5 gennaio 2013 – Piccola rassegna stampa.

Ricevo dall’amica Giancarla Codrignani (che ringrazio) un suo articolo che totalmente condivido e trascrivo. E’ tratto da Mosaico di pace, mensile di Pax Christi.
Poi …senza annoiare nessuno con le mie considerazioni segnalo altri due articoli, entrambi pubblicati giovedì 3.gennaio.

Il primo si trova ne La Stampa:
Vladimiro Zagrebelsky  Il grande deserto dei diritti
Per accedere a questo articolo ho trovato anche un link che funziona: http://www.lastampa.it/2013/01/03/cultura/opinioni/editoriali/diritti-e-liberta-le-questioni-fuori-agenda-uC7dQiTwIBsHBDgrpf5HoL/pagina.html

Il secondo si trova ne la Repubblica:
Stefano Rodotà  Diritti e libertà le questioni “fuori agenda”
ed è facilmente reperibile nel sito del giornale inserendo il nome dell’autore.

Io sono ancora molto perplessa a fronte della intervista che ieri sera la bravissima giornalista Lilli Gruber ha fatto all’attualmente in carica e aspirante presidente del Consiglio. Spero di poterla riascoltare per potermi esprimermi fuori della atmosfera negativa che il sen. Monti ha creato (almeno per me) con le risposte date e negate. Ma potrei sbagliarmi.

LO STRANO INTRECCIO                       Mosaico di pace, dicembre  2012

Chiesa, Politica, Poteri forti: oltre gli scadali quale compromissione della Chiesa emerge?   E’ possibile una nuova evangelizzazione?

Giancarla Codrignani

In quel tempo, Gesù diceva alla folla mentre insegnava: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze,  avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave».  E, sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte.  Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino.  Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri.  Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Non so se qualcuno ricorda il Report televisivo in cui Alberto Nerazzini (giornalista dell’équipe Gabanelli) ripercorreva la storia del Presidente (da 17 anni) della Regione Lombardia Roberto Formigoni. Oltre al singolo personaggio – nella cui lista è stata eletta Nicole Minetti, nota per essersi segnalata in funzioni non propriamente amministrative – la trasmissione portava l’attenzione su CL, l’Opus Dei, il San Raffaele e anche del partito di appartenenza del ciellino Formigoni, il PdL. Comparivano anche i memores Domini, gruppo interno di CL di cui il Celeste è sodale e che si vanta di essere un’élite laicale che sceglie vita comunitaria e pronuncia i voti di povertà, castità, obbedienza. Loro assistente è don Juliàn Carròn, autore di una poco opportuna lettera di contestazione dei “trent’anni (ovvio riferimento ai cardinali Martini e Tettamanzi) di rottura della tradizione ambrosiana di profonda unità tra fede e vita”. I memores Domini come Formigoni (e come un paio di adepti ascoltati nella trasmissione di cui il tacere è bello perché uno parlava intercalando termini di uso televisivo comune non propriamente casti, mentre l’altro non riusciva a capire la differenza tra voto di povertà e uso del denaro) non si sa bene di quale Signore facciano memoria, nonostante i voti pronunciati. Anche se il “bene comune” deve essere tenuto in primo piano da laici e credenti soprattutto se politici e amministratori e anche se – purtroppo – da molto tempo laici e credenti approfittano della loro responsabilità civile, non avremmo voluto sapere che l’effettiva eccellenza del San Raffaele era destinata al fallimento da malversazioni e suicidi, che Piero Daccò è stato condannato a dieci anni, che Formigoni insieme con Angelo Scola ha fatto “formazione” a Berlusconi, Dell’Utri, Confalonieri. E nemmeno che il presidente dello Ior Gotti Tedeschi ha sentito dire dal presidente di Finmeccanica Giuseppe Orsi che sarebbe andato “a dare del coglione a Bagnasco” (espressione poi definita “colorita e usata in privato tra amici”).

Fin qui episodi scandalistici – peraltro senza alcun querelante – relativi a grosse organizzazioni cattoliche di cui si stanno occupando magistrati e moralisti. Resta la compromissione della Chiesa, non nuova a rapporti poco evangelici con i poteri. Anche perché è potere essa stessa da quando Teodosio inventò la religione di stato. Non per tirare in ballo sempre il Vaticano II, ma Giovanni XXIII, che conosceva bene la sua curia, indicava la speranza dei segni dei tempi, a partire dalla sconfitta dello Stato Pontificio nel 1870 che era stata una liberazione. E auspicava, comunque, una laicità e una libertà religiosa che avrebbero contribuito non alla fine della tradizione cattolica, ma alla rinuncia dei compromessi con poteri che, desiderosi di benedizioni ecclesiastiche, l’avrebbero asservita.

E’ una pena – perfino per quei “laicisti” che si interessano di spiritualità – che chi ha fede venga a conoscenza di avvenimenti vaticani quali una fuga di notizie seguita da  denunce e tribunali, imprudenze di cardinali legati ai salesiani, scandali finanziari nel sistema ospedaliero dei Figli dell’ Immacolata, del San Carlo di Nancy e di Villa Paola (non bastava il crac di un miliardo di euro del San Raffaele) o in appalti riconducibili a personaggi tipo Anemone e Balducci e a conti correnti dello Ior. Può consolare che mons. Carlo Maria Viganò, segretario del Governatorato,  abbia denunciato al Papa gli sprechi e le operazioni dubbie  o che Benedetto XVI abbia istituito un’Autorità di Informazione Finanziaria con pieni poteri di controllo sui movimenti dello Ior e delle amministrazioni vaticane; ma destano ulteriori preoccupazioni il trasferimento di mons.Viganò come nunzio a Washington e la destituzione del direttore della banca vaticana Gotti Tedeschi, che verificava i “conti esterni” dello Ior e si era rivolto alla società di revisione internazionale Deloitte per un controllo dei movimenti bancari.

Oggi i poteri chiamati “forti” costituiscono un intreccio complesso la cui trama risulta poco individuabile. Il nuovo capitalismo è un mercato competitivo in cui si formano alleanze sempre più grandi fra interessi sempre più rilevanti, ma che è sostanzialmente quasi virtuale: la merce numero uno è lo stesso denaro, che corre su rete perseguendo la crescita della ricchezza a danno dei più deboli, sia individui, sia paesi. Come mostra l’invenzione della agenzie di rating che, non si sa in virtù di quale norma, bocciano o promuovono i governi.

La globalizzazione ha prodotto compattamento di grandi interessi transnazionali, ma anche nuova e diversa frammentazione dei vecchi poteri all’interno degli stati: banche, società private, istituzioni, enti, associazioni insidiano i diritti sostenendo il principio del successo e corrompendo l’area del pubblico (nelle elezioni americane Romney sosteneva che la riforma sanitaria e la limitazione del mercato era “puro socialismo”).

E’ ovvio che nulla si regge senza mercati e senza denaro, ma ci rendiamo sempre più conto del beneficio che ci viene dal non aver accettato di devolvere a chi aveva meno di noi al tempo delle vacche grasse quei miliardi che oggi bruciamo nella crisi. Chi fa politica (ma tutti la facciamo, perché tutte le persone che oggi scrediitiamo sono state elette da noi) ha la fatica di dover dimostrare che non tutti sono così; ma chi ha una fede ha il compito di testimoniare. Il dio di Gesù non non è un dio che non chiede, ma dà a tutti. Ed è un non senso, dopo aver assistito al crollo di un partito demo-cristiano, rivendicare anche in seno a coalizioni pluralistiche riserve che non partono dai diritti di tutti, a partire dalle minoranze.

Occorre distinguere il diritto della Chiesa ad esprimersi nella libertà dallo Stato-città del Vaticano? E’ la Chiesa o il Vaticano che ha una banca, riceve dallo stato italiano l’ 8/000 (mentre i fedeli pagano volontariamente una tassa alla propria chiesa in Germania, dove la Conferenza episcopale giudica non più cattolici – ed esclude dai sacramenti – chi non contribuisce), non paga le tasse anche per iniziative senza fini di lucro che altri istituti pagano provocando la sanzione dell’Europa al governo? Se le chiese si vuotano, è tutta colpa della secolarizzazione?

5 Gennaio 2013Permalink

31 settembre 2012 – Testimonianze di donne

Non posso chiudere il mio diario di settembre senza pubblicare una nota ricevuta da Giancarla Codrignani che riporta una delle notizie importanti ma taciute che lei sa trovare, svelandone il significato anche a chi fosse disattento.
Avevo pubblicato sue precedenti note nel 2009, 2010, 2011 (facilmente accessibili mettendo il nome di Giancarla in Search)  e, per restare al 2012, il 7 maggio, il 31 luglio e il 3 settembre.

 Care tutte,
due fatti appaiono oggi più chiari, che siamo tutti su un piano inclinato su cui si farà fatica a stare in piedi anche l’anno prossimo; e che, nella disgustosa corruzione del paese, appare finalmente chiaro che, anche se nessuno si salva dal contagio, per fortuna “non tutti sono uguali”.
Parlando invece solo di noi donne, sui media ci si limita a qualche fantasia freudiana sulla nostra “superiorità”, senza notizie serie su nostri veritieri “successi”. Certo, c’è Arianna Huffington, anche se noi di Bologna avremmo Marzia Vaccari che avrebbe fatto volentieri come Arianna solo a beneficio delle donne…. Invece ci tengo a sottolineare, la costruttività di chi non solo non è corrotto, ma da donna dice come si deve fare politica. Ecco un titolo derivato da Repubblica di oggi: LE DONNE SINDACO DELLA LOCRIDE SCUOTONO IL PD SULLA LEGALITA’, “UNICO RIMEDIO ALL’ANTIPOLITICA”. Ma il meglio è il sottotitolo: CINQUE VITE SOTTO SCORTA PER 800 EURO AL MESE.
Sono le nostre eccellenze, sagge e di solito silenziate: Maria Carmela Lanzetta, sindaco di Monasterace, Maria Teresa Collica di Barcellona Pozzo di Gotto, Elisabetta Tripodi di Rosarno, Carolina Girasole di Capo Rizzuto, Anna Maria Cardamone di Decollatura. Possiamo sentircene orgogliose.
Giancarla Codrignani

Dal mensile Ho un sogno
Ricopio un articolo dal numero di settembre (n.211). Nel 2011 il mensile Ho un sogno ha pubblicato (riprendendo una serie di dieci anni prima) storie di donne immigrate che nel 2012 sono diventate storie di migranti, immi ed emi-grati, uomini e donne. Ora segnalo una donna italiana che nell’attività culturale connessa al suo lavoro si rileva cittadina europea.

Se anche all’origine vi è stato un unico ideatore, la sua opera si irradia, sviluppandosi in una pluralità di persone. Né può altrimenti realizzarsi senza questa pluralità. è questo senza dubbio il primo indizio della profonda socialità inerente alla tecnica del mosaico.”  (Giulio Carlo Argan)
Mi trovo nel laboratorio della maestra mosaicista Laura Carraro e il tic tic della martellina che batte sulla lama d’acciaio per modellare le tessere accompagna lo scorrere della pagine del taccuino che sto sfogliando.
La frase di Argan mi colpisce e subito le chiedo se quella ‘socialità’ che la citazione indica abbia per lei anche un riscontro nella pratica del suo lavoro.
Così, fra le tante esperienze realizzate e possibili, mi segnala quella dell’associazione ‘Modo’ di cui fa parte. «Modo ha – mi dice -come obiettivo fondante quello di riunire giovani artisti europei di varie discipline che, nel confronto reciproco, condividono passioni, talenti, idee. Non è importante che i settori d’interesse siano diversi. Ciò che conta non è il “cosa” ma il “modo”: quello della condivisione e della relazione».
Laura, dopo aver conseguito una laurea triennale in lettere a Venezia, decise che voleva trovare un’attività che le consentisse di mantenere una visione aperta e anche operativa: di qui la decisione di iscriversi alla scuola di Mosaico di Spilimbergo dove ha avuto l’opportunità di conoscere cittadini di tanti paesi del mondo.
E’ stata una molla che ha suscitato il suo interesse per Modo, associazione che ha sede a Udine e si giova di un respiro internazionale grazie anche ai progetti sostenuti dalla Comunità europea che l’hanno vista partner di omologhe organizzazioni della Repubblica Ceca (UVUO, Associazione degli Artisti Visivi di Olomouc) e della Germania (associazione Starkmacher). Insieme hanno organizzato lo scorso anno un workshop al Parco Desio dei Rizzi a Udine e l’iniziativa si è ripetuta quest’anno con la partecipazione anche di artisti sloveni e spagnoli (http://www.associazionemodo.it).
L’evento udinese  ha avuto anche il patrocinio del comune che ha consentito facilitazioni nelle pratiche e nelle procedure per raggiungere l’obiettivo dell’incontro.
Il nome del progetto europeo è accattivante Reshape (re-shape , ridare forma alla città, traduce Laura). Da noi reshape è diventato Incroci e ci offre l’opportunità di conoscere giovani che si comportano da cittadini europei incrociando le loro esperienze e intrecciando il loro tempo in un momento in cui la parola Europa sembra declinarsi esclusivamente con tecnicismi finanziari.
Mentre la Comunità europea li sostiene, sono ignorati dalla politica politicante che sembra incapace di giovarsi di esperienze in atto.
Sarà opportuno perciò parlarne ancora perché altro hanno da dire.

 

 

30 Settembre 2012Permalink

19 settembre 2011 – Dalle memorie al presente

Ricordi e dimenticanze.
Sono trascorsi otto giorni da quando l’11 settembre delle ‘torri gemelle’ è stato celebrato e ricordato. Se quella fu una tragedia che cambiò la storia del mondo l’altra tragedia dell’evento dell’11 settembre 1973, la morte di Allende, la fine della sua ‘via cilena al socialismo’ e l’inizio della dittatura di Pinochet non ha avuto rilievo.
Anche la memoria richiede stimoli e sostegno.
Pochi giorni dopo, il 16, si sarebbe potuto ricordare l’eccidio perpetrato nel 1982 dai falangisti libanesi, con il sostegno delle truppe di Israele, nel campo profughi di Sabra e Chatila, se l’evento non fosse stato caratterizzato dal silenzio quasi totale.
Evidentemente Stati Uniti e occidente di sentono minacciati solo da ciò che le ‘torri gemelle’ significano .
Il meno che si possa dire è che non voler ricordate è sciocco.
Da una memoria, rivisitata con umanità e spirito critico, potrebbero sorgere antidoti contro il fanatismo che ci avvelena e ci minaccia.

Due rapporti.
Uno è il rapporto del “Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulle forme contemporanee di razzismo, discriminazione razziale, xenofobia ed intolleranza” e l’altro è una critica diretta a noi tutti dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa perché “Le misure adottate dalle autorità italiane nei confronti dei Rom non sono in linea con gli standard internazionali ed europei in materia di diritti umani”.
Ho ormai constatato che l’interesse per i diritti umani, a livello di società civile oltre che politica, è quasi nullo. C’è qualche fibrillazione se chi è colpito può costituire una entità visibile, garanzia di visibilità e successo per chi presta soccorso ma il problema dei diritti –e quindi il rapporto critico e determinato con le istituzioni che li possono garantire – sfugge.
Ciò non significa indifferenza alla beneficenza, tutt’altro. Ma anche la garanzia del diritto è solidarietà.
Chi volesse saperne di più potrà raggiungere le fonti attraverso i siti collegati con link e interamente espressi con il loro indirizzo nella premessa.

Una informazione che non può essere trascurata.
Da quando l’Italia, pur se obtorto collo, ha accettato di ospitare profughi provenienti dalla Libia, questi sono stati sparsi sul territorio a piccoli gruppi in attesa che il loro status di rifugiati venga o meno riconosciuto.
Finora non era stata data alcuna disposizione in merito alle modalità del loro provvisorio soggiorno. Ora è stata finalmente firmata la Convenzione con la Protezione civile per fornire entro il 31 dicembre 2011 adeguata assistenza a 600 stranieri e promuovere il rientro assistito. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) offrirà l’assistenza necessaria per la realizzazione del progetto.
I sindaci dei piccoli comuni dove si trovano questi richiedenti asilo saranno stati informati?.

19 Settembre 2011Permalink

02 dicembre 2009 – E’ entrato in vigore il Trattato di Lisbona

Dal primo dicembre 2009 è in vigore il Trattato di Lisbona che modifica i due principali trattati dell’UE: il trattato sull’Unione europea e il trattato che istituisce la Comunità europea. Quest’ultimo sarà ridenominato “trattato sul funzionamento dell’Unione europea”. Al trattato saranno inoltre allegati diversi protocolli e dichiarazioni.
Nell’ambito di tali allegati entrano a far parte del diritto comune Ue e delle competenza della Corte di giustizia le materie di immigrazione e giustizia.

Viene quindi riconosciuta Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea -che all’art. 24 (Diritti del bambino) recita

1. I bambini hanno diritto alla protezione e alle cure necessarie per il loro benessere. Essi possono esprimere liberamente la propria opinione; questa viene presa in considerazione sulle questioni che li riguardano in funzione della loro età e della loro maturità.
2. In tutti gli atti relativi ai bambini, siano essi compiuti da autorità pubbliche o da istituzioni private, l’interesse superiore del bambino deve essere considerato preminente.”

Chi volesse leggere l’intera carta (pubblicata in italiano nella Gazzetta ufficiale delle comunità europee il 18-12-2000) può farlo da qui.

Mi piace però riportare un passo del preambolo della Carta stessa che lascia intuire l’ampiezza dei ‘nuovi’ diritti cui fa riferimento, diritti che impongono sfide importanti sul piano culturale e politico, cui l’Italia sembra particolarmente impreparata, non solo nel rozzo approccio a questi problemi da parte di molti politici e rappresentanti istituzionali ma anche nella grossolana insipienza di molta opinione pubblica.

”La presente Carta riafferma, nel rispetto delle competenze e dei compiti della Comunità e dell’Unione e del principio di sussidiarietà, i diritti derivanti in particolare dalle tradizioni costituzionali e dagli obblighi internazionali comuni agli Stati membri, dal trattato sull’Unione europea e dai trattati comunitari, dalla convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, dalle carte sociali adottate dalla Comunità e dal Consiglio d’Europa, nonché i diritti riconosciuti dalla giurisprudenza della Corte di giustizia delle Comunità europee e da quella della Corte europea dei diritti dell’uomo.
Il godimento di questi diritti fa sorgere responsabilità e doveri nei confronti degli altri come pure della comunità umana e delle generazioni future”

Per leggere anche il testo del Trattato di Lisbona è possibile ricorrere alla solita preziosa fonte dell’ASGI.

2 Dicembre 2009Permalink

30 novembre 2009 – L’evoluzione del crocifisso

L’evoluzione del crocifisso. Sospesa da tempo la riflessione sul significato della croce -sia dentro che fuori le chiese – lo si riscopre e, brandito come arma impropria, diventa un complemento d’arredo che ora entra nel design dei tessuti.
Dalla neolingua padana alla svizzero-padano teologia.

Da La Stampa 30 novembre   –  MISSILI E CAMPANILI – FRANCO CARDINI

Non c’è bisogno di aver letto Landscape and Memory (1995) di Simon Schama sulla storia del paesaggio per sapere che ambienti e landscapes si modificano col tempo.

Anche e soprattutto grazie all’opera dell’uomo: e che poco c’è in essi di puramente «naturale», niente di definitivamente «bello». Agli antichi elvezi, probabilmente, le torri e i templi dei romani sulle prime non piacevano affatto; e, agli elvezi romanizzati, non dovevan garbare granché i campanili. Che quindi qualche minareto avrebbe davvero compromesso l’armonioso paesaggio svizzero, con i suoi laghi e i suoi pascoli, è lecito dubitare. Le ragioni del «sì» degli abitanti della felice Confederazione Elvetica al referendum sul bando alla costruzione delle torri da cui si chiamano i musulmani alla preghiera debbono essere anche altre.

«Simboli del potere islamico», è stato detto. Ma quale potere? Un campanile cattolico in Svezia significa forse che quel Paese è passato al papismo? I templi buddhisti di New York simboleggiano il passaggio degli States alla fede in Gautama Siddharta? E la monumentale sinagoga di Roma significa forse che la Città Eterna è in mano agli ebrei? «Niente minareti se non c’è reciprocità», ha cristianamente sentenziato qualcuno. Ma di quale reciprocità si tratta? Di campanili cristiani molti Paesi musulmani abbondano: dalla Turchia alla Siria alla Giordania all’Egitto all’Algeria; e il fatto che il re dell’Arabia Saudita ne vieti la costruzione autorizza forse moralmente gli svizzeri a negare un minareto a una comunità musulmana fatta di turchi o di maghrebini, che col monarca wahhabita non hanno proprio nulla a che fare?

Ma le moschee sono fonte d’inquinamento fondamentalista, proclama qualcun altro. Dal che s’inferisce che l’unico modo per controllare e contrastare il fondamentalismo sia quello di umiliare molte decine di migliaia di credenti rifiutando loro un simbolo di libertà religiosa. E’ arrivata a questo, la nostra regressione verso l’intolleranza?

Giratela come volete: ma il risultato del referendum svizzero è un altro tassello nell’allarmante puzzle della perdita delle virtù di tolleranza e di ragionevolezza di cui l’Europa e il mondo occidentale stanno dando di questi tempi prove sempre più chiare. E che questa febbre sia grave è prova il contestuale rifiuto, opposto dal medesimo popolo svizzero, all’altro referendum, che gli chiedeva il divieto dell’esportazione di armi e materiale bellico al fine di sostenere lo sforzo internazionale per il disarmo. Qui, di fronte a ovvi motivi di ben concreto interesse economico, il popolo per definizione più pacifico d’Europa – ma anche quello militarmente parlando meglio esercitato – ha rifiutato di arrestare il «commercio di morte». E’ vero, le armi fanno male alla gente. Ma in fondo anche il tabacco e gli alcolici: e allora perché non continuarne produzione e vendita, magari con l’apposizione di qualche scritta d’avvertimento (tipo: «Sparare al prossimo fa male anche a te»)?

C’è del metodo, in questa follia. Curioso che il minareto somigli dannatamente a un missile, o anche a un bel proiettile lucente di fucile. I Mani di Charlton Heston, ex Mosè, ex Ben Hur, che tra 1998 e 2003 fu presidente dell’americana National Rifle Association, ne saranno estasiati. Lo ricordate, senescente eppur fiero della sua armeria simbolo di libertà, nel Bowling for Columbine di Michael Moore? Chi oggi esulta per l’esito del doppio referendum svizzero può prendere il vecchio Charlton a emblema del suo trionfo. A questo punto, per il momento, è arrivata la nostra notte.

30 Novembre 2009Permalink

07 novembre 2009 – Chiara e le scatole cinesi

No al crocefisso in classe La battaglia su un simbolo di Stefano Rodotà, Repubblica, 4 novembre 2009

Ancora una volta una sentenza prevedibile, ben argomentata giuridicamente, non suscita le riflessioni che meritano le difficili questioni affrontate, ma induce a proteste sopra le righe, annunci di barricate, ambigue sottovalutazioni.

Dovremmo ricordare che le precedenti decisioni italiane, che avevano ritenuto legittima la presenza del crocifisso nelle aule, erano state assai criticate per la debolezza del ragionamento giuridico, per il ricorso ad argomenti che nulla avevano a che fare con la legittimità costituzionale. E, considerando il fatto che la nostra Corte costituzionale aveva ritenuto inammissibile per ragioni formali un ricorso in materia, s´era parlato addirittura di una “fuga della Corte”, nelle cui sentenze si potevano ritrovare molte indicazioni nel senso della illegittimità della esposizione del crocifisso.

Nella decisione della Corte europea dei diritti dell´uomo di Strasburgo, che ha ritenuto quella esposizione in contrasto con quanto disposto dalla Convenzione europea dei diritti dell´uomo, non v´è traccia alcuna di sottovalutazione della rilevanza della religione, della quale, al contrario, si mette in evidenza l´importanza addirittura determinante per quanto riguarda il diritto dei genitori di educare i figli secondo le loro convinzioni e la libertà religiosa degli alunni. La sentenza, infatti, sottolinea come la scuola sia un luogo dove convivono presenze diverse, caratterizzate da molteplici credenze religiose o dal non professare alcuna religione. Si tratta, allora, di evitare che la presenza di un “segno esteriore forte” della religione cattolica, quale certamente è il crocifisso, “possa essere perturbante dal punto di vista emozionale per gli studenti di altre religioni o che non ne professano alcuna”.

Inoltre, il rispetto delle convinzioni religiose di alcuni genitori non può prescindere dalle convinzioni degli altri genitori. È in questo crocevia che si colloca la decisione dei giudici di Strasburgo che, in ossequio al loro mandato, devono garantire equilibri difficili, evitare ingiustificate prevaricazioni, assicurare la tutela d´ogni diritto.

Non si può ricorrere, infatti, all´argomento maggioritario, come incautamente aveva fatto il Tar del Veneto, che per primo aveva respinto la richiesta di togliere il crocifisso dalle aule, ricorrendo ai risultati di un sondaggio che sottolineava come la grande maggioranza degli interpellati fosse a favore del mantenimento di quel simbolo.

Un grande teorico del diritto, Ronald Dworkin, ha ricordato che «l´istituzione dei diritti è cruciale perché rappresenta la promessa della maggioranza alla minoranza che la sua dignità ed eguaglianza saranno rispettate. Quando le divisioni tra i gruppi sono molto violente, allora questa promessa, se si vuole far funzionare il diritto, dev´essere ancor più sincera». La garanzia del diritto, fosse pure quella di uno solo, è sempre un essenziale punto di riferimento per misurare proprio la tenuta di uno Stato costituzionale.

Guai a considerare la sentenza di ieri come un documento che apre un insanabile conflitto, che nega l´identità europea, che è “sintomo di una dittatura del relativismo”, addirittura “un colpo mortale all´Europa dei valori e dei diritti”. Soprattutto da chi ha responsabilità di governo sarebbe lecito attendersi un linguaggio più sorvegliato. Non vorrei che, abbandonandosi a queste invettive e parlando di una “corte europea ideologizzata”, si volesse trasferire in Europa lo stereotipo devastante dei giudici “rossi”, che tanti guai sta procurando al nostro paese. Allo stesso modo sarebbe sbagliato se il fronte “laicista” cavalcasse il pronunciamento per rilanciare una battaglia anti-cristiana.

Mantenendo lucidità di giudizio, si dovrebbe piuttosto concludere che la sentenza della Corte europea vuole sottrarre il crocifisso a ogni contesa. In questo è la sua superiore laicità. Viviamo tempi in cui la difesa della libertà religiosa non può essere disgiunta dal rispetto del pluralismo, da una riflessione più profonda sulla convivenza tra diversi. L´ossessione identitaria, manifestata anche in questa occasione e che percorre pericolosamente i territori dell´Unione europea, era lontanissima dai pensieri e dalla consapevolezza che ispirarono i padri fondatori dell´Europa, tra i quali i cattolici Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer, che proprio quando si scrisse la Convenzione sui diritti dell´uomo nel 1950, quella sulla quale è fondata la sentenza di ieri, mai cedettero alla tentazione di ancorarla a “radici cristiane”, che avrebbero introdotto un elemento di divisione nel momento in cui si voleva unificare l´Europa, anche intorno all´eguale diritto di tutti e di ciascuno. Dobbiamo rimpiangere quella lungimiranza?

Questa sentenza ci porta verso un´Europa più ricca, verso un´Italia in cui si rafforzano le condizioni della convivenza tra diversi, dove acquista pienezza quel diritto all´educazione dei genitori che i cattolici rivendicano, ma che deve valere per tutti. Libera anche il mondo cattolico da argomentazioni strumentali che, pur di salvare quella presenza sui muri delle scuole, riducevano il simbolo drammatico della morte di Cristo a una icona culturale, ad una mediocre concessione compromissoria ai partiti d´ispirazione cristiana (così è scritto nella memoria presentata a Strasburgo della nostra Avvocatura dello Stato). L´Europa ci guarda e, con il voto unanime dei suoi giudici, ci aiuta.

(4 novembre 2009)

La Croce nelle mani di Gasparri e Calderoli – 05-11-2009 di Raniero La Valle

Vorrei dire il mio sentimento riguardo alla sentenza della Corte europea sul crocefisso nelle scuole. La sentenza è ineccepibile: una volta investita del caso, la Corte non poteva che decidere così; infatti in discussione non c’era l’utilità, l’opportunità, il significato, religioso o civile, del crocefisso, la percezione positiva o negativa che dei minori, per lo più ignari del cristianesimo, possono avere di un uomo “appeso nudo alla croce” e, così umiliato e ucciso, esposto alla vista di tutti. Non su questo verteva il giudizio e non su questo dovrebbe svilupparsi il dibattito sulla sentenza, in odio alle ragioni degli uni o degli altri, come ho visto fare anche in giornali amici. Il giudizio verteva sull’obbligo, imposto dallo Stato, di mettere il crocefisso nelle aule scolastiche; come dice la Corte di Strasburgo “sull’esposizione obbligatoria di un simbolo di una data confessione religiosa” nel contesto di una funzione pubblica gestita dal governo. È evidente che a quest’obbligo, derivante da decreti reali e da circolari fasciste che imponevano insieme al crocefisso il ritratto del re, si oppongono tutti i principi del moderno Stato di diritto, le norme della Costituzione, la Convenzione europea e forse anche la Dichiarazione conciliare “Dignitatis humane” sulla libertà religiosa.
Nondimeno vorrei dire il mio sentimento di dolore per ciò che è accaduto e ancor più per ciò che può accadere.
Inzitutto mi dispiace che ad attivare il procedimento nelle sue diverse fasi, con innegabile tenacia, sia stata una madre di due bambini che è anche socia dell’Unione Atei e Agnostici Razionalisti (UAAR), il che fa pensare che oltre alla difesa dei due figli da indesiderate interferenze religiose, tra i motivi del ricorso ci fosse un più generale interesse ideologico.
Mi dispiace anche che la giurisdizione amministrativa italiana e il governo siano stati così miopi, sia nella sostanza che nelle motivazioni, nel respingere le ragioni della ricorrente (mentre per darle ragione sarebbe bastata la Costituzione), da provocare l’appello alla Corte di Strasburgo e da chiamare perciò in causa addirittura la Convenzione dei diritti dell’uomo; testo normativo certo pertinente, ma alquanto sproporzionato se si pensa a quali e quanti diritti umani sono impunemente e atrocemente violati in tutto il mondo, e alla compressione vicino allo zero che per contro la presenza del crocefisso nelle aule scolastiche infligge ai diritti umani dei fanciulli che sono costretti a vederlo.
Inoltre mi dispiace che l’Italia, in una sede significativa come la Corte di Strasburgo, abbia mostrato il grado infimo a cui la considerazione del diritto è arrivata nel governo del nostro Paese, mettendo tra le motivazione della sua memoria difensiva “la necessità di trovare un compromesso con i partiti di ispirazione cristiana”, che nella migliore delle ipotesi è una ragione inerente alla politica politicante, cioè al potere, e non al diritto.
Ma soprattutto mi dispiace che, riconoscendosi da parte di tutti che non c’è più una religione di Stato, e che non si può imporre a tutti la rappresentazione simbolica di una sola confessione, ci sia una gara per dire che il crocefisso andrebbe mantenuto perché avrebbe cessato di essere un simbolo religioso, e sarebbe invece “un simbolo dello Stato italiano”, “un simbolo della storia e della cultura italiane”, un segno “dell’identità italiana”, “una bandiera della Chiesa cattolica, l’unica – ha osservato il tribunale amministrativo di Venezia – a essere nominata nella Costituzione italiana”; anzi, secondo il Consiglio di Stato, la croce sarebbe diventata un valore laico della Costituzione e rappresenterebbe i valori della vita civile. Come dice giustamente un terzo intervenuto nel giudizio di Strasburgo (un’organizzazione per l’attuazione dei principi di Helsinki), questa posizione “è offensiva per la Chiesa”.
Questa posizione è infatti atea, ma è devota, e tende a lucrare i benefici della religione come religione civile. E io dico la verità: se il Crocefisso diventasse la bandiera di un’identità, di un nazionalismo, di un razzismo, di una lotta religiosa, e se la sua difesa dovesse essere messa nelle mani di Gasparri, di Calderoli o di Pera, della Lega o di Villa Certosa, e cessasse di essere la memoria di un Dio che si è fatto uomo, per rendere gli uomini divini, e che “avendo amato i suoi fino alla fine” ha accettato dai suoi carnefici la sorte delle vittime, e continua a salire su tutti i patiboli innalzati dal potere, dal danaro e dalla guerra, allora io non vorrei più vedere un crocefisso in vita mia.
E mi dispiace infine che questa controversia abbia preso il via da una regolamentazione giudiziaria, norma contro norma, obbligazione contro abolizione. Il diritto non può che operare così, e quello che era obbligatorio prima può rendere illegittimo oggi. Ma io penso che non c’è solo il diritto scritto; ci sono le consuetudini, c’è una cultura comune, che pian piano muta, che ieri era “cristiana”, oggi è agnostica, domani sarà laica; si possono far crescere i processi, senza imposizioni e senza strozzature, accompagnando col variare delle proposte educative, dei mondi vitali, delle culture diffuse, delle etnie compresenti, il variare delle forme e dei simboli mediante i quali una società rappresenta se stessa. E non è detto che tutto il cambiamento debba avvenire tutto in una volta e in tutto il Paese, come quando a un solo segnale vennero rovesciati i ritratti del re e i simboli del fascismo.
Non credo che quello che oggi manca in Italia sia il riaccendersi di un conflitto religioso, di una guerra ideologica. Certo al governo piacerebbe, perché sarebbe ancora un altro modo per dirottare l’attenzione, per restare esente dal giudizio sul disastro prodotto dalle sue politiche reali.
Se dovessi dire come procedere, direi che lo Stato smetta di imporre alle scuole il crocefisso, e non impugni Strasburgo; che la Chiesa non ne rivendichi l’obbligo, tanto meno come simbolo d’identità e di radici, piuttosto che come simbolo di salvezza, e per ottenerlo non corra nelle braccia del governo; e che con buon senso, secondo le tradizioni e le esigenze dei luoghi, si trovi un consenso tra genitori, alunni e maestri, sul lasciare o togliere la croce. L’ultima cosa che vorrebbe quel Dio schiavo che vi si trova appeso, è di portare l’inquietudine, l’inimicizia e lo scontro nei luoghi dove una generazione sta scegliendo, e forse solo subendo, il suo futuro.

Raniero La Valle ha diretto, a soli 30 anni, L’Avvenire d’Italia, il più importante giornale cattolico nel quale ha seguito e raccontato le novità e le aperture del Concilio Vaticano II. Se ne va dopo il Concilio (1967) quando inizia la normalizzazione che emargina le tendenze progressiste del cardinale Lercaro. La Valle gira il mondo per la Rai, reportages e documentari, sempre impegnato sui temi della pace: Vietnam, Cambogia, America Latina. Con Linda Bimbi scrive un libro straordinario, vita e assassinio di Marianela Garcia Villas (“Marianela e i suoi fratelli”), avvocato salvadoregno che provava a tutelare i diritti umani violati dalle squadre della morte. Prima al mondo, aveva denunciato le bombe al fosforo, regalo del governo Reagan alla dittatura militare: bruciavano i contadini che pretendevano una normale giustizia sociale. Nel 1976 La Valle entra in parlamento con Sinistra Indipendente; si occupa della riforma della legge sull’obiezione di coscienza. Altri libri “Dalla parte di Abele”, “Pacem in Terris, l’enciclica della liberazione”, “Prima che l’anno finisca”, “Agonia e vocazione dell’Occidente”. Nel 2008 ha pubblicato “Se questo è un Dio”. Nel 2008 è stato promotore del “Manifesto per la sinistra cristiana” nel quale propone il rilancio della partecipazione politica e dei valori del patto costituzionale del ’48 e la critica della democrazia maggioritaria.

7 Novembre 2009Permalink

03 novembre 2009 – Non è questione di crocifissi ma di ignoranza.

La Corte europea dei diritti dell’uomo, accogliendo il ricorso di una madre relativa all’esibizione del crocifisso nelle aule scolastiche, ha affermato che l’esposizione di un simbolo religioso di natura confessionale nelle scuole rette dallo Stato limita il diritto dei genitori di educare i figli secondo le proprie convinzioni religiose o filosofiche e la libertà degli alunni di credere o di non credere.
Il parere, indubbiamente interessante, ha assicurato l’esibizione di un’ignoranza sconvolgente, indicando un atteggiamento che finalmente unifica maggioranza e opposizione parlamentare: i signori confondono cristianesimo e cattolicesimo usando i termini in maniera disinvoltamente intercambiabile.
Onorevoli presidenti delle camere avete fondi sufficienti per prendere in considerazione qualche lezioncina di storia europea?

Qui i l testo di un articolo da Repubblica on line e il testo della sentenza europea.

3 Novembre 2009Permalink