18 marzo 2013 – Il nuovo vescovo di Roma

I care

Ieri ho sentito la necessità di trascrivere i due discorsi di insediamento della Presidente della Camera e del presidente del Senato. Ne ho inviato il testo a parecchie persone e ho ricevuto entusiastici riscontri, ‘un regalo’ mi ha scritto un’amica.

Sono due discorsi brevi ma intensi che ci  danno la possibilità di fare esperienza di un linguaggio politico autentico, pulito, condivisibile. Spostano il centro di gravità dalla conta di sedie e dalla blandizie alle varie lobbies che sembrano aver oscurato la società civile e ne occupano il palcoscenico per lasciarci sperare in un’etica per cui la politica sia competente e responsabile servizio. E non  parlo del becerume straripante e della volgarità del linguaggio che riconduce implacabilmente alla volgarità della mente di chi lo pratica e che vorremmo definitivamente cancellare.
L’incipit dei due interventi ha rotto le formalità protocollari.
“Care deputate e cari deputati”, ha detto la neo presidente della camera.
“Care senatrici e cari senatori”, le ha fatto eco il neo presidente del Senato.
Avrebbero dovuto dire ‘Onorevoli colleghi’, ma per fortuna non lo hanno fatto e sono certa che intendevano assumersi tutta la pregnanza della parola care e cari.
‘Mi state a cuore’, ‘I care’ insegnava don Milani ai ragazzi della scuola di Barbiana.
E non voglio dimenticare il mio apprezzamento ai senatori del Movimento 5 stelle che, entrati in Senato al seguito di urla spesso sguaiate di chi si presenta loro  leader, hanno capito il significato alto dell’art. 67 della Costituzione “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” e a quello hanno obbedito, con difficile esercizio di dignità, non a un carisma autoritario.
I ‘no’ possono essere faticosi, ma necessari.

Fratelli, non signori

La rottura protocollare  dei due presidenti me ne ha richiamato un’altra, forse anche più dirompente: “Fratelli cardinali” ha esordito Francesco I° nella sua prima allocuzione ai cardinali, poco dopo quell’elezione per cui Dio (lo ha detto il papa, non io) dovrebbe perdonarli. Avrebbe dovuto dire ‘signori cardinali’.
E poi si è presentato al balcone di S. Pietro, parlando di sé come vescovo di Roma e, se qualcuno non avesse capito, ha onorato il suo predecessore con il titolo di vescovo emerito.
Vescovo quindi di una precisa diocesi. Per questo e tanti altri motivi è una parola che apre alla collegialità. Si riparla di Vaticano II°. Non posso che sperarlo.
E poi ha fatto un gesto che a me ha dato un’impressione profonda: ha chiesto al popolo di cui è vescovo un favore. Ha detto, e voglio trascrivere esattamente  le sue parole “E adesso vorrei dare la Benedizione, ma prima – prima, vi chiedo un favore; prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la Benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me”.
Chiedo scusa per questi riferimenti di natura religiosa che so essere per qualcuno  irritanti, ma il papa è papa e va considerato non solo perché i suoi gesti piacciono ma anche per la sua fede.
Mi permetto quindi di sottolineare che ha chiesto una preghiera ‘SU di me’, non ‘PER me’. E ha ottenuto il silenzio di una piazza normalmente chiassosa mentre si inchinava a chi pregava SU di lui.
L’ho vissuto come il silenzio richiamato in un passo di un antico testo della Bibbia, quando Dio parla al profeta Elia: “11Gli disse: “Esci e férmati sul monte alla presenza del Signore”. Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12 Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. 13Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna”. (1Re, 19).

Gesti e simpatia
Non occorre che scriva dei gesti di Francesco I° che, in pochi giorni gli hanno suscitato la simpatia del mondo.
Voglio sottolineare una speranza, anzi due.
Certamente, anche se potessi parlargli non chiederei al papa di rinunciare a quello che, in scienza e coscienza, ritiene il suo magistero (anche se non nascondo la speranza di cambiamenti nello spirito del Vaticano II°), ma di non fare di questo magistero un oggetto per un mercato di potere, questo sì glielo chiederei. Quando decidesse di entrare nella coscienza di chi ha un ruolo politico nelle istituzioni, nelle decisioni dei cittadini in quanto tali, si fermi, eviti un ingresso a gamba tesa (un solo esempio: l’esercizio spregiudicato di potere fatto dal card. Ruini a proposito del referendum sulla fecondazione assistita) .
L’esercizio di questo magistero può arrivare a decisioni irritanti, non condivisibili nell’esercizio – eticamente sostenibile – delle attività istituzionale.?
La risposta non appartiene alla sudditanza ma alla libertà di coscienza.
Se ne facciano carico i politici cattolici e non usino la religione come un comodo passepartout.
E la seconda speranza è ancora più urgente e pressante.

La patata bollente

Ho visto la foto del papa che, durante i riti del giovedì santo,  bacia il piede di un malato di Aids. E’ un gesto significativo, importante, ammirevole.
Ma non voglio dimenticare che questo papa ha ricevuto dal predecessore la patata bollente della ‘relatio’ di tre cardinali (Julian Herranz, Jozef Tomko e Salvatore De Giorgi)  che hanno indagato su politiche di curia i cui segni che appaiono all’esterno sono sconvolgenti. I segni che ho potuto intuire riguardano le politiche dello IOR e la pedofilia.
Saprà papa Francesco agire nei confronti della società civile con la stessa umiltà dimostrata verso il malato cui bacia il piede e rendere quella relatio (si prenda il tempo necessario per meditarla!) trasparente e pubblica, chiedendo perdono a coloro che da scelte curiali improprie siano stati offesi?
Voglio sottolineare che l’abuso sui minori, anche se apparentemente non violento, è violenza, e questa consapevolezza appartiene alla società civile e in questa società ha trovato norme anche sanzionatorie e a questa società –tutta- non solo al mondo cattolico – è dovere rispondere.

18 Marzo 2013Permalink

2 marzo 2013 – LE DUE CRISI di Raniero la Valle

Ho ripreso l’articolo che propongo dal sito www.ildialogo.org, dove è stato pubblicato ieri, 1 marzo

Con grande forza simbolica, nel febbraio di quest’anno di grazia 2013, hanno contemporaneamente fatto irruzione sulla scena le due crisi epocali che il cattolicesimo critico aveva identificato e denunciato negli anni Quaranta del Novecento, alla fine della seconda guerra mondiale: la catastroficità della situazione politica e la criticità della situazione ecclesiale…, due crisi speculari e alimento l’una dell’altra.

La prima si manifestava nel fatto che nel nazismo, nella guerra e in Hiroshima era venuto a concludersi tragicamente l’intero ciclo culturale e politico dell’Occidente; la seconda era espressa dal drammatico interrogativo dell’arcivescovo di Parigi, cardinale Suhard, tradotto in Italia dalla Corsia dei servi e da “Cronache sociali” col titolo: “Agonia della Chiesa?” Fu soprattutto Giuseppe Dossetti che su questa doppia diagnosi di situazione critica della società e della Chiesa, parlò con spirito di profezia e impostò tutte le sue scelte e la sua vita, dalla Costituente al Concilio, alla scelta monastica, alla Palestina, ai Comitati per la Costituzione.

A queste due crisi catastrofiche furono opposti nel Novecento due potenti antidoti: il primo fu il costituzionalismo, i diritti dell’uomo e il ripudio della guerra; il secondo fu il Concilio. Antidoti, non soluzioni. Sarebbe stato necessario, per uscire dalla crisi, che il nuovo pensiero politico e giuridico e la novità del Concilio fossero stati proseguiti, non rovesciati, non interrotti, ma davvero realizzati. Così non è stato. Le speranze politiche sono state travolte dal delirio di potenza del capitalismo finanziario vincitore globale dopo la “caduta” del Muro dell’89, quelle ecclesiali dall’interdizione che sotto varie forme – ermeneutiche e di governo – il Concilio ha subito nella sua attuazione, per il ricatto dei tradizionalisti giunto fino alla scisma e per le contraddizioni e le paure di vertici ecclesiastici provenienti quasi sempre da quella che era stata la minoranza conciliare.

Così le due crisi si sono ricongiunte e sono esplose nello sbigottimento dell’Europa per l’esito delle elezioni italiane, e nel ritiro del Papa dal suo ufficio, casualmente coincidenti ma risuonati insieme come grido potente, quasi da ultimo avviso, e invito a cambiare strada prima che sia troppo tardi.

Non tutto, infatti, è perduto. La crisi di un sistema istituzionale, politico e finanziario, non è infatti la fine della civiltà, non è il venir meno delle risorse umane, non è la perdita della inventiva e della forza di cambiamento di elettorati, popoli, classi impoverite e giovani espropriati di futuro.

La crisi del papato non è la crisi della Chiesa che pur finora si è adagiata sulla sua supplenza per tutte le cose, in una sussidiarietà rovesciata; né la crisi della Chiesa “governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui”, è la crisi dell’unica Chiesa di Cristo che, come dice la Lumen Gentium del Concilio, in essa “sussiste” senza esaurirvisi; la polvere che Benedetto XVI (non ancora diventato “emerito”) aveva visto addensata sul suo volto, o addirittura la sua “sporcizia” – termine brusco che in italiano ha un sapore moralistico e impietoso che forse in tedesco non ha – nonché le divisioni del corpo ecclesiale, e il servirsi di Dio per fini di denaro e di potere, sono piaghe di una Chiesa “in questo mondo costituita e organizzata come società”, non sono confutazioni dell’ “una, santa, cattolica ed apostolica Chiesa” professata nel Credo.

Il contemporaneo esplodere di queste due crisi è salutare se, al di là delle manifestazioni esteriori (le piazze piene di Grillo e il balcone vuoto di San Pietro) si va alle realtà di cui esse sono simbolo: l’afasia della politica istituzionale, da tempo incapace di parole e gesti di vita, e il silenzio di una Chiesa che dopo il Concilio ha mancato il suo appuntamento col mondo. Queste due estraneità, della politica e della Chiesa, hanno messo la gente in una condizione di esilio, senza una terra in cui stare: sono venuti a mancare punti di riferimento, obiettivi politici, legami sociali, etiche condivise, speranze teologali e preghiera, e c’è bisogno che questo retroterra si ricostituisca. Se ora, scompaginando il sistema politico, i risultati elettorali produrranno un cambiamento reale nella pratica della democrazia, nei rapporti parlamentari e nel servizio dello Stato, essi potranno dirsi eccellenti. Se, ritirandosi dalla modernità, come Jacques Le Goff interpreta le sue dimissioni, Benedetto XVI farà venir meno la rinnovata contraddizione accesa nel suo pontificato tra la Chiesa e una modernità bollata come relativismo, questo ritirarsi sarà stato positivo; e se riprenderà la costruzione di una comunità democratica delle nazioni, e se il Concilio riprenderà il cammino della sua ricezione nella Chiesa si potrà ricostruire un tracciato di speranza.

Questo è oggi possibile, perché la crisi si abbatte non su aborti, ma su uomini viventi che Dio “ha messo in mano al loro consiglio” e ha reso capaci di agire con sapienza in un momento in cui “è in pericolo il futuro del mondo” (che è la Gaudium et Spes). Con la politica, con il diritto e con la fede.

Venerdì 01 Marzo,2013 Ore: 22:17

2 Marzo 2013Permalink

26 febbraio 2013 – Contributo da tempi duri

Mi fa piacere riportare quanto ha scritto e mi ha inviato l’amica Giancarla Codrignani. Condivido pressoché tutto ma voglio sottolineare, «con buona pace di tutti quelli che “recitano” le scritture, cioè le leggono secondo la tradizione dei bimbi che vanno a dottrina», la scelta di un linguaggio razionale per un messaggio adulto, per adulti che si assumono ogni giorno la responsabilità del proprio pensiero.

IL CRISTIANESIMO DOPO BENEDETTO XVI                     febbraio 2013
Giancarla Codrignani

Eugenio Scalfari, appreso l’ “evento”, ricordava (Repubblica del 17 febbraio): “Non fu Cristo a dire a Simone: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa? E’ vero, così recitano le scritture del Nuovo Testamento“. Con buona pace di tutti quelli che “recitano” le scritture, cioè le leggono secondo la tradizione dei bimbi che vanno a dottrina, per molti studiosi e teologi del nostro tempo non è così “vero” che Gesù abbia istituito la successione apostolica e il papato (per giunta, dal 1870, “infallibile”). E nemmeno “questa” Chiesa.

La rinuncia di papa Benedetto, che lo storico Le Goff, riferendosi alle intenzioni presunte, ha definito un’ “uscita dalla modernità”, sta producendo un potente effetto di rimbalzo proprio “dentro” la modernità, destinato, forse, a diventare controproducente. Come continuare a mantenere l’aura sacrale e a sostenere l’infallibilità quando un Pontefice romano lascia il soglio perché “non ce la fa”? Joseph Ratzinger, nemico del relativismo, è diventato involontariamente relativista; impressionato dalla secolarizzazione, ha evidenziato la secolarizzazione interna al Vaticano.

Difficile conservare memoria della visione immaginata al momento dell’annuncio di Papa Ratzinger come uomo fragile, dallo sguardo infantile, velato di timidezza repressa, disposto a tornare nella sua Germania per sedere in poltrona con il gatto sulle ginocchia ad ascoltare Mozart. In realtà, sempre che la salute glielo consenta (appare davvero vulnerabile), la presenza in Vaticano di un pensiero tutt’altro che debole potrà riservare ancora sorprese, quanto meno letterarie. L’aver fatto vescovo il segretario per mantenerlo accanto a sé ma garantito da vendette postume, la nomina di un finanziere dell’industria bellica tedesca al controllo dello Ior, l’allontanamento in Colombia di un curiale apparentemente più faccendiere che prete, sono scelte forti. Il motu proprio dell’11 novembre 2012 prende atto del disordine amministrativo delle Caritas, ma non ne impone la trasparenza mediante un controllo laicale o tecnico, bensì le sottomette tutte all’autorità  episcopale; così la condanna del gender al Consiglio Cor Unum del 19 gennaio, successivo alla lunga controversia con le suore americane accusate di “femminismo”, e la scomunica di p. Bourgeois impegnato a favore del sacerdozio femminile, non illudono sul pensiero teologico del papa “riformatore” che piace ai “laicisti”. Probabilmente il prossimo scritto non riguarderà l’infanzia di Gesù.

In ogni caso il nuovo pontefice avrà un compito assai difficile. Tutte le religioni attraversano un momento critico e nemmeno l’islam può restare immutato e non superare i suoi fondamentalismi. Il cattolicesimo non può chiedere agli anglicani di sottomettersi al primato di Roma, dato che nessuno di noi, nemmeno un anglicano, ha qualcosa a che vedere con Enrico VIII: l’ecumenismo deve fare i passi avanti fin qui intercettati, mentre il tempo interpella senza rinvii la libertà religiosa. Anche in questi, che sembrano problemi minori, si tratta di fedeltà ai messaggi originari da cui le religioni traggono senso. Sarebbe molto grave favorire, proprio nella fragilità psicologica della gente che vive male una crisi mondiale, il ritorno al “sacro” e alle ritualità, ormai solo formali.

Il 2013 è stato denominato “l’anno della fede”. Da troppo tempo si nomina invano il nome di Dio – sono parole di Benedetto – per interessi profani che arrivano alla corruzione, alla copertura complice degli scandali e all’interferenza nelle politiche degli stati. Ma si parla anche di etica, senza rendersi conto che i “principi non negoziabili” favoriscono l’ipocrisia della doppia morale: il rifiuto di ridiscutere di natura e di sessualità umana fa sì che nessuno segua i precetti della Chiesa che partono da una tradizionale (e materialistica, peraltro) concezione della “natura” per predicare la castità ai divorziati, il celibato ai preti, l’inferiorità della donna rispetto all’altare, il divieto della contraccezione e del preservativo anche anti-aids, la discriminazione dei fratelli omosessuali.

Eppure, proprio nei momenti difficili sarebbe importante occuparsi della spiritualità degli umani, non quella che evade nella trascendenza, ma quella che dà senso e alimenta le speranze, camminando insieme alla gente e cercando di prevedere i  nuovi “segni dei tempi”. Riprenda il nuovo Papa gli impegni del Concilio Vaticano II a partire dalla collegialità, mettendo fine al pregiudizio di un Concilio finalmente pastorale, contestato perché non dogmatico. Il Vaticano II affrontò un tema di coerenza evangelica senza dargli compiuto sviluppo teologico, quello della “povertà”. I padri conciliari avevano incominciato a trattarne in modo radicale, poco confacente con le linee tendenziali dello Ior, addirittura opponendosi al fasto delle vestimenta clericali. Tuttavia, proprio quel rigore potrebbe rendere amico il volto della Chiesa.

26 Febbraio 2013Permalink

20 febbraio 2013 – Riflessioni che continuano, autocitazioni e confronti

Riprendo dall’ampia rassegna stampa ‘L’abdicazione di Benedetto XVI’, firmata da Patrizia Vita, che potete trovare nel sito ‘ildialogo.org’ l’articolo che segue, con l’indicazione delle fonti tutte accessibili. Ho verificato.

Immunità: ecco perché Ratzinger resterà in Vaticano

Sicurezza e privacy, certo, sono i motivi contingenti che hanno spinto alla scelta di far risiedere papa Ratzinger all’interno del Vaticano. Ma ce n’è un terzo, più sottile e meno immediatamente percepibile, che è quello della conservazione dell’immunità: decaduta quella diplomatica con il decadere della carica di capo di Stato, infatti, solo la residenza all’interno dello Stato della Città del Vaticano, in base ai Patti Lateranensi, può continuare a garantirgliela. Non un dato irrilevante, dal momento che, in passato, diverse iniziative hanno cercato di coinvolgere il pontefice per citarlo in giudizio. E questo sia durante il suo incarico precedente di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, sia per il ruolo di capo di Stato vaticano, come sottolinea il quotidiano
The Huffington Post.

L’ambito è quello dello scandalo degli abusi sessuali perpetrati dal clero e dei processi avviati da varie associazioni delle vittime, specialmente negli Stati Uniti, che hanno coinvolto Ratzinger nel ruolo di “datore di lavoro” dei preti colpevoli di abusi, ma anche per il silenzio rispetto alla copertura da parte della Santa Sede. Fu quanto accadde in Oregon nel 2010, quando, nell’ambito della denuncia di abusi sessuali commessi negli anni ‘60 a Portland da un prete proveniente dall’Irlanda, i legali della vittima fecero leva sulla responsabilità diretta della Santa Sede, chiamata a rispondere delle azioni dei suoi “dipendenti”. L’accusa, per la Santa Sede, era di non aver preso provvedimenti limitandosi a trasferire il prete da una diocesi all’altra. La tesi, accolta dalla Corte d’appello dell’Oregon ma contestata dai legali del Vaticano, fu discussa davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che contestò l’immunità per la Santa Sede, stabilendo che il tribunale potesse proseguire nell’accertamento delle specifiche responsabilità degli organi vaticani.

In Wisconsin un analogo processo venne archiviato. L’avvocato Jeff Anderson, in rappresentanza di centinaia di vittime di abusi sessuali, aveva depositato una notifica di archiviazione – che comporta l’immediata chiusura del procedimento senza bisogno che la Corte si esprima – per un’azione legale che riguardava gli abusi perpretati, tra il 1950 e il 1974, da p. Lawrence Murphy. Secondo i documenti pubblicati nel 2010 dal New York Times, nel 1998, investita della questione, la Congregazione per la Dottrina della Fede, allora guidata da Ratzinger, rifiutò di procedere contro p. Murphy. «Era anziano e in precarie condizioni di salute», aveva motivato al quotidiano statunitense il portavoce della Sala stampa vaticana, p. Federico Lombardi, sottolineando che la Congregazione era venuta a conoscenza della questione solo a 20 anni di distanza dalla denuncia dei fatti alle autorità diocesane e di polizia. La notizia dell’archiviazione fu accolta con entusiasmo dall’avvocato che rappresenta la Santa Sede negli Usa, per il quale si trattava di una causa tenuta insieme solo da una «rete mendace di accuse infondate di complotti internazionali».

Non fu possibile aggirare l’immunità diplomatica di Benedetto XVI nemmeno nel 2010 quando, durante la sua visita in Gran Bretagna, lo scrittore inglese Richard Dawkins e il giornalista Christopher Hitchens chiesero l’arresto del papa.
Ma già nel febbraio 2005 Ratzinger, allora “solo” prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, era stato citato in giudizio per “ostruzione alla giustizia” davanti al tribunale dalla Corte distrettuale della contea di Harris (Texas). Secondo l’avvocato Shea, infatti, il testo emanato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 2001, l’Istruzione De delictis gravioribus che imponeva il silenzio su tutti i casi di pedofilia di cui i vescovi cattolici fossero venuti a conoscenza, avrebbe favorito la copertura di prelati coinvolti nei casi di molestie sessuali ai danni di minori negli Stati Uniti. La corte texana emise un ordine di comparizione per il prefetto del dicastero vaticano. Ma il 19 aprile 2005 Ratzinger fu eletto papa e i suoi legali negli Stati Uniti si rivolsero al Dipartimento di Stato Usa per chiedere l’immunità diplomatica per il loro assistito. L’amministrazione Bush acconsentì, anche per l’evidente imbarazzo che avrebbe suscitato l’audizione giudiziaria di un papa. E’ evidente, però, che con il passare del tempo le condanne per copertura degli abusi stanno colpendo sempre più in alto nella scala gerarchica ecclesiastica: basti pensare al recente coinvolgimento dell’ex arcivescovo di Los Angeles, card. Roger Mahony, che dovrà deporre in tribunale il prossimo 23 febbraio e la cui corrispondenza con la Santa Sede sul tema è compresa nelle migliaia di pagine di documentazione rese pubbliche.

I legali delle vittime di abusi presentarono, poi, nell’autunno 2011 un esposto alla Corte Penale Internazionale dell’Aia per dimostrare che «i più alti livelli del Vaticano hanno tollerato e reso possibile la copertura sistematica e diffusa di stupri e crimini sessuali contro bambini di tutto il mondo». Ancora non si conosce l’esito della procedura. Certo è, in ogni caso, che Ratzinger, al riparo del monastero Mater Ecclesiae, all’interno delle mura vaticane, potrà dormire sonni più tranquilli. Lo affermano anche funzionari vaticani: «La sua permanenza in Vaticano è necessaria – conferma un’autorità vaticana citata in forma anonima in un articolo dell’Huffington Post – altrimenti sarebbe indifeso. Altrove non avrebbe la sua immunità, le sue prerogative, la sua sicurezza».

Leggi tutto da:
linkiesta.it;    giornalettismo.com;     articolo21.org;    babylonpost.globalist.it;

17 febbraio – autocitazioni e verifica 

Riprendo, a mia futura memoria, quello che avevo scritto due giorni fa. Non mi associavo alla richiesta che si trova nell’articolo che ho trascritto (e che allora non conoscevo) ma mi chiedevo se il papa non avesse rivisto i motivi che potevano averlo indotto a non denunciare all’autorità competente i preti pedofili.
L’eventuale pentimento e confessione non cancella quello che per la società civile di molti paese è un crimine.
Ora fioccano sui quotidiani le notizie relative alla protesta di cattolici statunitensi che si oppongono a che il cardinale Roger Mahony entri in conclave. Il cardinale ha coperto preti pedofili. In Italia della questione si occupa Famiglia Cristiana.
Io mi chiedo invece se il suo silenzio non lo renda complice di un crimine e perché non entri come tale in tribunale. Solo lui?

Ecco le mie considerazioni del 17 febbraio:

“Mi viene da pensare a uno splendido racconto di Pirandello, Il treno ha fischiato, la storia di un poveretto la cui vita è solo lavoro di contabile che, per necessità, continua anche la sera a casa finché una notte, chissà perché, sente il fischio di un treno che rompe la sua ossessiva, totalizzante routine, tanto da stroncarlo. Pareva “gli si fosse scoperto, spalancato d’improvviso all’intorno lo spettacolo della vita.”

E se fosse successo anche al papa? Se a un certo punto avesse sentito un fischio, non credo di treno ma da chissà dove, e si fosse chiesto che cosa poteva fare sulla cattedra di Pietro che non sembra appoggiare su basi esemplarmente virtuose e si fosse reso conto che cardinali esperti in alta contabilità più che in pratiche di meditazione, usi forse a leggere bilanci con più interesse che salmi, erano più forti di lui? Se si fosse chiesto se non fosse il caso –come timidamente aveva cominciato a fare (con esiti finanziariamente disastrosi) nel caso della pedofilia – di consegnare alcuni suoi collaboratori all’autorità giudiziaria, dando a Cesare quel che è di Cesare?

E se a questo punto avesse pensato a un atto di radicale rottura come l’abdicazione, ammettendo la propria irrimediabile debolezza?”

20 Febbraio 2013Permalink

17 febbraio 2013 – Un papa abdica

  •  Ho voluto mettere la vignetta –fulminante come le migliori di Vauro – sia perché è graziosa, fa ridere e una bella risata è un elemento liberatorio, sia perché, secondo me, tocca un punto fondamentale, quello della sofferenza di un’umanità ridotta a condizione di schiavizzazione anche per il prevalere di una concezione del mercato assente da ogni etica.
    E quando parlo di etica non intendo moralistica pietà – cui seguono, e non sempre, attività di soccorso nobili, più spesso precarie -ma l’incrocio virtuoso fra economia e diritti che solo la politica può garantire. Non bastano gli umani sentimenti, per quanto buoni siano. E’ certamente un equilibrio fragile, spesso privo di efficaci conseguenze, non soggetto a regole rigide ma che deve essere cercato dentro la realtà non imposto da un pensiero estraneo alle vicende dell’umanità.
    Tutto questo mi è venuto in mente quando ho cercato di ricacciare invano uno dei miei –e per me irresistibili- cattivi pensieri. Non riesco a togliermi dalla testa l’idea  che all’origine della decisione del pontefice in odor di pensione ci siano i problemi dell’Istituto per le Opere di Religione (IOR), tanto più roventi in un’organizzazione che lo scandalo della pedofilia ha portato con le sue conseguenze giudiziarie, al collasso finanziario almeno negli USA.
    Un recente articolo pubblicato da La Stampa mi sembra di particolare interesse e lo collego, limitandomi ad osservare che il nuovo presidente, il tedesco Ernst von Freyberg (che scadrà nel 2015) non è gradito a molti che vorrebbero vedere in Vaticano una coerenza con scelte di pace che non sembrano appartenere a von Freyberg che sarebbe anche presidente di una società che fabbrica navi da guerra.
    Aggiungo che, mentre Gotti Tedeschi ‘licenziato’ parecchi mesi or sono, faceva parte dell’Opus Dei (organizzazione non certo in odore di santità cui appartiene anche il belga De Corte, di cui per qualche giorno si è parlato come possibile presidente dello IOR) il nuovo presidente è membro del sovrano ordine di Malta.
    Non so bene cosa tutto questo significhi ma non mi sembrano particolari da ignorare tanto più che se ne parla anche in connessione con l’affaire del Monte dei Paschi di Siena..
    E non posso ridurre così intriganti coincidenze temporali a mere irrilevanti casualità. O dovrei? Non ci riesco e le scrivo nel mio diario cui ho scoperto che è utile di tanto in tanto tornare.

Il treno ha fischiato.

Mi viene da pensare a uno splendido racconto di Pirandello, Il treno ha fischiato, la storia di un poveretto la cui vita è solo lavoro di contabile che, per necessità, continua anche la sera a casa finché una notte, chissà perché, sente il fischio di un treno che rompe la sua ossessiva, totalizzante routine, tanto da stroncarlo. Pareva “gli si fosse scoperto, spalancato d’improvviso all’intorno lo spettacolo della vita.”
E se fosse successo anche al papa? Se a un certo punto avesse sentito un fischio, non credo di treno ma da chissà dove, e si fosse chiesto che cosa poteva fare sulla cattedra di Pietro che non sembra appoggiare su basi esemplarmente virtuose e si fosse reso conto che cardinali esperti in alta contabilità più che in pratiche di meditazione, usi forse a leggere bilanci con più interesse che salmi, erano più forti di lui? Se si fosse chiesto se non fosse il caso –come timidamente aveva cominciato a fare (con esiti finanziariamente disastrosi) nel caso della pedofilia – di consegnare alcuni suoi collaboratori all’autorità giudiziaria, dando a Cesare quel che è di Cesare?
E se a questo punto avesse pensato a un atto di radicale rottura come l’abdicazione, ammettendo la propria irrimediabile debolezza?
Delle ragioni di una atto così dirompente si è occupata la giornalista Barbara Spinelli che ha scritto uno splendido articolo che collego, ritendo goffa ogni mia possibile ripetizione e il teologo Pietro Stefani che in una sua nota che purtroppo non ho modo di collegare con link considera le conseguenze del gesto papale come valutabili in un quadro di eterogenesi dei fini.
Quindi vedremo cosa accadrà anche a prescindere da, quali che siano, le intenzioni pontificie. 

La desacralizzazione toglie il coperchio sul santo, sul vero
Devo l’espressione che ho riportato nel titolo allo scritto di Barbara Spinelli e me ne approprio perché meglio non si potrebbe dire.
I pontefici, fino a Pio XII, si presentavano nell’ordine misterioso, un po’ magico, del sacro fra sedie gestatorie, flabelli, distanza sottolineata dalla comune umanità. Il linguaggio di Giovanni XXIII cominciò a rompere il velo che cela e a far emergere l’umanità che si consegna alla storia. Il gesto di papa Ratzinger si colloca, secondo me, in questo processo che (sempre dallo scritto di Stefani) “cambia invece definitivamente l’immagine del papa costituitasi nel XIX e nel XX secolo quando, per reagire all’assedio del mondo moderno, un sommo pontefice, ormai politicamente debole, fu soggetto a una forma di verticistica esaltazione spirituale. Non a caso il 1870 vide sia la proclamazione del dogma dell’infallibilità papale a opera del Vaticano I sia la breccia di Porta Pia compiuta dai bersaglieri”.
E se la nuova breccia di Porta Pia fosse lo IOR e i nuovi bersaglieri (eterogeneità dei fini!) il card. Marcinkus e i suoi, sembra, non troppo commendevoli successori?
Mi accorgo che rischio di creare l’immagine di un papa ‘buono’, tradito da alcuni collaboratori infedeli. Non è questa la mia intenzione.
Ci sono molte cose nel pontificato di Benedetto XVI che non voglio, né posso, dimenticare.
Vorrei riprendere, ma sarebbe troppo lungo, la terribile gaffe che fece Benedetto XVI nel 2006  a Ratisbona, citando un passaggio di un antico testo in modo tale da far indignare tutto  il mondo mussulmano. E trovo questa gaffe imperdonabile perché un professore universitario di quel livello non può permettersi citazioni mutilate e decontestualizzate.
Non voglio però dimenticare un’altra esternazione pontificia del 2010 che considero  particolarmente bruciante. Cito dal suo ‘Luce del mondo’ (pag. 171): “Vi possono essere singoli casi motivati, ad esempio quando uno che si prostituisce usa un profilattico, e questo può essere un primo passo verso una moralizzazione, un primo elemento di responsabilità per sviluppare di nuovo una consapevolezza del fatto che non tutto è permesso e che non si può fare tutto ciò che si vuole. Tuttavia, questo non è il modo vero e proprio per affrontare il male dell’HIV. Esso. in realtà, deve consistere nell’umanizzazione della sessualità”.
La cosa più grave è che il papa ripeté questo non condivisibile concetto ai giornalisti che l’accompagnavano in un viaggio in Africa, un continente devastato dall’AIDS.
E a questo punto non posso ignorare l’immagine indimenticabile di Nelson Mandela, vicino a un bambino malato (a sostegno della campagna per l’accessibilità dei farmaci) e impegnato ad accudire il figlio morente proprio di Aids.

Concistoro e conclave. Tutto qui?

Il papa se ne va. I cardinali si consultano.
Ma non basterà. Il papa che sarà eletto dovrebbe farsi carico di un concilio. E in quel concilio dovrebbero aver voce i profeti del nostro tempo.
Poco fa ho citato Mandela e certamente nelle storia dell’oggi ce ne sono altri.
Non so se basti l’abdicazione di un pontefice a far sì che la loro voce venga ascoltata per quanto forte parli.
Molti hanno scritto: ‘d’era in poi nulla sarà come prima’. Ho paura. Che riescano a massacrare anche quello che del concilio ha resistito a papi, cardinali, vescovi e a un popolo distratto?

19 febbraio
Collego al blog del giornalista Stille che segnala altri fatti interessanti, relativi al pontificato che si conclude.

17 Febbraio 2013Permalink

14 gennaio 2013 – Il fulmine che attraversa i pastrocchi e arriva alla sintesi.

Il fulmine è arrivato con la storia di una bambina, una piccola che la corte di Cassazione ha affidato alla sua mamma – che vive con una compagna – negando, a quanto ho capito, l’affido congiunto al padre che non aveva risparmiato scene di violenza alla figlia.
Spero di aver riassunto correttamente quanto letto e ascoltato, sobbalzando ogni volta che trovo la vicenda associata al riconoscimento del matrimonio degli omossessuali e al loro diritto ad adottare e mi chiedo invano ‘che c’entra?’.
L’ascolto del dibattito che ne è seguito è per molti versi deprimente. Attraverso messaggi di vario peso e natura il buon senso consolidato suggerisce che è preferibile il libero accesso nella vita familiare di un padre violento e la negazione di un equilibrio trovato dalla madre che il richiamo a una presenza omossessuale vicina alla piccola.
Io sono convinta che la Cassazione (che tra l’altro non è giudice monocratico né di primo grado) non abbia fatto giochini da salotto spericolato, sono interessata – molto – a un fatto per me centrale – il riferimento primario al diritto del minore – ma anche ad osservare quel che si è mosso attorno a un caso concreto e rivelatore.
Prima di riferirmi a quel che si è mosso voglio anche aggiungere che se il caso è arrivato ben documentato fino alla Cassazione ciò è certamente merito non solo delle protagoniste (mamma e bambina) ma anche degli avvocati che le hanno assistite. E così si apre un’altra pagina per cui il diritto del minore è tutelato quando c’è la cultura (operativa, non chiacchiera) e i mezzi per promuoverla. Sono felice che qualcuno se lo sia potuto permettere e penso a chi non può, tradito dalla dominanza del buon senso che riesce ad affermarsi nelle scelte politiche che non sanno aprirsi alla solidarietà, se non per sostenere quella benefico-privata  anche con il voto di scambio.
E’ un altro aspetto che nel mio ragionamento non voglio trascurare.

Natura e no

Quando sento la parola ‘natura’ adoperata alla leggera provo sempre un brivido.
Chi se ne considera interprete assoluto moralmente certificato  per ciò che concerne il matrimonio ha organizzato un piccolo blocco esclusivo che non deve essere scalfito.
La funzione procreativa e quello che, con brutale eufemismo visto da un solo lato, veniva chiamato ‘remedium concupiscentiae’ erano i sostegni di un muro invalicabile.
Altri rapporti venivano gettati fuori da quel muro e non solo nella storia del cattolicesimo cui non appartiene in forma esclusiva la condanna, per esempio, di relazioni diverse da quelle coniugali e di coloro che ne erano il frutto (‘la lettera scarlatta’ di Nathaniel Hawthorne tanto per restare alla letteratura-testimonianza).
Ho usato il passato con un certo tremore perché forse non è così realistico.

1974

Ricordo lo spauracchio che veniva agitato da parte democristiana ai tempi del referendum sul divorzio. Eppure ormai è costume cui si adattano nuovi modelli di famiglia allargata o non si adattano (ma era forse rosea la situazione precedente per chi avesse per esempio  la presenza di un padre portatore esclusivo di un principio di autorità fino all’estremo testimoniato da Gavino Ledda nel 1975?).
So che molti si chiederanno che c’entra tutto questo con la connessione affido di minore – omosessualità.
Non ho inventato io il legame ma il non compianto senatore Fanfani che, quando si dibatteva il referendum sul divorzio, dichiarò che a seguito del riconoscimento di quell’istituto ‘le vostre mogli fuggiranno con la cameriera’.
Forse, per quanto difficile sia districarsi in tanta volgarità, un indizio si può trovare nella paura di cui il senatore bollito (così lo aveva identificato Fortebraccio, l’indimenticabile corsivista de L’Unità) era evidente portatore: quella di esplorare il difficile, precario, mobile terreno degli affetti umani. Meglio un patriarcale blocco giuridico e poi … i giochi sono fatti e se chi paga è il più debole, lasciamo perdere. Basta negargli gli strumenti di difesa.

1967

Non si era accorto il senatore sullodato, ma in molti non se ne erano e non se ne sono accorti, che alcuni anni prima del famoso referendum (il card. Ruini ancora inoperante  … era andata bene) era avvenuta una rivoluzione ancora più significativa: l’adozione tout court era diventata ‘speciale’. Fino ad allora l’istituto dell’adozione era riservato alle coppie sterili, tanto anziane da assicurare con doppio requisito la propria incapacità procreativa e bisognose di un erede (per ragioni varie, non tutte nobili, che qui non mi interessano).
Nel 1967 si parlò di preminente diritto del minore ad avere una famiglia: così volle la legge sull’adozione  speciale
Fu una battaglia parlamentare di grande spessore e non breve di cui mi sono meravigliata che nei dibattiti che ho ascoltato sulla proposta di legge a iniziativa popolare sulla cittadinanza nessuno si sia ricordato, almeno che io sappia. Infine la legge passò e, insieme del diffondersi della cultura della contraccezione (1978 legge 194!), si passò allo svuotamento degli istituti dove bimbi e bimbe (spesso fonte di significativa possibilità di profitto per chi li gestiva) vivevano in rigoroso clima monosex senza che fosse discorso diffuso quello della natura bisex, delle figure paterna e materna nell’educazione ecc. ecc.
Ma se affrontassi anche il discorso dell’ipocrisia avrei bisogno di qualche altra pagina.

Omosessualità, eterosessualità, diritti e lobbies

Da quando una più intellettualmente dignitosa e onesta attenzione alle dimensioni reali della affettività umana (non filtrata, giudicata e condannata attraverso lenti di certezze che uniscono catechismi e perbenismi più o meno laici) consente di affrontare in forma trasparente il problema delle convivenze omossessuali si è posto il problema dei diritti da assicurare a questo tipo di coppie.
Quali e come è un discorso aperto che io spero venga affrontato con dignità, competenza e consapevolezza.
Quello che non vorrei è che la società –attraverso le istituzioni – venga interpellata da lobbies con pacchetti a scatola chiusa sventolati – quale che ne sia l’oggetto – come merce elettorale.
I bambini condannati all’istituto non lo potevano fare eppure una società consapevole trovò un punto di equilibrio nell’interesse superiore del minore.
Oggi nessuno dei responsabili politici che ho interpellato (né qualche responsabile nella società civile, salvo sussulti che per essere quantitativamente irrilevanti non pesano) ha voluto cercare un punto di equilibrio per i neonati figli di sans papier cui è negato per legge il diritto di esistere (per chi legga il mio blog l’argomento dovrebbe essere noto, comunque rinvio al 15 marzo 2011, quando ne ho dato dettagliata descrizione).
Vorrei che anche per questi bambini esistesse un tribunale responsabilmente attento come la Corte di Cassazione che ho ricordato all’inizio. Ma questi non hanno avvocati, sono pochi, non interpellano tribunali e non fanno lobby. Possono essere umiliati a protagonisti di una politica che speravamo lontana ma in cui ci stiamo ravvoltolando.

14 Gennaio 2013Permalink

5 gennaio 2013 – Piccola rassegna stampa.

Ricevo dall’amica Giancarla Codrignani (che ringrazio) un suo articolo che totalmente condivido e trascrivo. E’ tratto da Mosaico di pace, mensile di Pax Christi.
Poi …senza annoiare nessuno con le mie considerazioni segnalo altri due articoli, entrambi pubblicati giovedì 3.gennaio.

Il primo si trova ne La Stampa:
Vladimiro Zagrebelsky  Il grande deserto dei diritti
Per accedere a questo articolo ho trovato anche un link che funziona: http://www.lastampa.it/2013/01/03/cultura/opinioni/editoriali/diritti-e-liberta-le-questioni-fuori-agenda-uC7dQiTwIBsHBDgrpf5HoL/pagina.html

Il secondo si trova ne la Repubblica:
Stefano Rodotà  Diritti e libertà le questioni “fuori agenda”
ed è facilmente reperibile nel sito del giornale inserendo il nome dell’autore.

Io sono ancora molto perplessa a fronte della intervista che ieri sera la bravissima giornalista Lilli Gruber ha fatto all’attualmente in carica e aspirante presidente del Consiglio. Spero di poterla riascoltare per potermi esprimermi fuori della atmosfera negativa che il sen. Monti ha creato (almeno per me) con le risposte date e negate. Ma potrei sbagliarmi.

LO STRANO INTRECCIO                       Mosaico di pace, dicembre  2012

Chiesa, Politica, Poteri forti: oltre gli scadali quale compromissione della Chiesa emerge?   E’ possibile una nuova evangelizzazione?

Giancarla Codrignani

In quel tempo, Gesù diceva alla folla mentre insegnava: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze,  avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave».  E, sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte.  Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino.  Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri.  Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Non so se qualcuno ricorda il Report televisivo in cui Alberto Nerazzini (giornalista dell’équipe Gabanelli) ripercorreva la storia del Presidente (da 17 anni) della Regione Lombardia Roberto Formigoni. Oltre al singolo personaggio – nella cui lista è stata eletta Nicole Minetti, nota per essersi segnalata in funzioni non propriamente amministrative – la trasmissione portava l’attenzione su CL, l’Opus Dei, il San Raffaele e anche del partito di appartenenza del ciellino Formigoni, il PdL. Comparivano anche i memores Domini, gruppo interno di CL di cui il Celeste è sodale e che si vanta di essere un’élite laicale che sceglie vita comunitaria e pronuncia i voti di povertà, castità, obbedienza. Loro assistente è don Juliàn Carròn, autore di una poco opportuna lettera di contestazione dei “trent’anni (ovvio riferimento ai cardinali Martini e Tettamanzi) di rottura della tradizione ambrosiana di profonda unità tra fede e vita”. I memores Domini come Formigoni (e come un paio di adepti ascoltati nella trasmissione di cui il tacere è bello perché uno parlava intercalando termini di uso televisivo comune non propriamente casti, mentre l’altro non riusciva a capire la differenza tra voto di povertà e uso del denaro) non si sa bene di quale Signore facciano memoria, nonostante i voti pronunciati. Anche se il “bene comune” deve essere tenuto in primo piano da laici e credenti soprattutto se politici e amministratori e anche se – purtroppo – da molto tempo laici e credenti approfittano della loro responsabilità civile, non avremmo voluto sapere che l’effettiva eccellenza del San Raffaele era destinata al fallimento da malversazioni e suicidi, che Piero Daccò è stato condannato a dieci anni, che Formigoni insieme con Angelo Scola ha fatto “formazione” a Berlusconi, Dell’Utri, Confalonieri. E nemmeno che il presidente dello Ior Gotti Tedeschi ha sentito dire dal presidente di Finmeccanica Giuseppe Orsi che sarebbe andato “a dare del coglione a Bagnasco” (espressione poi definita “colorita e usata in privato tra amici”).

Fin qui episodi scandalistici – peraltro senza alcun querelante – relativi a grosse organizzazioni cattoliche di cui si stanno occupando magistrati e moralisti. Resta la compromissione della Chiesa, non nuova a rapporti poco evangelici con i poteri. Anche perché è potere essa stessa da quando Teodosio inventò la religione di stato. Non per tirare in ballo sempre il Vaticano II, ma Giovanni XXIII, che conosceva bene la sua curia, indicava la speranza dei segni dei tempi, a partire dalla sconfitta dello Stato Pontificio nel 1870 che era stata una liberazione. E auspicava, comunque, una laicità e una libertà religiosa che avrebbero contribuito non alla fine della tradizione cattolica, ma alla rinuncia dei compromessi con poteri che, desiderosi di benedizioni ecclesiastiche, l’avrebbero asservita.

E’ una pena – perfino per quei “laicisti” che si interessano di spiritualità – che chi ha fede venga a conoscenza di avvenimenti vaticani quali una fuga di notizie seguita da  denunce e tribunali, imprudenze di cardinali legati ai salesiani, scandali finanziari nel sistema ospedaliero dei Figli dell’ Immacolata, del San Carlo di Nancy e di Villa Paola (non bastava il crac di un miliardo di euro del San Raffaele) o in appalti riconducibili a personaggi tipo Anemone e Balducci e a conti correnti dello Ior. Può consolare che mons. Carlo Maria Viganò, segretario del Governatorato,  abbia denunciato al Papa gli sprechi e le operazioni dubbie  o che Benedetto XVI abbia istituito un’Autorità di Informazione Finanziaria con pieni poteri di controllo sui movimenti dello Ior e delle amministrazioni vaticane; ma destano ulteriori preoccupazioni il trasferimento di mons.Viganò come nunzio a Washington e la destituzione del direttore della banca vaticana Gotti Tedeschi, che verificava i “conti esterni” dello Ior e si era rivolto alla società di revisione internazionale Deloitte per un controllo dei movimenti bancari.

Oggi i poteri chiamati “forti” costituiscono un intreccio complesso la cui trama risulta poco individuabile. Il nuovo capitalismo è un mercato competitivo in cui si formano alleanze sempre più grandi fra interessi sempre più rilevanti, ma che è sostanzialmente quasi virtuale: la merce numero uno è lo stesso denaro, che corre su rete perseguendo la crescita della ricchezza a danno dei più deboli, sia individui, sia paesi. Come mostra l’invenzione della agenzie di rating che, non si sa in virtù di quale norma, bocciano o promuovono i governi.

La globalizzazione ha prodotto compattamento di grandi interessi transnazionali, ma anche nuova e diversa frammentazione dei vecchi poteri all’interno degli stati: banche, società private, istituzioni, enti, associazioni insidiano i diritti sostenendo il principio del successo e corrompendo l’area del pubblico (nelle elezioni americane Romney sosteneva che la riforma sanitaria e la limitazione del mercato era “puro socialismo”).

E’ ovvio che nulla si regge senza mercati e senza denaro, ma ci rendiamo sempre più conto del beneficio che ci viene dal non aver accettato di devolvere a chi aveva meno di noi al tempo delle vacche grasse quei miliardi che oggi bruciamo nella crisi. Chi fa politica (ma tutti la facciamo, perché tutte le persone che oggi scrediitiamo sono state elette da noi) ha la fatica di dover dimostrare che non tutti sono così; ma chi ha una fede ha il compito di testimoniare. Il dio di Gesù non non è un dio che non chiede, ma dà a tutti. Ed è un non senso, dopo aver assistito al crollo di un partito demo-cristiano, rivendicare anche in seno a coalizioni pluralistiche riserve che non partono dai diritti di tutti, a partire dalle minoranze.

Occorre distinguere il diritto della Chiesa ad esprimersi nella libertà dallo Stato-città del Vaticano? E’ la Chiesa o il Vaticano che ha una banca, riceve dallo stato italiano l’ 8/000 (mentre i fedeli pagano volontariamente una tassa alla propria chiesa in Germania, dove la Conferenza episcopale giudica non più cattolici – ed esclude dai sacramenti – chi non contribuisce), non paga le tasse anche per iniziative senza fini di lucro che altri istituti pagano provocando la sanzione dell’Europa al governo? Se le chiese si vuotano, è tutta colpa della secolarizzazione?

5 Gennaio 2013Permalink

30 dicembre 2012 – Il Vaticano ha perso l’occasione di stare zitto

Pubblico senza commenti (per oggi) il testo diffuso dal coordinatore nazionale di “Noi Siamo Chiesa” Vittorio Bellavite.

“Forse ci siamo troppo abituati agli interventi nella politica italiana della segreteria di Stato e della Presidenza della CEI. Sono interventi a volte espliciti ma spesso sotto traccia che si intuiscono o che si vengono a conoscere in seguito. Questa abitudine non può però farci stare sempre zitti. Sulla presa di posizione dell’Osservatore Romano di ieri a favore di Mario Monti e sulla omogenea linea dei vescovi e dell’Avvenire ci permettiamo di obiettare:

–si può fare finta di niente? si può in modo credibile cambiare cavallo senza adeguate spiegazioni, senza fare una radicale autocritica sull’appoggio garantito per troppi anni al centrodestra e a Berlusconi in particolare? ci si è dimenticati delle troppe violazioni della legalità, della corruzione dilagante ai vertici della Repubblica, del malgoverno della crisi, delle politiche di rifiuto dell’accoglienza dei profughi, delle immoralità personali ? Ci domandiamo se fosse giusto, se fosse evangelico pagare con questo silenzio benefici, privilegi, appoggio alle “campagne” organizzate dai vertici della CEI.

–tutte le realtà presenti nel mondo cattolico impegnate sui problemi sociali, sulle questioni della laicità, nel volontariato, nel pacifismo attivo, nella cooperazione internazionale, anche nella politica democratica sono forse composte da cattolici di serie B tanto da essere ignorate, e a volte penalizzate, perché inutili nelle grandi strategie del “do ut des” con le istituzioni? Romano Prodi è ancora nella lista nera dei cattolici adulti? Non ci sono anche cattolici che esprimono obiezioni vivaci nei confronti delle politiche del governo Monti per quanto riguarda l’equità e il welfare?

–le gerarchie dovrebbero avere -riteniamo- il mandato evangelico di invitare a un impegno civile positivo, alla solidarietà a favore degli ultimi, all’intervento a favore di una politica di disarmo e di pace, alla difesa della democrazia, alla tutela dei soggetti più deboli e di ogni forma di vita famigliare, alla difesa dei beni comuni…. La gerarchia non ha però il mandato di sponsorizzare in campagna elettorale questo o quello, con l’obiettivo non dichiarato di intrecciare poi rapporti di scambio nel corso della legislatura. Questo tipo di interventismo episcopale è anche censurabile sotto il profilo degli stessi patti concordatari e delle reciproche “indipendenze “ e “sovranità” previste dalla Costituzione nei rapporti Stato-Chiesa cattolica.

–questo nuovo orientamento politico dei vertici ecclesiastici, per il momento e per il modo con cui è fatto, non pensiamo che possa essere molto credibile e quindi efficace sia nei confronti della vasta area dell’astensione dal voto e della protesta presente anche nel mondo cattolico, sia nei confronti dell’orientamento di voto, sia nei confronti di un ipotetico rilancio di un partito unico dei cattolici.

Ci sembra piuttosto esprimere, in uno scenario mutato e a prescindere dai valori evangelici, la volontà di riprendere la politica dei veti, delle “campagne”, della difesa e delle pretesa di privilegi che hanno caratterizzato la stagione del ruinismo.

Ancora una volta ci troveremo di fronte a Pastori il cui magistero sarà da disattendere per essere conseguenti con la nostra fede? Fino a quando?”

Roma, 28 dicembre 2012

fonte: Internet: www.noisiamochiesa.org
Via N. Benino 3 00122 Roma – Via Soperga 36 20127 Milano
Tel. 3331309765 –+39-022664753  E-mail vi.bel@iol.it

30 Dicembre 2012Permalink

11 dicembre 2012 – Comunità cristiane di base

Ricopio quanto mi è stato segnalato, aggiungendo alle tante considerazioni che condivido l’acquiescenza dell’opinione pubblica al dictat del card. Ruini nel 2005 quando vanificò un referendum. In democrazia dai cardinali ci si può difendere dallo spirito di sudditanza no.

COMUNITÀ CRISTIANE DI BASE
Segreteria Tecnica Nazionale
c/o CdB San Paolo – Roma Via Ostiense, 152/B – 00154 – Roma
328.4366864
segreteria@cdbitalia.it – www.cdbitalia.it

Il discorso pronunciato dall’arcivescovo di Milano Angelo Scola in occasione della solennità religiosa di sant’Ambrogio si presta, a giudizio delle comunità cristiane di base, a diverse considerazioni.
La prima concerne l’associazione, storicamente assai discutibile, fra la promulgazione dell’editto costantiniano del 313 con l’inizio della libertà religiosa: infatti la “fine progressiva” delle persecuzioni contro i cristiani non coincide storicamente con l’affermarsi del principio della libertà per tutte le fedi. Come si spiegano, altrimenti, le persecuzioni cristiane, a cominciare da quelle inferte alle religioni tradizionale dell’Impero romano così dette pagane, per proseguire poi contro le fedi indigene dei mondi nuovi dall’America all’Africa e, perfino a Roma e fino all’ottocento, in tempi di papa re, le conversioni coatte dei bambini ebrei sottratti alle famiglie d’origine? E se il Concilio Vaticano II ha costituito una vera novità, dov’è l’autocritica del magistero ecclesiastico sui comportamenti del passato? L’arcivescovo di Milano pur fra citazioni dotte, non ne fa parola.
La seconda considerazione riguarda il nesso fra “libertà religiosa e pace sociale”. E’ vero che più lo Stato impone dei vincoli, più aumentano i contrasti a base religiosa ma tali vincoli non sono forse proprio il frutto di un intreccio di poteri, di connivenze, di complicità che riguardano ancora oggi non solo le chiese cristiane (vedi la chiesa anglicana o quella ortodossa oltre quella cattolica) ma anche le variegate realtà dell’Islam? O del mondo che si rifà all’ebraismo?
La terza questione, forse quella politicamente più rilevante, riguarda un’interpretazione assai capziosa della laicità dello Stato identificata dal cardinale Scola in una “cultura dominante” che diffonderebbe una “visione secolarizzata dell’uomo e del mondo”. E quindi ontologicamente ostile verso ogni fenomeno religioso.
Eppure, in tutti gli stati moderni siamo ancora ben lontani da una prassi di laicità degli stati e dei governi; dette per di più nel contesto italiano le parole dell’arcivescovo ambrosiano suonano a protezione delle opere e della loro “Compagnia”, soprattutto quando si evoca “il cattolicesimo popolare ambrosiano” e le sue reti.
In questo contesto le comunità cristiane di base denunciano la riproposizione trionfalistica del costantinismo che conoscerà nel prossimo anno eventi celebrativi che avranno la conseguenza di occultare ogni valutazione storico critica in nome di una libertà religiosa che si è sempre affermata intrecciando privilegi ecclesiastici e mondani, dimenticando il diritto di ogni uomo alla sua cittadinanza fra uguali. Anche nella ricerca del divino.
Le comunità cristiane di base italiane
Roma, 11 dicembre 2012

11 Dicembre 2012Permalink

12 ottobre 2012 – Come sottrarre legalmente un bambino alla scuola

Violenza contro i minori nelle (e delle) istituzioni

Sembra che il mio desiderio di pubblicare il testo di un articolo di Barbara Spinelli (finalmente una sintesi intelligente della situazione politica!) slitti … ma la realtà mi impone più urgenti attenzioni.
Oggi la carta stampata, ieri radio e TV ci hanno imposto le immagini strazianti di un bambino fisicamente strappato alla sua scuola da padre e poliziotti (i cui modi non posso non associare agli orrori della scuola Diaz ai tempi del G8) per sottrarlo alla madre.
Non so nulla, né qui mi interessa, del conflitto che ha portato i genitori a fare questo uso del figlio.
Per informazione collego questo testo a un articolo di Repubblica che descrive ciò che è successo.
Altri sono i punti su cui desidero soffermarmi e provo a schematizzarli per me:
1. Il magistrato che ha deciso la misura di affidamento al padre ha sentito il bambino?
2. E se ha maturato la decisione con tutte le cautele dovute quali sono le sue responsabilità in ciò che è avvenuto il 10 ottobre? La polizia ha scavalcato le sue indicazioni o c’è un concorso di responsabilità?
3. E se concorso di responsabilità non c’è, chi ha deciso quel modo di agire della polizia?
4. E in particolare chi ha deciso il luogo in cui tutto ciò è avvenuto, dove si è fatta violenza a un bambino e a tutti i suoi compagni che hanno imparato che la scuola non li protegge dalla violenza e non può difenderli (come a Beslan)?
5. A mio parere la scuola dovrebbe chiedere alla polizia i danni per ciò che è avvenuto a carico di tutti i bambini. Capisco che in una simile situazione affrontare il problema dei danni materiali possa sembrare riduttivo e grottesco ma forse è l’unico argomento che può suscitare attenzione in menti intorpidite e cuori assenti. Qualcuno ci penserà?

Protagonisti ipocriti

Parlamentari assortiti, un ministro e il presidente del Senato chiedono e attendono inchieste.
E io, nella consapevolezza dell’inutilità della mia domanda, chiedo a loro: sanno di avere una legge che, negando la podestà genitoriale agli immigrati irregolari che non possono –se non a rischio di espulsione- provvedere alla registrazione anagrafica dei propri figli, può promuovere situazioni simili a quella di Cittadella di Padova? Si veda per maggiori particolari il mio articolo del 15 marzo 2011 o si attivi il tag anagrafe in questo blog.
Quando venisse sottratto un bimbo a genitori che tali non si sono potuti dichiarare, pur desiderandolo, non ci saranno zie con cellulari: tutto accadrà nell’indifferenza del più sordido dei silenzi.
Certo i parlamentari hanno ampia possibilità di nascondersi dietro la foglia di fico di una circolare che consente di fare ciò che la legge nega ma di fatto accettano un principio di diseguaglianza che, soprattutto se pensato a fronte di bambini istituzionalmente violati, suona infamia.
Perché parlamentari e sindaci non chiedono una modifica della norma in questione?
Mie ipotesi:
1) per non scontentare la Lega che quella norma aveva voluto e di cui anche coloro che se ne dichiarano lontani hanno paure e invidia;
2) per soddisfare l’opinione pubblica a cui in tempi di crisi è utile gettare l’osso da spolpare (o almeno da rosicchiare) che ha sempre funzionato: il nemico.
E quale nemico più comodo dei bambini che non hanno la forza della ribellione?
Una preghiera: ci risparmino almeno lo squallore della loro meraviglia e l’ipocrisia delle loro proteste quando la violenza si fa così visibile da urtare il loro buon gusto.
Non tutti gli italiani hanno una mente tanto corrotta da sopportarlo.
Ed è difficile anche sopportare l’ipocrisia della chiesa cattolica quando di famiglia strilla, dimenticando che ad alcuni ‘innocenti’ la famiglia è negata dalla nascita. E poiché sulla legislazione relativa alla famiglia ficca il naso senza pudore perché non si occupa anche di loro?

 

 

12 Ottobre 2012Permalink