 agosto 2009, ha inteso fornire indicazioni mirate a tutti gli operatori dello stato civile e di anagrafe, che quotidianamente si trovano a dover intervenire riguardo ai casi concreti, alla luce delle novità introdotte dalla legge n. 94/09 (entrata in vigore in data 8 agosto 2009), volta a consentire la verifica della regolarità del soggiorno dello straniero che intende sposarsi e ad arginare il noto fenomeno dei matrimoni “fittizi” o di “comodo”.
E’ stato chiarito che l’eventuale situazione di irregolarità riguarda il genitore e non può andare ad incidere sul minore, il quale ha diritto al riconoscimento del suo status di figlio, legittimo o naturale, indipendentemente dalla situazione di irregolarità di uno o di entrambi i genitori stessi. La mancata iscrizione nei registri dello stato civile, pertanto, andrebbe a ledere un diritto assoluto del figlio, che nulla ha a che fare con la situazione di irregolarità di colui che lo ha generato. Se dovesse mancare l’atto di nascita, infatti, il bambino non risulterebbe esistere quale persona destinataria delle regole dell’ordinamento giuridico.
Il principio della inviolabilità del diritto del nato è coerente con i diritti garantiti dalla Costituzione italiana a tutti i soggetti, senza alcuna distinzione di sorta (artt. 2,3,30 ecc .), nonché con la tutela del minore sancita dalla Convenzione di New York del 20 novembre 1989 (Legge di ratifica n. 176 del 27/05/1991), in particolare agli artt. 1 e 7 della stessa, e da diverse norme comunitarie.
Considerato che a un anno dall’entrata in vigore della legge 94/09 non risultano essere pervenute segnalazioni e/o richieste di ulteriori chiarimenti, si ritiene che le disposizioni contenute nella predetta circolare siano state chiare ed esaustive, per cui non si è ravvisata sinora la necessita di prospettare interventi normativi in materia.
IL SOTTOSEGRETARIO DI STATO   (Miche1ino Davico)”

Il Ministero è quindi consapevole che la situazione di irregolarità dei genitori non deve negare i diritti del bambino, ma il problema non si risolve finché permane l’obbligo di presentazione dei documenti di soggiorno che pubblicano la condizione di chi si presenta con el conseguenze di cui si è detto. Finora istituzioni e società civile non hanno dimostrato interesse al problema.
Ma .. non è mai troppo tardi! 


[1] Il provvedimento trentino è stato segnalato dal prezioso sito dell’Associazione Studi Giuridici Immigrazione e la relativa ordinanza può essere letta all’indirizzo: http://www.asgi.it/public/parser_download/save/giudice_pace_tn_
ord_680_2010.pdf

[2] All’indirizzo  http://www.simmweb.it(sito della Società Italiana di medicina delle Migrazioni) la notizia in questione si trova in data 30 novembre, mentre in data 10  gennaio 2011. è riportata la dichiarazione dell’ordine dei medici della provincia interessata.

15 Marzo 2011Permalink

13 marzo 2011 – Una lettera da Trento

Faccio parte di un’associazione che si chiama BIBLIA (per chi volesse informazioni  biblia.org) e ho ricevuto da uno dei partecipanti a un incontro che si è svolto a Bressanone la scorsa estate una lettera che trascrivo, facendo seguire la mia risposta.
(Per correttezza, dato che se ne riferisce una frase pronunciata in una situazione privata, a meno che non venga a sapere che l’interessata preferisce il contrario, metto al posto di un nominativo le iniziali A.C.)

                 150° dell’Unità d’Italia Da Firenze a Bressanone (passando per Trento)    di Silvano Bert

L’episodio è di vita quotidiana. A. C. è una signora di Firenze presidente di “Biblia”, l’associazione laica di cultura biblica. E’ lei che organizza l’estate scorsa a Bressanone un seminario sulla Lettera di Paolo ai Romani. Siamo in trenta persone, da Bolzano a Napoli, da Udine ad Asti.  Quella di Roma è una comunità nata da poco, alla metà del primo secolo, punta estrema in occidente del movimento di Gesù di Galilea, già diffuso in Palestina, Siria, Asia Minore. La comunità è piccola, di qualche decina di persone, fiduciosa, in crescita. E tuttavia al proprio interno è divisa. Sono uomini e donne, liberi e schiavi, fratelli uniti dalla fede in Cristo, ma diversi per culture di appartenenza. I “giudei” e i “greci” (noi diremmo gli ebrei e i pagani) sono divisi a proposito della legge, cioè sulla circoncisione, i giorni festivi, le regole alimentari, il rapporto con l’autorità politica. La lettera è un arrovellarsi di Paolo attorno a quell’acuto conflitto d’identità. Al rapporto fra “noi” e “loro”.

A.C., a tavola, all’Accademia Nicolò Cusano che ci ospita, un giorno sbotta: “Com’è che io a Trento mi sento italiana, mentre qui a Bressanone, in Alto Adige, mi sento straniera?” Il conflitto di identità in questo caso si rivela interno alla stessa persona. Una fiorentina, di raffinata cultura, si sente italiana e straniera in una stessa regione d’Italia. I trentini sanno forse interagire con i fiorentini meglio dei brissinesi? O la presidente, nel salire da Firenze verso le Alpi, aveva in mente una Bolzano uguale a Trento? O si aspettava, piuttosto, che Trento assomigliasse a Bolzano? Dove sta la sorpresa, l’attesa non corrisposta?

Io le racconto un poco la storia di un Alto Adige che chiamiamo sempre più Sudtirolo, anche in Trentino. Le faccio notare che nel giorno più drammatico della storia d’Italia del Novecento, l’8 settembre 1943, lei a Firenze, erede di Cavour, è spaventata dall’occupazione, mentre a Bolzano i soldati tedeschi, la Wehrmacht di Hitler, e più indietro di Bismarck, sono accolti come liberatori, con entusiasmo.

Ma non può bastare. Chiedo al prof. Martin Lintner, dello Studio teologico di Bressanone, l’intervento tenuto a Trento al convegno internazionale dei teologi morali, come “contributo per la convivenza pacifica dei gruppi etnici in Alto Adige-Sudtirol”. Per A.C., quella relazione sull’identità che muta, ispirata a Levinas, è pubblicata da l’Invito (n.221). Mi colpisce una differenza. Nella mia paginetta di storia la svolta inizia con la Costituzione italiana che nel 1948, sulla scia dell’accordo fra De Gasperi e Gruber, riconosce alla regione l’autonomia. Per Lintner, allievo di vescovi come Gargitter, Egger, Golser, per la svolta devono passare altri vent’anni, fino al cosiddetto “pacchetto” di autonomia a favore della popolazione sudtirolese.

Quando Luis Durnwalder, sommerso di soldi, dichiara di sentirsi in Italia un “austriaco”, alzano in tanti la voce, i professori Rusconi e Pombeni, su fino a Dellai e al Presidente della Repubblica. Che hanno da dire, che abbiamo da dire però, se A. C., fiorentina, dichiara nel 2010 di sentirsi “straniera” in una porzione di stato italiano? Io non avevo mai sentito parlare di Trento così.

Paolo, a suo tempo, al conflitto d’identità esploso nella comunità cristiana di Roma fra giudei e greci, non trovò soluzione. Come trascendere le diversità senza annullarle, e come conservarle senza assolutizzarle? L’apostolo dei popoli, tradizionalmente pensato come il fondatore della “grande chiesa”,  fu in realtà un grande sconfitto. Il nodo sarà tagliato da una guerra romana che distruggerà prima il tempio e poi la stessa città di Gerusalemme. Gli ebrei, dispersi nel mondo, con la loro Bibbia dimezzata, eppure completa, diverranno il prototipo dello straniero. Lo straniero, un fuori luogo, avrà sempre poco da festeggiare. Anzi, costringerà anche quelli del luogo a pensare, a non ubriacarsi, nemmeno nei giorni di festa. E’ Piero Stefani a concludere a Bressanone il seminario frequentato da soli italiani. La relazione più avvincente è di Martin Buergenmeister, pastore tedesco nella comunità luterana di Merano. Letta in presenza di A.C., maestra di cerimonia, che si sente, non so a nome di quanti, italiana e straniera.
[lettera pubblicata nel quotidiano  L’Adige, 10.3.2011]

La mia risposta:

Caro Silvano,

Non voglio entrare in un possibile dibattito sull’identità riferendomi alla battuta di A.C.. Non ero a quel tavolo quindi mi sfuggono il contesto, i modi, gli sguardi: tutto ciò che in una situazione conviviale è presente e darebbe ‘sapore’ alla battuta che hai riferito e che così non so e non posso capire.

Però in questo momento in cui si riparla di identità italiana, cercando di sfuggire al nazionalismo che –almeno per i più vecchi di noi – rappresentava il veicolo con cui ci era stata imposta e ce l’aveva resa difficile se non da accettare, da affermare, voglio provare a mettermici anch’io, estendendo la tua lettera e la mia risposta anche ad altri presenti a Bressanone.

A Bressanone mi sentivo italiana o straniera? Non mi sono posta il problema e allora lo riformulo.

La mia situazione (vedi che non mi è riuscito di scrivere ‘ identità’ !) di cittadina italiana quando e dove si fa consapevolezza identitaria?

Se non ho mal di denti non mi pongo il problema della loro, pur residua, presenza in bocca e così non mi sento dotata di una schiena  finché svolge la sua funzione senza farsi sentire (il che capita quando fa male) … e per l’italianità è lo stesso. Sono nata in Italia, vissuta in Italia (salvo il periodo di occupazione tedesca nel ’43 quando dalle mie parti  diventammo Adriatische Küstenland” , Litorale Adriatico del Reich) e l’avrei detta cosa ovvia finché i fondamenti della Costituzione non sono stati messi in discussione a livello politico ma, soprattutto, di coscienza comune in cui la cultura abilmente promossa dalla Lega Nord ha saputo far lievitare il peggio del peggio del fondo oscuro di cui evidentemente non ci eravamo liberati nel 1948 e la cittadinanza è diventata privilegio.

Io credevo (e credo ancora)  fosse una condizione per affermare, nella chiarezza della continuità –non dell’opposizione-la coscienza dei diritti e dei doveri e invece è diventata occasione per affermarsi come privilegio e mezzo per rifiutare culture altre e diverse che –invece di eccitare la nostra umana curiosità e stimolare la nostra intelligenza-  diventano istigazione all’affermazione del pregiudizio.

E l’esercizio dell’intelligenza si umilia da piacere libero, anche se di faticoso esercizio,  a disciplina governata dal cattivo-buon senso.

E così la questione dell’identità italiana per me è uscita dal silenzio dell’ovvietà e si è fatta consapevolezza per impormi il carico del disagio di un ritorno a una specie di rinnovato feudalesimo, dove la cittadinanza sta trasformandosi in una sorta  di corporazione sempre più chiusa in un palazzo che, per essere fortificato e impenetrabile dal ‘nemico’, chiude anche le vie di fuga proprie dei sistemi di sicurezza.

E qui io mi sento soffocare….

La vie di fuga che assicurano la sicurezza della libertà reciprocamente riconosciuta e fondata sull’uguaglianza sono più praticabili a Trento che a Bolzano (per restare alle collocazioni geografiche che tu proponi )?

Questo non lo so; io so che una delle ragioni che mi rendono ostico un richiamo al periodo risorgimentale, oggi richiamato come valore riferibile all’essere italiani, è che allora io –donna- non esistevo e la mia identità di genere mi impediva la partecipazione alla vita politica sia nell’esercizio attivo dell’eleggere che passivo dell’essere eletta. E questa impossibilità a dirmi, a subire una collocazione di subordinazione a priori –che è rimasta presente come valore  in molti anche dopo il 1948- mi ha turbata fin da bambina, quando famiglia e scuola mi avevano insegnato una regola di prudenza, quella del non far domande (secondo una mia pestifera –presto spenta- abitudine)  perché, per mia sfortuna quando ne ponevo, simile al bambino che diceva  ‘il re è nudo’, non ottenevo consenso ma rimproveri.

E ho dovuto imparare ben preso che vedere i vestiti che non ci sono è comodo ma –per me- ripugnante.

Mi piacerebbe che il dibattito sull’identità continuasse, se invece vi ho annoiato mi scuso e saluto tutti sperando di rivedervi a Trento o Sardegna o… ovunque sia

Augusta – Udine

13 Marzo 2011Permalink

8 marzo 2011 – Donne sotto traccia 1

Novembre 2010

Il benessere delle nuove famiglie è stato il tema di un incontro promosso il 23 ottobre scorso dal GrIS del Friuli Venezia Giulia, presso l’Ospedale di Gorizia.

Le nuove famiglie (le famiglie migranti) sono state presentate attraverso il punto di vista di donne mediatrici culturali e di comunità (particolarmente formate all’attenzione competente al sistema sanitario) e, nello stesso tempo componenti delle ‘nuove famiglie’.

Così il punto di vista si moltiplicava, insieme vita e specchio della vita stessa, complessa e difficile anche per i più giovani.

E proprio i bambini a Gorizia sono stati i protagonisti, attraverso i racconti che hanno permesso di arricchire la logica quantitativa delle statistiche per entrare nei processi affascinanti di una cultura, fatta di nuove relazioni, di strumenti di comprensione del vissuto che non possono essere immaginati a tavolino, ma che chiedono di essere conosciuti perché ci permettono di prefigurare il domani del nostro paese.

’Il quattro novembre saremo tutti italiani’, così dichiarava una piccola al rientro da scuola, opponendo  alla sorpresa dei familiari un perentorio ‘lo ha detto la maestra’. Non è stato possibile sapere se vi fosse stata una comunicazione equivoca o che altro, ma era chiaro che la fermezza della piccola manifestava il suo desiderio di diversità. Nata qui, la cultura familiare non le appartiene, il suo riferimento sono i suoi amichetti.

E una madre, mediatrice nella vita oltre che nella professione, riferiva – non senza disagio – della decisione di consentire alla figlia di indossare quei jeans stretti che le permettevano di essere ‘normale’ a scuola.

Sotto la traccia dei racconti si delineavano le figure di altre donne, silenti e assenti, chiuse nelle mura domestiche e perciò impermeabili ai modi e alle relazioni della società in cui i loro figli vivono.

Immigrate a seguito del marito, sole in una realtà in cui non godono di relazioni parentali e amicali, oberate dal lavoro e dai figli di regola numerosi, hanno come riferimento sicuro il ricordo di certezze altrove maturate e appaiono rigide nella loro diversità. E’ una diversità tanto più vistosa quanto più quotidiana che si rende leggibile negli abiti, nel cibo, nei silenzi imposti dalla difficoltà di dirsi e di dire, dall’ignoranza della lingua che la fatica e la solitudine impediscono di apprendere. Capita che quando si incontrano con altri molte di loro abbassino gli occhi.

Per loro è un segno di rispetto per chi é più vecchio o investito di autorità.

E alla mamma che, in nome di quel rispetto, impone alla figlia di abbassare gli occhi quando le parla, la bambina ribatte: “La maestra invece mi dice ‘guardami in faccia quando ti parlo’. Cosa devo fare?”.

Se il gioco degli sguardi diventerà un sereno ‘guardiamoci’ quella bambina sarà stata mediatrice di un processo culturale ancora tutto da scoprire.

Nota informativa
La  Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM – www.simmweb.it) –cui si deve l’impegno che ha consentito di non privare gli operatori sanitari di quel fondamento deontologico che è il segreto professionale –realizza molte delle sue attività attraverso i Gruppi Immigrazione Salute (GrIS).
Per contatti con il GrIS del Friuli Venezia Giulia, la cui pagina è raggiungibile dal sito simmweb, gris.friuliveneziagiulia@simmweb.it  – Portavoce: Guglielmo Pitzalis

Gennaio 2011 –  Faten, cittadina di Udine.

Dieci anni fa ho curato per Ho un sogno la presentazione di alcune storie di donne immigrate e mi sono chiesta se non sia possibile raggiungerle di nuovo e leggere con loro lo svolgersi della loro vita in questi due anni.

Il primo nuovo incontro è con Faten. Nel 2001 avevo intervistato una giovane donna, gentile e inappuntabile nell’aspetto, che era arrivata sette anni prima dalla Siria con un permesso di lavoro.

Oggi mi trovo davanti una imprenditrice (che ancora fa onore al significato del suo nome, affascinante) che gestisce con il marito attività di ristorazione e catering e anche una scuola di danza cui fanno capo alcune iniziative culturali, (“di cultura araba-medio orientale!”, precisa Faten, attenta a sottolineare i caratteri plurali delle presenze straniere).

Questi lunghi anni di presenza in Italia le hanno insegnato il rischio di accettare, e in qualche modo giustificare, la divisione dei migranti in quei blocchi tanto cari a semplificazioni che facilmente scivolano nel pregiudizio.

La Siria da cui proviene – precisa- non è, ad esempio, il Maghreb, pur se la religione maggioritaria è la stessa. Le differenze sono molte, così come in Europa.

Già la religione, quella che- secondo una parte dell’opinione pubblica italiana – vorrebbe le donne coperte e con il volto velato.

La donna che ho davanti veste come me, pantaloni, maglioncino e camicetta, non l’ho mai vista velata né con la testa coperta oltre la necessità di difendersi dal freddo. Eppure so che è mussulmana praticante, che ha fatto il pellegrinaggio a La Mecca (uno dei pilastri dell’Islam, cui si è accompagnata al marito) ed è tornata – secondo il titolo che spetta ai pellegrini- ‘agia’.

“Una responsabilità in più, precisa, nella preghiera, nella condotta della vita, nell’educazione dei figli”.

Dieci anni fa era mamma di Omar, un bambino la cui educazione era al centro dei suoi pensieri. Mi aveva detto: “Per me il fatto che il bambino conosca un’altra religione è cosa che lo fa arricchire, ma mi obbliga a un doppio impegno perché voglio trasmettergli la nostra religione e la nostra cultura e quando torna a casa devo impegnarmi in un grande sforzo per offrirgli un’informazione adeguata sulla nostra fede e le nostre usanze. Mi ripaga il fatto che il mio bambino così diventa più ricco. Io sono facilitata dal fatto di essere cresciuta in Siria, in una società multiculturale e multireligiosa: frequentavo arabi, armeni, curdi, cristiani di varie confessioni. Ricordo che nelle reciproche feste ci scambiavamo gli auguri”.

Con la piccola Leila (che oggi ha otto anni) le cose sono meno facili: alla serenità di Omar (che oggi frequenta un istituto superiore della città) Leila oppone un suo precoce spirito critico.

L’attenzione costante all’educazione dei figli e alla vita familiare (“appena arrivata in Italia –mi dice- ero rimasta sgradevolmente colpita dalla poca disponibilità a sacrificarsi per la famiglia”) non le impedisce di seguire con impegno il lavoro che occupa una trentina di dipendenti, per un terzo italiani.

Le chiedo quali siano a suo parere le ragioni del successo dei ristoranti che lei e il marito dirigono e Faten osserva che il cibo che loro offrono, curato anche nella presentazione, piace perché è sano, nell’insieme vicino alla dieta mediterranea, le materie prime fresche vengono dal mercato locale, altre (grano, semola, una particolare birra leggermente alcolica ma compatibile con le prescrizioni coraniche) dalla Siria.

Affronta il problema del pregiudizio che colpisce l’Islam con molta tranquillità ma non senza determinazione, attribuendo all’ignoranza, che porta a confondere la religione con tradizioni locali radicate che dalla religione non provengono, alcuni eventi e costumi che lei stessa non pratica.

Da quattro anni ha chiesto, insieme al marito, la cittadinanza italiana ma non ha avuto ancora risposta.

Febbraio 2011  -In Bosnia come in Italia: lotta alla discriminazione ( SK).

Continuando con la rivisitazione delle interviste proposte dieci anni fa su Ho un Sogno incontrola bosniaca SK, che ha voluto dar continuità alla scelta di allora anche presentandosi con le sole iniziali.

SK e il marito B rappresentano una figura propria nel panorama delle migrazioni: la loro presenza è infatti il risultato di una guerra europea e del clima di nazionalismo impazzito forse causa, forse conseguenza di quella guerra o forse entrambe le cose.

Giunti in Italia dalla Bosnia nel 1992, sono una coppia mista, lei appartenente al gruppo croato, lui serbo e, se nella realtà di quella che fu la Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia  questo non era un problema, oggi, che i nazionalismi degli anni ’90 hanno identificato e radicalizzato le differenze, lo sarebbe.

Il rifiuto della guerra di SK e B ci propone una scelta di vita estranea alla violenza che alla guerra si collega e che spesso si manifesta nelle scelte che ne seguono. SK sorride ricordando le città legate alla vita sua e della famiglia: Doboj, dove è nata, oggi appartiene alla Repubblica Srpska (l’entità serba della nuova Bosnia), mentre  Visoko (la cittadina dove è nato B) e Maglaj – dove la famiglia si è formata e dove è vissuta – sono zone a maggioranza mussulmana.

Le ‘nuove’ realtà, stabilizzate dal riconoscimento internazionale seguito all’armistizio di Dayton, si rispecchiano anche nella scuola –dove le classi mostrano una monoetnicità un tempo sconosciuta – e nella lingua in cui si radicalizzano terminologie e pronunce che sottolineano non tanto differenze quanto una voluta separazione.

Così anche le religioni entrano nel quadro che SK prospetta come elementi di novità che la turbano.

L’influenza delle chiese ortodossa e cattolica e dell’islam è forte in tutti i settori della società; inoltre l’islam della Bosnia, un tempo europeo, si è modificato per l’imitazione di modelli precedentemente sconosciuti. Anche le nuove, numerose moschee non rappresentano più le storiche modalità degli edifici bosniaci.

E non mancano modificazioni del comportamento personale: in Bosnia il velo era indumento sconosciuto. Oggi invece molte donne lo indossano senza che faccia parte del tradizionale costume bosnjacco e, come altrove in Europa, non copre la testa delle madri, che lo avevano dismesso, ma delle figlie che se ne sono appropriate. Ci ritroviamo concordi nel non riuscire a considerare questa una scelta di libertà, pur nel rispetto dovuto alle manifestazioni personali di un credo religioso.

Il veloce passaggio sul problema del velo, ci porta a parlare dell’integrazione che per SK ha la sua chiave insostituibile nella parità di diritti di fronte all’accesso al lavoro. E’ appena tornata dal Belgio dove l’ha impressionata l’evidente molteplicità etnica nella conduzione dei pubblici servizi da parte di persone evidentemente diverse.

Le viene naturale ripensare a domande di partecipazione a concorsi per l’accesso al lavoro rifiutate perché il richiedente non era cittadino italiano.

A questo punto il colloquio si fa dolente perché accanto all’inadeguatezza delle leggi che regolano l’immigrazione si profila la tragica mancanza di lavoro. E così non parlo più con una migrante, ma con una neo cittadina italiana, angosciata quanto me.

Scheda

La Bosnia (Bosnia Herzegovina – capitale Sarajevo) si trova nei Balcani occidentali, confina con la Serbia ad est, il Montenegro a sud-est e con la Croazia a nord e ad ovest. Fino all’aprile 1992, faceva parte della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia.
Nell’ex Jugoslavia era stato riconosciuto uno status particolare per tre delle numerose etnie che ne facevano parte (Serbi, Croati e Bosnjacchi) e che, nella Bosnia post bellica, costituiscono riferimento per una suddivisione territoriale.
La Repubblica Srpska (capitale Banja Luka) è l’area a grande maggioranza serba, mentre croati e Bosnjacchi si dividono a macchia di leopardo il resto del territorio.

8 Marzo 2011Permalink

2 febbraio 2011 – Un articolo da leggere e, alla fine, un impegno.

Non volevo scrivere nulla in previsione dell’assenza di una settimana ma l’amica Enrica mi ha inviato questo articolo di Claudio Fava. Lo giudico imperdibile e, date la fretta, mi limito a collegare un link per avere notizie sull’autore.
In calce all’articolo si trova una citazione (Juliet Mitchell, La condizione della donna, 1966) che riprendo:
Come l’operaio si ritrova alienato nel suo stesso prodotto, così, grosso modo, la donna trova la sua alienazione nella commercializzazione del suo corpo.
Aggiungo io: … e nelle svendita del suo cervello  

Anche i padri … Nostalgia di un’altra Italia

Non solo il cavaliere, non solo le ragazzine, non solo le maitresse e gli adulatori, non solo gli amici travestiti da maggiordomi, le procacciatrici di sesso, i dischi di Apicella e la lap dance in cantina: in questa storia da basso impero ci sono anche i padri. E sono l’evocazione più sfrontata, più malinconica di cosa sia rimasto dell’Italia ai tempi di Berlusconi. I padri che amministrano le figlie, che le introducono alla corte del drago, le istruiscono, le accompagnano all’imbocco della notte. I padri che chiedono meticoloso conto e ragione delle loro performance, che si lagnano perché la nomination del Berlusca le ha escluse, che chiedono a quelle loro figlie di non sfigurare, di impegnarsi di più a letto, di meritarsi i favori del vecchio sultano. I padri un po’ prosseneti, un po’ procuratori che smanacciano la vita di quelle ragazze come se fossero biglietti della lotteria e si aggrappano alle fregole del capo del governo come si farebbe con la leva di una slot machine… Insomma questi padri ci sono, esistono, li abbiamo sentiti sospirare in attesa del verdetto, abbiamo letto nei verbali delle intercettazioni i loro pensieri, li abbiamo sentiti ragionare di arricchimenti e di case e di esistenze cambiate in cambio di una sveltina delle loro figlie con un uomo di settantaquattro anni: sono loro, più del drago, più delle sue ancelle, i veri sconfitti di questa storia. Perché con loro, con i padri, viene meno l’ultimo tassello di italianissima normalità, con loro tutto assume definitivamente un prezzo, una convenienza, un’opportunità.

Ecco perché accanto ai dieci milioni di firme contro Berlusconi andrebbero raccolti altri dieci milioni di firme contro noi italiani. Quelle notti ad Arcore sono lo specchio del paese. Di ragazzine invecchiate in fretta e di padri ottusi e contenti. Convinti che per le loro figlie, grande fratello o grande bordello, l’importante sia essere scelte, essere annusate, essere comprate. Dici: colpa della periferia, della televisione, della povertà che pesa come un cilicio, della ricchezza di pochi che offende come uno sputo e autorizza pensieri impuri. Balle. Bernardo Viola, voi non vi ricordate chi sia stato. Ve lo racconto io. Era il padre di Franca Viola, la ragazzina di diciassette anni di Alcamo che, a metà degli anni sessanta, fu rapita per ordine del suo corteggiatore respinto, tenuta prigioniera per una settimana in un casolare di campagna e a lungo violentata. Era un preludio alle nozze, nell’Italia e nel codice penale di quei tempi. Se ti piaceva una ragazza, e tu a quella ragazza non piacevi, avevi due strade: o ti rassegnavi o te la prendevi. La sequestravi, la stupravi, la sposavi. Secondo le leggi dell’epoca, il matrimonio sanava ogni reato: era l’amore che trionfava, era il senso buono della famiglia e pazienza se per arrivarci dovevi passare sul corpo e sulla dignità di una donna.

A Franca Viola
fu riservato lo stesso trattamento. Lui, Filippo Melodia, un picciotto di paese, ricco e figlio di gente dal cognome pesante, aveva offerto in dote a Franca la spider, la terra e il rispetto degli amici. Tutto quello che una ragazza di paese poteva desiderare da un uomo e da un matrimonio nella Sicilia degli anni sessanta. E quando Franca gli disse di no, lui se l’andò a prendere, com’era costume dei tempi. Solo che Franca gli disse di no anche dopo, glielo disse quando fece arrestare lui e i suoi amici, glielo urlò il giorno della sentenza, quando Filippo si sentì condannare a dodici anni di galera.

Il costume morale e sessuale dell’Italia cominciò a cambiare quel giorno, cambiò anche il codice penale, venne cancellato il diritto di rapire e violentare all’ombra di un matrimonio riparatore. Fu per il coraggio di quella ragazzina siciliana. E per suo padre: Bernardo, appunto. Un contadino semianalfabeta, cresciuto a pane e fame zappando la terra degli altri. Gli tagliarono gli alberi, gli ammazzarono le bestie, gli tolsero il lavoro: convinci tua figlia a sposarsi, gli fecero sapere. E lui invece la convinse a tener duro, a denunziare, a pretendere il rispetto della verità. Tu gli metti una mano e io gliene metto altre cento, disse Bernardo a sua figlia Franca. Atto d’amore, più che di coraggio. Era povero, Bernardo, più povero dei padri di alcune squinzie di Arcore, quelli che s’informano se le loro figlie sono state prescelte per il letto del drago. Ma forse era solo un’altra Italia.
Claudio Fava

Un impegno, almeno di fronte a me stessa:

Il 14 dicembre 2010 la Corte europea per i diritti dell’uomo ha emesso una sentenza secondo cui: “Viola la Convenzione europea dei diritti dell’Uomo lo Stato che priva della capacità matrimoniale lo straniero in condizione di irregolarità”.
Si tratta evidentemente del problema del rapporto fra la registrazione di un atto di matrimonio e l’esibizione del permesso di soggiorno.
Fa riferimento a una normativa del Regno Unito che evidentemente qualcuno ha presentato alla valutazione della Corte, ma mi sembra perfettamente pertinente alla situazione italiana, di cui molto ho scritto, privilegiando l’aspetto della registrazione anagrafica. 

Me ne occuperò certamente al mio ritorno, per ora mi limito alla trascrizione dei dati per raggiungere autonomamente il prezioso sito che ne rende possibile la lettura e al collegamento con il link che consente di accedere al documento (che si trova a pag. 18)

31.01.2011
On-line la newsletter del Servizio ASGI di supporto giuridico contro le discriminazioni etnico razziali e religiose, n. 6 – dicembre 2010/gennaio 2011

Newsletter del Servizio ASGI di supporto giuridico contro le discriminazioni razziali e religiose, n. 6 – dicembre 2010/gennaio 2011 – formato pdf (351.05 KB)
Newsletter del Servizio ASGI di supporto giuridico contro le discriminazioni razziali e religiose, n. 6 – dicembre 2010/gennaio 2011 – formato doc (307.5 KB)

Progetto ASGI con il sostegno finanziario della Fondazione italiana a finalità umanitarie Charlemagne ONLUS.

2 Febbraio 2011Permalink

31 gennaio 2011 – Un cardinale, qualche signora e un Presidente

 Da un direttore generale tremolante a un cardinale insinuante.

Nell’ultimo scritto ho fatto riferimento a un direttore generale tremolante (Masi, RAI) ora non voglio trascurare uno che si presenta mite ma … non lo è e oltre che autorevole per dichiarato ruolo è nocivo per quanto comunica a soggetti ahimè passivi: si tratta del card. Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana.

Al di là  dello stile, che trovo vecchio e untuosetto, trascrivo due passi della sua prolusione alla Conferenza dei vescovi italiani (24 gennaio) che mi hanno indignato, non per ciò che dicono (Sua Eminenza sa usare le argomentazioni che vuole usare con abilità e consumata esperienza e conosce bene il significato delle parole) ma per ciò che non dicono.

Al numero 6 della sua prolusione il cardinale propone un termine che ho trovato geniale ‘alfabetizzazione etica’ ma che, a mio parere, tradisce poco sotto dichiarando: “Anche la crescente allergia che si registra nei confronti dell’evasione fiscale è un segnale positivo, che va assecondato”.
Eminenza concordo, ma come la mettiamo con la soppressione dell’ICI non solo per i locali di culto, ma anche per tutta la catena di vari mercati che alla chiesa cattolica, direttamente o indirettamente, si riferiscono (uno fra tutti l’offerta alberghiera)?
Il Vaticano non soffre di allergie?

E poco sotto al n. 7 “Va da sé che una ricognizione lucida della condizione nazionale deve portare il Paese a darsi una politica familiare preveggente, che mantenga la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, e aperta alla vita, quale base per rilanciare il Paese, e rilanciarlo sul proprio caratteristico equilibrio esistenziale, dunque senza ossessivi cedimenti alla struttura del «soggetto singolare»”
Il breve passo che riporto non copre i numerosi  -e ben inseriti nel cardinalizio contesto – riferimenti alla famiglia (comunque chi volesse leggere l’intera prolusione può farlo da qui)

Correttezza a questo punto avrebbe voluto che il cardinale per evitare di cadere nella “cultura della seduzione” (di cui al n.6) avesse ben definito l’ambito del suo uditorio, dato che non può essere altro che il mondo cattolico (che, per fortuna- è tutt’altro che monolitico). Poteva farlo proprio giovandosi del costume che appartiene a quella ‘alfabetizzazione etica’ precedentemente denominata poiché non ignora che nella società italiana molti cercano di ragionare responsabilmente su forme diverse di legami fra persone di diverso e dello stesso sesso.

Cardinalizie seduzioni contro il pluralismo culturale.

Sono ben consapevole che il presidente della Conferenza Episcopale Italiana  non farebbe alcun danno alla convivenza plurale se i cittadini italiani fossero abituati alla personale riflessione e educati al rispetto di sé: così non è.

Quindi nelle parrocchie (veicoli ancora potenti di diffusione culturale di base) quanto detto a livello gerarchico viene assunto come verità di fede e accantonato nell’universo di quelle cose che si dovrebbero fare (e che, per umana debolezza, non si fanno). Così a seguito della fiducia nel modello tradizionale di concordatario matrimonio cattolico (eppure è sempre più praticata la formula del matrimonio civile!) rotolano tutte le tradizioni in qualche modo passivamente assimilate: ivi compresi i diritti dei minori.
Credo che questo sia un punto focale.

Da servili tremolii e tradizioni non verificate ai diritti dei soggetti senza contrattualità

E cammina, cammina … sono arrivata dove volevo.

Mi limito a una considerazione di fatto: l’ambito cattolico non esaurisce quello cristiano.
Sulle coppie omossessuali c’è stata un’ampia discussione al sinodo valdese, provocata da una lettera del deputato Malan (PdL) evidentemente ballonzolante fra il suo partito – e le conseguenti opportunità politiche-  e la sua chiesa.
Al di là dell’intervento del Malan (fortunatamente all’interno della sua chiesa inefficace) resta però il grave problema dell’omaggio di comodo alla gerarchia cattolica di molti cosiddetti laici, oltre che opportunisti servili (almeno per questo aspetto) dottrinalmente ignoranti con pretese di trasmissione di verità.

Esaurita la considerazione di fatto una domanda:
– come fanno questi famiglia tradizionale dipendenti ad educare i bambini se non danno loro, con tutta la necessaria discrezione che il processo di crescita richiede, l’indicazione del rispetto di sé come soggetti di diritto?
Non so immaginare altro modo per educarli anche ai doveri (non si danno doveri senza diritti e viceversa) a meno che i sedicenti educatori famiglia-dipendenti non indulgano alla coppia sostitutiva (e molto praticata) di capriccio-obbedienza passiva.

Questa lacuna spiega, secondo me, la ragione fondamentale (ma non l’unica) per cui nulla ha detto la gerarchia cattolica sul problema della connessione imposta per legge da due anni fra permesso di soggiorno e registrazione degli atti di stato civile, in particolare la registrazione anagrafica.
Le parrocchie e il giro connesso assentono …ma non sono le sole

Donne, cardinali e vacui consensi

A quanto ho letto sui giornali (non mi sono sentita di partecipare) sabato donne di compositi movimenti si sono trovate in piazza per dire che il governo Berlusconi le fa arrabbiare e che non tutte le donne sono escort.
Attentissime a parlare di sé sono non elegantemente sfuggite ai diritti dei soggetti a debole contrattualità.
Eppure il principio dello sfruttamento delle persone è sempre quello e sempre quello è il modo di agire più orientato a una momentanea ricerca di consenso che alla considerazione razionale di un problema e delle possibili ipotesi per affrontarlo.
Non mi va trovarmi a traballare fra improbabili buoni sentimenti, cupo buon senso e incazzature senza obiettivi.

Non voglio ora  riprendere il problema che da due anni affronto nel blog cui potrebbero affiancarsi tanti altri, specifici se qualcuno volesse studiarli e darne comunicazione.. .

Una lettera al Presidente della Repubblica che ha meritato risposta

Egregio Presidente

il Suo gesto –così limpido nella sua determinazione e importante per il significato che riveste- di ricevere in Quirinale una delegazione di studenti, mi ha incoraggiato nella decisione di scriverLe per chiederLe di dar voce a persone cui voce è negata e che non hanno modo di chiederle udienza.

Si tratta dei neonati, figli di immigrati privi di permesso di soggiorno, cui è rifiutata la registrazione anagrafica, il che li condanna alla perdita di diritti anche essenziali e a un futuro da apolidi.

Il meccanismo che crea tale situazione attraversa subdolamente leggi e burocrazie.

Mi spiego: tale esclusione è prevista dalla legge ‘Disposizioni in materia di sicurezza pubblica’ (94/2009 – lettera g) del comma 22 dell’art. 1).

Non c’é una espressione esplicitamente e chiaramente discriminatoria, ma semplicemente una modifica della norma precedente che diceva essere esclusi dalla presentazione del permesso di soggiorno vari provvedimenti, fra cui gli atti di stato civile (comma 2 – art. 6 – legge 40/1998). Nella legge 94/2009, mentre permangono altre esclusioni, é scomparsa quella relativa agli atti di stato civile e di conseguenza la registrazione di tali atti è subordinata alla presentazione del permesso di soggiorno.

I problemi sono parecchi, relativi a situazioni diverse: mi limito al problema nascita.

Pochi giorni dopo l’approvazione della legge 94 il Ministero dell’interno emanò una circolare (n. 19 del 7 Agosto 2009, prot. 0008899) che affermava essere possibile – relativamente alla registrazione anagrafica – ciò che la legge negava.

Ciò nonostante il problema resta aperto.

Infatti alla diffusa impreparazione degli uffici di molti enti locali si aggiunge la paura dei genitori che, scoprendosi irregolari per la mancanza del permesso di soggiorno, non osano avvicinare le sedi comunali, con un gesto che – anziché permettere loro di esprimere la gioia e l’orgoglio di aver generato un figlio – li condannerebbe all’espulsione.

Permetta, signor presidente, a una cittadina che è nata nell’anno in cui furono promulgate le prime leggi razziali italiane, di dichiararsi inorridita di fronte alla questione che le è stata posta da giornalisti cui si era rivolta “Conosce un caso da poter segnalare? L’informazione in  merito alla legge non è una notizia”.

Mi chiedo e Le chiedo: “Se la presenza in legge di un principio che discrimina le persone per uno status burocraticamente accertato è – e io ritengo che sia- un principio razzista, perché tale affermazione non è da considerarsi ‘notizia’?”.

Mi creda signor Presidente, nella convinzione che la difesa dei principi fondanti la nostra Costituzione appartenga ad ognuna e ognuno di noi (e questo ho insegnato ai miei figli e ai miei studenti di un tempo), ho fatto quando potevo e sapevo per segnalare, rendere pubblica la segnalazione, chiedere ai responsabili un gesto consapevole che apra alla modifica della norma.

Ora mi rivolgo a Lei: quei piccoli minacciati dalla negazione di un riconoscimento fondante la vita di relazione, non possono costituirsi in delegazione, né lo osano i loro genitori, ma Lei può essere la loro voce, tutelandoli come la Costituzione, numerose leggi (cito soltanto la legge n. 176/1991, ratifica della Convenzione di New York del 20 novembre 1989), prevedono e garantendo insieme la dignità di tutti noi che un principio razzista, che pretende di essere legale, umilia.

Nella certezza che Lei troverà il modo per essere voce di chi non ne ha e non può averne e insieme di confortarci nel disagio che nasce dalla consapevolezza di non riuscire ad opporci al razzismo strisciante, Le auguro buon anno.
Augusta De Piero

Segreteria generale della Presidenza della Repubblica
Ufficio per gli Affari Giuridici e le Relazioni Costituzionali                       Roma 12 gennaio 2011

           Gentile signora De Piero,
In relazione alla Sua lettera, indirizzata al Capo dello Stato, la informo che questo Ufficio ha sottoposto quanto da Lei rappresentato all’attenzione del Ministero dell’interno, per l’esame di competenza.
p. il Direttore dell’Ufficio
dr. Gino Onorato

31 Gennaio 2011Permalink

28 gennaio 2011 – Memorie lontane e recenti

Un lungo silenzio sul mio blog che ormai sembra quasi abbandonato, un silenzio occupato da  molta corrispondenza (che cerco sempre sia comunicazione e non si umilia agli schemi precostituiti di facebook; mi sembrerebbe di mancare di rispetto ai miei corrispondenti) e varie attività.
Dovrò risolvere il problema di conservare  (per me)molto di più di quanto ora io non pubblichi.
Ma questa è un’altra storia.

Il giorno dopo

Oggi è il giorno successivo al 27 gennaio giornata della memoria, che –oltre alla liberazione di   Auchswitz– dovrebbe ricordare ciò che quella liberazione significò per l’Europa tutta.
Uso il passato –sfuggendo al desiderio di scrivere un ottimistico ‘significa’ perché ….
Ma andiamo con ordine.

La sera ho scelto di non vedere la TV (serata di Annozero!) e  mi sono messa all’ascolto di radio tre che propone ancora (per quanto?) trasmissioni di alto livello per contenuti e modi di comunicazione.
E’ una serata dedicata al ricordo della shoà: ascolto e penso, rifletto molto con molta preoccupazione, uno stato d’animo che ormai mi è abituale e che difficilmente trova il conforto del dialogo, in luoghi aperti, pubblici, a tanto destinati.
Ma vengo interrotta da una telefonata: “Hai sentito Masi ad AnnoZero?” (Se in futuro leggerò queste note, spero che il nome di Masi non dirà più nulla a nessuno e allora sostengo la mia futura memoria: oggi fa il direttore generale della RAI, più attento ai capricci del capo che alla dignità dell’informazione).
Evidentemente non l’ho sentito, ma confido in you tube che infatti questa mattina mi ha assicurato soccorso.

Un direttore generale tremolante

Mentre Santoro dirige Annozero interviene al telefono  il direttore generale dell’azienda Rai che dichiara di voler dissociare l’azienda e se stesso dal tipo di trasmissione che viola il codice di regolamentazione in materia di presentazione di vicende giudiziarie.

H0 riportato alcune parole che ho trascritto ascoltando un precipitoso direttoriale farfugliamento (forse qualcuno gli avrà passato un appunto all’ultimo momento e il direttore lo legge come può e per quel che capisce? chissà!).
Chi volesse ascoltare l’intervento Masi per intero può farlo da qui.

L’intervento diventa però grottesco quando, invitato dal giornalista a dire se la  trasmissione debba essere interrotta, il direttore generale non sa rispondere.
Direttore di che? Del caos? Di un’azienda senza regole che non siano imitare il presenzialismo telefonico del capo? Mah!
La trasmissione continua e, secondo me, il Santoro perde una occasione straordinaria per fare il giornalista professionalmente qualificato e, come suo solito (è la ragione per cui io non guardo Annozero), interrompe costantemente l’interlocutore che, se avesse lasciato parlare in libertà, sarebbe stato probabilmente deriso senza rimedio dalle proprie parole senza bisogno dell’aiuto, non privo di irritante sommaria arroganza, dello stesso Santoro.
Tra l’altro ho l’impressione che ogni interruzione di Santoro dia al masi l’opportunità di districarsi un po’ dal groviglio in cui la sua sottomessa improntitudine l’aveva infilato.

Il 27 gennaio – gli studenti e un assessore che non sa costruire reti.

Ieri si è svolto un incontro che precedeva l’inaugurazione della mostra ‘La persecuzione degli Ebrei in Italia”.
Il luogo dell’incontro, che ospita anche la mostra, era particolarmente significativo.
Si trattava di un palazzo, già proprietà della famiglia Morpurgo.
Elio Morpurgo fu senatore del regno e sindaco della città. Ormai ottantenne, malato e ricoverato in ospedale fu, in quanto ebreo, preso dalle SS e morì probabilmente già sul convoglio che lo trasportava ad Auchswitz.
Ieri purtroppo nel momento in cui il crimine veniva giustamente attribuito alle SS, nessuno ricordò che l’identificazione per ‘razza’ dipendeva dall’obbedienza altrettanto infame di funzionari italiani al dettato delle leggi del 1938.

Ma restiamo all’incontro, preceduto da letture di giovani (bravissimi, diretti da una regista con la collaborazione della Biblioteca Civica) di testi da loro scelti.
I giovani portavano tutti una rosa bianca, di cui in seguito qualcuno avrebbe ricordato il significato. Chissà se qualche adulto consapevole avrà ragionato con loro sul fallimento di un movimento di studenti che oggi assume un alto significato storico?

Finite le letture è iniziata una piccola serie di interventi formali, condotti dall’assessore comunale alla cultura, di cui –oltre all’abitudine, opinabile ma legittima, di usare un tipo di comunicazione piena di sussiego – non ho potuto fare a meno di sottolineare alcune gaffes.
Pronto nel presentare il Direttore dei Civici musei, oratore nel secondo intervento, non presentò il rappresentante dell’Istituto Friulano  per la Storia del Movimento di Liberazione e dell’Associazione Nazionale degli ex Deportati politici (ANED) che avrebbero svolto i due interventi successivi.
A me è sembrato anche che alcuni di questi signori si incontrassero per la prima volta.
Non mi è piaciuto.
Per fortuna gli studenti che li avevano preceduti presentavano un modello diverso di comunicazione e reciproca attenzione

28 Gennaio 2011Permalink