29 luglio 2014 – l’avevo promesso ieri

La Repubblica 28 luglio 2014 RICORDARE IL FUTURO di DAVID GROSSMAN

LA SITUAZIONE in cui sono intrappolati israeliani e palestinesi assomiglia sempre di più a una bolla ermetica, sigillata. In questa bolla, con gli anni, entrambe le parti hanno messo a punto giustificazioni convincenti e raffinate per qualunque azione da esse intrapresa. Israele può dire, a ragione, che nessun Paese al mondo rimarrebbe immobile di fronte agli incessanti attacchi di Hamas, o alla minaccia dei tunnel sotterranei. E Hamas, dal canto suo, giustifica gli attacchi contro lo Stato ebraico sostenendo che il suo popolo è ancora sotto occupazione e che i cittadini della Striscia di Gaza languono a causa del blocco imposto da Israele.
IN UNA situazione in cui i cittadini israeliani si aspettano che il loro governo faccia qualunque cosa perché nessun bambino rimanga vittima di un commando di Hamas che spunta da sottoterra nel mezzo di un centro abitato limitrofo alla Striscia, chi mai potrebbe discutere con loro? E cosa risponderemo alla gente bombardata di Gaza che sostiene che le gallerie e i razzi sono le ultime armi che ha a disposizione per contrastare una potenza come Israele? Dentro a questa bolla ermetica, crudele e disperata, ciascuna delle parti, ognuna dal suo punto di vista, ha ragione. Ciascuna obbedisce alla legge della bolla: quella della violenza e della guerra, della vendetta e dell’odio.
La domanda più importante che dovremmo porci ora, in piena guerra, non concerne gli orrori che si verificano ogni giorno. Dovrebbe piuttosto essere questa: com’è possibile che da oltre cento anni noi e i palestinesi soffochiamo insieme dentro questa bolla? Siccome non posso porre questa domanda ai rappresentanti di Hamas, e non ho la presunzione di capire il loro modo di pensare, la faccio ai dirigenti del mio paese, all’odierno primo ministro e ai suoi predecessori: come avete fatto a sprecare il tempo trascorso dall’ultimo conflitto senza intraprendere nessuna iniziativa di dialogo, senza tentare un approccio con Hamas per cercare di cambiare l’esplosiva realtà tra noi? Perché Israele, negli ultimi anni, ha intenzionalmente evitato di avviare un negoziato con la parte più moderata e aperta al dialogo del popolo palestinese, anche solo per fare pressione su Hamas? Perché per dodici anni ha ignorato l’iniziativa della Lega Araba che avrebbe potuto coinvolgere Paesi arabi moderati e imporre forse un compromesso a Hamas? In altre parole, come mai, per decenni, i governi israeliani non sono stati in grado di pensare al di fuori della bolla?
Eppure, malgrado tutto, nell’attuale confronto tra Israele e Gaza c’è qualcosa di diverso. Al di là dei toni infiammati di alcuni politici che fomentano il fuoco della guerra e dietro alla grande messinscena di “unità” — in parte genuina, ma per lo più artefatta — della popolazione israeliana, accade qualcosa che riesce a incentrare l’attenzione di molti israeliani su un meccanismo alla base di tutta la “situazione”, un meccanismo di ripetitività sterile, letale.
Qualcosa, in questo ciclo di violenza, di vendetta e di contro-vendetta, rivela a molti israeliani un’immagine che finora avevamo rifiutato di riconoscere. Improvvisamente riusciamo a vedere con brutale chiarezza il ritratto di Israele: un Paese audace, con fantastiche capacità creative e di inventiva, che da più di cento anni gira intorno alla macina di un conflitto che avrebbe potuto essere risolto anni fa. Se rinunciassimo per un momento a considerare le ragioni e le motivazioni con le quali ci proteggiamo da sentimenti di compassione e di semplice umanità verso i moltissimi palestinesi le cui vite sono sconvolte da questa guerra, forse riusciremmo a vederli girare insieme a noi, all’infinito, intorno a questa macina, accecati e intorpiditi dalla disperazione.
Non so cosa pensino esattamente i palestinesi in questi giorni, che cosa pensi la gente di Gaza. Sento però che Israele sta maturando. Con dolore, con sofferenza, digrignando i denti, Israele cresce. O meglio, è costretto a crescere. Nonostante le dichiarazioni bellicose e i proclami infiammati di politici e di commentatori, al di là delle feroci invettive di energumeni della destra contro chi la pensa diversamente da loro, al di là di tutto questo, il flusso centrale dell’opinione pubblica israeliana sta acquistando lucidità.
La sinistra è più consapevole dell’intensità dell’odio verso Israele (che non deriva solo dall’occupazione), della minaccia dell’integralismo islamico e della fragilità di qualunque accordo verrà firmato. Molte più persone, a sinistra, capiscono oggi che i timori e le ansie degli esponenti della destra non sono soltanto paranoie ma scaturiscono da una concreta realtà. Spero che anche la destra riconosca — seppure con rabbia e frustrazione — i limiti della forza, il fatto che anche un Paese forte come il nostro non può agire unicamente secondo la propria volontà e che, nell’epoca in cui viviamo, non ci sono più vittorie inequivocabili. Ci sono soltanto “fotogrammi di vittoria” che lasciano il tempo che trovano e il cui negativo ci mostra che nelle guerre ci sono unicamente perdenti e non esiste una soluzione militare al reale malessere del popolo che abbiamo di fronte. E fintanto che il senso di soffocamento della gente di Gaza non si dissiperà nemmeno noi, in Israele, potremo respirare con agio, con entrambi i polmoni.
Noi israeliani lo sappiamo da decenni, e da decenni ci rifiutiamo di capirlo. Ma forse, questa volta, lo abbiamo capito un po’ di più, oppure, per un momento, abbiamo visto la nostra vita da una prospettiva un po’ diversa. È una comprensione dolorosa, e sicuramente minacciosa, ma potrebbe essere l’inizio di un cambiamento e indicare agli israeliani la necessità impellente, l’urgenza di raggiungere una pace con i palestinesi come piattaforma per un’intesa anche con gli altri Stati arabi. Potrebbe mostrare la pace — così disprezzata oggi — come l’opzione migliore e più sicura fra quelle a disposizione. Anche Hamas maturerà una comprensione del genere? Non posso saperlo. Ma la maggior parte del popolo palestinese, rappresentato da Mahmoud Abbas, ha già optato, in pratica, per l’abbandono del terrorismo e per il negoziato. E potrà il governo israeliano dopo i recenti, sanguinosi scontri e la perdita di tanti giovani a noi cari, esimersi dal tentare almeno questa strada? Continuare a ignorare Mahmoud Abbas come elemento essenziale per la soluzione del conflitto? Continuare a rinunciare alla possibilità di un accordo con i palestinesi in Cisgiordania che conduca a un graduale miglioramento dei rapporti con il milione e 800mila abitanti di Gaza?
In quanto a noi, in Israele, non appena la guerra sarà terminata, dovremo cominciare a creare un nuovo tipo di solidarietà che modifichi il quadro degli odierni, ristretti interessi settoriali. Una solidarietà fra coloro che sono consapevoli del pericolo mortale di continuare a girare la macina. Fra coloro che capiscono che le linee di confine oggigiorno non sono più tra arabi ed ebrei ma tra chi aspira a vivere in pace e chi invece si nutre, emotivamente e ideologicamente, di violenza e ne vuole il proseguimento. Sono convinto che in Israele ci sia ancora una massa critica di persone, di sinistra e di destra, religiosi e laici, ebrei e arabi, in grado di approvare, in maniera coerente e senza farsi illusioni, tre o quattro punti di un accordo per una soluzione del conflitto con i nostri vicini. Molti “ricordano ancora il futuro” (un ossimoro, una locuzione strana, ma azzeccata in questo contesto) che desiderano e che augurano a Israele e alla Palestina. C’è chi si rende conto (chissà per quanto tempo ancora) che, se ci faremo sopraffare dall’apatia, se lasceremo le cose in mano agli altri, ci sarà chi ci trascinerà tutti, con fermezza e impeto, nella prossima guerra e, strada facendo, attizzerà ogni possibile focolaio di scontro nella società israeliana. E noi tutti, israeliani e palestinesi, continueremo a girare con gli occhi bendati, a testa china, accomunati dalla disperazione e intorpiditi dalla stupidità, intorno alla macina del conflitto che frantuma e polverizza le nostre vite, le nostre speranze e la nostra umanità.
( Traduzione di Alessandra Shomromi)
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29 Luglio 2014Permalink

3 luglio 2014 – Un’altra prima guerra mondiale

Sul mensile Ho un sogno abbiamo deciso di pubblicare qualche nota sulla prima guerra mondiale avendo come punto di riferimento le vittime civili – in sostanza la popolazione tutta – per cui non sembra esserci molto spazio nelle celebrazioni ufficiali.
Mentre mi predisponevo a trascrivere quanto pubblicato in giugno sul mensile Ho un sogno (i due testi precedenti sono stati inseriti in questo diario il 31 maggio e si possono leggere anche da qui)  ci è giunta un’intervista anche questa leggibile nel quadro di un punto di vista diverso da quello celebrativo. La trascrivo di seguito, rappresenta un altro punto di vista non troppo diffuso  in un clima celebrativo-militare

Ho un sogno – giugno

A PESTE, FAME ET BELLO LIBERA NOS DOMINE

Il 4 novembre 1918, mentre il generale Diaz ci racconta che “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza” un povero curato di Cleulis (Paluzza), ferito e derubato chiede giustizia. La lunga lettera di cui riportiamo alcuni tratti, ritrovata dentro il registro dell’archivio parrocchiale dal parroco del paese dei genitori del sacerdote mittente, nel 1972 venne trascritta nel mensile ‘Quattrogatti’, una pubblicazione friulana che per quattro anni provò a dar voce alle speranza suscitate nel mondo cattolico e non solo dal Concilio Vaticano secondo.
Terza puntata della rassegna sulle “Storie senza vittoria” in occasione del centenario della I guerra mondiale.
Le immagini sono tratte dal sito www.donneincarnia.it/ieri/cleulis.htm.

Genitori carissimi,
lettera lunga, cosa insolita … ma sono insolite anche le cose che sto per narrarvi.
[… ]Tutto andò bene fino agli ultimi di ottobre, quando s’incominciò a scorgere dei grandi gruppi di soldati che venivano su da Paluzza…. Si parla di una grande ritirata, si dice che gli Austroungarici si ritirano per far luogo agli Italiani […]
Le cose si fanno serie: saccheggi e ruberie, accompagnati da minacce. Intanto sono partiti anche i gendarmi e noi tutti, mille e più abitanti, restiamo a discrezione del più forte.
Il 3 novembre sera due, tre soldati, appartenenti al 39o Reggimento di Fanteria Austro Ungarica e si fanno vedere per Cleulis a chiedere informazioni di questo e di quello, penetrare anche in chiesa a chiedere dell’abitazione del Curato.
Verso le ore 8 andiamo a dormire e ci addormentiamo. A un certo punto sento battere al muro: è la Caterina che mi chiama dalla camera attigua; e contemporaneamente sento un rumore di vetri infranti.
« Queste – pensai – sono granate da 75 che gli Italiani mandano da Paluzza» e in quella sento un altro colpo simile al primo ed insieme sentii anche delle voci.
Senza vestirmi, in camicia, corsi alla scala, aprii e mi trovai innanzi a 4 o 5 soldati dei quali uno o due con baionetta innestata […]
Qui cominciò la “Via Crucis”. In mezzo a continue minacce di morte a me e alla serva, si posero a saccheggiarmi. Prima di tutto posero mano a due orologi d’argento che aveva a prestito perché il mio si era rotto. Poi mi portarono via il taccuino con circa 300 lire, la legitimazione ed altre carte, due maglie di lana con collo alto, due tovaglie da mensa, un lenzuolo fino, 5 tovagliuoli, mezzo chilo di zucchero, tutto il formaggio, 2 forchette, 2 coltelli e 3 cucchiai avuti a prestito, la mia catena d’argento, 2 paia di calzette, 1 camicia di lana, il rasoio, 2 pezzi di sapone, mezzo chilo di carte, una scatola di tabacco, tutti i pennini e tutti i lapis e perfino un pettine.
Frattanto mi domandarono vino. Aveva litri 1 e mezzo per messa; me lo trovarono, poi se lo tracannarono tutto […] e vollero andare in cantina per cercarne altro. Quando videro che non c’erano che patate e cavoli voltarono: mi presero per forza, mi ricacciarono in cantina e mi chiusero a chiave. Capii tutto. Diffatti poco più d’un minuto dopo sentii gridare di sopra: «Aiuto! aiuto! aiuto!». Erano le grida della mia povera Caterina che rompevano gli orrori di quella notte e che penetrarono nelle più intime fibbre del mio povero cuore.
Che fare? Tastai le pareti della mia prigione e trovai una finestra che metteva nella piazza. Volli aprirla; ma una voce infernale dal di fuori mi fece voltare indietro colla minaccia di una fucilata. Picchiai alla porta chiedendo per pietà che mi aprissero. Pietà, sì, in quelle anime d’inferno! Dal di sopra non più una voce. […]
Attesi ancora un momento , poi tentai di nuovo di aprire la finestra. La apersi. Guardai nella piazza: nessuno. Entrai per la porta lasciata semiaperta e precipitai su per la scala chiamando Caterina. […]
Ma, oh Dio, quale spettacolo! Essa tutta grondate di sangue dalla testa, giù pel petto e perfin sulla gonnella. Ha essa una ferita sulla testa e una sul collo del naso. Mi racconta che dopo tornati sopra uno di quei ribaldi, il capo, la trascinò in camera mia e le chiese cose innominabili, che essa chiamò subito aiuto e che piuttosto che cedere, si lasciò ferire sulla testa e sul naso colla baionetta, percuotere sulla testa colla impugnatura del revolver, pestare di pugni e di schiaffi; che dopo averla insanguinata quel demonio la lasciò…
[…] Se non l’ho mai provato, quella mattina certo provai il bisogno di una persona che ci confortasse. Ne trovai non una, ma cento, ma tutti! E siano vere grazie ai buoni Cleuliani. Più di uno si sarebbe messo in mio aiuto, ma appena qualcuno metteva fuori la testa da una porta o da una finestra o da una contrada, c’era un soldato che puntava il fucile.
Ah misericordia, che nottataccia! Dio solo e la Vergine benedetta mi ha salvato da peggiori mali; e li ringrazio di tutto e vero cuore. […]
Quel dì (il 4 novembre) lo persi in ricerche. Se fosse stato mezz’ora prima avrei potuto far metter mano sul capo briganti; ma pur nel pomeriggio ottenni che uno fosse colto con addosso la mia roba […]
Deposi al capitano della sua compagnia un protocollo lungo lungo… e buona notte.
Se c’è ancora giustizia a questo mondo qualcosa rinascerà di sicuro.
Il capitano mi disse che il minimo della pena sarà di 10 anni di galera. Poco, poco e poco!
Eppure ciononostante la mia parola, dopo tanto dolore e dopo tanto spavento, è stata quella del perdono. Grazie a Dio!
Così come vedete, dopo tal fatto, sono diventato anche più povero e più bisognoso del vostro aiuto.
Vostro affez.mo figlio.

Il testo che precede si può leggere anche da qui.

INTERVISTA  A  ZLATKO  DIZDAREVIĆ*

 Le iniziative per commemorare il centenario dell’attentato a Francesco Ferdinando e la situazione in Bosnia Erzegovina oggi. 

In giugno l’Europa ricorderà i 100 anni dall’inizio della Prima guerra mondiale con un fitto programma di iniziative qui a Sarajevo. Cosa pensa di queste celebrazioni?

Si tratta di un’espressione di cinismo. Sono iniziative che certamente non vanno a vantaggio di Sarajevo, né dei sarajevesi, e hanno riaperto una battaglia tra di noi, su Gavrilo Princip. Adesso per una metà dei bosniaci Princip è un terrorista, per l’altra metà è un eroe. Che bisogno avevamo ora di discutere di queste cose? Abbiamo un paese, la Bosnia Erzegovina, completamente distrutto. Non funziona, non esiste. E i politici europei verranno qui per una settimana sorridenti, con i palloncini colorati, grandi dichiarazioni, “Mai più”, a ricordare l’amore dell’Europa per Sarajevo, i princìpi europei. Si tratta di un incredibile cinismo. Se c’è un luogo dove i princìpi europei vengono abbandonati, questo è Sarajevo.

Allora perché queste celebrazioni?

È un’occasione meravigliosa per lavarsi la coscienza, per organizzare qualcosa di positivo, una grande festa, in un momento in cui la situazione europea e mondiale è drammatica, con la guerra sempre più presente, l’estrema destra sempre più forte, il progressivo abbandono degli ideali di libertà e cosmopolitismo.

Eppure la morte di Francesco Ferdinando ha segnato la fine di un’epoca, e l’inizio della grande guerra civile europea. Non è importante riflettere su quegli eventi?

Anzitutto io non penso che quella guerra sia iniziata a Sarajevo, le grandi potenze erano già preparate per la guerra. Sarajevo non è responsabile per la guerra.

L’attentato è stato solo un pretesto?

Sarajevo è stata una vittima delle relazioni internazionali esistenti. Anche nell’ultima guerra il suo destino è stato questo. La colpa non era di Sarajevo. Nel 1992, quando la guerra è iniziata, nessuno di noi pensava che fosse possibile. L’atmosfera, le relazioni tra le persone, non consentivano di pensarlo. Dopo il primo sangue, naturalmente, la situazione è cambiata.

Dunque non era necessario riaprire il dibattito su questi temi?

Non penso fosse necessario adesso, né tanto meno a Sarajevo. Il nazionalismo, la storia degli ultimi 20 anni, tutti i problemi ancora irrisolti… Sarajevo non è il posto dove fare queste celebrazioni. Nelle nostre scuole elementari abbiamo manuali di storia che presentano tre versioni diverse dello stesso episodio, come possiamo discutere di queste cose? Perché queste celebrazioni non le hanno fatte a Parigi, a Londra, a New York? Io non sarei contrario a una piccola manifestazione, a una commemorazione, una mostra, è ovvio, non si possono chiudere gli occhi di fronte a questo anniversario. Ma quanto sta accadendo è semplicemente isterico.

Cioè?

Tutte le espressioni della vita culturale, dal cinema al teatro, alla letteratura, alle manifestazioni sportive, avverranno nel quadro del centenario della Prima guerra mondiale. L’Ambasciata francese ha proposto che il Tour de France inizi a Sarajevo, nel nome del centenario. Tutto questo è cinico. Viene fatto per dimenticare quella che è la realtà della Bosnia Erzegovina oggi, una realtà che nessuno vuole affrontare. C’è una grande retorica, e falsità, in queste celebrazioni. Alla gente di Sarajevo non interessano, questa non è la nostra festa.

Il tema del 28 giugno ha quindi già prodotto divisioni?

In realtà i cittadini sono semplicemente stanchi di questi dibattiti, pensano a come trovare qualcosa da mangiare, un posto di lavoro. Sarajevo è stanca di queste promesse europee, che qui vengono regolarmente disattese. Venti anni fa ho scritto un libro con l’amico Gigi Riva dal titolo “L’Onu è morta a Sarajevo”. Oggi, venti anni dopo, penso che sia l’Europa ad essere morta a Sarajevo.

Perché le istituzioni culturali e politiche locali non hanno impedito questa operazione, se gli effetti sono così negativi?

Perché sono sottoposti alle pressioni delle diverse istituzioni internazionali e dei diversi uffici europei, delle organizzazioni non governative… Sono tutti esaltati per questo evento, sono in estasi. La realtà però è che anche oggi l’Europa è divisa, in Est e Ovest, nell’Europa slava e quella degli austro ungarici.

Quindi la situazione non è molto diversa da quella di 100 anni fa?

Assolutamente no. Guardate all’Ucraina, alla Siria. Sono il risultato di sogni imperiali, di ambizioni neocoloniali.

E la Bosnia Erzegovina?

Se non vengono presentati segnali assolutamente chiari sul futuro europeo della Bosnia, lo spazio vuoto verrà occupato da altri, dalla Turchia, dalla Russia o dai paesi arabi del Golfo.

*Zlatko Dizdarević, giornalista e scrittore sarajevese, è stato ambasciatore della Bosnia Erzegovina in Croazia e Medio Oriente
FONTE: OBC Rovereto

testo  inglese integrale: http://www.balcanicaucaso.org/eng/Regions-and-countries/Bosnia-Herzegovina/Sarajevo-One-Hundred-Years-151730

3 Luglio 2014Permalink

10 giugno 2014 – Il restauro di un’infamia

Per chi voglia (e secondo me sarebbe bene lo facessero in molti) è possibile ascoltare in un’edizione accuratamente restaurata il discorso con cui Mussoline annunciò l’entrata in guerra 74 anni fa.
Si trova nel sito di repubblica.it, ma non mi riesce di trasferirne il link

Per leggerne il testo
http://cronologia.leonardo.it/storia/a1940e.htm

Sembra una strada di ricerca promettente.

16 anni prima, l’ultimo discorso parlamentare di Giacomo Matteotti

http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o6856

 

 

10 Giugno 2014Permalink

14 marzo – Sesso, genere e pari diritti

Dopo un periodo di abbandono del mio blog riprendo i contatti e pubblico una lettera di Giancarla Codrignani che fa chiarezza su alcuni concetti spesso confusamente utilizzati.

11 marzo Da Giancarla Codrignani

Amiche sempre care,

possiamo essere desolate, ma i presupposti dei femminicidi sono complessi. Pur essendone consapevoli, crediamo ancora che il fidanzato che ci ha dato uno schiaffo sarà un buon marito.

Lo scarto da 335 “no” a 344 (e da 227 “sì” a 214) nel respingere due emendamenti a beneficio del genere segnala che gli uomini non hanno paura della nostra emancipazione ma dell’attentato al loro potere, che incomincia nella coppia e finisce nel diritto. Purtroppo anche molte giuriste (tutte studiamo sugli stessi libri e applichiamo le stesse leggi) sono d’accordo con la condanna delle “quote rosa”, termine orrendo, non inventato da noi. Prima o poi dovremo fare i conti con l’interpretazione della Costituzione e rivendicare che il “sesso” dell’art. 3 deve essere giuridicamente inteso come “genere” (e i generi sono fondanti di tutte le differenze sociali, non possono esserlo delle discriminazioni attualmente riconosciute in diritto). Bisognerà affrontare una contraddizione consapevolmente voluta da parlamentari donne e uomini di tutte le parti nel riformare l’art.51, il 7 marzo 2002, quando un voto plebiscitario convalidò l’omaggio alle donne del governo Berlusconi autore della riforma: “la Repubblica favorisce le pari opportunità” per l’accesso alle cariche elettive. Eh no, mie care: la Repubblica non doveva favorire ma “garantire”, non le pari opportunità, ma i “pari diritti”. Perché, tra l’altro, siamo il 52 % dell’elettorato e la maternità (o la non-maternità) non è ancora un diritto e, anche se la legge ci eroga benefici, siamo percepite come cattivi lavoratori se restiamo incinte. Disgraziatamente gran parte del mondo femminile si riconosce negli stereotipi familisti e mediatici, ignara di essere un “genere” e non una variante biologica.

L’ emendamento respinto con lo scarto aumentato (poi nuovamente abbassato per il terzo emendamento che si accontentava del 60 %) era relativo alle quote per i capilista. Era “il” punto nodale. Infatti il 50/50 di governo non sposta quasi nulla: se una di noi va a Bruxelles a discutere la situazione ucraina, importa poco che sia un ministro o una ministra. Ma è dal basso che si può eliminare il pregiudizio che le donne non votano le donne e incominciare la risalita. E non partendo dalle preferenze (che possono diventare clientelari, mentre poche donne hanno i mezzi e perfino la voglia delle pratiche mercantili), ma su chi è in testa alle liste. Sarebbero accontentati anche i meritocratici: le donne sono più affidabili per capacità e dedizione. Finora, tuttavia, le grandi città, le regioni, le segreterie di partito sono o maschili o affidate a donne scelte perché stanno dentro il modello neutro.

Quindi brutta giornata quella di ieri. Ma illuminante. Speriamo che il femminicidio cessi, almeno quello istituzionale; per rispetto dello spirito di una Costituzione che deve viaggiare nel tempo accrescendo la democrazia.

14 Marzo 2014Permalink

26 dicembre 2013 – Una notizia biblicamente riletta

A seguito dell’articolo dei giornalisti Tommaso Canetta e Pietro Pruneddu, pubblicato dal periodico web linkiesta , che ho trascritto il 21 dicembre, una coppia di amici piemontesi -Ivana e Marco Tommasino -mi hanno inviato una loro lettura ‘biblica’ del testo che riporto in pdf e si può leggere facendo clic sui loro nomi.
Lettera di Natale 2013 – Ivana e Marco

26 Dicembre 2013Permalink

25 dicembre 2013 – Buon Natale dove tutto è cominciato

2013-Natale Palestina

E’ possibile dire Buon Natale ai bambini minacciati e devastati dalla guerra, dalla fame e anche a quelli che vogliamo per legge fantasmi, privi di qualsiasi protezione perché neghiastrage innocenti_sienamo loro il certificato di nascita, predisponendoli a una nuova strage degli innocenti, non necessariamente cruenta ma in tanti modi efficace?

 

La tarsia marmorea si trova nel pavimento del duomo di Siena.

25 Dicembre 2013Permalink

4 novembre 2013 – Il cuore di un ministro, già prefetto

Il caso Cancellieri

Imperversa il caso Cancellieri e il dibattito si sta concentrando sul problema ‘dimissioni sì’ – ‘dimissioni no’.
Si apre, temo, una pagina per riproporre la cultura alibi del nulla politico negli ultimi vent’anni quando sembrava che far politica fosse l’esercizio – fin troppo ovvio e semplice – di parlar male di Berlusconi, caro a una sinistra incapace si essere propositiva se non su input di sondaggi e spinte di lobbies in odor di gratitudine. Continue reading

4 Novembre 2013Permalink

3 agosto 2013 – Le vittime sono scomode

Ho  ripreso nel titolo la citazione di un passaggio del discorso pronunciato ieri a Bologna da Laura Boldrini.
Si trova nella pagina della Presidente nel sito del Parlamento

Buon giorno a tutte e a tutti. Ringrazio il Sindaco Virginio Merola e l’onorevole Paolo Bolognesi, Presidente dell’Associazione dei Familiari, per l’invito che mi è stato rivolto a partecipare a questo incontro. Rivolgo un caloroso saluto al Ministro Delrio, al Presidente Errani, alla Presidente della Provincia Beatrice Draghetti, alle altre autorità presenti e a tutti voi che avete scelto di partecipare a questo momento di ricordo. Voglio dire subito che non sono venuta qui, oggi, per offrire parole di circostanza. Sono qui per esprimere la mia solidarietà e la mia vicinanza alle vittime, alle loro famiglie, ai sopravvissuti, all’intera comunità bolognese.

E voi sapete bene che per me la parola solidarietà ha un significato vero e profondo.

Fin dai primi giorni di lavoro come Presidente della Camera dei deputati, ho cercato di farmi interprete della domanda di giustizia che sale da tanti luoghi che nel nostro Paese sono stati feriti dalla strategia del terrore.

L’ho fatto celebrando il 25 Aprile a Milano e il Primo Maggio a Portella della Ginestra, l’ho fatto a Palermo in occasione dell’anniversario della strage di Ustica.

Dopo tanti anni, e con il sangue versato di centinaia di persone, siamo ancora costretti a chiedere che sia rimosso ogni velo su quegli eventi e sui registi di quella strategia. Sembra incredibile. Eppure è così.

E’ così anche per Bologna. La giustizia ha individuato e condannato gli esecutori. Non ancora i mandanti, i burattinai, gli strateghi, quelli che hanno pensato la carneficina.

La strage di Bologna fu un evento terribile, che ha sconvolto la vita delle centinaia di persone che ne soffrirono in modo diretto.

Ma è stato un evento che ha lacerato in profondità anche le istituzioni democratiche, portandone alla luce ancora una volta le inadeguatezze, le inadempienze, le debolezze, la pervasività di zone oscure, infiltrazioni, ambiguità, doppiezze.

Una ferita ancora aperta e dolorosa per coloro che hanno a cuore la vita democratica di questo paese.

Questo vale certamente per tutti, senza distinzioni di età, ma é soprattutto vero per la mia generazione, per tutti coloro che vennero colti da questo evento proprio all’inizio della loro vita adulta, quando le esperienze lasciano tracce più profonde.

Quella mattina ero qui a Bologna. Giovane studentessa marchigiana in cerca di un alloggio in affitto. E ricordo lo sgomento e il dolore della città.

Eravamo forse ancora troppo giovani per comprendere appieno il significato di Piazza Fontana (1969), dell’Italicus (1974) o di Piazza della Loggia (1974), e fummo trascinati a forza dentro l’età della consapevolezza da tre eventi tragici e ancora oggi circondati da ombre e misteri: il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro (1978), la strage di Ustica (1980) e quella di Bologna.

Penso che tra le tante ragioni che hanno portato alla attuale crisi di legittimità delle nostre istituzioni e al distacco crescente di gran parte dei cittadini dalla partecipazione democratica attiva, ci sia anche questa incapacità di fare chiarezza fino in fondo, di dirsi tutto, di produrre verità e quindi di restituire completa giustizia, la giustizia che ancora non abbiamo. Come si fa, in queste condizioni, a innamorarsi delle istituzioni?

Chiarezza, trasparenza, in primo luogo per le vittime, per gli 85 innocenti ai quali è stata troncata la vita. Per i loro familiari e per i feriti sopravvissuti, che negli anni non hanno smesso di chiedersi che senso dare alla loro sofferenza – poco fa ho visto una ragazza che piange in silenzio dall’inizio della cerimonia.

Ma anche per noi, come cittadini responsabili di questa Repubblica democratica.

Per questo vorrei ringraziare l’Associazione dei familiari delle vittime – grazie, on. Bolognesi, per l’impegno incessante profuso in tutti questi anni – e garantire che continuerò a seguire, come ho fatto fin qui, l’obiettivo della piena attuazione della legge 206 a favore delle vittime del terrorismo e delle stragi. Considero molto positivo, a questo proposito, il chiaro impegno assunto poco fa in Consiglio Comunale dal Ministro Delrio. Grazie Ministro, grazie dell’impegno, perché i risultati si ottengono in sinergia.

Lidia Secci, la moglie di Torquato, primo presidente dell’Associazione, ha detto in una intervista che “Le vittime sono scomode”.

E’ vero, signora Secci – venga qui vicino a me – le verità sono scomode per tutti coloro che preferirebbero voltar pagina e rifugiarsi nell’indifferenza.

Scomodi sono i morti che, con la brutalità irrevocabile della loro stessa morte, non smettono di chiederne ragione a noi vivi.

Scomodi i sopravvissuti, i familiari, gli amici, che danno voce alla loro domanda di verità.

A loro dico : grazie per essere così scomodi! Continuate ad essere scomodi, dobbiamo tutti essere scomodi!

Grazie per aver convertito il vostro dolore in responsabilità, passione civile, vigilanza democratica. Grazie per aiutarci a non dimenticare. Potevate chiudervi nell’odio, e non l’avete fatto.

La storia di questa tragica vicenda rende difficile e scomodo il mio ruolo, salire su questo palco per rappresentare istituzioni che molti dei presenti percepiscono come una “controparte inadempiente”. Sarebbe strano il contrario. Non mi scandalizza, né potrei dar loro torto.

Per me, deve essere chiaro, aver ricevuto il vostro invito è stato un grande onore, un attestato di stima di cui vi sono profondamente grata. È cosa diversa dal dover andare. Sono orgogliosa di essere qui, e ora non ho più paura di questa piazza.

Nel rileggere le parole pronunciate da Torquato Secci e Paolo Bolognesi nelle 32 commemorazioni che hanno preceduto quella di oggi, si ritrovano, anno dopo anno, forti critiche alle istituzioni: la denuncia incessante di inefficienze, ritardi, silenzi, depistaggi, di promesse incompiute, di falsità e di inaccettabili inviti a “portare pazienza”.

Ma è altrettanto doveroso ricordare che nelle istituzioni vi sono state anche persone che hanno lottato con forza per aprire il cammino alla verità.

Voglio ricordare qui l’opera meritoria svolta per oltre 13 anni, a partire dal 1988, dalla Commissione Stragi sotto la presidenza di Libero Gualtieri e poi di Giovanni Pellegrino, che hanno indagato, hanno aperto la strada.

Non possiamo inoltre dimenticare il lavoro di magistrati rigorosi ai quali dobbiamo i risultati fin qui raggiunti per accertare le responsabilità. Uno per tutti: il giudice Mario Amato, ucciso dai Nar proprio perché aveva svelato trame e misteri dell’eversione nera.

E c’è un altro nome che voglio fare oggi, quello di Tina Anselmi, una donna tenace e coraggiosa che diresse con grande impegno, senza riguardi per nessuno se non per il suo senso delle istituzioni, la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, voluta da un’altra donna, l’allora Presidente della Camera Nilde Iotti.

Dobbiamo essere obiettivi, dobbiamo dire che anche il lavoro compiuto da queste commissioni parlamentari ha dato un grande contribuito ad avvicinare la verità, e merita il nostro più alto riconoscimento.

Ma che cosa ci hanno detto queste inchieste parlamentari?

Ci hanno detto che fin dalla fine degli anni sessanta, e poi per tutto il decennio successivo e ancora oltre, l’eversione neofascista organizzò, con la complicità di settori deviati degv cc c li apparati dello Stato, una vera e propria strategia con l’obiettivo di terrorizzare la popolazione italiana e suscitare così una domanda d’ordine e di svolta autoritaria, perché se c’è caos si richiede più ordine!

Temevano la vittoria delle istanze di progresso e di libertà che proprio in quegli anni spingevano alla partecipazione attiva migliaia di giovani, di donne e di lavoratori. Io me la ricordo Bologna, in quegli anni si scendeva in piazza. E questo metteva paura: bisognava metterci un punto, bisognava bloccare quella spinta libertaria.

La strage di Bologna fu l’evento forse più drammatico di questa strategia. Per il numero dei morti e dei feriti e per le modalità spietate con cui fu messa in atto.

Ma Bologna è anche il racconto di Milano, di Brescia, dei cieli di Ustica, di Capaci e di via D’Amelio, della strage del rapido 904. Ma guardatele, queste vicende! Sono tutte legate, sullo sfondo c’è sempre la paura.

E’ la storia di un Paese che ha collezionato molte colpe ma ha conosciuto pochi, pochissimi colpevoli. Dove, dove sono?

Ecco, a questa impunità non possiamo, non dobbiamo rassegnarci.

Non possiamo accettare che su questi 85 morti, e sugli 81 dell’aereo precipitato a Ustica, sui 17 morti di piazza Fontana, gli otto di piazza della Loggia, i dodici del treno Italicus… non possiamo accettare che su questo elenco lunghissimo, su questo “saldo di dolore” – potremmo chiamarlo così – ci sia sempre stato qualcuno che sapeva ma ha preferito tacere; sapeva, ma non ha parlato.

Perché non esiste lutto più inconsolabile di una verità negata, quando al dolore per i propri morti si unisce l’umiliazione delle menzogne.

Ma Bologna non si è lasciata piegare. Non si è arresa. Ha continuato a lottare e ad andare avanti.

Anche l’Italia è andata avanti.

Ma la nostra democrazia va sempre custodita come un dono prezioso, così come vanno tutelati i valori della nostra Costituzione. Non diamoli per scontati. Dobbiamo essere vigili, dobbiamo esserne le sentinelle.

Possiamo ricordare i morti di Bologna e tacere sulle svastiche comparse a Roma qualche giorno fa per festeggiare i cento anni del criminale nazista Priebke? Come possiamo farlo?

Possiamo pensare che questo paese sia davvero pacificato con se stesso, con la propria storia se ancora oggi ci sono rappresentanti delle istituzioni che offendono e deridono una donna nera che fa bene il suo mestiere di ministra?

L’intolleranza genera mostri: e a quei mostri dobbiamo sempre saper opporre il senso alto della nostra civiltà, rifiutando la provocazione e dimostrando che c’è sempre un’alternativa all’odio, nel rispetto della lunga strada che abbiamo percorso fin qui. Andiamo avanti con la nostra civiltà, con la nostra Costituzione. Lasciamo stare quelli che alimentano la fabbrica dell’odio. Il Paese ha bisogno di più coesione.

Ecco perché è attuale e necessario il dovere della memoria.

Bene ha fatto il Sindaco di Bologna a proporre di consegnare ai propri cittadini questa memoria, decidendo di intitolare 16 strade della città ai morti nella strage del 1980. Perché passando per quelle vie ci chiediamo sempre: chi era? Chi era?

Quei nomi saranno ricordati ogni giorno, come un giuramento solenne che non dobbiamo smarrire mai. Saranno il segno di una ferita ancora aperta ma anche il segno che non ci siamo fatti fermare, il segno di una nostra pretesa di verità che il tempo non può e non potrà mai fiaccare. Lo dico soprattutto ai più giovani. Mi raccomando: non dimenticate mai.

3 Agosto 2013Permalink

25 giugno 2013 – Fra Lilli Gruber e Vladimiro Zagrebelsky

Un paio di sere fa, durante la trasmissione otto e mezzo condotta dall’ottima Lilli Gruber, ho ascoltato, anzi subito perché erano urlati e un po’ logicamente precari, gli interventi dell’on. Biancofiore. In particolare la sua intenzione di ricorrere alla Corte europea dei diritti umani in difesa dell’amato cavaliere mi era sembrata impropria e sconnessa. Ma non avevo le argomentazioni per sostenere questa mia considerazione. Ora le ho trovate in un ottimo articolo del giurista Vladimiro Zagrebelsky.

Ne riporto l’incipit da La Stampa di ieri e il link per raggiungerne l’intero testo per chi fosse interessato

Il primato delle regole sul voto popolare –  Vladimiro Zagrebelsky

L’aspirazione dell’onorevole Biancofiore a ricorrere alla Corte europea dei diritti umani, in difesa del diritto di Silvio Berlusconi a un processo equo, non ha spazio nel sistema europeo di cui l’Italia è parte. Alla Corte europea possono ricorrere le vittime, non gli amici ed estimatori.

 http://www.lastampa.it/2013/06/24/cultura/opinioni/editoriali/il-primato-delle-regole-sul-voto-popolare-phRsOiKIXyeEjXChzvFZiN/pagina.html

25 Giugno 2013Permalink