Non ho voglia di scriverne ma ho deciso che nel mio blog resti memoria di una notizia locale proposta dai mezzi di informazione con leggerezza incosciente (e secondo me con pesante sottovalutazione) che voglio trasferire solo per dire che io oggi mi sento spettatrice sconvolta dell’abiezione che ha trovato radici anche vicino a me.
Pensavo che dopo quello che è accaduto in Germania la notte di Capodanno (e che abbiamo conosciuto tanto lentamente da far pensare a una volontà di occultamento) l’Europa avrebbe saputo finalmente reagire con la dignità che le consente una storia lunga, difficile, controversa ma che sul piano della costruzione di principi di civiltà ha molto da dire.
Invece … leggo che in un piccolo comune alle porte di Udine la sera dell’Epifania è stato dato fuoco a un tradizionale falò, uno di quelli che da noi sono chiamati pignarûl, e che probabilmente si ricollegano ad antichi riti di luce propri del solstizio d’inverno.
Tutto normale …purtroppo no.
Sulla cima di quel pignarûl era stato messo un pupazzo che, nelle intenzioni degli organizzatori, doveva rappresentare un fantoccio dell’Is. La stampa ce ne offre anche la fotografia che non cercherò di scaricare e che mai proporrei ad alcuno perché a me ha fatto venire in mente antichi e non troppo antichi roghi suggerendomi la continuità con le pagine più buie della storia d’Europa.
La presa di distanza dignitosamente espressa dal sindaco del paese non mi basta (anche se so che altro non poteva fare).
Non provo paura ma vergogna: è successo vicino a casa mia.
Se questo è il modo di reagire a ciò che ci minaccia, forse sempre più da vicino, la speranza diventa una scelta faticosa e non c’è appoggio per una necessaria fiducia..
7 gennaio 2016 – Dal n. 242 di Ho un sogno (dicembre 2015 – Uno)
Antichità accogliente
Al Museo Archeologico Nazionale di Aquileia sono esposti otto reperti del museo del Bardo di Tunisi, dove il 18 marzo 2015 un gruppo di terroristi fondamentalisti, provocò una strage che costò 22 vittime. L’obiettivo di questa mostra, che si intitola ‘Archeologia ferita ’ è quello di tenere in vita, opponendosi ad ogni scontro di civiltà, la memoria storica dell’umanità che si vuole distruggere..
Aquileia, grande porto adriatico dell’antichità e riferimento di commerci mediterranei in particolare con il vicino e medio oriente, ha conosciuto allora la convivenza tra romani, giudei, greci, alessandrini, nord africani e oggi è patrimonio mondiale dell’Unesco.
A sottolineare il significato dell’ospitalità archeologica all’ingresso è stata trascritta una lastra funeraria di un africano morto ad Aquileia fra la fine del IV e la metà del V sec. d. C. che si trova al Museo Paleocristiano di Aquileia.
Qui giace il forestiero Restituto.
Era venuto dall’Africa per vedere questa città (Aquileia)
Da qui desiderava tornare là dov’era nato, ciò tanto più fu crudele, in quanto non poté rivedere nessuno dei suoi.
(Qui però) aveva trovato molto di più che non i suoi propri genitori.
Ormai non era più forestiero come era venuto, così da essere (considerato) come uno di loro.
La scultura – sempre proveniente dal Museo del Bardo –
racconta una storia parallela a quella scelta come
‘ingresso’ alla mostra: è la stele funeraria di un cavaliere
proveniente dalla Gallia e morto in Africa.
E non solo antichità: Accomunati dall’eterno riposo
Sempre a Trieste, nel cimitero cattolico di Sant’Anna, sono presenti anche cimiteri di altre confessioni religiose, quelli serbo, greco, ebraico, evangelico, anglicano e l’ex-cimitero militare. Non manca neppure un piccolo cimitero musulmano che risale al 1849.
La sua particolarità è innanzitutto quella di essere l’unico cimitero interamente musulmano in Italia: si tratta di un’eredità del passato asburgico della città e dei rapporti diplomatici tra l’impero austro-ungarico e quello ottomano
E’ presente la camera mortuaria e sopra l’edificio c’è una cupola con in cima una mezzaluna e, accanto, un pozzo da cui attingere l’acqua per il lavaggio rituale dei defunti.
Queste concrete manifestazioni di rispetto interculturale sono un’eredità che fa risaltare la limitatezza di certe attuali polemiche.
2 gennaio 2016 – Entra in vigore l’accordo tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina firmato lo scorso 26 giugno
Entra in vigore l’accordo tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina firmato lo scorso 26 giugno. Lo ha comunicato oggi il Vaticano spiegando che «la Santa Sede e lo Stato di Palestina hanno notificato reciprocamente il compimento delle procedure richieste per la sua entrata in vigore». L’intesa è arrivata dopo 15 anni dall’ accordo base tra la Santa Sede e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) che era stato firmato il 15 febbraio 2000 e che ha costituito il punto di partenza dei negoziati.
Il testo: https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2015/06/26/0511/01117.html#com
Il precedente all’ONU
La prima bandiera palestinese all’Onu
01 ottobre 2015 09:43
Il 30 settembre 2015 è stata issata per la prima volta la bandiera della Palestina al palazzo delle Nazioni Unite. La cerimonia si è svolta durante il discorso del presidente palestinese Abu Mazen di fronte all’assemblea generale delle Nazioni Unite.
Il 10 settembre del 2015, l’assemblea ha votato in favore di una mozione che permette anche alle bandiere degli stati osservatori (dal 2012 Palestina e Città del Vaticano) di sventolare insieme ai vessilli dei 193 paesi membri dell’Onu. I paesi che riconoscono la Palestina come stato sono 135.
http://www.internazionale.it/notizie/2015/10/01/bandiera-palestina-onu-foto
I
1 gennaio 2016 – Calendario di gennaio
1 gennaio 1948 – Italia, entra in vigore la Costituzione
1 gennaio 1959 Inizio della rivoluzione cubana
2 gennaio 2016 – Entra in vigore l’accordo fra la Santa Sede e lo stato di Palestina firmato il 26 giugno 2015
4 gennaio 2005 La Corte Suprema del Cile autorizza il processo a Pinochet
5 gennaio 1942 – Morte di Tina Modotti
5 gennaio 1964 – ‘Cosa nostra’ uccide il giornalista Giuseppe Fava
6 gennaio 1980 – Assassinio del presidente della regione Sicilia, P. Mattarella
6 gennaio 1992 Il Consiglio di sicurezza dell’ONU condanna all’unanimità Israele per la deportazione di Palestinesi (risoluzione n. 726)
7 gennaio Natale ortodosso e copto
7 gennaio 2015 Parigi, attacco a Charlie Hebdo
8 gennaio 1642 Morte di Galileo
8 gennaio 1913 Sudafrica: Nasce l’African National Congress
8 gennaio 2015 Romero è riconosciuto ‘martire’ dalla chiesa cattolica
10 gennaio 1948 Prima assemblea generale delle Nazioni Unite a Londra
11 gennaio 1947 Scissione di Palazzo Barberini (nascita Psdi)
11 gennaio 2014 Morte di Ariel Sharon
12 gennaio 1948 La Corte Suprema USA dichiara l’uguaglianza fra neri e bianchi
14 gennaio Capodanno ortodosso e copto
14 gennaio 2011 Tunisia, cade il regime di Ben Alì
15 gennaio 1929 Nascita di Martin Luther King
15 gennaio 1993 Arresto di Totò Riina
16 gennaio 1992 Firma degli accordi di pace in El Salvador
17 gennaio 1961 Congo, assassinio di Patrice Lumumba
17 gennaio 1991 Inizia la prima Guerra del Golfo
18 gennaio 1919 Luigi Sturzo fonda il Partito Popolare Italiano
19 gennaio 1969 Praga, morte di Jan Palach
20 gennaio 1996 Arafat eletto presidente dell’Anp
21 gennaio 1924 Morte di Lenin
25 gennaio 2015 Rapimento di Giulio Regeni
26 gennaio 1564 Pubblicazione delle conclusioni del Concilio di Trento
27 gennaio Giornata mondiale in memoria delle vittime della Shoa
30 gennaio 1948 Assassinio di Gandhi
31 gennaio 1929 L’Urss esilia Lev Trotsky
31 gennaio 2015 Sergio Mattarella, dodicesimo presidente della repubblica
28 dicembre 2015 – Vent’anni fa: da delitti contro la morale a delitti contro la persona
Il 26 dicembre non uscivano i quotidiani ma una giornalista competente si è ricordata (e ne ha scritto il giorno successivo) che nel 1965 proprio quel giorno era stata rapita una giovanissima ragazza di Alcamo il cui coraggio sarebbe stato determinante per modificare il codice penale.
Per quella modifica ci vollero trent’anni.
Infatti solo il 15 febbraio del 1996 fu approvata la legge n. 66, “Norme contro la violenza sessuale” che dispose lo spostamento dei delitti sessuali da delitti contro la moralità pubblica e il buon costume a delitti contro la persona.
Furono trent’anni di impegno costante e di rapporto fra una società civile consapevole e parlamentari capaci di una responsabile ed efficace attività veramente politica.
26 dicembre- Franca Viola: “Io, che 50 anni fa ho fatto la storia con il mio no alle nozze riparatrici”
Nel ’67 rifiutò di sposare l’uomo che l’aveva violentata. Il suo coraggio cambiò il codice penale.
“Mai avere paura di lottare” di CONCITA DE GREGORIO
ALCAMO. È di nuovo Natale a casa Viola. In sala da pranzo finiscono il dolce e i racconti il marito, Giuseppe, i due figli, Sergio e Mauro, le nuore. L’unica nipote, tredici anni, è appena uscita per raggiungere gli amici. Una ragazzina bellissima, Sonia: bruna e bianca come sua nonna Franca. “Ha visto com’è cresciuta? Mi ricordo che dieci anni fa, quando lei signora venne a trovarmi, mi trovò che pulivo le scale, di fuori, e quando la feci entrare in soggiorno c’era il triciclo della bambina e i suoi giocattoli a terra. Che vergogna questo disordine, pensai. Ancora me ne dispiaccio. Lei è l’unica giornalista che ho fatto entrare in casa mia, lo sa? Non lo so perché: certe volte è una parola, uno sguardo. Una cosa piccola, è quella che cambia”.
Non c’era nessun disordine signora Franca, solo il triciclo di una bambina. “Sonia adesso ha la stessa età di quando mi sono promessa a suo nonno Giuseppe. La vita è un lungo attimo. Mi somiglia moltissimo: quando a scuola hanno chiesto le foto dei nonni le ho dato la mia alla prima comunione e la maestra ha detto ‘Sonia, avevo chiesto la foto di tua nonna non la tua’. Ma questa è mia nonna, è Franca Viola… Mi rende così felice che sia orgogliosa di sua nonna. Certo che la sa la storia, sì, gliel’ho raccontata io ma non ce ne sarebbe stato bisogno. Sta su Internet, mi cerca lei tutte le notizie. Io non so usare il computer, neppure riesco a vedere i messaggi nel telefono. Però c’è lei che fa tutto. Le ho solo detto, in più: l’importante Sonia è che tu faccia quello che ti dice il cuore, sempre. Poi certo, bisogna che le persone che ti amano ti aiutino e non ti ostacolino, come è successo a me con mio padre e mia madre. Ma lo sa che sono passati cinquant’anni dal fatto?”. Il fatto, lo ha sempre chiamato. “Chi se lo poteva immaginare che sarebbe stata una vita così”. Così come? “Così bella. Perché poi la storia grande nella vita delle persone è una storia piccola. Un gesto, una scelta naturale. Io per tantissimi anni non mi sono resa conto di quello che mi era successo. Quando mi volle vedere il Papa, il giorno del mio matrimonio, chiesi a mio marito: ma come fa il Papa a sapere la nostra storia, Giuseppe?”.
“Per me la mia vita è stata la mia famiglia. Stamattina sono andata a trovare mia madre, che vive qui accanto, da sola. Ha 92 anni, è lucidissima. Per prima cosa mi ha detto: Franca, ti ricordi che giorno è oggi? È il 26 mamma, sì. Per lei il 26 dicembre è il giorno del mio rapimento e il giorno della morte di mio padre. Lo sa che mio padre è morto 18 anni dopo il mio rapimento, lo stesso giorno alla stessa ora? È stato in coma tre giorni, io pensavo: vuoi vedere che aspetta la stessa ora. E infatti: è morto alle nove del mattino, l’ora in cui entrarono a casa a prendermi. Ha aspettato, voleva dirmi: vai avanti”.
Cinquant’anni fa, alle nove del mattino, Franca aveva 17 anni e 11 mesi. Era la ragazza più bella di Alcamo, figlia di contadini. Filippo Melodia, nipote di un boss, la voleva per sé. Lei si era promessa a Giuseppe Ruisi, un coetaneo amico di famiglia. Melodia e altri dodici della sua banda bussarono alla porta e rapirono lei e il fratello Mariano, 8 anni. Li portarono in un casolare in campagna. Dopo due giorni lasciarono andare il bambino, dopo sei portarono Franca a casa della sorella di Melodia, in paese. La legge diceva, allora, all’articolo 544 del codice penale, che il matrimonio avrebbe estinto il reato di sequestro di persona e violenza carnale. Reato estinto per la legge, onore riparato per la società. Doveva sposare Melodia, insomma: era scritto. Ma Franca non volle. Fu la prima donna in Italia – in Sicilia – a dire di no alla “paciata”, la pacificazione fra famiglie, e al matrimonio riparatore. Ci fu un processo, lungo, a Trapani. Lei lo affrontò. Un grande giudice, Giovanni Albeggiani.
I sequestratori furono tutti condannati. Melodia è morto, ucciso da ignoti con un colpo di lupara, molti anni dopo. Gli altri sono ancora lì, in paese. «Quando li incontro per strada, capita, abbassano lo sguardo. Non fu difficile decidere. Mio padre Bernardo venne a prendermi con la barba lunga di una settimana: non potevo radermi se non c’eri tu, mi disse. Cosa vuoi fare, Franca. Non voglio sposarlo. Va bene: tu metti una mano io ne metto cento. Questa frase mi disse. Basta che tu sia felice, non mi interessa altro. Mi riportò a casa e la fatica grande l’ha fatta lui, non io. È stato lui a sopportare che nessuno lo salutasse più, che gli amici suoi sparissero. La vergogna, il disonore. Lui a testa alta. Voleva solo il bene per me. È per questo che quando ho letto quel libro sulla mia storia, “Niente ci fu”, mi sono tanto arrabbiata. Non è quella la mia storia, per niente. Mio padre non era un padre padrone: era un uomo buono e generoso. Lo scriva». Lo scrivo. «Perché poi vede, il Signore mi ha dato una grazia grande: non ho mai avuto paura di nessuno. Non ho paura e non provo risentimento». Intende risentimento per chi la rapì? «Né per loro nè per nessun altro dopo. Sono stati molti altri i dolori della vita, ma di più sono state le gioie. Ho un marito meraviglioso. Nei giorni del processo e anche dopo mi arrivarono tante proposte di matrimonio, per lettera. Giuseppe però mi aveva aspettata. Io non volevo più maritarmi, dopo. Gli dicevo: sarà durissima per te. Ma lui mi ha detto non esistono altre donne per me, Franca. Esisti tu. Sono arrivati i figli, mio padre ha fatto in tempo a vederli e vedermi felice. Poi c’è stata la malattia di Sergio: temevo che morisse. Quando nel 2014 il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha voluto darmi il titolo di Grande ufficiale ho pensato ecco, una persona ora la conosco. E ho chiesto aiuto per curare Sergio. Ma non è servito a niente. Mi hanno dato il numero di un medico, dal Quirinale, poi questo medico non rispondeva e quando sono andata a Roma con mio figlio, ad agosto, mi hanno detto che era in ferie. Ho lasciato stare e ho fatto da sola. Un difetto si ce l’ho: l’orgoglio. Il Signore spero mi perdoni».
Il 9 gennaio Franca Viola compirà 69 anni. Nella sua vita ha visto abolire la norma del codice penale sul matrimonio riparatore. Ha visto nel 1996, solo 20 anni fa, la legge che fa dello stupro un reato contro la persona e non contro la morale. Si è vista riprodotta in foto, con grande incredulità, sui libri di scuola. «Il primo è stato Sergio. Era alle medie, mi ha detto: mamma sul mio libro c’è una tua foto da ragazza. Come mai? Gli ho raccontato. Un poco, certo, non tutto. Certe cose non si possono raccontare. Ma altre sì: che ciascuno è libero fino all’ultimo secondo, che tutto quello che dipende da te è nelle tue mani. Questo ho potuto spiegare ai miei figli e adesso a mia nipote. Sonia è una ragazzina del suo tempo. Vorrebbe fare l’attrice, mi fa sorridere: mi dice nonna, ma tu non conosci nessuno che mi possa insegnare a recitare? Le dico amore mio, impara da sola. Ciascuno si fa con le sue mani. I fatti grandi della vita, glielo ripeto sempre, mentre accadono sono fatti piccoli. Bisogna decidere quello che è giusto, non quello che conviene».
E per se stessa, Franca? Cosa si augura, ancora? «Di vedere guarito del tutto mio figlio. Di avere altri Natali con mio marito, con Sergio e Mauro, le loro mogli. Che ci sia un mondo meno ostile, meno feroce tutto attorno a noi. Perché è peggiorato, il mondo, sa, in questi anni. Però ora vedo questo Papa e sì, ecco, un desiderio ce l’avrei. Quando andai da Paolo VI ero giovane, tante cose non le capivo. Adesso che sono vecchia mi piacerebbe andare da Papa Francesco e consegnare a lui i miei ringraziamenti al Signore per la vita meravigliosa che mi ha dato. Ma lo faccio qui, se me lo consente lo faccio attraverso di lei. Ho il peccato dell’orgoglio, è vero, ma non quello della presunzione. Il Papa non può certo conoscere una storia così vecchia, una piccola storia siciliana. Come fa. Ha tantissime cose molto importanti da fare, in tutto il mondo. Un compito enorme. Infatti lo penso e lo prego. Tanto, prego per lui».
24 dicembre 2015 – Buon Natale da Pontoglio (Lombardia)
Pontoglio: anche il prete contro i cartelli stradali, “avete il cuore pieno di marciume”
„Parole pesantissime, come un macigno. Sono le parole di don Angelo Mosca, parroco di Pontoglio dal 2008: in chiesa, domenica mattina, ha voluto dire la sua – o meglio, la posizione della chiesa cattolica – sul tema dei cartelli stradali in cui a caratteri cubitali, e su sfondo marrone, si viene invitati ad allontanarsi dal paese – definito “a Cultura Occidentale e di profonda tradizione Cristiana” – chinque non intenda “rispettare la cultura e le tradizioni locali”.
Le parole del prete, benzina sul fuoco. Che si sommano alle polemiche infinite – anche degli stessi pontogliesi, più di un centinaio le firme raccolte in poche ore per chiedere la rimozione di quei cartelli – che avvolgono la contestata decisione del sindaco Alessandro Seghezzi. Don Angelo, senza fare nomi, in chiesa attacca “coloro che si lavano le mani sbandierando tradizioni, ma con il cuore pieno di marciume”.
E ancora: “Le porte aperte, e non chiuse, sono il messaggio di Dio. Gesù augura la pace a tutti gli uomini, e non a chi appartiene a una sola cultura. Questo è un messaggio distorto, l’uso strumentale del Vangelo per ideologie e secondi fini. Utile ai falsi profeti che predicano la divisione, e non l’unità”.
In conclusione: “La chiesa è misericordia. Dio non è una tradizione, Dio è per sempre”. La notizia dei cartelli intanto ha fatto il giro d’Europa: ne ha scritto anche il Telegraph. Che parlando di Lombardia cita anche la ‘Northern League’, la Lega Nord: “Il partito di destra che guadagna voti con la sua retorica anti-immigrati e anti-rifugiati”.“
Fonte:
http://www.bresciatoday.it/politica/pontoglio-cartelli-stradali-polemiche-chiesa.html
Il quadro regionale di riferimento
La Lombardia approva norma anti-accoglienza: penalizzati gli albergatori che ospitano rifugiati
I gestori che utilizzano gli hotel per «fini non turistici» esclusi dai bandi della Regione. L’emendamento alla legge elettorale voluto dalla Lega.
19 dicembre 2015 – Oggi in Francia ma non in Italia
Trascrivo da Riforma, Il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia.
Segnalo che chi ‘faccia clic’ sul link che segnalo in calce potrà ascoltare il secondo intervento citato nel finale dell’articolo (in francese).
Voto in Francia, le chiese protestanti si interrogano
Claudio Geymonat 18 dicembre 2015
Le riflessioni di due pastori sulla recente tornata elettorale che ha visto il boom del partito Front National
La recente tornata elettorale francese, utile per nominare i nuovi presidenti delle regioni, ha rappresentato l’ennesimo campanello di allarme sulla crescita di un sentimento misto di paura e chiusura, non figlio soltanto dei recenti tragici fatti di cronaca, ma con radici profonde, radicate in questi ultimi vent’anni. Inclusione mai realmente avvenuta, crisi del mondo del lavoro, modelli sociali errati, sono molte le analisi possibili. Il rischio di una deriva razzista e autoritaria ha posto questioni serie anche al mondo delle chiese, quasi obbligate a “sporcarsi le mani” nell’agone politico, consuetudine questa radicata meglio alle nostre latitudini. Non fanno eccezione le chiese protestanti. Prevale una riflessione introspettiva, sul ruolo che le istituzioni religiose possano o debbano giocare al proprio interno e verso il mondo dei fedeli. Riportiamo di seguito due interventi.
Il punto di vista sulle recenti elezioni regionali francesi di Pierre Kopp, pastore dell’Unione delle chiese protestanti di Alsazia e Lorena (Uepal), regione storica roccaforte della destra:
«“Regionali: una sconfitta per tutti” è stato il titolo scelto dal giornale La Croix all’indomani di questa dolorosa tornata elettorale. Sulla stessa lunghezza d’onda le dichiarazioni di Xavier Bertrand che, dopo aver sconfitto Marine Le Pen in Picardia, ha espresso il grande disagio patito durante la campagna elettorale che lo ha portato a contatto con moltissime persone: “Non potrò mai scordare quanto accaduto in questi giorni, una sorta di colpo di tuono che annuncia un temporale imminente. E il prossimo colpo di tuono c’è da giurare che porterà il Front National al potere. Ciò ci obbliga a rimanere umili e a lavorare a testa bassa”.
Questa sensazione da ultima spiaggia che emerge dai titoli dei giornali e dalle parole di molti politici, investe anche le chiese protestanti.
Questa sconfitta morale e spirituale è anche nostra. Le nostre chiese sono state più attente rispetto al mondo politico nel vedere i sintomi che lungo questi ultimi vent’anni hanno portato alla crescita inesorabile di un partito razzista, molto votato anche fra i nostri fedeli? Siamo noi da esempio per quel che riguarda la democrazia interna e la chiarezza dei valori?
Personalmente ho trovato assai ambivalente, per non dire ambiguo, comunque insufficiente, il silenzio e la prudenza delle nostre chiese fra i due turni di votazioni.
All’interno dell’Uepal ad esempio, da un lato il Consiglio ha scelto di non rilasciare dichiarazioni a cavallo delle due tornate, e di conseguenza di risultare assente dai giornali regionali assai letti dai membri di chiesa, mentre dall’altro lato il presidente del medesimo Consiglio, Christian Albecker, spiegava ai lettori di La Vie, letto dai protestanti dell’Alsazia-Mosella, perché a suo avviso un voto per il Front National era incompatibile con la fede cristiana.
Non ci possiamo più sottrarre alla sfida inevitabile e urgente di riflettere, parlare e agire in nome di Cristo in Francia, come protestanti confessanti con parole e atti, e apportare il nostro contributo per un rinnovo radicale della democrazia e della società francese disorientata e sofferente come non mai. Senza ciò noi saremo corresponsabili di un domani ancora più scuro».
Joël Dahan, pastore della fondazione John Bost, istituzione che si occupa di accoglienza e supporto per le persone diversamente abili, nei due minuti de “Il pastore della domenica”, rubrica video ospitata dal sito “Regardprotestants.com” si è rivolto direttamente agli elettori di FN in questi termini: «Innanzitutto vorrei dirti che non ti posso giudicare perché non conosco la tua vita, non conosco le tue motivazioni. Ma non intendo rinunciare ai valori di libertà, uguaglianza e fraternità che sono il fondamento della nostra nazione».
http://riforma.it/it/articolo/2015/12/18/voto-francia-le-chiese-protestanti-si-interrogano
Questa sconfitta morale e spirituale è anche nostra
Così l’articolo. Io mi limito a un codicillo piccolo piccolo per segnalare che in questa sconfitta morale le chiese protestanti – in ecumenica unione con le chiese cattoliche – hanno mantenuto un silenzio che le pochissime responsabili voci che si sono alzate non hanno saputo rompere. O forse il disinteresse operativo ed efficace mostrato per l’esistenza giuridica di nati in Italia, rigettati per legge da un’esistenza riconosciuta (uno dei fondamenti dei conciliari 
‘segni dei tempi’?) non attiene all’etica
di un essere umano responsabile?
Così leggo il messaggio del silenzio
che ci viene dalle chiese cristiane in Italia
ora in unione ecumenica non formale
e lascio a Vauro il seguito del mio commento.
Molti sono i modi per distruggere un
nuovo nato. Eliminarne uno che riguarda
un burocratico documento sarebbe facile.
Costerebbe solo un ‘no’.
Ma non si fa.
L’obbedienza è di nuovo una comoda virtù
10 dicembre 2015. Si spara a vista non alla cieca!
Ho dato un’occhiata a facebook e ho trovato l’articolo di cui ho condiviso la pubblicazione. I commenti dei lettori si sono concentrati sul problema delle armi, ma io (condividendo quanto scritto e preoccupatissima perché ho letto di una possibile manifestazione di piazza per solidarizzare con lo sparatore) ho formulato anche un’altra ipotesi che riporto dopo la notizia.
Spara a fidanzati scambiandoli per ladri: sfiorata tragedia nel padovano
PADOVA – Scambia due fidanzati per ladri e spara sulla loro auto: sfiorata la tragedia a San Giorgio a Pertiche, nel padovano. La ragazza è sotto choc, il ragazzo guarirà in 40 giorni. I carabinieri hanno denunciato l’uomo per lesioni personali aggravate, danneggiamento, esplosioni pericolose e porto abusivo di armi. Lo sparatore, 53 anni, stava tornando insieme a due amici da una battuta di caccia alle nutrie. Ha notato l’auto ferma in un luogo appartato, ha bussato sul finestrino per chiedere spiegazioni. Il ragazzo, spaventato, ha rimesso in moto l’auto. Il cacciatore ha risposto sparando e sfracellando il lunotto posteriore. Subito è scoppiata la polemica politica, come scrive il Mattino di Padova. Il segretario del Pd Massimo Bettin parla di questo episodio come il risultato della campagna “per un uso indiscriminato delle armi da fuoco”. Il riferimento evidente è alle tante esternazioni in tema del centrodestra. Gli risponde Daniele Canella, segretario della Lega di San Giorgio. “Episodio da condannare, ma caso emblematico dell’insicurezza che si respira nel nostro territorio”.
La mia ipotesi
Mi viene un’idea forse stramba forse no. Perché quel tale armato (cacciatore di nutrie? le nutrie si cacciano con il fucile?) si è avvicinato all’automobile ferma e ‘appartata’? Se temeva trattarsi di ladri che senso ha l’aver battuto sul finestrino? ‘Scusi, lei è un ladro?’ Stia fermo lì che chiamo i carabinieri!’ E se fosse stato un guardone con compari sghignazzanti al seguito? Non è una specie estinta che io sappia e, in tal caso, il comportamento sarebbe più coerente. Anche se non lo era i due poveri ragazzi potevano averlo identificato come tale e la fuga sarebbe stata una conseguenza prudenziale per evitare un vecchio rischio. Quante coppiette ora e in passato sono state se non aggredite, molestate?. E perché sparare su un’auto in fuga? Più ci penso e più, se l’articolo dice il vero, la faccenda è poco chiara oltre che ripugnante.
Link alla fonte
9 dicembre 2009 Da “My Home is where I’m happy”, blog di Max Mauro
Il vuoto al di qua della barriera. Il razzismo nel calcio e le parole di un allenatore
Un giocatore dilettante di calcio viene squalificato per dieci giornate per insulti razzisti rivolti ad un avversario di origine africana. Capita in Friuli, campionato di prima categoria della provincia di Udine. Così riferisce il quotidiano locale, il Messaggero Veneto. Gli insulti razzisti sono consuetudine domenicale per i calciatori dilettanti di colore, ma il più delle volte non vengono sentiti dall’arbitro e pertanto non finiscono nel referto. Talvolta, raramente, l’autore dell’insulto è così sboccato e sfacciato che l’arbitro non può ignorarlo. Scatta così la squalifica di dieci giornate, introdotta dalla FIGC nel 2013 per dare un segnale “forte” di impegno contro il razzismo nel calcio a tutti i livelli, come sollecitato dalla UEFA. In realtà, questa norma è stata applicata in pochissime occasioni.
Nel corso degli ultimi due anni la squalifica per insulti razzisti ha colpito giocatori di diverse categorie dilettantistiche, e perfino un ex giocatore di serie A, Bonazzoli, esibitosi in insulti razzisti verso un arbitro di origine immigrata durante una partita di Serie D. A di là del numero di tesserati squalificati, il problema è diffuso, capillare. Il sistema calcio italiano è impregnato di una cultura razzista storicizzata e di pregiudizi verso tutto quello che non è “bianco, italiano, maschio, apparentemente eterosessuale”. Così si spiegano le uscite apertamente razziste del presidente della FIGC Tavecchio, di quelle altrettanto razziste di Sacchi (troppi neri nelle squadre giovanili), Eranio (i neri non san difendere), De Laurentis (meno male che erano olandesi, mica nigeriani), Paolo Berlusconi (il negretto Balotelli), Zamparini (lo zingaro Mutu), Marcello Lippi (nel calcio italiano non esiste razzismo) giusto per citarne alcuni entrati nelle cronache negli ultimi anni. E che dire delle dichiarazioni dell’ex presidente della Lega Nazionale dilettanti contro il calcio femminile (quattro lesbiche) e quelle omofobe dell’allenatore dell’Arezzo (in campo non voglio checche).
In questo triste contesto, la storia di Udine diventa significativa soprattutto per le dichiarazioni rilasciate al giornale locale dall’allenatore del giocatore squalificato. Per la cronaca, lo stesso giocatore aveva da poco completato una squalifica di quattro mesi, poi ridotta a due, per aver aggredito l’arbitro durante una partita ufficiale. Nonostante ciò, l’allenatore si perita di difenderlo rivoltando la questione, operando una capriola dialettica inspiegabile con gli strumenti della ragione. Lo fa facendo passare il giocatore razzista e tutti “noi bianchi” (nelle sue parole) come vittime.”Siamo arrivati al punto in cui a essere penalizzati siamo noi bianchi. I giocatori di altra razza possono insultarci passandola sempre liscia, mentre chi offende loro viene punito. Ma forse non è nemmeno il caso di arrabbiarci o meravigliarci, visto che stiamo mettendo in discussione perfino il presepio nelle scuole”.
E’ difficile immaginare un’argomentazione così limpidamente, profondamente razzista e allo stesso tempo diretta, comprensibile ai più e destinata a trovare purtroppo dei consensi. E’ un piccolo saggio di ignoranza storica che andrebbe inserito nei libri di scuola per aiutarci a capire cosa non va in una società che non (ri)conosce il razzismo. Non dimentichiamo che pochi mesi fa il parlamento italiano ha assolto, con voto trasversale, il senatore della Lega Nord ed ex-ministro Roberto Calderoli che aveva paragonato l’ex ministra Cecile Kyenge a una scimmia. Per i parlamentari di opposte fazioni politiche il suo non è un insulto che incita all’odio razziale e non merita di essere giudicato da un tribunale. Conta meno di una querela per diffamazione. A parte tutto questo, la dichiarazione dell’allenatore di Udine merita una riflessione e una risposta. Non può essere ignorata, perché è molto più grave degli insulti rivolti dal suo giocatore ad un avversario di colore e perché fa capire che il problema è più profondo di quello che appare.
Come per altri aspetti, il calcio funziona da amplificatore di sentimenti che scorrono sottopelle nella società e ne rappresentano i tratti meglio di molti trattati sociologi o editoriali giornalistici. In termini rozzi l’allenatore ci dice: il razzismo esiste, ma i razzisti sono “loro”. Per loro si intende tutto quello che è “altro” dall’idea di “italiano” trasmessaci dalla scuola, dalla televisione, dalla politica, dalla società. E’ altro chi ha un colore della pelle un pò più scuro, è altro lo straniero in generale, l’immigrato, l’extracomunitario. E’ ovvio che il nero è più “altro” di altri perché quella che è semplicemente una caratteristica somatica assomma nel discorso razzista tutte le altre categorie. E’ l’altro per definizione. James Baldwin, in un illuminante saggio attorno a un suo viaggio in Svizzera negli anni cinquanta, sottolinea come il nero (the black man) cerca, utilizzando tutte le risorse a sua disposizione, di far sì che il bianco (the white man) smetta di considerarlo un’esotica rarità e lo riconosca come un essere umano. D’altra parte, ricorda Baldwin, è stato l’uomo bianco occidentale a trascinare violentemente il nero dentro la sua storia riducendolo in schiavitù e privandolo irrimediabilmente del suo passato. Baldwin aveva negli occhi la sua stessa storia famigliare, essendo figlio di un figlio di schiavi della Louisiana.
Dunque, le parole dell’allenatore. Come è possibile un ragionamento come il suo? Da dove nasce un tale vuoto culturale e umano? Perché i grandi veicoli di cultura popolare non fanno uno sforzo per spiegare la società ai suoi cittadini?
Tutte domande che reclamano risposta. Io credo che al di là delle squalifiche quello che può realmente portare un cambiamento, nello sport e nella società, è il dialogo. Il dialogo e l’educazione, intendendo per questo l’intervento formativo delle istituzioni. In questo caso specifico, perché la federazione invece di comminare una squalifica di dieci giornate non ne dà una di cinque ma obbliga lo squalificato a un breve percorso formativo per imparare l’ABC del razzismo. Che so, un incontro di tre ore nella sede della federazione con una persona esperta di interculturalismo e sport. Magari una persona di colore. O l’obbligo ad arbitrare una partita tra bambini di varie origini etniche. Se non si presenta all’incontro la squalifica viene raddoppiata. E’ un’idea, un suggerimento. Ovviamente, nel caso di Udine il percorso formativo sarebbe ancora più necessario per l’allenatore, visto che ha la doppia funzione di persona pubblica (rilascia dichiarazioni alla stampa, che gliele pubblica) e di educatore, visto che gestisce un gruppo di giovani uomini, molti ancora dei ragazzi. La formazione non solo sportiva è il nodo nevralgico del sistema sportivo. L’ignoranza combinata all’arroganza, l’arroganza data dall’ignoranza, trova numerossimi esponenti nel calcio, a tutti i livelli.
Il problema riguarda non solo gli appassionati di calcio e chi lo pratica e lo gestisce, e non è purtroppo nuovo. Quante volte abbiamo dovuto sentire affermare che “sì, insomma, se mi dicono che son grasso mica posso accusarli di razzismo, e cosa vogliono questi, un insulto è un insulto, non c’è differenza tra dare del ciccione a uno o dirgli sporco negro”. Un insulto è un insulto, non c’è differenza. Questo è l’assunto di molte persone, anche laureate, anche impegnate nel sociale. Non è verbo che attecchisce solo nelle menti di moltitudini annebbiate da giornate passate con la televisione accesa e l’occhio alle ultime offerte per un nuovo telefono cellulare. E’ un’idea che ha a che fare con la mancanza di istruzione basica, e di informazione.
Un insulto razzista non è un insulto come un altro. Qualsiasi insulto è un gesto violento, che vuole offedere e urtare chi lo riceve. Ma un insulto personale è un insulto personale, diretto alla persona o al massimo ai suoi familiari. Un insulto che fa riferimento a un’origine, alla provenienza e soprattutto un insulto che usa delle caratteristiche somatiche come il colore della pelle per definire qualcuno (in termini espressamente spregiativi) ha un carico di violenza diverso. Soprattutto, ha una storia che non può essere ignorata. E’ un insulto che riguarda moltitudini. Riguarda molte persone che possono sentirsi comprensibilmente toccate da questo attacco anche senza riceverlo direttamente. Questa è solo una approssimazione dell’insulto razzista. Un tentativo di mirare a un uditorio dall’udito malfunzionante o parzialmente disconnesso come quello rappresentato dall’allenatore sopracitato. L’insulto razzista è solo una componente, la più immediatamente visibile, del razzismo che pervade la società. Per questo non può essere ignorato.
L’insulto razzista va compreso nel quadro di una società, quella italiana, che ha disconosciuto la sua criminogena storia coloniale e le leggi razziali del Fascismo (quanto spazio hanno questi temi nei manuali di storia in uso nelle scuole italiane?) e che ha chiamato immigrati perché ne aveva e ne bisogno, ma non ha permesso loro e ai loro figli di diventare altro che lavoranti manuali e quando i lavori umili non sono più disponibili o diventano estremamente volatili, lascia loro come destino, spesso, solo l’emarginazione.
E’ facile dar la colpa a Salvini, alla sua esposizione mediatica, all’arsenale di surreali parabole che infila una dietro l’altra per manipolare la realtà e nel fare degli immigrati, negli stranieri, il capro espiatorio di tutti problemi di questa terra. E’ vero, non si può negare la pericolosità di simili discorsi. Allo stesso tempo, non va sottovalutata l’importanza della televisione nel dare insistentemente voce a messaggi allucinati e renderli “popolari”. Ma questa è solo una parte della storia. Le parole uscite dal senno dell’allenatore di Udine segnalano un salto di qualità nel razzismo popolare perché identificano una forma di “vittimismo” inedita, almeno in Italia.
Il contesto generale di crisi economia e sociale (che non è problema specifico dell’Italia, va detto, ma trova qui particolare enfasi), gli attacchi di Parigi, l’idea di un Islam necessariamente ostile reiterata a destra e a manca, contribuiscono a creare un tappeto emotivo di insicurezze dove chi è predisposto ad accettare discorsi razzisti ne diventa latore entusiasta e sordo alla ragione. E riesce perfino a inventarsi vittima. Ma vittima di cosa? E’ questo che è difficile da comprendere. Serve uno sforzo condiviso per arrivare alle sorgenti di ignoranza. Per esempio, gli stessi che si scandalizzano perché un preside mette in discussione l’opportunità di canti natalizi di una sola religione nella scuola sono i primi ad iscrivere i propri figli in scuole con basse presenze di immigrati. Il pregiudizio è loro, non di chi cerca forme di dialogo che fanno parte della storia di tutte le società, da che mondo e mondo. Uno sforzo andrebbe anche diretto a comprendere che lo sport, oggi più che mai, va inteso come fenomeno culturale che ha delle implicazioni nel modo in cui vediamo e capiamo il mondo. Il calcio non può essere lasciato a chi non capisce e non è interessato a fare della società un posto migliore per tutti. Parafrasando quanto scrisse C.R.L. James nel suo straordinario studio sul cricket e il post-colonialismo nei Caraibi potremmo chiederci: cosa capisce di calcio chi solo di calcio sa?
https://maxmauro.wordpress.com/2015/12/06/il-vuoto-oltre-la-barriera-il-razzismo-nel-calcio-e-le-parole-di-un-allenatore/
«Max Mauro è nato a Frauenfeld (Svizzera) nel 1967, figlio di emigranti friulani. Scrittore, giornalista, ricercatore dell’umano paese ed ex cantante punk, si interessa di migrazioni, culture di confine, culture giovanili, sport critico, viaggi (preferibilmente in bicicletta). Ha lavorato come giornalista in Venezuela e raccolto storie di migranti in Sud Africa e Germania. Nel 2013 ha completato un dottorato di ricerca presso il Centre for Transcultural Research and Media Practice di Dublino, Irlanda, con uno studio etnografico sullo sport e i giovani di origine immigrata. Da ottobre 2013 lavora come Associate Lecturer presso la School of Communications and Writing, Southampton Solent University. A febbraio 2014 ha ricevuto una borsa di ricerca della FIFA per condurre uno studio su giovani calciatori di origine immigrata e senso di appartenenza in Italia»
6 dicembre 2015 – Alberto Solesin “No all’odio”
6 dicembre 2015 – Da La Repubblica
Alberto Solesin: “La vita senza Valeria è un peso impossibile ma dico no all’odio non siamo vendicatori”
Il padre della ragazza uccisa al Bataclan: “Se la mia famiglia ha dato un segno di civiltà vuol dire che non è morta invano” di JENNER MELETTI
VENEZIA – Le calli di San Marcuola, poi via verso Rialto. “In casa no, lì c’è mia moglie Luciana che ci mette più tempo di me, a curare le ferite”.
Alberto Solesin, 63 anni, è il padre di Valeria, la ricercatrice uccisa al Bataclan di Parigi. Nei giorni della camera ardente, tanti hanno scritto che la famiglia Solesin, con la dignità mostrata di fronte alla tragedia, “ha restituito alla città l’orgoglio di essere veneziani e cittadini del mondo”.
Signor Solesin, che cos’è la dignità?
“È la capacità di portare pesi impossibili con le spalle dritte. Portare i pesi della sorte senza lamentarsi, senza chiedere, rimanendo autonomi e coerenti con le proprie idee di solidarietà. Vede, io sono dirigente scolastico, mia moglie è insegnante. Lavorare nella scuola ci ha aiutato, perché pur nelle difficoltà la scuola resta una palestra di civiltà “.
Tanti la fermano e la salutano, in queste calli. Davvero i veneziani sono orgogliosi di voi.
“Se io, mia moglie e mio figlio abbiamo potuto dare un segno di civiltà, ecco – ora uso una parola che sembra impossibile – ne sono felice. Non posso certo dire che la morte di mia figlia sia meno gravosa ma ci fa sperare che non sia stata del tutto inutile. Posso dire che forse così Valeria ha avuto una ricompensa”.
Lei, già davanti all’obitorio parigino, ha detto: “Non sono una persona capace di odiare. Io e Luciana crediamo nel valori che non dividono le persone “.
“Noi siamo sopraffatti dal dolore, non c’è nemmeno il bisogno di dirlo. Ma io non faccio il vendicatore di professione, nella mia vita ho seguito altri percorsi. Posso odiare una singola persona ma non un popolo, una religione. Certo, qualche problema si risolve buttando qualche bomba, ma la faccenda è più complessa. L’ho capito già davanti all’obitorio di Parigi, c’erano facce arrivate da tutto il mondo, compreso quelle del Nord Africa. È allora che ho capito che l’addio a Valeria doveva essere qualcosa che unisse tutti, con una cerimonia civile, non religiosa ma neppure laica, perché ormai questa laicità viene intesa come nemica della religione. Qualche critica l’ho ricevuta, da chi dice che siamo in guerra, che bisogna difendere la cristianità, che bisogna scegliere da quale parte stare…”.
La strage di Parigi è stata compiuta con una crudeltà efferata. Come bersaglio sono stati scelti i giovani.
“Alcuni degli assassini si sono tolti la vita. Io mi auguro con tutto il cuore che questa banda di criminali di guerra – che seguono un approccio folle di affermazione e seguono principi secondo i quali tutti coloro che non accolgono pienamente il Corano sono nemici da abbattere – siano duramente puniti. Ma non si può coinvolgere una religione, come tanti vorrebbero fare. Del resto, anche la nostra civiltà non è così antica. Fino agli anni ’60 c’erano il delitto d’onore, i matrimoni riparatori dello stupro, le nozze combinate…”.
Quello della sua Valeria è stato il primo funerale in piazza San Marco dopo quello di Daniele Manin nel 1868. Qualcuno ha criticato una cerimonia così solenne.
“Noi siamo persone normali e può immaginare l’imbarazzo a parlare in una piazza come quella. Ma straordinarie sono state le circostanze. Valeria era l’unica italiana uccisa in una tragedia così grande. C’era emozione a Venezia e in tutto il Paese. Non siamo stati noi della famiglia a chiedere San Marco. La proposta è arrivata dal sindaco e dalle altre autorità. Noi abbiamo fatto la proposta della cerimonia civile. Se poi al funerale in piazza arriva il presidente della Repubblica, questo significa che il dolore e la voglia di starci vicini sono stati davvero forti”.
Una sepoltura a terra, accanto al nonno. Un grande mazzo di fiori inviato da “La Maire de Paris. Les élus del Paris”. Come si riesce a vivere, dopo una perdita come questa?
“Io sono tornato a lavorare due giorni dopo il funerale. Questi per la scuola sono giorni delicati. Certo, in ogni momento non puoi pensare ad altro che alla figlia, con la volontà, quasi impossibile, di razionalizzare una cosa tremenda. Ma sono andato a dirigere la scuola perché non avevo alternative. Dovevo restare a casa a piangere? Oppure prendermi una vacanza? Io in vacanza, sentendomi male dentro per essere in ferie “grazie” a una disgrazia come questa? Guardi, stasera esco con mia moglie, a cena a casa di amici. Ci sono tanti altri genitori come noi, “generazione Skype”, che hanno i figli sparsi in Europa e nel mondo”.
Dopo tanta attenzione, non c’è il rischio che Valeria sia dimenticata?
“Non certo da noi. Ma che riposi in pace. Io e Luciana non vediamo l’ora che il clamore cessi. La solidarietà ci ha fatto bene. L’università che dedica un’aula a Valeria, un ospedale di Emergency che avrà il suo nome. Ma quando in Consiglio regionale ci hanno chiamato a un incontro con le scuole sulle violenze nel mondo abbiamo detto no, non ce la sentiamo. Noi siamo solo i genitori di Valeria, una ragazza che sognava tenendo i piedi per terra. Non vogliamo diventare altro”.
http://www.repubblica.it/cronaca/2015/12/06/news/s-128900454/?ref=fbpr
