18 marzo 2014 – La Crimea, Putin e l’Europa che non c’è

Un amico mi ha segnalato l’articolo di Tommaso Di Francesco pubblicato ne Il Manifesto il 15 marzo.
L’ho letto con emozione perché mi ha riportato alla memoria molte riflessioni degli anni ’90. Ponevano questioni irrisolte che oggi di nuovo si manifestano nella crisi ucraina. Lo riporto e lo collego con un il link che ho finalmente trovato.

Crimea: il delitto internazionale.

Ci sono due sta­tue nei Bal­cani che, se potes­sero par­lare, rac­con­te­reb­bero che cos’è dav­vero il diritto inter­na­zio­nale. Le sta­tue erette a furor di popolo sono, in Croa­zia, quella del fu mini­stro degli esteri della Ger­ma­nia Die­trich Gen­sher, del quale tro­neg­gia dal 1994 un busto sull’isola di Brac, e a Pri­stina in Kosovo quella in bronzo dell’ex pre­si­dente sta­tu­ni­tense Bill Clin­ton. Il primo, Gen­sher, in aperta vio­la­zione del diritto inter­na­zio­nale, fomentò, sostenne e finan­ziò la nascita del nuovo Stato croato che, come la Slo­ve­nia, dopo refe­ren­dum si era auto­pro­cla­mato indi­pen­dente su base etnica, (la Slo­ve­nia era «la patria degli slo­veni» e la Croa­zia quella «dei croati», in poche parole, l’inizio della puli­zia etnica).

La Ger­ma­nia e con lei, subito, il Vati­cano non si cura­rono del fatto che esi­steva ancora la Fede­ra­zione jugo­slava, con seg­gio all’Onu, con un governo e la pre­si­denza Mar­ko­vic che inu­til­mente cor­reva nelle capi­tali euro­pee per farsi soste­nere nel ten­ta­tivo di sal­vare l’istituzione fede­rale men­tre la guerra era già scop­piata. Non solo, la Ger­ma­nia sostenne le nuove pic­cole patrie e le mili­zie nazio­na­li­ste, incu­rante della vora­gine san­gui­nosa che si sarebbe aperta nella Bosnia Erze­go­vina dove tutte le etnie, reli­gioni e lin­gue erano rap­pre­sen­tate. Certo, la Jugo­sla­via si distrusse in gran parte da sé gra­zie ai suoi nazio­na­li­smi armati, ma non senza il fat­tivo «con­tri­buto» dell’Occidente (allora gli Usa erano restii, ma la pre­oc­cu­pa­zione durò poco e pre­valse la real­po­li­tik e la rin­corsa alla diplo­ma­zia cri­mi­nale della nascente Unione euro­pea che pure aveva deciso che, dopo l’89, non si sareb­bero dovuti rico­no­scere stati pro­cla­mati con l’uso della vio­lenza, in modo anti­de­mo­cra­tico e con l’esclusione delle mino­ranze). Così L’Europa legit­ti­mando i nuovi stati etnici, aprì il vaso di Pan­dora della tra­sfor­ma­zione dei vec­chi con­fini ammi­ni­stra­tivi jugo­slavi in nuovi con­fini nazionali.

Fu la prima mano­mis­sione delle fron­tiere nel Vec­chio con­ti­nente dalla fine della Seconda guerra mon­diale e dopo il crollo del Muro di Ber­lino. Poi c’è il monu­mento bron­zeo di quasi tre metri ad un ridente Bill Clin­ton che tro­neg­gia nel cen­tro della capi­tale della nuova nazione del Kosovo, da lui stesso inau­gu­rato nel 2009. Una nazione auto­pro­cla­mata nel 2008 e subito soste­nuta e appog­giata dagli Stati uniti e dalla Nato.

L’Alleanza atlan­tica è stata pro­ta­go­ni­sta nel 1999 di una guerra di bom­bar­da­menti aerei «a scopo uma­ni­ta­rio» che dura­rono 78 giorni e pro­vo­ca­rono 3.500 vit­time civili tra i koso­vari i serbi. Fu una guerra senza alcuna appro­va­zione dell’Onu, in aperto disprezzo del diritto inter­na­zio­nale. Lo Stato del Kosovo, il cui rico­no­sci­mento ancora divide l’Onu e l’Ue, è soste­nuto a spada tratta da Washing­ton e gra­zie alla guerra atlan­tica non esi­ste­rebbe. Dov’è il diritto inter­na­zio­nale? È strac­ciato, cal­pe­stato mac­chiato di san­gue: è diven­tato un delitto inter­na­zio­nale. Allora, com’è pos­si­bile che l’opinione pub­blica e la stampa libera (ma esi­ste ancora?) non resti alli­bita dalle dichia­ra­zioni indi­gnate ame­ri­cane sul fatto che il refe­ren­dum in Cri­mea vio­le­rebbe «il diritto internazionale»?

Gli Usa hanno sca­te­nato guerre inva­dendo l’Iraq e l’Afghanistan che sono a decine di migliaia di chi­lo­me­tri dalle fron­tiere ame­ri­cane. Men­tre la «per­fida» Rus­sia, alla quale pro­ba­bil­mente si rim­pro­vera di non essere morta dopo l’implosione dell’Urss e di essersi in qual­che modo rico­struita come potenza eco­no­mica, difende la sua sicu­rezza ai pro­pri con­fini e le popo­la­zioni a tutti gli effetti russe, di fronte anche alla peri­co­losa stra­te­gia dell’allargamento della Nato a Est che già ha cono­sciuto nella crisi in Geor­gia del 2008. Putin non è un modello per nes­suno, omo­fobo e impe­gnato a negare diritti, demo­cra­zia e libera infor­ma­zione e que­sto arroc­ca­mento anti­de­mo­cra­tico nel per­du­rare della crisi ucraina è desti­nato a peg­gio­rare. Ma sono forse un modello gli Usa, anche quelli di Obama, che hanno truppe che occu­pano altri paesi (ancora in Iraq e sem­pre in Afgha­ni­stan), che non chiu­dono Guan­ta­namo, che hanno com­messo cri­mini di guerra e mas­sa­cri per i quali appro­fit­tano di una glo­bale impu­nità oltre che dei silenzi di una infor­ma­zione main­stream. Men­tre Washing­ton dichiara la ridu­zione delle spese uffi­ciali mili­tari ma aumenta l’impegno finan­zia­rio per le «guerre coperte», vale a dire le tante desta­bi­liz­za­zioni in corso nel mondo e delle quali hanno tanto par­lato Sno­w­den e Assange (vedi il Venezuela).

Oggi la Cri­mea, a stra­grande mag­gio­ranza russa, vota il refe­ren­dum per l’indipendenza e/o l’adesione alla Rus­sia. L’indignazione sul pro­nun­cia­mento non può non tenere conto del fatto che que­sto accade dopo la rivolta vio­lenta di Maj­dan che si è carat­te­riz­zata pro­prio per l’ultranazionalismo ucraino con­trap­po­sto alla Rus­sia e anche per la gestione interna, vio­lenta e a volte anche armata, di forze d’estrema destra neo­fa­sci­sta. Una rivolta che ha rea­liz­zato la sua prova di forza con la cac­ciata del cor­rotto pre­mier Yanu­ko­vich, che però era stato eletto demo­cra­ti­ca­mente nel 2010 secondo Ue, Onu e Osce, votato soprat­tutto dalle regioni ucraine dell’est che, ora, per tutto que­sto non si rico­no­scono nel nuovo potere auto­pro­cla­mato a Kiev.

Ma chi ha eletto il neo-premier Yatse­nyuk che viene rice­vuto e legit­ti­mato nella Sala ovale della Casa bianca da Obama? E soprat­tutto chi rap­pre­senta? Non certo le regioni dell’est ucraino. Allora che dovreb­bero fare in Cri­mea, in assenza di media­zioni inter­na­zio­nali che impe­di­scano que­sta rot­tura inne­scata a Kiev, se non riven­di­care la loro «alte­rità»? Manca in asso­luto il ruolo dell’Ue, la cui inca­pa­cità a rispon­dere con­cre­ta­mente con finan­zia­menti alle prime richie­ste di ade­sione di Yanu­ko­vich è all’origine della pre­ci­pi­ta­zione degli eventi, con la scelta dell’ex pre­si­dente ucraino di rivol­gersi allora a Mosca, subito pronta ad un masto­don­tico soste­gno cash e per una cifra che solo ora pro­mette quel Fmi che ha già deva­stato l’Ucraina con i suoi dik­tat sociali.

Col­piva in que­sti giorni nel disac­cordo espresso a Lon­dra tra Lavrov e Kerry una grande cau­tela ame­ri­cana, dimo­strata anche di fronte alla irre­spon­sa­bile richie­sta di «aiuto mili­tare» venuto pro­prio da Yatse­nyuk, con l’insistenza, «per ora», sulla solu­zione diplo­ma­tica. È ancora così, c’è ancora spa­zio. Il refe­ren­dum di oggi infatti non è l’ultima spiag­gia, non siamo ancora ai fuo­chi accesi di «Guerra e pace» di Tol­stoi che nel 1854 fu testi­mone della guerra in Cri­mea. C’è ancora la pos­si­bi­lità per una solu­zione diplo­ma­tica, per­ché il risul­tato scon­tato del refe­ren­dum possa venire usato, in una trat­ta­tiva che sal­va­guardi l’integrità ter­ri­to­riale dell’Ucraina e sia solo una sua nuova rap­pre­sen­ta­zione fede­rale, per un’Ucraina neu­trale e fuori dalla Nato. Altri­menti la fredda guerra diven­terà calda, subito con embar­ghi e san­zioni eco­no­mi­che con­trap­po­ste sul ter­reno deci­sivo delle for­ni­ture d’energia. E allora addio anche alla nostrana sedi­cente «svolta buona».

18 Marzo 2014Permalink