27 ottobre 2015 – Giornata del dialogo cristiano islamico

Appello per la XIV Giornata ecumenica del dialogo cristiano islamico

Cristiani e musulmani, lo diciamo da sempre, hanno profonde radici comuni. Già lo scorso anno ne abbiamo indicato due, quelli della misericordia e della compassione. Islam e cristianesimo, di più, sono religioni di pace. E per costruire un mondo di pace c’è bisogno che le due religioni mondiali maggioritarie, che sono l’islam ed il cristianesimo,  sappiano riscoprire le comuni radici di pace in tutte le loro molteplici declinazioni, fra cui quest’anno vogliamo indicare alle comunità cristiane e musulmane, come tema per la quattordicesima giornata ecumenica del dialogo cristiano islamico del 27 ottobre 2015, quelle dell’accoglienza dello straniero, del rifugiato, dell’aiuto ai poveri, agli ultimi della società, per costruire la convivenza pacifica, che abbiamo sintetizzato in : «Cristiani e musulmani: dall’accoglienza alla convivenza pacifica». I nostri rispettivi testi sacri dicono parole chiare su tale aspetto, checché ne dicano coloro che vorrebbero piegare sia l’islam che il cristianesimo alla logica della guerra.  Questo crediamo possa essere la strada per costruire una società libera dal terrore della guerra nucleare, dalla paura continua di qualsiasi essere umano diverso da noi, riscoprendo la comune umanità, il comune bisogno di accoglienza e di vivere pacificamente, come figli e figlie dell’unica Madre Terra che ci ospita. La ricca e opulenta Europa ed il cosiddetto “occidente”, non potranno assolversi dalle proprie gravissime colpe nei confronti dei popoli che hanno depredato delle loro risorse e che hanno costretto a subire la guerra e poi a fuggire e a divenire profughi, se non fermando la vendita degli armamenti, che sostengono la guerra e producono milioni di profughi, e ponendo fine alla depredazione delle risorse dei popoli africani, asiatici o sudamericani. Chi vuole pace per se dovrà imparare a dare pace agli altri. E questo lo si potrà fare riscoprendo le vere radici comuni alle religioni monoteiste, ad islam, cristianesimo ed ebraismo, che sono l’accoglienza, l’ospitalità, la misericordia, la pace, perché “la terrà è di Dio” e nessuno ha il diritto di dichiararla propria e sfruttarla a proprio uso e consumo. Uomini e donne di pace cercasi. Con un fraterno augurio di shalom, salaam, pace Il Comitato Organizzatore

Roma, 25 giugno 2015

Per informazioni www.ildialogo.org

Fra i vari messaggi di adesione trascrivo: L’Amicizia Ebraico Cristiana di Napoli, …, fermamente convinta che la Pace si ottiene con la conoscenza e l’accoglienza dell’altro fa proprio l’Appello per la XIV Giornata del Dialogo Cristiano Islamico

Inserisco per ora (riservandomi di trascriverli a mia futura memoria) due link ad articoli di Grossman e Yehoshua che contengono anche valutazioni delle dichiarazioni di Netanyahu

DAVID GROSSMAN. Fra Storia e finzione le ossessioni di Bibi tengono in trappola il popolo israeliano

http://www.lastampa.it/2015/10/27/esteri/yehoshua-alla-pace-non-crede-pi-nessuno-lora-che-leuropa-agisca-vYmXUUejV3Cj9kfZUunk3N/pagina.html

aggiungo questa nota di Gad Lerner

Scandalo dell’Israelitico di Roma: emerge l’uso strumentale dell’accusa di antisemitismo

27 Ottobre 2015Permalink

26 ottobre 2016 – Blair chiede scusa!!??

La svolta di Tony Blair sull’Iraq: “Io e Bush abbiamo sbagliato”

da La Repubblica di oggi

L’ex premier britannico, intervistato dalla Cnn, ammette una serie di errori. Dai dossier sulle armi di distruzione di massa al diffondersi del terrorismo islamico

dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

LONDRA – Dodici anni dopo la controversa invasione che è costata centinaia di migliaia o forse milioni di vite umane, e il posto di primo ministro a lui, Tony Blair dice: “I am sorry”. L’ex leader laburista chiede scusa, anzi tre volte scusa: per gli errori dello spionaggio britannico che avevano attribuito a Saddam Hussein il possesso di armi di distruzione di massa (la ragione ufficiale per l’intervento militare del Regno Unito accanto agli Stati Uniti), per errori nella pianificazione della guerra e per la mancata comprensione di quelle che sarebbero state le conseguenze del conflitto, ovvero per l’instabilità che ha sconvolto l’Iraq e le regioni circostanti. Di fatto Blair ammette la propria responsabilità anche per l’ascesa del fanatismo islamico, incluso il sorgere dell’Is, il sedicente Califfato dei jihadisti che oggi controlla parte dell’Iraq e della Siria. Ma l’expremier continua a rifiutare di scusarsi per avere abbattuto Saddam. Un “mea culpa” parziale ma pur sempre clamoroso, fatto in una lunga intervista alla Cnn, la rete televisiva Usa di sole news, con una serie di dichiarazioni rimbalzate al di qua dell’Atlantico che ieri occupavano la prima pagina del Mail on Sunday, del Sunday Times e di altri giornali inglesi. Un rilievo comprensibile, considerato che è la prima volta che Blair chiede formalmente scusa e ammette sbagli nella organizzazione e gestione della guerra in Iraq, oltre che del dopoguerra. Parole che fanno tanto più notizia dopo che, qualche giorno fa, proprio un quotidiano di Londra ha rivelato un memorandum segreto della Casa Bianca in cui Blair, un anno prima dell’entrata in guerra, si era di fatto impegnato con l’allora presidente americano George W. Bush a partecipare al conflitto come alleato degli Stati Uniti in qualunque caso e circostanza. Cioè indipendentemente dalle motivazioni ufficiali  –  il possesso di armi chimiche o biologiche  –  in seguito usate da Downing street per convincere il parlamento britannico e l’opinione pubblica del proprio paese ad approvare la guerra. Tenuto conto che è poi emerso che Saddam Hussein non aveva armi di distruzione di massa, gli ha chiesto la Cnn , ritiene che la guerra in Iraq sia stata un errore? “Mi scuso per il fatto che l’intelligence da noi ricevuta al riguardo fosse sbagliata. E mi scuso per alcuni degli errori che abbiamo fatto nella pianificazione e, certamente, per il nostro errore nel non comprendere cosa sarebbe accaduto in Iraq una volta che Saddam fosse stato rimosso dal potere. Ma faccio fatica a scusarmi per avere rimosso Saddam”. E a una domanda successiva, sulla responsabilità della guerra in Iraq sul diffondersi dell’estremismo islamico anti-occidentale e in particolare all’ascesa dell’Isis, Blair risponde: “Penso ci siano elementi di verità in una simile visione. Non si può dire, naturalmente, che quelli di noi che hanno rimosso Saddam non hanno responsabilità per la situazione che si è creata (nella regione, ndr) nel 2015”. L’ex premier non accetta di essere chiamato un “criminale di guerra” per i morti e i danni materiali causati dal conflitto e rivendica il fatto di avere vinto un’elezione (la sua terza consecutiva) dopo la guerra; ma riconosce che l’Iraq è stato “un enorme problema politico” per lui. In effetti è stato il problema che gli ha fatto perdere il posto, perché senza le polemiche sulla guerra difficilmente il suo vice Gordon Brown sarebbe riuscito a costringerlo a dimettersi nel 2007 per sostituirlo a Downing street: è verosimile che Blair sarebbe rimasto ancora al potere e avrebbe cercato di vincere una quarta elezione, contro il conservatore David Cameron, nel 2010. Come che sia, oltre a pesare sul giudizio della storia, il “mea culpa” di Blair potrebbe pesare sull’inchiesta ancora in corso sulla guerra in Iraq, affidata a una commissione indipendente britannica. Due precedenti inchieste governative avevano assolto Blair da ogni responsabilità e particolarmente dal sospetto di avere tramato insieme ai capi dei servizi segreti per gonfiare il dossier sui presunti armamenti di distruzione di massa in mano a Saddam. Ma 12 anni dopo l’Iraq continua a essere lo spettro che tormenta il laburista di maggiore successo elettorale della storia.

http://www.repubblica.it/esteri/2015/10/26/news/blair_iraq-125892929/

26 Ottobre 2015Permalink

18 ottobre 2015 – Sbucano i bambini invisibili –Terza puntata

Una integrazione

Ieri ho scritto anche degli ostacoli incontrati nella società civile nel portare avanti la segnalazione del rifiuto al certificato di nascita. Si tratta di atteggiamenti omissori non di aperto contrasto (almeno nella maggior parte) ma ho dovuto constatare che non riesco a chiarire equivoci anche in gruppi significativi.
Da uno di questi ho ricevuto un messaggio che mi ha molto turbato.
Nella consapevolezza che al momento è essenziale l’approvazione del comma 3 dell’articolo 2 della norma che porta il numero 2092 per superare la disposizione della legge del 2009 che negava (e nega perché ancora in vigore) l’esistenza giuridica ai figli dei sans papier, preferisco – per ragioni di chiarezza e trasparenza – riportare la mia relazione al convegno cui il 9 ottobre ha dato ospitalità il Centro Balducci .

Relazione del 9 ottobre

Nell’anno 2009, al tempo del quarto governo Berlusconi, ministro dell’interno l’on Maroni, il Parlamento italiano si apprestava a votare la legge che, approvata, sarebbe stata chiamata ‘pacchetto sicurezza’. La votazione si sarebbe conclusa con voto di fiducia nel mese di luglio e la legge avrebbe portato il n. 94. Molto ci sarebbe da dire in proposito ma mi soffermerò soltanto sull’oggetto di cui al titolo di questo incontro: i bambini invisibili.

I bambini, una particolare categoria di bambini costruita per l’occasione, vennero resi invisibili a seguito della lettera g, del comma 22, dell’art. 1 della legge 94/2009. Quella lettera afferma, sia pur attraverso una formula criptica che si rifiuta alla immediata lettura, che lo straniero non comunitario debba presentare il permesso di soggiorno per registrare la dichiarazione della nascita in Italia del proprio figlio. Così si è negata a un padre, a una madre la possibilità di assicurare al proprio figlio un nome, un’identità, di testimoniarne la cittadinanza ed affermarne il diritto di essere componente riconosciuto della propria famiglia. Sono i dati che vengono trascritti nel certificato di nascita. Il certificato è diritto personale del bambino ma oggi in Italia sulla testa del genitore che, privo del titolo di soggiorno, glielo voglia assicurare quale fondamento di un’esistenza giuridicamente riconosciuta, pesa il rischio dell’espulsione. Il diritto del nuovo nato si è fatto trappola. Spesso alle critiche viene opposta una questione  di quantità. Quante volte mi sono sentita chiedere: “Ma quanti sono?”. Non è un problema di quantità, non stiamo pesando le bottiglie rotte in un cassonetto della raccolta differenziata per capire a che punto il comune tragga profitto dalla raccolta, stiamo affermando un diritto assoluto che l’umanità dovrebbe sostenere prima ancora della legge. Ce lo ricorda da quattro anni la Convention on the Rights of the Child , gruppo che raccoglie associazioni e realtà coordinate da Save the Children  e chiede con forza una soluzione istituzionale del problema, raccomandando al Parlamento una riforma legislativa che garantisca il diritto alla registrazione di tutti i minori nati in Italia, indipendentemente dalla situazione amministrativa dei genitori. Certamente anche il governo in carica nel 2009 previde un sistema di salvezza, ma non in legge; scelse di affidare la sorte di un nuovo essere umano alla labile volatilità di una circolare. Non voglio entrare ora nella tecnicità della legge. Abbiamo qui chi potrà dircene con più competenza e significato di ruolo di quanto io abbia e soprattutto potrà informarci in merito alle modifiche che si stanno discutendo (o sono già state discusse) alla camera a proposito della lettera g. Quindi continuo con la narrazione, lasciando all’on Rosato l’onore di poterci aprire alla speranza che potrebbe consentirci di parlare al presente di quanto io sto per narrare al passato, a un passato che non dobbiamo però dimenticare e, per capirne il significato, è utile ripercorrerne la storia. Aprendo questo intervento ho parlato del periodo in cui il Parlamento si apprestava a votare la legge perché ha una specifica importanza che impegna ad attenzione e gratitudine per chi in quel periodo è stato pubblicamente attivo.

Infatti il progetto presentato prevedeva la cancellazione dell’articolo in vigore allora – e ancora oggi – che recita “L’accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all’autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano”.

Se fosse stata realizzata la cancellazione dell’articolo che ho appena letto,  sarebbe stato cancellato il principio del segreto professionale fondante la deontologia medica che impegna il medico a                                                        (art. 10 del codice di deontologia medica)

“mantenere il segreto su tutto ciò di cui è a conoscenza in ragione della propria attività professionale”. … e precisa che “la violazione del segreto professionale assume maggiore gravità quando ne possa derivare … nocumento per la persona assistita o per altri”.

Ricordo la reazione allora fortissima degli ordini professionali da noi pubblicizzata dalla componente locale della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni e voglio citare quanto scrisse l’allora presidente provinciale dell’Ordine dei medici di Udine in un comunicato pubblicato anche dai media locali:

“ Qualora dovessero passare i provvedimenti annunciati dal governo, i medici dovranno rifiutarsi di denunciare i pazienti immigrati irregolari, esercitando l’obiezione di coscienza per non venir meno ai principi etici e deontologici della loro professione”.

Purtroppo, anche per l’indifferenza della società che si definisce civile, la lettera g invece restò, penalizzando per due anni anche chi volesse sposarsi pur se privo di permesso  di soggiorno. Ho detto per due anni perché nel 2011 una sentenza della Corte Costituzionale sottrasse i matrimoni alla previsione della lettera g rimasta come un inamovibile, squallido e disonorante pilastro, per penalizzare esclusivamente i neonati, ultimo resto di un progetto che si era proposto di usare anche la debolezza del malato, dell’infartuato, del ferito per farne forza di chi lo volesse distruggere. E in ogni caso la ‘debolezza’ da usarsi era quella dello straniero non comunitario attraverso uno slalom fra le maglie delle leggi per sentirsi vincitori di non so che e come tali presentarsi a una popolazione che si voleva e si vuole e si costruisce impaurita. Ora quella forza può ancora rivolgersi legalmente solo contro i neonati. Ormai solo alla politica – che non si umili alla ricerca di consenso fondato sul numero di chi si associ alla volontà devastatrice– è dato essere parola autorevole e alta per affermare un principio che ne proclami l’onore nel farsi voce di chi nasce sul nostro territorio, chiunque sia, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali                                                                           (art. 3 Costituzione).

Per capire il senso del disprezzo che consente di penalizzare i neonati, alcuni neonati, fino a negarne l’esistenza legale –ci aiuta anche la storia e non mi rifaccio alla grande storia che ci ha fornito testimonianze incancellabili (per brevità ricordo due nomi soltanto, Primo Levi e Hannah Arendt che ci hanno offerto strumenti per pensare l’impensabile e per dire l’indicibile). Voglio invece far memoria di un esempio di piccola storia, quella della famiglia Cardosi, una famiglia italiana la cui madre fu deportata ad Auschwitz dove morì. Racconta una figlia in un prezioso libretto che onora la piccola editoria per essere stato pubblicato ma che è immeritatamente poco noto:

“Mia madre era stata arrestata, perché ebrea, la mattina del 12 maggio 1944 nella nostra abitazione di Gallarate da agenti di pubblica sicurezza per ordine della questura di Varese … e consegnata alle SS del comando di polizia germanica del carcere di San Vittore a Milano”. La colpa di quella donna era di essere ebrea e questa sua caratteristica di razza era stata identificata da solerti funzionari italiani del regno d’Italia ancora nel 1938 quando, a seguito delle leggi razziali, era stata cacciata dalle scuole del regno dove insegnava come maestra elementare. E non l’aveva salvata neppure l’essere cattolica e sposata a un ‘ariano’. Dal 13 maggio all’ 8 giugno 1944 fu ristretta nel carcere di San Vittore a Milano, poi spostata a Fossoli e infine definitivamente ad Auschwitz. La figlia maggiore, Giuliana allora diciottenne, così ci narra della sua visita al carcere. Era in fila con i familiari dei detenuti cui era concesso portare un pacco per il cambio di biancheria e viveri e

“Quando venne il mio turno l’agente di custodia italiano incaricato del ritiro dei pacchi, dopo un rapido controllo sui registri, mi disse che il nome della mamma non risultava. Mi chiese il motivo dell’arresto e quando glielo dissi raccolse il mio fagotto e me lo scaraventò in faccia”.

Se una persona non ha un nome giuridicamente riconosciuto non può avere rapporti familiari: la sua famiglia come luogo di relazioni definite, non esiste. La situazione dei detenuti a San Vittore è confermata dal rapporto inviato dal comandante provinciale della Guardia nazionale repubblicana di Milano l’11 gennaio 1945 al capo della Provincia di Milano e per conoscenza alla G.N.R. (Guardia Nazionale Repubblicana – a scanso di equivoci non si tratta della Repubblica Italiana ma della repubblica di Salò). Testimoniando la presenza all’interno del carcere di San Vittore di due reparti, uno giudiziario e uno tedesco, scrive

“Non risulta … che i detenuti presso questo reparto vengano sottoposti a mezzi coercitivi. La disciplina è alquanto rigida su ciò che concerne il tenore di vita dei detenuti. Non così si può dire per i detenuti di razza ebraica, la sorte dei quali si ignora”. Era e ancora può essere il destino dei senza nome quando arrivano al vortice che via via si forma per cui c’è sempre un punto di partenza. Affido alla riflessione di tutti noi il commento di Giuliana Cardosi:

 “Capii allora che .. gli ebrei avevano perduto qualsiasi identità , quindi nei loro confronti la violazione di qualsiasi obbligo civile ed umano era permessa”.

Non credo ci sia bisogno di declinare le tante analogie fra gli eventi del 1944 e la situazione che si è voluta rendere possibile sei ani fa. Non ne avrei il tempo e non credo sia necessario. Quel pacco negato arrivò a Clara Pirani, la mamma di Giuliana Cardosi, per l’attività clandestina di un agente penitenziario, Andrea Schivo, che si fece garante di umanità nel mantenere il legame fra i familiari e i carcerati. Quando fu scoperto finì a Flossemburg  dove morì il 29 gennaio 1945. E’ ricordato in Israele allo Yad Vashem (il museo dell’olocausto di Gerusalemme) come Giusto fra le nazioni. In Italia le sorelle Cardosi (Giuliana, Marisa e Gabriella) gli hanno dedicato il loro libro. E io mi permetto di affidare la sua memoria, che ci onora fra tanto squallore, alla presidente dell’Ufficio regionale FVG di Garanzia dei diritti della persona con la funzione specifica di garanzia per i bambini e gli adolescenti. Per fortuna di tutti noi ha ben altri strumenti di quel fondamentale rispetto di sé come essere umano che Andrea Schivo seppe efficacemente manifestare di cui sa fare l’uso migliore, garante di bambini e adolescenti che – se le vengono presentati – sono in stato di sofferenza e sono anche certa che saprà sostenere i parlamentari che vogliono liberarci dalla vergogna che ci è stata imposta con una legge che conta ormai sei anni.

Ricordo che l’organizzazione mondiale della sanità ha definito la salute: stato di benessere fisico, mentale e sociale e sono certa che tutti vogliano e vogliamo (perché non si può giocare con le responsabilità) associarsi, come medici di una ferita non del corpo ma di umanità, all’antico giuramento di Ippocrate che fa parte delle nostre radici di europei fin dal IV secolo a. C. In un suo passo recita In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l’altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi.

[continua3]

18 Ottobre 2015Permalink

17 ottobre 2015 – Sbucano i bambini invisibili –Seconda puntata

Scriverò su facebook che, bene o male, è diventato un mezzo di informazione, la nota che segue ma poi qui (perché questo è il mio blog che contiene memorie che per me vogliono far parte della storia e non di fibrillazioni emotive) metterò i miei commenti.

Certificato di nascita per tutti su cui trascrivere la cittadinanza.

La legge, approvata il 13 ottobre alla camera con il titolo «Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni in materia di cittadinanza» è stata ufficialmente trasmessa al senato dalla Presidente della camera il 13 ottobre ed è reperibile con il numero 2092. Ora si attendono le decisioni del senato. Se l’approverà così come è stata trasmessa diventerà legge dello stato, altrimenti tornerà alla camera per ulteriore eventuale approvazione. Chi volesse conoscerne l’iter può seguirlo servendosi del link che trascrivo. http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/46079.htm

Ricordo che l’oggetto della legge è lo ius soli (identificato con la nuova formula dello ius culturae) e spero che chi ha sostenuto la campagna l’Italia sono anch’io (che nasceva dalla proposta di legge popolare finalizzata a introdurre il principio dello ius soli) darà adeguate informazioni in merito al provvedimento nel suo complesso. Da parte mia mi limito al punto di cui tante volte mi sono occupata, ricopiando il comma 3 dell’articolo 2 dal testo predisposto per una eventuale stampa (per i non esperti di navigazione parlamentare lo trovate nella colonna a destra del sito segnalato):

“3. Al comma 2 dell’articolo 6 del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni, dopo le parole: «carattere temporaneo» sono inserite le seguenti: «, per i provvedimenti inerenti agli atti di stato civile»”.

Questo comma (presentato in corso di dibattito e approvato in prima battuta dalla commissione Affari Costituzionali) risolverebbe lo sfregio di fondamentale civiltà introdotto con la lettera g, del comma 22, dell’art. 1 della legge 94/2009 (nota come pacchetto sicurezza) e transitato nel testo unico sull’immigrazione modificandone il comma 2 dell’art. 6. Se la legge passerà il testo unico verrà rimodificato e ne propongo la ricostruzione che io ne ho fatto, e assumendomene la responsabilità, isolo con il simbolo delle virgolette le parole che sarebbero inserite, se approvata la legge sulla cittadinanza, all’art. 2 comma 3.. “Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo, «per i provvedimenti inerenti agli atti di stato civile» e per quelli inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie di cui all’articolo 35 e per quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie, i documenti inerenti al soggiorno di cui all’articolo 5, comma 8, devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati”.

Commenti (i precedenti si raggiungono con il tag anagrafe)

Da sei anni mi  indigno, ma non mi meraviglio più perché per quanto io sia testona non lo sono tanto da non saper trarre considerazioni da una osservazione che conta ormai sei anni.

I soggetti della mia indignazione

  1. i partiti. Il parlamento italiano ha in evidenza due proposte di legge (740 dal 2013 alla Camera e 1562 al Senato dal 2014) ma, pur se affidate entrambe alle rispettive Commissioni Affari Costituzionali non hanno avuto dai partiti di appartenenza dei firmatari (stragrande maggioranza Pd ma nella 740 c’è anche una firma SEL e di un paio di soggetti di altri gruppi che hanno praticato spostamenti che non sono riuscita a seguire, ma pur sempre firmatari) appoggio e pubblicità per queste proposte.
  2. la società civile – Da anni il gruppo Save The Children, coordinando una ottantina di associazioni (gruppo CRC – Convention on the Rights of the Child) chiede all’Italia di modificare la ‘lettera g’ e di ciò non danno notizia neppure le associazioni firmatarie, pur se la richiesta si trova in un pubblico rapporto facilmente reperibile (www.gruppocrc.net).
    – Il 9 ottobre il Centro di Accoglienza e di Promozione Culturale “E. Balducci”, la Rete per i Diritti di Cittadinanza del FVG, la Rete Radié Resch,  l’ASGI (Ass. Studi Giuridici Immigrazione), il GrIS-SIMM (Gruppo regionale Immigrazione Salute FVG della Società Italiana Medicina Migrazioni) hanno proposto nella sede di Zugliano un incontro sul tema dei ‘bambini invisibili’ .
    Di queste associazioni solo il GrIS Simm aveva già preso una pubblica posizione nel congresso del 2014 (ne ho scritto il 13 novembre di quell’anno).
    Le altre associazioni promotrici dell’incontro hanno offerto un’occasione di confronto con i parlamentari primi firmatari delle proposte di legge 740 e 1562 e la Presidente dell’Ufficio regionale FVG di Garanzia dei diritti della persona  (e sono personalmente grata alla generosa ospitalità del Centro Balducci) ma non si sono espresse, né in quell’occasione né in precedenza, con un proprio comunicato o altro strumento che ne rendesse esplicita una posizione pubblica nel merito.
    Purtroppo questa situazione ha dato luogo a un fatto ridicolo. Gli intervenuti si sono riferiti a me (che tenevo la relazione d’apertura) come soggetto civile di riferimento.
    So che molti lo hanno fatto con sincerità (altri temo per non mettere in gioco posizioni pubbliche rendendosi, come associazioni, sgradevoli a qualche soggetto politico di riferimento).
    Ho dovuto nascondere il mio imbarazzo cercando di giocare con l’ironia, ma non nego la fatica e la sofferenza che questo mi è costato.
    La cosa che più mi ha turbato è che sia l’on. Rosato (il senatore Lo Giudice ha inviato una sua gentile comunicazione in video perché impegnato a Roma per i dibattiti in aula che tutti consociamo) che la Garante regionale, prof. Mellina Bares, si sono riferiti alle mie mail come stimolo alla loro presa in carico del problema.
    Funzione politica di una persona che, non trovando nella società civile riscontri significativi e appoggi (anzi … non ho contato i convegni e seminari in cui ho dato fastidio!) ha fatto ricorso alla strumento che le restava, la funzione di rompiscatole? Ma che allegria!
  3. i mezzi di informazione. Lasciando perdere il locale Messaggero Veneto che dopo l’incontro al Centro Balducci ha scritto (per la prima volta) una nota in proposito, ricordo il consenso della micro redazione dell’ormai ben più che ventenne mensile Ho un Sogno che mi ha permesso di seguire puntualmente da anni il problema, scrivendone.
    E voglio ricordare il primo articolo su una pubblicazione nazionale (il mensile il Gallo di Genova) che ha dato spazio alla questione nel 2011 (il 15 marzo di quell’anno l’ho riportato nel blog). Un articolo è comparso anche sul mensile Confronti (ora purtroppo non riesco a recuperarne la data).
    Ci sono poi note e informazioni comparse su qualche sito locale e non solo di cui non ho l’elenco ma nulla impedisce a chi mi legga e voglia farne memoria di scrivermene nei commenti a questo testo. Ricordo anche una intervista che mi è stata fatta recentemente da radio Onde Furlane e una abbastanza recente intervista a Chiara Gallo, consigliera comunale di Udine, a Tele Pordenone.
    E infine l’impegno consapevole e documentato della giornalista Lucia Bellaspiga su Avvenire. Ho segnalato i suoi articoli al prezioso sito ildialogo[.]org dove c’è un archivio cui mi riferisco perché, almeno per me, è di facile consultazione

articoli del 30 settembre, 1 e 2 ottobre http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/norazzismo/notizie_1443810505.htm

articolo del 14 ottobre http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/norazzismo/notizie_1444926561.htm

In questa storia spesso saltano fuori donne. Che diventi una faccenda di donne? Mi farebbe piacere come segno di intelligenza, responsabilità e libertà intellettuale di cui abbiamo bisogno. Comunque Lucia Bellaspiga è stata molto brava

Vorrei continuare con il problema della Chiesa cattolica, di altre chiese cristiane e del Sinodo in corso. Questo aspetto merita, secondo me, una riflessione approfondita per l’influenza che hanno le chiese sull’opinione pubblica (e in particolare in Italia la chiesa cattolica) per cui lo farò domani o dopodomani

[continua 2]

 

17 Ottobre 2015Permalink

16 ottobre 2015 – Sbucano i bambini invisibili – Prima puntata

Una speranza dalla Camera dei deputati?
Non riesco a trovare, pur girando e rigirando nel sito della Camera, il testo ufficiale della legge approvata che modifica le norme in vigore sulla cittadinanza  e mi accontento perciò del comunicato stampa, riservandomi la pubblicazione del testo appena possibile.

Comunicato stampa 13/10/2015 Approvate le modifiche alla legge sulla cittadinanza

Nella parte antimeridiana della seduta odierna la Camera ha approvato il testo unificato delle proposte di legge recante Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di cittadinanza (C. 9-A e abb.). Il provvedimento passa ora all’esame del Senato.

Ius soli / Ius culturae e bambini invisibili

Il comunicato stampa è ufficiale però ci metto anche qualche cosa di mio che fa seguito alla relazione che avevo presentato alla biblioteca civica nel quadro delle manifestazioni del Festival Costituzione di San Daniele del Friuli e pubblicato il 9 giugno scorso.

Nella legge, così come è uscita dalla Camera ma non ancora all’attenzione del Senato, si afferma, in un emendamento approvato (e se ne trova conferma nella dichiarazione conclusiva della relatrice di maggioranza on. Marilena Fabbri), che

Art 2, comma 3 “Al comma 2 dell’articolo 6 del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al « carattere temporaneo » sono inserite le seguenti: «, per i provvedimenti inerenti agli atti di stato civile».

Così viene rimodificato il Testo Unico sull’immigrazione (ricostruzione mia – colore rosso)

Articolo 6  Facoltà ed obblighi inerenti al soggiorno. (Legge 6 marzo 1998, n. 40, art. 6; R.D. 18 giugno 1931, n. 773, artt. 144, comma 2, e 148)

  1. Il permesso di soggiorno rilasciato per motivi di lavoro subordinato, lavoro autonomo e familiari per essere utilizzato anche per le altre attività consentite. Quello rilasciato per motivi di studio e formazione può essere convertito, comunque prima della sua scadenza, e previa stipula del contratto di soggiorno per lavoro ovvero previo rilascio della certificazione attestante la sussistenza dei requisiti previsti dall’articolo 26, in permesso di soggiorno per motivi di lavoro nell’ambito delle quote stabilite a norma dell’articolo 3, comma 4, secondo le modalità previste dal regolamento di attuazione.
  2. Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo, «per i provvedimenti inerenti agli atti di stato civile» e per quelli inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie di cui all’articolo 35 e per quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie, i documenti inerenti al soggiorno di cui all’articolo 5, comma 8, devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati.
    [continua 1]
16 Ottobre 2015Permalink

15 ottobre 2015 – Un’iniziativa nata nel 2001

Il 27 ottobre, come ogni 27 ottobre

Cristiani e musulmani, lo diciamo da sempre, hanno profonde radici comuni. Già lo scorso anno ne abbiamo indicato due, quelli della misericordia e della compassione. Islam e cristianesimo, di più, sono religioni di pace. E per costruire un mondo di pace c’è bisogno che le due religioni mondiali maggioritarie, che sono l’islam ed il cristianesimo, sappiano riscoprire le comuni radici di pace in tutte le loro molteplici declinazioni, fra cui quest’anno vogliamo indicare alle comunità cristiane e musulmane, come tema per la quattordicesima giornata ecumenica del dialogo cristiano islamico del 27 ottobre 2015, quelle dell’accoglienza dello straniero, del rifugiato, dell’aiuto ai poveri, agli ultimi della società, per costruire la convivenza pacifica, che abbiamo sintetizzato in :
«Cristiani e musulmani: dall’accoglienza alla convivenza pacifica
».
I nostri rispettivi testi sacri dicono parole chiare su tale aspetto, checchè ne dicano coloro che vorrebbero piegare sia l’islam che il cristianesimo alla logica della guerra.  Questo crediamo possa essere la strada per costruire una società libera dal terrore della guerra nucleare, dalla paura continua di qualsiasi essere umano diverso da noi, riscoprendo la comune umanità, il comune bisogno di accoglienza e di vivere pacificamente, come figli e figlie dell’unica Madre Terra che ci ospita. La ricca e opulenta Europa ed il cosiddetto “occidente”, non potranno assolversi dalle proprie gravissime colpe nei confronti dei popoli che hanno depredato delle loro risorse e che hanno costretto a subire la guerra e poi a fuggire e a divenire profughi, se non fermando la vendita degli armamenti, che sostengono la guerra e producono milioni di profughi, e ponendo fine alla depredazione delle risorse dei popoli africani, asiatici o sudamericani. Chi vuole pace per se dovrà imparare a dare pace agli altri. E questo lo si potrà fare riscoprendo le vere radici comuni alle religioni monoteiste, ad islam, cristianesimo ed ebraismo, che sono l’accoglienza, l’ospitalità, la misericordia, la pace, perché “la terrà è di Dio” e nessuno ha il diritto di dichiararla propria e sfruttarla a proprio uso e consumo. Uomini e donne di pace cercasi. Con un fraterno augurio di shalom, salaam, pace Il Comitato Organizzatore

Roma, 25 giugno 2015

fonte: http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/cristianoislamico/2015_1435234260.htm

15 Ottobre 2015Permalink

26 settembre 2015 – Oggi il tassista domani…

Creare paura per fondare la propria forza.

Costruire una società fondata sul nemico da cacciare e abbattere dà forza e rilievo ai gruppi violenti di varie origine ma uniti nell’obiettivo di creare paura per fondare la propria forza.
Riassumo una notizia che potete si può leggere dal link che trascrivo

“Spostate le auto” e l’autista di Roma-Tpl viene aggredito dal branco

Un autista di taxi a Roma ha suonato il clacson per poter passare in uno spazio ostacolato da un’auto in seconda fila.
A questo punto un uomo ha sfondato il finestrino del bus ferendolo. Poi, mentre il conducente stava per salire sull’ambulanza, i complici intervenuti lo hanno massacrato a calci e pugni

http://roma.repubblica.it/cronaca/2015/09/25/news/roma_roma-tpl_autista_bus_picchiato_da_branco-123668370/?ref=HREC1-4

26 Settembre 2015Permalink

25 settembre 2015 – In Europa non entrino gli atei!

Ho un sogno n. 239 – settembre
FRA UNA NUOVA DEVOZIONE E SINODI ECCLESIALI

IN EUROPA NON ENTRINO GLI ATEI
Dopo che in un mare che è il cuore dell’Europa fin dall’antichità sono annegati centinaia di migranti, altri si accalcano alle frontiere orientali.
Correttamente dovremmo chiamarli richiedenti asilo ma subito dobbiamo precisare.
Sono richiedenti asilo solo quelli che fuggono dalla Siria? E quelli che fuggono da altri stati pure in guerra come li consideriamo? E quelli che fuggono dalla fame? E dalla persecuzione religiosa?
Sull’ultimo punto veniamo illuminati dal direttore responsabile de ‘Il giornale’ che, in data 17 settembre dedica ben tre pagine del suo quotidiano all’argomento.
In apertura di questa ampia trattazione ci offre un editoriale su cui è fondamentale soffermarsi e da cui ci permettiamo due brevi citazioni.
“Delle oltre duecentomila persone sbarcate quest’anno sulle nostre coste, si calcola che almeno una su otto sia cristiana” e “quel gregge di fedeli perseguitati perché crede nel nostro stesso Dio … merita una corsia preferenziale”.
Poiché abbiamo il vizio delle concretezza immaginiamo un poliziotto che – al di là dei nuovi muri di cemento o filo spinato, armato di gas urticante da spruzzare anche sui bambini (si presuma che prima chieda ‘sei battezzato?’) – accosti adulti che vogliono entrare in Europa e –per sapere se sono cristiani o meno – faccia loro un esame di religione. Ne ha le competenze? Forse sarebbe aiutato se uno stato attento alle proprie forze di sicurezza organizzasse corsi di formazione religiosa tali da fare dei poliziotti competenti inquisitori.
Ove fosse chiarito per gli islamici anche questo ostacolo e stabilito un ‘no, tu no’ o un ‘tu vieni dopo quando avrò soddisfatto i cristiani’ resta il problema degli atei per cui l’esame di religione è impossibile per insussistenza dell’oggetto..
Che fare di coloro che per l’imprevidenza dei genitori o per spericolate decisioni personali non siano muniti del certificato di battesimo e non se lo possano procurare perché inesistente?
Infatti il direttore di cui sopra fa riferimento come garanzia identitaria salvifica a questo documento che ogni cristiano si porterebbe appresso come la carta d’identità.
Ci aspetteremmo un soprassalto di manifesta dignità da parte dei cristiani (cattolici, protestanti e ortodossi) ma non osiamo sperare.

BAMBINI SENZA NOME E SENZA FAMIGLIA PER LEGGE E PER ECUMENICA SCELTA DELLE CHIESE CRISTIANE.
Da anni Ho un Sogno segnala la legge che dal 2009 vuole che sia negato il certificato di nascita ai neonati che nascono in Italia, figli di migranti privi di permesso di soggiorno,.
La chiesa cattolica si appresta a celebrare il Sinodo ordinario sul tema «La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo» cui farà seguito un Convegno Ecclesiale Nazionale che si ispira anche a un ‘Nuovo umanesimo’.
Considerata l’enorme spazio che ha l’informazione che proviene da questa fonte non vogliamo ignorarla.
Abbiamo perciò esaminato il materiale proposto ai lavori dell’assemblea dei due incontri e abbiamo constatato che, nel pur corposo elenco di situazioni in cui si dibatte chi sia famiglia e chi no, i neonati, marchiati dal neo peccato originale di essere figli di genitori irregolari per l’amministrazione italiana, non ci sono, così come non ne abbiamo trovato traccia nei documenti del recente Sinodo delle chiese metodiste e valdesi apertamente attente alle nuove famiglie.
Fanno eccezione un vescovo, mons Bruno Forte, che si è espresso in proposito il 28 giugno su Il Sole 24 Ore e due parrocchie udinesi, la cui voce ha trovato spazio il 6 agosto nel settimanale diocesano locale. Chiedono che nel Sinodo e nel Convegno Ecclesiale si faccia riferimento anche a quei neonati che la legge italiana condanna e non esistere. Saranno ascoltati?

25 Settembre 2015Permalink

18 settembre 2015 – Una parlamentare che mi rappresenta

Da L’Unità del 17 settembre.

Sono triste e amareggiata: è incomprensibile come si possano ritenere insindacabili le parole di Calderoli, cioè di chi dovrebbe onorare le istituzioni e il Paese. Parole che hanno fatto il giro del mondo. Non penso alla mia persona, e non sto portando avanti una causa che riguarda l’oggi, ma il domani. Se guardiamo alle generazioni future vediamo diversi colori, tanti toni cromatici di persone che avranno bisogno di norme certe, perché sia davvero una società multietnica che garantisca i diritti. Un politico deve essere lungimirante e chi siede all’interno delle istituzioni ha una responsabilità maggiore, non svolge un lavoro per se stesso: noi parlamentari dobbiamo porre dei limiti anche sul linguaggio e riconoscere una linea che non si può oltrepassare.

Non è una questione personale tra me e Calderoli ma avrei voluto che, nella sede deputata, il tribunale, si stabilisse se c’è un confine tra un dibattito pubblico responsabile e l’uso irresponsabile di parole che lasciano un segno nella società. Queste parole di Calderoli sono state inequivocabilmente razziste, varcavano il limite del rispetto della dignità della persona, in ragione del mie sembianze e del colore della mia pelle. Se non è razzista dare dell’orango ad una donna nera, allora tutto è possibile, con buona pace delle conseguenze, vuoi dire che abbiamo smarrito il senso delle parole, e forse non solo quello. In Italia la legge Mancino protegge la società perseguendo l’istigazione all’odio razziale. Per il Senato italiano, che ha respinto la richiesta di autorizzazione a procedere avanzata d’ufficio dal Tribunale in forza della Legge Mancino, in queste parole non c’era discriminazione razziale. Il messaggio di questo voto è che la politica è irresponsabile, che non c’è un un confine all’uso di parole che avvelenano la società, seminando odio razziale. È un messaggio triste, mentre in Europa il livello di guardia verso la xenofobia è altissimo e le istituzioni sono impegnate a fermare la proliferazione dell’odio razziale.

Non mi lascio trascinare in polemiche sulla dietrologie di questo voto ma ogni senatore deveKyenge ricordarsi che è entrato nella storia con una pagina negativa. Chiedo a tutti i senatori se hanno pensato al significato del voto che invece ha negato l’autorizzazione a procedere verso Calderoli, e chiedo al mio partito di riflettere sul giorno dopo. Io ne ho passate tante e non mi fermo, ma sono intristita per il messaggio che diamo anche oltre i nostri confini, e per le tossine che si spargono in Italia. Un messaggio triste anche per l’Europa, ancora più grave perché ha il “timbro istituzionale”. La legge parla chiaro e va avanti. Io vado avanti, per i giovani che ci guardano e per la mia dignità. Mi piacerebbe che venisse fuori l’Italia migliore, so che c’è, vorrei vederla anche nelle istituzioni.

18 Settembre 2015Permalink

7 settembre 2015 – Il gender. Mai!

Un documento che deve essere letto.
Pubblicherò in seguito qualche commento ma per capire è imporrante leggerlo, ricordando che la mozione è stata presentata in una regione italiana, quest’anno.

Trascrivo all’inizio il link al consiglio regionale nel caso qualcuno non ci credesse http://www.consiglioveneto.it/crvportal/getScheda.jsp?canale=consiglio&layout=testo&leg=10&tipo=MOZ&numero=0013&anno=2015

CONSIGLIO REGIONALE DEL VENETO DECIMA LEGISLATURA MOZIONE N. 13 LA SCUOLA NON INTRODUCA IDEOLOGIE DESTABILIZZANTI E PERICOLOSE PER LO SVILUPPO DEGLI STUDENTI QUALI L’IDEOLOGIA GENDER
presentata il 24 agosto 2015 dal Consigliere Berlato

Il Consiglio regionale del Veneto
PREMESSO CHE :
– “I genitori hanno il diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli” – articolo 26, Terzo comma della Dichiarazione Universale dei Diritto dell’Uomo;
– “Lo Stato nel campo dell’insegnamento deve rispettare il diritto dei genitori di provvedere secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche” – articolo 2, Convenzione Europea sulla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo;
– “È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli” – articolo 30 della Costituzione Italiana;
– “Gli Stati rispettano il diritto e il dovere dei genitori oppure, se del caso, dei tutori legali, di guidare il fanciullo nell’esercizio della libertà di pensiero, di coscienza e di religione” – articolo 14, Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza,
UNICEF;

RICORDANDO CHE:
– le norme che regolano la scuola italiana ben riconoscono il diritto dovere educativo dei genitori, tra le quali citiamo:
a) Regolamento dell’autonomia del 1999: “Le istituzioni scolastiche devono rispettare la libertà di scelta educativa delle famiglie e devono intervenire in base alla domanda delle famiglie”;
b) Il patto di corresponsabilità educativa DPR 235 del 1997: “La scuola deve programmare e condividere con gli studenti e con le famiglie il percorso educativo da seguire”;
c) Linee di indirizzo sulla Partecipazione dei Genitori e Corresponsabilità educativa, MIUR, 22 novembre 2012;
– ogni scuola ha il suo POF, Piano Offerta Formativa, in cui si esplicita la progettazione educativa, organizzativa curricolare ed extracurricolare, tenuto conto anche delle proposte delle Associazioni di genitori;
– la Raccomandazione dei Ministri del Consiglio d’Europa rispetto alla lotta alla discriminazione in base al proprio orientamento sessuale afferma esplicitamente che tutte le misure adottate devono “tenere conto del diritto del genitore di curare l’educazione dei figli nel predisporre e attuare politiche scolastiche e piani d’azione per promuovere l’uguaglianza e la sicurezza e garantire l’accesso a formazioni adeguate o a supporti e strumenti pedagogici appropriati per combattere le discriminazioni”;
– la lettera del FONAGS (Forum Nazionale Genitori nella Scuola) al Ministro dell’Istruzione, datata 12 novembre 2013, rivendica il diritto dei genitori come responsabili primi dell’educazione dei figli in materia di educazione all’affettività e la necessità di svolgere l’azione educativa da parte della scuola verso gli studenti in pieno accordo con le famiglie; SOTTOLINEANDO COME:
– la Repubblica Italiana, all’articolo 29 della Costituzione, privilegia la “famiglia come società naturale fondata sul matrimonio” della quale riconosce gli speciali diritti, diversamente da ogni altro tipo di unione;
– la famiglia fondata sull’unione tra un uomo e una donna rappresenta l’unica istituzione naturale aperta alla trasmissione della vita;
– la “famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società” e, in quanto tale, “ha il diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato”, così come stabilito dalla Dichiarazione Universale di Diritti dell’Uomo (10.12.1948, art. 16, terzo comma);

CONSIDERATO CHE:
– oggi più che mai ci troviamo di fronte ad un’emergenza educativa, in modo particolare per quanto concerne le tematiche dell’educazione all’affettività.
In alcuni casi purtroppo l’educazione all’affettività è diventata sinonimo di educazione alla genitalità, priva di riferimenti etici e morali, discriminante per la famiglia fatta da un uomo e da una donna, che induce una sessualizzazione precoce dei ragazzi;
– in paesi dove simili strategie sono state applicate, come in Inghilterra e in Australia, questo ha portato ad una sessualizzazione precoce della gioventù, con conseguente aumento degli abusi sessuali (anche tra giovani), dipendenza dalla pornografia, all’attività sessuale prematura con connesso aumento di gravidanze ed aborti già nella prima adolescenza, e all’aumento della pedofilia;
– i risultati delle indagini sociologiche dimostrano come ritardare l’inizio dell’attività sessuale e ridurre il numero di partner aumenti le possibilità di intrattenere relazioni stabili e riduca i problemi psicologici quali la depressione, specialmente nelle ragazze;
– errate convinzioni vorrebbero equiparare ogni forma di unione e di famiglia e giustificare e normalizzare qualsiasi comportamento sessuale;
– sovente questi progetti educativi e persino la Strategia nazionale dell’UNAR sono stati redatti con la collaborazione esclusiva di associazioni LGBT, senza l’adeguato coinvolgimento di associazioni ed enti rappresentativi dei genitori e quindi, sia per modalità che per contenuti, elaborati e diffusi in palese violazione degli articoli sopra premessi e sottolineati, così come si è già verificato con il caso dei libretti “Educare alla diversità a scuola” ;
– in questi libretti la famiglia composta da una donna e da un uomo è vista come uno stereotipo da superare e l’omofobo viene identificato in base al grado di religiosità;
– in alcuni casi si è arrivati alla deriva dell’ideologia di gender. Attualmente i progetti educativi vengono spesso presentati richiamando l’esigenza di contrastare la discriminazione. L’intento in sé potrebbe essere lodevole se ciò significasse educare gli studenti a rispettare ogni persona e a non rendere nessuno oggetto di bullismo, violenze, insulti, discriminazioni. Ciò, tuttavia, non si è sempre verificato. In alcuni casi è stato il cavallo di Troia con il quale si sono introdotti progetti di chiara ispirazione ideologica gender;
– la teoria gender sostiene che l’identificarsi come uomini o donne non dipende dai caratteri biologici che determinano un corpo maschile piuttosto che un corpo femminile. Secondo questa teoria si nasce maschio o femmina per questioni genetiche, ma si diventa uomo o donna (o nessuno dei due) in base a fattori esclusivamente culturali;
– la persona deve invece essere ritenuta un tutt’uno di corpo e mente: non può esistere un corpo contenitore ed un io sganciato dalla dimensione corporea; non si può scindere la componente biologica sessuata dalla componente psicologica relazionale;
– la concezione del corpo come contenitore apre la strada a scenari inquietanti quali la pratica dell’utero in affitto;
– la scissione tra il dato biologico e il dato psicologico non è solo impossibile, ma è anche pericoloso per lo sviluppo del bambino perché crea confusione, incertezza, doppiezza, laddove invece i minori chiedono certezza di ruoli e regole condivise;
– l’ideologia gender è, non solo pericolosa in quanto porta alla disintegrazione della personalità con conseguente fragilità psichica, instabilità emotiva ed affettiva, bassa autostima, senso di inadeguatezza, ma totalmente inutile; esiste infatti un paradosso che dimostra come nei paesi in cui si è maggiormente investito nella cosiddetta impostazione di genere paritario, quali la Norvegia, le differenze uomo-donna sono molto più accentuate. Ciò significa che quando una persona è libera di seguire le proprie inclinazioni sceglie quelle tipiche del sesso di appartenenza;
– riconoscere la diversità tra uomini e donne non significa discriminare; il vero principio dell’eguaglianza non nega l’esistenza delle differenze, non le azzera, ma le accoglie e le valorizza in quanto portatrici di ricchezza e di complementarietà;

IMPEGNA LA GIUNTA REGIONALE
ad intervenire nelle scuole di ogni ordine e grado della Regione del Veneto affinché: – non venga in alcun modo introdotta la teoria del gender;
– venga rispettato il ruolo prioritario della famiglia nell’educazione all’affettività e alla sessualità, riconoscendo il suo diritto prioritario ai sensi dell’articolo 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e dei Decreti che riconoscono le scelte educative dei genitori (artt. 1.2, 3.3 e 4.1 del DPR 27/99, art. 3 del DPR 235/97, artt. 2.3, 2.6 e 3 del DPR 235/2007 e il Prot. AOODGOS n. 3214 del 22.11.2012).
La famiglia rappresenta l’ambiente più idoneo ad assolvere l’obbligo di assicurare una graduale educazione della vita sessuale, in maniera armonica, prudente e senza traumi;
– siano coinvolti gli enti rappresentativi dei genitori e delle famiglie in ogni strategia educativa della scuola rispettando, sia nei contenuti che nelle modalità di elaborazione e diffusione, questo diritto fondamentale della famiglia;
– siano coinvolte le famiglie nella predisposizione dei progetti sull’affettività e sulla sessualità e nell’opera di educazione, rendendo i loro contenuti trasparenti ed evitando il contrasto con le convinzioni religiose e filosofiche dei genitori;
– l’azione educativa della scuola sia ispirata a due principi: il principio di sussidiarietà ( per cui il diritto-dovere dei genitori di educare è insostituibile e va sostenuto dallo Stato ) e il principio di subordinazione (l’intervento della scuola deve essere soggetto al controllo da parte dei genitori);
– sia oggetto di spiegazione e di studio la ragione per la quale la nostra Costituzione, all’articolo 29, privilegia la famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio”, della quale riconosce gli speciali diritti, diversamente da ogni altro tipo di unione;
– si educhi a riconoscere il valore e la bellezza della differenza sessuale e della complementarietà biologica, funzionale, psicologica e sociale che ne consegue. ________________________________________ ________________________________________

7 Settembre 2015Permalink