18 novembre 2016 – Ho un sogno n. 245

La prossima settimana sarà reperibile alla Libreria CLUF di via Gemona 22 il n. 245 di Ho un sogno.
Contiene dati di particolare interesse regionale riportando l’elenco dei 35 progetti di collaborazione allo sviluppo che sono stati finanziati e non mancano due miei articoli
Ricopio il primo

Le nuove agane

Ogni evento se ha un significato ha una storia che lo sottrae all’occasionalità. Così accade anche per il “filo di mosaico” a Tramonti di Sotto, piccolo comune della Val Tramontina in provincia di Pordenone dove due anni fa la mosaicista Carolina Zanelli realizzò un mosaico, posto sulla parete esterna della pro loco di cui era allora presidente Patrizia Bertoncello, oggi assessora alla cultura del Comune.  Da quell’incontro nacque un’iniziativa che vede protagoniste sette mosaiciste, tutte legate alla Scuola del Mosaico di Spilimbergo, una realtà importante nella cultura friulana e ben nota all’estero. Lo testimoniano gli studenti che provengono dai più lontani paesi anche di altri continenti. Le sette mosaiciste hanno costituito un piccolo gruppo che di anno in anno, nel contesto di un work in progress, crea un filo di mosaico che si dipana sulle pareti delle case del paese, fra strade e cortili, in un’iniziativa non solo ben accolta, ma partecipata, quest’anno alla sua seconda edizione. Come dimenticare la signora che offriva l’acqua alle artiste-artigiane all’opera sul muro della sua casa, o il vicino che prestava la scala, e come ignorare bambini e adulti che all’ombra del gazebo-laboratorio (quest’anno elevato dal 21 al 24 luglio) lavorano con le mosaiciste o offrono piccoli oggetti da inserire nel filo (la contemporaneità della scelta artistica infatti fa sì che il mosaico non si limiti alle tessere tradizionali)? bollaPaesani, villeggianti, amici, curiosi, in molti hanno partecipato al progetto. Le mosaiciste accolgono i visitatori tutte vestite di bianco rivisitando così l’antico mito delle agane, creature dei boschi, streghe o fate che fossero, o simboli della spesso dolente condizione femminile. Le nostre ‘agane’ (ricordiamone i nomi: li proponiamo in un ordine alfabetico corrispondente al cognome: Lisa Battistutta, Gabriella Buzzi, Laura Carraro, Dagmar Friedrich, Sarah Persello, Valentina Rossi, Carolina Zanelli) non umiliano però la creatività che deve assicurare un risultato duraturo e di qualità sul piano estetico. Hanno ben chiari tre obiettivi, condivisi sette-mosaiciste-e-una-volontariaevidentemente con la lungimirante assessora,: creare comunità, abbellire il paese e attirare turismo. Quest’anno risulta ci siano riuscite. Torneremo a trovarle nel 2017.

19 Novembre 2016Permalink

14 novembre 2016 — A scuola ma non da sole.

Due storie americane fra il 1960 e il 2016

Il 14 novembre 1960 per la prima volta in Louisiana una bambina afroamericana entrava in una scuola per bianchixus_marshals_with_young_ruby_bridges_on_school_steps-jpgqitokfys6utr_-pagespeed-ic-bew-_ccfau

Una bambina di sei anni, un fiocco nei capelli, la cartella nella mano destra e l’aria seria e un po’ preoccupata di chi inizia un nuovo percorso. Sembrerebbe una normale fotografia del primo giorno di scuola ma ad allargare lo sguardo sull’immagine si nota tutta la tensione di una situazione anomala: una piccola afroamericana scortata dai federali che la proteggono dalla folla inferocita che vorrebbe impedirle di entrare in classe. Il suo nome è Ruby Bridges ed è la prima bambina di colore nel sud degli stati Uniti ad avere l’accesso a una scuola fino a quel momento frequentata soltanto da bianchi.

Siamo a New Orleans, in Lousiana, nel 1960, e da poco è finalmente passata la sentenza della Corte Suprema che stabilisce la desegregazione delle scuole: basta con i ghetti, d’ora in poi le classi saranno miste. Una decisione che incontra una grande resistenza a livello sociale, fra pregiudizi e razzismo da un lato e la paura della repressione dall’altro. Infatti, nel tentativo di dimostrare che non sono all’altezza degli istituti per bianchi, i bambini neri vengono sottoposti a un test attitudinale particolarmente complesso quando ancora frequentano l’asilo: un crudele – e inutile – stratagemma per ritardare la decisione della Corte.

Ruby è una dei sei bambini afroamericani a passare l’esame, l’unica a poter andare alla William Frantz, la scuola elementare per bianchi a pochi isolati da casa sua. Il padre non vorrebbe mandarla, ben conscio di che cosa la aspetta, ma la madre insiste: studierà in una scuola migliore e segnerà anche una svolta importante nel cammino dei diritti per i cittadini afroamericani.

Così, per la determinazione di una donna e il coraggio di una bambina, la storia fa un balzo in avanti. Ma il cammino verso l’uguaglianza è lastricato di ingiustizie e sofferenza, e in questo caso non si tratta solo di un’immagine figurata, visto che la piccola Ruby deve essere protetta da militari armati per evitare gli attacchi della folla che cerca di aggredirla lungo la strada; e una volta arrivata passerà tutta la mattina dal direttore, perché gli altri allievi non sono venuti, tenuti a casa dai genitori in segno di protesta. Il secondo giorno il film è lo stesso: soltanto un bambino bianco entrerà a scuola, accompagnato dal pastore metodista Lloyd Anderson Foreman.

Sarà un anno duro per Ruby: ogni giorno scortata dai federali anche per andare in bagno, costretta a mangiare da sola il cibo che si porta da casa, per evitare che qualcuno tenti di avvelenarla, come è successo il secondo giorno di scuola; unica alunna della sua classe, senza compagni che vogliano sedersi accanto a lei, riuscirà a studiare soltanto grazie all’impegno di una maestra, Barbara Henry, che la prende sotto la sua protezione e decide controcorrente di occuparsi della sua istruzione. Anche la famiglia subisce dei pesanti contraccolpi: il padre perde il lavoro, i nonni, proprietari di una fattoria nel Mississippi, vengono espropriati della terra.

I federali la ricordano oggi come una bambina determinata, che non piangeva né si lamentava mai. Ma il coraggio non è sinonimo di indifferenza, e non evita le ferite: Ruby non riesce a mangiare a scuola e la notte ha gli incubi, si sveglia urlando. Con l’aiuto di uno psicologo e l’affetto dei genitori, la bambina riuscirà ad arrivare alla fine dell’anno, vincendo a poco a poco le resistenze dei suoi compagni e ricompattando la piccola comunità scolastica. La seconda elementare si svolgerà infatti in modo normale, quasi non fosse mai esistita la lotta estenuante dell’anno precedente; il padre trova un altro impiego, i ragazzini si frequentano anche fuori dalle aule scolastiche senza badare al colore della pelle e la vita riprende a scorrere regolarmente. Ruby e la sua mamma hanno vinto.

Da adulta Ruby Bridges è diventata un’attivista dei diritti degli afroamericani e con la sua Ruby Bridges Foundation, che ha sede a New Orleans, continua a battersi contro i pregiudizi con le armi del rispetto, della tolleranza, dell’istruzione e della valorizzazione delle differenze: «il razzismo è una malattia degli adulti e dobbiamo usare i bambini per evitare che si diffonda», è il suo motto. La sua storia è una pietra miliare nella lunga lotta di liberazione degli afroamericani. Il quadro del pittore Norman Rockwell, The Problem All Live With, del 1964, che ritrae la piccola con i federali sulla strada per la scuola, è diventato un’icona del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti. Non a caso, dietro suggerimento di Ruby, il presidente Obama lo ha installato come monito alla Casa Bianca, nel corridoio fuori dalla Stanza Ovale. Chissà che fine farà, con il restyling dell’arredamento del neoeletto Trump e di sua moglie Melanie.

13/11/2016 Natasha Nkhama, vittima di insulti razzisti da parte di un sostenitore di Trump, riceve una sorpresa straordinaria dagli studenti del suo campus.
L’Huffington Post    |  Di Ilaria Betti

È stata insultata per il colore della pelle e spinta giù dal marciapiede da un ragazzo che giustificava il suo gesto ripetendo lo slogan di Trump: “Make America great again”. Natasha Nkhama ha raccontato il brutto episodio, avvenuto alla Baylor University in Texas, in un video diventato virale. E grazie proprio a quel filmato più di 300 studenti hanno deciso di farle una sorpresa, accompagnandola, in gruppo, ad una lezione, dimostrandole che l’amore può vincere sulla rabbia.

“Mentre andavo in classe, questo ragazzo mi ha urtata e mi ha spinta giù dal marciapiede. Mi ha detto: ‘Nessun negro è ammesso su questo marciapiede’. Io ero scioccata, non avevo parole”, racconta nel video. Uno studente di passaggio ha detto qualcosa all’aggressore e lui, di tutta risposta, ha ammesso: “Sto solo cercando di rendere l’America grande di nuovo”, ripetendo lo slogan del neoeletto presidente Donald Trump, “Make America great again”. “Quindi – aggiunge la giovane nel filmato – se avete votato per Trump, spero che capirete cosa questo possa significare per una persona con un altro punto di vista”.

Grazie anche al video e al passaparola, la storia di Natasha si è diffusa nel campus. Gli studenti hanno così deciso di fare un gesto dimostrativo per lei e accompagnarla, tutti insieme, alla sua lezione di venerdì mattina. Si sono accordati sui social usando l’hashtag #IWalkWithNatasha (“Io cammino con Natasha”) e, in più di 300, si sono presentati all’uscita dell’istituto, sorprendendola. I professori hanno lasciato che uscissero prima dalle loro classi, consentendo la buona riuscita dell’improvvisata.

Natasha è rimasta senza parole alla vista di tutte quelle persone, accorse lì per lei, per accompagnarla, per ricordarle che la gentilezza è l’arma più potente contro il razzismo e la rabbia. “Vorrei che tutti vedessero questo gesto – ha commentato – e sapessero che Baylor è il campus dell’amore

FONTI:

http://www.riforma.it/it/articolo/2016/11/14/una-storia-americana

http://www.huffingtonpost.it/2016/11/13/natasha-nkhama-vittima-insulti-sorpresa-_n_12942156.html?utm_hp_ref=italy

14 Novembre 2016Permalink

12 novembre 2016 – Ilhan Omar, rifugiata e migrante, prima somala eletta al parlamento a stelle e strisce

10 novembre 2016   La prima volta per una donna negli Stati Uniti, ma non è Hillary di Claudio Geymonat

Donna, immigrata, anzi di più, rifugiata; e poi musulmana praticante, sempre con l’hijab in testa, impegnata fin da giovanissima nelle battaglie per l’emancipazione delle donne immigrate, in particolare quelle di prima e
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Insomma, un po’ tutto ciò che il neo presidente degli Stati Uniti ha dimostrato di odiare, a stare almeno alle roboanti dichiarazioni esternate da una parte all’altra della nazione, durante i mesi frenetici che hanno preceduto la tornata elettorale. Chissà quindi se si daranno la mano il 20 gennaio prossimo, giorno dell’insediamento alla Casa bianca, Donald J. Trump e Ilhan Omar, che nella Caporetto democratica dell’8 novembre rappresenta un raggio di speranza. Ilhan è infatti la prima donna somala, e la prima rifugiata, a vincere un seggio per la Camera dei rappresentanti, che con il Senato rappresenta uno dei due rami del parlamento a stelle e strisce.

E’ successo a Minneapolis nello stato del Minnesota, uno dei pochi a colorarsi di blu anche dopo lo spoglio delle schede, e non soltanto nei disastrosi sondaggi pre-elettorali che davano tutti o quasi per certa la prima volta di una donna al 1660 di Pennsylvania avenue.

Quindi lo scettro di novità più significativa emersa dall’election day spetta forse proprio a lei, Ilhan Omar, classe 1982, giunta negli Stati Uniti insieme alla famiglia nel 1994, in fuga dalla drammatica guerra civile somala, che tanti capitoli dolorosi e misteriosi ha scritto attorno alle vicende della missione “Restore Hope”, teoricamente promossa dalla Nazioni Unite ma in pratica creatura e feudo a stelle e strisce.

Prima del viaggio transoceanico per Ilhan e i suoi cari ci sono stati però quattro durissimi anni di permanenza in un campo profughi in Kenia, terra di salvezza per centinaia di migliaia di disperati in fuga da un conflitto fratricida. Negli States la prima tappa è la Virginia, Arlington, la città sul Potomac sede del celebre cimitero militare che ospita tutti i caduti delle guerre, oltre alle tombe di moltissime personalità politiche fra cui John Kennedy.

Quasi subito i genitori si spostano in Minnesota. Qui Ilhan può frequentare le scuole, imparando in appena tre mesi l’inglese e completando prima le superiori e quindi la facoltà di scienze politiche.

Immediato l’amore per l’agone pubblico che la porta già dal 2006 a impegnarsi con il partito democratico nelle campagne per le elezioni comunali. Dopo anni di lavoro a fianco delle minoranze a inizio 2016 il grande salto, la scelta di candidarsi per un seggio. Nelle primarie democratiche c’è però da sconfiggere Phyllis Kahn, 79 anni, dal 1973 ininterrottamente seduta a Capitol Hill, la più anziana parlamentare in servizio. Dal caucus di agosto la prima grande sorpresa: nonostante una campagna con toni razzisti pesanti nei suoi confronti da parte anche di compagni di partito, il cosiddetto fuoco amico, Ilhan Omar esce vincitrice. E’ il trampolino di lancio verso il Campidoglio in uno stato, il Minnesota, che sempre premia i democratici e che nelle primarie repubblicane aveva in massa scelto Marco Rubio rispetto a Trump.

Ma se a livello nazionale Hillary Clinton ha pagato pegno (anche) al suo essere donna, a livello locale a Ilhan è riuscita l’impresa di superare i pregiudizi raccogliendo consenso anche fuori dalle comunità di riferimento, formate per lo più da immigrati.

«E’ l’inizio di qualche cosa di nuovo – ha commentato a caldo Omar-. Questo distretto ha fatto tante volte la storia di questo paese e in qualche modo la sta facendo anche ora. Sono entusiasta per i valori progressisti di questa terra e per il ruolo di rappresentante delle tante culture che qui vivono cui sono chiamata a dare voce a Washington».

Da un campo profughi al Campidoglio, una tipica storia di quelle che piacciono tanto ai cultori del sogno americano, che nessuno lascia indietro e a tutti concede una chance. In realtà c’è ben altro, in anni in cui l’american dream ha perso la carica che lo rappresentava, di fronte alla spaventosa crisi che ha messo in ginocchio l’economia interna, ripartita grazie alle brillanti politiche di Barack Obama. Non è bastato a far si che il voto popolare sancisse la bontà del solco tracciato. Gli elettori hanno scelto altro, un voto di rottura, di protesta o chissà in quante altre migliaia di modi lo sentiremo definire in questi giorni di analisi dei flussi, fra evangelical conservatori e chiese storiche progressiste, ispanici che non si capisce più cosa siano e donne che hanno preferito chi le insulta rispetto a chi ne rappresenta la summa, il vertice di una piramide dalle pareti scivolose, alla cui cima è riuscito a scalare un uomo di colore, evidentemente mobilitando il voto afro-americano, ma non è riuscita una donna, che certo molte simpatie non deve aver attirato nemmeno fra le attiviste.

Nelle incertezze e nelle contraddizioni sociali che il voto di martedì ha reso palesi, la storia di Ilhan Omar rappresenta un segnale che un approccio differente all’agone politico è possibile anche oltre oceano, in cui l’impegno concreto a fianco dei più deboli e per la crescita sociale, che dovrebbe essere la pietra angolare di ogni impegno pubblico a volte rappresentano ancora un plus, capace a volte di sovvertire pronostici, sconfiggere lobby, sedere in parlamento.

FONTE: http://www.riforma.it/it/articolo/2016/11/10/la-prima-volta-una-donna-negli-stati-uniti-ma-non-e-hillary

 

 

12 Novembre 2016Permalink

9 novembre 2016 – Fra il presidente USA e il referendum italiano

Sorvolando su quello che è avvenuto negli USA vengo all’Italia dove, dopo il 4 dicembre, mi sembra profilarsi una situazione che mi preoccupa in ogni caso (veramente mi preoccupa a ragion veduta anche il prima)..
Se vince il SI’ avremo una Costituzione peggiorata, se vince il NO il vuoto. Infatti il NO non è sostenuto da un gruppo politico in grado di proporre qualche cosa ma da un’ammucchiata scoordinata. I ‘Salvini’ avranno più forza che mai (la vittoria del NO ne aggiungerà parecchia a quella di cui già dispongono oltre i voti che in una elezione possono assicurarsi come partito). Mi capita che quando esamino la riforma mi viene voglia di votare NO, quando guardo all’ammucchiata … ho l’impressione angosciosa del vuoto che minaccia.bruegel_ciechi1
Alla galleria di Capodimonte c’è un quadro di Pieter Bruegel il Vecchio ‘La parabole dei ciechi’ (1568).
Nel mio immaginario si sovrappone ai commenti politici: un cieco conduce una fila di ciechi verso un baratro che non vedono.

 

 

9 Novembre 2016Permalink

8 novembre 2016 – L’onore militare colpisce ancora

 Dal Messaggero Veneto 07 novembre 2016   –  La vergognosa retromarcia del Senato sul testo approvato dalla Camera. Degli alpini fucilati si riconosce «il sacrificio» e si dimentica il processo farsa   di Andrea Zanini

Dopo la rivelazione del Messaggero Veneto dell’avvenuto stravolgimento del testo approvato alla Camera da parte del Senato, interviene il direttore del Dipartimento di studi umanistici e del patrimonio culturale dell’Università di Udine, lo storico Andrea Zannini.  cercivento-2

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Si sente spesso dire che l’Italia è un Paese che non riesce a fare i conti con la propria storia. Ciò che è appena accaduto in Senato, a proposito della richiesta di riabilitare gli oltre mille soldati italiani giustiziati “per dare l’esempio” durante la Prima Guerra mondiale ne è purtroppo l’ennesima conferma.

Nel 1914-18 milioni di soldati furono gettati in una guerra dove si impiegarono per la prima volta in modo massiccio armi in uso ancor oggi. Due generazioni almeno di europei furono tenuti per quattro anni dentro un mattatoio grazie alla propaganda e alla coercizione.

L’Italia usò a fondo lo strumento delle fucilazioni esemplari. Un Tribunale straordinario, in deroga alle garanzie previste dal Codice militare di guerra, giudicava coloro che non avevano obbedito agli ordini e li mandava a morte. Oltre mille, secondo ricerche recenti, sono stati i casi di questo genere in Italia, contro le poche centinaia in Francia e Gran Bretagna

Emblematico ciò che avvenne a Cercivento, in Carnia. La chiesa venne svuotata e fu montato un processo contro un plotone che si era rifiutato di assaltare in pieno giorno, andando contro morte certa e sconfitta, la vetta del Cellon, controllata dagli austro-tedeschi. Furono comminati centinaia di anni di carcere e quattro alpini, tutti carnici o friulani, furono fucilati.    Da esperti conoscitori di quelle montagne avevano chiesto agli ufficiali di ritardare di qualche ora l’attacco.

In Gran Bretagna la riabilitazione di casi come questi è stata inserita in un codice militare. In Francia, il primo ministro Jospin ne ha pubblicamente riabilitato la memoria. In vista del centenario dell’inizio del conflitto, un Comitato composto di storici, intellettuali e religiosi ha promosso un’iniziativa parlamentare per provare, anche noi, a fare i conti con la nostra storia. Il 25 maggio 2015 la Camera dei Deputati ha così approvato una proposta di legge per riabilitare la memoria di quei soldati.

In questi giorni la Commissione Difesa del Senato, guidata dall’onorevole La Torre del Partito democratico, ha però proposto un nuovo testo, che stravolge completamente quello passato nella Camera bassa, e i cui primi firmatari erano i deputati Scanu e Zanin, compagni di partito di La Torre.

La nuova proposta di legge “riconosce il sacrificio” di coloro per i quali non fu accertata responsabilità penale, ignorando che furono tutti riconosciuti penalmente colpevoli. Promuove ogni iniziativa storica a riguardo, come se la ricerca storica non fosse libera. Dispone l’apertura degli archivi storici, archivi che sono già stati ampiamente consultati. Commissiona infine l’affissione di una targa al Vittoriano nella quale si affermerà che l’«Italia offre il proprio commosso perdono» ai soldati giustiziati senza un giusto processo. Li perdoniamo per cosa? Per averli mandati a morte senza un giusto processo?

Il Senato si appresta ad aggiungere torto a torto

Cosa ne pensa la presidente Debora Serracchiani, vicesegretario del Pd, che aveva sostenuto la battaglia per restituire dignità e memoria a tutte le vittime dei tribunali speciali della Prima Guerra mondiale?     cercivento1

 

Da diariealtro 31 maggio 2014 https://diariealtro.it/?p=3085

L’immagine a fianco fa riferimento a un passaggio dello scritto raggiungibile con il link

8 Novembre 2016Permalink

6 novembre 2016 – Una chiacchierata su facebook che voglio ricordare

Cominciando da una vignetta
Ho condiviso su facebook una vignetta garbata e pertinente, formata da due battute attribuite e figure femminili Dice la figura 1: “Secondo Radio Maria il terremoto è un castigo divino perché in Italia abbiamo approvato la legge sulle unioni civili …” Replica la seconda: “… e cosa abbiamo combinato di peggio per avere Radio Maria”.

Un amico ha inserito un commento che trascrivo: “Fonzaga è quello che ha detto che lo tsunami del sud est asiatico l’ha voluto dio per portare nuove anime in paradiso. Dal suo punto di vista è coerente. Del resto un viceministro israeliano (druso) ha detto che il terremoto italiano era una punizione per il voto di astensione all’unesco. Bisogna avere pazienza…”

Ho replicato: “Poiché l’individuo Fonzaga si colloca in un ambito definito ognuno abbia la responsabilità di esprimerne il suo indignato dissenso, prima di tutto chi appartiene a quell’ambito quale che sia, soprattutto se in posizione di autorevolezza riconosciuta. Non capisco invece la precisazione etnica accanto alla funzione del viceministro dello stato di Israele. Quando io scrivo stupidaggini spero vengano contestate a prescindere dalla mia statura, peso o numero di scarpe, caratteristiche secondo me assimilabili a una eventuale appartenenza etnica mi venga appiccicata addosso”.

L’amico che aveva inviato il primo commento ha aggiunto due note. “Lo specifico per evitare (spero) la canea antisemita che si scatena a sentir parlare di un ministro israeliano” e ancora “Spero tu capisca che è un po’ diverso dal numero di scarpa, anche se concordo che non dovrebbe essere così”.

Ho risposto:
Caro J., mi spiace dover chiarire con te, che mi sei amico, quello che ritenevo ovvio ma proprio perché mi sei e ti sono amica, rispondo: 1. Ho scritto che – PER ME – una serie di caratteristiche di carattere banale sono “assimilabili a una eventuale appartenenza etnica mi venga appiccicata addosso”. Mi spiego: se qualcuno dice che sono nata in Friuli, che sono vissuta in Friuli, che risiedo in Friuli afferma evidenti dati di fatto. Ma se qualcuno mi attribuisce opinioni perché ‘friulana’ mi offendo perché trasferisce le mie scelte di vita all’immobile immodificabilità della etnia subita per nascita (che comprenderebbe quindi non solo nascita e residenza ma intelletto, etica e quant’altro – PER ME- appartiene alla libera scelta, maturata da una persona responsabile e consapevole o che almeno cerca di esserlo).
Ho vissuto la mia adolescenza e la mia prima giovinezza negli anni ’50 quando il sistema educativo (dalla famiglia, alla scuola, all’ambiente sociale) si riferiva alla tradizione consolidata localmente e quindi a una presunzione ‘etnica’ rigida, esclusiva non inclusiva. Mi sembrava di essere un bidone della spazzatura da riempire e il mio disgusto per tutto questo nato allora, è rimasto negli anni e negli anni (molti) l’ho elaborato.
2. L’indicazione di druso accanto al nome del ministro di Israele mi è sembrato un qualche cosa di inutile: aveva detto una sciocchezza nell’ambito del suo ruolo istituzionale e come tale meritava responsabile opposizione, come lo sciagurato teologo di Radio Maria, così come è doveroso sottoporre a attenzione critica e dissenso la risoluzione dell’Unesco, ricordando che gli antichi nomi di Gerusalemme hanno ANCHE una denominazione araba, entrambe non esclusive almeno nella storia.

6 Novembre 2016Permalink

26 ottobre 2016 – Quando un ministro si fa in due .. anzi è due

26 ottobre – Niente profughi a Gorino dopo le barricate. Alfano: Quella non è Italia.
Copio da un comunicato Ansa dell’Emilia Romagna una dichiarazione del ministro dell’interno, Angelino Alfano: . “Di fronte a 12 donne, delle quali una incinta, organizzare blocchi stradali non fa onore al nostro paese. Poi certo tutto può essere gestito meglio, possiamo trovare tutte le scuse che vogliamo, ma quella non è Italia. Quel che è accaduto non è lo specchio dell’Italia”.

LA VICENDA, raccontata nello stesso comunicato:

Gli abitanti avevano fin da ieri eretto barricate contro l’arrivo di profughi all’Ostello di Gorino, requisito dal Prefetto, per affrontare l’emergenza nel piano di accoglienza nazionale. Una protesta clamorosa contro la decisione di ospitare i migranti da parte di diversi cittadini di Gorino e della vicina Goro, che hanno eretto dei blocchi stradali per impedire il passaggio dei pullman. La protesta in qualche modo ha sortito il suo effetto. Le 12 profughe (di cui una incinta) sono state sistemate a Comacchio (4), Fiscaglia (4) e Ferrara

Qualche cosa mi frulla per la testa, verifico e scopro il secondo Alfano.

L’attuale ministro dell’interno, Angelino Alfano, era  Ministro della giustizia nel quarto  governo Berlusconi (dall’8 maggio 2008 al 27 luglio 2011) quando venne approvata la legge “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica” che all’art. 1 comma 22, lettera g stabilisce che chi nasce in Italia, figlio di migranti non comunitari privi del permesso di soggiorno, non può avere il certificato di nascita.
E non basta: il 30 maggio 2013, quando fu espulsa dall’Italia la signora Shalabayeva con la figlia di sei anni lo stesso Alfano era ministro dell’interno del governo Letta e si autocertificò ignaro di quella strana vicenda. Dichiarò infatti: “Mi hanno tenuto all’oscuro. Pensate che io sono stato avvisato solo dal ministero degli Esteri”. (Il Ministro degli esteri era Emma Bonino il cui impegno avrebbe risolto la situazione alla fine dell’anno).
Ne ho parlato più volte nel mio blog. Una fra tante il 27 novembre 20\5

https://diariealtro.it/?p=4100

15 luglio 2009. L’Italia crea fantasmi per legge.
L’allora  ministro della giustizia è perciò responsabile (non da solo) del fatto che si sia violato un diritto fondamentale di ogni nuovo nato: quello di avere un’esistenza riconosciuta di cui è testimonianza il certificato di nascita, di avere una madre e un padre (se dopo il concepimento del figlio è ancora una figura identificabile), una cittadinanza (che con la legge attuale è quella dei genitori). Specularmente i genitori di questi piccoli non possono  dire (se non esponendosi al rischio di espulsione): “Questo è mio figlio”.

Dal quarto governo Berlusconi al primo governo Renzi.
Questa ferita ai fondamenti della nostra civiltà non è stata sanata. Infatti le due proposte di legge presentate in proposito non sono state discusse. Il principio che da quelle si ricava è stato invece inserito nella proposta di legge sulla cittadinanza che si giace dalla scorsa primavera alla (dis)attenzione della commissione Affari Costituzionali del Senato che non avrebbe i numeri per approvarla come la Camera ha fatto.

Il ministro Alfano è riconoscibile nella continuità della legale discriminazione dei bambini, nemico facile da combattere e vincere?
In questo caso la sua storia potrebbe fare di Gorino la testa di ponte esemplare per rendere operativo il principio che vuole la negazione dei figli e la penalizzazione di madri e padri..
Oppure il ministro che oggi sembra orientato alla loro tutela è un uomo nuovo e diverso colpito ‘sulla via di Gorino’ dalla visione grottesca delle barricate contro un autobus occupato da donne e bambini?
O la sua storia continuerà ad altalenare fra mr Jekylll e il dr Hyde in veste governativa?
Staremo a vedere. Ciò che mi fa temere il peggio è l’indifferenza dell’opinione pubblica a che una legge del nostro ordinamento crei fantasmi ‘di razza’. Sono sette  anni che lo verifico.

FONTE:

http://www.ansa.it/emiliaromagna/notizie/2016/10/24/barricate-contro-profughi-nel-ferrarese_e3a5f4af-588f-4433-9e69-092f4295f559.html

 

26 Ottobre 2016Permalink

28 settembre 2016 – Scuola in partenza : Quale diritto all’educazione per i figli di genitori irregolari?

Inizio con una mia MIA DOMANDA  la cui ratio è chiarita dal documento che segue:

Scrive l’Associazione Studi Giuridici Immigrazione: “recente la notizia di un nuovo rifiuto di iscrizione alla scuola per l’infanzia di un minore straniero a causa del mancato possesso del permesso di soggiorno da parte della madre”.

CHIEDO: Perché l’ASGI giustamente sottolinea la ‘discriminazione infondata’ del bambino rifiutato dalla scuola dell’infanzia per la mancanza del permesso di soggiorno della madre e non si occupa dei bambini cui è negata l’esistenza – con il radicale rifiuto del certificato di nascita?


DOCUMENTO

Dal sito della ’Associazione Studi Giuridici Immigrazione   –   15/09/2016    

Accade spesso che i minori stranieri paghino il prezzo del mancato diritto di soggiorno dei propri genitori in Italia, incontrando ostacoli nell’accesso ai diritti fondamentali, tra cui l’istruzione pubblica. Che cosa dicono la normativa e gli indirizzi ministeriali?

I minori stranieri presenti sul territorio, indipendentemente dalla regolarità della posizione in ordine al loro soggiorno, sono soggetti all’obbligo scolastico e hanno diritto all’istruzione, nelle forme e nei modi previsti per i cittadini italiani, nelle scuole di ogni ordine e grado.

Sebbene le Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolscenza, l’ordinamento comunitario e la Costituzione italiana garantiscano il diritto del minore all’istruzione e alla formazione, senza discriminazioni fondate sulla cittadinanza, sulla regolarità del soggiorno o su qualsiasi altra circostanza, accade spesso che i minori stranieri paghino il prezzo del mancato diritto di soggiorno dei propri genitori in Italia, incontrando ostacoli nell’accesso ai diritti fondamentali.

Ci sembra opportuno e utile riportare questo articolo che abbiamo realizzato per il sito Sesamo didattica interculturale .

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Cronache di ordinaria ingiustizia

È recente la notizia di un nuovo rifiuto di iscrizione alla scuola per l’infanzia di un minore straniero a causa del mancato possesso del permesso di soggiorno da parte della madre.

Sebbene le Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolscenza, l’ordinamento comunitario e la Costituzione italiana garantiscano il diritto del minore all’istruzione e alla formazione, senza discriminazioni fondate sulla cittadinanza, sulla regolarità del soggiorno o su qualsiasi altra circostanza, accade spesso che i minori stranieri paghino il prezzo del mancato diritto di soggiorno dei propri genitori in Italia, incontrando ostacoli nell’accesso ai diritti fondamentali.

La scuola non è in effetti l’unico ambito in cui i minori stranieri figli di irregolari non possono godere della parità con i loro coetanei i cui genitori sono regolarmente presenti sul territorio. È solo di un paio di anni fa il tentativo della Regione Lombardia, poi fallito grazie all’intervento di alcune associazioni che tutelano il diritto degli stranieri, di non riconoscere l’accesso al pediatra di base ai minori figli di genitori irregolari.

E ancora è frutto di una recente modifica normativa, peraltro ancora non sempre correttamente applicata, il riconoscimento della possibilità ai neo diciottenni figli di irregolari di ottenere la cittadinanza italiana anche in mancanza di iscrizione anagrafica e permesso di soggiorno, qualora dimostrino con qualsiasi mezzo la permanenza stabile e continuativa sul territorio dal momento della nascita.

La normativa

Eppure come negli ambiti sopra descritti anche in materia di istruzione la normativa nazionale–e gli indirizzi dei vari ministeri – sono chiari sul punto. Infatti l’art 38 del d.lgs. 286/1998 (TU Immigrazione) e l’art 45 comma 1 del DPR 394/1999 (Regolamento attuativo TU Immigrazione) prevedono che i minori stranieri presenti sul territorio, indipendentemente dalla regolarità della posizione in ordine al loro soggiorno, sono soggetti all’obbligo scolastico e hanno diritto all’istruzione, nelle forme e nei modi previsti per i cittadini italiani, nelle scuole di ogni ordine e grado.

L’art. 6 comma 2 del regolamento citato esclude poi esplicitamente dall’onere di esibizione del permesso di soggiorno le iscrizioni e gli altri provvedimenti riguardanti le prestazioni scolastiche obbligatorie nella quale non vi è dubbio che vi rientri anche la scuola dell’infanzia facendo parte del sistema educativo di istruzione e formazione (L 53/03 art.2 comma 1) e concorrendo allo sviluppo del minore. Il Ministero dell’Interno ha confermato con nota 2589 del 13 aprile 2010 che non vi è necessità “di esibire i documenti attestanti la regolarità del soggiorno per iscrivere un minore straniero al servizio di asilo nido” e anche il Ministero dell’istruzione ha fornito specifiche indicazioni in materia con la circolare n. 375 del 25 gennaio 2013 ricordando che “l’obbligo scolastico integrato nel più ampio concetto di diritto- dovere all’istruzione e alla formazione, concerne anche i minori stranieri presenti sul territorio nazionale, indipendentemente dalla regolarità della posizione in ordine al soggiorno in Italia e che in mancanza dei documenti prescritti la scola iscrive comunque il minore straniero”.

Tali affermazioni risultano peraltro coerenti con quanto previsto dallo stesso TU Immigrazione laddove l’art. 19 comma 2 let a) e l’art. 28 del regolamento attuativo citato prevedono che il minore – in quanto inespellibile – non sia mai irregolare ed abbia sempre e comunque diritto, sino al raggiungimento della maggiore età, ad un permesso di soggiorno.

Non solo ma la questione è stata già oggetto anche di un’azione giudiziale; il Tribunale di Milano (est. Marangioni, ordinanza del 11.2.2008) ha infatti ritenuto discriminatorio il comportamento del comune di Milano che subordinava l’iscrizione alla scuola dell’infanzia di un minore straniero al possesso del permesso di soggiorno della madre.

Discriminazioni infondate

Appare dunque inspiegabile che, nonostante la normativa e gli indirizzi ministeriali siano estremamente chiari sul punto e riconoscano senza dubbio la possibilità di iscrizione alcune istituzioni pubbliche ancora continuino a discriminare e violare il diritto all’istruzione dei minori figli di stranieri irregolari.

Anna Baracchi

Per saperne di più

Il diritto dei minori stranieri privi di permesso di soggiorno all’istruzione, alla formazione e all’accesso ai servizi socio-educativi, di Elena Rozzi

Il diritto dei minori stranieri privi di permesso di soggiorno all’istruzione, alla formazione e all’accesso ai servizi socio-educativi – GIUNTI

La sezione del sito Sesamo didattica interculturale con gli articoli curati da ASGI

FONTE http://www.asgi.it/famiglia-minori/scuola-diritto-educazione-figli-stranieri-genitori-irregolari/

28 Settembre 2016Permalink

17 settembre 2016 – Qualcuno mi vuole spiegare perché la dimensione del costume da bagno costituisce un atto di culto?

Il culto nel sito dell’Associazione Studi Giuridici Immigrazione – sezione di Trieste                                                                                     untitled
‘’Burkini’’, ASGI: si rispetti la libertà di culto 23/08/2016
Burkini sul lungomare, polemiche a Trieste .

L’ASGI interviene ricordando che la nostra Costituzione e la Carta europea per i Diritti dell’Uomo garantiscono la libertà di culto. Una decisione che andasse in direzione contraria sarebbe discriminatoria e costituirebbe una grave violazione dei principi costituzionali e comunitari .

A seguito delle polemiche sviluppatesi a seguito della presenza, nelle spiagge di Trieste, di alcune donne vestite con il costume da bagno, comunemente noto come “burkini”, la sezione ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) del FVG, ha inviato una breve nota con la quale si chiariscono i profili giuridici .

L’ASGI – associazione di giuristi che ha, nel tempo, contribuito con propri documenti all’elaborazione dei testi normativi statali e comunitari in materia di immigrazione, anti-discriminazione, asilo e cittadinanza e che opera nell’ambito della tutela dei diritti dei cittadini stranieri ed apolidi – interviene sulla questione che ha acceso il dibattito cittadino nelle ultime settimane in merito alla questione del ‘’burkini’’, al fine di sottolineare alcuni fondamentali principi di diritto.

Innanzitutto si ricorda che l’art. 8 della Costituzione italiana garantisce la libertà di culto e tutela di conseguenza la possibilità da parte dell’individuo di manifestare liberamente il proprio credo.

Anche la CEDU (Carta Europea dei diritti dell’Uomo) garantisce la libertà di culto e all’art. 9 stabilisce che: “. Ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include (…) la libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti”.

Il fatto di indossare il ‘’burkini’’ rientra nella pratica religiosa ed a tale proposito sempre l’art. 9 della CEDU specifica che: “La libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo non può essere oggetto di restrizioni diverse da quelle che sono stabilite dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, alla pubblica sicurezza, alla protezione dell’ordine, della salute o della morale pubblica, o alla protezione dei diritti e della libertà altrui.”

Solo la legge può imporre delle limitazioni alle pratiche religiose, ma solo allorché si debbano tutelare altri diritti fondamentali, quali la sicurezza pubblica, la protezione dell’ordine, la salute o la morale pubblica, o la protezione dei diritti e della libertà altrui e soltanto se la restrizione della libertà di manifestare il proprio credo rappresenta l’unico strumento idoneo a garantire gli altri interessi.

Una donna che indossa il costume da bagno integrale sceglie di manifestare il proprio credo attraverso l’uso di abiti propri della propria religione; in altre parole chi indossa il ‘’burkini’’ lo fa nella convinzione di rispondere a un precetto religioso e quindi lo considera “pratica religiosa”.

Una decisione del Comune di Trieste o di qualunque altra amministrazione che andasse in direzione contraria, costituirebbe una grave violazione dei principi costituzionali e comunitari citati, oltreché una discriminazione diretta, perché porrebbe in una condizione di svantaggio determinati soggetti (tra l’altro tutti appartenenti al genere femminile!) in ragione o a causa delle loro convinzioni religiose.

Avv. Dora Zappia – referente ASGI-FVG

Il precedente

Si ricorda la precedente azione legale dell’ASGI che portò all’ ordinanza del 14 aprile 2014 del giudice del Tribunale civile di Torino con cui venne dichiarato discriminatorio il comportamento del Comune di Varallo (Vercelli) : con l’ordinanza n. 99/09, tale Amministrazione comunale aveva disposto il divieto (con previsione di relativa sanzione amministrativa in caso di violazione) di indossare il “burkini” su tutto il territorio comunale “nelle strutture finalizzate alla balneazione”, nonché il divieto “di abbigliamento che possa impedire o rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, quale a titolo esemplificativo caschi motociclistici al di fuori di quanto previsto dal codice della strada e qualunque altro copricapo che nasconda integralmente il volto”.

Secondo il giudice di Torino l’ordinanza comunale “discriminava l’utilizzo di un costume da bagno, sostanzialmente corrispondente (tranne per il materiale da fabbricazione) ad una muta da subacqueo (certamente mai vietata nelle strutture finalizzate alla balneazione), adottato espressamente da alcune credenti di religiose islamica”. “I cartelli originari oggetto del ricorso introduttivo poi, così come descritti sopra, – prosegue l’ordinanza del giudice di Torino – erano certamente (e fortemente) discriminatori perché il divieto che dal cartello promanava veniva radicato tramite focalizzazione del messaggio (tra l’altro, dai forti contenuti anche nelle immagini figurative) soprattutto sulle minoranze femminili ed islamiche; divieto reso ancor più tagliente dall’utilizzo improprio del simbolo del divieto di sosta (riferito a tutte le condotte vietate) che l’art. 158 del Codice della Strada prevede per i veicoli e non per gli esseri  umani                                                          (link in calce)

Cerco la sicurezza nei vocabolari – la parola CULTO   untitled_blu

Lo strano concetto di culto che l’ASGI mi propone (ma non bastava tutelare la libertà di abbigliamento?) suscita irresistibilmente il mio senso dell’ironia. L’ironia è una difesa ma può anche essere un’arma e, poiché ho l’impressione di muovermi da orso in una cristalleria piena di oggetti inutili ma amati, cerco di darmi una ragione del culto ammesso in assenza di burkini. Comincio con i vocabolari che mi assicurino qualche certezza per delimitare il terreno su cui mi muovo e in cui vorrei indicazioni capaci di orientare il mio cammino.

  1. Grande dizionario della lingua italiana moderna 2000
    Culto L’ossequi religioso reso alla divinità; gli atti con cui esso si manifesta: rito, liturgia, credenza religiosa
  2. Lo Zingarelli 2002
    Complesso delle usanze e degli atti per mezzo dei quali si esprime il sentimento religioso b Nella teologia cattolica, complesso degli atti e dei riti e degli usi mediante i quali si rende onore a Dio c Religione o confessione religiosa come oggetto di amministrazione e legislazione pubblica (affari del culto; spese del culto)
  3. Da vocabolari Treccani on line
    Culto. s . m. [dal lat. cultus -us, der. di colĕre «coltivare, venerare», part. pass. cultus].
    Manifestazione interiore o esteriore del sentimento religioso, come ossequio individuale o collettivo reso alla divinità: il c. di Dio, della Madonna, dei santi. In partic., nella dottrina cattolica: c. di latrìa, quello esclusivo reso a Dio, c. di dulìa, reso ai santi, c. di iperdulìa, reso alla Madonna; c. assoluto, che si rivolge alle persone (Dio, Vergine, Santi); c. relativo, che si rivolge alle cose connesse con le persone sante (reliquie, immagini, ecc.). b. Il complesso degli atti rituali, interni ed esterni, di una religione: essere osservante del c.; ministro del c., il sacerdote; spese del culto. c. Religione, fede religiosa: c. cattolico, protestante; libertà di culto; c. acattolici, quelli, cristiani e non cristiani, diversi dalla religione cattolicaculto In generale, la manifestazione del sentimento con cui l’uomo, riconoscendo l’eccellenza di un altro essere, lo onora. Si distingue in c. profano e c. religioso. Quest’ultimo è il più comune e include le nozioni di manifestazione esterna del sentimento religioso, adorazione del divino e relazione con il sacro.

Sembra che i vocabolari mi diano conforto e passo ai commenti

Primo commento – Dalla enciclopedia Treccani on line

L’ordinamento costituzionale italiano riconosce e garantisce non soltanto la libertà religiosa individuale, quale diritto fondamentale e inviolabile dell’uomo, ma anche la libertà di culto nelle sue manifestazioni sociali. L’art. 19 della Costituzione stabilisce infatti che «tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume». Inoltre «il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di c. di una associazione o di una istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la loro costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività» (art. 20). In particolare, se i rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica sono oggetto di specifica regolamentazione (art. 7), la Costituzione attribuisce a tutti i c. acattolici un potere di autodeterminazione sottratto all’ingerenza degli organi dello Stato: l’art. 8, norma inserita tra i principi fondamentali, dispone che «tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge» e che quelle «diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze». Secondo l’accordo di modificazione del Concordato lateranense (1984), in armonia con i principi costituzionali, si considera non più in vigore il principio della religione cattolica come sola religione dello Stato.                                                             (Link in calce)

Secondo commento che affido alla memoria del blog

18 agosto – La riga nella calza 18 (preciso che era stato scritto e pubblicato prima del testo dell’Asgi; non è polemica, solo opinione.                                     (Link in calce)

Una scelta comunque opportuna – Dare un nome alle cose

Vorrei chiedere ai giornalisti di usare un linguaggio appropriato e chiamare gli abiti con i loro nomi.

Hijab è il velo islamico che copre la testa e il collo, nascondendo i capelli così ossessivi nelle culture del medio oriente (pensa alle donne ebree ortodosse rapate, con la testa coperta da cappelli o da parrucche!). Non capisco perché, se a una va di coprirsi i capelli, non possa farlo anche se l’hijab può essere una ‘identificazione’. Di che?

Niqab è il velo integrale che copre anche il volto, acconciato in modo da lasciare una fessura orizzontale per gli occhi

Burqa è il mantello con una griglia di tessuto che consente di vedere (non so quanto).

Chador è il mantellone nero in cui si avvolgono le donne iraniane trattenendone i lembi con una mano.

Ciò premesso il neologismo burkini è un’abile bestialità perché non copre il volto (e quindi nulla ha a che fare con il burqa) ma quando viene pronunciato richiama il volto coperto dalla divisa imposta in Afghanistan dai talebani al loro arrivo su cui non mi trattengo.

Il ‘burkini’ è un hijab unito a una tunica che copre il corpo.

Potrebbe chiamarsi hijabino!

belle-epoquePosso dire ‘povere donne’ ma ricordo che la frequentazione delle spiagge da parte delle signore bene italiane (le popolane non andavano al mare) che si è evoluta fino al bikini, un secolo fa si realizzava con ridicoli cappelloni, mutandoni e corpetti molto coprenti. Oggi non è più così e non dimentico che fra i mutandoni di un tempo e il bikini di oggi c’è stato il voto alle donne, che non fu un grazioso regalo!

FONTI:
Il culto nel sito dell’ASGI
http://www.asgi.it/discriminazioni/burkini-trieste-liberta-culto-discriminazione/

Vocabolario Treccani on line
http://www.treccani.it/vocabolario/culto2/

Primo commento – Dalla enciclopedia Treccani on line http://www.treccani.it/enciclopedia/culto/

Secondo commento che affido alla memoria del blog https://diariealtro.it/?p=4545

17 Settembre 2016Permalink

8 settembre 2016 – Quando gli sgherri dell’ultimo papa re eseguirono l’ordine di rapire un bambino ebreo.

Il mio implacabile calendario (che di regola pubblico il primo giorno del mese) ogni 23 giugno recita
“1858 – Papa Pio IX fa rapire il bambino ebreo Edgardo Mortara”.

Pensavo che così avrei continuato di anno in anno a ricordare una data insignificante per molti ma per me importantissima perché il crimine di cui faccio memoria avvenne in un’Europa che si avviava alla modernità, che conosceva almeno alcuni termini di una politica moderna nel bene e nel male, anche in quello assoluto di strappare un bambino alla sua famiglia per ragioni religiose.

Il piccolo Edgardo Mortara, di famiglia ebraica bolognese, era stato battezzato di nascosto da una cameriera cristiana e tanto bastò a Gaetano Feletti, rappresentante del Sant’Uffizio e inquisitore della città, per ordinarne il rapimento secondo le leggi dello stato pontificio di cui Bologna faceva parte. Il confessore della povera cameriera l’aveva attivato violando il segreto confessionale. Regnava l’ultimo papa re che non si mosse a pietà per quel bambino e si rifiutò di accogliere le richieste di giustizia che venivano da parecchi politici europei.

Sottolineo la data: 1858. Nella maggioranza degli stati europei la schiavitù, per cui le persone erano merci da compravendita, era stata abolita e dal 1815 ne era stata vietata la tratta che aveva avuto (anche legalmente) il suo mercato più significativo negli Stati Uniti dove il XIII emendamento della Costituzione, che aboliva la schiavitù, sarebbe stato approvato nel 1865.

Il contesto quindi lascia intendere una diffusa cognizione di alcuni diritti fondamentali della persona, fra cui certamente l’appartenenza a una famiglia ma, nello stato pontificio, l’appartenenza religiosa attraverso battesimo negò ogni altro legame ‘naturale’ (ancora così viene definito) e prevalse la spietatezza.

La storia resta lì come un macigno su cui sarebbe bene ragionasse almeno chi ne è capace

Spero ne sia capace il regista Steven Spielberg che girerà “Il rapimento di Edgardo Mortara”. La notizia è stata ufficialmente confermata alla Mostra del cinema di Venezia da Raffaella Leone della Leone Film Group: ha annunciato che la sua società entra con Amblin Entertainment Studios nella produzione del film sulla storia del piccolo Edgardo.

Questa notizia mi ha stimolato a rivisitare le mie memorie. Avevo conosciuto il caso Mortara da un articolo del mensile Confronti (firma David Gabrielli) del 2000 e dopo il 2009 lo avevo collocato in una continuità fra lo storico esempio religioso risalente al 1858 e la nuova abiezione proclamata dal pacchetto sicurezza (di cui tante volte ho scritto). Trovo la mia prima nota sulla conformità fra abiezione religiosa e laica già in una pagina del 6 luglio 2009).
Ed è proprio di questo che voglio ragionare.

Se nel 1858 un papa si fece responsabile (attraverso il rapimento di un bambino) della distruzione di un rapporto familiare sovrapponendovi ragioni ‘religiose’, nel 2009 – in Italia – il parlamento si fece responsabile della stessa negazione, riferita a una precisa categoria di persone e realizzata in forma preventiva, quindi senza la necessità di sistemare la situazione con un successivo uso di aggiornati sgherri rapitori.
E’ esattamente questo che dice la legge 2009 n. 94 (art. 1 comma 22 lettera g): i figli dei sans papier che nascono in Italia non possono avere famiglia riconosciuta legalmente per il semplice motivo che per legge non devono esistere.

Non mi sembra ci sia molta differenza: se nella Bologna del 1858 necessitavano gli sgherri pontifici oggi basta un impiegato che allo sportello del comune non sia messo in grado di assolvere al suo compito e non ci sarà un Cavour a protestare come un secolo e mezzo fa o poco più. Anzi il Cavour dei giorni nostri è l’autore dello sfregio dato che la legge fu voluta dall’allora  ministro dell’interno on. Maroni e passò con voto di fiducia.

In sette anni non è stata modificata in una continuità dal papa di allora (beatificato dal suo successore Giovanni Paolo II) ai governanti di oggi, forti della maggioranza parlamentare ‘beatificata’ dal consenso per lo più silente ma massiccio dell’opinione pubblica.

Il Sinodo della chiesa cattolica nega l’uguaglianza dei neonati

So che molti (se leggeranno quanto ho scritto) ne saranno irritati o si limiteranno a compassionarmi come una fissata e allora aggiungo la constatazione di una omissione appartenente alla chiesa cattolica che non credo si possa negare.

Evidentemente nessuno dei padri e madri sinodali, partecipi del Sinodo sulla famiglia conclusosi lo scorso anno, seppe o volle cogliere la storica connessione fra l’orrore di un bambino strappato alla sua famiglia da una cattolica sharia e quello che la legge italiana impone dal 2009 ai figli dei migranti irregolari. A loro la famiglia viene preventivamente strappata dato che non è possibile registrarne la dichiarazione di nascita e quindi assicurare a questi piccoli, come dovuto, il certificato di nascita.

Così fra le varie situazioni critiche nelle famiglie note a quei padri e madri sinodali e puntualmente elencate, questa è sfuggita. Solo uno di loro, mons Forte, se ne è ricordato ma ne ha scritto con dignitosa competenza, su Il Sole 24 ore non su pubblicazioni appartenenti alla chiesa cattolica.
Ne ho riportato il testo dell’articolo nel mio blog del 29 giugno 2015.

L’indifferenza sinodale accompagna fedelmente quella del parlamento italiano che, con ampio conforto dell’opinione pubblica, non sa o non  vuole modificare la legge che tanto ha previsto sette anni fa nel quadro etico-culturale del quarto governo Berlusconi.

Fonti:

Per meglio conoscere il caso Mortara si veda

http://www.treccani.it/enciclopedia/edgardo-mortara_(Dizionario-Biografico)/

A proposito del prossimo film si può leggere:

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2016/09/08/news/spielberg_e_il_film_a_bologna_edgardo_mortara_leone_febbraio-147358428/

Per leggere l’articolo  di mons.  Forte

https://diariealtro.it/?p=3863

Per leggere la – Relazione Finale del Sinodo dei Vescovi al Santo Padre Francesco (24 ottobre 2015):

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2015/10/24/0816/01825.html

8 Settembre 2016Permalink