11 ottobre 2016 – Migrazioni: chi va e chi viene

Ricopio questo articolo di Max Mauro scrittore friulano, docente di Studi sullo Sport (Sport Studies) alla Southampton Solent University, Inghilterra. E’ stato pubblicato su  Il Manifesto del 27 Settembre.

Lucrative contraddizioni dello sport moderno

La partecipazione di una squadra di rifugiati alle Olimpiadi di Rio ha catturato l’attenzione dei mezzi di informazione di buona parte dell’Occidente. Più d’uno, senza troppa fantasia, l’ha definita «una grande storia olimpica». Tutto ciò è comprensibile se si tiene a mente che tra princìpi del movimento olimpico vi è quello di «contribuire alla costruzione di un mondo migliore e più pacifico educando la gioventù per mezzo dello sport, praticato senza discriminazioni di alcun genere» (articolo 6 della Carta Olimpica). Nel sogno delle Olimpiadi, lo sport viene inteso come massima espressione degli ideali universali di uguaglianza e inclusione sociale. Nel presentare l’iniziativa, il presidente del Comitato Olimpico Internazionale, Thomas Bach, aveva sottolineato l’ambizione che il Team Rifugiati potesse rendere il mondo più consapevole della crisi dei rifugiati.

Le poche voci critiche hanno puntato l’attenzione sulla visibile contraddizione di una comunità internazionale che, particolarmente in Europa, nega i diritti all’accoglienza dei rifugiati costruendo muri, attaccando navi disarmate cariche di disperati e organizzando rimpatri coattivi di minori non accompagnati, mentre invita alcuni “fortunati” a partecipare al più spettacolare festival dello sport.

I rappresentanti dello sport mondiale potrebbero facilmente difendersi da questo tipo di critica adducendo che lo sport non può risolvere i problemi della politica internazionale. Al massimo, come in questo caso, può offrire un palco da cui lanciare un messaggio. Quante volte si è sentito dire che lo sport è solo sport e non deve mescolarsi alla politica? Suona semplice, quasi ovvio, anche se ormai nessuno può negare le ingombranti implicazioni politiche, diplomatiche e finanziarie dei mega eventi sportivi. Gli esempi di Pechino 2008, Sochi 2014, di Rio 2016, senza dimenticare ovviamente la Coppa del Mondo di calcio del 2014, sono difficili da digerire per i sostenitori dello «sport per lo sport».

Altro che egualitario e inclusivo

Proviamo tuttavia a spostare l’attenzione proprio su questo terreno. Lo sport è veramente inclusivo ed egualitario come il presidente del Comitato olimpico internazionale vorrebbe farci credere? Purtroppo, la realtà sembra affermare il contrario. Nel corso della loro storia, gli sport moderni hanno sviluppato regole sempre più dettagliate per definire i limiti di partecipazione e accesso alla pratica sportiva. Queste regole riflettono il disegno organizzativo dello sport moderno, fondato sullo Stato-nazione. Pochi rammentano che la prima edizione delle moderne Olimpiadi, che si svolsero ad Atene nel 1896, era una competizione tra atleti individuali, non tra “nazioni”.

Non fu così a lungo, perché gli Stati, in primis quelli fascista e nazista, e più tardi quelli del blocco sovietico, capirono l’importanza del successo sportivo per guadagnare prestigio internazionale e rendere più coese le precarie entità immaginate come “nazioni”. Lo Stato-nazione è la cifra definitoria della partecipazione sportiva.

È attraverso l’appartenenza a uno Stato, il meccanismo allo stesso tempo fluido e restrittivo della cittadinanza, che un diritto universale quale lo sport (citando nuovamente la Carta Olimpica) diventa nei fatti un diritto esclusivo del cittadino. Emerge così la grande contraddizione delle democrazie occidentali segnalata da Hanna Arendt e Carl Schmitt e acutamente attualizzata da Giorgio Agamben: non esistono, se sono mai esistiti, diritti universali, solo diritti del cittadino. Come in altri casi, lo sport riflette e amplifica questa contraddizione. Le organizzazioni sportive

internazionali e nazionali non possono concepire se non come un’eccezione spettacolare e fatua l’idea di concorrenti che non rientrino tra le categorie della nazione contro altre nazioni. Come sarebbero altrimenti vendibili eventi quali le Olimpiadi o la Coppa del Mondo di calcio? La stretta sinergia tra detentori dei diritti televisivi, sponsor e organizzazioni sportive ha creato un’industria enormemente lucrativa che non può prescindere da questo stato di cose.

Categorizzare ed escludere

Il caso più evidente è offerto dal calcio, lo sport più popolare. Le norme Fifa per il tesseramento dei minori definisce almeno tre regimi di accesso alla pratica sportiva: cittadini nazionali, cittadini Ue, cittadini non-Ue. Diversi regimi comportano diversi termini di accesso, tipologie e numeri di documenti di identificazione da presentare, e tempi di valutazione delle domande di iscrizione. Nonostante approcci più o meno inclusivi adottati dalle diverse federazioni nazionali, questo «regime dei confini» – mutuando Sandro Mezzadra e Brett Neilson – della partecipazione sportiva, ha prodotto una quarta categoria di minori: coloro che non appartengono a nessuna delle altre tre. Sono minori non accompagnati, rifugiati, sans papier, undocumented, possessori di permessi umanitari temporanei, e le varie altre categorie di migranti create dalle democrazie occidentali per definire l’«altro» che si trova all’interno dei loro confini. Un modo per categorizzare e, allo stesso tempo, escludere.

L’Associazione studi giuridici dell’immigrazione (Asgi) da tempo denuncia il fatto che la Federazione italiana giuoco calcio (Figc) nega l’iscrizione ai campionati giovanili ai minori non accompagnati. Basandosi su un’interpretazione restrittiva delle norme Fifa, la Figc non riconosce la figura del tutore, che nel caso dei minori non accompagnati è di solito il direttore del centro di accoglienza in cui risiedono. Secondo i dati Eurostat, nel 2015 c’erano in Europa 90.000 minori non accompagnati. Attualmente, ricorda l’«Agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati», nel continente vi sono 680.000 apolidi, persone private dell’appartenenza a uno Stato. Sono numeri destinati purtroppo a crescere in un contesto caratterizzato da conflitti, crisi ambientali croniche e dittature. Di fronte a questo scenario la squadra olimpica dei rifugiati si presenta sotto una diversa luce: più che un messaggio di inclusione appare una riuscita operazione promozionale per l’industria sportiva globale.

 

11 Ottobre 2016Permalink

8 settembre 2016 – Quando gli sgherri dell’ultimo papa re eseguirono l’ordine di rapire un bambino ebreo.

Il mio implacabile calendario (che di regola pubblico il primo giorno del mese) ogni 23 giugno recita
“1858 – Papa Pio IX fa rapire il bambino ebreo Edgardo Mortara”.

Pensavo che così avrei continuato di anno in anno a ricordare una data insignificante per molti ma per me importantissima perché il crimine di cui faccio memoria avvenne in un’Europa che si avviava alla modernità, che conosceva almeno alcuni termini di una politica moderna nel bene e nel male, anche in quello assoluto di strappare un bambino alla sua famiglia per ragioni religiose.

Il piccolo Edgardo Mortara, di famiglia ebraica bolognese, era stato battezzato di nascosto da una cameriera cristiana e tanto bastò a Gaetano Feletti, rappresentante del Sant’Uffizio e inquisitore della città, per ordinarne il rapimento secondo le leggi dello stato pontificio di cui Bologna faceva parte. Il confessore della povera cameriera l’aveva attivato violando il segreto confessionale. Regnava l’ultimo papa re che non si mosse a pietà per quel bambino e si rifiutò di accogliere le richieste di giustizia che venivano da parecchi politici europei.

Sottolineo la data: 1858. Nella maggioranza degli stati europei la schiavitù, per cui le persone erano merci da compravendita, era stata abolita e dal 1815 ne era stata vietata la tratta che aveva avuto (anche legalmente) il suo mercato più significativo negli Stati Uniti dove il XIII emendamento della Costituzione, che aboliva la schiavitù, sarebbe stato approvato nel 1865.

Il contesto quindi lascia intendere una diffusa cognizione di alcuni diritti fondamentali della persona, fra cui certamente l’appartenenza a una famiglia ma, nello stato pontificio, l’appartenenza religiosa attraverso battesimo negò ogni altro legame ‘naturale’ (ancora così viene definito) e prevalse la spietatezza.

La storia resta lì come un macigno su cui sarebbe bene ragionasse almeno chi ne è capace

Spero ne sia capace il regista Steven Spielberg che girerà “Il rapimento di Edgardo Mortara”. La notizia è stata ufficialmente confermata alla Mostra del cinema di Venezia da Raffaella Leone della Leone Film Group: ha annunciato che la sua società entra con Amblin Entertainment Studios nella produzione del film sulla storia del piccolo Edgardo.

Questa notizia mi ha stimolato a rivisitare le mie memorie. Avevo conosciuto il caso Mortara da un articolo del mensile Confronti (firma David Gabrielli) del 2000 e dopo il 2009 lo avevo collocato in una continuità fra lo storico esempio religioso risalente al 1858 e la nuova abiezione proclamata dal pacchetto sicurezza (di cui tante volte ho scritto). Trovo la mia prima nota sulla conformità fra abiezione religiosa e laica già in una pagina del 6 luglio 2009).
Ed è proprio di questo che voglio ragionare.

Se nel 1858 un papa si fece responsabile (attraverso il rapimento di un bambino) della distruzione di un rapporto familiare sovrapponendovi ragioni ‘religiose’, nel 2009 – in Italia – il parlamento si fece responsabile della stessa negazione, riferita a una precisa categoria di persone e realizzata in forma preventiva, quindi senza la necessità di sistemare la situazione con un successivo uso di aggiornati sgherri rapitori.
E’ esattamente questo che dice la legge 2009 n. 94 (art. 1 comma 22 lettera g): i figli dei sans papier che nascono in Italia non possono avere famiglia riconosciuta legalmente per il semplice motivo che per legge non devono esistere.

Non mi sembra ci sia molta differenza: se nella Bologna del 1858 necessitavano gli sgherri pontifici oggi basta un impiegato che allo sportello del comune non sia messo in grado di assolvere al suo compito e non ci sarà un Cavour a protestare come un secolo e mezzo fa o poco più. Anzi il Cavour dei giorni nostri è l’autore dello sfregio dato che la legge fu voluta dall’allora  ministro dell’interno on. Maroni e passò con voto di fiducia.

In sette anni non è stata modificata in una continuità dal papa di allora (beatificato dal suo successore Giovanni Paolo II) ai governanti di oggi, forti della maggioranza parlamentare ‘beatificata’ dal consenso per lo più silente ma massiccio dell’opinione pubblica.

Il Sinodo della chiesa cattolica nega l’uguaglianza dei neonati

So che molti (se leggeranno quanto ho scritto) ne saranno irritati o si limiteranno a compassionarmi come una fissata e allora aggiungo la constatazione di una omissione appartenente alla chiesa cattolica che non credo si possa negare.

Evidentemente nessuno dei padri e madri sinodali, partecipi del Sinodo sulla famiglia conclusosi lo scorso anno, seppe o volle cogliere la storica connessione fra l’orrore di un bambino strappato alla sua famiglia da una cattolica sharia e quello che la legge italiana impone dal 2009 ai figli dei migranti irregolari. A loro la famiglia viene preventivamente strappata dato che non è possibile registrarne la dichiarazione di nascita e quindi assicurare a questi piccoli, come dovuto, il certificato di nascita.

Così fra le varie situazioni critiche nelle famiglie note a quei padri e madri sinodali e puntualmente elencate, questa è sfuggita. Solo uno di loro, mons Forte, se ne è ricordato ma ne ha scritto con dignitosa competenza, su Il Sole 24 ore non su pubblicazioni appartenenti alla chiesa cattolica.
Ne ho riportato il testo dell’articolo nel mio blog del 29 giugno 2015.

L’indifferenza sinodale accompagna fedelmente quella del parlamento italiano che, con ampio conforto dell’opinione pubblica, non sa o non  vuole modificare la legge che tanto ha previsto sette anni fa nel quadro etico-culturale del quarto governo Berlusconi.

Fonti:

Per meglio conoscere il caso Mortara si veda

http://www.treccani.it/enciclopedia/edgardo-mortara_(Dizionario-Biografico)/

A proposito del prossimo film si può leggere:

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2016/09/08/news/spielberg_e_il_film_a_bologna_edgardo_mortara_leone_febbraio-147358428/

Per leggere l’articolo  di mons.  Forte

https://diariealtro.it/?p=3863

Per leggere la – Relazione Finale del Sinodo dei Vescovi al Santo Padre Francesco (24 ottobre 2015):

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2015/10/24/0816/01825.html

8 Settembre 2016Permalink

1 settembre 2016 – Premessa al calendario

Trovo necessario presentare il solito calendario del primo del mese.
Inizia l’anno scolastico per chi può andare a scuola

A giorni comincerà l’anno scolastico, diversamente scandito nelle varie regioni.
Non so come si comporterà la scuola italiana di fronte ai bambini che la legge vuole invisibili, fantasmi abusati per penalizzare i loro genitori se migranti non comunitari senza permesso di soggiorno. Per registrarne la nascita infatti devono presentare il documento che, per definizione, non hanno (legge 94/2009 art. 1, comma 22, lettera g).
Ha funzionato la circolare che, a garanzia dei nuovi nati, afferma il contrario della legge? I genitori, minacciati dalla loro piccola spia di carne, sanno di potersi giovare della circolare per fare di quella creatura condannata all’inesistenza legale il loro figlio riconosciuto e non solo partorito? E non potrebbe accadere che qualche sindaco garantista dei suoi indumenti verdi rifiuti la registrazione dei figli dei sans papier appellandosi alla legge?
Non si sa. Infatti, pur essendo dopo le elezioni del 2013 cambiati governo e maggioranza, la piccola norma che, condannando nuovi nati a non esistere, ci infanga tutti, non viene modificata da un parlamento che si adegua all’offesa alla Costituzione, confortato da un’opinione pubblica amante delle brevi, intense emozioni che le immagini ci offrono in irrimediabile sequenza e indifferente a ciò che non si vede: in fondo gli invisibili sono solo figli di poveracci stranieri.
Nell’overdose di tenerume che i media ci assicureranno celebrando il primo giorno di scuola in parola scritta, detta e in video, il mio piccolo calendario mensile scopre ricorrenze significative. Inizia con il ricordo della strage di Beslan (1 settembre 2004) e pochi giorni dopo celebra il Regio Decreto Legge 5 settembre 1938-XVI, n. 1390, Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista.

Giotto- la stage degli innocenti
Giotto- la stage degli innocenti

Le leggi organiche antiebraiche sarebbero venute più tardi ma, con la sensibilità imperante nel regime di allora, si decise di cominciare dalla scuola per cacciare anche i bambini. Più radicalmente ora li cacciamo dall’esistenza: abbiamo creato i fantasmi senza nome, senza identità, senza famiglia mentre una ministra inconsapevole esalta la fertilità in giovane età. Considerando il permanere della norma che ho ricordato sopra neppure i soggetti fertili sono tutti uguali.

http://www.limesonline.com/rubrica/il-cremlino-mente-sulla-strage-di-beslan

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/strage-degli-angeli-di-beslan-10-anni-dopo-ombre-e-dolore-432cd2cf-9817-4b30-a195-0072a426cdfc.html

http://www.treccani.it/enciclopedia/strage-di-beslan_(Lessico-del-XXI-Secolo)/

Una considerazione esemplare di Amos Luzzatto

Ho aggiunto, a quanto ho scritto su facebook e riportato sopra, i link che collegano a informazioni sulla strage di Beslan e di seguito trascrivo un passo di Amos Luzzatto (firmato come Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) che ricopio dal catalogo della mostra ‘Dalle leggi antiebraiche alla Shoah’ del 2004 (ed. Shira).

«Nel 1938 la legislazione razziale in Italia discriminava e puniva soltanto gli ebrei, anche se , trattandosi ufficialmente della “difesa della razza ariana” , a lume di logica avrebbe dovuto individuare e punire tutti coloro che “ariani” non erano. Nella fase culminante della persecuzione in Europa, la quasi totalità dei colpiti (se si fa eccezione per gli zingari) erano ebrei. Il bilancio degli scomparsi, alla fine della guerra, riguardava in schiacciante maggioranza gli ebrei. Può sorgere una domanda: se la guerra fosse durata qualche altro anno, se la sconfitta dell’Asse fosse stata ritardata, se i nazisti e i loro alleati avessero avuto il tempo di completare l’uccisione di tutti gli ebrei viventi, allora, in Europa, si sarebbe per questo esaurito il razzismo? O vi sarebbe stato un altro gruppo umano da eleminare, un altro genocidio da eseguire, altri milioni di individui da sopprimere? La storia ci ha dato una risposta, presentandoci nuovi massacri e nuovi genocidi, da quello dei tutsi a quello dei cambogiani, a quello più vicino a noi avvenuto nella ex Jugoslavia.   Ma che cosa li collega alla Shoah, a parte la scontata malvagità umana? Io credo che, tragicamente, la Shoah, sia stata un punto di svolta, uno spartiacque, avendo dimostrato che lo sterminio di una popolazione per il solo fatto di essere quello che è, di avere caratteristiche fisiche o solo una tradizione culturale diversa da quella di coloro che detengono gli strumenti della forza bruta, sia possibile senza generare in coloro che osservano o che ne ricevono notizia una reazione solidale, una reazione di rivolta, una reazione che fermi la mano dei carnefici. La prova è stata fatta con il sangue degli ebrei, ma non per questo la ferocia è stata saziata. Sei milioni di vittime ebraiche hanno dimostrato a proprie spese che la loro Shoah era fattibile: si aperta un’epoca buia nella quale ciò può accadere di nuovo.»

1 Settembre 2016Permalink

18 agosto 2016 – Polemica sul burkini di Tahar Ben Jelloun

Polemica sul burkini, il corpo delle donne nuovo simbolo della paura francese  (ansa)

L’intervento. Colpito e ferito, il Paese ha fatto della laicità un principio irrinunciabile. E questo alcuni musulmani non riescono a capirlo                                                     di TAHAR BEN JELLOUN

Il giudice di Nizza ha invocato lo stato di emergenza, dichiarato in Francia dopo l’attentato di Nizza che ha fatto 85 morti e decine di feriti, e ha dato ragione al sindaco di Cannes per aver vietato il burkini sulle spiagge. C’è una tensione palpabile tra la comunità musulmana e il resto della popolazione che, pur sapendo perfettamente che i terroristi che agiscono in nome dell’islam non sono veri musulmani, confonde terrorismo e islam.  È in questo contesto che è scoppiato il caso burkini. Il primo ministro Manuel Valls ha subito reagito appoggiando il divieto di indossare questo costume da bagno definito “fondamentalista”. L’associazione contro l’islamofobia ha immediatamente sporto denuncia e aspetta che la Corte di cassazione si pronunci a favore dell’indumento. La Corte emetterà il verdetto tra un mese, ma da qui ad allora le spiagge non saranno più frequentate.

Il divieto di indossare il burkini è la prosecuzione logica del divieto di indossare il burqa integrale. La Francia ha votato questa legge e vuole essere coerente con i suoi principi.

È bastato questo a scatenare polemiche che ancora una volta mettono l’islam all’indice. La paura o addirittura l’odio per quella religione continua a crescere tra la popolazione che non si sente più sicura nella vita quotidiana. Se la Francia è stata attaccata molte volte è, in parte, anche perché ha votato la legge contro l’uso del velo integrale. Dei musulmani hanno protestato dicendo che si trattava di una questione di libertà e che ognuno ha il diritto di vestirsi come vuole, citando l’esempio di Londra, dove i musulmani non vengono perseguitati per questioni di abbigliamento.

Il corpo della donna resta uno dei punti focale del discorso dei fondamentalisti. Un corpo che non deve essere visto. Un corpo che bisogna velare, nascondere, negare: il burkini è semplicemente una versione “light” del burqa.

Il burkini avrebbe potuto non suscitare reazioni di ostilità, ma dal 7 gennaio 2015, il giorno del massacro della redazione di Charlie Hebdo, la Francia è traumatizzata. Ogni manifestazione che può ricordare certe regole religiose viene respinta, specialmente adesso che sono sempre più numerosi gli intellettuali musulmani che prendono la penna per denunciare il fondamentalismo islamico, sia esso un segno di appartenenza o di possibili azioni.

In generale le donne musulmane praticanti non fanno bagni in mare, e quando vanno in spiaggia con la famiglia si immergono completamente vestite. Sulle spiagge dei paesi arabi questo fenomeno si è sviluppato a tal punto che alcuni attivisti fondamentalisti hanno cominciato a dare la caccia alle donne che indossano il bikini. In Marocco lo Stato è intervenuto per impedire a questi individui che “danno la caccia al vizio e militano per la virtù” di agire sulle spiagge in nome dell’islam.

È difficile interagire con l’islam. L’ex ministro degli interni, Jean-Pierre Chevènement, ha chiesto ai musulmani “un po’ di discrezione” ed è stato criticato. È vero che la questione del burkini ha ulteriormente esacerbato le tensioni e messo in contrasto i musulmani. La Francia cerca un interlocutore con cui parlare ma i musulmani sunniti non conoscono gerarchia: non c’è un Papa e nemmeno vescovi o preti.

Che cosa fare, dunque? A chi rivolgersi? Non esiste un portavoce della comunità musulmana in Francia, perciò è così difficile risolvere qualsiasi problema, per piccolo che sia. Tutto passa attraverso i media. L’ostilità c’è, ma senza dialogo.

In un paese che ha fatto della laicità un principio irrinunciabile è un vero problema. La religione deve rimanere nella sfera del privato e non deve in nessun caso invadere gli spazi pubblici, che si tratti di una scuola o di una spiaggia, e questo certi musulmani non lo vogliono capire né accettare. Parlano di libertà e del diritto della donna a non mostrare il proprio corpo.

Se almeno ci fosse un dibattito pacato  e sereno. Ma ci sono troppe tensioni, troppa rigidità per parlarsi senza cadere nell’eccesso. In Francia l’islam è lontano dall’aver trovato un terreno pacifico dove vivere senza suscitare polemiche, se non paura e odio.

(Traduzione di Elda Volterrani)

http://www.repubblica.it/esteri/2016/08/18/news/burkini_tahar_ben_jelloun-146173823/?ref=HRER1-1

18 Agosto 2016Permalink

16 agosto 2016 – La pulizia di Salvini

Quando le feste di ferragosto evocano la cultura dei tempi dei pogrom

Oggi non escono giornali. Ricopio gli articoli che ho trovato sulle edizioni digitali di tre quotidiani (link in calce). In Italia la prima radicale indicazione di negazione ad esistere, caratterizzata da un rilievo istituzionale (dopo l’esclusione voluta dalla leggi razziali nel 1938), si radica dal 2009 nella legge che nega il certificato di nascita (legge 94/2009 – art. 1 comma 22 lettera g) ai figli dei migranti non comunitari irregolari. Il fatto che tale certificato sia concesso a norma di circolare non cancella il significato di quella norma che fu voluta dall’allora ministro Maroni nell’ambito culturale del quarto governo Berlusconi. Dedico la lettura di questi articoli a chi si rifiuta di abrogare l’articolo di legge che ho citato e a chi, a fronte della negazione dell’esistenza riconosciuta di un gruppo definito di neonati, si volta – annoiato o incredulo che sia – da una qualsivoglia altra parte per garantirsi la tranquillità di non vedere fastidiosi invisibili, piccoli ma minacciosi.

LA REPUBBLICA

15 AGOSTO 2016  SALVINI INCITA LA PLATEA LEGHISTA: “RIPULIAMO LE CITTÀ DAGLI IMMIGRATI”

Comizio a Ponte di Legno: “Andiamoci a riprendere gli alberghi, mano libera a carabinieri e polizia”. E annuncia una manifestazione a Roma dal nostro inviato MATTEO PUCCIARELLI

PONTE DI LEGNO – Sgomberare gli alberghi coi migranti e una grande manifestazione contro il governo a Firenze, il 12 novembre. Eccolo qua il Salvini in versione ferragostana, che – se possibile – sposta la Lega più a destra del solito. La playlist che anticipa l’intervista-comizio a Ponte di Legno è tutta un programma: il tormentone dell’estate “Andiamo a comandare” e Vasco Rossi con “C’è chi dice no”, ovvio riferimento al referendum costituzionale.

Salvini sale sul palco con la maglietta della polizia addosso: “Quando saremo al governo polizia e carabinieri avranno mano libera per ripulire le città”. Suona un po’ minaccioso, anche perché il segretario della Lega parla di “pulizia etnica controllata e finanziata”, quella che – dice lui – stanno subendo gli italiani, oppressi dai “clandestini”. I quali, aggiunge, “vanno fatti lavorare per ripagare il prezzo della nostra ospitalità, come fanno in Austria”. Chi la pensa diversamente è un “italiano smidollato”.

La versione da pugno duro di Salvini continua: “Basta con le buone maniere: lo propongo a tutti gli amministratori della Lega, andiamoci a riprendere un albergo in ogni regione e lo restituiamo agli italiani”. E per quanto riguarda gli albergatori, “vadano pure in fallimento”.

Le “zecche”, i lavavetri, i mendicanti, gli immigrati in fila all’ospedale: sono i mali principale della società: “Prendiamo un bel furgone, li carichiamo lì e li molliamo in mezzo al bosco a 200 chilometri, così ci mettono un po’ a tornare”. La base leghista che riempie il palazzetto dello sport è in visibilio.

L’intervistatore – anche lui amatissimo dal popolo lumbard, il giornalista e conduttore tv Paolo Del Debbio – alza la palla e Salvini schiaccia: sull’Islam chiede un commento sulla proposta del dirigente musulmano Hamza Piccardo di “legalizzare” la poligamia, il segretario del Carroccio se la prende con Laura Boldrini, bersaglio fisso: “Mette il becco su tutto e su questo non dice nulla?!”.

Poi si passa alla politica delle alleanze. “Chi vota sì al referendum non può stare con noi”, riferimento all’Ncd. Dopo, “chi si allea con noi firmi col sangue che la legge Fornero la abroghiamo. E magari la ex ministro la mandiamo in esilio”. Ancora, flat tax al 15 per cento. Infine, l’Europa: “Ad oggi Forza Italia la governa con Renzi. E quindi, o entro un anno ci si mette al tavolo e si riprendono in mano i trattati e si riscrivono oppure salutiamo tutti e ci riprendiamo in mano le chiavi del nostro paese”.

Si passa a Stefano Parisi. Parte qualche fischio dalla platea. Salvini allarga le braccia: “Poco tempo fa abbiamo perso le elezioni a Milano con lui candidato. Vediamo cosa vuole fare. Non mi interessa se parla con Alfano. E poi mi chiedo perché ha passato la campagna elettorale a dire di non essere ‘lepenista’, come se fosse un insulto”. Insomma, è una bocciatura. Anche perché poi Salvini chiede alla platea chi vuole allearsi con Fi alle prossime elezioni, e su due-tremila persone alzano le mani in venti.

Il leader della Lega, nonostante i moniti di Umberto Bossi con il quale resta la divergenza, non desiste sull’idea di allargarsi al sud: “Hanno clima stupendo, mare stupendo, vino stupendo e politici di merda”. Finora l’impresa non è riuscita ma “se penso alla Toscana dove abbiamo eletto il primo sindaco, allora tutto è possibile”.

Come un anno fa Salvini annuncia una grande manifestazione contro il governo: stavolta “a casa sua”, sabato 12 novembre.

Alla fine c’è anche lo spazio libro cuore: Salvini chiama sul palco tutti i ragazzini under 18, “siete il nostro futuro e noi lottiamo per  voi”. Uno di loro ha il cappellino alla rovescia. “Ascolti Fedez?”. “No”. “Bravo!”. Ad un altro bambino di otto anni: “Cosa hai capito dalla serata?”. Lui: “Che la mia mamma mi vuole bene”. Applausi, “siamo il partito dell’amore

CORRIERE DELLA SERA

15 AGOSTO 2016  SALVINI: «A NOVEMBRE A FIRENZE PER DARE L’AVVISO DI SFRATTO A RENZI»

Lo scetticismo su Parisi: «Non ho ancora capito cosa vuole fare e dove vuole andare. Se ci vuole proporre accordi con i Cicchitto e i Verdini non ci interessa» DI CESARE ZAPPERI, INVIATO A PONTE D LEGNO

Ponte di Legno (Brescia) – Niente «Va pensiero» verdiano ma un «C’è chi dice no» di Vasco Rossi sparato a tutti decibel. Niente felpa paesana ma una maglietta blu con le mostrine della Polizia. Il Matteo Salvini del Ferragosto 2016 in Valle Camonica sceglie la linea dura a partire dalle forme. «Forse c’è bisogno di un nuovo Fronte di liberazione nazionale» dice dal palco dove risponde alle domande di Paolo Del Debbio.

«Non dobbiamo più avere paura di niente e di nessuno»

La prima stoccata è un avviso di sfratto a Matteo Renzi: «Il 12 novembre andremo tutti a liberare Firenze, casa sua. Sarà la spallata finale», annunciando una manifestazione leghista nella città del premier. E poi, ecco la altre battaglie, a partire da quella contro gli immigrati. Il leader leghista lancia subito una sfida: «In ogni regione andremo a riprenderci uno degli alberghi dove bivaccano i profughi e li ridaremo agli italiani in difficoltà». L’attacco frontale è al ministro Angelino Alfano, dipinto con un epiteto, ma anche la sinistra di Capalbio «quella che ha il portafoglio gonfio e che è esempio del peggior razzismo». Ce n’è anche per la Chiesa e per quegli autorevoli esponenti «che si sono dimenticati i veri principi di fede. Io rimpiango Benedetto XVI». E qui torna l’immagine della maglietta della Polizia. La spiegazione è semplice: «Vogliamo che le forze dell’ordine abbiano mano libera nel ripulire le nostre città». Pugno duro, quindi, perché stiamo vivendo una «pulizia etnica al contrario. Organizzata, gestita e pagata per sfruttare gli italiani. Quelli smidollati che continuano a spalancare le porte agli stranieri».

Parisi

L’intervistatore cerca di portare l’attenzione su Stefano Parisi e il suo tentativo di lavorare per un nuovo centrodestra. La platea è tiepida, Salvini fa la battuta: «Parisi chi? So che il Milan ha comprato Lapadula». Scherzi a parte, il segretario del Carroccio conferma tutto il suo scetticismo sull’ex manager incaricato da Silvio Berlusconi. «Non ho ancora capito cosa vuole fare e dove vuole andare. Se ci vuole proporre accordi con i Cicchitto e i Verdini non ci interessa». A precisa domanda, Salvini pone le sue condizioni a chi vuole allearsi con la Lega: «Non ci metteremo con chi oggi sta con Renzi (Ncd e altri), con chi voterà “Sì” al referendum, con chi ha cambiato sei volte poltrona». Su Berlusconi il segretario usa toni cauti: «Credo che abbia capito di aver commesso qualche errore di recente. Ma chi pensa di seppellirlo sarà seppellito prima…».

Il finale

La conclusione è ad effetto. Salvini chiama sul palco tutti i bambini e i ragazzini presenti al palasport di Ponte di Legno. È un po’ effetto Zecchino d’oro. Ma nessuna canzone: «Siamo il partito dell’amore. Ragazzi riprendetevi il vostro futuro. Non abbiate paura – conclude Salvini ormai addolcito dai toni guerreschi dell’inizio – saremo al vostro fianco».

LA STAMPA

15 agosto 2016  “L’Islam sia fuorilegge. Le primarie? La gente è stufa del politichese”

Salvini: “Con Bossi discuto, ma il segretario sono io”

Alberto Mattioli  inviato a Ponte di Legno (Brescia)

Islam fuori legge, girotondi intorno a Montecitorio se dopo la «probabile» vittoria del no al referendum non si andrà a votare e grande manifestazione in novembre a Firenze, «sotto casa di Renzi». E’ il programmino ferragostano di Matteo Salvini, che oggi terrà il solito comizio a Ponte di Legno. L’intervista si svolge alla vigilia del dì di festa, con il «Matteo giusto» attovagliato nella piazza principale dell’ameno paesello mentre i suoi fan tentano di fargli battere il record mondiale di selfie all’ora. E va bene che siamo in una zona ad alta densità leghista, ma gli scatti sono davvero tanti.

Ieri, Parisi… «Uffa».

Uffa? «Ma sì, basta, le primarie, la leadership del centrodestra, il candidato premier. Tutto politichese che interessa pochissimo alla gente, quindi nemmeno a me. Parliamo di cose serie, per favore».

Tipo? «La Russia, la Turchia, gli Usa, quest’Europa di pazzi. Il futuro, anche degli italiani, passa molto di più da Washington e da Bruxelles che da Roma e dalle renzate».

Dica almeno se sarebbe favorevole alle primarie del centrodestra. «Io sono favorevole a far votare la gente il più possibile. Purché però si voti su dei programmi chiari».

Sabato ha rivisto Bossi. Ultimamente sembrate in perfetto disaccordo su tutto. «Di preoccupazioni sul fronte interno non ne ho. Con Bossi si parla sempre con profitto e anche con piacere. Poi resta il fatto che nel 2016 il segretario della Lega sono io».

Chi vince il referendum? «A occhio, il no. Però dobbiamo mettere in conto una campagna mediatica sovietica per il sì, che del resto è già iniziata. Fra un po’ la Rai farà propaganda anche durante le previsioni del tempo».

Par di capire che la gestione della tivù pubblica non le piaccia. «I tiggì sono imbarazzanti, tutti allineati e coperti, anzi servili. Mai la Rai è stata occupata, svilita e anche malgestita come oggi. Berlusconi aveva fatto molto meno».

Difende anche la Berlinguer? «Almeno era una voce fuori da questo vomitevole coro pro Renzi. Ormai Tg1, Tg2 e Tg3 sono uguali».

E quelli Mediaset? «Allineati al padrone mica male anche loro».

Chi si salva? «Mentana, cui riconosco libertà di pensiero e di favella. E soprattutto le tivù locali. L’informazione libera oggi sta lì».

È contento che Cairo sia il padrone del «Corriere»? «Molto. Lo conosco e lo stimo. È un editore “puro” e libero».

Se Renzi perde il referendum, se ne deve andare? «Ma Renzi è già bollito. Se ne andrà non per il referendum, ma per il disastro dell’economia. Il problema è che il Quirinale, Bruxelles e la Confindustria vogliono sostituirlo con il quarto fantoccio».

Prego? «Il quarto premier non eletto di fila».

Nel caso, che fareste? «Andremmo in piazza. Tutti a Roma a circondare il Parlamento».

La marcia su Roma è un precedente sgradevole. «Se i girotondi li fa la sinistra è democrazia e se li facciamo noi è fascismo?».

Perché vuol mettere fuorilegge l’Islam? «Perché ha un’idea della vita vecchia, arrogante e pericolosa».

La Costituzione tutela la libertà religiosa. «L’Islam non è una religione. È uno stile di vita incompatibile con il nostro. L’immigrazione incontrollata dei musulmani è il vero, grande pericolo per le nostre libertà. Aveva ragione il cardinale Biffi quando diceva che, se vogliamo integrarli davvero, meglio far entrare solo immigrati cristiani».

Alfano espelle un imam al giorno, sarà contento. «Figuriamoci. Uno ne esce e cento ne entrano. Ogni barcone che approda sono milioni per gli scafisti. Mi chiedo come i vari Renzi, Alfano e Boldrini riescano a dormire…».

Chiudiamo su una nota meno apocalittica. Perché si è finalmente fatto fotografare mano nella mano con Elisa Isoardi? «Perché tanto tutti sanno che stiamo insieme. E così spero che quando ci vediamo i paparazzi ci lascino vivere».

Vi sposerete? «No. E poi la vita privata si chiama così appunto perché è privata».

LINK:

http://www.repubblica.it/politica/2016/08/15/news/salvini_incita_la_platea_leghista_ripuliamo_le_citta_dagli_immigrati_-146054272/?ref=HREC1-2

http://www.corriere.it/politica/16_agosto_15/salvini-a-novembre-firenze-dare-l-avviso-sfratto-renzi-06511304-6328-11e6-9c04-fc260bea0f0e.shtml

http://www.lastampa.it/2016/08/15/italia/cronache/lislam-sia-fuorilegge-le-primarie-la-gente-stufa-del-politichese-wuZMJSVxccJu88e8PloOTJ/pagina.html

 

16 Agosto 2016Permalink

9 agosto 2016 – Sagge considerazioni del sen. Manconi e una mia domanda finale

Il senatore Manconi scrive sul Corriere della sera.

La poligamia non può essere un diritto civile in Italia di Luigi Manconi
Avere più mogli crea una disparità discriminante tra i sessi che lede principi non alienabili neanche dai suoi titolari

Hamza Piccardo, voce assai ascoltata dell’Islam italiano, composto da molti stranieri e da un numero significativo di nostri connazionali diventati musulmani, ha affermato: «Se è solo una questione di diritti civili, ebbene la poligamia è un diritto civile». E ancora: «non si capisce perché una relazione tra adulti edotti e consenzienti possa essere vietata, di più, stigmatizzata, di più, aborrita». Piccardo sbaglia di grosso, sin dalla premessa: la poligamia non è affatto «una questione di diritti civili». La poligamia, per contenuto morale e per struttura del vincolo, si fonda — e non può che fondarsi — su una condizione di disparità, che viene riprodotta e perpetuata. Comunque la si voglia argomentare e manipolare fino a immaginare il suo rovesciamento speculare (più uomini sposati con una sola donna), si tratta in ogni caso di un rapporto fondato su uno stato di diseguaglianza. Piccardo, che non è uno sprovveduto, ritiene che quella condizione diseguale possa essere sanata dal fatto che essa sia consapevolmente accettata e condivisa da adulti consenzienti. Ma è proprio qui che il ragionamento mostra tutta la sua debolezza.

La parità tra i sessi e la tutela della dignità contro ogni discriminazione, costituiscono un diritto fondamentale della persona, che è (proprio per questo) non disponibile. Ovvero, un diritto non alienabile (e non limitabile, modificabile o cedibile) persino da parte del suo stesso titolare. Un diritto, cioè, sottratto ad ogni potere dispositivo: fosse anche quello del suo stesso beneficiario. Ed è il medesimo principio che non consente il lavoro schiavistico o il commercio degli organi o ogni altra forma di degradazione della dignità personale, anche qualora vi fosse il consenso dei diretti interessati (consenso che, non a caso, per tali reati non esclude la punibilità).

Questa discussione è di cruciale importanza perché consente di tracciare un discrimine limpido tra quanto — delle tradizioni, delle confessioni e delle culture di diversa origine — è accettabile all’interno del nostro ordinamento giuridico e della nostra vita sociale e quanto, al contrario, deve essere rifiutato. Personalmente, sono favorevole alla più ampia capacità di accoglienza e inclusione di stili di vita e forme di relazione, di riti religiosi e costumi culturali i più diversi, ma con il limite insuperabile rappresentato dalla intangibilità dei diritti fondamentali. Di conseguenza, il relativismo culturale, che è manifestazione propria di una concezione liberale della società, non può accettare l’esclusione delle ragazze dall’istruzione scolastica o la loro subordinazione ai maschi, i matrimoni precoci e le mutilazioni genitali femminili (peraltro non esclusivamente né principalmente derivate da una lettura del Corano). In quest’ultimo caso, è chiaro che la tradizione religiosa o etnica non può in alcun modo compromettere l’affermazione del diritto umano alla piena integrità fisica. Poi, evidentemente, si tratta di combinare tali irrinunciabili valori, protetti giuridicamente, con intelligenti politiche pubbliche. È un’impresa ardua, assai ardua, ma va tentata. E non si tratta nemmeno di una novità.

Nel lontano 1987 Lehsen Bouzid, operaio marocchino di un’azienda di Anzola Emilia, fa giungere in Italia — in virtù del ricongiungimento familiare previsto dalla legge — le sue due mogli, dalle quali aveva avuto numerosi figli. Il ministero dell’Interno respinge la domanda di «permesso di soggiorno per motivi di famiglia»: ma il ricorso al Tar consente infine alle due donne di risiedere in Italia in ragione della «gravità e irreparabilità sotto l’aspetto sociale, economico e familiare» del caso considerato, accogliendo la tesi dell’avvocato. Ovvero che non si trattasse di ottenere dallo Stato italiano «un riconoscimento formale e giuridico della condizione familiare delle ricorrenti, bensì semplicemente una non discriminazione». E ciò in virtù degli articoli della Costituzione italiana che tutelano «le confessioni religiose diverse dalla cattolica» e le forme di relazione e le strutture giuridiche che ne conseguono. Si può dire che, in sostanza, la decisione del Tar ha affermato la prevalenza del valore dell’unità del nucleo familiare rispetto alla norma penale italiana che vieta la bigamia. Insomma, il Tar non riconosce, certo, un disvalore, come quello insito nella poligamia, ma si limita a porre rimedio a uno stato di necessità, secondo il principio del «male minore» (la tutela di tutti i figli di quella relazione poligamica). Ma, sia chiaro, si tratta di una soluzione, pure opportuna in quel caso, che lungi dal risolvere definitivamente il problema, ne rivela la drammatica complessità. A conferma del fatto che la convivenza tra etnie confessioni e culture, non solo inevitabile ma potenzialmente assai remunerativa sotto tutti i profili, può essere assai faticosa.

8 agosto 2016 (modifica il 8 agosto 2016 | 20:52)

http://www.corriere.it/opinioni/16_agosto_09/poligamia-non-puo-essere-bec28458-5d98-11e6-bfed-33aa6b5e1635.shtml

La mia domanda (che pongo invano da sette anni e che penso resterà senza risposta)

Afferma il sen Manconi che il diritto all’uguaglianza dei sessi è un diritto umano fondamentale della persona e proprio per questo non disponibile  ovvero non alienabile (e non limitabile, modificabile o cedibile) persino da parte del suo stesso titolare come non lo sono  “il lavoro schiavistico o il commercio degli organi o ogni altra forma di degradazione della dignità personale”.
Non leggo però le stesse parole per il certificato di nascita negato ai figli dei sans papier dalla legge italiana e non dal sig. Piccardo.
I neonati, alcuni neonati razzialmente identificati, sono costruiti reietti a vita e a vita vedranno calpestati i loro diritti, ma nessuno se ne occupa perché non sollecitano fantasie erotiche o d’altra natura come può essere una relazione umana adulta? (Riferimento di legge 94/2009 art. 1 comma 22 lettera g)

9 Agosto 2016Permalink

26 luglio 2016 – Dal 2013 al 2016 perplessità e preoccupazioni permangono

Oggi, secondo una cortese consuetudine, che sarebbe imbarazzante se non mi consentisse di verificare la mia monotematica coerenza, ho ritrovato una mia vecchia pagina di diario, da fb trasferita che ripubblico con la premessa aggiornata ad oggi e il link per raggiungerne il testo del 26 luglio 2013.

Per completare la vecchia notizia riesumata: Il dépliant segnalato nel 2013 è stato ritirato dopo un paio di mesi e sostituito da uno che non nomina il permesso di soggiorno fra i documenti da presentare per registrare la dichiarazione di nascita di un figlio. Ciò è avvenuto nel rispetto della circolare del ministero dell’interno che dice il contrario della legge che invece tanto impone (legge 9472009 art. 1 comma 22 lettera g). Purtroppo la mia segnalazione, in questo caso efficace, alla direzione dell’ospedale ha avuto solo in consenso di qualche persona amica. La società civile felicemente organizzata, pur se importante, ha taciuto e così continua. Per modificare la legge occorrerebbe un impegno della società civile che non c’è. Sorvolo – in un moto di mattutina e disgustata pietà – su istituzioni e chiese cristiane, cattolica e protestante, in ecumenica unione contro i figli dei sans papier.

https://diariealtro.it/?p=2535

 

26 Luglio 2016Permalink

27 giugno 2016 – Ho un Sogno racconta un festival

SCUOLA & UMANITÀ

Dialoghi sul mondo che cambia

Come ogni anno a Udine anche nel  2016 il festival dell’associazione vicino/lontano ha assicurato spazio a giovani che, durante il loro normale percorso scolastico, costruiscono attività di relazione con la società civile, facendosi protagonisti di una formazione orientata a ‘Dialoghi sul mondo che cambia’, secondo l’indirizzo proposto dal tema generale del festival. Così il 6 maggio, nel teatro della città, i 1200 rappresentanti degli studenti coinvolti attraverso le opportunità formative offerte dagli istituti di appartenenza hanno fatto conoscere aspetti significativi del loro specifico progetto: “Il piacere della legalità? Mondi a confronto. Legami di responsabilità”. Non si trattava di una festosa evasione da ciò che la didattica prevede per il curriculum proprio di ogni scuola ma della ricerca di confronto con chi mette a disposizione testimonianze esemplari, valori praticati di coerenza, libertà e legalità. Ad esempio l’Istituto Statale di Istruzione Superiore Stringher – che all’interno della propria attività curriculare propone anche un corso di servizi alberghieri – dallo scorso mese di ottobre garantisce una volta la settimana una presenza attiva alla mensa della Caritas dove gli studenti (guidati dal loro insegnante di cucina) si rendono disponibili a contribuire a un progetto di solidarietà per loro professionalmente significativo come in uno stage efficace per quanto inconsueto. Il 6 maggio alla mensa della Caritas sono stati serviti 400 pasti confezionati dalle cuoche della mensa in collaborazione con la classe dello Stringher. La prima serie di pasti è stata offerta ai migranti utenti abituali con menù italiano (a base di pasta) e successivamente (in un simpatico scambio di culture alimentari) 50 rappresentanti dell’incontro in teatro hanno sperimentato un menù tunisino, gustando il cous cous. Nell’intreccio di solidarietà gli alimenti non deperibili erano stati offerti da una ditta distributrice di prodotti alimentari.

La scuola incontra il carcere

A Ho un Sogno, che mai trascura l’attenzione ai problemi del carcere, sembra significativo segnalare, fra le varie attività realizzate e testimoniate da studenti protagonisti, l’esperienza formativa molto speciale, vissuta negli spazi della Casa Circondariale di Udine e organizzata nel quadro dei progetti realizzati dal Centro Provinciale per l’Istruzione degli adulti della provincia di Udine (CPIA). Si tratta di iniziative finalizzate a costruire un ponte fra chi è detenuto e chi è ‘fuori’ e, in un pomeriggio condiviso, guarda a un mondo sconosciuto facendosi partecipe consapevole di una relazione significativa con una diversità con cui potrebbe incontrarsi nel corso del lavoro. Gli studenti, impegnati in un percorso orientato ad assicurare formazione in discipline proprie della psicologia sociale e della sociologia, hanno così l’opportunità di verificarsi con l’esperienza che favorisce il superamento della catena di pregiudizi e di stereotipi, fonte di stigmatizzazione irrimediabile. Ne sono stati protagonisti un gruppo di 12 detenuti e studenti (naturalmente maggiorenni) del Liceo Percoto e del Liceo artistico Sello, impegnati ogni mercoledì pomeriggio, da gennaio a maggio, in incontri, laboratori artistici e gruppi di discussione, focalizzati sull’analisi della parola, dell’immagine e della corporeità. Gli insegnanti coinvolti nell’attività ‘intra moenia’ si dichiarano colpiti dall’efficacia degli incontri in carcere che avvengono in un clima di normale relazione dove gli studenti si sono dimostrati capaci di non identificare coloro con cui interloquiscono con il reato commesso. I detenuti, sia italiani che stranieri, hanno accettato con entusiasmo il confronto con l’esterno arrivando anche a rinunciare all’ora d’aria per assicurarsi questa modalità di partecipazione in cui parlano di sé, della propria reclusione, ma anche delle esperienze di vita che li hanno segnati. Emergono riflessioni sulla responsabilità personale in racconti che possono contribuire a una cultura di prevenzione dell’illegalità. Al teatro Giovanni da Udine un detenuto, a nome dei compagni del corso realizzato in carcere, ha letto una lettera di ringraziamento e ha sottolineato l’importanza degli incontri con i ragazzi per il contributo all’apertura sociale, al superamento del pregiudizio e per aver acceso la speranza di una aspettativa diversa da quella vissuta nell’ambito della privazione della libertà. Anche la civica biblioteca si è fatta creatrice di opportunità di conoscenza e relazione con la stipula di una convenzione per prestito di libri, gestito nella casa circondariale dall’associazione Icaro. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato, afferma la Costituzione. Il 6 maggio ne abbiamo intravisto un significato possibile.

NOTA:
Nel numero 244 del bollettino Ho un sogno vedi anche: “25 giugno. Per mettere in discussione un pregiudizio”

27 Giugno 2016Permalink

25 giugno 2016 – Per mettere in discussione un pregiudizio.

IL CELLULARE MIGRANTE (da Ho un sogno n. 244 – giugno 2016) 

Molti saranno rimasti sorpresi nel vedere i profughi tutti con il cellulare in mano, spesso stazionare nelle aree dove è disponibile la connessione wi-fi gratuita. cell_migrante

Per loro lo smartphone è davvero speciale: lo scrigno di una parte della loro vita e uno strumento prezioso per mantenere i contatti con la loro rete sociale, per passare le lunghe ore di attesa, ma anche come supporto ai loro percorsi migratori. Ne è testimonianza il bel reportage di Grey Hutton, sul sito www.vice.com/it/read/cellulari-migranti-cosa-043, dal quale sono tratte le fotografie di questo numero di Ho un sogno.

Ogni giorno nascono sempre più applicazioni utili a facilitare la vita di chi decide di abbandonare il proprio paese. Accanto alle classiche Whatsapp, Facebook, e GoogleMaps, utili a pianificare più il viaggio, a mantenere contatti con la propria famiglia e amici e a scambiare informazioni generiche, operatori umanitari e sviluppatori informatici collaborano per creare app utili a superare l’emergenza e a sostenere i migranti nella ricerca di un alloggio, di beni di prima necessità, a fornire loro informazioni dettagliate di qualsiasi genere relative ai territori e molto altro ancora.

Queste le principali applicazioni:

Refugees Welcome sul modello di AirBnB mette in contatto chi cerca una sistemazione temporanea con chi la offre.

Welcome to Dresden fornisce ai rifugiati dettagliate informazioni sanitarie e locali del circondario di Dresda.

Refugee Aid App fornisce informazioni ai rifugiati su cibo, alloggio e cure mediche in base al loro posizionamento.

Creative Associates International è un programma di apprendimento online per i bambini rifugiati siriani, sviluppato completamente su Cloud.

What3Words sulla base di 3 parole localizza indirizzi che sarebbero altrimenti impossibili da trovare.

Trace the Face, della Croce Rossa, permette l’identificazione di persone smarrite durante il viaggio grazie alla pubblicazione delle loro foto.

Hug-Tap to donate facilita le donazioni ad associazioni che aiutano migranti o richiedenti asilo.

BREVE NOTA Segnalo in particolare la possibilità di raggiungere il sito www.vice.com/it/read/cellulari-migranti-cosa-043

e ricordo che tutte le applicazioni segnalate sono raggiungibili via internet

Chi a Udine volesse trovare Ho un sogno in forma cartacea può andare alla Libreria CLUF, Via Gemona 22.

25 Giugno 2016Permalink

23 giugno 2016 – Ancora una volta bambini disprezzati fino all’invisibilità.

Copio da  La Repubblica di oggi

Il diritto dei bambini

Dopo lo stralcio della norma sulla stepchild adoption voluto dal Parlamento, la Corte di Cassazione ha riconosciuto la legittimità dell’adozione di una bambina da parte della compagna della madre biologica di MICHELA MARZANO

Non poteva che andare a finire così. Dopo lo stralcio della norma sulla stepchild adoption voluto dal Parlamento, la Corte di Cassazione, in nome del «preminente interesse dei minori», ha riconosciuto la legittimità dell’adozione di una bambina da parte della compagna della madre biologica. Era evidente. Era logico.

 Era l’unica cosa che si potesse fare non solo dal punto di vista del diritto, ma anche da quello dell’etica per correggere una grande ingiustizia e cercare, così, di «riparare (almeno parzialmente) il mondo». In nome di cosa il legislatore ha potuto anche solo immaginare di non dare ai bambini che vivono con due donne o con due uomini gli stessi diritti che ha un bambino che vive con un uomo e una donna?

Quando ci si preoccupa del bene dei più piccoli, tutti gli argomenti utilizzati in Parlamento per arrivare allo stralcio della stepchild adoption finiscono con l’apparire futili e inconsistenti. Inutile cercare di stravolgere il dibattito insistendo sull’ipotetica legittimazione della pratica della gestazione per altri quando si parla di bambini che già esistono. Inutile invocare la “naturale fecondità” dell’incontro tra un uomo e una donna quando è ormai noto che la “fecondità” di una coppia è soprattutto simbolica. Inutile anche insistere sul fatto che madre e padre sarebbero sempre e solo i genitori biologici quando, come sappiamo bene, un conto è mettere al mondo un figlio, altro conto è accudirlo, coccolarlo e accompagnarlo nella crescita, insegnandogli a “tenersi su” da solo come spiega il pedopsichiatra D. W. Winnicott.

I bambini e le bambine di cui si occupa la magistratura ormai da anni sono d’altronde bimbi e bimbe che già fanno parte di una famiglia, già vivono e già crescono circondati dall’affetto di due mamme o di due papà. Uguali in tutto e per tutto agli altri bimbi. Solo che, a differenza di chi vive e cresce circondato dall’affetto di un padre e di una madre, i figli delle coppie omogenitoriali, per il legislatore, sono trasparenti. E allora c’è stato bisogno dei giudici per ricordare a tutti quella che dovrebbe essere un’evidenza: è per il bene dei bambini, e nel loro preminente interesse, che il compagno o la compagna del padre o della madre biologica dovrebbero poter avere, nei loro confronti, gli stessi diritti e gli stessi doveri dei “genitori naturali”.

Ormai, il “sì” alla stepchild adoption è definitivo. Anche se, forse, l’errore è stato proprio quello di utilizzare un’espressione inglese per designare un semplice legame giuridico, un’adozione speciale, come spiegano i giudici, che non equivale nemmeno a una vera e propria adozione, visto che questi bambini, pur essendo riconosciuti figli dei genitori sociali, non entrano nella linea familiare. Figli e non fratelli, quindi, se per caso nella famiglia, di bambini, ce ne sono anche altri. Figli e non nipoti, purtroppo, che avranno due genitori ma non quattro nonni. Perché poi è sempre così che succede: quando non si nominano in maniera corretta le cose, la quantità di disordine e di sofferenza che ci sono nel mondo può solo aumentare.

E allora è stato facile, per gli integralismi di vario genere, derubricare la questione dell’uguaglianza dei più piccoli a “porta aperta sull’abisso dell’immoralità”, dimenticando che, quando si parla dei bambini, l’unica cosa che è immorale è trascurare il loro benessere. “Un bimbo ha diritto a una mamma e un papà”, continuano a ripetere tutti coloro che hanno contestato le decisioni di alcuni Tribunali e che, oggi, criticano anche la sentenza della Cassazione. Facendo finta di non sapere che il diritto dei bambini è prima di tutto quello di crescere in un ambiente armonioso, in cui maternità e paternità non si riducano a mera genetica e significhino soprattutto capacità di accogliere e di accudire, di amare e di riconoscere.

Ognuno di noi non è solo il risultato di una combinazione di geni, ma anche e soprattutto il frutto di una storia, la conseguenza di un desiderio, il risultato di attese e sogni, speranze e delusioni. Allora è ovvio che non si nasce senza l’incontro del “femminile” e del “maschile”.

Ma è anche ovvio che non si cresce e non si ha accesso alla propria umanità senza il desiderio profondo di chi, diventato padre o madre, cerca di trasmetterci il senso dell’esistenza, riconoscendoci e amandoci  per quello che siamo. Amore e riconoscimento non hanno né sesso né genere. I bambini lo sanno istintivamente e lo sperimentano ogni giorno. Peccato che siano gli adulti a dimenticarlo, chiudendosi talvolta all’interno dei rigidi steccati che impongono gli stereotipi di genere.

Commento e integro

Fin qui l’on Marzano.
Ora integro la  domanda che ho evidenziato in colore rosso, aggiungendone una mia.

In nome di cosa il legislatore ha potuto anche solo immaginare di non dare a bambini nati in Italia, in cui genitori non  hanno il pezzo di carta chiamato permesso di soggiorno il certificato di nascita he ne assicura identità e appartenenza a una famiglia che lo vuole ma non lo può accogliere come suo (anche se tale è) per non essere legalmente disintegrata dall’espulsione?

Così ha voluto il Parlamento italiano nel 2009 (quarto governo Berlusconi, Ministro dell’Interno Maroni) e così si ostina a discriminare anche se la modifica della legge sarebbe a costo zero. Inutilmente ogni anno 80 associazioni (gruppo Convention on the Rights of the Child) chiedono la modifica della legge 94/2009 (art. 1 comma 22 lettera g). Gli italiani e le italiane, anche organizzati in associazioni, chiese e quanto di ‘meglio’ dicono di riuscire  ad esprimere, si associano all’indifferenza delle forze politiche.
Per saperne di più tag anagrafe

23 Giugno 2016Permalink