24 ottobre 2013 – Registrazione anagrafica per i figli di immigrati

Premessa a mia futura memoria

Riporto per esteso la mozione n. 21 presentata ieri alla presidenza del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia.

Mi sembra importante rilevare che le firme dei presentatori appartengono a consiglieri di tre diversi gruppi che si sono fatti carico di due elementi per me ineludibili: una corretta documentazione che non si umilia, come spesso accade, agli slogan a volte impropriamente declamati e lo sforzo di ritrovare in una materia per sé appartenente allo stato e, nella sua attuazione, ai comuni, un ruolo proprio e corretto della Regione.
Vorrei scrivere molto di più perché per me seguire nel corso degli ultimi anni questa vicenda è stata un’esperienza per lo più dolorosa, spesso frustrante ma importante anche per valutare chi ci rappresenta e governa. E non voglio dimenticare.

XI LEGISLATURA  Mozione n. 21

Registrazione anagrafica per i figli di immigrati”

Pustetto, Cremaschi, Edera, Da Giau, Paviotti, Gregoris, Zecchinon

Il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia,

PREMESSO che:

− il 6 giugno 2013 il Gruppo Convention on the Rights of the Child (CRC) ha redatto il Sesto Rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia (2012-2013) alla presenza del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Enrico Giovannini, del Vice Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maria Cecilia Guerra, e dell’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza, Vincenzo Spadafora;

− in quell’occasione il CRC ha rilanciato la raccomandazione del Comitato ONU sui Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza perché il Governo italiano si impegni a superare le “restrizioni legali e pratiche rispetto al diritto dei minori di origine straniera di essere registrati alla nascita”;

− in particolare il Comitato esprime preoccupazione di come la Legge 15 luglio 2009, n. 94 sulla pubblica sicurezza renda obbligatorio per i cittadini stranieri mostrare il permesso di soggiorno per gli atti inerenti il registro civile; il conseguente obbligo di denuncia per i pubblici ufficiali rappresenta un deterrente per quei genitori che, trovandosi in situazione irregolare, non si presentano agli uffici anagrafici per la registrazione del figlio per paura di essere identificati ed eventualmente espulsi (art. 1, comma 22, lettera g), stessa legge);

− sebbene non vi siano dati certi sull’entità del fenomeno le stime più recenti sulla presenza di immigrati in situazione irregolare fanno supporre che vi possa essere un numero significativo di gestanti in situazione irregolare che potrebbero, per paura di essere identificate, non accedere alle cure ospedaliere ed alla registrazione anagrafica del figlio;

− se è vero che la circolare n 19 del 7 agosto 2009 del Dipartimento per gli affari interni e territoriali, nell’ intento di sciogliere possibili dubbi interpretativi della l. 94/2009, al punto 3 recita: “Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto”, resta il fatto che la legge in questione è tuttora in vigore e in ogni caso è sempre sovraordinata rispetto ad una circolare;

POSTO che la “Convenzione dei diritti del fanciullo– ratificata con legge 27 maggio 1971, n. 176 –stabilisce che: “il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto ad un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e ad essere allevato da essi”;

VISTO che il decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”, all’art 35 norma l’Assistenza sanitaria per gli stranieri non iscritti al Servizio sanitario nazionale (legge 6 marzo 1998, n. 40, art. 33) anche se non in regola con le norme relative all’ingresso e al soggiorno;

CONSIDERATO che al comma 3, lettere a), b), c), d), e) dello stesso articolo viene puntualizzato come lo Stato assicura la tutela sociale della gravidanza e della maternità, la tutela della salute del minore, le vaccinazioni, gli interventi di profilassi internazionale e la diagnosi e la cura delle malattie infettive;

VISTO che la Regione FVG con deliberazione della Giunta regionale n. 1147 del 28 giugno 2013 ha recepito l’accordo n. 255/CSR sui migranti, approvato il 20 dicembre 2012 in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, in cui si dispone che l’accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme del soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all’autorità;

PRESO ATTO che non tutte le nostre strutture hanno recepito in toto quanto sopraindicato stante che richiedono un documento valido di soggiorno per la registrazione del minore alla nascita

Tutto ciò premesso;

impegna la Giunta regionale

− a garantire l’obbligo di registrazione alla nascita di tutti i bambini che nascono e vivono in Regione intervenendo presso gli uffici dell’anagrafe di tutti i Comuni della Regione e presso i Presidi Ospedalieri che hanno la delega dei Comuni per la registrazione anagrafica dei nuovi nati affinché si applichi la Circolare del 7 agosto 2009;

− a coinvolgere i parlamentari eletti in regione al fine di sostenere la proposta di legge 740 “Modifica dell’art 6 del Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 in materia di obbligo di esibizione dei documenti di soggiorno” presentata il 13 aprile 2013 a prima firma Rosato;

− ad intraprendere una diffusa campagna di sensibilizzazione sul diritto di tutti i bambini di essere registrati alla nascita, indipendentemente dalla validità o meno del permesso di soggiorno dei genitori.

Presentata alla Presidenza il 23/10/2013

24 Ottobre 2013Permalink

19 ottobre 2013 – Minori difesi in Francia, condannati per legge all’inesistenza in Italia

Per fondare ancora una volta un ragionamento negato

Il 22 marzo scorso scrivevo della cittadinanza assicurata agli infradiciottenni, nati e vissuti in Italia e negata a una ragazza (dal nome suggestivo, Monnalisa) che risultava inesistente nei suoi primi anni di vita per un  errore del comune che non aveva registrato all’anagrafe dei suoi genitori.
Chi volesse saperne di più può leggerlo qui
Ora – l’ho scritto mille volte e rinvio almeno al testo del 22 marzo 2011 e, per chi volesse saperne di più, al tag anagrafe – dovremmo unire a Monnalisa i bambini figli di sans papier la cui condizione è segnalata anche dal sesto rapporto del CRC che cito anche nel mio testo pubblicato lo scorso 23 settembre:

“Nel suo recente 6o rapporto il gruppo CRC raccomanda (segnalando l’evidenza di una necessità di intervento legislativo) al Parlamento «di attuare una riforma legislativa che garantisca il diritto alla registrazione per tutti i minori, indipendentemente dalla situazione amministrativa dei genitori» (Cap 3.1).

Il Rapporto dello scorso anno così descriveva la condizione di famiglie di bambini non registrati all’anagrafe: « … Il timore […] di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità […], nonché […] contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori»”.

Il rapporto del CRC (Convention on the Rights of the Child) si può comunque utilmente leggere in italiano nel sito di riferimento http://www.gruppocrc.net  

Minori espulsi in Francia

Ricopio l’articolo di Fabio Mengali, da Parigi, che si può leggere anche da qui e segnalo l’utile sito in cui si trova. http://www.meltingpot.org/

Da noi non si vuole nemmeno cambiare una norma infame (contenuta nel ‘pacchetto sicurezza’) che condanna alcuni bambini all’inesistenza giuridicamente riconosciuta, rendendoli quindi disponibili per legge a violenza simili a quelle contestate in Francia e a molte altre.

Francia – Studenti e professori in difesa dei senza permesso

Il 17/10 un corteo ha attraversato la zona Bastille di Parigi per richiedere la revoca dell’espulsione di Leonarda e Khatchick.

Più di 14 licei parigini si sono mobilitati stamattina [17/10, ndr] a seguito della vicenda legata all’espulsione di due sans papiers, Leonarda e Khatchick, la prima adolescente di origini kosovare e il secondo studente liceale armeno. Assieme ai docenti e alle associazioni dei genitori, la manifestazione organizzata dai sindacati studenteschi (FIDL, RESF e la sezione istruzione della CGT) è partita da Place de la Nation raccogliendo all’incirca 7000 partecipanti e bloccando il traffico nella zona di Bastille.

L’espulsione dei due giovani – la quinta da quando si è insediato il governo Hollande – ha diffuso nel mondo della formazione un’indignazione generalizzata sia per gli aspetti politici legati alla cittadinanza che per le modalità. In particolar modo, l’espulsione di Leonarda è avvenuta durante una gita scolastica in un fabbrica vicino alla città dove viveva con la famiglia, Doubs: gli ufficiali di polizia, non avendo trovato la bambina a casa sua, hanno intimato all’insegnate accompagnatrice di far fermare l’autobus per completare la procedura. Dopo un primo rifiuto da parte dell’insegnante e nonostante la reazione sconvolta di tutti gli alunni, la polizia ha comunque bloccato l’autobus e ha prelevato Leonarda. La legittimazione dell’operazione di polizia si basa su una serie di rifiuti che la famiglia di Leonarda avrebbe ricevuto rispetto alle richieste di regolamentazione del soggiorno.

Tuttavia, come scritto su Le Monde, gli insegnanti ribadiscono che la famiglia stava applicando tutte le condizioni necessarie per ottenere il permesso di soggiorno, compresa la scolarizzazione dei figli con tanto di certificato di lingua francese. L’unico elemento mancante era la residenza in Francia da cinque anni, visto che la famiglia entrò nel territorio nel 2009, ma i mandati non hanno voluto permettere che si arrivasse a questa condizione procedendo all’espulsione. Nonostante l’apertura di un’inchiesta interna da parte degli uffici del Ministero degli Interni sulla questione, l’imbarazzo di Hollande e del ministro Valls non è stato affatto scongiurato, anche per la congiunzione con il caso di Khatchick.

Il ragazzo, dopo essere stato internato in un centro di detenzione amministrativa, è stato espulso verso il suo paese di origine il primo fine settimana di ottobre. Anche la vicenda del ragazzo sembra violare i diritti umani per i richiedenti asilo: espatriato come figlio di un rifugiato politico armeno, Khatchick ha sempre vissuto in Francia e stava frequentando un liceo a Parigi; adesso rischia fino a cinque anni di prigione con l’accusa da parte dello Stato armeno di insubordinazione per non aver prestato la leva militare. Oltretutto, l’intera famiglia del giovane non è stata espulsa, ma è rimasta in Francia.

E’ con lo spirito di solidarietà nei confronti dei due giovani che si è svolto il corteo. Una manifestazione in cui una generazione ha di fatto sfiduciato l’orientamento politico del governo di Hollande, sempre meno tendente a promuovere politiche di sinistra soprattutto nell’ambito dei diritti di cittadinanza.

I sindacati studenteschi sono riusciti ad organizzare un vero e proprio sciopero: fin dalla mattina hanno presidiato il provveditorato di Parigi e barricato l’entrata dei licei con transenne e contenitori dell’immondizia, interrompendo per un giorno le attività didattiche. Il corteo convocato per le 11 ha attraversato la città nel tentativo di arrivare vicino all’Assemblée Générale, nei pressi della quale i blocchi della polizia hanno fermato il corteo. Dopo attimi di tensione con lancio di bottiglie verso la celere per cercare di proseguire nel suo percorso, il corteo si è poi sciolto. Per i prossimi giorni sono programmati altri momenti di mobilitazione, tra cui venerdì 18 con appuntamento a Place de la Bastille, affinché siano ritirati i mandati di espulsione e i due giovani possano tornare in Francia.

– Le Monde  – Liberation  [ 18 ottobre 2013 ]

19 Ottobre 2013Permalink

8 ottobre 2013 – CIE di carne 3

Fra legge e circolare: un groviglio senza pietà.

Nell’hangar ormai indimenticabile obitorio di Lampedusa ci sono alcune piccole bare bianche con un numero.
Anche le piccole vittime del recente naufragio non hanno un nome.
Ma vediamo cosa può succedere a chi, riconoscendole dalla fotografia appoggiata al legno, glielo attribuisse.

Una legge che funziona.

Ci sono notizie sconcertanti che girano non smentite.
Ricopio da il Corriere della sera ma potrei farlo da qualsiasi quotidiano “Per la legge Bossi-Fini dovranno tutti rispondere di immigrazione clandestina”.
Se l’ingresso irregolare è reato, incriminare chi irregolarmente è entrato in Italia (tra l’altro con il massimo dell’irregolarità: chi oserebbe collocare un naufragio fra gli eventi ‘regolari’?).è ‘atto dovuto’ , come avrebbe detto un magistrato, (riferendosi, per quanto ho potuto capire, all’art. 10 bis del d.lgs. n. 286/98).

Per qualche utile considerazione segnalo un passo tratto dal sito dell’ASGI del 7 dicembre 2012 , dove comunque molto si può trovare.

Non posso e non voglio dimenticare che il pacchetto sicurezza contiene una delle norme più infami della nostra legislazione, a fronte della quale tutti ostentano indifferenza al fine –credo – di promuoverne la sottovalutazione: si tratta della lettera g del comma 22 dell’art 1 della legge 94/2009.
A  seguito di quella norma chi dichiari la nascita del proprio figlio – e chieda il relativo certificato –non lo può ottenere a norma di legge ma solo per il precario intervento di una circolare e, inoltre, scoprendosi, si espone al rischio di espulsione.
Ne ho scritto per anni e anche di recente il 26 settembre e il 4 ottobre   

Oggi chi si avvicinasse a quelle bare bianche, dando un nome alla piccola salma sulla base della fotografia esposta, dovrebbe – come testimone -identificarsi.
E’ ovvio e civile
MA….
Dichiarava un giornalista de La Repubblica qualche giorno fa: “abbiamo deciso con la redazione di non pubblicare la lista dei sopravvissuti. Non vorremmo che uno di loro potesse subire con l’identificazione regressione o ritorsioni nel paese d’origine, come è accaduto”.
Quindi il rischio dell’identificazione può costituire un deterrente tale da impedire di dare un nome a un bambino morto e di consentire ai suoi di conoscerne la sepoltura.
A questo punto è opportuno ricordare che l’Italia non ha una legge sull’asilo: se ne è ricordato ieri il Presidente della Repubblica e lo ha detto.
A mia memoria l’unica a cercar di farsi  carico del problema fu l’avv. Fernanda Contri, nella sua carica di ministro – governo Ciampi 1993-94. Poi tutti se ne disinteressarono.

Come volevasi dimostrare.

E restiamo ai vivi.
Ammettiamo che fra i sopravvissuti vi sia una donna incinta che non  si voglia identificare per le ragioni dette sopra e che il suo bambino, quando nascerà (se ciò avverrà in Italia), abbia anche un papà che lo voglia riconoscere.
Se non avrà dichiarato e dimostrato adeguatamente la fondatezza delle sue generalità (e se non  lo avrà fatto sarà stato per le ragioni saggiamente ricordate dal giornalista de La Repubblica) quel papà – e conseguentemente la mamma (anche se la tutela della maternità assicura qualche protezione)–sono  migranti irregolari, privi di permesso di soggiorno  e il figlio resterà senza certificato di nascita con tutto ciò che ne consegue.
Quando andavo a scuola io alla fine della dimostrazione di un teorema si diceva: come volevasi dimostrare. Appunto

Se si distruggono i CIE di muro restano quelli di carne e la funzione oggettiva dei neonati vivi (ma si può estendere ai bambini morti) è quella di assicurare identificazione ed espulsione dei genitori.

Un privatissimo e non invasivo appello

Questa volta non so proprio da che parte cominciare e prego chi legga questo pezzo e ritenga doveroso assicurare ai nuovi nati un certificato di nascita di scrivere a un qualsivoglia parlamentare perché nelle modifiche alle leggi sull’immigrazione di cui si parla si ricordino dei neonati cui tale certificato è negato: tutti, deputati e senatori, hanno una casella di posta e forse se scrivessimo in molti ….
Da cinque anni mi occupo dei figli degli immigrati privi di permesso di soggiorno, vittime, appunto, di questa spaventosa violazione dei loro diritti.

Poiché, nonostante il consenso del GrIS (vedi Simmweb.it) e la presentazione della pdl 740 (il cui testo ho pubblicato in questo blog il 17 giugno scorso), i mezzi di informazione non si occupano del problema, ho cercato di dare informazioni anche a singole persone.

Non ho ottenuto gran quantità di consensi ma pensavo che apprezzassero lo sforzo di informare: invece ho capito – da messaggi ricevuti – che infastidisco, nonostante abbia cura di scrivere sempre con lista cieca in modo da non ‘compromettere’ i destinatari dei miei messaggi.

Quindi proverò a limitarmi al blog e ad eventuali corrispondenze da non esibire se non a chi io ritenga istituzionalmente interessato e impermeabile ai fastidi che posso provocare.

8 Ottobre 2013Permalink

4 ottobre 2013 – CIE di carne sempre in attività di servizio – 2

Per fare ordine.  4 settembre.

Ho pubblicato il testo della mia segnalazione all’ospedale di Udine in un pezzo intitolato ‘Naturalmente tacciono’ .
Ero venuta in possesso di un dépliant dell’Ospedale stesso, finalizzato ad informare gli utenti sui servizi e sulle modalità in cui – insieme a una lunga serie di utilissime informazioni – si leggeva alla voce ‘denuncia di nascita’
 “COSA SERVE: documento di identità valido di entrambi i genitori, se stranieri non residenti passaporto o permesso di soggiorno valido” .
Ho ricopiato pedissequamente il testo dalla “Guida rapida all’ospedale” dove si citano come estensori  l’Azienda Ospedaliera Universitaria Santa Maria della Misericordia di Udine, la sede di Cividale del Friuli e di Gemona del Friuli.

Per fare ordine. 26 settembre  

Scrivo un pezzo intitolato ‘CIE di carne’  anche in risposta a una lettera (prot. 51831) inviatami dall’Ospedale di Udine come riscontro alla mia segnalazione, da poco ricevuta anche se la data del timbro postale è  20 settembre.  
Ne ho scritto nel mio pezzo del 26 settembre e ne riprendo il passo centrale perché è intervenuto un fatto nuovo che voglio commentare senza escludere nessun elemento, almeno di quelli che io riesca a cogliere.

La dott.ssa Paola  Toscani ha approfondito la problematica evidenziata e precisa che l’informazione inerente il “permesso di soggiorno valido”, indicato in alternativa al passaporto per effettuare la denuncia di nascita, non è finalizzata a verificare se sussiste una situazione di irregolarità del migrante, ma ad agevolare lo straniero, offrendogli più di una possibilità. Infatti ai migranti irregolari non è mai stato chiesto il permesso di soggiorno ma solamente ‘un documento’ che potesse accertare l’identità del genitore, come previsto dalla normativa.

Dalle sue osservazioni sembrerebbe che l’indicazione del permesso di soggiorno abbia generato equivoci, pertanto le assicuriamo che nella prossima ristampa della Guida Rapida si provvederà a ometterla.

Nel ringraziarla per la segnalazione che ha fornito l’occasione per migliorare le informazioni sull’accessibilità ai servizi sanitari da parte della popolazione migrante, si coglie l’occasione per inviare i migliori saluti”.

Una osservazione soltanto.
Il problema che ho posto  non è l’eventuale ‘generar di equivoci’ , non questione di  opportunità, ma di ‘legalità’.
Persino la subdola circolare Maroni, con cui nel 2009 il Ministro dell’Interno allora in carica negava ciò che la legge affermava (per evitare penalizzazioni legate alla violazione di norme internazionali) recitava: “Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto” (Circolare del Ministero dell’interno n. 19 del 7 Agosto 2009).
Quindi, se i documenti non devono essere esibiti perché possono essere richiesti?

La lettera dell’Ospedale – che segnalava come mittente la responsabile dell’Ufficio Relazioni con il Pubblico e citava nel testo la Dottoressa Paola Toscani (mi scuso ma ne ignoro il ruolo) – era giustamente firmata dal dott. Mauro Delendi, direttore generale, perché la normativa prevede che il Sindaco (sul cui ruolo di Ufficiale di Stato Civile, responsabile dei registri su cui si trascrivono gli atti di stato civile, dovrò tornare) possa delegare la registrazione degli Atti di Nascita ai direttori sanitari degli ospedali, così come a Udine è avvenuto.

A qualcuno è stato fatto presente che il documento su cui si svolge la procedura delle registrazioni non contiene la dizione con cui è stato (dis)informato il pubblico.
Ci mancherebbe. Un illecito praticato in un atto ufficiale?
Nemmeno la mia malignità arriva a supporre tanto ma io ritengo fondamentale anche l’informazione generalizzata soprattutto quando proviene da fonte autorevole e, surrettiziamente, sostiene un pregiudizio.
(Comunque chi volesse può verificare l’art. 30 del DPR n. 396/2000 e l’art. 16 comma 2 n. 445/2000).

E infine anche oggi provo a fare ordine

 Due amiche hanno scritto al sindaco di Udine, a seguito delle considerazioni relative alla responsabilità del Sindaco, una lettera con argomentazioni analoghe a quelle della mia segnalazione, e hanno ricevuto – datata 24 settembre PG/U 0128916 e firmata dal dirigente del servizio dott. Paolo Asquini – una lettera che, dopo aver ricordato  ”che analoga nota era già stata presentata direttamente all’Ufficio URP della locale Azienda Ospedaliera , da altra persona”, propone due precisazioni importanti.
1. Ricorda ‘i diritti dei minori figli di immigrati che qualsiasi Amministrazione pubblica italiana deve rispettare’ (dal che ho cominciato ad occuparmene io è la prima volta che la cosa viene detta nell’ambito dell’Amministrazione comunale. Che abbiano finalmente capito? Onore alle due amiche – Adriana Libanetti e Daniela Rosa – che sono riuscite ad ottenere questa risposta).
2 – Però afferma anche Corre l’obbligo di precisare che sia l’Ufficio di Stato Civile di questo Comune, sia la Direzione Sanitaria dell’Azienda ospedaliera, struttura presso la quale si effettuano le dichiarazioni di nascita, che operano in collaborazione pur nei rispettivi distinti ruoli, mai hanno richiesto agli stranieri l’esibizione del permesso di soggiorno in sede di dichiarazione/denuncia di nascita”.
L’ho già scritto sopra: nemmeno io avrei supposto che qualcuno potesse impegnarsi in un simile ignominia. Lasciamo l’excusatio non petita. Ovvio che non l’abbiano fatto.

Che fare?
Ora, ma questo spetta alle forze politiche non agli amministratori in quanto tali, è necessario impegnarsi per la modifica della legge che nel 2009 ha introdotto la matta bestialità dell’esibizione  del permesso di soggiorno.
Finora esiste in parlamento una proposta (n. 340 – primo firmatario on. Rosato, alla cui firma segue quasi un centinaio di firme Pd, quella di SEL dell’on Pellegrino e un paio di Scelta civica). Si trova nel mio blog, ricopiata  in data 17 giugno.
Io spero che questo pluralismo, non numericamente significativo ma reale, serva a facilitare la velocità del dibattito e impedisca perdite di tempo in cui ognuno voglia dimostrare che il partito suo è meglio di quell’altro.
Una volta tanto si concentrino su di un obiettivo in nome della loro dignità di parlamentari che ‘esercitano un ruolo senza vincolo di mandato, quindi, spero, in scienza e coscienza e non ‘in disciplina’ con finalità elettorali asservite a lobby.

Dopo la tragedia di Lampedusa.

Qualcuno comincia ad urlare ‘aboliamo la Bossi Fini’.
E’ una specie di mantra di cui non so si valuti bene il significato.
La Bossi Fini è una delle nostre vergogne nel settore specifico, non la vergogna.
Lasciamo perdere i mantra da esibizionisti e cominciamo a nominare esattamente la norma da modificare. Ecco:
Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 – “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”.
Qui sono confluiti la legge Turco-Napolitano, la Bossi- Fini e il ‘pacchetto sicurezza’ (legge 94/2009) di maroniana gestazione, con tutte le modifiche via via cumulatesi.
Ed è su questo testo che bisogna consapevolmente lavorare.

Il contributo specifico dei consiglieri comunali potrebbe essere, nel dolore di tutte quelle morti atroci che hanno colpito anche bambini, quello impegnarsi a non fare dei bambini che nascono a Udine dei morti alla vita giuridicamente riconosciuta.
Dopo il pianto viene il ‘che fare?’
La mia è una proposta.
I figli non possono essere usati come  CIE di carne, strumenti per l’identificazione e l’espulsione dei genitori.

4 Ottobre 2013Permalink

26 settembre 2013 – CIE di carne

La storia di due notizie

A partire dal 26 luglio ci sono nel mio blog due notizie che per me si intrecciano.
La prima è la scoperta che in un dépliant informativo per gli utenti dell’ospedale di Udine viene indicato il permesso di soggiorno come documento da presentare per la denuncia degli atti di nascita.
Ci sono ospedali – e Udine fra questi – che possono provvedere alla registrazione delle nascite,  evidentemente senza sostituirsi al comune che, nella persona del sindaco, ufficiale di stato civile, ne è  responsabile.
La seconda è il precipitarsi di informazioni che dal 13 agosto si affastellano per raccontare la rivolta del CIE di Gradisca d’Isonzo.
L’intervento della deputata Serena Pellegrino è stato determinante per arrivare alla presenza a Gradisca della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, presieduta dal sen Manconi di cui ho scritto il 12 settembre (e a quel testo rinvio).                  
Faccio presente che la clandestinità (temine usato in un clima spesso linguisticamente confusionale) è reato a seguito dell’approvazione del pacchetto sicurezza, legge n. 94/2009 che molti i dimenticano di ricordare quando dichiarano il loro no alla Bossi Fini, legge orrenda ma non sola nel suo orrore.
Quindi la richiesta del permesso di soggiorno in un pubblico documento è pericolosa e genera i rischi che ho descritto nella segnalazione inviata all’ospedale di Udine (segnalazione che ho integralmente trascritto in questo mio blog il 4 settembre) chiedendo che la dizione ‘permesso di soggiorno’ scompaia dal dépliant informativo ‘Guida rapida all’ospedale’.
Quella richiesta era stata tempestivamente esclusa  persino dalla circolare emessa dal Ministero Maroni,
Circolare del Ministero dell’interno n. 19 del 7 Agosto 2009, che recita: “Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto”.
Certo il passaggio dalla richiesta del documento alla sua esibizione rappresenta uno slittamento solo apparente di significato perché suppone sventatamente la libertà di scelta da parte del migrante irregolare degli svariati documenti di cui dispone, compreso quello che – per definizione – non ha.
Semplificando: se i documenti non devono essere esibiti perché possono essere richiesti?

L’Ospedale risponde
Trascrivo il passo centrale della risposta ricevuta.

“La dott.ssa P. T. ha approfondito la problematica evidenziata e precisa che l’informazione inerente il “permesso di soggiorno valido”, indicato in alternativa al passaporto per effettuare la denuncia di nascita, non è finalizzata a verificare se sussiste una situazione di irregolarità del migrante, ma ad agevolare lo straniero, offrendogli più di una possibilità. Infatti ai migranti irregolari non è mai stato chiesto il permesso di soggiorno ma solamente “un documento” che potesse accertare l’identità del genitore, come previsto dalla normativa.
Dalle sue osservazioni sembrerebbe che l’indicazione del permesso di soggiorno abbia generato equivoci, pertanto le assicuriamo che nella prossima ristampa della Guida Rapida si provvederà a ometterla.
Nel ringraziarla per la segnalazione che ha fornito l’occasione per migliorare le informazioni sull’accessibilità ai servizi sanitari da parte della popolazione migrante, si coglie l’occasione per inviare i migliori saluti”

Il lastricato delle buone intenzioni sembra ancora in attività di servizio.
La risposta alla lettera si trova già nella segnalazione (consegnata il 31 luglio e qui trascritta il 4 settembre) e quindi non la ripeto ma passo ad altre considerazioni.

Due  ipotesi forse azzardate e una considerazione

Ammettiamo per ipotesi  che:

  1. il CIE di Gradisca venga non solo rimodellato nella gestione ma smantellato quanto più rapidamente possibile. Scomparendo cesserebbe dalla sua funzione di identificazione dei migranti al fine di espellerli. Ricordiamo che se sono riconosciuti richiedenti asilo la loro destinazione è il CARA (Centro di accoglienza per i richiedenti asilo) non il CIE (Centro di identificazione e espulsione;
  2. l’Ospedale di Udine provveda immediatamente alla stampa e distribuzione di un dépliant informativo corretto.
    Sono coinvolti altri ospedali? La paura indotta da quella pubblica richiesta (che, tra l’altro, è elemento di disinformazione dell’opinione pubblica) verrà finalmente superata ovunque e comunque?

Resta un fatto a mio parere sconvolgente: dal luglio del 2009 (entrata in vigore della legge 94) i nuovi nati possono essere stati adoperati per l’identificazione e conseguente espulsione del loro papà, attribuendo loro quindi la funzione dei CIE.
Le mamme godono della tutela della maternità e hanno una qualche maggior protezione.
Hanno svolto la funzione che si contesta ai CIE nella pace dell’opinione pubblica che dice di amare i bambini e in molti settori esalta quella famiglia che – a norma pacchetto sicurezza- viene negata ad alcuni neonati alla nascita.
Avevo scritto nella segnalazione: “Non sia indifferente ricordare che il migrante in situazione di irregolarità non potendo assicurare al figlio il normale certificato di nascita gli causa danni irrimediabili (la impossibilità della tutela genitoriale, la difficoltà nell’accesso alle cure sanitarie, l’impossibilità di iscrizione al nido, alla scuola dell’infanzia, alla scuola successiva a quella dell’obbligo e a tutti gli atti di stato civile che accompagnano il corso dell’esistenza in cui il certificato di nascita è richiesto”

Una legge in sonno

L’unico modo per superare radicalmente questa situazione è la modifica della legge che riporti al regime precedente il 2009. Esiste una proposta di legge il cui testo, accompagnato da un’ottima relazione, ho ricopiato in diariealtro in data 17 giugno

Nessuno però fa nulla né per farla discutere e approvare in parlamento né per farla conoscere all’opinione pubblica.
Abbandonata in sonno come le vecchie logge massoniche.

26 Settembre 2013Permalink

23 settembre 2013 – CITTADINANZA NEGATA AI BAMBINI

Lo storico mensile genovese Il Gallo (www.ilgallo46.it) nel numero di settembre ha pubblicato l’articolo che riporto.
Il testo precedente sullo stesso argomento si trova in questo blog il 15 marzo 2011.tesso argomento

Il Gallo  – settembre 2013 pag. 15

Era passata da poco la metà del primo secolo della nostra era quando Paolo, un uomo cui la fede vivissima che praticava non contraddiceva l’attitudine a un solido senso della realtà, affrontò con competente determinazione rappresentanti militari e magistrati dell’impero romano.

Così raccontano gli Atti degli Apostoli (At 22, 25 sgg): «Ma quando l’ebbero disteso per flagellarlo, Paolo disse al centurione che stava lì: “Avete il diritto di flagellare uno che è cittadino romano e non ancora giudicato?”. 26Udito ciò, il centurione si recò dal comandante ad avvertirlo: “Che cosa stai per fare? Quell’uomo è un romano!”. 27Allora il comandante si recò da Paolo e gli domandò: “Dimmi, tu sei romano?”. Rispose: “Sì”.

Replicò il comandante: “Io, questa cittadinanza l’ho acquistata a caro prezzo”. Paolo disse: “Io, invece, lo sono di nascita!”. 29E subito si allontanarono da lui quelli che stavano per interrogarlo. Anche il comandante ebbe paura, rendendosi conto che era romano e che lui lo aveva messo in catene»

 Cittadini o sudditi?

Certamente la preoccupazione del comandante, tale da farlo desistere per non violare i diritti di un cittadino romano da una decisione pubblicamente presa, si fondava sulla certezza della notorietà della cittadinanza di Paolo. Esistevano a questo scopo le tabulae censoriae in cui doveva essere dichiarato, tra l’altro, il nome del padre e il luogo dell’abitazione.

Successivamente al concetto di cittadino (che anche nella legislazione romana era esclusivo) si sovrappose quello di suddito ma anche in questo caso le concessioni sovrane, le libertà, come venivano chiamati nel Medio Evo gli scioglimenti dai vincoli del potere feudale, erano ben definite, sostanzialmente certificate.

Con la rivoluzione francese il cittadino si riaffacciò alla storia pretendendo (illudendosi?) di esserne protagonista e di esserlo in termini di uguaglianza.

Nasceva fra faticose contraddizioni lo stato moderno che si organizzò per dare ad ognuno una collocazione nota che impedisse di sfuggire al pagamento delle imposte e al servizio militare ma anche, almeno in un momento successivo, per assicurare le condizioni della tutela dei diritti delle persone.

Oggi, nel quadro dei modi praticati in Italia, la certificazione della nascita consente l’identificazione della cittadinanza (che può essere italiana o seguire a quella dei genitori) e, se facciamo attenzione all’estratto completo di un atto di nascita, vi troveremo anche i nomi dei padri e delle madri che potranno essere trascritti sul passaporto.

Doverosa tutela del minore

Non sono annotazioni marginali. In una situazione globale di estrema mobilità identificare come genitori coloro che si spostano con un bambino è una misura di tutela del minore e di garanzia che non siano in corso turpi e diffusi traffici che la nebbia della mancata informazione favorisce.

Tutto ovvio? Non sembra.

Esiste – e ne è formalmente riconosciuta la funzione –  il gruppo CRC, acronimo di Convention on the Rights of the Child la cui traduzione ufficiale in italiano è “Convenzione sui diritti del fanciullo”, che però è preferibile usare nella dizione più congrua “Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza”.

Ne fanno parte un’ottantina di associazioni tra cui AGESCI, ANFFAS, ASGI, Caritas italiana,  CBM, Gruppo Abele, Libera. OVC, la Nostra Famiglia  e molte altre.

Nel suo recente 6o rapporto il gruppo CRC raccomanda (segnalando l’evidenza di una necessità di intervento legislativo) al Parlamento «di attuare una riforma legislativa che garantisca il diritto alla registrazione per tutti i minori, indipendentemente dalla situazione amministrativa dei genitori» (Cap 3.1).

Il Rapporto dello scorso anno così descriveva la condizione di famiglie di bambini non registrati all’anagrafe: « … Il timore […] di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità […], nonché […] contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori».

Paradossalmente l’esistenza di famiglie in queste condizioni e, lo vogliamo sottolineare, di minori cui sono negati diritti fondamentali a partire dalla registrazione anagrafica, è testimoniata da documenti ufficiali.

 In Italia bambini senza tutela

Quindi i minori privi di permesso di soggiorno in conseguenza della irregolarità burocratica dei loro genitori esistono e non sono registrati all’anagrafe, mancano perciò del codice fiscale e della tessera sanitaria.

Ribadendo involontariamente la loro esistenza, nello scorso giugno la regione Lombardia ha negato il diritto al pediatra di base al compimento del sesto mese di vita per i bambini stranieri senza documenti e lo ha fatto appellandosi proprio alla mancanza di quella documentazione che la registrazione anagrafica necessariamente assicurerebbe.

Se il parlamento quindi vuole rispettare le norme internazionali, recepite anche nella nostra legislazione e infine corrispondere alla proposta del CRC, deve affrontare il problema della registrazione anagrafica.

Per la legge italiana la possibilità di registrare atti di stato civile senza l’obbligo di presentazione del permesso di soggiorno non è una novità. Era il sistema in vigore fino al 2009 quando il principio fu violato usando del voto di fiducia che produsse la legge 94, il cd pacchetto sicurezza. Persino l’allora ministero Maroni ricorse precipitosamente ai ripari (il rovesciamento della norma avrebbe posto l’Italia in condizione di essere denunciata nei consessi internazionali) e affidò la registrazione degli atti di nascita a una circolare che concedeva ciò che la legge negava. Quali ne siano stati gli effetti ce lo hanno detto i rapporti del CRC.

In ogni caso agghiaccia l’immagine di signore e signori che seduti intorno ad un autorevole tavolo, in una sede confortevole e sicura, discutono su quale sia l’età in cui un bambino può essere lasciato privo di cure. Eppure a Milano è accaduto.

 E’ urgente rimediare

Resta difficile da capire perché il Parlamento sfugga al ruolo che gli consentirebbe di superare la contraddizione introdotta nel 2009.

Oggi ne avremmo lo strumento perché disponiamo di una proposta di legge (n. 740 del 16 aprile 2013) dispone la modifica delle norme sulla condizione dello straniero in materia di obbligo di esibizione dei documenti di soggiorno: con un unico articolo corregge la stortura di cui si è detto. Ne attendiamo la discussione e, ci auguriamo, l’approvazione.

Molto opportunamente la proposta è stata assegnata alla prima Commissione, quella che si occupa degli Affari Costituzionali, perché di questo si tratta e non della organizzazione di attività di assistenza. Non rappresenta solo il mancato rispetto di una necessità ma viola un principio di uguaglianza e solidarietà offendendo quindi tutti noi in quanto cittadini.

Se oggi un Paolo di Tarso in edizione neonato dicesse a un medico ‘Sono malato. Curami’ costui potrebbe –evidentemente nel disprezzo della deontologia ma non di un diffuso senso comune che in norme inaccettabili si esprime – rispondergli ‘Non devo. Non hai il codice fiscale’. E se qualcuno ci chiedesse ancora  “Dov’è tuo fratello?” (Gen 4, 8) potremmo rispondergli “Non lo so. Come faccio a custodirlo se non ha il permesso di soggiorno?”.

Oggi il mutare dei tempi ci indica una pluralità di risposte solidali possibili. Ce le indica la Costituzione che all’art. 2 recita «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

E se la solidarietà economica e sociale può giovarsi di azioni di sussidiarietà quella politica non può non manifestarsi, se esiste, nelle sedi istituzionali che a questo loro dovere devono essere richiamate.

Augusta De Piero

23 Settembre 2013Permalink

4 settembre 2013 – Naturalmente tacciono

Io non sono una lobby

Il 26 luglio avevo segnalato in questo blog lo sconcerto provocatomi da un documento con una affermazione sorprendente distribuito dall’Ospedale di Udine. (Si veda Perplessità e preoccupazioni )

Ho consegnato una segnalazione in merito all’Ufficio relazioni con il pubblico dell’ospedale stesso e ne ho scritto all’assessore comunale di competenza. A distanza di più di sei settimana risposta zero.
Certamente ci sono le ferie, ma i responsabili dei servizi dispongono di sostituti … comunque io conto solo uno che sembra equivalere a nulla.

Ecco la segnalazione consegnata all’Ospedale di Udine

Non parlo né di me né di singoli casi a me noti ma espongo quanto potrebbe essere accaduto o accadere a tutti i neonati, figli di migranti privi di permesso di soggiorno, cui sia stato richiesto il permesso stesso per presentare la denuncia di nascita del figlio/a, per assicurargli l’atto di nascita. Se tale certificato dovesse mancare il bambino non risulterebbe esistere quale persona destinataria delle regole dell’ordinamento giuridico. Nel comune di nascita non ne verrebbero infatti registrati né il nome, né la data e ora di nascita, né il nome dei genitori, né la cittadinanza (che, allo stato attuale, è quella dei genitori dato che viene attribuita secondo jus sanguinis).

Purtroppo se un migrante si trova in situazione di irregolarità non può corrispondere alla richiesta del documento di cui non dispone (ché se lo avesse non sarebbe irregolare) nemmeno se ciò comporti per il figlio il danno irrimediabile della mancata registrazione e la mancata iscrizione nei registri dello stato civile andrebbe a ledere un diritto assoluto del figlio che nulla ha a che fare con la situazione di irregolarità di chi che lo ha generato.

Nello scritto che segue cercherò di chiarire perché la richiesta stessa del permesso di soggiorno possa – anche se non ne consegue esplicito rigetto della domanda presentata–trasformare la richiesta della registrazione anagrafica in un rischio e quindi disincentivarne la presentazione.

Riferendomi a  quanto ho affermato constato che nel  dépliant intitolato : Guida rapida all’ospedale dove si citano esplicitamente l’Azienda Ospedaliera Universitaria Santa Maria della Misericordia di Udine, la sede di Cividale del Friuli e di Gemona del Friuli alla voce ‘denuncia di nascita’ si precisa la richiesta del permesso di soggiorno, scrivendo:  “COSA SERVE: documento di identità valido di entrambi i genitori, se stranieri non residenti passaporto o permesso di soggiorno valido” .

Preciso che tale dépliant è stato consegnato in un reparto dell’Ospedale di Udine al signor Luca Peresson in giornata immediatamente precedente il 25 luglio quando me lo ha messo a disposizione.

Il proposito osservo che:

secondo quanto recita l’art. 7 della Legge 27 maggio 1991, n. 176 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione sui diritti del fanciullo fatta a New York il 20 novembre 1989) “Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi”.

Tanto dovrebbe bastare a dissuadere dalla richiesta di un documento che, per il fatto di non esistere, diventa un ostacolo al soddisfacimento di un diritto fondamentale.

Fino al 2009 la legge italiana non prevedeva la richiesta del permesso di soggiorno o documento equipollente per lo straniero che registrasse la nascita di un figlio.

In quell’anno intervenne la legge 94 (cd pacchetto sicurezza) che modificò il Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero” e  successive modifiche che al comma 2 dell’art. 6 impose la presentazione del documento un migrante ’irregolare’ non possiede per definizione..

Pochi giorni dopo l’approvazione della legge venne emanata una circolare definita interpretativa che consente ciò che la legge nega (Circolare del Ministero dell’interno n. 19 del 7 Agosto 2009) la cui applicazione, sebbene si tratti di strumento il cui valore è inferiore a quello di una legge, assicura la regolare registrazione anagrafica. Vi si legge infatti. “Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto”.

Non sia indifferente ricordare che il migrante in situazione di irregolarità non potendo assicurare al figlio il normale certificato di nascita gli causa danni irrimediabili (la impossibilità della tutela genitoriale, la difficoltà nell’accesso alle cure sanitarie, l’impossibilità di iscrizione al nido, alla scuola dell’infanzia, alla scuola successiva a quella dell’obbligo e a tutti gli atti di stato civile che accompagnano il corso dell’esistenza in cui il certificato di nascita è richiesto) e nello stesso tempo espone se stesso al rischio di essere espulso quale ‘clandestino’ in costanza del permanere del reato di clandestinità introdotto dalla legge cd. Bossi Fini.

Il Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Gruppo CRC che ha il compito di preparare il Rapporto sull’attuazione della Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza che viene trasmesso al Garante Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza), oltre a far presente che la mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato avviene in violazione del diritto all’identità nonché dell’art. 9 della Convenzione di New York contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori, ricorda che ciò comporta un rischio anche per le partorienti. Infatti “il timore di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto ”sottraendosi a cure necessarie e cui hanno diritto.

Segnalo anche la relazione della proposta di legge 740 (allegata) che, prevedendo la modifica della norma in vigore, spiega nell’ampia relazione in premessa la situazione che ho sommariamente riportato nella mia segnalazione.

Non ho titolo alcuno per richiedere o proporre alcunché.

Solo la consuetudine all’esercizio dei miei doveri di cittadina nei confronti di soggetti privi di difesa – e spesso del tutto ignorati anche da chi dovrebbe assicurarne tutela – mi ha indotto a segnalare la situazione che ho descritto.

Non posso che augurarmi che i dépliant con il testo che ho trascritto vengano immediatamente corretti nella speranza che neppure un neonato abbia subito il danno della mancata registrazione o della sottrazione alla potestà genitoriale se già privo di certificato che tale genitorialità formalmente dichiari.

Una interrogazione parlamentare.

Nel frattempo sono venuta a conoscenza di una interrogazione parlamentare che puntualizza un altro aspetto –che a quello che ho più volte segnalato si connette – e che, per documentazione utile almeno a me, ricopio.

Rossomando – Al Ministro dell’Interno – per sapere – premesso che:

–             l’art. 7 comma 1 della Convenzione delle N.U. sui Diritti del Fanciullo,  ratificata dall’Italia con la legge 27.5.1991 n. 176, stabilisce testualmente: “Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della nascita, e da allora ha diritto a un nome, ad acquistare una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e ad essere allevato da loro”;

–             La Convenzione sui diritti del  Fanciullo introduce un vero e proprio diritto del fanciullo all’immediata “registrazione”, che nel nostro ordinamento consiste nella formazione dell’atto di nascita da parte dell’ufficiale di stato civile sulla base della dichiarazione di nascita effettuata da chi ha il dovere di farla;

–             Il vecchio Ordinamento dello stato civile (r.d. 9/7/1939 n. 1238) prevedeva, all’art. 67, che la dichiarazione di nascita fosse fatta nei dieci giorni successivi al parto dal padre o dalla madre, o dall’ostetrica o da qualsiasi persona che avesse assistito al parto (art. 70 e71), con un ampio intervallo temporale attribuibile alle difficoltà di collegamento esistenti all’epoca;

–             il vigente Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’Ordinamento dello Stato civile, emanato con D.P.R. 3 novembre 2000 n. 396, in attuazione della legge 15 maggio 1997 n. 127, ha previsto, all’articolo 30, un nuovo termine di tre giorni per le dichiarazioni fatte presso la direzione sanitaria dell’ospedale o della casa di cura  in cui è avvenuta la nascita, ma ha conservato il vecchio termine di dieci giorni fissato nella previgente normativa nel caso di registrazione della nascita presso il comune nel cui territorio è avvenuto il parto e nel caso in cui i genitori vogliano registrare il neonato nel comune di residenza (articolo 30, comma 7); 

–             il mantenimento del termine dei dieci giorni, oltre ad essere in contrasto con quanto previsto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, potrebbe portare all’eventualità che le dimissioni della puerpera avvengano prima che la dichiarazione di nascita con contestuale riconoscimento sia stata effettuata, esponendo quindi il neonato al pericolo di divenire vittima della tratta di minori o di finire nel circuito delle adozioni illegali, anche attraverso falsi riconoscimenti di paternità-:

quali iniziative intenda assumere affinché i termini per la registrazione e il riconoscimento dei neonati vengano aggiornati ed uniformati a quanto indicato dall’art. 7 comma 1 della Convenzione delle N.U. sui Diritti del Fanciullo, ratificata dall’Italia con la legge 27.5.1991 n. 176, affinché i neonati non vengano dimessi prima che sia stata effettuata la dichiarazione di nascita, sia stato dato loro un nome e, se del caso, nominato un tutore provvisorio che ne risponda.

Roma, lunedì 5 agosto 2013

On. Anna Rossomando

4 Settembre 2013Permalink

3 settembre 2013 – Ritorno a casa

Dopo qualche giorno di assenza torno a casa. Mai mi era capitato di desiderare un tablet che non ho per restare collegata alla mia posta e ai siti poco noti, ma di cui mi fido, che pratico.
A Torino, dove mi ero fermata, non mi è capitato di trovare nemmeno un internet point.
Oggi i giornali riferiscono del messaggio di domenica scorsa del papa: un tentativo di costruire unità sulla richiesta di pace con il più nonviolento dei mezzi, il digiuno. Una richiesta che vorrebbe farsi planetaria.
Ci riuscirà? Intanto si segnala il successo dei parlamento inglese nei confronti della decisione di appoggio agli USA nell’iniziativa militare del primo ministro Cameron e i mezzi di informazione analizzano il no (eventuale ma, sembra, improbabile) del Congresso americano come un insuccesso personale del presidente Obama.
A questo punto l’iniziativa di più ampio respiro politico sembra essere quella del papa ed è buffo vedere tante persone che ne sono coinvolte ma, preoccupate dal respiro religioso che la cosa può assumere, dichiarano (il mio riferimento è facebook) il proprio consenso con un ‘sì, ma … io sono laico’ ‘e tuttavia..’.
Il vaticano ha pubblicato il testo del discorso del papa di domenica scorsa anche in arabo.
Ho visto con piacere che il parroco della parrocchia della mia zona lo ha appeso nell’atrio della chiesa accanto al testo italiano.
Cerco di farlo sapere agli amici arabi e soprattutto siriani. Ancora una volta … vedremo
Intanto ne metto il link. Non si sa mai che qualcuno lo legga e se ne serva.
http://www.vatican.va/holy_father/francesco/angelus/2013/documents/papa-francesco_angelus_20130901_ar.html

I tetti di Gradisca

Ne ho scritto il 13, 14, 15, 17, 18, 26 agosto. Oggi riprendo il comunicato che l’on Serena Pellegrino ha pubblicato nel suo sito. Mi avvalgo delle notizia diffuse da lei perché la so attendibile e soprattutto è entrata al CIE e si spesa in una difficile mediazione e ha coinvolto il sen. Luigi Manconi, Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani.
Per oggi non posso che riportare il comunicato di Serena del 31 agosto.

GRADISCA. Clandestini nuovamente sui tetti, è ancora bagarre al Cie di Gradisca. L’allarme è scattato mercoledì sera, quando un gruppo di una ventina di trattenuti all’ex Polonio ha forzato le barriere, riuscendo a uscire dalle vasche di contenimento e a salire nella zona già teatro delle proteste dei giorni scorsi.

 Almeno in due hanno tentato senza successo la fuga: uno di loro si è ferito in maniera non grave cadendo a terra nel tentativo di raggiungere il muro di cinta aggrappato a una sorta di fune rudimentale che ha cercato di agganciare alle sbarre. L’uomo non ha voluto desistere dal suo proposito (con gli agenti che avevano piazzato una scala per farlo scendere) quando la corda improvvisata ha ceduto facendogli compiere un volo di 4 metri. È stato soccorso dagli uomini del 118 e ricoverato al nosocomio di Gorizia, dal quale è stato dimesso facendo ritorno al Cie già durante la notte.

 Rovinosa caduta anche per un secondo straniero che non è riuscito a scavalcare le barriere per questione di centimetri. Non vi sono stati comunque scontri fra gli “ospiti” e le forze dell’ordine. Fonti interne alla polizia smentiscono con decisione, fra l’altro, la notizia secondo cui anche gli agenti sarebbero saliti sui tetti nel tentativo di riportare nelle camerate i “rivoltosi”. L’ordine della Questura al contrario è quello di controllare la situazione evitando il contatto fisico.

 I trattenuti hanno continuato a occupare il tetto per tutta la giornata di ieri, dichiarando di volervi rimanere a oltranza. Il “casus belli” della nuova protesta sono state le convalide di fermo per altri due mesi comminate dal giudice di pace nei confronti di 4 delle persone trattenute al Cie, una delle quali si trova all’ex Polonio da ormai 14 mesi.

 Altre persone colpite dal provvedimento hanno moglie e figli nel nostro Paese. Altri due avrebbero inoltrato senza successo richiesta di rimpatrio volontario.

 Torna quindi d’attualità il tema dei tempi di “detenzione” nei Cie, tempi che sono acuiti anche dalla lentezza e a volte negligenza con cui i Paesi d’origine di queste persone colpite da decreto di espulsione avviano le procedure di rimpatrio. «Non abbiamo prospettive», «La vita qui non conta più niente», «Siamo come cani, molto meglio il carcere».

Altri ospiti hanno persino chiesto il trasferimento in altri Cie. Nel frattempo il trattenuto algerino che aveva spaccato il naso a un operatore con un pugno al volto è stato processato per direttissima e condannato a sei mesi di reclusione. È stato tradotto a Gorizia, nella casa circondariale via Barzellini.

 Ieri sera l’onorevole Serena Pellegrino (Sel) ha svolto una nuova visita al Cie per proporre eventuali mediazioni. La nuova protesta è andata in scena proprio quando a Roma si è svolto un incontro fra i funzionari del Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione e le Questure il cui territorio ospita un Cie. Sul tavolo le criticità di questi giorni e le possibili soluzioni operative.

CIE di carne
Rappresentano l’impegno più importante che mi sono data e che fallirà come molti altri miei impegni, ma non  voglio tralasciarlo: ci sono cose che si devono fare anche se destinate al fallimento.
Ne scriverò i prossimi giorni raccogliendo brandelli di informazioni che, negli anni, hanno costruito un dossier. Forse inutile ma ci tengo che resti.
Per ora solo una considerazione. I neonati per la cui registrazione alla nascita è prevista l’esibizione del permesso di soggiorno dei genitori svolgono la funzione dei CIE: servono ad identificare i genitori al fine di espellerli.
Che poi vi siano misure burocratiche che rendono difficile, o almeno rallentano, il processo nulla toglie alla vergogna di una legge che ci teniamo quasi con indifferenza.

3 Settembre 2013Permalink

26 agosto 2013 – Il silenzio non è calato sul CIE di Gradisca d’Isonzo 6

Dichiarazione a margine della manifestazione avvenuta davanti al Cie di Gradisca d’Isonzo sabato 17 agosto

“Ieri, a Gradisca d’Isonzo, si è svolta davanti al CIE una manifestazione di sensibilizzazione, di pacifica protesta e di civile impegno. Come tale molti l’hanno sostenuta e condivisa.
Spiace però constatare che gli esponenti delle istituzioni regionali non abbiano potuto accedere al CIE. Come già da me più volte auspicato riteniamo sia essenziale che questi luoghi possano essere accessibili attraverso più semplici protocolli.
Ma quello che più mi preoccupa è che l’accaduto possa vanificare il processo fin qui sviluppato. E’ evidente che la nuova situazione di crisi all’interno del CIE deve essere ricomposta: coloro che ne hanno la competenza istituzionale si attivino quanto prima.”

NOTA MIA

Il 31 luglio sette consiglieri regionali erano entrati al CIE. Io avevo trovato al notizia nell’intervento su fb della consigliera regionale Cremaschi e ne avevo dato notizia nel mio blog del 15 agosto, raggiungibile anche da qui                   
Perché è intervenuto il rifiuto di ingresso per i parlamentari locali, i sindaci e i loro rappresentanti?

Link ad articolo de Il Piccolo 17 agosto

COMUNICATO STAMPA   20 agosto 2013

Alla riapertura di oggi della Camera dei deputati , la parlamentare Serena Pellegrino ha depositato proprio in queste ore un interpellanza urgente : il Governo spieghi quali politiche intende attuare per affrontare concretamente le continue situazioni di crisi al CIE di Gradisca d’Isonzo.

 L’interpellanza inquadra il problema nell’architettura normativa vigente e ne illustra gli sviluppi in ordine a palesi violazioni delle leggi italiane, delle direttive europee , dei principi umanitari e dei diritti universali, delle disposizioni contrattuali che regolano il rapporto tra Prefettura e cooperativa che gestisce il CIE.

 Pellegrino, oltre a ribadire la necessità di una revisione della legge italiana in materia di immigrazione, chiede un controllo regolare sulle condizioni attinenti il rispetto della dignità umana e delle norme igienico sanitarie all’interno della struttura di Gradisca d’Isonzo. Si rivolge al Ministro dell’Interno affinché le istituzioni competenti alle pratiche di identificazione dei trattenuti – in primis ambasciate e consolati – svolgano con maggior sollecitudine gli adempimenti necessari.

22 agosto
Nei giorni scorsi, dopo aver vissuto le vicende del CIE di Gradisca, da dentro e in un periodo dell’anno molto particolare in cui l’Italia intera sembra sopita, devo esprimere un sentito grazie e manifestare la mia stima nei confronti del Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, Luigi Manconi. Avendo saputo che mi stavo interessando in prima persona del CIE, mi ha contattato e mi sono relazionata con lui quotidianamente, ferragosto e domeniche incluse.
L’interesse e il modo in cui ha preso a cuore l’evento, ben aldilà di quanto la carica istituzionale chieda, ha dato a tutti la possibilità di sapere quanto sia uomo di grande valore umanitario.
Mai incarico istituzionale è stato assegnato così appropriatamente.
Grazie sen. Luigi Manconi

24 agosto

Prima di dirigermi verso il Comune di Gradisca, alla riunione congiunta indetta dal Sindaco, sono passata dal CIE.
Vengo a sapere che uno di loro è ricoverato in ospedale per aver ingerito un quantitativo eccessivo di psicofarmaci ma che per fortuna è fuori pericolo.
Comunico alla questura il mio arrivo, il senatore Francesco Russo di Trieste mi chiama ieri e mi chiede se è possibile entrare al CIE. Certo che si può entrare! tutti i parlamentari possono entrare! è curioso, è come se mi chiedesse il permesso. Effettivamente in questi giorni si è instaurato un rapporto con tutti, dai poliziotti, ai soldati presenti, agli operatori “in maglietta arancione”, agli “ospiti” – mi ostino a chiamarli così perché così vuole la legge e perché è così che dovrebbero essere considerati – che sembra familiare.
Rimango piacevolmente stupita. La prima telefonata istituzionale che ricevo dopo quindici giorni da quando ho denunciato i primi episodi e scopro che fa parte anche lui della commissione per i diritti umani: gaudio!
Arrivo al CIE. Mi annuncio al telefono e mi dicono che è già presente in struttura l’onorevole Gigli.  BENE!
Porto con me Matteo Negrari. Aspettiamo il Sen. Russo ed entriamo nelle “vasche”. Mi accolgono come se fossi una loro sorella. Una gioia indiscriminata. Lo stupore dei presenti è forte. Anche il mio.
Trovo pulito, in ordine, nel limite delle potenzialità della struttura, i vetri riparati la rete ripristinata.
La gabbia è di nuovo intatta.

Quante speranze, quante aspettative nei confronti della riunione di oggi.    Non voglio illuderli.
Con chiarezza gli dico che l’incontro di oggi non è risolutivo perché non è quello il luogo dove si decidono le sorti del CIE di Gradisca.
Arrivo in Comune, i ragazzi delle associazioni fuori! sempre fuori dal muro! Ma oggi è importante che ascoltino anche loro il pensiero degli amministratori. Gli dico di seguirmi.
Ottengo, senza grande difficoltà, la loro presenza. Ci siamo tutti.

La riunione congiunta a Gradisca, ospiti del sindaco Tommasini gli amministratori del comune di Gradisca, della provincia di Gorizia, della regione e della Presidente Serracchiani, ha evidenziato una voce unanime: il CIE va chiuso e la Bossi/Fini superata.

Le analisi sono chiare ed è evidente a tutti che è arrivato il momento di far sentire la propria voce.
Tutti i parlamentari presenti Brandolin, Malisani, Pegorer, Russo sono intervenuti – tranne Lorenzo Battista del movimento 5 stelle e parlandoci successivamente capisco che proprio l’argomento gli è poco chiaro.

Il CIE questo sconosciuto. Per tanti, molti, troppi in Friuli il CIE è sempre stato un universo sconosciuto.

Il mio intervento: narro in parte quanto accaduto in queste due settimane ma mi addentro subito su chi e che cosa può essere fatto.
Chi può incidere sulle sorti del CIE di Gradisca: Viminale, Prefettura a cui fa riferimento la Questura, l’ente Gestore.

Il Parlamento è l’organo di controllo e può legiferare.
Regione, Provincia e Comune hanno il compito di vigilare, tutelare e far emergere le criticità del proprio territorio.
Ecco perché in tutti questi anni ognuno, una volta interrogato ha detto: “non è di mia competenza”.
Ma ora, tutti al tavolo, per dichiarare e far valere la propria posizione e il proprio pensiero.
Questa volta credo che ci siano le persone giuste a ricoprire i ruoli giusti.

La due giunte, comunale e regionale, hanno elaborato di concerto una nota da inoltrare al Governo.
E finalmente oggi la finestra si è aperta.
Un altro piccolo passo.

Nota mia – Una preghiera a Serena
Non dimenticarti, non far dimenticare l’esigenza di far riferimento anche alle norme del pacchetto sicurezza.

Non si dica solo eliminiamo/rivediamo la Bossi Fini. Il pacchetto sicurezza voluto dal Ministro Maroni aggiunge altri disumani  e incostituzionali elementi.
Prima che mi si contesti l’attributo di incostituzionali ricordo che la norma che prevedeva il rifiuto della registrazione dei matrimoni (unitamente a quella che ancora prevede il rifiuto della registrazione delle nascite, che si trova alla lettera g del comma 22 dell’art. 1 del pacchetto sicurezza) è stata cancellata dalla Corte costituzionale con  sentenza n. 245 del 20 luglio 2011 (depositata in cancelleria il 25 luglio 2011).
Serena, chiedere al padre e/o alla madre il permesso di soggiorno che non  hanno perché manifestino la loro condizioni di irregolari (e conseguentemente possano essere espulsi) significa fare del figlio il CIE vivente dei genitori
Così ho scritto a Serena.
Aggiungo che ne ho già scritto in questo blog  
Poiché mi si è detto (ed è questione su cui dovrò tornare che ‘chiedere il permesso di soggiorno o in alternativa altro documento’  lascia al migrante irregolare libertà di scelta, ricordo che il titolo della sentenza dell’Alta Corte  suona “Illegittimità costituzionale dell’art. 116, primo comma, Codice Civile, per richiesta esibizione del permesso di soggiorno ai fini del matrimonio”.
Non sempre la cura grammaticale di burocrati, ideologicamente orientati o meno essi siano, è utile a capire.

26 Agosto 2013Permalink

15 agosto 2013 – CIE e ferragosto 3

CIE di Gradisca: Una parlamentare …

Il 13 e 14 agosto ho riportato nel mio blog (e come potevo trasferito su facebook)  i comunicati e le frettolose note dell’on. Serena Pellegrino che anche oggi ha pubblicato una notizia nel sito che si è costruita e a cui rimando per il futuro (www.serenapellegrino.it). Comunico comunque che domani alle 11.45 terrà una conferenza stampa a Gradisca nel piazzale antistante il CIE.
Non sono l’addetta stampa di Serena e l’ho fatto perché era l’unico modo di proporre una voce dall’interno che è stata indubbiamente enfatizzata dall’emergenza della situazione ma di cui nessuno ha potuto soffocare la visibilità.
Però Serena si è messa in gioco e di ciò le va dato onore anche per aver sollevato la voce del senatore Manconi, Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani.
Non era mai successo e speriamo abbia un seguito.
Il CIE è là – se non vado errata – dal 2006, impenetrabile all’esterno ma non a chi (parlamentari e consiglieri regionali) ha un ruolo per potervi entrare, ruolo che da allora non è stato esercitato o almeno non lo è stato con efficacia.

CIE di Gradisca: …e sette consiglieri regionali

Il 31 luglio i consiglieri regionali Cremaschi, Codega, Dal Zovo, Gratton, Moretti, Pustetto, Travanut hanno presentato, a seguito della visita di alcuni di loro al CIE, l’interpellanza n. 10 di cui riassumo, collegandola per una lettura completa,  i  termini essenziali:
–        eterogeneità delle presenze dal punto di vista della classificazione amministrativa;
–        situazioni di fragilità e vulnerabilità psichica che necessitano di interventi socio sanitari non attuabili dentro un sistema di contenzione;
–         e, cito, “anche le forze dell’Ordine ritengono scarsamente tutelante la situazione sia per le persone trattenute, sia per gli operatori deputati a mantenere le norme di legge, tanto che lo stesso Sindacato di Polizia è intervenuto con numerosi comunicati”.

In definitiva  i consiglieri firmatari, prima di porre le ovvie domande alla giunta,  constatano come : “si ponga un problema umanitario, un problema di diritto ed un problema di efficacia”.
Nulla è accaduto nel consiglio regionale prima dell’intervento dell’on. Pellegrino cui ha fatto seguito (13 agosto) un comunicato stampa di Gianni Torrenti, Assessore all’istruzione, università, ricerca, famiglia, associazionismo, cooperazione, cultura, sport, relazioni internazionali e comunitarie, che qui collego per una eventuale lettura.

Non ho trovato invece comunicati personali della Presidente della Regione salvo qualche brandello di interviste, spero correttamente riportato, in cui chiede la chiusura del CIE.
Mi sembra poco e generico.  Continuerò a cercar di capire soprattutto se la Presidente della Regione, al di là degli auspici, si rende conto che – anche se il CIE venisse chiuso- questi migranti ora e per un futuro non so quanto lungo sono qui e che ci si deve far carico nell’esercizio delle proprie funzioni, partiti di riferimento consentendo o meno, anche dell’ora e del ‘qui’.

Le appartenenze dei consiglieri interpellanti
Volutamente non le collego ai singoli nomi: ci sono 4 Pd, 2 SEL, 1 M5S. Quello che mi interessa è l’eterogeneità delle appartenenze che segnano il rispetto dell’art. 67  della Costituzione (che vale anche per i Consiglieri regionali) “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.
Poco dopo la formazione del governo Letta c’era stata una stupida polemica in merito (ma poiché le cose stupide hanno successo me ne ero molto –e ancora lo sono –preoccupata).

Ha vinto Erode?

Ora spero che chi se ne ricorda sappia, nell’ambito delle proprie funzioni e con trasparenza, stimolare interventi efficaci non dimenticando la legge che nega ai neonati –figli di immigrati irregolari – il certificato di nascita.
Come ricorda la proposta di legge regionale n. 740, che potrebbe rimuovere questa infamia, è una riforma che non costa nulla (ma cui non sembrano attenti nemmeno i proponenti).
In questo periodo mi interesso di certi antichi miti e mi viene in mente un precedente: il re Erode decise di far ammazzare tutti i bambini di Betlemme per essere certo di liberarsi di uno che gli sfuggì. Nel 2009 il ministro Maroni volle minacciare alcuni bambini per spaventare i migranti e ottenere il consenso di chi si crogiola in una cultura xenofobo razzista. Gli è riuscito?

16 agosto – mattino presto
Trascrivo la segnalazione di un articolo che ho ricevuto e, pur trovandolo molto pertinente, ora non ho tempo di commentare. Ma se qualcuno legge…
http://www.famigliacristiana.it/articolo/bari-al-cara-si-violano-i-diritti-umani.aspx

Un po’ più tardi
http://www.cronachediordinariorazzismo.org/2013/08/in-coma-luomo-caduto-dal-cie-di-gradisca-chiudere-subito-i-cie/

E ancora, dopo una telefonata di Serena

Scritto su fb
Cara Serena, l’adesione dei movimenti è importante ma, ti prego, non dimenticare di essere una parlamentare. Agisci anche sulle regole. Troppi pensano che l’urlo basti.
Ho letto che è stata ritirata la circolare che negava l’uso del cellulare.
 E’ una misura importante e il non piccolo successo va a tuo merito.
Mi hai detto che avevi concordato con il prefetto anche la possibilità dell’uso della mensa per i pasti (i detenuti mangiano in cella) e l’uso di un campetto di calcio.
Forse ai fautori del tutto o nulla sembrerà poco ma ogni misura per umanizzare è un passo,  purché sia un passo e non l’ultima sosta davanti a una porta chiusa. Hai aperto uno spiraglio. Continua, se potessi mettere il piede nella fessura per non far chiudere quella porta lo farei.
Speriamo e attendiamo con trepidazione lo scioglimento della prognosi per il cittadino del Marocco in coma farmacologico.

 

15 Agosto 2013Permalink