28 giugno 2015 – Scrivo all’Arcivescovo di Chieti e Vasto

oggetto: rifiuto della registrazione della dichiarazione di nascita in Italia dei figli di migranti privi di permesso di soggiorno.

A S.E. mons. Bruno Forte Segretario speciale dell’Assemblea dei Vescovi sulla famiglia
Sua Sede

Egregio monsignore non so se mi rivolgo a Lei con l’indirizzo giusto e con il titolo corretto e i modi adeguati ma poiché desidero con tutta la mia forza che Le venga segnalato il problema che esporrò, mi affido all’indirizzo che ho trovato e a modalità di comunicazione che spero corrette. L’unico titolo che per me voglio segnalare è quello di essere stata battezzata nella chiesa cattolica. Ho letto (per ora frettolosamente ma ripeterò l’operazione con attenzione) l’Instrumentum Laboris, così come avevo letto la documentazione relativa al Sinodo straordinario sulla famiglia svoltosi lo scorso anno. Ho notato una significativa, rispettosa e interessante attenzione a cogliere il senso di tante relazioni umane, a porre la questione se costituiscano famiglia e famiglia riconoscibile, senza ignorarne la pluralità, nella dottrina e nella prassi della chiesa cattolica. Ho riscontrato una rispettosa attenzione ai figli “7. Nella società odierna si osservano disposizioni differenti.  … Si vanno diffondendo il riconoscimento della dignità di ogni persona, uomo, donna e bambini …” In quei documenti ho riscontrato ancora una attenzione puntuale – e non invasiva – alla legislazione in ambito civile.

Quello che non  ho trovato – e che segnalo – è la menzione della legge italiana che nega il certificato di nascita a chi nasce in Italia figlio di migranti privi di permesso di soggiorno [1] Ne immagino le ragioni. Sul fatto che alcuni bambini non abbiano il certificato di nascita la società civile (di cui fa ovviamente parte anche la base del mondo cattolico) ha monoliticamente taciuto e quindi non ha sollecitato alcuna occasione di riflessione. Da sei anni mi occupo personalmente della questione, ho trovato condivisioni di persone responsabili (cattolici e non) ma non della società civile organizzata [2]. Ritengo doveroso segnalare che in tale ambito si è fatta carico del problema, con una raccomandazione proposta nel suo congresso del 2014, solo la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM). Eppure, da quattro anni, nei rapporti firmati anche dalla Caritas Nazionale, il gruppo Convention on the Rights of the Child (Gruppo CRC) segnala questo problema e ne raccomanda una soluzione a livello istituzionale. Così si esprime, ad esempio, nel suo VIII recentissimo rapporto “non si può escludere che tra gli immigrati in situazione di irregolarità vi possa essere anche un numero di gestanti che, per paura di essere identificate, potrebbero non richiedere le cure ospedaliere cui avrebbero diritto, né provvedere alla registrazione anagrafica del figlio”. E raccomanda esplicitamente “Al Parlamento, una riforma legislativa che garantisca il diritto alla registrazione per tutti i minorenni nati in Italia, indipendentemente dalla situazione amministrativa dei genitori”.

In realtà in Parlamento esistono due proposte di legge, identiche nella sostanza, [3] che, se fossero approvate, risolverebbero il problema senza oneri di spesa ma, pur se affidate alle rispettive commissioni Affari Costituzionali, non vengono messe a calendario. Sembra prevalere un interesse esclusivo per i gruppi che riescono a farsi lobby, possibilità che non appartiene ai neonati in genere e, in questo caso, nemmeno ai loro terrorizzati genitori. E’ ben chiaro che autorevoli silenzi sostengono, insieme a una neghittosa opinione pubblica, la pigra negligenza di chi dovrebbe rappresentarci. So che negligenza può sembrare parola forte: la uso consapevolmente perché qui sono in gioco fondamenti costituzionali (art. 2, 3 e 10) in cui doverosamente mi riconosco. Devo lealmente riconoscere che la registrazione della dichiarazione di nascita oggi è possibile a norma di circolare [4] di cui  lo stesso gruppo CRC segnala l’inadeguata diffusione. Fosse anche diffusa io mi pongo però un problema fondante: è tollerabile che l’esistenza giuridica di nuovi nati sia affidata a una circolare che, così come è stata emessa, potrebbe venir cancellata senza neppur informarne il parlamento? E che comunque crea opportunistici dubbi negli uffici anagrafe? E chiedo: perché nei documenti del Sinodo, in tanto attento elencare e ragionevole classificare famiglie non si fa menzione di neonati cui, per legge in Italia la famiglia è negata? Perché si sostiene col silenzio la scelta inumana che impedisce per legge a due genitori (o almeno a chi di loro riconosca quel bambino se la madre si trovasse sola o il padre vedovo) di dire “questo è mio figlio”? Cordialmente

Augusta De Piero

[1] legge 94/2009, art 1 comma 22 lettera g che ha modificato l’art 6, comma 2 del Decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”)

[2] Molti mi rispondono citando un  impegno – comunque rimasto per ora al livello di intenzioni – del riconoscimento della cittadinanza italiana a tutti i bambini che nascono in Italia ignorando – o fingendo di ignorare – che questo è problema altro e che chi nasce figlio di stranieri assume la cittadinanza dei genitori e che anche i nuovi nati italiani devono essere registrati all’anagrafe del comune di nascita.

[3] proposta di legge presentata alla Camera:   proposta di legge  n. 740 Modifica all’articolo 6 del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, in materia di obbligo di esibizione dei documenti di soggiorno Presentata il 13 aprile 2013   proposta di legge presentata al Senato Modifiche al testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n.286, in materia di obbligo di esibizione dei documenti di soggiorno e divieti di segnalazione Comunicato alla presidenza il 10 luglio 2014

[4] Circolare n. 19 del 7 Agosto 2009, concernente indicazioni operative in materia di anagrafe e stato civile in applicazione della legge 15 Luglio 2009, n.94, recante Disposizioni in materia di sicurezza pubblica.

29 Giugno 2015Permalink

20 giugno 2015 – Casa mia è la bocca di uno squalo

Questa mattina ho trovato casualmente i versi di una poetessa nata in Kenya da genitori somali ed emigrata ancora piccola in Gran Bretagna. Li ho pubblicati così come li avevo trovati, a frammenti, impegnandomi a una ricerca del testo completo. Ho continuato quasi con furia perché ritengo che la poesia abbia capacità di sintesi fulminee e imperdibili e che la scrittura sia fondamentale nella costruzione della storia. E’ difficile confrontare ‘Casa’ di Warsan Shire con gli squallidi proclami di chi ha costruito abilmente paura fino a diffondere la viltà che gli appartiene e la smemoratezza della propria storia. Non lo volevo fare e poi mi sono detta che se gli eventi dei nostri giorni diventeranno, non so quando, memoria anche questi versi potranno essere una delle guide per capire, come lo è stato ed è ‘Se questo è un uomo’ di Primo Levi che ci ha concesso di conoscere un tempo oscuro del nostro passato e non ci permette di rimuoverlo. Ringrazio Walter Tomada che mi ha segnalato, commentando il mio blog senza ricorrere alla pigra banalità del ‘mi piace’, la nota e la traduzione che segue..  

Warsan Shire

Articolo di Eleonora Terrile, blogger accreditata nel 2010 per il Festival del settimanale Internazionale a Ferrara, leggibile anche da qui.

Il giornalista Tiziano Terzani, durante una delle sue ultime interviste, disse che gli piaceva immaginare una “Congiura dei Poeti”, un piccolo gruppo di persone che si preparasse a prendere in mano e a ribaltare le sorti del mondo. Perché i poeti? Perché “Solo chi lascia volare il cuore è capace di pensare diversamente”. Ascoltando e, soprattutto, sentendo la poetessa Warsan Shire durante la performance “La Diaspora in versi”, mi sono tornate in mente le parole di Terzani. Ora sogno anche io una “Congiura dei Poeti” e vorrei vederla nascere da questa giovane donna.

La poetessa Warsan Shire è nata nel 1988 in Kenya da genitori somali in fuga dalla guerra civile. Arrivata a Londra a sei mesi è cresciuta là, entrando poi a far parte del movimento letterario dei “Black British Poets” e vincendo diversi premi letterari alle “Slam Competitions”. Con i suoi versi dà voce ai rifugiati, agli immigrati, ai respinti, ai tanti uomini, donne e bambini in fuga e alla ricerca della salvezza, di un posto qualsiasi più sicuro di una casa che è “la bocca di uno squalo, la canna di un fucile”. Il 2 Ottobre, al Festival di Internazionale a Ferrara, Warsan Shire e la traduttrice delle sue poesie Paola Splendore hanno recitato in inglese e in italiano “La Diaspora in versi”. Fra le poesie: Casa; La Central Line è rossa, la Circle Line è gialla; La Bocca di Maymuun; Domande a Miriam; Piccola Zia.

Parti del componimento poetico sono stati letti (in altra traduzione) durante l’omelia del card. Antonio Maria Vegliò alla veglia di preghiera “Morire di speranza” organizzata dalla Comunità di S. Egidio.

In una Santa Maria in Trastevere piena all’inverosimile, mentre risuonano i canti della comunità etiope e di quella siriaca, una grande croce fatta con il legno delle barche naufragate al largo di Lampedusa, attraversa la navata e viene collocata sull’altare.

Inizia così la preghiera “Morire di speranza”, promossa dalla Comunità di Sant’Egidio insieme al Pontificio Consiglio per i Migranti e i Rifugiati e un folto gruppo di associazioni cattoliche e di diverse denominazioni cristiane.

Quando si leggono i nomi di coloro che hanno perso la vita – e quanti sono i bambini tra di loro- in tanti si alzano silenziosamente dai banchi per andare ad accendere una candela. Tra il popolo ci sono anche i parenti di alcune delle vittime. E’ un momento di intensa commozione.

Segue il testo dell’omelia, leggibile anche da qui.

E infine la poesia di Warsan Shire

CASA  (traduzione di Paola Splendore)

Nessuno lascia la casa a meno che
la casa non sia la bocca di uno squalo

scappi al confine solo
quando vedi tutti gli altri scappare
i tuoi vicini corrono più veloci di te
il fiato insanguinato in gola
il ragazzo con cui sei andata a scuola
che ti baciava follemente dietro la fabbrica di lattine
tiene in mano una pistola più grande del suo corpo
lasci la casa solo
quando la casa non ti lascia più stare

Nessuno lascia la casa a meno che la casa non ti cacci
fuoco sotto i piedi
sangue caldo in pancia

qualcosa che non avresti mai pensato di fare
finché la falce non ti ha segnato il collo
di minacce
e anche allora continui a mormorare l’inno nazionale
sotto il respiro/a mezza bocca
solo quando hai strappato il passaporto nei bagni di un aeroporto
singhiozzando a ogni boccone di carta
ti sei resa conto che non saresti più tornata.

devi capire
che nessuno mette i figli su una barca
a meno che l’acqua non sia più sicura della terra
nessuno si brucia i palmi
sotto i treni
sotto le carrozze
nessuno passa giorni e notti nel ventre di un camion
nutrendosi di carta di giornale a meno che le miglia percorse
non siano più di un semplice viaggio

nessuno striscia sotto i reticolati
nessuno vuole essere picchiato
compatito
nessuno sceglie campi di rifugiati
o perquisizioni a nudo che ti lasciano
il corpo dolorante

né la prigione
perché la prigione è più sicura
di una città che brucia
e un secondino
nella notte
è meglio di un camion pieno
di uomini che assomigliano a tuo padre

nessuno ce la può fare
nessuno può sopportarlo
nessuna pelle può essere tanto resistente

II

andatevene a casa neri
rifugiati
sporchi immigrati
richiedenti asilo
che prosciugano il nostro paese
negri con le mani tese
e odori sconosciuti
selvaggi
hanno distrutto il loro paese e ora vogliono
distruggere il nostro

come fate a scrollarvi di dosso
le parole
gli sguardi malevoli

forse perché il colpo è meno forte
di un arto strappato
o le parole sono meno dure
di quattordici uomini
tra le cosce
perché gli insulti sono più facili
da mandare giù
delle macerie
delle ossa
del corpo di tuo figlio
fatto a pezzi.

voglio tornare a casa,
ma casa mia è la bocca di uno squalo
casa mia è la canna di un fucile
e nessuno lascerebbe la casa
a meno che non sia la casa a spingerti verso il mare
a meno che non sia la casa a dirti
di affrettare il passo
lasciarti dietro i vestiti
strisciare nel deserto
attraversare gli oceani

annega
salvati
fai la fame
chiedi l’elemosina
dimentica l’orgoglio
è più importante che tu sopravviva

nessuno se ne va via da casa finché la casa è una voce soffocante
che gli mormora all’orecchio
vattene
scappa lontano adesso
non so più quello che sono
so solo che qualsiasi altro posto
è più sicuro di qua.

20 Giugno 2015Permalink

10 giugno 2015 – Parlamentari coraggiosi: famiglie negate ai neonati

Ultime notizia da Strasburgo – strategie di parità

Il Parlamento europeo di Strasburgo ha approvato a larga maggioranza un rapporto sull’uguaglianza di genere in Europa in cui si parla, per la prima volta in maniera così esplicita, di ‘famiglie gay’. “Il Parlamento – si legge nel testo – prende atto dell’evolversi della definizione di famiglia”. La relazione, che non contiene elementi vincolanti per gli stati membri, è stata approvata con 341 voti favorevoli, 281 contrari e 81 astensioni.

Le nuove aperture Ue sulle famiglie gay sono contenute in una risoluzione sulle nuove strategie sulla parità di genere in cui si invita la Ue ad adottare azioni specifiche per rafforzare i diritti delle donne disabili, migranti, appartenenti a minoranze etniche, delle donne Rom, delle donne anziane, delle madri single e le LGBTI.

Dal link in calce è possibile accedere all’elenco degli stati europei che hanno riconosciute, sia pur in forme diverse, le famiglie omossessuali.

La fermezza contro i neonati figli dei sans papier permane e unisce laici e cattolici.

Nulla si dice invece, né a Strasburgo né in Italia, sulla legge che esclude i figli dei sans papier dal diritto al certificato di nascita (ieri né ho pubblicato un’altra relazione di facile accesso). Ancora una volta ho scritto delle proposte di legge che potrebbero rimediare e non vengono messe a calendario. Ora provo a costruire una domanda che trasferirò a facebook sperando in qualche risposta che pubblicherò in questo blog, qualunque ne sia il tenore.
La domanda che trasferirò su facebook si rivolge al mondo cattolico ma devo onestamente segnalare anche il silenzio delle chiese riformate che però non hanno l’aggravante della forza e del potere della chiesa cattolica.

Domando

Ormai anche nel mondo cattolico si discute di famiglie al plurale. Non parlo delle diverse posizioni ma chiedo – e sarei lieta che qualcuno mi rispondesse – perché in tanto elencare, classificare, distinguere e giudicare nessuno mai ha avuto una parola per i neonati cui la legge italiana nega, insieme all’identità, una famiglia, accettando silenti che per legge non abbiano certificato di nascita.
E’ chiaro che per questi pericolosi nemici, il cui peso non supera i quattro chili e la cui voce che si esprime nel pianto non è in grado di manifestare pensieri articolati, vi è anche da parte della cultura cattolica (e dati i silenzi ufficiali anche della relativa gerarchia) un fermo, determinato, insormontabile rifiuto. Perché? Concluderanno l’impegno del Sinodo assicurando col loro marmoreo silenzio che costoro non devono esistere e che condividono la legge italiana in proposito?
http://www.repubblica.it/esteri/2015/06/09/news/famiglie_gay_parlamento_ue_approva_rapporto-116466956/?ref=HRER2-1

elenco degli stati che riconoscono le unioni omossessuali: http://www.repubblica.it/esteri/2015/05/23/news/non_solo_italia_ecco_i_9_paesi-115087626/

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Il-Parlamento-europeo-riconosce-la-famiglia-gay-e-suoi-diritti-907634ce-a525-49b3-85ec-06efc92f6b46.html

http://www.ilgiornale.it/news/politica/parlamento-europeo-riconosce-famiglie-gay-1138680.html

10 Giugno 2015Permalink

7 giugno 2015 – Ierocrazia o blasfemia?

targa madonna lagrimeLa targa marmorea ai cui riporto l’immagine si trova appesa alla parete esterna del palazzo della provincia regionale di Siracusa – zona Ortigia.
Poiché quel palazzo aveva un ufficio aperto al pubblico ho cercato di capire cosa sia una ‘provincia regionale’. L’impiegata continuava a fare elenchi di istituzioni dallo stato ai comuni, tornando in su, ma non sapeva spiegarmi al differenza fra una normale provincia e una provincia regionale..
Non ho voglia di mettermi a studiare lo statuto della Sicilia e quindi resto nella mia non rimediata ignoranza.
Resta però il fatto a mio parere gravissimo di quella penosa targa con il ricordo di una Madonna supposta piangente. Trovo indegno che tanto venga testimoniato in quella forma sulla parete di un edificio pubblico e che nella scritta si attribuiscano alla polizia di stato funzioni assolutamente improprie e inopportune.
Se io fossi il vescovo ne chiederei la rimozione allo stesso modo in cui è stato chiesto di evitare inchini di statue processionali di fronte alle case di boss mafiosi.
Ma io non sono, né sarò mai, un vescovo e quindi la PS di Siracusa può continuare tranquilla ad esercitare il suo compito di asciugatrice di lagrime in uno stato non laico.

 

7 Giugno 2015Permalink

16 maggio 2015 – Il Vaticano apre a rapporti con la Palestina

La notizia cui di seguito si fa riferimento si trova sull’Osservatore Romano del 13 maggio ed è leggibile da qui

Bruno Segre

Il giorno successivo Bruno Segre ha inviato la lettera che pubblico di seguito ai componenti della sua mailing list.
L’ho ringraziato subito e ricordo una precedente lettera che ha girato e ho pubblicato il 7 settembre 2009 e così inizia: Una lettera aperta agli ebrei americani

Siamo un gruppo di israeliani viventi attualmente negli Stati Uniti.  Ci rivolgiamo a voi in quanto ci opponiamo agli atti compiuti dal governo israeliano nel contesto dell’operazione “Margine di protezione”.

Si può leggere anche da qui    https://diariealtro.it/?p=3317

 Milano, 14 maggio 2015

Al reverendo
Don Cristiano Bettega,
Ufficio CEI per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso,
Roma

Caro Don Cristiano,

ti è possibile far arrivare al Pontefice la voce di un vecchio ebreo italiano che da decenni persegue con impegno totalmente laico rapporti di  fraterno dialogo con amici cristiani nelle sedi più diverse: dai Colloqui di Camaldoli alle sessioni estive del S.A.E.?

Ebbene, se hai tale possibilità, ti prego di esprimergli la mia  più profonda gratitudine per l’annuncio odierno del riconoscimento da parte del Vaticano dello Stato di Palestina. Si tratta di un passo fondamentale in direzione della pace nel Vicino Oriente, pace che non si materializzerà mai fino a quando in quella regione non vi siano due Stati, Israele e Palestina.

Con questa storica decisione, Papa Francesco si erge quale autentico leader del mondo libero, dimostrandosi capace di operare per la promozione della giustizia in tutte le sue declinazioni. Ne fa fede, oltre alla sua caparbia volontà di riconciliazione tra i popoli e tra le fedi, il suo reiterato impegno nel combattere le troppe sacche di miseria presenti un po’ ovunque nel mondo, e nell’esigere da tutti i politici misure più consapevoli di protezione dell’ambiente globale.

Ti ringrazio per l’attenzione.
Di cuore, shalom.
Bruno Segre

Mons Sabbah  –  Giovedì 14 Maggio 2015

Ho poi trovato queste considerazioni di mons Sabbah, patriarca latino emerito di Gerusalemme.

09:05 – TERRA SANTA: SABBAH (PATRIARCA EMERITO), “POTENZE MONDO SFRUTTANO ESTREMISMO ISLAMICO”

(dall’inviato Sir a Betlemme) – “La ricerca della pace in Medio Oriente è anche una lotta contro i poteri politici del mondo e i loro piani per creare un nuovo Medio Oriente. Poteri che sfruttano l’estremismo religioso per raggiungere questo scopo”. Lo ha detto al Sir il patriarca emerito di Gerusalemme, Michel Sabbah, ieri sera a Betlemme, a margine della cerimonia inaugurale di “Pilgrims on the path to peace” (Pellegrini sul sentiero verso la pace), che celebra il 70° anniversario di Pax Christi international. “Coloro che uccidono oggi in questa regione – è la denuncia di Sabbah – sono due, l’estremismo islamico e le potenze mondiali che fingono di combatterlo, ma in realtà lo usano e gli danno spazio perché uccida. L’estremismo è nelle mani dell’Occidente”. Come sta avvenendo in Siria e in Iraq. (segue)

09:06 – TERRA SANTA: SABBAH (PATRIARCA EMERITO), “POTENZE MONDO SFRUTTANO ESTREMISMO ISLAMICO” (2)

Situazione preoccupante anche in Israele e Palestina dove “non c’è nessuna speranza per un cambiamento che offra almeno stabilità: “Gli israeliani hanno paura anche se sono forti e potenti, non vivono nella pace ma nell’insicurezza. Dal canto loro i palestinesi aspettano chiedendo pace”. Il ruolo dei leader religiosi, in questo contesto, è significativo ed “è quello di liberare la religione e i fedeli in modo che essi vedano nell’altro una creatura di Dio da amare. I leader religiosi devono essere educati perché possano educare i fedeli a diventare costruttori di pace e non feroci assassini”. Vanno per questo apprezzate e sostenute le azioni di pace di molte associazioni di dialogo e di difesa dei diritti umani. “Veri segni di speranza” le ha definite Sabbah, che in passato è stato anche presidente di Pax Christi International. Il patriarca emerito ha poi commentato al Sir l’accordo tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina, a conclusione della plenaria della Commissione bilaterale. “Si tratta di un passo verso la speranza – ha spiegato – che sancisce gli ottimi rapporti della Chiesa con l’Autorità palestinese. Sarà un segno per tutto il mondo arabo e forse anche per Israele per fare lo stesso passo”.

fonte:

http://www.agensir.it/pls/sir/v4_s2doc_b.stampa_quotidiani_cons?id_oggetto=312651

16 Maggio 2015Permalink

13 aprile 2015 – Ricevo e giro una lettera che condivido

DUE NOTE SULL’ ANNO DELLA MISERICORDIA    Giancarla Codrignani

Tra i cinque “pilastri” dell’Islam (la professione di fede, la preghiera, la decima (zakat), il digiuno, e il pellegrinaggio alla Mecca) la preghiera ha un valore particolare perché segna profondamente cinque volte al giorno la vita quotidiana di ciascun uomo e ciascuna donna. Dice il Corano “ad Allah appartengono i nomi più belli: invocatelo con quelli”: bella, tra le espressioni islamiche più consuete, l’espressione “In nome di Dio il Clemente il Misericordioso”. Le Costituzioni di alcuni paesi musulmani (e spesso anche le bandiere) riproducono il motto e la Libia di Gheddafi la registrava nell’inno nazionale. Secondo la tradizione il Profeta aveva detto “Non crederete finché non sarete misericordiosi” e ai compagni che obiettavano “non tutti siamo misericordiosi” ammoniva “Io non mi riferisco alla misericordia che ognuno prova naturalmente per il proprio amico, ma ad una misericordia verso tutti”.

Come cristiani anche noi ci affidiamo alla misericordia di Dio e saremmo in suo nome tenuti a praticare il perdono e la nonviolenza. Nonostante il principio sia chiaro a tutti, siamo ancora divisi tra confessioni che non riconoscono la piena fraternità delle comunità che seguono forme teologiche e rituali diverse per ragioni che sono eminentemente storiche e non dovrebbero rompere l’unità del riconoscimento comune in un solo Gesù Cristo. Succede anche che l’Occidente conservi sacche di antisemitismo che nel 2015 (per gli israeliani è il 5775) dovrebbero essere non solo anacronistiche ma impensabili. Analoghe sono le diversità interne all’Islam, che comportano tuttavia esiti più gravi perché le separazioni confessionali, pur nate da ragioni politiche, rappresentano eresie, apostasie, infedeltà imperdonabili dalla legge umana.

Difficile per noi occidentali entrare nelle dinamiche religiose che dividono sciiti e sunniti (ma anche alawiti, salafiti, houthi ecc.) di fronte alla minaccia solo ideologica ma terrificante dell’Isis. All’interno di paesi in conflitto per opposti integralismi (che ai nostri giorni sono – sempre – non “di religione”, ma politico-economici) ci rimettono le minoranze eterogenee: vittime per molti impreviste in primo luogo i cristiani, che ancora vengono chiamati crociati (per la conquista del santo sepolcro i cavalieri alzavano la spada con l’elsa in alto come simbolo della croce) e che sono occidentali la cui vita tutte le televisioni raffigurano come irrimediabilmente corrotta.

Non è una sorpresa se fin dal 1990 Giuseppe Dossetti, allarmato per la guerra contro l’Iraq voluta da Reagan e sostenuta dall’Onu, prevede “la conseguenza pressoché inevitabile di tumultuose reazioni in un vasto ambito di stati, più o meno direttamente coinvolti; reazioni che nessuno sarà più in grado di dominare. E questo non solo in tutti i paesi arabi, dalla Palestina allo Yemen, ma anche in Turchia, la cui situazione diventa sempre più difficile, in Egitto, dove le ripercussioni sono inevitabili, e negli altri paesi del Maghreb, aggravando crisi già in atto come quella del Sudan e di altri paesi africani. Tutto questo difficilmente non si estenderà al Pakistan e alle repubbliche sovietiche musulmane”. Sdegno e ribellione, dice, che hanno per obiettivo l’Occidente e “conseguenze evidentissime per la chiesa. C’è letteralmente pericolo dell’estinzione della chiesa nei territori palestinesi e giordani e in quel pochissimo di chiesa che poteva esserci negli altri territori di Arabia; una chiesa, cioè, ridotta a vivere all’interno degli edifici di culto….Costantinopoli saccheggiata e bruciata nella quarta crociata del 1204 sarà come un’ombra sinistra costantemente evocata a tutta la Siria, all’Egitto stesso e poi a tutto il resto dell’Africa” (cfr. Il Regno-Attualità, 18 ottobre 1990).

Non era una profezia, ma un giudizio storico consapevole. I governi occidentali non sono altrettanto bravi nel prevenire i danni di avventate politiche di potenza.

Per cristiani di fede, in così tante e tanto grandi difficoltà, c’è sempre la prospettiva del dialogo realmente ecumenico a sostegno delle libertà a partire da quella religiosa. Papa Francesco, istituendo l’anno della misericordia (cristiana) in un tempo in cui tutte le prevenzioni sembrano scadute può cercare echi teologici e, soprattutto, umani a partire da Dio, il Clemente, il Misericordioso?

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L’anno santo della misericordia viene dopo l’anno della massima corruzione, purtroppo non solo italiana, ma generalizzata in un mondo che si fa ancora catturare dai soliti falsi beni di un capitalismo ormai sostenuto anche da chi lo contesta. Come diceva Giovanni Falcone “che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare”. Non deve scandalizzare che la corruzione sia arrivata in Vaticano (nemmeno il Tempio all’epoca di Gesù era esemplare per virtù): deve invece produrre stupore che davanti a contesti in cui opera la corruzione (il neocapitalismo, la finanza, il mercato) i singoli, se si dicono cristiani, restino inerti e si giustifichino con il solito “non c’è rimedio”.

Non mi piace la retorica – di solito ipocrita – delle citazioni dalla scrittura come se fosse fatta di slogan da non interiorizzare e non tiro fuori la “durezza dei cuori” perché mi viene da continuare “mal comune…”. Vorrei invece riportare per un momento l’attenzione all’America Latina, che sembra lontana ma dove tanti cattolici, singoli e associazioni, preti e suore, trenta e più anni fa, hanno partecipato ai processi di liberazione dalle dittature di paesi in cui – dal Brasile al Cile o all’Argentina, ma anche dal Nicaragua al Salvador e al Chapas – interi popoli erano esclusi dalla democrazia. I diritti politici e civili si affermarono contestualmente alla ripresa dei diritti umani sociali e individuali e molti di noi ci lavorarono con impegno. Oggi non c’è area del continente americano esente dalla corruzione e gli assetti democratici che, bene o male, hanno trovato stabilità, si sono dimostrati vulnerabili al potere seduttivo del sistema che ti consente di sentirti libero, ma insieme ti condiziona con bisogni indotti e, mentre i ricchi continuano la tradizione del privilegio, i poveri hanno perduto l’innocenza, la solidarietà, la fede. Il nuovo tempio è il centro commerciale e nessuno ha più memoria dell’epica campagna di alfabetizzazione che in poco tempo consentì al NIcaragua di portare alle elezioni del 1984 un popolo che sapeva leggere, scrivere e votare. Per Transparency International oggi il NIcaragua si colloca al 138 posto nella graduatoria della corruzione mondiale (l’Italia è ultima tra gli europei). Basta rassegnarci e convenire che siamo tutti eredi della schiavitù, dei re e dei padroni che ci facevano chinare la testa?

Come incominciamo a fare i conti? è più colpevole chi paga i corrotti o chi si fa corrompere? il “dono” nelle nostre società educate alle convenzioni formali, è stato umiliato e privato della sua gratuità, del dovere di rispettare il piacere del donatore per la perversione del “ricambio”: quante volte, portando un dono, ci siamo sentiti dire “grazie, e adesso come posso ricambiare?”. Ovvio che se qualcuno regala al figlio di un ministro un rolex da diecimila euro, si aspetta un corrispettivo già dato per pagato; e ovvio anche che non esiste accettazione di doni che non sono tali.

Dato il triste panorama che ci circonda, spero che nessuno confonda la misericordia di Dio con la propria indulgenza. Tuttavia è bene che riserviamo a noi stessi un piccolo esame di coscienza. La visione di Dio ancora poco adulta forse non si accorge che anche Dio viene manipolato. E proprio perché ha una “misericordia” che capiamo male. Tanti ancora pregano per ottenere “grazie” (il nome non dice forse che sono gratis?), fanno offerte, comperano messe (?), esprimono voti, sacrifici e fioretti “per avere”. La Bibbia non sempre è chiara in proposito, ma il Salmo 50 fa parlare Dio che dice a chi gli offre immolazioni di vittime “se avessi fame, non te lo direi: è mio il mondo e quanto contiene”. I Vangeli sono costantemente espliciti e, anche se gli stessi seguaci di Gesù sono tentati dai posti raccomandati e dai privilegi, la parola della liberazione è indirizzata ai poveri. I ricchi laureati spesso credono nell’uguaglianza e nella giustizia, ma, siccome “c’è un prezzo da pagare” per essere uguali e giusti, spesso si sottraggono alla responsabilità e preferiscono “lamentarsi e dire che non si può fare nulla”.

Il giubileo della misericordia, allora, deve essere sentito un anno severo: se Dio libera, rifiuta una religione da sudditi. E’ infatti l’amico che offre i suoi doni perché è amico; è la madre e il padre che coccolano figlie e figli mentre li educano alle regole dell’umana convivenza; è l’alleato che ti accompagna attraverso i condizionamenti della storia, ma ti abbandona se fai soldi vendendo armi. Lascia che ce la caviamo come siamo capaci (come dire se abbiamo fede), sa che ogni tanto ci inventiamo condoni e amnistie che non sono nel suo stile: la misericordia è un po’ più complessa e non dipende solo dalla parte di Dio.  Come dice Etty Hillesum, siamo noi che lo dobbiamo aiutare.

13 Aprile 2015Permalink

29 marzo 2015 – Giancarla Codrignani e papa Bergoglio

Efficacia e incisività di Bergoglio sulla Chiesa

intervista a Giancarla Codrignani a cura di Davide Pelanda
in “Tempi di Fraternità” n. 3 del marzo 2015

 Giancarla, c’è stata una lunga serie di titoli di libri sul Papa “venuto dalla fine del mondo”, come ha detto lui stesso nel momento dell’insediamento. Sembra che le case editrici cattoliche abbiano venduto molti libri sulla sua figura al salone del libro di Torino dello scorso anno.

Abbiamo scritto qualche tempo fa sulla nostra rivista che «Il papa è un testimonial eccezionale ma, nel deserto che stiamo attraversando, tutti rischiamo di abbandonarci alla tentazione del leaderismo esasperato, dalla quale il Vangelo ci mette in guardia in modo molto severo. La papolatria è sempre in agguato, e applaudire il papa è molto più facile che accoglierne il messaggio esigente».

Ti chiedo: da come si muove è un Papa attento all’immagine? Non si rischia un po’ la cosiddetta “papolatria”? Non ti sembra che sia un personaggio mediaticamente molto sovraesposto? Perché piace alle folle? Puoi commentare?

«Dura la lotta contro le immagini: noi cattolici, a partire dai più spirituali e perfino dai mistici, non possiamo toglierci dalla mente le tante teste di vecchi signori con barba bianca, triangolo e colomba sul capo che per secoli la pittura ha antropomorficamente rappresentato come il volto del Creatore.

Gli iconoclasti sarebbero abbastanza simpatici, non fosse che anche le religioni che non raffigurano le divinità, come l’ebraismo e l’islam, non hanno evitato l’ignoranza di Dio. Certo, non c’è confronto fra le dita di Adamo e di Yhwh della Cappella Sistina e le benedizioni papali sul TG, anche se i media non stanno aiutando le religioni.

Escludendo l’Islam, che nelle presentazioni appare come se noi fossimo solo le crociate e l’Inquisizione (e purtroppo per molti musulmani è questa la memoria), la spettacolarità non favorisce la comprensione di che cosa si debba intendere per Cristianesimo e Cattolicesimo. La gente sperimenta nel corso della vita più di un pontificato e ogni pontefice ha carattere e scuola di pensiero diversi: piazza san Pietro comunque compare sugli schermi sempre osannante a qualunque nuvoletta bianca si sprigioni a fine conclave, sempre ignara di chi mai sia l’eletto applaudito.

Certamente i fedeli non si entusiasmano perché credono nello Spirito Santo, ma perché l’antica suggestione del potere persiste e fa presa per convenzione clericale: è “il Papa”. Il tradizionalista Benedetto XVI è venuto dopo l’autoreferenziale Giovanni Paolo II senza apparenti scosse; ma ha rappresentato la novità a cui il papato non può più sfuggire: dando le dimissioni ha rotto la convenzione clericale e nemmeno il Belli una cosa così se la sarebbe sognata. Francesco sembra fare sul serio nel rinnovare anche in questo campo: sono duecento gli anni di ritardo che il cardinal Martini denunciava ed è necessario intervenire tempestivamente perché i cani da guardia sia della conservazione teologica, sia degli interessi vaticani stanno uggiolando e incominciano a mostrare i denti.

Francesco si è coraggiosamente spogliato delle scarpe di Prada, ma semplifica anche i riti che hanno fin qui spettacolarizzato il culto. Presentarsi la prima volta con la croce non più d’oro e gemme è stato un grande gesto mediatico, subito raccolto e compreso; ma se la gente non pretende che nelle diocesi, preti e parrocchiani zelanti insieme, si spoglino di tutti gli orpelli e diventino davvero cristiani convertiti, ci potrebbe essere qualche rimpianto… papolatrico, se si può dire. E c’è chi non aspetta altro.

Credo che il suo stile diretto e i contenuti delle cose che dice siano efficaci e costruttivi; vorrei che convertissero i troppi che giudicano qualunque personaggio solo se “gli piace”. La sobrietà non è accattivante».

Papa Francesco I sembrerebbe voler cambiare la Chiesa. L’abbiamo visto nelle sue aperture nel Sinodo della famiglia. Ma nei nodi dogmatici e teologici principali qualcuno dice che non si è mosso di un centimetro. È così? Secondo te ci sono vescovi e cardinali curiali che lo vogliono bloccare e schiacciare? Qualcuno teme che, per le sue aperture, corra dei rischi…

«Non ho firmato l’appello delle tante associazioni – di alcune delle quali faccio parte – perché non è (ancora) il momento di scendere in campo a difesa di Papa Francesco. Siccome il motivo della mobilitazione è stato un articolo di Messori (uno a cui non va bene nemmeno il Risorgimento perché anticlericale) che l’autore dichiarava “richiesto”, era bene chiedere al direttore del Corriere della Sera (il quotidiano su cui scrive Alberto Melloni) di far conoscere chi mai fossero i richiedenti. Tuttavia, vivendo a Bologna, non ho difficoltà a dire che il cardinal Caffarra è, dal punto di vista ecclesiastico, un capofila dell’opposizione a Bergoglio, anche se, intervistato, ha respinto le accuse dicendo testualmente “preferirei che si dicesse che ho l’amante (sic!) perché sono nato papista, ho vissuto da papista e voglio morire papista”. A Bologna c’è anche una sparuta minoranza che, per contestare la festa di Halloween, organizza una sorta di processione notturna contro i satanisti che va da una porta civica al cimitero, dove di satanisti ci sono solamente loro. Le chiese bolognesi sono tenute a dare la particola in bocca e, purtroppo, molti si adeguano, anche se l’atto di coraggio per non essere imboccati come bambini nel momento liturgicamente più serio sarebbe modesto (e i preti in genere non fanno difficoltà).

Non ci riusciranno a “farlo fuori”, ma la difesa della linea Bergoglio si fa più ardua perché per cinquant’anni abbiamo lasciato che gli stessi oppositori oscurassero il Vaticano II. Noi laici credenti, a cui il Concilio dava autorità, non ce la siamo presa per la totale ignoranza dei contenuti della fede a cui diciamo di credere. Come ho detto, molti potranno sentire deludenti certi smantellamenti dagli apparati spettacolari e dell’approccio che dà riconoscimento di valore anche ai non cattolici (l’ecumenismo è parola difficile, la libertà religiosa non meno).

La crisi ci rende più vulnerabili e la chiesa “povera” diventa scomoda. Infatti, a mio avviso, Papa Francesco è tutt’altro che lassista: vuole mantenere il suo gregge, ma non permette che passi per cristiano chi cristiano non è. In parole povere non dice che gli squilibri sociali sono causati dalla secolarizzazione e, anche se sembra indulgente con le coppie che hanno fallito, non ha mai detto di voler cancellare l’indissolubilità del matrimonio. Anche fuori dall’Occidente possono essere fonte di sconcerto le dichiarazioni (“chi sono io per giudicare?”) contrarie al rifiuto dell’omosessuale in paesi dell’Africa che lo condannano.

A mio avviso chi intende difendere Francesco lo faccia con un impegno coerente sulle singole tematiche, contribuisca a produrre un ‘alfabetizzazione culturale che riscatti i duecento anni di ritardo deplorati da Martini».

Sempre Bergoglio ha fatto un discorso contro le guerre al Sacrario di Redipuglia dove dice che “le guerre sono una follia” e che assistiamo ad una sorta di Terza Guerra mondiale. Cosa che non ha fatto il Presidente della Repubblica Napolitano il 4 novembre. Che ne pensi di questo Papa “pacifista”?

«Dunque, personalmente sono conosciuta come persona che si è sempre “battuta” per la pace. La contraddizione del “combattere” per la “pace” mi ha sempre impedito il puro e semplice irenismo.

Infatti, sempre nella mia interpretazione, il mondo non ha mai conosciuto “la pace”, perché nessuno ha mai potuto vivere bene se anche un solo paese era in guerra. Tanto meno oggi: l’Europa vive settant’anni di pace interna, ma è responsabile, con tutto l’Occidente, della mancata condivisione delle risorse con i paesi in cui sono in atto conflitti di cui è responsabile l’antico colonialismo e la moderna globalizzazione economica. Di qui il mio richiamo – sono stata Presidente della Lega degli Obiettori di Coscienza – a “prevenire” le guerre: quando i conflitti esplodono e intervengono le armi, ci sono le armi, c’è la guerra e non vale invocare la pace. Da Caino ai giorni nostri c’è stato un grande progresso e la guerra oggi, anche se la si fa, non è più un valore conclamato (la prima guerra mondiale viene organizzata da ministeri ovunque chiamati “della Guerra”). Tutti ammettiamo la legittima difesa e, siccome la razionalità umana è carente, nessuno dovrebbe aggredire nessuno; siccome avviene il contrario, ammettiamo l’esistenza degli apparati difensivi. Ma non si fa prevenzione e la diplomazia fatica a sostituire l’esercito.

Vediamo i conflitti degenerare, ma li alimentiamo: basta citare il conflitto Israele/Palestina presente alla nostra attenzione dal 1947. Dico questo perché la prima cosa che ha detto il Papa è che siamo già dentro una terza guerra mondiale frammentata, ma non è stato questo il richiamo che ha lasciato traccia nell’opinione pubblica, bensì la generica e ovvia definizione – che un papa cristiano non avrebbe mai dovuto stancarsi di predicare – di “follia”. Anche di Benedetto XV – che divenne Papa a guerra dichiarata (e con larga adesione del clero e mondo cattolico) – si ricorda la tardiva (agosto 1917) “inutile strage” e non gli appelli ai governanti mai accolti, dall’enciclica del novembre 1914 alla Pacem dei munus pulcherrimum del 1920, che rivela il suo timore che alla pace mancasse la riconciliazione e restassero i “germi di antichi rancori”. Anche lui aveva contro la Chiesa reazionaria: il padre domenicano Antonin-Dalmace Sertillanges, noto predicatore della chiesa della Madeleine a Parigi, aveva contestato: “Santo Padre, noi non vogliamo la vostra pace”…

Chi vuole seguire il Papa e, insieme, lavorare per la pace, deve cercare di capire come sta andando il mondo, occuparsi di politica internazionale e di commercio delle anni e non confondere Francesco con un governante. Perché, se, per stare dalla parte delle vittime, prendiamo posizione a fianco di uno dei contendenti, stiamo già dentro la logica amico/nemico. Meglio la diplomazia e aiutare la prevenzione».

Sempre sulle colonne della nostra rivista la scrittrice Michela Murgia ci ha detto che, secondo lei, «La Chiesa è in un momento storico in cui, per la prima volta, non sta innovando, come molte volte ha fatto in passato precedendo governi e filosofie, ma sembra muoversi a traino e non tenere più il passo. Eppure mai come in quest’ora storica di autosufficienza e di potenza tecnologica il mondo ha avuto bisogno del messaggio liberante e umanizzante di Cristo Gesù; confidare nell’ignoranza delle masse per indurle al fideismo attraverso le paraliturgie e le devozioni tradizionali significa abdicare al primo dovere ecclesiale, quello dell’annuncio e della sua testimonianza».

Che ne pensi? Rispecchia quello che vuole Papa Francesco per la sua Chiesa?

«C’è stata una vignetta carina, che raffigurava due che parlavano del nuovo papa: “Pensa, è un gesuita e parla come un francescano!”, “Appunto; è un gesuita”. Per dire che non sono sicurissima che Francesco abbia un quadro preciso della strategia del papa. Cito ad esempio il Sinodo sulla famiglia: questionario, partecipazione filtrata dalle diocesi, presenza inadeguata dei laici, tematica esclusiva (comunione ai divorziati e accoglienza dei gay): ok. Spero che Francesco abbia previsto le conclusioni (e, soprattutto, tenga d’occhio l’evoluzione di questi mesi), perché la famiglia tradizionale, quella della gente comune, è in crisi grave e la sua evoluzione è ancora lontana dal ritenersi compiuta, mentre sui principali problemi cattolici – indissolubilità, contraccezione, LGBT e sessualità – non sarà facilissimo cavarsela con i farisei che tengono a parole alla “dottrina”. Dal

punto di vista laico non ci sono grandi problemi: anche i cattolici tradizionalisti seguono gli insegnamenti morali della Chiesa solo a parole e non c’è conservatore lefebvriano che non abbia figli o fratelli conviventi o divorziati. Certamente Francesco sta incidendo seriamente sulla struttura: basta vedere i venti nuovi cardinali e costatare che nessuno è statunitense. Bisogna tener conto che Giovanni Paolo II era riuscito, nel suo lungo pontificato, a nominare un gran numero di vescovi a propria immagine e somiglianza; si era anche assicurato il controllo gerarchico secondo lo stile dei monarchi, con il risultato che il potere lo gestiva il Vaticano.

Che Bergoglio abbia deciso di sopprimere lo IOR per tutti gli scandali verificatisi, è di esemplare chiarezza, ma deve anche curare i conti del Vaticano da solo contro molti. In questo caso il Papa sa che la partita sarà lunga e decisiva per il futuro della Chiesa. Infatti al fondo di tutti i problemi sta la continuità: una Chiesa conservatrice potrà anche costruire una cittadella difensiva in cui deplorare l’assedio della modernità, ma se non ci si aprirà a riforme che, come diceva Giovanni XXIII, non cambiano il Vangelo ma ce lo fanno leggere meglio, diventerà sempre meno credibile.

Sono molti i libri usciti in questi anni sulla possibile fine del Cristianesimo e anche le altre religioni sono in crisi: la conflittualità che si è istaurata all’interno dell’Islam, in particolare dopo la rivendicazione estremista di alcuni criminali, manifesta la necessità di ripensare che cosa mai rappresenti oggi il Corano. A tutti i tradizionalisti piacerebbe tornare alle belle crociate e al martirio.

Ma, come dici tu, sarebbe davvero la fine, perché i messaggi delle religioni o sono liberanti o decadono, mentre è necessario che le chiese tornino all’annuncio e alla testimonianza non solo per coerenza, ma perché la gente ha bisogni umani più alti che debbono trovare alimento nella fede»

Cosa rimane da fare ancora nella Chiesa cattolica per trasformarla radicalmente? Quali opere deve svolgere Papa Francesco per essere vicino e/o simile al Santo di Assisi?

«Dunque: dopo Francesco il Papato non sarà mai più quello di prima (anche ad opera di Benedetto XVI e delle sue straordinarie dimissioni). La religione potrà finalmente cedere il passo alla fede, anche se a prezzo di un salutare dimagrimento: per aver silenziato per cinquant’anni il Concilio la Chiesa sta pagando il prezzo rilevante di non essere più attraente.

Qui ci inchiodiamo anche noi laici, a cui il Vaticano II ha dato autonomia e responsabilità e noi non ce la siamo presa. Se la gerarchia e la curia hanno mantenuto il potere sostenendo che il Concilio era stato irrilevante perché “pastorale” e non dogmatico, è stato perché troppo pochi sono stati i movimenti di base capaci di interpellare i propri vescovi.

Evidentemente secoli di obbedienza imposta e calata dall’alto come dovere del buon cristiano hanno determinato la passività che Gesù non ha mai ritenuto virtuosa. Il Santo di Assisi non è un’icona e non credo che mai, nemmeno oggi, accetterebbe di fare il Papa (e non sarebbe mai stato un gesuita).

Francesco (il Santo) ha avuto più contestazioni che accoglienza dai Papi suoi contemporanei:Innocenzo III sostanzialmente lo respinse, Onorio III approvò la Regola francescana (e anche quella domenicana), ma il suo impegno erano le crociate, sia per conquistare il sepolcro di Cristo sia contro gli albigesi e le eresie, mentre Gregorio IX si occupò della popolarità del Santo, ne condizionò l’Ordine e la memoria e lo ridusse nel fasto della chiesa dedicandogli il progetto di una basilica che dall’alto dei cieli Francesco doveva sentire parte della chiesa ricca poco testimone della povertà evangelica che credeva di aver testimoniato. Adesso la storia ci sorprende con una rivoluzione: anticlericale è il Papa. È perfino entusiasmante. Solo che non so se sapremo accettare il rovesciamento dei ruoli, perché non possiamo diventare noi, popolo di Dio, i clericali. Quindi quello che c’è ancora da fare dobbiamo proporlo da buoni seguaci del santo sovversivo. Oppure aspettiamo che alle altre cose da fare ci pensi il Papa? I tanti problemi della famiglia? La fine del celibato? La posizione delle donne nella Chiesa e i ministeri femminili? La nostra povertà, da chiamare piuttosto solidarietà, condizionati come siamo dalla mercificazione e dal consumismo di sistema? La prevenzione dei conflitti?».

 

Quali sono i compiti di testimonianza più urgenti per i piccoli gruppi ecclesiali?

«Ho appena finito di dire che dobbiamo farci francescani, cosa che probabilmente conosciamo poco, perché Francesco e Chiara avevano idee ben precise da cui non sono state tratte ancora le debite conseguenze. Pensate oggi un Francesco che inventava il presepio, che diceva che non c’è bisogno di andare in Palestina a fare le crociate perché qualunque coppia che ha avuto un figlio è Betlemme; oppure, sempre per dimostrare la stoltezza della passione di Papa Onorio per le crociate, la dimostrazione concreta che dal Sultano ci si può andare disarmati senza lo spreco di denaro che il Vaticano cercava da tutte le parti per armare i cristiani contro gli infedeli. I gruppi ecclesiali non sono mai “piccoli”, anche se sono poco numerosi: hanno miglior possibilità di approfondire la propria consapevolezza di credenti. A parte che siamo ignoranti proprio nelle cose che riteniamo fondamentali, viviamo in un’epoca di transizione: il mondo cambia e ci sentiamo pieni di incertezze e di dubbi.

Credo che molte idee che pure sentiamo di avere intuitivamente, le argomentiamo poco; ed è anche per questo che difficilmente chiediamo udienza al vescovo per rompergli le scatole.

Ho detto che vivo a Bologna, dove è vescovo il cardinal Caffarra, conservatore e oppositore di Bergoglio: non mi risulta che mai nessuno sia andato a rompergli un po’ di scatole invece di continuare a deprecarlo nei discorsi comuni. Forse per avere più sicurezza di argomentazione, dobbiamo approfondire di più i problemi e forse – so che il verbo è urtante. studiare…».

Quale è il volto di Dio che dobbiamo rendere presente nella storia che stiamo attraversando?

«Come puoi dire di amare Dio che non vedi, se non ami il fratello che hai vicino: senza citare Giovanni, bisognerà pure partire dall’amore. Dio è parola impegnativa, perché nemmeno Abramo o Mosè ne hanno avuto esperienza se non simbolica. Dante ci si è sprofondato senza più capire. Per molti è un tappabuchi, tanto per spiegare l’esistenza propria e del mondo.

Davvero – lo dico in giorni pesanti per il massacro dei giornalisti francesi e, ancor più, per il rafforzarsi in luoghi dell’Iraq o della Nigeria, di una follia sanguinaria attribuita alla religione – se non partiamo dalla solidarietà fra tutti gli umani, continueremo a nominare invano il suo nome.

Possiamo essere migliori di quello che siamo, a partire dalla mia amica che lo cerca per noi in clausura (e io non capisco del tutto), per finire a Samantha Cristoforetti che vola nello spazio sulle nostre teste e dimostra che la scienza va avanti più della nostra conoscenza dei massimi problemi.

Ma, qualunque cosa si faccia, bisogna non essere egoisti e chiusi. Altrimenti l’amore non lo troviamo: né per Dio né per gli altri.

Voglio aggiungere un argomento per me essenziale. Tutti, ma in primo luogo il Papa, dovrebbero farsi aiutare dalla cultura delle donne: che si parli del prossimo o di Dio, della pace o della politica, della vita o della morte, anche per Francesco (e gli altri) sarebbe ora di incominciare a sentire di avere bisogno di entrare nel futuro meglio attrezzato.

La Chiesa, che è testimone di un umano in cerca di bene, ma ancora diviso, se vuole essere “comunione” non può continuare senza di noi. Anche su questa infedeltà al vangelo Francesco può aiutarla».

29 Marzo 2015Permalink

8 marzo 2015 – Maternità ineguali per legge

 

Chissà se si può dire! ma visto che la legge italiana impone maternità ineguali, proviamoci.

2009 pacchetto sicurezza (della paura).
Il punto di partenza è sempre lo stesso: la richiesta del permesso di soggiorno da esibire per registrare la nascita dei figli.

“Il timore, quindi, di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità (art. 7 CRC), nonché dell’art. 9 CRC contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori. Pur non esistendo dati certi sull’entità del fenomeno, le ultime stime evidenziano la presenza di 544 mila migranti privi di permesso di soggiorno. Questo può far supporre che vi sia un numero significativo di gestanti in situazione irregolare”.

Ce lo dice – nel suo rapporto del 2011 e nei successivi – il gruppo Convention on the Rights of the Child (CRC) un insieme di 87 soggetti del Terzo Settore, coordinati da Save the Children Italia, che hanno dato vita ad un sistema di monitoraggio permanente, indipendente e condiviso sull’attuazione della CRC in Italia.

Anche l’ONU si preoccupa

Il settimo rapporto  CRC (2013-2014) comunica  anche la reazione del Comitato ONU alla situazione italiana.
Il Comitato, evidentemente preoccupato per le restrizioni legali e pratiche al diritto dei minorenni di origine straniera di essere registrati alla nascita, raccomanda “una  riforma legislativa che garantisca il diritto alla registrazione per tutti i minorenni nati in Italia, indipendentemente dalla situazione amministrativa dei genitori”. L’accoglienza di tale indicazione sarebbe anche garanzia di uguaglianza e tutela per le partorienti oggi discriminate nonostante le leggi che assicurano la tutela della maternità.

8 marzo – giornata universale della donna ma non troppo

Riesce difficile da accettare, ma è così. C’è chi partorisce di nascosto, fuori dalle strutture sanitarie, senza che vi sia una significativa pronuncia di preoccupazione espressa anche dalle associazioni finalizzate a promuovere i diritti delle donne.
Di recente, in un suo convegno nazionale, il Gruppo di Lavoro del Bambino Immigrato (Società Italiana di Pediatria – Sezione Regionale FVG, convegno patrocinato anche dalla Società Italiana di Medicina delle Migrazioni) ha voluto esporre un poster che descrive la situazione del bambino che nasce ‘inesistente’ a causa della situazione burocratica dei suoi genitori.
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Due parrocchie di Udine, venute in possesso di quel poster, lo hanno esposto nelle bacheche all’ingresso delle loro chiese. Curiosamente questo è accaduto l’8 marzo. Che sia un buon segno? Che serva di stimolo per l’approvazione della proposta di legge che rimedierebbe alla ferita di civiltà che subiamo da quasi OLYMPUS DIGITAL CAMERAsei anni?

 

8 Marzo 2015Permalink

11 gennaio 2015 – A proposito di Charlie

La strage al settimanale Charlie Hebdo è una tragedia dalle molte facce che rischia di fare troppe vittime. Le prime sono i giornalisti, i vignettisti e i poliziotti caduti sotto il fuoco della follia integralista degli attentatori. Poi i familiari, che piangono i loro parenti uccisi brutalmente. Poi i musulmani di tutto il mondo, che sull’onda dello sdegno e della paura che sta montando, rischiano in quanto tali di essere assurdamente equiparati ai terroristi e di farne le spese ingiustamente. Infine, ultime vittime ma non meno importanti, ci sono la ragionevolezza, l’arte delle distinzioni, la tolleranza, lo spirito del dialogo e la libertà religiosa, che sono tra le più grandi conquiste storiche della nostra civiltà.

Come giornalisti di testate di diversa ispirazione religiosa, portiamo il lutto per la morte dei nostri colleghi francesi: la loro resistenza alle minacce degli intolleranti e la loro testimonianza di libertà ci devono essere di esempio. Lo spirito critico è il sale del giornalismo. E la satira ne è una delle sue espressioni. Anche se non sempre si è d’accordo con le sue provocazioni. Una società democratica si riconosce dalla capacità di difendere la possibilità d’espressione anche delle voci più taglienti.

La questione che si pone oggi è di enorme rilevanza, perché l’attacco terroristico a Charlie Hebdo non ha inteso ferire a morte soltanto un gruppo di coraggiosi vignettisti, né soltanto aggredire società laiche e liberali come quella francese; ha inteso sottomettere, intimidire e piegare tutti i credenti in un Dio diverso da quello violento e totalitario propagandato dagli integralisti.

Portiamo il lutto perché, in questo clima sociale, lo spirito di dialogo e di convivenza tra diverse culture e religioni rischia di farsi più difficile. Su un punto, perciò, occorre essere chiari: chi dice di voler difendere Dio usando la violenza, sta bestemmiando il suo Santo Nome.

Per questo non possiamo dimenticare anche la terribile strage compiuta nel Nord della Nigeria.

L’ironia e la satira non sono nemiche dei credenti. Anzi, possono aiutarli a liberarsi dalla presunzione di “possedere” l’Altissimo, giocando così una funzione anti-idolatrica. Saper ridere di se stessi e rispettare la propria coscienza di credenti è dunque un modo per sconfiggere la follia assolutista di chi vorrebbe imporre con la forza della paura una caricatura impazzita e mortifera del Divino.

Forse una risata non salverà il mondo. Ma almeno ci impedirà di trasformare Dio in un simbolo dell’odio.

Jesus (mensile della Periodici San Paolo) Il Regno (edizioni Dehoniane) Riforma (quotidiano on line e settimanale delle Chiese valdesi metodiste e battiste in Italia) Nev (agenzia di stampa della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia – Fcei) RBE (Radio Beckwith Evangelica) Confronti (mensile di dialogo ecumenico e interreligioso) Qol (rivista di dialogo cristiano-ebraico) CEM Mondialità (mensile di interculturalità) Yalla Italia (blog delle “seconde generazioni”)

11 Gennaio 2015Permalink

10 gennaio 2015 — Morire sulla strada, morire sull’altare

Nel 1998 a seguito di un rifacimento del transetto ovest dell’Abbazia di Westminster, centro della comunione anglicana, sono state poste dieci statue di martiri cristiani di ogni confessione che, nel passato recente, hanno dato la loro vita per il Vangelo.
Tra di loro ci sono Dietrich Bonhoeffer, Martin Luther King, Massimiliano Kolbe
e Oscar Romero.  Westminster_Abbey_-_20th_Century_Martyrs

 

Ora anche la chiesa cattolica riconosce la morte di Romero, arcivescovo di San Salvador, come martirio. Fu assassinato il 24 marzo 1980.

http://www.avvenire.it/Chiesa/Pagine/Riconosciuto-il-martirio-di-Oscar-Romero.aspx

http://m.repubblica.it/mobile/r/sezioni/esteri/2015/01/09/news/vaticano_romero-104574445/

10 Gennaio 2015Permalink