14 gennaio 2016 – Il Parlamento non si volti dall’altra parte

L’appello dei giuristi a sostegno della stepchild adoption.

Unioni gay: i bambini, innanzitutto     –

I giudici di Strasburgo con la sentenza del 21 luglio 2015 hanno condannato l’Italia per inottemperanza all’obbligo positivo di dare attuazione ai diritti fondamentali alla vita privata e alla vita familiare delle coppie dello stesso sesso. Come sottolineato dalla Corte costituzionale, il Parlamento italiano è chiamato oggi ad approvare “con la massima sollecitudine” una “disciplina di carattere generale” che tuteli le unioni omosessuali. Le corti europee richiedono che la normativa da emanare sia conforme al principio di non discriminazione ed assicuri un trattamento giuridico omogeneo a quello delle coppie coniugate, giacché ogni disparità esporrebbe la legge a nuovo vaglio di legittimità. Preoccupa, quindi, che il dibattito sociale e parlamentare sembri bloccarsi sul tema della genitorialità, agitando questioni estranee al ddl (quale quella della surrogazione di maternità, comunque oggi vietata in Italia) e rischi di arenarsi sullo scoglio della c. d. stepchild adoption. Quali giuristi (docenti universitari, giudici, avvocati) impegnati sui temi dei diritti fondamentali, del diritto di famiglia e dei minori, non possiamo non rilevare che l’adozione del figlio da parte del partner del genitore biologico (c. d. “adozione in casi particolari”), diretta a dare veste giuridica ad una situazione familiare già esistente di fatto, rappresenta la garanzia minima per i bambini che vivono oggi con genitori dello stesso sesso. Il riconoscimento giuridico della relazione anche nei confronti del genitore sociale assicura difatti al bambino i diritti di cura, di mantenimento, ereditari ed evita conseguenze drammatiche in caso di separazione o intervenuta incapacità o morte del genitore biologico, salvaguardando la continuità della responsabilità genitoriale nell’esclusivo interesse del minore. Queste bambine e questi bambini esistono. Il Legislatore non può cancellarli, non può voltarsi dall’altra parte, ignorandone le esigenze di protezione. La giurisprudenza italiana ed europea segnala come la scelta più ragionevole e giuridicamente corretta consista nel consentire ai giudici di valutare caso per caso se l’adozione da parte del partner assicuri la migliore protezione dell’interesse superiore dei figli di genitori omosessuali. La giurisprudenza di merito ha già individuato diverse modalità di tutela, secondo la disciplina vigente, consentendo l’adozione ex art. 44, lettera d, Legge adozioni e, in alcuni casi, la trascrizione di atti esteri. Tutti i Paesi con civiltà giuridica a noi affine si sono dotati di strumenti efficaci per la tutela dei figli di genitori omosessuali: la stepchild adoption, in forma analoga a quella prefigurata nel ddl in discussione, è prevista da anni nella legge tedesca; alcuni dei maggiori Paesi europei (Regno unito, Francia, Spagna) già ammettono l’adozione piena e legittimante. Va, dunque, rigettato il ricorso a un inedito “affidamento in casi particolari” perché del tutto inadeguato alla protezione dei bambini, che non possono restare in balia di status precarî e revocabili, ma che, al contrario, necessitano di stabilità giuridica, di genitori che abbiano responsabilità nella cura, nell’educazione e nel mantenimento sino alla maggiore età ed oltre. Va, pure, respinta con forza l’ipotesi di una legge sulle unioni civili che oggi regoli soltanto le relazioni tra gli adulti, perché ciò significherebbe l’ennesimo rinvio che ancora una volta lascerebbe senza protezione proprio i soggetti più deboli, i bambini.

(verifica di poco fa: 444 firme)

I diritti dei bambini avanzano, forse, a brandelli

Nel 1975 la riforma del codice civile produsse la scomparsa dell’infame dizione ‘figli illegittimi’ e la legge 10/12/2012 n° 219  Disposizioni in materia di riconoscimento dei figli naturali cancellò anche la buffa dizione ‘figli naturali’. Perché qualcuno può supporre l’esistenza di figli ‘innaturali’? Misteri del linguaggio giuridico-politico.
I figli sono figli e basta, si disse.
Lo aveva già affermato, nel contesto di una cultura tutta da costruire, la Costituzione della Repubblica che all’art 30 afferma “La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima”.
Il 19 ottobre 2015, la legge  n. 173 proponeva un altro passo avanti: “Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184, sul diritto alla continuità affettiva dei bambini e delle bambine in affido familiare”
A questo punto restavano (e restano) altri settori scoperti per cui vale la fondamentale espressione che ho evidenziato nell’appello dei giuristi trascritto in partenza (appello di cui in calce si trova il link che consente di raggiungerlo)
“Queste bambine e questi bambini esistono. Il Legislatore non può cancellarli, non può voltarsi dall’altra parte, ignorandone le esigenze di protezione”.
E’ chiaro che i giuristi (magistrati ed avvocati) considerano i bambini che conoscono nell’esercizio della loro professione e che, nel caso di piccoli soggetti possibili della stepchild adoption, sono protetti  dalla esposizione di sé che hanno fatto i loro papà e le loro mamme. I figli dei sans papier che nascono in Italia (cui dal 2009 è negata la garanzia del certificato  di nascita) vengono nascosti, non hanno possibilità di incontro con i professionisti della giustizia.

Dovrebbero farsene carico la ‘politica’ e la società civile ma, finché si continuerà a pensare ai figli come appendici dei genitori, classificando gli uni, classificheremo, in maniera tanto nefasta quanto incivile, gli altri, godendo di un ampio consenso anche della cultura che si dichiara cattolica  e che si è resa cinicamente disponibile a strumentalizzare i bambini per favorire il rigetto dell’istituto della stepchild adoption.
Il suo cinismo le ha consentito anche un laico conforto. Infatti l’Unicef nel suo rapporto del 2013, ora tradotto anche in italiano, elenca puntigliosamente i paesi in via di sviluppo che non hanno anagrafe (e promuove campagne perché quei bambini abbiano un certificato di nascita) ma finge di ignorare l’Italia che ha ben circoscritto e definito  coloro che possono nascere ma non devono esistere..

Mia considerazione con risvolti liturgici

Il 3 gennaio la liturgia celebra il nome di Gesù, che san Paolo dice essere «al di sopra di ogni nome» (lettera ai Filippesi 2, 9). Pochi giorni prima, a Natale, siamo stati chiamati a onorare ben altro protagonista, un nuovo bambino, intrufolato fra suoni frastornanti di mercati, mercatini e bancarelle.
Eppure, se vogliamo pensare a un Dio che, incarnatosi, si è fatto uomo, lo dobbiamo accettare anche con la fragilità di un bambino. Giuseppe, che era conosciuto come suo padre (e aveva già salvato la sua sposa, misteriosamente madre, dalla pena riservata alle adultere), l’aveva chiamato Gesù. Appena nato, il piccolo Gesù si era trovato in pericolo, minacciato da un sovrano fantoccio presto rivelatosi infanticida.
Suo padre l’aveva protetto, nascondendolo in una terra lontana.
Anche oggi in Italia ci sono bambini che vengono nascosti perché la legge nega loro il nome, trasformando il certificato di nascita loro dovuto in una minaccia. Così si è deciso sei anni fa e oggi, se vengono dichiarati all’anagrafe del comune che li deve registrare, quei bambini svelano la situazione dei loro genitori, privi di permesso di soggiorno e obbligati a dichiarare la propria irregolarità per garantire ai propri bambini il certificato di nascita. Il rischio si fa minaccia, voluta ed evidente. Eppure la registrazione del nome è necessaria per esistere giuridicamente.
È su questa contraddizione fra segni dei tempi, che richiamano anche alla giustizia, e «nuove forme di schiavitù sociale e psichica», che già la costituzione conciliare Gaudium et spes aveva richiamato l’attenzione.
Posso sperare che in qualcuna delle nostre chiese il 3 gennaio, qualcuno si sia fatto voce udibile anche nella società civile per assicurare accanto al nome di un Bambino, misterioso ma non lontano, quello di bambini che ne vengono privati? E non prevalga chi ne approfitta per creare la paura che rende l’uomo schiavo del più ingiusto dei poteri, talmente ingiusto da trasformare le creature più fragili e più degne di protezione in una minaccia?

FONTI:
fonte delle mie considerazioni sulla continuità affettiva (8 novembre 2015)
https://diariealtro.it/?p=4081
Fonte:  www.notam.it
Fonte del r
apporto UNICEF “Every Child’s Birth Right 2013
Fonte dell’appello dei giuristi
http://www.articolo29.it/2016/appello-dei-giuristi-a-tutela-dei-bambini-si-alla-stepchild-adoption-il-parlamento-non-si-volti-dallaltra-parte-3/

 

14 Gennaio 2016Permalink

9 gennaio 2016. Dal n. 242 di Ho un sogno (dicembre 2015 – Due)

Il corpo delle donne, costante oggetto di contesa

Il 9 dicembre un diffuso quotidiano locale intitolava in cronaca di Udine: “Le mussulmane: sì allo sport ma in palestre senza maschi”. Tutto era partito da un  gruppo di donne che si riuniscono nei locali della scuola media Bellavitis a seguito di una intelligente iniziativa dell’associazione locale La Tela che ha promosso un laboratorio di italiano. Sono donne straniere, ben integrate, che affrontano consapevolmente i problemi dei loro figli, ormai seconda generazione nata, cresciuta e scolarizzata in Italia e hanno trovato una risposta al loro desiderio di acquisire migliori competenze nell’uso della lingua italiana. Gli interventi che si sono susseguiti sul quotidiano hanno giocato fra due possibili, diverse interpretazioni. La prima muove dalla constatazione che l’esercizio fisico delle donne corrisponde ad esigenze diverse da quelle degli uomini, come ben sanno palestre private che offrono iniziative riservate integralmente alle donne e come tali pubblicizzate senza che intervengano obiezioni. La seconda sembra essere una interpretazione ricondotta a motivazioni ‘religiose’, un no ad attività che avvengano in contatto con maschi non familiari. In tal caso sarebbe stato auspicabile un chiarimento della prima notizia, informando l’opinione pubblica che anche l’accesso a strutture sportive in Italia non può avvenire a seguito di un discrimine religioso mentre nulla vieta la creazione di spazi separati, ove necessario, per sesso. Comunque, come ci dice Maria Rosa Loffreda presidente de La Tela, le corsiste hanno semplicemente ragionato sull’importanza dello sport in un processo di integrazione senza nulla chiedere. Il dibattito iniziato il 9 dicembre si è trascinato per alcuni giorni fino ad approdare a un articolo il cui titolo, in luogo di un discrimine, afferma un rifiuto generalizzato, chiosato in forma che lascia perplessi. “No a spazi per sole donne negli impianti sportivi”, recita il 13 dicembre il sullodato quotidiano. Chiariscono le assessore allo Sport, all’Educazione e agli Stili di Vita (Basana) e al Bilancio e all’Efficacia Organizzativa (Del Torre), pur senza rifiutare in assoluto la possibilità di “chiedere uno spazio in palestra e riservarlo alle sole donne” (Basana), che la “Casa delle Donne è aperta da sempre anche agli uomini” (Del Torre). E ancora all’inizio dell’articolo, in un testo non virgolettato riferito all’assessore Basana, è riportata una curiosa considerazione per cui “i diritti di alcuni non possono ledere quelli di altri. Ovvero quelli degli uomini che in quelle ore verrebbero esclusi dagli impianti sportivi”. Chi si è occupato di pari opportunità fin da quando il termine ha fatto la sua comparsa nel linguaggio istituzionale ricorda bene i muri alzati in nome della ‘reverse discrimination’, la discriminazione indiretta che avvantaggerebbe impropriamente il soggetto debole. Ricominciamo aggrappandoci al pretesto religioso di cui, anche in questo caso, c’è chi ha già fatto politico abuso? Augusta De Piero

“El muro devi restar su”,

A Trieste, vicino al Molo Fratelli Bandiera, c’è l’ultimo stabilimento balneare in Italia – ma forse anche in Europa – in cui la spiaggia e il mare sono divisi in base ai sessi, metà per gli uomini e metà per le donne, che accedono al bagno per accessi diversi. Si chiama Lanterna ed è noto come Pedocin (piccola cozza). La storia della Lanterna è iniziata più di un secolo fa, quando Trieste era ancora porto  dell’impero austro ungarico. E’ stato più volte proposto invano l’abbattimento del muro che divide uomini e donne. Anni fa venne fatto anche un referendum e il responso che sanciva il mantenimento del muro fu praticamente plebiscitario. Nel 2009 il bagno è stato interamente ristrutturato e riportato alle sue sembianze originarie e, come allora, resta inamovibile la divisione per sessi, difesa in nome di una dichiarata scelta di libertà, una possibilità in più per le bagnanti (e specularmente i bagnanti) di fare quello che vogliono.

NOTA
Ho scritto quanto precede per Ho un sogno turbata dall’uso fatto dalla locale informazione in merito al fatto che signore di origine nord africana e non solo (e perfettamente inserite nel quartiere udinese di via Di Giusto) esprimessero un proprio parere sulla positività di una disponibilità della palestra per attività al femminile. Ho riportato brevi citazioni delle dichiarazioni di due assessore del comune, pubblicate virgolettate dalla stampa locale, che mi hanno lasciato sgomenta.

9 Gennaio 2016Permalink

8 gennaio 2016 – Inconsapevoli o spietati?

Non ho voglia di scriverne ma ho deciso che nel mio blog resti memoria di una notizia locale proposta dai mezzi di informazione con leggerezza incosciente (e secondo me con pesante sottovalutazione)  che voglio trasferire solo per dire che io oggi mi sento spettatrice sconvolta dell’abiezione che ha trovato radici anche vicino a me.
Pensavo che dopo quello che è accaduto in Germania la notte di Capodanno  (e che abbiamo conosciuto tanto lentamente da far pensare a una volontà di occultamento) l’Europa avrebbe saputo finalmente reagire con la dignità che le consente una storia lunga, difficile, controversa ma che sul piano della costruzione di principi di civiltà ha molto da dire.
Invece … leggo che in un piccolo comune alle porte di Udine la sera dell’Epifania è stato dato fuoco a un tradizionale falò, uno di quelli che da noi sono chiamati pignarûl, e che probabilmente si ricollegano ad antichi riti di luce propri del solstizio d’inverno.
Tutto normale …purtroppo no.
Sulla cima di quel pignarûl era stato messo un pupazzo che, nelle intenzioni degli organizzatori, doveva rappresentare un fantoccio dell’Is. La stampa ce ne offre anche la fotografia che non cercherò di scaricare e che mai proporrei ad alcuno perché a me ha fatto venire in mente antichi e non  troppo antichi roghi suggerendomi la continuità con le pagine più buie della storia d’Europa.
La presa di distanza dignitosamente espressa dal sindaco del paese non mi basta (anche se so che altro non poteva fare).
Non provo paura ma vergogna: è successo vicino a casa mia.
Se questo è il modo di reagire a ciò che ci minaccia, forse sempre più da vicino, la speranza diventa una scelta faticosa e non c’è appoggio per una necessaria fiducia..

8 Gennaio 2016Permalink

7 gennaio 2016 – Dal n. 242 di Ho un sogno (dicembre 2015 – Uno)

Antichità accogliente
Al Museo Archeologico Nazionale di Aquileia sono esposti otto reperti del museo del Bardo di Tunisi, dove il 18 marzo 2015 un gruppo di terroristi fondamentalisti, provocò una strage che costò 22 vittime. L’obiettivo di questa mostra, che si intitola ‘Archeologia ferita ’ è quello di tenere in vita, opponendosi ad ogni scontro di civiltà, la memoria storica dell’umanità che si vuole distruggere..
Aquileia, grande porto adriatico dell’antichità e riferimento di commerci mediterranei in particolare con il vicino e medio oriente, ha conosciuto allora la convivenza tra romani, giudei, greci, alessandrini, nord africani e oggi è patrimonio mondiale dell’Unesco.
A sottolineare il significato dell’ospitalità archeologica all’ingresso è stata trascritta una  lastra funeraria di un africano morto ad Aquileia fra la fine del IV e la metà del V sec. d. C. che si trova al Museo Paleocristiano di Aquileia.
Qui giace il forestiero Restituto.
Era venuto dall’Africa per vedere questa città (Aquileia)
Da qui desiderava tornare là dov’era nato, ciò tanto più fu crudele, in quanto non poté rivedere nessuno dei suoi.
(Qui però) aveva trovato molto di più che non i suoi propri genitori.
Ormai non era più forestiero come era venuto, così da essere (considerato) come uno di loro.

stele-cavaliere-dettaglio-©-gianluca-baronchelli-150x150La  scultura – sempre proveniente dal Museo del Bardo –
racconta una storia parallela a quella scelta come
‘ingresso’ alla mostra: è la stele funeraria di un cavaliere
proveniente dalla Gallia e morto in Africa.

 

 

E non solo antichità:  Accomunati dall’eterno riposo  
Trieste_cimitero mussulmanoSempre a Trieste, nel cimitero cattolico di Sant’Anna, sono presenti anche cimiteri di altre confessioni religiose, quelli serbo, greco, ebraico, evangelico, anglicano e l’ex-cimitero militare. Non manca neppure un piccolo cimitero musulmano che risale al 1849.
La sua particolarità è innanzitutto quella di essere l’unico cimitero interamente musulmano in Italia: si tratta di un’eredità del passato asburgico della città e dei rapporti diplomatici tra l’impero austro-ungarico e quello ottomano
E’ presente la camera mortuaria e sopra l’edificio c’è una cupola con in cima una mezzaluna e, accanto, un pozzo da cui attingere l’acqua per il lavaggio rituale dei defunti.
Queste concrete manifestazioni di rispetto interculturale sono un’eredità che fa risaltare la limitatezza di certe attuali polemiche.

7 Gennaio 2016Permalink

1 gennaio 2016 – Calendario di gennaio

1 gennaio 1948   –  Italia, entra in vigore la Costituzione
1 gennaio 1959      Inizio della rivoluzione cubana
2 gennaio 2016   –  Entra in vigore l’accordo fra la Santa Sede e lo stato di Palestina    firmato il 26 giugno 2015
4 gennaio 2005      La Corte Suprema del Cile autorizza il processo a Pinochet
5 gennaio 1942   –  Morte di Tina Modotti
5 gennaio 1964   –  ‘Cosa nostra’ uccide il giornalista Giuseppe Fava
6 gennaio 1980   –  Assassinio del presidente della regione Sicilia, P. Mattarella
6 gennaio 1992      Il Consiglio di sicurezza dell’ONU condanna all’unanimità Israele per la   deportazione di Palestinesi (risoluzione n. 726)
7 gennaio               Natale ortodosso e copto
7 gennaio 2015      Parigi, attacco a Charlie Hebdo
8 gennaio 1642      Morte di Galileo
8 gennaio 1913      Sudafrica: Nasce l’African National Congress
8 gennaio 2015      Romero è riconosciuto ‘martire’ dalla chiesa cattolica
10 gennaio 1948     Prima assemblea generale delle Nazioni Unite a Londra
11 gennaio 1947     Scissione di Palazzo Barberini (nascita Psdi)
11 gennaio 2014     Morte di Ariel Sharon
12 gennaio 1948     La Corte Suprema USA dichiara l’uguaglianza fra neri e bianchi
14 gennaio              Capodanno ortodosso e copto
14 gennaio 2011     Tunisia, cade il regime di Ben Alì
15 gennaio 1929     Nascita di Martin Luther King
15 gennaio 1993     Arresto di Totò Riina
16 gennaio 1992     Firma degli accordi di pace in El Salvador
17 gennaio 1961     Congo, assassinio di Patrice Lumumba
17 gennaio 1991     Inizia la prima Guerra del Golfo
18 gennaio 1919     Luigi Sturzo fonda il Partito Popolare Italiano
19 gennaio 1969     Praga, morte di Jan Palach
20 gennaio 1996     Arafat eletto presidente dell’Anp
21 gennaio 1924     Morte di Lenin
25 gennaio  2015    Rapimento di Giulio Regeni
26 gennaio 1564     Pubblicazione delle conclusioni del Concilio di Trento
27 gennaio              Giornata mondiale in memoria delle vittime della Shoa
30 gennaio 1948     Assassinio di Gandhi
31 gennaio 1929      L’Urss esilia Lev Trotsky
31 gennaio 2015      Sergio Mattarella, dodicesimo presidente della repubblica

1 Gennaio 2016Permalink

28 dicembre 2015 – Vent’anni fa: da delitti contro la morale a delitti contro la persona

Il 26 dicembre non uscivano i quotidiani ma una giornalista competente si è ricordata (e ne ha scritto il giorno successivo) che nel 1965 proprio quel giorno era stata rapita una giovanissima ragazza di Alcamo il cui coraggio sarebbe stato determinante per modificare il codice penale.
Per quella modifica ci vollero trent’anni.
Infatti solo il 15 febbraio del 1996 fu approvata la legge n. 66, “Norme contro la violenza sessuale” che dispose lo spostamento dei delitti sessuali da delitti contro la moralità pubblica e il buon costume a delitti contro la persona.
Furono trent’anni di impegno costante e di rapporto fra una società civile consapevole e parlamentari capaci di una responsabile ed efficace attività veramente politica.

26 dicembre- Franca Viola: “Io, che 50 anni fa ho fatto la storia con il mio no alle nozze riparatrici”
Nel ’67 rifiutò di sposare l’uomo che l’aveva violentata. Il suo coraggio cambiò il codice penale.
“Mai avere paura di lottare” di CONCITA DE GREGORIO

ALCAMO. È di nuovo Natale a casa Viola. In sala da pranzo finiscono il dolce e i racconti il marito, Giuseppe, i due figli, Sergio e Mauro, le nuore. L’unica nipote, tredici anni, è appena uscita per raggiungere gli amici. Una ragazzina bellissima, Sonia: bruna e bianca come sua nonna Franca. “Ha visto com’è cresciuta? Mi ricordo che dieci anni fa, quando lei signora venne a trovarmi, mi trovò che pulivo le scale, di fuori, e quando la feci entrare in soggiorno c’era il triciclo della bambina e i suoi giocattoli a terra. Che vergogna questo disordine, pensai. Ancora me ne dispiaccio. Lei è l’unica giornalista che ho fatto entrare in casa mia, lo sa? Non lo so perché: certe volte è una parola, uno sguardo. Una cosa piccola, è quella che cambia”.

Non c’era nessun disordine signora Franca, solo il triciclo di una bambina. “Sonia adesso ha la stessa età di quando mi sono promessa a suo nonno Giuseppe. La vita è un lungo attimo. Mi somiglia moltissimo: quando a scuola hanno chiesto le foto dei nonni le ho dato la mia alla prima comunione e la maestra ha detto ‘Sonia, avevo chiesto la foto di tua nonna non la tua’. Ma questa è mia nonna, è Franca Viola… Mi rende così felice che sia orgogliosa di sua nonna. Certo che la sa la storia, sì, gliel’ho raccontata io ma non ce ne sarebbe stato bisogno. Sta su Internet, mi cerca lei tutte le notizie. Io non so usare il computer, neppure riesco a vedere i messaggi nel telefono. Però c’è lei che fa tutto. Le ho solo detto, in più: l’importante Sonia è che tu faccia quello che ti dice il cuore, sempre. Poi certo, bisogna che le persone che ti amano ti aiutino e non ti ostacolino, come è successo a me con mio padre e mia madre. Ma lo sa che sono passati cinquant’anni dal fatto?”. Il fatto, lo ha sempre chiamato. “Chi se lo poteva immaginare che sarebbe stata una vita così”. Così come? “Così bella. Perché poi la storia grande nella vita delle persone è una storia piccola. Un gesto, una scelta naturale. Io per tantissimi anni non mi sono resa conto di quello che mi era successo. Quando mi volle vedere il Papa, il giorno del mio matrimonio, chiesi a mio marito: ma come fa il Papa a sapere la nostra storia, Giuseppe?”.

“Per me la mia vita è stata la mia famiglia. Stamattina sono andata a trovare mia madre, che vive qui accanto, da sola. Ha 92 anni, è lucidissima. Per prima cosa mi ha detto: Franca, ti ricordi che giorno è oggi? È il 26 mamma, sì. Per lei il 26 dicembre è il giorno del mio rapimento e il giorno della morte di mio padre. Lo sa che mio padre è morto 18 anni dopo il mio rapimento, lo stesso giorno alla stessa ora? È stato in coma tre giorni, io pensavo: vuoi vedere che aspetta la stessa ora. E infatti: è morto alle nove del mattino, l’ora in cui entrarono a casa a prendermi. Ha aspettato, voleva dirmi: vai avanti”.

Cinquant’anni fa, alle nove del mattino, Franca aveva 17 anni e 11 mesi. Era la ragazza più bella di Alcamo, figlia di contadini. Filippo Melodia, nipote di un boss, la voleva per sé. Lei si era promessa a Giuseppe Ruisi, un coetaneo amico di famiglia. Melodia e altri dodici della sua banda bussarono alla porta e rapirono lei e il fratello Mariano, 8 anni. Li portarono in un casolare in campagna. Dopo due giorni lasciarono andare il bambino, dopo sei portarono Franca a casa della sorella di Melodia, in paese. La legge diceva, allora, all’articolo 544 del codice penale, che il matrimonio avrebbe estinto il reato di sequestro di persona e violenza carnale. Reato estinto per la legge, onore riparato per la società. Doveva sposare Melodia, insomma: era scritto. Ma Franca non volle. Fu la prima donna in Italia – in Sicilia – a dire di no alla “paciata”, la pacificazione fra famiglie, e al matrimonio riparatore. Ci fu un processo, lungo, a Trapani. Lei lo affrontò. Un grande giudice, Giovanni Albeggiani.

I sequestratori furono tutti condannati. Melodia è morto, ucciso da ignoti con un colpo di lupara, molti anni dopo. Gli altri sono ancora lì, in paese. «Quando li incontro per strada, capita, abbassano lo sguardo. Non fu difficile decidere. Mio padre Bernardo venne a prendermi con la barba lunga di una settimana: non potevo radermi se non c’eri tu, mi disse. Cosa vuoi fare, Franca. Non voglio sposarlo. Va bene: tu metti una mano io ne metto cento. Questa frase mi disse. Basta che tu sia felice, non mi interessa altro. Mi riportò a casa e la fatica grande l’ha fatta lui, non io. È stato lui a sopportare che nessuno lo salutasse più, che gli amici suoi sparissero. La vergogna, il disonore. Lui a testa alta. Voleva solo il bene per me. È per questo che quando ho letto quel libro sulla mia storia, “Niente ci fu”, mi sono tanto arrabbiata. Non è quella la mia storia, per niente. Mio padre non era un padre padrone: era un uomo buono e generoso. Lo scriva». Lo scrivo. «Perché poi vede, il Signore mi ha dato una grazia grande: non ho mai avuto paura di nessuno. Non ho paura e non provo risentimento». Intende risentimento per chi la rapì? «Né per loro nè per nessun altro dopo. Sono stati molti altri i dolori della vita, ma di più sono state le gioie. Ho un marito meraviglioso. Nei giorni del processo e anche dopo mi arrivarono tante proposte di matrimonio, per lettera. Giuseppe però mi aveva aspettata. Io non volevo più maritarmi, dopo. Gli dicevo: sarà durissima per te. Ma lui mi ha detto non esistono altre donne per me, Franca. Esisti tu. Sono arrivati i figli, mio padre ha fatto in tempo a vederli e vedermi felice. Poi c’è stata la malattia di Sergio: temevo che morisse. Quando nel 2014 il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha voluto darmi il titolo di Grande ufficiale ho pensato ecco, una persona ora la conosco. E ho chiesto aiuto per curare Sergio. Ma non è servito a niente. Mi hanno dato il numero di un medico, dal Quirinale, poi questo medico non rispondeva e quando sono andata a Roma con mio figlio, ad agosto, mi hanno detto che era in ferie. Ho lasciato stare e ho fatto da sola. Un difetto si ce l’ho: l’orgoglio. Il Signore spero mi perdoni».

Il 9 gennaio Franca Viola compirà 69 anni. Nella sua vita ha visto abolire la norma del codice penale sul matrimonio riparatore. Ha visto nel 1996, solo 20 anni fa, la legge che fa dello stupro un reato contro la persona e non contro la morale. Si è vista riprodotta in foto, con grande incredulità, sui libri di scuola. «Il primo è stato Sergio. Era alle medie, mi ha detto: mamma sul mio libro c’è una tua foto da ragazza. Come mai? Gli ho raccontato. Un poco, certo, non tutto. Certe cose non si possono raccontare. Ma altre sì: che ciascuno è libero fino all’ultimo secondo, che tutto quello che dipende da te è nelle tue mani. Questo ho potuto spiegare ai miei figli e adesso a mia nipote. Sonia è una ragazzina del suo tempo. Vorrebbe fare l’attrice, mi fa sorridere: mi dice nonna, ma tu non conosci nessuno che mi possa insegnare a recitare? Le dico amore mio, impara da sola. Ciascuno si fa con le sue mani. I fatti grandi della vita, glielo ripeto sempre, mentre accadono sono fatti piccoli. Bisogna decidere quello che è giusto, non quello che conviene».

E per se stessa, Franca? Cosa si augura, ancora? «Di vedere guarito del tutto mio figlio. Di avere altri Natali con mio marito, con Sergio e Mauro, le loro mogli. Che ci sia un mondo meno ostile, meno feroce tutto attorno a noi. Perché è peggiorato, il mondo, sa, in questi anni. Però ora vedo questo Papa e sì, ecco, un desiderio ce l’avrei. Quando andai da Paolo VI ero giovane, tante cose non le capivo. Adesso che sono vecchia mi piacerebbe andare da Papa Francesco e consegnare a lui i miei ringraziamenti al Signore per la vita meravigliosa che mi ha dato. Ma lo faccio qui, se me lo consente lo faccio attraverso di lei. Ho il peccato dell’orgoglio, è vero, ma non quello della presunzione. Il Papa non può certo conoscere una storia così vecchia, una piccola storia siciliana. Come fa. Ha tantissime cose molto importanti da fare, in tutto il mondo. Un compito enorme. Infatti lo penso e lo prego. Tanto, prego per lui».

http://www.repubblica.it/cronaca/2015/12/27/news/_io_che_50_anni_fa_ho_fatto_la_storia_con_il_mio_no_alle_nozze_riparatrici_-130210807/?ref=HREC1-4

28 Dicembre 2015Permalink

24 dicembre 2015 – Buon Natale da Pontoglio (Lombardia)

pontoglio

Pontoglio: anche il prete contro i cartelli stradali, “avete il cuore pieno di marciume”

„Parole pesantissime, come un macigno. Sono le parole di don Angelo Mosca, parroco di Pontoglio dal 2008: in chiesa, domenica mattina, ha voluto dire la sua – o meglio, la posizione della chiesa cattolica – sul tema dei cartelli stradali in cui a caratteri cubitali, e su sfondo marrone, si viene invitati ad allontanarsi dal paese – definito “a Cultura Occidentale e di profonda tradizione Cristiana” – chinque non intenda “rispettare la cultura e le tradizioni locali”.
Le parole del prete, benzina sul fuoco. Che si sommano alle polemiche infinite – anche degli stessi pontogliesi, più di un centinaio le firme raccolte in poche ore per chiedere la rimozione di quei cartelli – che avvolgono la contestata decisione del sindaco Alessandro Seghezzi. Don Angelo, senza fare nomi, in chiesa attacca “coloro che si lavano le mani sbandierando tradizioni, ma con il cuore pieno di marciume”.
E ancora: “Le porte aperte, e non chiuse, sono il messaggio di Dio. Gesù augura la pace a tutti gli uomini, e non a chi appartiene a una sola cultura. Questo è un messaggio distorto, l’uso strumentale del Vangelo per ideologie e secondi fini. Utile ai falsi profeti che predicano la divisione, e non l’unità”.
In conclusione: “La chiesa è misericordia. Dio non è una tradizione, Dio è per sempre”. La notizia dei cartelli intanto ha fatto il giro d’Europa: ne ha scritto anche il Telegraph. Che parlando di Lombardia cita anche la ‘Northern League’, la Lega Nord: “Il partito di destra che guadagna voti con la sua retorica anti-immigrati e anti-rifugiati”.“

Fonte:
http://www.bresciatoday.it/politica/pontoglio-cartelli-stradali-polemiche-chiesa.html

Il quadro regionale di riferimento
La Lombardia approva norma anti-accoglienza: penalizzati gli albergatori che ospitano rifugiati
I gestori che utilizzano gli hotel per «fini non turistici» esclusi dai bandi della Regione. L’emendamento alla legge elettorale voluto dalla Lega. 

fonte: http://www.lastampa.it/2015/09/16/italia/politica/la-lombardia-approva-la-norma-antiaccoglienza-penalizzati-gli-albergatori-che-ospitano-migranti-FGtLjPRPrbSu7ms9377LjJ/pagina.html

 

24 Dicembre 2015Permalink

19 dicembre 2015 – Oggi in Francia ma non in Italia

Trascrivo da Riforma, Il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia.
Segnalo che chi ‘faccia clic’ sul link che segnalo in calce potrà ascoltare il secondo intervento citato nel finale dell’articolo (in francese).

Voto in Francia, le chiese protestanti si interrogano

Claudio Geymonat  18 dicembre 2015

Le riflessioni di due pastori sulla recente tornata elettorale che ha visto il boom del partito Front National

La recente tornata elettorale francese, utile per nominare i nuovi presidenti delle regioni, ha rappresentato l’ennesimo campanello di allarme sulla crescita di un sentimento misto di paura e chiusura, non figlio soltanto dei recenti tragici fatti di cronaca, ma con radici profonde, radicate in questi ultimi vent’anni. Inclusione mai realmente avvenuta, crisi del mondo del lavoro, modelli sociali errati, sono molte le analisi possibili. Il rischio di una deriva razzista e autoritaria ha posto questioni serie anche al mondo delle chiese, quasi obbligate a “sporcarsi le mani” nell’agone politico, consuetudine questa radicata meglio alle nostre latitudini. Non fanno eccezione le chiese protestanti. Prevale una riflessione introspettiva, sul ruolo che le istituzioni religiose possano o debbano giocare al proprio interno e verso il mondo dei fedeli. Riportiamo di seguito due interventi.

Il punto di vista sulle recenti elezioni regionali francesi di Pierre Kopp, pastore dell’Unione delle chiese protestanti di Alsazia e Lorena (Uepal), regione storica roccaforte della destra:

«“Regionali: una sconfitta per tutti” è stato il titolo scelto dal giornale La Croix all’indomani di questa dolorosa tornata elettorale. Sulla stessa lunghezza d’onda le dichiarazioni di Xavier Bertrand che, dopo aver sconfitto Marine Le Pen in Picardia, ha espresso il grande disagio patito durante la campagna elettorale che lo ha portato a contatto con moltissime persone: “Non potrò mai scordare quanto accaduto in questi giorni, una sorta di colpo di tuono che annuncia un temporale imminente. E il prossimo colpo di tuono c’è da giurare che porterà il Front National al potere. Ciò ci obbliga a rimanere umili e a lavorare a testa bassa”.

Questa sensazione da ultima spiaggia che emerge dai titoli dei giornali e dalle parole di molti politici, investe anche le chiese protestanti.

Questa sconfitta morale e spirituale è anche nostra. Le nostre chiese sono state più attente rispetto al mondo politico nel vedere i sintomi che lungo questi ultimi vent’anni hanno portato alla crescita inesorabile di un partito razzista, molto votato anche fra i nostri fedeli? Siamo noi da esempio per quel che riguarda la democrazia interna e la chiarezza dei valori?

Personalmente ho trovato assai ambivalente, per non dire ambiguo, comunque insufficiente, il silenzio e la prudenza delle nostre chiese fra i due turni di votazioni.

All’interno dell’Uepal ad esempio, da un lato il Consiglio ha scelto di non rilasciare dichiarazioni a cavallo delle due tornate, e di conseguenza di risultare assente dai giornali regionali assai letti dai membri di chiesa, mentre dall’altro lato il presidente del medesimo Consiglio, Christian Albecker, spiegava ai lettori di La Vie, letto dai protestanti dell’Alsazia-Mosella, perché a suo avviso un voto per il Front National era incompatibile con la fede cristiana.

Non ci possiamo più sottrarre alla sfida inevitabile e urgente di riflettere, parlare e agire in nome di Cristo in Francia, come protestanti confessanti con parole e atti, e apportare il nostro contributo per un rinnovo radicale della democrazia e della società francese disorientata e sofferente come non mai. Senza ciò noi saremo corresponsabili di un domani ancora più scuro».

Joël Dahan, pastore della fondazione John Bost, istituzione che si occupa di accoglienza e supporto per le persone diversamente abili, nei due minuti de “Il pastore della domenica”, rubrica video ospitata dal sito “Regardprotestants.com” si è rivolto direttamente agli elettori di FN in questi termini: «Innanzitutto vorrei dirti che non ti posso giudicare perché non conosco la tua vita, non conosco le tue motivazioni. Ma non intendo rinunciare ai valori di libertà, uguaglianza e fraternità che sono il fondamento della nostra nazione».

http://riforma.it/it/articolo/2015/12/18/voto-francia-le-chiese-protestanti-si-interrogano

Questa sconfitta morale e spirituale è anche nostra

Così l’articolo. Io mi limito a un codicillo piccolo piccolo per segnalare che in questa sconfitta morale le chiese protestanti – in ecumenica unione con le chiese cattoliche – hanno mantenuto un silenzio che le pochissime responsabili voci che si sono alzate non hanno saputo rompere. O forse il disinteresse operativo ed efficace mostrato per l’esistenza giuridica di nati in Italia, rigettati per legge da un’esistenza riconosciuta (uno dei fondamenti dei conciliari vauro_015
‘segni dei tempi’?) non attiene all’etica
di un essere umano responsabile?
Così leggo il messaggio del silenzio
che ci viene  dalle chiese cristiane in Italia
ora in unione ecumenica non formale
e lascio a Vauro il seguito del mio commento.
Molti sono i modi per distruggere un
nuovo nato. Eliminarne uno che riguarda
un burocratico documento sarebbe facile.
Costerebbe  solo un ‘no’.
Ma non si fa.
L’obbedienza è di nuovo una comoda virtù

19 Dicembre 2015Permalink

10 dicembre 2015. Si spara a vista non alla cieca!

Ho dato un’occhiata a facebook e ho trovato l’articolo di cui ho condiviso la pubblicazione. I commenti dei lettori si sono concentrati sul problema delle armi, ma io (condividendo quanto scritto e preoccupatissima perché ho letto di una possibile manifestazione di piazza per solidarizzare con lo sparatore) ho formulato anche un’altra ipotesi che riporto dopo la notizia.

Spara a fidanzati scambiandoli per ladri: sfiorata tragedia nel padovano

PADOVA – Scambia due fidanzati per ladri e spara sulla loro auto: sfiorata la tragedia a San Giorgio a Pertiche, nel padovano. La ragazza è sotto choc, il ragazzo guarirà in 40 giorni. I carabinieri hanno denunciato l’uomo per lesioni personali aggravate, danneggiamento, esplosioni pericolose e porto abusivo di armi. Lo sparatore, 53 anni, stava tornando insieme a due amici da una battuta di caccia alle nutrie. Ha notato l’auto ferma in un luogo appartato, ha bussato sul finestrino per chiedere spiegazioni. Il ragazzo, spaventato, ha rimesso in moto l’auto. Il cacciatore ha risposto sparando e sfracellando il lunotto posteriore. Subito è scoppiata la polemica politica, come scrive il Mattino di Padova. Il segretario del Pd Massimo Bettin parla di questo episodio come il risultato della campagna “per un uso indiscriminato delle armi da fuoco”. Il riferimento evidente è alle tante esternazioni in tema del centrodestra. Gli risponde Daniele Canella, segretario della Lega di San Giorgio. “Episodio da condannare, ma caso emblematico dell’insicurezza che si respira nel nostro territorio”.

La mia ipotesi
Mi viene un’idea forse stramba forse no. Perché quel tale armato (cacciatore di nutrie? le nutrie si cacciano con il fucile?) si è avvicinato all’automobile ferma e ‘appartata’? Se temeva trattarsi di ladri che senso ha l’aver battuto sul finestrino? ‘Scusi, lei è un ladro?’ Stia fermo lì che chiamo i carabinieri!’ E se fosse stato un guardone con compari sghignazzanti al seguito? Non è una specie estinta che io sappia e, in tal caso, il comportamento sarebbe più coerente. Anche se non lo era i due poveri ragazzi potevano averlo identificato come tale e la fuga sarebbe stata una conseguenza prudenziale per evitare un vecchio rischio. Quante coppiette ora e in passato sono state se non aggredite, molestate?. E perché sparare su un’auto in fuga? Più ci penso e più, se l’articolo dice il vero, la faccenda è poco chiara oltre che ripugnante.

Link alla fonte

http://www.repubblica.it/cronaca/2015/12/09/news/spara_a_fidanzati_scambiandoli_per_ladri_sfiorata_tragedia_nel_padovano-129108167/?ref=HREC1-1

10 Dicembre 2015Permalink

6 dicembre 2015 – Alberto Solesin “No all’odio”

6 dicembre 2015 – Da La Repubblica
Alberto Solesin: “La vita senza Valeria è un peso impossibile ma dico no all’odio non siamo vendicatori”

Il padre della ragazza uccisa al Bataclan: “Se la mia famiglia ha dato un segno di civiltà vuol dire che non è morta invano”  di JENNER MELETTI

VENEZIA – Le calli di San Marcuola, poi via verso Rialto. “In casa no, lì c’è mia moglie Luciana che ci mette più tempo di me, a curare le ferite”.
Alberto Solesin, 63 anni, è il padre di Valeria, la ricercatrice uccisa al Bataclan di Parigi. Nei giorni della camera ardente, tanti hanno scritto che la famiglia Solesin, con la dignità mostrata di fronte alla tragedia, “ha restituito alla città l’orgoglio di essere veneziani e cittadini del mondo”.

Signor Solesin, che cos’è la dignità?
“È la capacità di portare pesi impossibili con le spalle dritte. Portare i pesi della sorte senza lamentarsi, senza chiedere, rimanendo autonomi e coerenti con le proprie idee di solidarietà. Vede, io sono dirigente scolastico, mia moglie è insegnante. Lavorare nella scuola ci ha aiutato, perché pur nelle difficoltà la scuola resta una palestra di civiltà “.

Tanti la fermano e la salutano, in queste calli. Davvero i veneziani sono orgogliosi di voi.
“Se io, mia moglie e mio figlio abbiamo potuto dare un segno di civiltà, ecco – ora uso una parola che sembra impossibile – ne sono felice. Non posso certo dire che la morte di mia figlia sia meno gravosa ma ci fa sperare che non sia stata del tutto inutile. Posso dire che forse così Valeria ha avuto una ricompensa”.

Lei, già davanti all’obitorio parigino, ha detto: “Non sono una persona capace di odiare. Io e Luciana crediamo nel valori che non dividono le persone “.
“Noi siamo sopraffatti dal dolore, non c’è nemmeno il bisogno di dirlo. Ma io non faccio il vendicatore di professione, nella mia vita ho seguito altri percorsi. Posso odiare una singola persona ma non un popolo, una religione. Certo, qualche problema si risolve buttando qualche bomba, ma la faccenda è più complessa. L’ho capito già davanti all’obitorio di Parigi, c’erano facce arrivate da tutto il mondo, compreso quelle del Nord Africa. È allora che ho capito che l’addio a Valeria doveva essere qualcosa che unisse tutti, con una cerimonia civile, non religiosa ma neppure laica, perché ormai questa laicità viene intesa come nemica della religione. Qualche critica l’ho ricevuta, da chi dice che siamo in guerra, che bisogna difendere la cristianità, che bisogna scegliere da quale parte stare…”.

La strage di Parigi è stata compiuta con una crudeltà efferata. Come bersaglio sono stati scelti i giovani.
“Alcuni degli assassini si sono tolti la vita. Io mi auguro con tutto il cuore che questa banda di criminali di guerra – che seguono un approccio folle di affermazione e seguono principi secondo i quali tutti coloro che non accolgono pienamente il Corano sono nemici da abbattere – siano duramente puniti. Ma non si può coinvolgere una religione, come tanti vorrebbero fare. Del resto, anche la nostra civiltà non è così antica. Fino agli anni ’60 c’erano il delitto d’onore, i matrimoni riparatori dello stupro, le nozze combinate…”.

Quello della sua Valeria è stato il primo funerale in piazza San Marco dopo quello di Daniele Manin nel 1868. Qualcuno ha criticato una cerimonia così solenne.
“Noi siamo persone normali e può immaginare l’imbarazzo a parlare in una piazza come quella. Ma straordinarie sono state le circostanze. Valeria era l’unica italiana uccisa in una tragedia così grande. C’era emozione a Venezia e in tutto il Paese. Non siamo stati noi della famiglia a chiedere San Marco. La proposta è arrivata dal sindaco e dalle altre autorità. Noi abbiamo fatto la proposta della cerimonia civile. Se poi al funerale in piazza arriva il presidente della Repubblica, questo significa che il dolore e la voglia di starci vicini sono stati davvero forti”.

Una sepoltura a terra, accanto al nonno. Un grande mazzo di fiori inviato da “La Maire de Paris. Les élus del Paris”. Come si riesce a vivere, dopo una perdita come questa?
“Io sono tornato a lavorare due giorni dopo il funerale. Questi per la scuola sono giorni delicati. Certo, in ogni momento non puoi pensare ad altro che alla figlia, con la volontà, quasi impossibile, di razionalizzare una cosa tremenda. Ma sono andato a dirigere la scuola perché non avevo alternative. Dovevo restare a casa a piangere? Oppure prendermi una vacanza? Io in vacanza, sentendomi male dentro per essere in ferie “grazie” a una disgrazia come questa? Guardi, stasera esco con mia moglie, a cena a casa di amici. Ci sono tanti altri genitori come noi, “generazione Skype”, che hanno i figli sparsi in Europa e nel mondo”.

Dopo tanta attenzione, non c’è il rischio che Valeria sia dimenticata?
“Non certo da noi. Ma che riposi in pace. Io e Luciana non vediamo l’ora che il clamore cessi. La solidarietà ci ha fatto bene. L’università che dedica un’aula a Valeria, un ospedale di Emergency che avrà il suo nome. Ma quando in Consiglio regionale ci hanno chiamato a un incontro con le scuole sulle violenze nel mondo abbiamo detto no, non ce la sentiamo. Noi siamo solo i genitori di Valeria, una ragazza che sognava tenendo i piedi per terra. Non vogliamo diventare altro”.

http://www.repubblica.it/cronaca/2015/12/06/news/s-128900454/?ref=fbpr

7 Dicembre 2015Permalink