19 febbraio 2018 – Venezuela. È fuga di massa.

Un’amica mi segnala l’articolo di Avvenire che ricopio.
Con il link riportato in calce si possono vedere fotografie e soprattutto uno schema numerico dell’esodo in vari paesi non solo sudamericani.

18 febbraio 2018 – Maduro apre le porte, caos nel continente
Lucia Capuzzi

Milioni di rifugiati nei Paesi vicini al Venezuela. E ormai è il caos.

«È il miglior investimento che puoi fare in Venezuela», dice Carlos mentre mette il fascio di banconote nelle mani dell’autista della “chiva”. Così si chiamano i fuoristrada semi- scassati che solcano in centinaia e centinaia, ogni giorno, la Troncal Caribe, via di collegamento tra Maracaibo e la regione colombiana de La Guajira. Un posto dentro la vettura costa 20mila bolivares, quasi la metà se si viaggia sul tetto, con la maglietta arrotolata sulla testa per proteggersi dal sole rovente. In ogni caso si tratta di pochi centesimi di euro: la moneta venezuelana è carta straccia sui mercati internazionali. Racimolarli, però, non è facile in una nazione dove lo stipendio medio è di 300mila bolivares e un chilo di farina ne costa 15mila al mercato nero, la sola forma di approvvigionamento di cibo e medicine. «Ma ne vale la pena. L’unica cosa da fare è andarsene ».

Carlos ha provato a resistere quando, un anno fa, i fratelli si sono messi in marcia per Argentina ed Ecuador. «Ora non ce la faccio più. Sono sieropositivo e gli antiretrovirali sono introvabili». Sono tra i due e i 4,5 milioni i venezuelani costretti a una simile scelta, secondo vari centri di ricerca. Difficile una maggiore approssimazione dato che Caracas non diffonde i dati ufficiali. Nell’ultimo anno, la migrazione si è trasformata in un vero e proprio esodo. La maggior parte si riversa nei confinanti Colombia e Brasile.

Pochi passano, però, per i valichi legali. Il resto si snoda per le “trochas”, le mulattiere dove non occorrono i documenti ma solo una tangente a chi controlla il transito. Le “chivas” da Maracaibo scaricano i passeggeri all’imbocco dei viottoli sterrati, proprio alle spalle della dogana di Paraguachón. Impossibile per gli agenti di frontiera di entrambi i lati non notare il via vai. Quest’ultimo è esploso nell’ultima settimana. Da quando, cioè, Bogotà ha blindato con 3mila poliziotti il principale corridoio migratorio, i ponti Simón Bolívar e Francisco de Paula che collegano le città venezuelane di San Antonio e San Cristóbal con la colombiana Cúcuta. «Prima del giro di vite, nei giorni di “punta” arrivavano anche 45mila persone.

Molti portavano qualcosa da vendere in modo da procurarsi i pesos per fare un po’ di spesa e poi tornavano indietro. Una parte, però, è rimasta. Solo in una delle nostre parrocchie, nel giro di due anni, si sono trasferite duemila famiglie», racconta padre Francesco Bortignon, missionario scalabriniano italiano impegnato nell’assistenza dei migranti a Cúcuta, dove gestisce alcuni centri in collaborazione con Terre des hommes. Il governo colombiano afferma che, nel 2017, i venezuelani residenti hanno raggiunto quota 550mila, il 62 per cento in più dell’anno precedente. Entro luglio, saranno più di un milione, con una spesa prevista per la prima assistenza di oltre 1,8 miliardi di dollari. Tanto che, martedì, il presidente Juan Manuel Santos ha chiesto aiuto internazionale per affrontare l’emergenza umanitaria. Anche il Brasile è preoccupato. A Boa Vista, capitale del Roraima, i venezuelani sono il 10 per cento della popolazione.

«Si trasferiscono, in media, 40mila persone al mese», ha affermato Joe Millman, portavoce dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) che ha paragonato il flusso dal Venezuela a quello degli africani verso le coste italiane. La questione ha assunto, ormai, dimensioni continentali. In Argentina, la richiesta di permessi di soggiorno è cresciuta del 142 per cento nel 2017. Negli Stati Uniti, le domande di asilo si sono moltiplicate di 37 volte in cinque anni. Per tale ragione, dal 31 gennaio, Washington ha imposto una serie di vincoli. La tentazione di chiudere le porte cresce in America.

Anche perché se, prima, a trasferirsi dal Venezuela erano soprattutto professionisti scontenti del chavismo, ora sono lavoratori poco qualificati, minori, anziani, malati e donne incinte, per cui in patria è impossibile andare avanti. Il loro numero dovrebbe aumentare ancora dopo le presidenziali “addomesticate” del 22 aprile. In cui la vittoria di Nicolás Maduro appare scontata, tanto che il partito d’opposizione Voluntad Popular ha deciso di boicottare il voto. Gli Stati latinoamericani hanno, dunque, deciso di giocare la carta della pressione per ammorbidire il governo di Caracas. E, in concomitanza delle elezioni, stanno spingendo sull’acceleratore. Come dimostra la scelta dei vicini, Perù in primis, di ritirare l’invito a Maduro per il vertice delle Americhe in programma a Lima il 13 e 14 aprile. Il leader però, sembra “impermeabile”. «Ci andrò, che piova o tiri vento», ha tuonato.

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/maduro-sgancia-la-bomba-profughi

19 Febbraio 2018Permalink

19 febbraio 2018 – In ricordo di Giacometta Limentani

Il mio ricordo
Questa mattina  ho letto della morte di Giacometta Limentani, avvenuta ieri, 18 febbraio.
Ho avuto l’onore di conoscere Giacometta e di presentare un suo libro nella libreria udinese CLUF. Era presente e ha affascinato l’uditorio.
Ne conosco il lavoro e la vicenda personale di violenza subita da bambina.
Spero che il suo ricordo di scrittrice e di donna consentirà di diffonderne la conoscenza.
Quando visiterò la basilica di Aquileia, dove il mosaico rappresenta la storia di Giona, avrò sempre presente il libretto con il delizioso ‘midrash’ sul Leviatano che Giacometta ha immaginato.
Oggi la segnalazione di Lucia Cuocci mi ha permesso di raggiungere la testimonianza che ricopio

Giacometta Limentani (1927-2018)  (Link in calce)
Pubblicato in Attualità il 18/02/2018 – 3       אדר ב’ 5778
Traduttrice, narratrice e saggista. Una penna elegante ed efficace al tempo stesso, capace di toccare davvero il cuore. E un formidabile tramite di conoscenza verso l’ebraismo per i tantissimi lettori che in tutta Italia hanno imparato ad amarla e ad amare il suo stile, le sue parole, il suo messaggio. Aveva da poco festeggiato 90 anni Giacometta Limentani, una delle figure più significative dell’Italia ebraica. Numerose e significative le collaborazioni in campo giornalistico e letterario, accompagnate da un’intensa azione divulgativa quale animatrice di gruppi di studio centrati su Torah e Midrash.
“Gli eventi sono passati, saranno futuri, ma c’è una loro pregnanza in ogni momento. Ogni momento racchiude in sé l’istante, ma anche i ricordi, le possibilità e il divenire. Il tempo ebraico è un divenire che si esplica continuamente nelle percezioni del presente” raccontava in una intervista alla psicoterapeuta Helen Brunner su Pagine Ebraiche del gennaio 2014, che qui riproponiamo.
Tra i suoi racconti e romanzi In contumacia, Milano, Adelphi, 1967; Gli uomini del libro: leggende ebraiche, Milano, Adelphi, 1975; Il grande seduto, Milano, Adelphi, 1979; I discorsi della Bibbia, testi per due audiolibri, Milano, Mondadori, 1979; Il vizio del faraone e altre leggende ebraiche, Torino, Stampatori, 1980; L’ombra allo specchio, Milano, La tartaruga, 1988; Dentro la D, Genova, Marietti, 1992; Il più saggio e il più pazzo, Viterbo, Stampa alternativa, 1994; … e rise Mosé, Torino, Einaudi ragazzi, 1995; Da lunedì a lunedì, Torino, Einaudi ragazzi, 1999; La spirale della tigre, Varese, Giano, 2003. Mentre tra le opere teatrali si segnalano Il narrastorie di Breslav: sacra rappresentazione in due tempi e Nachman racconta: azione scenica in due atti.
La ricorda così Noemi Di Segni, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane: “Instancabile e appassionata testimone di un’epoca, Giacometta Limentani è stata per molti di noi un formidabile esempio di vita. Vita nonostante, vita per, vita con. Una donna unica e preziosa, intelligente e libera. Genitrice di comunità e pensiero ebraico e generatrice di identità, memoria e cultura”.
Con la sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile. “Ma la sua – aggiunge la Presidente UCEI – è una traccia indelebile e di guida ai perplessi, grazie alle numerose opere e nelle molteplici iniziative che ha intrapreso nel corso della sua intensa esistenza. Un costante lavoro di connessione tra mondo ebraico e società circostante nel nome della cultura e dei valori fondamentali, che resterà a lungo patrimonio di questo paese”.
Grazie quindi Giacometta. Per il tuo impegno, il tuo entusiasmo e la tua generosità. “Non ti dimenticheremo mai” assicura Di Segni.
I funerali di Giacometta Limentani si svolgeranno domani a Roma. Sia il suo ricordo di benedizione

Giacometta e il ritmo della vita
I suoi libri tanto amati da generazioni tornano in una nuova veste e Giacoma Limentani riprende il suo racconto. Recentemente infatti i tre romanzi, “In contumacia”, “Dentro la D” e “La spirale della tigre”, sono stati ripubblicati da Iacobelli Editore in unico volume che si chiama “Trilogia” (2013) (“In contumacia” e “Dentro la D” erano tra l’altro irreperibili da anni).

Giacoma, vorrei chiederti innanzitutto che impressione ti ha fatto vedere questa nuova edizione dei tre romanzi insieme, che sono in fondo un nuovo libro?
È stato come vedere una fotografia mia, un ritratto che comprendesse nello stesso momento un’immagine dall’infanzia alla maturità e anche alla vecchiaia.

Questi tre romanzi sono stati scritti in tre momenti diversi della tua vita e parlano di episodi diversi, ma riprendono anche alcuni temi e li approfondiscono.
È un rientrare nella realtà, cercando di restituirla a quello che è vita privata. E la realtà della vita privata la sa solo chi la vive. È molto interessante il fatto che nel primo e nell’ultimo libro, cioè l’infanzia e la vecchiaia, si ripete con forme di violenza diversa lo stesso odio antiebraico. Nel primo con fascisti che accusano, nell’ultimo con l’essere cacciata da scuola in quanto ebrea.

Sono scritture diverse… Potresti parlarci di queste diverse maniere di scrivere che un po’ emergo- no sia nei tuoi romanzi sia anche nei saggi? Da una parte, per esempio, “In contumacia” è una scrittura che vuole raccontare di un trauma, di una violenza e c’è anche la frammentazione che questo ha causato, mentre dall’altra parte in “Dentro la D” si vede la tradizione midrashica che viene fuori.
Quando ho scritto “In contumacia” ancora non avevo cominciato a studiare ebraismo nel modo in cui ho fatto più tardi. Ho cominciato a studiare dopo che ho scritto “In contumacia” perché l’ebraismo mi affascina in quanto
dà al tempo una continua presenza. Gli eventi sono passati, saranno futuri, ma c’è una loro pregnanza in ogni momento. Ogni momento racchiude in sé l’istante, ma anche i ricordi, le possibilità e il divenire. Il tempo ebraico è un divenire che si esplica continuamente nelle percezioni del presente.

In questa tua visita in Friuli Venezia-Giulia hai fatto una presentazione del tuo libro “Trilogia” sia a Trieste sia a Udine e hai avuto degli incontri nelle scuole superiori con degli studenti. So che era tempo che non lo facevi: che cosa questo ha significato per te?
Ha significato un ritorno al dovere di esprimermi, esprimere in pubblico una mia realtà che non è la realtà di un momento, ma è la realtà di una gran parte di questo mondo di migranti nel quale viviamo.

Accanto al libro, negli ultimi anni hai lavorato a un nuovo progetto che coniuga due tue grandi passioni: da una parte la scrittura e la narrazione, dall’altra la musica e il canto. Hai anche prodotto dei cd che contengono appunto una narrazione della tua storia accompagnata dalle canzoni che hai cantato nella tua gioventù, in particolare francesi e americane. Potresti parlarcene? Perché l’hai fatto e che prospettive ha?
Tutto è ricominciato per caso, soprattutto per l’incontro con un pianista con il quale mi trovo sulla stessa lunghezza d’onda musicale. Come mi è capito di dire altre volte, io sono malata di canzoni, tutta la mia famiglia lo era. E le canzoni sono come una pun- teggiatura nella vita che si vive. Questa è un punto interrogativo, quella un punto esclamativo… molte sono altre domande. Sono vita, perché per me ricominciare a cantare, canticchiare con questo pianista con la poca voce che ho ormai, mi ha aiutato a rivivere tante cose. Mi rallegra e continua a darmi questa sensazione che ho io del tempo sempre presente, di una impossibilità di dividere i momenti del tempo stesso. E questo la musica ce l’ha fortissimo con il suo potere sull’imma- ginazione, sul ricordo, sul respiro. Questo mi aiuta, mi ha aiutato, soprattutto perché l’incasso di questi cd lo utilizzo per finanziare Saving Children, un’iniziativa israeliana del Centro Peres per la Pace che trovo determinante: far curare bambini palestinesi che nelle loro terre non possono essere curati bene in ospedali israeliani, come pure formare negli ospedali israeliani delle unità di soccorso che possano andare nei territori palestinesi a curare chi non è trasportabile e quindi creare una possibilità di vivere e conoscersi insieme. Quando i bambini stanno vicini in un letto di ospedale, un bambino israeliano e un bambino palestinese, e i loro genitori li vanno a trovare e si aiutano a vicenda, questo è un seme di pace più forte di qualsiasi articolo di giornale.

Un’ultima domanda: perché canzoni francesi e canzoni americane?
La risposta delle canzoni americane è la più facile. A me piace moltissimo il jazz, lo swing e quindi è un gusto anche musicale forte e poi è un ricordo dei film che mi rallegravano in gioventù, e ancora è l’enorme rispetto per i musicisti americani straordinari che abbiamo avuto e che ancora oggi sono attuali. Perché canzoni composte oggi possono svanire da un momento all’altro, ma canzoni come Night and day rimangono come classici assoluti. Le canzoni francesi hanno una storia più complessa, anche se in fondo proprio come canzoni le amo molto di meno. Però avevo una bisnonna che era francese, quindi quella era una lingua di casa. Quando da ragazzina mi piaceva imparare, come a tutti i ragazzini, le canzoni che si sentivano alla radio e mi resi conto che nella radio anche le canzoni venivano controllate dall’Ovra (Opera Volontari Repressione Antifascismo), siccome dall’Ovra la mia famiglia fu profondamente colpita, io per protesta non ho più cantato in italiano, finché poi non c’è stata la libertà. Ma quelle canzoni non le canto, oppure le canto per sfregio.
Helen Brunner, psicoterapeuta – Pagine Ebraiche Gennaio 2014

http://moked.it/blog/2018/02/18/121787/

Aggiungo – 20 febbraio
http://www.repubblica.it/cultura/2018/02/19/news/giacoma_limentani_morta_donna_iscritta_al_collegio_rabbinico-189218804/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P30-S1.6-T1

https://ilmanifesto.it/giacoma-limentani-la-memoria-e-una-prova-di-pazienza/

 

19 Febbraio 2018Permalink

6 febbraio 2018 – Razza o non razza? Un fatto o una parola?

Un po’ di cronaca
Mentre ricopio lentamente la bella intervista concessa a La Repubblica dalla senatrice Liliana Segre (che così, appena conclusa la trascrizione, potrò cercare di diffondere fra persone che non avessero letto La Repubblica del 5 febbraio) mi soffermo sulla speranza di cancellare la parola ‘razza’ dal testo della Costituzione che a conclusione dell’intervista la senatrice esprime.
Ha affermato: « Sì mi piacerebbe molto. Sono anche d’accordo con il presidente Grossi che ne ha contestualizzato l’uso. Ma vedrà che la parola razza verrà cancellata dalla Carta. Sarebbe un ottimo segnale».   [Cfr. Note-Link 1]
Prima di tutto chiarisco il significato del riferimento al Presidente Grossi
[Cfr. Note-Link 2]
Il 17 gennaio del 2018 il presidente della Corte Costituzionale Paolo Grossi ha parlato agli studenti dell’Educandato statale Santissima Annunziata (Fi) che gli hanno chiesto come fosse possibile “che nel 2018 si parli ancora di razza nella Costituzione”. L’incontro era stato organizzato nel quadro del “Viaggio in Italia: la Corte costituzionale nelle scuole”.

A margine del video che consente l’ascolto del Presidente Grossi troviamo questa nota:
« I primi tre articoli sono il perno di tutta la Costituzione, ma soprattutto l’articolo 3 che ci indica il superamento di una visione astratta dei diritti del cittadino e cala tutto nella sua esistenza”. Così il presidente della Corte Costituzionale Paolo Grossi agli studenti dell’Educandato statale Santissima Annunziata che gli hanno chiesto come fosse possibile “che nel 2018 si parli ancora di razza nella Costituzione”. Parlando del rapporto tra immigrati e Costituzione, Grossi ha inoltre aggiunto che “dove si tratta di diritti fondamentali dell’uomo la Corte non ha avuto esitazione nell’estendere tali diritti».

Categorie e cultura europea.                                  [Cfr. Note- 3]
Fermo restando che la razza come fatto scientificamente attribuibile alla specie umana non esiste, è ben vero che solo due dei termini riscontrabili nel comma 1 dell’art. 3 della Costituzione (sesso, lingua..) sono oggettivamente riportabili a quei fattori di pari dignità che non devono subire ostacoli che impediscano il pieno sviluppo della persona umana (comma 2 dell’art. 3)

Ma agli altri che tipo di oggettività è attribuibile?
Religione (come si identifica se non con la dichiarazione di chi l’ha scelta ed eventualmente la pratica?) Quindi è riconosciuta come parola.
Opinioni politiche. La parola con cui una persona dichiari la propria opinione (o specularmente taccia per paura del discrimine che gliene possa venire) può essere supportata da elementi simbolici (abbigliamento, bandiere …) ma in definitiva ciò che ne assicura certezza di riferimento è la parola dichiarata.
Condizioni personali o sociali. Questi sono fattori difficilmente sintetizzabili anche se si comincia a parlarne in relazione alla disabilità, alla sessualità o, forse più oggettivamente per la ‘condizione sociale’, alla dichiarazione dei redditi che, guarda caso, pur quella è parola anche se scritta e non necessariamente pronunciata.

Resta la razza di cui è stata stabilita scientificamente l’insussistenza ma costituisce pur sempre una parola significante di una categoria in cui si sommano confusamente colori, tratti somatici, provenienze geografiche … un insieme volatile e precario che, per essere di solito usato con una precisa connotazione negativa, è tenuto assieme dal collante del pregiudizio.
Quindi la identificazione tramite la razza non può logicamente riferirsi al soggetto di cui si parla ma al soggetto che parla (e faremo un salto di qualità nella vita civile riconoscendo che la pronuncia del termine – volutamente a danno o per disprezzo di qualcuno – è vergogna per chi ne fa uso).

La parola razza
Ritengo che toglierla dalla Costituzione solleciterebbe la fantasia che si avvoltola nell’ignoranza e si alimenta del pregiudizio a cercare un altro termine per affastellare stupide malignità.
L’assenza della parola potrebbe inoltre creare difficoltà a chi voglia, occuparsi storicamente, antropologicamente, socialmente del razzismo.
Come si potrebbero definire le leggi razziste (termine che giustamente si propone come sostitutivo di razziali) senza riferimenti a quella che fu la parola razza in tutta la sua pesantezza concettuale e fattuale? Come si possono identificare nuove norme razziste (pur se meno clamorosamente proclamate oggi per l’Italia delle leggi del 1938: ogni cosa ha un inizio) se non avendo ben presente ciò che si intende per razza?

Le categorie di classificazione hanno una loro oggettiva pesantezza indipendentemente dall’esistenza dell’oggetto.
Se io classifico patologie faccio riferimento alla loro descrizione riconoscibile, per esempio, nei sintomi che si possono manifestare ma che in sé non sono cose.
Se io classifico libri secondo il genere letterario (e mi costruisco lo spazio per la saggistica, per l’arte, per la scienza …) saggistica, arte o scienza che siano … non si sostituiscono oggettivamente alla realtà del libro.
Peggio ancora se ordino i libri alfabeticamente l’iniziale del cognome dell’autore – che pur appartiene a una categoria di catalogazione – non si sostituisce all’interezza del cognome e men che meno alla persona dell’autore

Concludendo
Lasciamo la parola razza dove sta e ci serva come identificativo dell’ignominia di chi la pronuncia per trovare un elemento giustificativo alla condanna della persona che vuol discriminare e siano liberi gli storici di usarne nei loro studi senza il timore che si tratti di termine improprio o sgradito.
Disgraziatamente è stato appropriato a tragedie reali che potrebbero tornare.
E qua e là sono già tornate.
E’ meglio concentrarci sul rischio del ritorno.

[NOTE-LINK]
1. Incipit dell’articolo-intervista della senatrice Segre – La Repubblica 5 febbraio 2018
https://rep.repubblica.it/pwa/intervista/2018/02/04/news/sparatoria_macerata_traini_liliana_segre_la_politica_semina_odio-188048125/

2. Colloquio Presidente Corte Costituzionale con studenti fiorentini 17 gennaio 2018
https://video.repubblica.it/edizione/firenze/grossi-presidente-corte-costituzionale-articolo-3-supera-l-orrore-delle-leggi-razziali/294697/295311

3. Art 3 Costituzione
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [cfr. artt. 29 c. 2, 37 c. 1, 48 c. 1, 51 c. 1], di razza, di lingua [cfr. art. 6], di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali.
E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

6 Febbraio 2018Permalink

5 febbraio 2018 – Sull’uso di facebook

Da Il sole 24 ore

È un artigiano di Torano Castello, piccolo comune del cosentino disteso sulla valle del Crati, l’autore del fotomontaggio comparso su Facebook che ritraeva Laura Boldrini con la testa insanguinata e la scritta “Sgozzata da un nigeriano inferocito, questa è la fine che deve fare così per apprezzare le usanze dei suoi amici”. È stato individuato dagli agenti del Cnaipic (Centro anticrimine informatico della Polizia) che si sono avvalsi dell’aiuto proprio di Facebook.
Fin qui i fatti.
La notizia, tuttavia, ha una portata ben più ampia del semplice fatto di cronaca. E impone una lettura tutta nuova.

Lo scenario dei social sta cambiando, per volere delle autorità, ma anche di aziende come Facebook, sempre più nel mirino per i contenuti falsi o violenti condivisi sulle piattaforme. Proprio Facebook nelle ultime settimane, o comunque da quando è scoppiato lo scandalo Russiagate, ha intensificato gli sforzi per scovare fake news e post inappropriati, con l’istituzione di veri e propri team che di occupano della verifica. Un lavoro difficile, considerando che gli utenti del social network di Mark Zuckerberg sono oltre due miliardi. Ma comunque un segnale importante, anche in vista delle prossime elezioni politiche.

Sul caso della foto della Boldrini, però, si è andati ancora oltre. Perché da quanto appreso, Facebook ha collaborato in moto fattivo all’individuazione dell’autore del post. Un po’ una prima volta, che apre a scenari futuri molto diversi da quelli a cui siamo abituati. Scenari che tirano in ballo l’identità digitale, sempre più legata a quella fisica. Oggi Facebook (ma anche Google ed altre big del web) ha gli strumenti per risalire all’identità del gestore di un account, a prescindere dal fatto che si tratti di un profilo falso. Fra i dati in possesso del colosso di Zuckerberg, per ogni profilo, ci sono indirizzo email, geolocalizzazione e sempre più spesso, numero di telefono degli utenti. Negli ultimi mesi, infatti, proprio per autenticare molti account, Facebook sta spingendo sull’aggancio di un numero di telefono al profilo. Ovviamente si tratta di dati sensibili che la società californiana custodisce nel rispetto di normative sulla privacy sempre più stringenti.
La collaborazione con le forze di polizia per l’individuazione dell’utente che ha postato per primo la foto della Boldrini con la testa insanguinata, però, ci dice che esistono casi specifici in cui la privacy passa in secondo piano. E che forse, da oggi in poi, diffondere odio e notizie false nascondendosi dietro un falso profilo non rimarrà un’azione impunita.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-02-04/ora-facebook-collabora-lotta-fake-news-e-haters-un-punto-svolta-165011.shtml?uuid=AE7UQOuD

Considerazioni mie
Sono impopolarmente convinta che, se consideriamo facebook come un mezzo per cercare informazioni nei post altrui e per comunicare ad altri le proprie (scegliendo testi di particolare interesse e/o scrivendo le proprie opinioni), si debba farne un uso adulto e rinunciare a tutto l’armamentario emotivo/sentimentale che accompagna gli scritti.
Aggiungo la pericolosa equivoca polisemia del ‘mi piace’.
Provo a pubblicare e attendo critiche con il massimo interesse

5 Febbraio 2018Permalink

2 febbraio 2018 – La memoria noiosa di una vecchia documentata … che sono io.

Oggi mi è successa una cosa strana

La pagina del mio blog che avevo pubblicato ieri ha cominciato ad agitarsi e a strillare.
Ho verificato. Il 2 febbraio è la vigilia del 3 dello stesso mese e il 3 sta scritto tra altri documentati ricordi:

3 febbraio 1998 – Strage del Cermis [Link 1 – collegamento alla narrazione di rai storia ]
Fino all’anno precedente facevo parte del Comitato Misto Paritetico (Co.Mi.Par.) del Friuli Venezia Giulia che esamina i problemi connessi all’armonizzazione tra i piani di assetto territoriali e i programmi militari.
Il fatto che io mi interessassi del territorio (perché quello era il mio compito nel ruolo riconosciuto dalla legge) non interessava alla regione che pur a tanto mi aveva nominata e il fatto che io non mi esibissi in strilli pacifisti in luogo delle conoscenza che cercavo di assumere non piaceva all’associazionismo pacifista che pur informavo con annuali relazioni.
Così – dopo un pubblico attacco in un convegno in cui mi trovai completamente isolata (non so più quale elezione incombeva e distorceva gli interessi sulla pubblicità) – mi dimisi: era la fine di dicembre 2017.
Un mese dopo sarebbe intervenuta la strage del Cermis.

E qui comincia la storia del Memorandum ignorato (e millantato come segreto che riporto con le parole e i link di allora, 1998 [2])

La base di Aviano nacque su di un vecchio aeroporto italiano che fu affidato agli USA, a seguito dei trattati di pace, negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale. Un ulteriore accordo tra governi, stipulato nel ’54, stabilì che gli americani fossero da considerarsi ospiti e che le responsabilità del territorio della Base, non delle operazioni di volo, appartenessero alle Forze Armate italiane. Questo accordo tra l’Italia e gli USA è in parte noto e in parte segretato.
Io ne possiedo una parte, in qualche modo “conquistata”, perché quando si cerca di ottenere questo tipo di documentazione la prima risposta è negativa: “Si tratta di segreto militare”. Alla domanda che ne consegue: “Allora mostratemi il decreto di segretazione” (il segreto infatti non è soggetto all’arbitrio, ma è tale a seguito di una decisione precisa e formalizzata), improvvisamente i muri cadono allo squillo di immaginarie trombe di Gerico e il documento emerge, almeno nella parte non segretata .
Il documento di cui dicevo è denominato “Memorandum” ed è stato più volte contrattato fra il governo degli USA e il governo italiano.
Il testo del 30 novembre 1993 afferma esplicitamente che l’ufficiale responsabile della Base, del territorio della Base e non delle operazioni di volo, che appartengono all’aeronautica militare statunitense, è il comandante italiano.
E l’edizione successiva del Memorandum (2 febbraio1995) merita di essere letta anche per chi volesse ragionare sulla strage del Cermis. Apro una parentesi: per avere il testo di questo Memorandum i giudici di Trento sono dovuti andare fino a Roma; dopo di che – si è letto – avrebbero incriminato anche il comandante italiano della Base. Non conosco i capi d’accusa, però ritengo che, se ci sono, possano fondarsi sul testo che ora vi leggo, invitandovi a ricordare quanto ho detto precedentemente sulle competenze non solo delle Forze Armate, ma anche della Regione e dei sindaci nell’espressione di determinati pareri.

Dunque l’edizione del Memorandum del 2 febbraio 1995 precisa:
“L’installazione è posta sotto il Comando italiano. Le funzioni di tale Comando, che sono esercitate da un Ufficiale italiano, variano a seconda che l’installazione sia utilizzata congiuntamente o esclusivamente dalle Forze Armate degli USA. Il Comandante italiano ha piena giurisdizione sul sedime, sulle infrastrutture su di esso esistenti, su tutto il personale italiano militare e civile – assegnato a qualsiasi titolo all’installazione – e sull’equipaggiamento e i materiali nazionali […]. Il Comandante USA esercita il comando pieno sul personale, l’equipaggiamento e le operazioni statunitensi. Egli deve preventivamente informare il comandante italiano in merito a tutte le attività USA di rilievo, con particolare riferimento all’attività operativa e addestrativa, ai movimenti di materiali, armamenti, personale militare e civile, nonché agli avvenimenti o inconvenienti che dovessero verificarsi. Analogamente il Comandante italiano tiene informato il Comandante USA su tutte le attività nazionali di rilievo. Nel caso ritenga che le attività USA non rispettino le leggi italiane vigenti, il Comandante italiano informerà il Comandante USA e si rivolgerà immediatamente alle autorità italiane superiori per un parere. Le divergenze fra i Comandanti, in merito all’opportunità di intraprendere una particolare operazione, che non possono essere risolte localmente, saranno prontamente sottoposte alle rispettive Superiori Autorità…”.

Quindi il riferimento ai rispettivi Governi, o ai Ministeri della Difesa dei rispettivi Governi, non è un capriccio o una garanzia offerta in termini generici, ma è obbligatorio: quando i problemi non possono essere risolti in sede locale, i due Comandanti devono rivolgersi uno al Ministero della Difesa italiano, l’altro al Ministero della Difesa statunitense. Ancora una volta dobbiamo rilevare che non ci stiamo aggirando oscuramente nel quadro di un mistero imperscrutabile, ma esistono procedure che hanno il loro iter, che hanno i loro responsabili, e, nel caso specifico, ci sono anche persone tenute ad esprimere un parere su cui dovrebbe essere adeguatamente informata l’opinione pubblica. Anche in questa materia è possibile quindi identificare responsabilmente funzioni e referenti.
Viceversa nella conduzione della Base, almeno per gli aspetti di competenza del CoMiPar, c’è stata una strana collusione fra il responsabile americano e quello italiano. Non sto evidentemente parlando del problema dell’esistenza della Base. Credo che ragionare solo in termini di “Base sì, Base no, qui ed ora” sia improponibile e forse privo di efficacia, perché non mette in discussione il ruolo che gli USA possono esercitare nella politica europea. E’ già accaduto che, a fronte di proteste per la presenza della Base, gli americani abbiano proclamato che se ne sarebbero andati in Ungheria, dove ritenevano di poter avere migliore accoglienza.
In sostanza a chi tenta di dire la propria opinione sulla realtà del territorio in cui vive, i militari americani ricordano che la libertà di espressione del pensiero e della parola, quando si traduce in decisioni conseguenti, dà loro fastidio, irrita e disturba.

LINK
[1 http://raistoria.rai.it/articoli/tragedia-sul-monte-cermis/11985/default.aspx
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[2 link d’epoca – con gli ultimi 2 si arriva al testo del Memorandum]
https://www.google.it/search?q=http%3A%2F%2Fwww.bbc.com%2F&rls=com.microsoft:it-IT:IE-SearchBox&ie=UTF-8&oe=UTF-8&sourceid=ie7&gfe_rd=cr&ei=U53OVtChEZLF8AeUjbOYBw&gws_rd=ssl#q=CERMIS+1998+CORRIERE

https://it.wikipedia.org/wiki/Incidente_della_funivia_del_Cermis
http://www.repubblica.it/online/dossier/basi/tre/tre.html
http://www.repubblica.it/online/dossier/basi/trattato/trattato.html
http://www.repubblica.it/online/speciale/shell/uno/uno.html

2 Febbraio 2018Permalink

20 gennaio 2018 – Liliana Segre nominata senatrice a vita: “E’ stato un fulmine, sono solo un araldo”

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha nominato Senatrice a vita, ai sensi dell’articolo 59, secondo comma, della Costituzione, la dottoressa Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, per avere dato lustro alla Patria con altissimi meriti nel campo sociale.
Il decreto è stato controfirmato dal Presidente del Consiglio dei Ministri, Paolo Gentiloni.
Il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, Consigliere Ugo Zampetti provvederà alla consegna al Presidente del Senato della Repubblica, Pietro Grasso, del decreto di nomina.
Il Presidente della Repubblica ha informato telefonicamente la neo Senatrice a vita della nomina. (fonte ANSA [1])

Il presidente del consiglio, Gentiloni ha dichiarato: ‘Indicherà il valore della memoria’
Quale memoria?
Liliana Segre ha usato una parola importantissima e illuminante: “Sono solo un araldo”
Nel Medioevo l’araldo era un pubblico ufficiale addetto alle corti dei sovrani o agli ordini cavallereschi, con mansioni di maestro delle cerimonie e di rappresentante del sovrano o del feudatario, ed anche con uffici militari o incarichi di fiducia presso i sovrani esteri.
I dizionari ci ricordano che si tratta di un messaggero che estensivamente può dirsi promotore o sostenitore di un movimento ideale.

Icasticamente lo scrittore uruguayano Eduardo Galeano ha chiarito “ Quando é viva davvero la memoria non contempla la storia, ma spinge a farla. <…> Come noi… è piena di contraddizioni … non è nata per servirci da ancoraggio. La sua vocazione sarebbe piuttosto di farci da catapulta”.

La presenza di Liliana Segre – condannata bambina come tanti, persone di ogni età, distrutti nei lager non per ciò che avessero fatto o sconsideratamente detto ma per ciò che erano– ci impone il ricordo delle leggi razziali – volute da Benito Mussolini , firmate da un re la cui salma è stata incomprensibilmente trasferita in Italia.
Il presidente della Repubblica ha dichiarato di averla nominata senatrice a vita per “aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale”. E le parole della signora Segre ci spiegano il significato di quel ‘campo sociale’. “Non posso darmi altra importanza – dice – che quella di essere un araldo, una persona che racconta ciò di cui è stata testimone”.
Quindi il senso dell’impegno di Liliana Segre è fondamentalmente un fatto culturale.

In parallelo ricordiamo che le leggi razziali del 1938 ebbero come primo motore il Manifesto degli scienziati razzisti [2]. Ne seguì la Dichiarazione sulla razza, approvata da Gran consiglio del fascismo il 6 ottobre 1938 e pubblicata sul “Foglio d’ordine” del Partito nazionale fascista il 26 ottobre 1938. (Fonte di questi documenti e delle leggi un sito governativo che le elenca e fornisce un link [3])
E ricordiamo ancora che il primo decreto fu approvato allora in modo da impedire l’ingresso nelle scuole italiane di studenti e insegnanti [4].
Solo più tardi fu approvato il decreto organico che merita di essere visitato ampiamente [5].
Mi limito a un punto che mi sembra pertinente:
Diceva l’art. 8 del Regio Decreto Legge  17 novembre 1938 – XVII, n. 1728
Art. 8 Agli effetti di legge:
a) è di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se appartenga a religione diversa da quella ebraica;
b) è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di cui uno di razza ebraica e l’altro di nazionalità straniera;
c) è considerato di razza ebraica colui che è nato da madre di razza ebraica qualora sia ignoto il padre;
d) è considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da genitori di nazionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, appartenga alla religione ebraica, o sia, comunque, iscritto ad una comunità israelitica, ovvero abbia fatto, in qualsiasi altro modo, manifestazioni di ebraismo.

Nel 2009 si è approvata una legge che, non con la spudoratezza aperta e chiara della norma del 1938 (che pur gli italiani accettarono), ma con formula subdola, ambigua e vigliacca (che a chi la contrasti non impone i rischi di coloro che nel 1938 subirono senza consentire) afferma doversi presentare il permesso di soggiorno per registrare le dichiarazioni di matrimonio e di nascita e quindi, nel momento in cui si afferma un diritto umano proprio e dei propri figli, ci si esponga all’espulsione prevista dalla stessa norma per gli irregolari (detti clandestini con vulgata che il pregiudizio spiega ma l’ignoranza non giustifica) [6].
Due anni dopo (2011) la Corte Costituzionale con sentenza n. 245 stabilì che non si dovesse presentare il permesso di soggiorno in previsione di matrimonio e il codice civile che era stato modificato fu rimodificato.
Nulla fu fatto per i neonati, capri espiatori da offrire all’idolatria di cui è profeta la Lega Nord che, con un accorto, abile, costante lavoro ha corrotto la coscienza di molti italiani [7]

Oggi Liliana Segre entra in Senato in una situazione paradossale.
Il comma 3 dell’art. 2 della proposta sulle “Disposizioni in materia di cittadinanza” (cd ius soli) proponeva una norma che, se approvata, avrebbe consentito il superamento della condanna a norma razzista emanata otto anni prima. [8]
Le Disposizioni non sono state approvate e quindi lavoro, aspettative di chi credeva all’impegno preso anche dal presidente del senato di facilitare l’accesso alla cittadinanza per chi ne facesse richiesta, tutto è andato cancellato e insieme è andata vanificata la norma che avrebbe corretto l’infamia del 2009.
Resta e resterà fermo solo l’articolo che dal 2009 si fa beffa del dovere di assicurare il certificato di nascita ai propri figli, usando i piccoli nati in Italia da non comunitari senza permesso di soggiorno per creare paura e favorire il nascondimento che renda quei nuovi nati legalmente inesistenti.
Suggerisco la lettura del cap. 3.1 del 3° Rapporto Supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia, anno 2016-2017, presentato dal gruppo CRC Convention on the Rights of the Child [9]
Contro la richiesta da anni reiterata del gruppo CRC la norma, voluta da Maroni con il conforto del quarto governo Berlusconi, è stata mantenuta dal pregiudizio dominante anche in parlamento e dalla paciosa indifferenza dei governi Monti, Letta, Renzi .
Ora Il presidente Gentiloni la traghetterà a chi gli sarà successore nella XVIII legislatura.
Questo è il senato in cui entra la senatrice Segre.

NOTE:
[1] http://www.governo.it/sites/governo.it/files/leggi_antiebraiche_38_43.pdf
e anche
Centro di documentazione ebraica contemporanea –CDEC http://www.cdec.it/home2_2.asp?idtesto=185&idtesto1=558&son=1&figlio=877&level=2
[2] http://www.cdec.it/dsca/Manif.htm
[3] http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2018/01/19/mattarella-nomina-liliana-segre-senatrice-a-vita-_fc751e24-d8ba-4f12-beab-afb6887040ee.html
[4] Regio Decreto Legge 5 settembre 1938, n. 1390, Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista
http://www.cdec.it/home2_2.asp?idtesto=185&idtesto1=643&son=1&figlio=558&level=6
[5] REGIO DECRETO – LEGGE 17 novembre 1938 – XVII, n. 1728
http://www.cdec.it/home2_2.asp?idtesto=185&idtesto1=564&son=1&figlio=558&level=7 [6] http://www.altalex.com/documents/leggi/2012/04/18/pacchetto-sicurezza-introdotto-il-reato-di-immigrazione-clandestina
[7] https://diariealtro.it/?p=5485
Dal mio blog del 5 gennaio: La crudeltà stupida che appaga e paga
[8] lettera g, del comma 22 dell’art. 1 della legge 94 2009
http://www.altalex.com/documents/leggi/2012/04/18/pacchetto-sicurezza-introdotto-il-reato-di-immigrazione-clandestina
[9] Ho dovuto cancellare il link perché introduce una pagina impropria.
Ci si arriva attraverso il sito ASGI
https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2017/12/Rapporto-CRC-3-Basso-per-sito-pdf.pdf

 

20 Gennaio 2018Permalink

15 gennaio 2018 – Il nemico contro cui gli italici eroi possono lottare è sempre lì: il neonato a discrimine di razza

Una verifica importante
Da molti anni vado segnalando la sentenza della Corte Costituzionale (245/2011) che ha annullato la necessità di presentazione del permesso di soggiorno per la celebrazione dei matrimoni.
Il caso riportato è esemplare: La coppia ‘mista’ si è potuta sposare ma, fuori di quel momento garantito, il posto di ‘lui’ –irregolare – era il CIE.
E così è stato in attesa di una soluzione migliore della situazione di cui dice anche l’articolo che ricopio.
Ricordo che gli unici atti di stato civile per cui sussiste ancora la necessità di presentazione del permesso di soggiorno sono le registrazioni delle dichiarazioni di nascita.
Se sapessi far musico costruirei un inno ad Erode da proporre co me inno nazionale.
Credo avrebbe successo in particolare in questo intollerabile clima già elettorale

Brindisi, migrante si sposa ma non ha il permesso di soggiorno: lascia la moglie da sola e torna al Cie
La sposa campana e i parenti hanno festeggiato senza l’uomo, che è dovuto rientrare nel centro di Restinco. Ora il 40enne, nato in India, potrà chiedere un permesso di soggiorno per motivi di famiglia di CENZIO DI ZANNI
L’amore vince su tutto e questo, Jasvir e Gelsomina, lo sanno bene. Anche sui muri di un Centro di identificazione ed espulsione per migranti come quello di Restinco, alla periferia di Brindisi. Anche sulla burocrazia, talvolta cieca, dello Stato. E anche se il permesso per convolare a nozze dura il tempo necessario del rito civile, senza la possibilità di festeggiare.
Lui, Jasvir, è un 40enne indiano da tempo residente in Italia; lei, Gelsomina, ha qualche anno in più ed è della provincia di Napoli. Da sabato 13 gennaio sono marito e moglie, ma la cerimonia al Comune di San Vito dei Normanni davanti al vicesindaco Valerio Longo non è stata una come tante. Perché dopo aver detto ‘sì’ lo sposo è dovuto tornare fra le mura del Cie di Restinco. E alla festa con una ventina di amici e parenti arrivati da tutta l’Italia, Gelsomina c’è dovuta andare senza il marito.
Jasvir ha lavorato come collaboratore domestico in provincia di Brescia, con tutte le carte a posto, secondo quanto riportato dal Nuovo Quotidiano di Puglia. La loro storia d’amore è iniziata a Sorrento. È lì che durante una vacanza Jasvir ha incontrato Gelsomina. Tra loro è scoccata la scintilla e lui ha deciso di trasferirsi in Campania, dove ha continuato a lavorare stabilmente. Nel 2015, però, gli è stato negato un altro permesso di soggiorno. E dopo un controllo di routine delle forze dell’ordine mentre era in sella a un motorino è diventato ‘irregolare’. Così sulla carta, così per la legge. Quindi, tre mesi fa, le autorità hanno deciso il suo trasferimento a Brindisi. Destinazione Cie.
Intanto, le pratiche per il matrimonio erano già state avviate con l’assistenza dell’avvocato del 40enne indiano, Cosimo Castrignanò, cassazionista del foro di Lecce. C’era anche lui fra gli invitati della coppia. E il giorno del sì è arrivato il 13 gennaio, in ritardo per un inghippo burocratico con un nullaosta atteso dall’India, dove risiede la famiglia dello sposo. “Lui è un bravo ragazzo e la loro ci è sembrata da subito una bella storia d’amore. Di amore vero, non di soli interessi”, dice un funzionario dell’ufficio dello Stato civile di San Vito dei Normanni. “Avrà un permesso di soggiorno per ricongiungersi al coniuge e secondo la legge – aggiunge – occorrono due anni perché abbia la cittadinanza italiana, tempi che si dimezzano a un anno se arriva un figlio”.

http://bari.repubblica.it/cronaca/2018/01/15/news/migranti_puglia_salento_festa_di_nozze_senza_lo_sposo-186514457/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P4-S1.6-T1

15 Gennaio 2018Permalink

15 gennaio 2018 – Un appello inutile ma doveroso

Per favore leggete e provate a far ragionare quelli che hanno accettato la legge del 2009 che nega il certificato di nascita ai nati in Italia, figli di migranti senza permesso di soggiorno.
Era l’inizio
Ora stiamo avvicinandoci all’orlo del baratro e poi il baratro si aprirà.
Fra stermini e burocrazia si era già destreggiato Eichmann.
non cercate i malvagi, gli amanti di stragi e orrori ormai il marciume è diventato senso comune e ci affogherà

5 gennaio 2018_Elezioni in Lombardia, il candidato del centrodestra Attilio Fontana: “Razza bianca a rischio”

L’ex sindaco leghista di Varese scelto per il dopo-Maroni in diretta a Radio Padania: “Gli immigrati vogliono occupare il nostro territorio, dobbiamo ribellarci”
di ORIANA LISO

“Non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate”. Meno di una settimana fa, quando è stato scelto dal centrodestra come candidato governatore della Lombardia dopo la rinuncia di Roberto Maroni, Attilio Fontana è stato presentato e raccontato come il “leghista moderato”, uomo di istituzioni e di governo, visti i suoi due mandati da sindaco di Varese (e uno da sindaco di Induno), l’incarico di presidente di Anci Lombardia, la presidenza del Consiglio regionale ai tempi di Formigoni. Ma in pochi giorni, allineandosi alle posizioni del suo leader Matteo Salvini, Fontana ha scelto posizioni tutt’altro che moderate.
E per esporre la sua posizione sulla questione immigrazione, ha scelto un collegamento con Radio Padania, domenica mattina, durante la trasmissione “Sulla strada della libertà”, condotta da Roberto Maggi. A una domanda sul tema, infatti, ha risposto senza mezzi termini che “uno Stato serio dovrebbe programmare e dire: noi vogliamo e riteniamo giusto che possono essere accolti 1, 100mila, 10 milioni di immigrati, dire come vogliamo assisterli, quali case, lavori e scuole vogliamo dare loro, a quel punto chiedere ai cittadini se sono d’accordo”. Fin qui, niente di diverso dalle tesi solite del centrodestra, anche di quello più moderato, appunto. Ma subito dopo Fontana attacca, con una frase netta di cui si è accorto per primo il blogger de L’Espresso Daniele Sensi, che già pochi giorni fa aveva raccontato della trasmissione in diretta di Radio Padania in cui si invitavano gli ascoltatori a chiamare per offendere Roberto Maroni, reo di aver criticato la linea di Salvini.

Quindi, ecco Fontana che spiega: “E’ un discorso demagogico e inaccettabile quello di dire che dobbiamo accettarli, è un discorso a cui dobbiamo reagire, dobbiamo ribellarci: non possiamo accettarli tutti. Vorrebbe dire che non ci saremmo più noi come realtà sociale e etnica, perché loro sono molti più di noi, perché loro sono molto più determinati di noi nell’occupare questo territorio. Di fronte a queste affermazioni dobbiamo ribellarci, non possiamo accettarle, perché qui non è questione di essere xenofobi o razzisti, ma logici e razionali: non possiamo perché tutti non ci stiamo, quindi dobbiamo fare delle scelte, decidere se la nostra etnia, razza bianca, società deve continuare ad esistere o deve essere cancellata, è una scelta. Se la maggioranza degli italiani dovesse dire noi vogliamo autoeliminarci vorrà dire che noi che non vogliamo autoeliminarci ce ne andiamo da un’altra parte”.

Tra le prime reazioni, quella del candidato governatore del centrosinistra Giorgio Gori: “C’è chi parla di forconi e razza bianca. Noi parliamo di formazione, lavoro, crescita, Europa, senza isterismi e demagogia”.

http://milano.repubblica.it/cronaca/2018/01/15/news/elezioni_lombardia_attilio_fontana_lega_razza_bianca-186527143/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T1

 

15 Gennaio 2018Permalink

5 gennaio 2018 – La crudeltà stupida che appaga e paga.

Continuo a chiedermi come mai in otto anni non sia stato possibile cancellare interamente l’articolo del pacchetto sicurezza che nega il certificato di nascita ai nati in Italia, figli di migranti senza permesso di soggiorno. E’ un articolo che propone una operatività da svolgersi nel disprezzo di ogni fondamento etico che impegni alla tutela del minore, dissociandosi di fatto dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (Convention on the Rigths of the Child – CRC), approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e ratificata in Italia con legge 176/1991.
In ogni caso viene compromesso il rispetto della Costituzione. La norma del ‘pacchetto sicurezza’, che ostacola la garanzia del certificato di nascita per ogni nato in Italia, nega il significato dell’art. 3 che promuove l’uguaglianza senza distinzioni di “sesso, di razza di lingua, di opinioni politiche “ e, per quello che qui ci interessa, “di condizioni personali e sociali”. E insieme si fa beffe dell’art. 10 per cui “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”.
Del tutto estraneo invece ai dibattiti parlamentari (ma anche nella società civile) il significato della Convenzione che riconosce ogni essere umano come “titolare di diritti civili e sociali fin dalla nascita e a prescindere dal suo successivo (e in certa misura eventuale) status di figlio”.
Riprendo questa citazione da un articolo del 2015 di Luigi Fadiga, allora Garante per l’infanzia e l’adolescenza dell’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna.
L’ho pubblicato interamente ieri nel mio blog [1]
L’articolo ricorda anche la Legge 10 dicembre 2012, n. 219 la cui finalità è l’eliminazione di qualsiasi forma di discriminazione tra figli legittimi e figli naturali (così erano definiti i nati fuori dal matrimonio). Cita poi molte norme del codice civile che può essere interessante conoscere per cui rimando all’articolo.

I minori nella legislazione italiana, la mia cartina al tornasole
Ritorno ai minori senza certificato di nascita per legge come a cartine al tornasole, riferimento per il confronto con ogni norma che si voglia leggere avendo presenti i disvalori del razzismo e del disprezzo dei ‘figli degli altri’ già alla nascita.
Era un’espressione che avevo scritto non so più quanti anni fa considerando la negazione del certificato di nascita misura appartenente a una cultura con una radice razzista per aver identificato minori da penalizzare sul fondamento dell’etnia d’origine dei genitori e della loro irregolarità burocratica.
Purtroppo si tratta di una cultura ben accetta anche a livello d’opinione pubblica largamente influenzata dal lungo lavorio corruttivo perpetrato dalla Lega Nord

Lo spezzettamento dei minori
A questo punto torna utile considerare le varie norme che in anni piuttosto recenti hanno discriminato via via particolari categorie di minori, cui era negato ciò che a loro coetanei era ed è invece assicurato.
Punto di partenza fondamentale: la lettera g del comma 22 dell’art. 1 (Testo Unico sull’immigrazione D.lgs, testo coordinato, 25/07/1998 n° 286, art. 5 comma 2) quando fu imposta la presentazione del permesso di soggiorno per registrare le dichiarazioni di matrimonio e di nascita.
A ripristinare la possibilità di contrarre matrimonio senza presentare il permesso di soggiorno provvide la Corte Costituzionale con sentenza 245/2011.
Nulla di efficace fu fatto invece per i minori cui era ed è negata l’esistenza legale se nati in Italia, figli di migranti senza permesso di soggiorno.
La diversità fra matrimoni e nascite a mio parere si può spiegare facendosi forza di tutto il cinismo che l’analisi di questa legge impone.
Mentre il ripristino della possibilità di contrarre matrimonio poteva avere come referenti del legislatore persone adulte con capacità di parola e di ascolto, i neonati nulla avevano di tutto questo né lo avevano i loro genitori, spaventati dal doversi dichiarare irregolari di fronte a un ufficiale di stato civile, disponibile ad usare i neonati come esca per cacciare i loro genitore
E dico disponibile perché in realtà si potrebbe giovare della circolare che, emanata contestualmente alla legge, afferma il contrario della legge stessa e, con tutta la precarietà di uno strumento amministrativo, consente ciò che la legge nega [2].
Ne ho diffusamente scritto più e più volte per concludere con un appello al presidente Gentiloni, pubblicato nel mio blog il 31 dicembre scorso, [3] perché vigili sull’applicazione della circolare nei tre mesi che ha davanti a sé.
Per capire occorre considerare la situazione con rispetto della logica e senza ricorso a non si sa quali buone intenzioni di un legislatore che si presume competente e corretto.
Vennero presentate due proposte di legge, n.740/2013 alla camera e 1562/2014 al senato e, sebbene fossero state affidate dalla presidente Boldrini e dal presidente Grasso alle rispettive commissioni Affari Costituzionali, non se ne fece nulla.
Sia chiaro che quelle proposte non prevedevano di condividere e dividere risorse. Entrambe senza oneri di spesa, riaffermavano solo un principio violato.
Nel 2015 la situazione cambiò ancora ma di ciò più avanti.
Ora è opportuno tornare a norme che hanno in comune il discrimine dei minori in base, in spregio alla Costituzione, alle loro ‘condizioni personali’.

Il diritto alla continuità affettiva
Per stabilire il diritto alla continuità affettiva dei bambini e delle bambine in affido familiare, il Parlamento ha approvato la legge n. 173 del 2015, che ridefinisce il rapporto tra procedimento di adozione e affidamento familiare. A tal fine riconosce alla famiglia affidataria una corsia preferenziale nell’adozione [4].
Il diritto alla continuità degli affetti appartiene a tutti i minori indistintamente?
Non è facile farsi beffe dei nostri inflessibili eroi italici e quindi no.
Per tutti i nostri figli sì, per i figli degli altri … distinguiamo.
Se cessano di essere strumento per far danno ai loro genitori non ci servono più .. fuori da casa nostra con mamma e papà!

Ma anche in casa nostra …
L’occasione per costruire il caso esemplare si presentò ben presto, quando fu discussa la cd legge Cirinnà che venne approvata il 20 maggio 2016, n. 76 con il titolo “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”. [5]
La legge Cirinnà, che si applica alle coppie dello stesso sesso che hanno contratto all’estero matrimonio o istituto analogo alle unioni civili, inizialmente prevedeva la stepchild adoption, (“adozione del figlio affine”), adozione del configlio o adozione in casi particolari, un istituto giuridico che consente al figlio di essere adottato dal partner (unito civilmente o sposato) del proprio genitore. [6]
E’ ben chiaro che, se morisse o intervenisse altro radicale impedimento per il genitore il partner di costui o costei potrebbe assicurare al bambino cresciuto da entrambi la continuità affettiva prevista dalla legge 173/2015.
E invece no!
Il parlamento italiano si dimostrò incapace di riconosce ogni essere umano come “titolare di diritti civili e sociali fin dalla nascita e a prescindere dal suo successivo (e in certa misura eventuale) status di figlio”.
Ne approfittò per punire le coppie che avessero messo al mondo un figlio con il sistema della maternità surrogata e non seppero distinguere fra l’intento punitivo e i diritti del bambino che non è bagaglio appresso dei suoi genitori, quale che sia la condizione di costoro.
Così anche le unioni civili hanno la loro vittima sacrificale, ancora una volta un bambino.
L’estensione della norma del 2009 – nata per colpire i figli dei migranti non comunitari irregolari – colpisce anche i figli delle coppie omossessuali.
Ma esiste qualche possibilità di sfuggire all’implacabile scure dell’intento punitivo dei vari difensori di non so che e infatti lo scorso giugno la Cassazione ha approvato la stepchild adoption per una coppia di lesbiche: una di loro potrà adottare la figlia della compagna e risultare così madre della bambina. [7]
Altri piccoli fantasmi però si aggirano nelle aule del nostro insaziabile parlamento e sono ancora i figli dei sans papier e non sfuggono certamente all’occhio acuto e alla urla incontenibili dell’indimenticabile senatore Giovanardi, mentre altri intervengono con i mezzi che la tecnica legislativa assicura loro.

Lo ius soli deve sparire
Lo ius soli che non è ius soli [8] perché non prevede un automatismo nella concessione della cittadinanza al momento della nascita (come accade, per esempio, negli USA) è stato discusso ampiamente anche nei media per cui mi limito a considerarne un aspetto, non senza ricordare una ottima sintesi proposta dal senatore Dalla Zuanna [9].
Nel 2015 venne inserito nel testo che il parlamento aveva elaborato, recependo il testo a iniziativa popolare, un prezioso articoletto (comma 3 art. 2) che, se approvato, avrebbe riportato la registrazione delle dichiarazioni di nascita alla situazione precedente il pacchetto sicurezza e quindi anche i figli dei sans papier avrebbero avuto il loro certificato di nascita. Il comma 3 è morto con le ‘Disposizioni’ ma , per paura che fosse discusso e (Dio non voglia!) approvato, otto sentato di FI PdL avevano presentato un emendamento soppressivo.
Ne riporto i nomi perché otto adulti, certamente più che alfabetizzati, che si coalizzano per dire a un neonato “Tu non esisti” devono restare almeno nella mia memoria digitale che è il mio blog. 2.3 PAOLO ROMANI, BERNINI, GASPARRI, D’ALÌ, MALAN, PELINO, FLORIS, FAZZONE
Sono creature orrende ma quel che fanno è così strano da incuriosirmi.
Se li conoscessi chiederei ‘Perché?’ ma non li conosco. Meglio così

Il traghettatore
Chi ha seguito l’appassionato, intenso lavoro dei promotori dello ‘ius soli’ , protrattosi per anni, raccogliendo le firme necessarie, presentando la legge, verificando i lavori del Parlamento si chiederà dove finisce ora quella caterva di elaborati e di dibattiti.
E’ molto semplice: sparirà con la fine della legislatura.
Resterà un solo articolo: quello che appartiene al ‘pacchetto sicurezza’ perché norma di legge. Ancora una volta elemento di stabile certezza è il danno permanente ai neonati.
Lo ha voluto nel 2009 l’allora ministro Maroni (nel quadro del quarto governo Berlusconi), è transitato al governo Monti e, a conclusione della XVI legislatura lo ha ereditato il governo Letta che, serenamente lo ha passato al governo Renzi, che –fra una chiacchiera e l’altra – ne ha fatto carico al governo Gentiloni che ne sarà traghettatore alla XVIII legislatura.
Così va la storia degli italici squallori conforto di molte e molti!

[1] Articolo Fadiga https://diariealtro.it/?p=5482
[2] Circolare 19 /2009 Ministero dell’interno
http://servizidemografici.interno.it/sites/default/files/Circolare%20n.%2019%20-%202009.pdf
[3] Dal blog diari e altro 31 dicembre 2017 https://diariealtro.it/?p=5462
[4] http://www.camera.it/leg17/522?tema=diritto_alla_continuit__affettiva_dei_bambini_e_delle_bambine_in_affido_familiare_
[5] http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2016/05/21/16G00082/sg
[6] http://www.altalex.com/documents/news/2017/10/27/stepchild-adoption-coppie-omosessuali
[7] http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Gay-nato-con-eterologa-estero-Gran-Bretagna-gay-lesbiche-cittadine-italiane-coniugate-in-Gran-Bretagna-4b30625f-3214-4209-b315-e6703991c32e.html
[8] Disegno di legge S 2092 Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni in materia di cittadinanza. Titolo breve: Disposizioni in materia di cittadinanza .
[9] 28 giugno 2017 sintesi Dalla Zuanna https://diariealtro.it/?p=5047

5 Gennaio 2018Permalink

2 gennaio 2018 – Emma Bonino e la lista Europa

La mia stima e gratitudine a Emma Bonino che con un impegno personale riuscì a risolvere il caso Shalabayeva,  riportando in Italia la piccola che era stata deportata con la sua mamma.
E’ colpa di chi ne fu responsabile per cui la mia ripugnanza non demorde. Fa parte della politica usa ad adoperare i bambini come arma impropria per creare paura nei loro genitori.
Al tempo ne scrissi molto nel mio blog.
Riporto tre pagine che mi sembrano significative e presentano anche caratteri di attualità.
Sono lieta che il mio blog mi consenta una memoria ordinata e documentata in una realtà dove in molti nascono ogni mattina con una memoria già formata dall’apporto di sondaggi spesso scelti fra quelli comodi

27 novembre 2015                https://diariealtro.it/?p=4100  ;
30 novembre 2015            https://diariealtro.it/?p=4105 
;
27 settembre 2017            https://diariealtro.it/?p=5267 ;

 

2 Gennaio 2018Permalink