7 giugno 2016 – Il comune di Udine non vuole occultare neonati

E’ accaduta una novità che ho subito segnalato su facebook perché ritengo che vada ad onore del comune in cui abito: la mozione del consiglio comunale che impegna il Sindaco e la Giunta a «ripristinare la certezza delle situazioni giuridiche riconoscendo ai bambini il diritto ad un nome, all’appartenenza familiare e all’identità» è stata votata all’unanimità. Di seguito ne propongo una sintesi e il link per leggerla integralmente

La mozione 48 in sintesi

Il 31 maggio il Consiglio comunale di Udine ha approvato all’unanimità la mozione n. 48 “Registrazione anagrafica dei bambini stranieri nati in Italia da genitori non regolarmente soggiornanti”, prima firmataria la consigliera comunale Chiara Gallo. La mozione sostanzialmente impegna il Sindaco e la Giunta a «ripristinare la certezza delle situazioni giuridiche riconoscendo ai bambini il diritto ad un nome, all’appartenenza familiare e all’identità». Come più volte ho scritto tale certezza (mai precedentemente messa in discussione) era stata devastata dal cd ‘pacchetto sicurezza’ nel 2009 (legge 94, art. 1 comma 22 lettera 9) che prevede la presentazione del permesso di soggiorno per richiedere la registrazione delle dichiarazione di nascita dei propri figli. E’ chiaro che ciò costituisce un ostacolo che la legge crea contro il diritto fondamentale di ogni nuovo nato ad esistere e determinando  uno stato di paura nel genitore che ove dicesse “io sono padre/madre di questo nato” si esporrebbe alle ritorsioni anche drammatiche conseguenti l’evidenza della sua situazione di irregolare. Così, come testimonia il gruppo Convention on the Rights of the Child (coordinato da Save the Children),  ci sono ‘bambini invisibili’, privi di ogni identità. La mozione è composta di due parti, la prima concerne il testo che era stato presentato – e mai discusso – il 19 maggio 2015 e chiedeva l’impegno del Sindaco e della Giunta a sollecitare la calendarizzazione delle proposte di legge allora all’attenzione del Parlamento finalizzate appunto ad assicurare il certificato di nascita ad ogni nuovo nato. Il 31 maggio 2016 il testo della mozione è stato aggiornato in considerazione del fatto che il principio affermato nelle proposte del 2013 e del 2014 è ora all’attenzione della commissione Affari Costituzionali del Senato come comma 3 dell’art.2 di una legge  già approvata dalla camera. (Chi volesse prenderne visione può inserire in un motore di ricerca la dizione Senato 2092) Opportunamente, nel clima di disinformazione che caratterizza questo problema, la mozione evidenzia «che quando si parla di “cittadinanza” per questi bambini non ci riferisce a quella che si acquisirebbe ius soli, fattispecie ad oggi non prevista dal nostro ordinamento, ma a quella che discende dai loro genitori alla quale anche oggi avrebbero diritto» Se il Parlamento accoglierà la raccomandazione del Consiglio Comunale di Udine (cui speriamo altri comuni si associno) assicurerà – insieme al rispetto di un diritto primario di ogni nuovo nato in Italia – la dignità dei sindaci oggi violata da una norma che limita il loro dovere assoluto alla registrazione delle nascite sul loro territorio.

Chi volesse leggere integralmente il testo della mozione può farlo dal sito

http://www.centrobalducci.org/easyne2/LYT.aspx?Code=BALD&IDLYT=359&ST=SQL&SQL=ID_Documento=2710

Speranze e ricordi

Se altri comuni imitassero … se ne prendessero atto associazioni di donne facendo mente locale almeno alle madri cui non è consentito dichiararsi tali nel comune in cui pur vivono, se ne prendessero atto organizzazioni del mondo della scuola che, se i figli dei sans papier potessero andare alla scuola dell’infanzia ne avrebbero vantaggio nel lavoro di ‘alfabetizzazione’ e –alla conclusione dell’obbligo – non abbandonerebbero ragazzini al nulla della iscrizione con permesso di soggiorno del genitore, se le chiese cristiane (sia cattolica che protestanti) quando proclamano generosità e solidarietà e persino giustizia si ricordassero che sono –data l’ostentata autorevolezza – complici di chi vuole nuovi nati occultati e senza nome  … se … ma….

Voglio però ricordare che quando la legge nota come pacchetto sicurezza fu presentata al parlamento era prevista l’abrogazione dell’articolo che, presente nelle norme già in vigore, recitava: «L’accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all’autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano».

Se ne fosse stata realizzata la cancellazione sarebbe stato negato il principio del segreto professionale fondante la deontologia medica che impegna il medico a: “mantenere il segreto su tutto ciò di cui è a conoscenza in ragione della propria attività professionale”. … e precisa ancora che “la violazione del segreto professionale assume maggiore gravità quando ne possa derivare … nocumento per la persona assistita o per altri”. Ricordo la reazione allora fortissima degli ordini professionali, da noi pubblicizzata dalla componente locale della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, e voglio citare quanto scrisse l’allora Presidente provinciale dell’Ordine dei medici di Udine in un comunicato pubblicato anche dai media locali: «Qualora dovessero passare i provvedimenti annunciati dal governo, i medici dovranno rifiutarsi di denunciare i pazienti immigrati irregolari, esercitando l’obiezione di coscienza per non venir meno ai principi etici e deontologici della loro professione».

Purtroppo, anche per l’indifferenza della società che si definisce civile, restò in legge la condanna per i neonati, ultimo resto di un progetto che si era proposto di usare anche la debolezza del malato, dell’infartuato, del ferito per farne forza di chi lo volesse distruggere.

Ora per esibire la propria ostentata brutalità dispone dei più deboli, dei neonati condannati a vita a non esistere

Perciò  solo alla politica – che non si umili alla ricerca di consenso fondato sul numero di chi si associ alla volontà devastatrice o pigramente ne taccia – è dato essere parola autorevole e alta per affermare un principio che ne proclami l’onore nel farsi voce di chi nasce sul nostro territorio, chiunque sia, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (art. 3 Costituzione).

7 Giugno 2016Permalink

26 maggio 2016 – Chi salva e chi abusa

26 maggio 2016 “Quei bimbi presi per i capelli, vivi grazie ai miei marinai” Barcone rovesciato, intervista al comandante della nave “Battica”, Francesco Iavazzo, che è intervenuta per salvare i migranti in mare: “Una consolazione: i piccoli stanno tutti bene. Ora stringono peluche, alcuni più grandi di loro” di GIAMPAOLO CADALANU
Link in nota 1*

Primo abuso

“Cercasi nano o disabile che faccia tenerezza”: polemica per il casting della fiction Rai

Aggiornato il 25 maggio 2016   Pubblicato il 25 maggio 2016

L’annuncio sul profilo Facebook della responsabile casting della Film Commission disabili_teneri_175454933-228b80c9-c942-4e70-b4a4-ab48c618e5e7 Piemonte. Gianluca Nicoletti posta un video in cui compare con suo figlio, affetto da autismo. Parola chiave: #tenerezzastocazzo. La produzione Wildside si scusa e scioglie il contratto con la collaboratrice. Francesca Archibugi, regista della fiction: “Mi vergogno tantissimo, non ne sapevamo niente”

Link in nota 2*

Per ingrandire l’immagine fare clic sulla foto

 

Secondo abuso – Una sintesi esemplare

La foto parla da sé e si può commentare in controluce con il primo comma dell’articolo 3 della Costituzione, avendo come traccia le parole sottolineateVelaSalviniBertocchi-ki0G-U431801126559017CoB-1224x916@Corriere-Web-Bergamo-593x443

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

 

 

NOTE. I link possono essere attivati anche copiandoli e inserendoli in un motore di ricerca

1* http://www.repubblica.it/cronaca/2016/05/26/news/parla_il_comandante_della_nave_che_ha_salvato_540_migranti-140619362/?ref=HRER1-1

 

2* http://www.repubblica.it/spettacoli/tv-radio/2016/05/25/news/casting_archibugi_rai_nano_tenerezza-140590016/?ref=HREC1-11

 

 

26 Maggio 2016Permalink

22 maggio 2016 – Discriminando i partigiani a modello Boschi

Redazione ANSA 22 maggio 2016 17:40News
Boschi all’Anpi: “I partigiani veri voteranno sì alla riforma costituzionale” La ministra nega la personalizzazione del referendum da parte del governo e rilancia: “Se vince il no verranno altri, io e Renzi andremo via”. E su legge elettorale: “Non sarà cambiata”

Il mio senso del ridicolo mi induceva a pensare a uno scherzo a sostegno del ‘no’ come ramazza anti Renzi e anti Boschi. Ma la verifica mi ha confermato che si trattava di una esternazione del Boschi pensiero. Infatti così l’hanno interpretata i maggiori quotidiani italiani In calce ricopio le fonti. 

Non vada perso però il conforto di Meloni ai problemi che affliggono Roma

Intitolerà una strada ad Almirante E anche qui non vale la pena scrivere altro

Ansa http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2016/05/22/referendum-boschi-se-vince-no-verranno-altri_56a9e703-7742-47af-81f7-6c6e3e343e49.html

Corriere della sera http://www.corriere.it/politica/16_maggio_22/referendum-boschi-veri-partigiani-voteranno-si-43a7f594-201e-11e6-9888-7852d885e0fc.shtml

La Stampa http://www.lastampa.it/2016/05/22/italia/politica/referendum-boschi-se-vince-il-no-lascio-la-politica-anchio-etMaF7MNrB5jY5oN6IDh7I/pagina.html

Repubblica http://www.repubblica.it/politica/2016/05/22/news/ministra_boschi_riforme_annunziata_nuovo_senato_referendum_comunali_2016-140353301/?ref=HREA-1

22 Maggio 2016Permalink

6 aprile 2016 – QUESTE BAMBINE E QUESTI BAMBINI ESISTONO

Dal n. 243 di Ho un sogno

“Queste bambine e questi bambini esistono. Il Legislatore non può cancellarli, non può voltarsi dall’altra parte, ignorandone le esigenze di protezione”. Così più di 700 giuristi scrivevano al Senato, impegnato a discutere il disegno di legge  “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”. Non  furono ascoltati. La norma ottenne una faticosa approvazione a patto che ne fosse stralciato proprio l’articolo che prevedeva la protezione dei minori. I giuristi firmatari (docenti universitari, magistrati, avvocati) affermavano che proprio per l’impegno “sui temi dei diritti fondamentali, del diritto di famiglia e dei minori, non possiamo non rilevare che l’adozione del figlio da parte del partner del genitore biologico (c. d. “adozione in casi particolari”), diretta a dare veste giuridica ad una situazione familiare già esistente di fatto, rappresenta la garanzia minima per i bambini che vivono oggi con genitori dello stesso sesso”. Non servì a nulla e non è una novità. Da anni Ho un Sogno si occupa del problema dei migranti non comunitari che, se privi del permesso di soggiorno, non possono assicurare il certificato di nascita ai loro figli che nascendo in Italia, diventano bambini invisibili. Dal 2009 (quando fu approvato il cd ‘pacchetto sicurezza’) il Parlamento italiano (che su questo problema sembra godere di un silente consenso sociale) ‘si volta dall’altra parte’. Forse il lungo allenamento gli è servito anche per non vedere i minori che necessitano della stepchild adoption. Continuerà a non vederli anche nel dibattito alla camera? E riuscirà a rigettare anche una piccola norma che – inserita nel progetto di legge “Disposizioni in materia di cittadinanza” (votato alla camera ma non ancora al rissoso senato) – se approvata consentirebbe ai piccoli invisibili di esistere? Sembra che i bambini siano diventati un’arma da usarsi senza scrupolo contro i loro genitori che si vogliano penalizzare, sia per status burocratico, sia per condizione personale. C’è di che preoccuparsi.

 

6 Aprile 2016Permalink

18 marzo 2016 – Una lettera a Donald Trump

Mr. Trump,

Ce la metto tutta per non essere politico. Mi sono rifiutato di intervistare molti suoi colleghi candidati. Non volevo mettere a repentaglio la mia buona fede prendendo posizione in un confronto politico così controverso. Ho pensato: “Non è il momento giusto”. Ma mi rendo conto ora che non c’è un momento giusto per opporsi alla violenza e al pregiudizio. Il momento giusto è e sarà sempre ora. Perché insieme a milioni di americani, mi sono reso conto che opporsi a lei non è più una decisione politica ma morale.

“Opporsi a lei non è una scelta politica ma una scelta morale.
Lo scrive a Donald Trump Brandon Stanton, il creatore di una delle pagine Facebook più seguite e note negli Usa e nel mondo, “Humans of New York”: uno straordinario archivio di volti e storie della Grande Mela seguito da quasi venti milioni di persone. Stanton, come dichiara nel post, non si è mai schierato politicamente. Nei confronti del candidato repubblicano, tuttavia, ha sentito l’urgenza di esprimere parole accorate e fortissime che in pochi giorni hanno superato il milione di condivisioni.

Per lui opporsi e schierarsi apertamente “è una questione di morale”, che si rende necessaria per contrastare l’ascesa di Trump alla Casa Bianca: “Ti ho visto ritwittare immagini razziste. Ti ho visto con gioia incoraggiare la violenza, promettendo di pagare le spese legali di coloro i quali la commetteranno in vostro nome. Ti ho visto sostenere l’uso della tortura e l’uccisione delle famiglie dei terroristi. Ti ho visto raccontare allegramente storie di esecuzioni di musulmani. Ti ho visto paragonare i rifugiati a serpenti e sostenere che “l’Islam ci odia”.

Nella sua carriera di giornalista Stanton ha avuto modo di conoscere centinaia di rifugiati e musulmani, per questo si sente in dovere di prendere le loro difese. Ma lo fa anche per paura che quella persona, a suo parere in grado di promuovere solo odio e violenza per un personale tornaconto, possa diventare il suo presidente.

“Non sei un “unificatore”. Non sei “presidenziale”. Sei un uomo che sta incoraggiando pregiudizi e violenza all’unico scopo di aumentare il proprio personale potere. E anche se le tue parole cambieranno certamente nei prossimi mesi, rimarrai sempre ciò che sei”.

La leggerezza pensosa di Gramellini:  DENIS E LULA HOOP

A dispetto dei gufi, con baffetti e no, ormai Renzi si colloca molto più a sinistra della sinistra sudamericana. Infatti, mentre in Brasile la compagna Dilma Rousseff è arrivata a nominare Lula ministro pur di evitargli l’arresto, in Italia nessuno pensa ancora di offrire un posto di governo al Verdini condannato a due anni per corruzione. Ci si limita a tenerlo dentro la maggioranza: a portata di mano, pulita o sporca che sia.

Da una parte all’altra dell’oceano, il messaggio che la politica e i partiti cosiddetti progressisti mandano ai cittadini è: chi se ne infischia se un nostro sodale è nei guai con la giustizia, basta che ci sia utile o che lo si debba ricompensare per qualche servigio. La politica è un cinico gioco di potere da molto prima di «House of Cards» e anche di Machiavelli, che ne mise per iscritto la teoria. Rimane il problema di farla convivere con un simulacro di democrazia, che presuppone la partecipazione al gioco da parte dei cittadini.

I quali ogni tanto vorrebbero illudersi che la posta in palio siano gli slanci ideali e gli interessi concreti delle persone. Invece la politica si presenta al giudizio degli elettori nella sua nudità, intessuta di bramosie e convenienze completamente sganciate da qualsiasi obiettivo che non sia la conquista o la conservazione del potere.  . Esimi politologi ci spiegano con un sorriso di degnazione che non può essere che così. Allora la smettano di stupirsi se le urne si svuotano. E se il mantra degli astenuti non è più «non mi interessa», ma «mi disgusta».

Fonti nell’ordine

http://www.huffingtonpost.it/2016/03/18/lettera-brandon-stanton-donald-trump_n_9496338.html

http://www.lastampa.it/2016/03/18/cultura/opinioni/buongiorno/denis-e-lula-hoop-rNE7Aii3E47FHPj9dJcGTI/pagina.html

 

18 Marzo 2016Permalink

17 marzo 2016 Al consiglio europeo tramite Presidente Consiglio

Ricopio la lettera che ho trovato, inviata al Presidente del Consiglio e firmata dalle organizzazioni in calce

Roma, 15 marzo 2016

Al Presidente del Consiglio dei Ministri  Matteo Renzi

e p.c.

Al Ministro degli Interni  Angelino Alfano
Al Ministro degli Affari Esteri Paolo Gentiloni

Gentile Presidente,

in seguito al meeting europeo dello scorso 7 marzo con i rappresentanti del governo turco, e in vista del prossimo Consiglio dei Capi di Stato e di Governo del 17 e 18 marzo, le organizzazioni firmatarie esprimono profonda preoccupazione riguardo le politiche che l’Unione Europea sta mettendo in pratica per rispondere ai flussi di migranti e rifugiati diretti sul suo territorio.

E’ notizia degli ultimi giorni lo sbarramento della rotta balcanica, dopo settimane di chiusure intermittenti dei confini che hanno bloccato migliaia di uomini, donne e bambini in una terra di nessuno, privi di qualunque protezione. Ora in Grecia migliaia di persone sono accampate in condizioni insostenibili, in una situazione di tensione crescente.

E’ nel contesto di questa gravissima crisi umanitaria che si stanno sviluppando accordi tra Unione Europea e Turchia, che prevedono il respingimento in Turchia, sistematico e collettivo, dei migranti giunti sulle coste greche nel tentativo di raggiungere altri paesi europei.

Si consuma in questo modo una violazione senza precedenti del diritto europeo alla protezione internazionale e della Convenzione di Ginevra sulla protezione dei rifugiati. I principi fondanti l’Unione europea non permettono di stabilire respingimenti collettivi di tutti i migranti verso l’ultimo paese di transito, né tanto meno la possibilità di rinviare tutti i richiedenti asilo verso un paese terzo considerato sicuro. Al contrario, prevedono esplicitamente l’accesso alla procedura di protezione internazionale anche ai valichi di frontiera, nonché nella acque territoriali e delle zone di transito. Come e chi deciderà che le persone respinte sono migranti irregolari? Seguendo quali procedure e applicando quali garanzie, in una situazione al collasso come quella greca?

Inoltre, a quanto si apprende saranno respinti anche i cittadini siriani, che saranno oggetto di uno scambio con altri siriani provenienti da campi profughi in Turchia. Consideriamo assolutamente inaccettabile vincolare i programmi di reinsediamento, pur fondamentali, al respingimento di un pari numero di migranti, come se le persone fossero pacchi da spostare, prive di bisogni e di diritti. E ci domandiamo che fine abbia fatto il principio della ricollocazione, di fatto riservato a poche nazionalità, tra cui quella siriana. Una tale accordo sarebbe illegittimo e politicamente inaccettabile anche se stipulato con un paese sicuro e democratico. Tanto più appare inqualificabile l’idea che questo paese possa essere individuato nella Turchia, che non rispetta alcuna delle condizioni rigidamente sancite dalla Direttiva UE 32 del 2013 per definire sicuro un paese non europeo. La Turchia attraversa infatti una delle più gravi crisi democratiche della sua storia recente, testimoniata dall’atteggiamento repressivo verso gli organi di informazione e dalle indiscriminate operazioni militari condotte nel sud del paese. Ma soprattutto non riconosce ai profughi siriani la possibilità di accedere allo status di rifugiato e non garantisce il rispetto della Convenzione di Ginevra e del principio del non refoulement.

Le chiediamo pertanto con forza di continuare ad attivarsi in seno al Consiglio Europeo per scongiurare la finalizzazione dell’accordo con la Turchia così come prefigurato, e per garantire:

• – Che non vengano effettuati respingimenti collettivi verso i paesi di origine e di transito, in  applicazione del principio di non-refoulement;

• – Che sia garantito a tutti i migranti l’accesso a una piena e chiara informazione circa la possibilità di chiedere protezione internazionale e una effettiva possibilità di presentare domanda di protezione internazionale ai valichi di frontiera;

• – Che la disastrosa situazione umanitaria creatasi in Grecia e nei Balcani ottenga rapidamente una risposta, garantendo la protezione delle persone in viaggio e soprattutto dei più vulnerabili;

• – Che si riapra in seno all’Unione Europea la discussione volta all’apertura di canali legali, sia riservati ai richiedenti protezione internazionale che alla migrazione per lavoro, che rappresentano l’unica risposta possibile per evitare che le persone seguano rotte pericolose e illegali e per smantellare le reti di trafficanti.

L’Unione Europea sembra avviata lungo una strada estremamente pericolosa, dove la mancata tutela dei diritti umani e l’erosione dei principi democratici su cui era sorta dopo la seconda guerra mondiale rischiano di minacciare la sua stessa sopravvivenza.

Confidiamo che possa accogliere le nostre osservazioni e farsene portatore in seno al Consiglio.

Cordialmente

ACLI
ARCI
ASGI – Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione
Caritas Italiana
Centro Astalli
CIR – Consiglio Italiano Rifugiati
MEDU – Medici per i diritti umani
Oxfam Italia
SenzaConfine

Fonte: http://www.mediciperidirittiumani.org/pdf/Lettera_Consiglio_UE.pdf

17 Marzo 2016Permalink

7 marzo 2016 – Quando girano le informazioni

Ricevo una segnalazione dal dr. G. Pitzalis, della segreteria della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni Il percorso è un po’ complesso. Si comincia da un articolo del mensile socialnews del 2 marzo, raggiungibile con il link che trascrivo (purtroppo non posso riportare le mappe citate)

http://www.socialnews.it/le-nostre-firme/extraeuropei-ed-ex-europei/

 e si arriva a un numero di Limes dello scorso anno (numero 6/2015) dove è possibile leggere l’editoriale del direttore Lucio Caracciolo, testo di straordinaria attualità 

Lucio Caracciolo “Chi bussa alla nostra porta” 

La paura dei migranti frantuma l’Europa. Tornano le frontiere, si rialzano i muri. E, alla fine, ci scopriamo tutti ex Europei.

  1. Il migrante ci smaschera. Lo straniero che approda sulle nostre sponde rompe il ritmo della quotidianità. E l’irregolare per eccellenza. Perciò ci costringe a riflettere sulle regole della nostra vita sociale e politica. Ce ne spalanca gli abissi insondati, ce ne illumina gli angoli oscuri. Mette in questione tutto ciò che per noi non è questionabile. E ci espone alla più radicale delle domande: chi siamo? Pur di non rispondere a tanto dolorosa interrogazione, spesso preferiamo respingere – non solo metaforicamente – l’altro da noi.

Rimuoverlo. Almeno restringerlo in un ghetto che ce lo renda invisibile. E configgerlo in una definizione di specie – ≪il Marocchino≫, ≪l’Afghano≫, ≪il Somalo≫ – a certificare che di fronte non abbiamo una persona, con la sua storia di vita, ma una molecola di un mondo inferiore che non vogliamo conoscere. Una razza, non un individuo. Un oggetto, non un umano. Cui imponiamo una maschera, mentre lui ce la toglie.

Di fronte al migrante diventiamo stranieri a noi stessi. Soli con la nostra ipocrisia cognitiva, indifferenti a riconoscerlo e ad esserne riconosciuti, perché ≪straniero e colui il cui sguardo e incapace di farci provare vergogna≫. Sicché l’Europa, che ieri volle alzare la fiaccola della ≪missione civilizzatrice≫ colonizzando spazi e anime di quegli Africani e Asiatici i cui pronipoti ne puntano oggi le terre, sembra incapace di venire a patti con la pressione di presunti alieni in fuga dalle nostre ex colonie. Se alcune centinaia di migliaia di persone – si, persone – mettono a soqquadro l’ordine mentale e sociale di un continente di oltre mezzo miliardo di anime (anime?), qualcosa di essenziale non funziona nella ‟culla della civiltà”. Se, poi, il 38% degli Italiani connette i migranti ai

terroristi e la maggioranza assoluta (51%) ne invoca il respingimento, significa che a casa nostra siamo governati dal panico. Certo non dalla politica, che da queste paure appare ipnotizzata. Tanto da farsene dirigere. Trattare con distanza analitica un tema sconvolgente, fuggendo la retorica (con annessa industria) dell’umanitarismo e le scorciatoie securitarie che speculano sulla para dell’altro, può apparire velleitario.

Eppure, e uno sforzo che dobbiamo a noi stessi, dopo che lo straniero in fuga da molti Sud in miseria o in fiamme che affacciano sul già Mare Nostrum ci ha strappato la maschera. Perché una certezza l’abbiamo: l’ordine europeo non c’è più né potremo ripristinarlo. Le migrazioni in corso e, soprattutto, il nostro modo di rappresentarle, incrociando la lunga crisi economica che sembra sfociare in strutturale stagnazione e la decomposizione del quadro geopolitico e istituzionale accelerata dall’infinita tragedia greca, marcano la fine dell’idea di Europa. Non solo dell’Unione Europea come (non) attore geopolitico – su cui il lettore di Limes e informato ad nauseam – ma della coscienza di essere Europei, senza di che e vano architettare un qualsiasi progetto di casa comune. Non abbiamo retto alla prova del migrante.

Sotto la maschera che lo straniero ci ha strappato scopriamo mille identità, dalle nazionali alle locali, opportunamente inflazionate dalla paura del diverso. Tanti volti sfigurati dalla paura. Ne manca uno: l’Europeo. Gli Extraeuropei ci svelano ex Europei.

  1. Nel 1964, il settimanale tedesco Der Spiegel festeggiava in copertina Armando Rodriguez, il milionesimo Gastarbeiter, accolto nella Germania Federale con una cerimonia ufficiale a Colonia e il regalo di una motocicletta. Campione di una specie, quella del ≪lavoratore ospite≫, il cui prototipo potremmo rintracciare nel Protocollo italo-belga del 1946 che sanciva lo scambio fra migliaia di minatori in Vallonia e vagoni di locale carbone per noi. Oggi a nessun governante europeo salterebbe in mente di celebrare un immigrato straniero.

Perché è venuto da tempo al pettine il nodo che non sciogliemmo negli anni ‘50 e ‘60, quando in Europa le campagne si svuotavano e milioni di braccianti andavano ad alimentare industrie e servizi della ricostruzione, nel clima inebriante del miracolo economico. Quel dilemma posto con icastica sintesi dallo scrittore zurighese Max Frisch appena un anno dopo le celebrazioni per Rodriguez: ≪Cercavamo braccia, sono arrivati uomini≫.

Frisch squadernava cosi l’irriducibile contrasto tra capitalismo e Nazione. Tra il più o meno libero flusso dei capitali e delle persone e la necessita degli Stati di identificarsi con una comunità di popolo, dotata di un proprio limes. Un recinto nel quale distinguere, convivendo, i nostri dagli alieni. So che nel secondo dopoguerra in Europa gli alieni eravamo noi: Portoghesi, Italiani, Greci, Spagnoli.

Se all’ingresso di un ristorante svizzero o tedesco ci si poteva imbattere in divieti ≪ai cani e agli Italiani≫ – gli Inglesi ai quadrupedi avrebbero sommato gli Irlandesi – oggi lo stesso spirito e, talvolta, le stesse parole investono gli extracomunitari che, ad occhi xenofobi, o semplicemente impauriti, turbano il panorama umano delle nostre città. Stando agli etologi, che postulano l’origine genetica dell’imperativo territoriale, il conflitto fra uomini di dentro e forestieri e inestirpabile, immune dalla storia e dall’ambiente.

Sicché stabiliscono, con Robert Ardrey, che ≪l’uomo è animale territoriale quanto un tordo ripetitore che canta in una chiara notte californiana≫. E ≪quando ognuno di noi difende con tenacia l’appartenenza alla sua terra o la sovranità del proprio Paese lo fa per motivi non meno innati (…) delle più basse specie di animali≫.

Eccesso di determinismo, probabilmente. Resta il dramma del migrante, che subisce e incarna nella propria persona il conflitto fra le necessita dei ricchi Paesi europei – nei quali e chiamato a riempire i vuoti prodotti dalla declinante demografia e dall’indisponibilità dei cittadini ≪di ceppo≫ a svolgere mansioni faticose, pericolose, sporche – e le loro pulsioni razziste. Il termine ≪razzismo≫ puo infastidire. Sicché tendiamo a circumnavigarlo consapevolmente, surrogando con il meno impegnativo ≪xenofobia≫, o inconsapevolmente, discettando di ≪multiculturalismo≫ (in Italiano: ogni razza al suo posto).

Ma dopo l’11 settembre, e in coincidenza con gli attentati jihadisti che continuano a scuotere il continente e le sue periferie, le avanguardie dell’apartheid mietono successi elettorali e d’immagine in quasi tutti i Paesi europei. A decretare il fallimento delle velleità di integrazione, se non di assimilazione, che correvano sotto la pelle dell’Europa occidentale al tempo della guerra fredda. Quando l’idea di Europa – pur nella vaghezza o, forse, grazie ad essa – aveva libero corso. Grazie, appunto, al carattere occidentale di quella formazione geopolitica.

Pigmento culturale ormai disperso. Eravamo il continente del Muro, oggi lo siamo dei muri fisici e mentali che dividono questo spazio frastagliato dai cinquanta e più Stati, staterelli e terrae nullius che i geografici russi avevano ragione di appellare Asia Anteriore. E se prima dell’’89 la radice della partizione poteva parere ideologica, le molte fratture attuali sono figlie della paura dell’altro. Del migrante.

Contro di loro si ergono barriere vigenti – tra Grecia e Turchia, tra Bulgaria e Turchia, tra Spagna africana (Ceuta e Melilla) e Marocco – o in costruzione, come l’annunciato muro tra Ungheria (il Paese che per primo apri uno squarcio nella cortina di ferro) e Serbia. La nostra ipocrisia cognitiva, per cui ci rappresentavamo svettanti al di sopra della mischia universale in quanto spazio civile, segnacolo di pace, Democrazia, progresso, modello di convivenza e di tolleranza, e stata smascherata nel termine di una generazione da due treni di paura: lo spettro dell’invasione slavo/albanese, nei primi anni ‘90, e il timore della penetrazione arabo/islamica, degli inizi del secolo.

Per fedeltà alla retorica europeista, rispondemmo con gli accordi di Schengen, entrati in vigore nel 1995, che ormai includono quasi l’intero ambito comunitario e oltre. Li servimmo al pubblico sotto specie di apertura delle frontiere interne, mentre si trattava di chiudere quelle esterne, affidandone la guardia (a titolo gratuito, s’intende) ai Paesi di frontiera, tra cui il nostro. Equivoco che ha contribuito ad eccitare la reazione alla corrente crisi, spacciata per invasione di orde migratorie che minaccerebbero la nostra civiltà e obbligherebbero a rintanarci nella Fortezza Europa, opportunamente decurtata d’ogni ponte levatoio. E siccome le invasioni esistono per il solo fatto che le crediamo tali, sarà opportuno indagarne origini, profili, conseguenze.

A partire, per quanto possibile, dai dati di realtà.

  1. Allarghiamo lo sguardo al mondo. Con un’avvertenza: ogni tentativo di incasellare i flussi migratori in ordinate tabelle e in tipologie perfette è alquanto approssimativo, quando non arbitrario. Masse umane che si muovono sotto i radar delle polizie (e dei demografi) non possono essere identificate con qualche certezza. E le categorie giuridico-scientifiche che intendono fermare i gia incerti dati in contenitori statistici lasciano il tempo che trovano. Sia perché le definizioni variano di Paese in Paese – il mio ≪irregolare≫ può essere il tuo ≪regolare≫ – sia, soprattutto, per la difficolta di discernere le motivazioni che spingono gli individui a muoversi.

Tracciare una linea per distinguere il profugo dal migrante economico e operazione spesso abusiva.

Massimo Livi Bacci fissa proprio nella mutazione e nella mescolanza dei fattori di spinta e di attrazione dei popoli in movimento la tendenza della ≪quarta globalizzazione≫ in corso. Nel pianeta dai sette miliardi di anime, che le proiezioni immaginano diventare almeno nove di qui alla meta del secolo, il fenomeno migratorio ostenta globalmente quattro tendenze.

  1. A) Cresce l’universo degli umani che vivono in un Paese diverso da quello di nascita: erano 154 milioni nel 1990, mentre nel 2013 se ne contavano 232 milioni. Anno nel quale i migranti rappresentavano il 3,2% della popolazione mondiale (contro il 2.9% di tredici anni prima). Due Paesi da soli ricevevano, nel 2013, un quarto dei migranti internazionali: Stati Uniti d’America e Federazione Russa. Seguiti dalla Germania, con l’Italia all’undicesimo posto.
  2. B) Si espande la famiglia di coloro i quali sono stati costretti a fuggire dalla terra d’origine in cerca di salvezza altrove. I profughi erano quasi 60 milioni nel 2014, in teoria la ventiquattresima Nazione al mondo: 8,3 milioni più dell’anno precedente, aumento mai registrato prima (carte 1 e 2). Il loro numero si aggirava intorno ai 40 milioni nei primi dieci anni del secolo, salvo impennarsi nell’ultimo quadriennio soprattutto a causa dei nuovi conflitti nel Levante siriano, in Ucraina, in Nordafrica e nel Sahel. Gli apolidi sono stimati intorno ai dieci milioni.
  3. C) Se le direttrici di flusso Sud-Nord e Sud-Sud rappresentano ciascuna poco più di un terzo delle migrazioni globali, a ricevere la massa dei rifugiati sono all’86% Paesi ≪in via di sviluppo≫ (leggi: poveri), tra cui i ≪meno sviluppati≫ (leggi: poverissimi) ne accolgono il 25%. Il principale Paese di ricezione delle persone in fuga dalla guerra e dall’oppressione e la Turchia (1,59 milioni), seguita da Pakistan, Libano, Iran, Etiopia e Giordania. I tre massimi produttori di profughi sono Siria (3,88 milioni), Afghanistan e Somalia. L’Africa e, dopo l’Oceania, il continente che produce meno emigrazione, non perché scarseggiano i candidati alla fuga da guerra e miseria, ma per carenza del denaro necessario.

L’invasione dei profughi e, anzitutto, un dramma interno al Sud del mondo, alla Caoslandia nella quale si concentrano miseria, conflitti armati, traffici clandestini, epidemie e carestie (carta a colori 1). Gli ingredienti per le guerre fra poveri ci sono tutti. Da dove i migranti sono doppiamente vittime: perché fuggono dagli incendi bellici e perché maltrattati o respinti dai Paesi nei quali cercano scampo.

  1. D) L’esplosione delle migrazioni forzate ha una primaria radice geopolitica: la decomposizione degli Stati post-coloniali fra Medio Oriente, Africa ed Europa sud-orientale. Fenomeno recente, rivelato dalle ≪primavere arabe≫ e dalle controrivoluzioni in partenza dal Golfo (Arabia Saudita e dintorni), con epicentri nel Siraq (carta 3) – cio che residua della partizione franco-britannica del Levante e della Mesopotamia ottomana – nel Sahel, cuore dell’ex impero africano di Parigi, e nell’Ucraina, dove sono in gioco le sorti della Russia e della sparsa famiglia euro-atlantica. Secondo la discutibile classificazione degli ≪Stati fragili≫ compilata dal Fund for Peace, i Paesi il cui indice d’instabilità è maggiormente peggiorato tra 2014 e 2015 sono, infatti, tutti pertinenti ai tre citati ambiti: nell’ordine, Ucraina, Libia, Siria, Russia e Mali (carta a colori 2).
  2. In questo contesto possiamo meglio intendere i flussi verso l’Europa.
    Il nostro continente si e trasformato, nel giro di un secolo, da soggetto colonizzatore in obiettivo privilegiato di rilevanti quote dei suoi ex colonizzati. In particolare, dal fatidico 1990, discrimine fra l’ordine della guerra fredda e il non troppo creativo disordine seguente, lo stock migratorio (stranieri piu persone nate fuori del Paese di residenza) e cresciuta della meta, sicché oggi comprende un abitante ogni dieci Europei (Tabella 1).
    Quota certamente digeribile altrove, dove la mobilità è un valore, meno nella pancia ricca del Vecchio Continente, dove si onora la stanzialità e i pregiudizi razzisti, radicati nella storia, sono acutizzati ad ogni emergenza. Specie se lo straniero e Musulmano o, comunque, proveniente da culture che noi facilmente associamo all’alterità, alla minaccia. Vige tuttora il paradigma mentale fissato dopo la Seconda Guerra Mondiale dalla britannica Royal Commission on Population: ≪L’immigrazione su larga scala in una società pienamente stabilita come la nostra sarà benvenuta senza riserva solo se gli immigrati sono di buon ceppo umano e non impediti dalla loro religione o razza da contrarre matrimoni con la popolazione locale e mescolarsi ad essa≫.

La refrattarietà al migrante esaspera le conseguenze della massima pressione migratoria che abbia mai investito l’Unione Europea. Questa si concentra sui crocevia fra Africa/Asia ed Europa, dallo Stretto di Gibilterra al Canale di Sicilia al fiume Evros, munita frontiera tra Turchia e Grecia (carta 4).

Il Mediterraneo è lo spartiterre, l’Italia la principale passerella fra i migranti e il loro obiettivo privilegiato, l’Europa centro-settentrionale. Attraversando acque e terre euro-mediterranee, dal 2000 ad oggi almeno 1.200.000 ≪irregolari≫ hanno bussato alle porte dell’Europa. Nel 2014 furono 280.000, quest’anno, forse, di più. I profeti di sciagura annunciano che presto si metteranno in movimento anche le 6-700.000 anime concentrate nei campi della Tripolitania. Nelle traversate arrischiate su barche e gommoni di fortuna gestiti dai trafficanti di esseri umani – spesso con la complicità delle autorità locali, ma anche di mafie e imprenditori di casa nostra a caccia di

braccia da sfruttare – sono morte, nell’ultimo quindicennio, almeno 25.000 persone: il Mediterraneo è la più grande fossa comune del pianeta. Il transito avviene attraverso i corridoi sud-nord già sperimentati dai mercanti di droga, armi, sigarette o pietre preziose. Si tratta, quasi sempre, delle antiche carovaniere, a spezzare le quali le potenze coloniali si dedicarono nell’’8-900, tracciando con squadra e righello confini insensati, intenibili. Qui trafficanti e Jihadisti si mescolano volentieri, quando non coincidono. Il viaggio può durare anni e implica l’investimento di migliaia di dollari da centellinare tappa dopo tappa tra passeurs, poliziotti e miliziani che si frappongono fra migrante e meta. Un affare complessivo da svariati miliardi che lega economie informali e circuiti legali, criminali africani ed aziende europee che investono in lucrose meraviglie dell’ingegneria elettronica e militare per filtrare i flussi, tra cui nasi artificiali (sniffers) dotati di selettivo olfatto in grado di snidare i ≪clandestini≫ compressi nei camion dei contrabbandieri.

Tre sono i percorsi più battuti dai migranti transmediterranei: l’occidente, il centrale e l’orientale (carte a colori 3 e 4). Cinghie di trasmissione estese per migliaia di chilometri che trasportano uomini, donne e bambini (molti non accompagnati) dal cuore dell’Africa nera e dall’Asia occidentale fino a Berlino, Parigi, Stoccolma o verso rifugi improvvisati e provvisori ovunque possibile.

I tre corridoi meridionali attingono ai rispettivi bacini privilegiati: Africa occidentale, Centrafrica e Corno d’Africa, Levante siriano. Il primo afferisce ai territori compresi fra Senegal, Guinea, Mali, attraversa Mauritania e Marocco per sfociare in Spagna. Nel secondo incrociamo genti in marcia da Camerun, Nigeria, Repubblica Centrafricana miranti alla piattaforma dei porti tripolitani (Zuwāra, Zāwiya, Tripoli, Sabrata) o cirenaici (Bengasi) da dove affrontano la traversata verso l’Italia. Anche il terzo fronte investe gli sbocchi libici, muovendo, pero, da Uganda, Kenya, Somalia, Eritrea, Etiopia, Sud Sudan e Sudan, avendo raccolto anche parte dei profughi sfuggiti alla mattanza siro-irachena – dei quali un’altra, montante quota bussa, invece, al confine turco-greco per investirei Balcani puntando, via Serbia, all’Ungheria.

Speciale attenzione merita l’asse sud-nord che collega, via Niger, la Nigeria settentrionale, terra d’elezione della guerriglia di Boko Haram, al Fezzan libico, deserto di nessuno dove, dopo la caduta di Gheddafi, spadroneggiano milizie claniche, narcojihadisti e altri gestori del mercato delle migrazioni. Siamo in pieno Sahel, baricentro continentale semiarido tra Sahara e savane meridionali, esteso dal Senegal al Sudan. La fascia forse più misera del continente, sconvolta da ricorrenti siccità. Ricca, pero, di minerali strategici, come l’uranio, cui attingono soprattutto Francia e Cina. Povera di strutture statali funzionanti, surrogate da precarie forme di autogoverno comunitario e/o per bande, nel contesto di un’economia predatoria fondata sul contrabbando d’ogni genere e merce, per il cui controllo infuriano conflitti locali e regionali nei quali prolifera il jihadismo. Strabordante di gioventù senza orizzonti: la maggioranza della popolazione ha meno di 18 anni. Serbatoio inesauribile di potenziali ed effettivi migranti, molti dei quali confluiscono verso lo hub nigeriano di Agadez, capitale informale dei traffici nordafricani, porta d’ingresso verso il Fezzan e i porti mediterranei dell’ex Libia. Qui si gioca molto del nostro futuro di Italiani ed Europei.

Se ai giovani di questa vasta regione in rapida crescita demografica (+3% all’anno) – analogamente al complesso dei Paesi africani, che dovrebbe superare il miliardo e mezzo di abitanti entro il 2030 e toccare i due miliardi attorno al 2050 – non sarà offerto un ambiente sociale, economico e politico consono alle loro crescenti aspettative, nemmeno asserragliandoci dietro chissà quali fortificazioni potremo fermarne la pressione. Valga il monito di un ragazzo di Kano, nella Nigeria del Nord: ≪Non ho soldi, ne lavoro, ne istruzione. Non posso avere una casa, ne formare una famiglia, non credo nello Stato, non credo in niente e nessuno. Prego Dio di lasciarmi andar via o di darmi un’arma per combattere≫.

  1. Angela Merkel non ama l’enfasi. Quando stabilisce che ≪la questione migratoria e la sfida piu grande per l’Unione Europea che io abbia mai visto da quando sono in carica≫ va presa sul serio. Ma seria non e la risposta europea. Siamo un continente, non uno Stato. Di fronte alla crisi migratoria, ognuno difende il suo particulare. I Ventotto rinnegano gli ideali umanitari ricamati nelle Convenzioni internazionali, nelle Costituzioni e nelle Leggi che li declinano. Di questi tempi, i visti regolari per lo spazio Schengen sono rari come i quadrifogli nel Sahara. E, anziché assicurare protezione ai richiedenti asilo che ne avrebbero diritto, offrendo loro mezzi decenti per raggiungerci e integrarsi, li rigettiamo nell’indefinita mischia degli ≪irregolari≫, esponendoli all’arbitrio di sommarie selezioni. Ognuno con metodi e procedure differenti. I profughi non nascono illegali, siamo noi a renderli tali. Attraverso un meccanismo perverso, nel quale siamo tutti perdenti (tabella 2). Il principio e quello del beggar-thy-neighbor. Volgarmente: scaricabarile.

In politica economica si configura come svalutazione competitiva per conquistare quote di mercato nel commercio internazionale. Nella geopolitica delle migrazioni diventa scaricamigrante. Le regole di questo sport sono iscritte nel Regolamento europeo di Dublino, in base al quale la richiesta d’asilo dev’essere valutata dal primo Paese dell’Unione Europea in cui il fuggiasco mette piede. Incrociando la norma con la geografia, poiché i flussi procedono dalle latitudini inferiori alle superiori, gli Stati comunitari dotati di confini con lo spazio mediterraneo, in primo luogo Italia, Grecia e Spagna, sono esposti all’onere di soccorrere e gestire i migranti. E ad accollarsi l’arduo compito di selezionare coloro i quali, in quanto rifugiati, potranno insediarsi a casa loro. Salvo espellere gli altri verso il Paese di origine, se identificato – in diversi casi, l’equivalente della condanna a morte – o lanciarli nell’orbita della fuga infinita da una terra all’altra, inchiodandoli alla clandestinità permanente.

Risultato: procedendo da nord a sud, ogni socio comunitario, Schengen o non Schengen, cerca di costringere il vicino meridionale a custodire nei suoi centri di detenzione – eufemisticamente battezzati d’accoglienza – i richiedenti asilo e, con essi, il maggior numero possibile di irregolari. Siccome le armi della persuasione non funzionano, si mette mano al ventaglio di rappresaglie. Ad esempio, noi Italiani riduciamo al minimo la sorveglianza nei centri di contenimento dei richiedenti asilo, noti in gergo come hot spots, spingendoli verso l’agognato Nord, dove possono sperare in un welfare invidiabile. Oppure, i settentrionali offrono soldi ai vicini meridionali: tot milioni per tot migranti riportati a casa tua. Ci hanno provato i Francesi con noi, offrendoci fino a cinquecento milioni di euro, rifiutati, dopo qualche incertezza, in un impeto di orgoglio cisalpino. Partecipano al torneo anche le regioni italiane, con Veneti, Lombardi, financo Valdostani, a determinare che la loro barca e piena, restassero quindi gli sgraditi ospiti aggrappati al tacco dello Stivale.

La partita ha i suoi ambiti esoterici fra le mura dell’eurocrazia brussellese, nelle risse verbali dei Consigli europei e nella diplomazia bilaterale segreta fra scaricanti, attenti agli umori del proprio pubblico, meno al destino degli scaricati. E ha la sua poco commendevole messa in scena da Calais alla Sicilia via Ventimiglia.

Con file di poliziotti schierate lungo i famosi confini aperti dell’Unione Europea a proteggerli dagli irregolari che cercano di penetrarli. In attesa che almeno parte di questa massa umana possa essere ripartita, pro-quota, tra i soci umanitari. Ma l’idea della Commissione Europea, sostenuta dall’Italia, sembra essere destinata ad arenarsi di fronte alla resistenza di Francesi e nordici, che non vogliono sentir parlare di obbligatorietà di un onere per loro intollerabile. Ai Paesi euro-mediterranei non resta che rivalersi sui vicini extracomunitari. Lo scaricamigrante procede allora verso la quarta sponda. Il migrante va rispedito, accompagnato, se necessario, da congruo indennizzo monetario. Tornerà, cosi, al mittente verso le piattaforme di lancio: Libia, Tunisia, Egitto… Le quali sono, pero, in tale stato di disordine da rinunciare volentieri all’indennizzo pur di non essere sopraffatte dai migranti di ritorno. Nessuno ama ridursi a Stato cuscinetto del vicino. Il destino di centinaia di migliaia di «irregolari» in attesa di giudizio sembra inchiodarli in fatiscenti strutture prossime ai punti di sbarco. Universo concentrazionario che richiama tristi memorie. L’ultima cartuccia europea si configura come spedizione navale contro i trafficanti. Sotto la burocratica sigla Eunavfor Med e partita la missione – oggi aeronavale, domani, forse, estesa a forze speciali – per colpire le reti dei sensali di carne umana che infestano il Mediterraneo. A guidarla, l’orgoglio della nostra Marina, la portaerei Cavour. Dopo aver girato il mondo come una fiera galleggiante, ad esibire primizie e meraviglie del Belpaese, la nostra ammiraglia assume il comando di un’operazione che si propone di mettere fuori combattimento ferrivecchi e gommoni gonfiabili adibiti dai trafficanti al traghettamento dei loro bagagli umani dal Nordafrica al vecchio Continente. Gli stessi ideatori dell’impresa ammettono di non saper bene come procedere, forte essendo il rischio di affondare il naviglio nemico con il suo carico di innocenti. Siamo finiti dentro un ingranaggio distruttivo. Per fermarlo sarebbe necessario un soprassalto di solidarietà europea. La UE non diventerà Stato, certo, ma vorrà almeno concordare un approccio comune, ripartendo non troppo iniquamente sulle spalle degli uni e degli altri un carico comunque sopportabile.

Ma chi, oggi, si sente di scommettere sullo spirito europeo?

  1. Jacques Delors, presidente della Commissione Europea quando questa contava qualcosa, sosteneva che l’Europa avanza mascherata. Vero il contrario. Dopo aver indossato ogni possibile mascheratura – verso l’esterno, nell’illusione di apparire agli altri migliori di quanto siamo, ma anche per impedire a noi stessi di capire qualche ≪mostro buono≫ avessimo allestito in nome dell’Europa – scopriamo di stare rapidamente arretrando. Non nella direzione di irriproducibili passati, ma verso l’ignoto. Per ora sappiamo solo che non sarà l’unificazione politica sognata dai padri fondatori. Semmai, qualcosa di simile al suo opposto: la riproduzione di barriere culturali, economiche, financo fisiche, fra gli Stati esistenti e le loro eventuali gemmazioni (Catalogna, Fiandre, Scozia). Forse, ancora per conto della mitica Europa, a salvare i ≪veri≫ Europei dal contagio dei ≪falsi≫. La geopolitica continentale corre su un piano inclinato. Chi e troppo prossimo alla frontiera di Caoslandia minaccia di precipitarvi. Italia compresa. Chi si considera paradigma di virtù difende con unghie e denti i privilegi che si e conquistato per restare nell’emisfero della pace e del relativo benessere. A cominciare dalla Germania. Alcuni pensano o temono l’avvento dell’Europa tedesca. Pensieri e timori impropri. Il metro di Berlino non è, né sarà mai, il paradigma dell’Europa. Perché di Europe, nel pur modesto spazio di questa penisola asiatica, ve ne

sono sempre state molte, e altre se ne stanno (ri)formando. E perché la geopolitica tedesca, figlia irriflessa della sua ideologia economica, si nutre dell’ambiente nel quale vive e prospera, assorbendone le risorse senza ripartirne i profitti fra i soci. Esporta deflazione mentre assorbe liquidità.

Per restare stabile, produce e riproduce instabilità. Almeno finche questa non la toccherà. Allora si scoprirà circondata da vicini in tempesta. E domarli, per salvarsi, sarà molto più difficile. Meccanismo semiautomatico, del quale gli stessi leader tedeschi non sono pienamente consapevoli. Il dramma dei migranti e l’eurotragedia greca sono (anche) figlie di questa compulsione. Il rifiuto nordico della ripartizione dei profughi per quote calibrate equivale all’orrore di quegli stessi attori per la Transferunion, ovvero l’unico modo in cui una sana unione monetaria può funzionare: per trasferimenti solidali e intelligenti, nell’interesse del sistema, non della sua pur dominante parte.

Altrimenti, dall’euro scaturirà il Neuro, divisa riservata alla sfera geoeconomica germanica. E il rifiuto del migrante, declassato a clandestino, dara nuovo slancio all’edilizia muraria – settore che s’immaginava in crisi dopo l’’89 – ulteriormente selezionando il corpo del Vecchio Continente. Amavamo discettare di ≪Europa gentile≫. Scopriamo che la nostra gentilezza e carica di aggressività, del genere prodotto dai temperamenti ossessionati dall’ordine. Forse l’Unione Europea sopravvivrà a noi stessi, scheletro senz’anima. Avremo la delicatezza di smettere di chiamarla Europa?

Lucio Caracciolo, direttore di Limes

 

7 Marzo 2016Permalink

2 marzo 2016 – I bambini si possono abusare senza stupri.

Copio di seguito da La Repubblica (1 marzo) l’articolo di Conchita De Gregorio che totalmente condivido.
Girando per fb ho trovato appelli a firmare contro la maternità surrogata che in questi casi viene chiamata con la più popolare espressione di utero in affitto. Per quanto io abbia molte perplessità su questa pratica oggi mi sento di appoggiare solo ciò che cerca di fondare il diritto del bambino alla sicurezza della continuità affettiva. Infatti non  posso ignorare il cinismo con cui sono state stralciate dal testo della legge sulle Unioni Civili le adozioni coparentali o del figliastro o stepchild adoption, come le si voglia chiamare. Il bambino è il soggetto più debole, non può difendersi da sé e i danni irrimediabili che gli vengono fatti, negandogli la possibilità della continuità di una relazione fondante –ove scompaia il soggetto adulto che a tale relazione ha legalmente diritto – sono sventolati cinicamente come una minaccia contro chi voglia far uso della pratica della maternità surrogata. Qualcuno, soprattutto nell’ambito cattolico, ha artatamente confuso – e fatto confondere – la pratica della maternità surrogata con la sottrazione di un bambino alla madre. La pessima fede di tutti costoro ha una verifica per me certa: il totale disinteresse – esteso dalla politica alla società civile -nei confronti dei bambini cui dal 2009 è negata la registrazione della nascita e quindi la stessa esistenza dei genitori (cfr. in questo blog il tag anagrafe).

1 marzo 2016 –  I diritti dell’amore e quelli dei bambini.
Conchita  De Gregorio

DIPENDE. Vorrei vivere in un mondo dove fosse ancora possibile rispondere così a chi ti chiede – continuamente qualcuno ti chiede – cosa pensi della medicina naturale della riforma del Senato dell’accesso ai tracciati telefonici di un morto, delle donne che portano in grembo un bambino che sarà poi figlio di altri. Dipende, vorrei poter rispondere e invece non si può perché non c’è tempo, non c’è voglia di capire e di ascoltare, di distinguere: puoi solo votare adesso, mettere un mi piace, un pollice verso, scrivere un wow – oppure tacere. Finché un Salvini non dice “disgustoso egoismo” del fatto che Nichi Vendola e il suo compagno Ed Testa hanno avuto un figlio.

E allora cosa pensate dell’opinione di Salvini, su quale spalto sedete, in quale tifoseria vi iscrivete. Avanti, votate. No, non voto, vorrei poter dire. E poi non essere obbligata a tacere, il silenzio unico riparo superstite dal circo osceno delle opinioni sempre nette, sempre urlate, sempre senza dubbio e quasi sempre ignoranti delle ragioni ultime delle cose – ma domandare e ascoltare, piuttosto. Perché dipende. La complessità e la delicatezza delle scelte che riguardano la vita merita ascolto, prima di tutto, e uno sforzo grande di comprensione. Ciascuno di noi si è trovato almeno una volta a dover decidere se mettere al mondo o no un figlio, se mettere fine o no alla vita di un malato terminale, se rivelare o no un segreto, un tradimento, una passione. Ciascuno fa i conti con la legge certo, ma prima e soprattutto con la sua coscienza. Allora vorrei – lo vorrei per me, poi per gli altri – che ci fosse la capacità di provare a capire, conoscere, mettersi nei panni. Il giudizio, se proprio è necessario, dopo. Che poi non sempre è necessario. Il tribunale permanente delle coscienze altrui potrebbe ogni tanto anche prendersi un turno di riposo e considerare magari, nel silenzio del foro interiore, la propria.

“Ognuno dal proprio cuor l’altro misura”, ha detto Nichi Vendola di fronte al rigurgito del web. Ha ragione. Vi piace? Mettete un like. Se proprio è indispensabile dare un’opinione prima di esaminare i fatti dirò che sono sempre felice della felicità altrui. Per una ragione egoista e non altruista, aggiungo: perché mi rallegra, mi contagia. Sono dunque davvero e semplicemente felice di sapere che due persone che si amano abbiano il figlio che desideravano. Sono contenta di sapere che sia nato Tobia, e che la sua famiglia viva ore di meraviglia.

I fatti poi, finalmente: l’ex governatore della Puglia ha avuto un figlio in California da una donna che lo ha generato nel rispetto della legge. Il padre biologico del bambino è il suo compagno, Ed Testa. “La donna che lo ha portato in grembo e la sua famiglia sono parte della nostra vita”, ha detto Vendola. In America, Paese che continuamente e a buon diritto portiamo ad esempio di libertà e democrazia, esistono delle regole in base alle quali una coppia dello stesso sesso può non solo sposarsi ma avere un figlio. Se sono due uomini, naturalmente da una donna. La quale deve avere alcune caratteristiche che riassumo brutalmente, me ne scuso, così: deve essere benestante e volontaria. Non in condizioni di necessità, non costretta. Una libera scelta. Lo schiavismo, la tratta delle donne, la sopraffazione, lo sfruttamento non hanno casa in questa storia. Siete dunque favorevoli o contrari all’utero in affitto, come lo abbiamo chiamato con orrenda formula? Dipende. Se la donna è prigioniera, indigente, schiava, costretta dalle condizioni di vita o dal sopruso di altri a vendere il tempo della sua gravidanza e poi suo figlio: sicuramente contrari. Se è una sua libera scelta, regolata dalla legge del Paese in cui vive, seguita e controllata da cento e cento occhi che vigilano su di lei sulla sua decisione chi sono io, chi siamo noi per giudicare?

Sull’adozione del figlio dell’altro ho letto e ascoltato parole sensatissime, competenti, chiare. Dal magistrato Melita Cavallo, per esempio, una vita spesa al servizio delle adozioni e dei bambini. Da Stefano Rodotà, giurista e uomo integro. Ma il bene del bambino?, sento però chiedere. È giusto che un bambino nato dal ventre di una donna debba essere separato dalla madre, non allattato da lei, portato a vivere in un altro Paese per assecondare il desiderio di una coppia che vuole un figlio? Istintivamente no, viene da dire. È qualcosa che ci mette a disagio, che crea malessere. Però dipende. Da un’infinità di variabili: chi sono quelle persone, che relazione avranno tra loro, se manterranno o meno il legame con le origini. Di che natura sarà quel legame. Dipende da quanto amore ci sarà, in definitiva. Viviamo in un Paese dove i tribunali dei minori tolgono i figli alle madri per darli in affido in numero triplo rispetto ad altri Paesi europei. Un racket dell’affido, hanno mostrato alcune inchieste. Conviene toglierli, qualcuno si arricchisce. È dunque sempre il bene del bambino, quello che orienta le decisioni? È sempre vero che per un bambino stare con sua madre è meglio che stare con una coppia di genitori che lo accoglie e lo ama diversamente da come il suo destino avrebbe deciso? Dipende. Caso per caso, bisogna andare a vedere. Avere testa e cuore. Tobia Antonio è un bambino strappato a sua madre? Tecnicamente, giuridicamente no. È un bambino nato in un cerchio di amore di cui la madre farà parte? Una vita ricca e complessa e difficile come quella di tutti, la sua vita? È possibile. Probabilmente sì.

In altre circostanze – moltissime altre – questo su Tobia non sarebbe un dibattito pubblico. Le coppie eterosessuali vanno a fare l’eterologa all’estero, le donne sole li concepiscono dove possono. Decine di bambini nascono così ogni mese da quelli che hanno soldi per farlo, questa sì è la vera discriminazione. Solo chi ha denaro può farlo, in Italia. In altri Paesi le donne e gli uomini soli – star, attrici, cantanti celebri – adottano e concepiscono in un batter di ciglia, poi occupano le copertine dei rotocalchi. Altri mentono: è il figlio naturale di mio marito, la madre lo ha abbandonato. Ci sono casi celebri, tutto lo sanno ma nessuno lo dice.

La nascita del figlio di Nichi Vendola è un fatto pubblico perché lui è un uomo pubblico. Il suo gesto e quello di Ed, all’indomani dell’approvazione della legge sulle unioni civili orfana dell’adozione del figlio dell’altro (stepchild adoption, lo abbiamo detto in inglese) è un gesto anche politico. È un modo per incarnare una battaglia. Per dire: eccomi, io sono qui. Quello che penso sia giusto è questo, faccio della mia vita un manifesto. È perciò legittimo il dibattito. Certo per chi lo patisce faticoso, ma legittimo. Se e quando l’Italia arriverà a scrivere una legge che prende atto della realtà è qualcosa che non sappiamo. Difficile, in questo clima, adesso. Ciascuno continuerà a fare come crede, e come può.

Secondo coscienza. E se sia giusto o sbagliato non possiamo davvero dirlo al posto di altri, è già molto difficile decidere per sé. Certo non possiamo farlo al posto di Tobia, che è senz’altro benvenuto al mondo. Potremmo chiederglielo quando sarà grande, se avremo la pazienza di aspettare. Pensa che sorpresa se fra vent’anni, con un sorriso, rispondesse: mah, dipende.

Fonte: http://www.repubblica.it/politica/2016/03/01/news/i_diritti_dell_amore_e_quelli_dei_bambini-134590656/

Fonti precedenti + altre reperibili con i tag anagrafe, bambini, nascita:

21 gennaio 2016- un articolo di S. Rodotà. Il Parlamento si volterà dall’altra parte?                https://diariealtro.it/?p=4194

14 gennaio 2016 – appello di giuristi: Il parlamento non si volti dall’altra parte                               https://diariealtro.it/?p=4186

24 ottobre 2014 – proposta di legge Lo Giudice n. 1562    –   https://diariealtro.it/?p=3401

2 Marzo 2016Permalink

25 febbraio 2016 – Un capro espiatorio deve continuare ad esistere

Il senato ha approvato.

E voglio pensare con riconoscenza ai senatori che si sono adoperati per salvare il salvabile. Ricordo tre nomi: Cirinnà, Lo Giudice, Lo Moro, sperando ce ne siano altri altrettanto determinati.

Intanto però non mi nego il diritto di scrivere quello che penso io.

L’amara fulminea battuta di Jena è una buona premessa “Tesoro, la tua mamma è morta ma io non ti posso adottare.  E quindi?   Divertiti all’orfanotrofio”.

E’ accaduto l’inimmaginabile: un senato organizzato contro i bambini!

Infatti uno dei punti di forza imposti col voto di fiducia è la scomparsa della stepchild adoption

I nostri eroi hanno dimenticato la necessità di tutelare il superiore interesse dei bambini, di tutti i bambini, pur affermato in una legge, ratifica di una convenzione ONU, che forse non conoscono (176/1991). Nel 2009 erano riusciti (benedicente Maroni) a cancellare del tutto quelli con genitori non comunitari burocraticamente irregolari, oggi hanno pensato a cancellare la certezza della continuità affettiva per quelli con due mamme e due papà.

Dal cinismo politico al cinismo vescovile

L’Avvenire (autorevole voce della Conferenza Episcopale Italiana) oggi scrive a firma di Angelo Picariello: «.. sulle adozioni viene detto con chiarezza che non si applica per intero la legge 184 del 1983 che regolamenta la materia: non c’è più quindi non solo la stepchild adoption, ma anche l’ac cesso alle adozioni speciali. Sebbene, si aggiunge, “resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozioni dalle norme vigenti”, lasciando quindi aperta la possibilità di specifici pronunciamenti dei giudici minorili» Poiché questi signori e monsignori sciocchi non sono sanno benissimo che, per quanto esperti e consapevoli siano i magistrati, la situazione dei loro uffici rende per sé lenti i processi e che quindi la posizione del bambino, abusato per spaventare i genitori, si può ancora adoperare in uno spazio di grave insicurezza. L’avevo già sospettato seguendo il disinteresse con cui il mondo cattolico in genere e la sua componente gerarchica in particolare (pur impegnata in un “sinodo sulla famiglia”) aveva voltato le spalle ai bambini invisibili per legge. C’è stato un momento in cui avevo sperato la voce della CEI si scuotesse dal suo glaciale torpore (che tanto l’avvicina al torpore laico) quando – fra il 30 settembre e i primissimi giorni di ottobre delle scorso anno – Avvenire ne aveva parlato. Una svista perché poi ha perseguito della sua cecità tanto ignobile quanto volontaria. Ne avevo scritto sul mio blog del 17 ottobre   https://diariealtro.it/?p=4045 Concludo con una citazione da un articolo di Rodotà da La Repubblica di oggi: «… i bambini, strumentalmente come oggetto di una necessaria tutela e che. invece, rischiano d’essere ricacciati in una condizione di discriminazione, creando una nuova categoria di ‘illegittimi’. più che un intento discriminatorio ormai uno spirito persecutorio».

Un capro espiatorio deve continuare ad esistere

La triste approvazione probabilmente necessaria del ddl Cirinnà ora affida il testo alla Camera. Cosa accadrà se non lo approvano così com’è? Un nuovo balletto sulla pelle dei bambini? Il capogruppo del Pd ha concluso assicurando una prossima modifica della legge sull’adozione. Legge necessaria ma qualcuno gli avrà detto che l’adozione riguarda chi non ha genitori e che invece i piccoli discriminati radicalmente dalla nascita hanno i genitori che però la legge ha condannato a costruire l’inesistenza dei figli? Qualcuno si occuperà anche di loro o un capro espiatorio deve continuare ad esistere? E perché continui ad esistere tornerà a sbucare un cardinale sostituto del presidente dell’Assemblea?

25 Febbraio 2016Permalink

23 febbraio 2016 – Capri espiatori sempre pronti all’uso

Il Senato voterà (se voterà) la ‘legge Cirinnà’ senza l’art. 5.
Ci sono riusciti: hanno ‘concesso’ ciò che era possibile, avendo di fronte una richiesta consolidata dal fatto di proporre come obiettivo una norma ormai diffusa in molti stati europei, pur escludendo il matrimonio e collocandola nell’ambito delle Unioni Civili. Era necessario però mantenere un ostacolo di quelli cari ai muri che, non potendo tradursi in filo spinato e cemento, si consolidano nelle nostre teste. Dovevano dimostrare alla cultura del pregiudizio (cui non premetto l’abusato ‘catto’ perché appesta anche le più sedicenti ‘laiche’ collocazioni) di essere forti di fronte ai cedimenti a una diversità incombente e così. sordi all’appello di più di 700 giuristi, indifferenti all’appello di 400 intellettuali, hanno ostentato di ignorare la disparità che la legge ora impone fra i figli che vivono nell’ambito di unioni omossessuali e i figli di un componente di coppie sposate che possono essere adottati dal coniuge.

Il giurista Stefano Rodotà ha scritto: (La Repubblica 23 febbraio 2016): «Di fronte a noi è una grande questione di uguaglianza, di rispetto delle persone e dei loro diritti fondamentali, che non merita di essere sbrigativamente declassata, perché altre urgenze premono. I diritti, dovremmo ormai averlo appreso, sono indivisibili e quelli civili non sono un lusso , perché riguardano libertà e dignità di ognuno» Occorre invece: « sfuggire alla superficialità con la quale troppo spesso in Italia si affrontano questioni serie come quelle riguardanti le adozioni coparentali (stepchild adoption). Tema, questo, che trascura del tutto le dinamiche degli affetti, la genitorialità come costruzione sociale e che, a giudicare da alcuni improvvidi emendamenti al disegno di legge in discussione al Senato, rischia di lasciare bambine e bambini in un avvilente limbo che di nuovo nega dignità ed eguaglianza».

La memoria risveglia il disgusto.
Risento quello che mi aveva inorridito in anni lontani quando si usava lo spauracchio di una stigmatizzazione infamante contro le ragazze madri (non c’era ancora la prova del DNA e i padri potevano scivolare nell’ombra) e i bambini finivano in istituti così redditizi per i gestori che credo li rimpiangano ancora. Non riesco a dissociarmi dall’immagine del senator Monti (uno fra i tanti) che si pronuncia contro la stepchild adoption. E’ ben vero che ha cinque anni meno di me ma non sono abbastanza per immaginare si sia dimenticato del dibattito nella società che portò nel 1975 alla modifica del codice civile che fece scomparire l’infamia di quel NN. E dov’era quando si discusse la legge sulle adozioni? Ora parla e a me sembra un penoso vecchio immemore, un’icona della cultura che non ha imparato a guardare ai bambini come persona. Ma è solo uno fra tanti.

Le colpe dei padri e delle madri ricadano sui figli. Il parlamento approva

In questo blog, nel 2009 avevo parlato dei figli dei migranti senza permesso di soggiorno, cui è negato il certificato di nascita, come di cartine al tornasole e la mia vecchia intuizione ha funzionato. Quei bambini invisibili mi hanno accompagnato in tutti questi anni e, se non è dato vederli, sono però ben visibili coloro che hanno ostinatamente scelto di non riconoscerli uguali nei diritti ai loro coetanei, ricchi del merito di aver genitori burocraticamente accettabili. Ho potuto constatare come l’esercizio del rifiuto alla registrazione della nascita di questi bambini, il fermo riconoscimento che una categoria di nuovi nati si può negare, abbiano consentito a chi dovrebbe avere l’onore di testimoniarne l’esistenza (i sindaci prima di tutto)  di esercitarsi a non farlo.

Se il parlamento approva, il ‘sacro’ consente

Il rifiuto può assumere addirittura il marchio accattivante della sacralità Un sacerdote, trasmettendo legittimamente e con timbro vescovile, le informazioni turistiche relative al trasferimento a Roma per il recente family day così si firmava:  “Responsabile del Coordinamento Diocesano per la custodia della verità su persona, procreazione e famiglia”. Ne ho parlato con parecchie persone e ho trovato da parte di non cattolici supponente irrisione e da parte di cattolici acquiescenza che, quando non era consenso, era fatalistica rassegnazione. Comprensione del problema, poca. Dovrò pensarci ancora.

FONTI:

1 – Appello dei giuristi. Si legge nel sito di magistratura democratica:
http://www.magistraturademocratica.it/mdem/articolo.php?id=2440&a=on ed è trascritto nel mio blog il 14 gennaio
https://diariealtro.it/?p=4186

2  –  Agli onorevoli membri del Parlamento italiano, La legge Cirinnà rappresenta, oggi, l’occasione storica di fare un primo passo verso il riconoscimento di diritti civili e umani fondamentali. È tardi per perdersi in strategie politiche, si sta parlando delle vite concrete di milioni d’italiani in estenuante attesa di esistere agli occhi dello Stato. Siamo fuori tempo massimo, come hanno chiaramente indicato la Corte Costituzionale e la Corte Europea dei Diritti Umani. La legge Cirinnà è già frutto di numerosi compromessi con un Parlamento che, in nome di una presunta difesa dell’infanzia, sceglie di ignorare i bambini italiani che oggi crescono privati dei loro diritti. Se comparata alle leggi vigenti nei Paesi a noi vicini e affini, questa legge, oltre ad arrivare ultima in Europa occidentale, garantisce il minimo dei diritti alle persone LGBT. Un minimo oltre il quale non si può sconfinare, perché significherebbe approvare una legge di facciata o peggio lesiva, rimandando al mittente il riconoscimento di legittimità di milioni d’italiani e delle loro famiglie. Accorgersi di un’ingiustizia e correggerla a metà, significa perpetuarla. È insufficiente non essere razzisti, omofobi o sessisti, è necessario essere operosi nella lotta contro il razzismo, l’omofobia o il sessismo, combatterli ovunque si celino, soprattutto attraverso gli strumenti legislativi in mano al Parlamento. Un Paese dove tutti i cittadini, di là dal genere, razza, o orientamento sessuale, godono di pari opportunità, è un Paese più ricco, produttivo e felice. Il prezzo dell’esclusione lo paga la società intera. Abbiamo oggi l’occasione di fare la Storia, chiediamo pertanto la celere approvazione della legge Cirinnà nella sua completezza, permettendo all’Italia di unirsi al resto d’Europa e di sempre più Paesi del mondo nel riconoscimento di diritti fondamentali a tutti i suoi cittadini.

http://www.repubblica.it/politica/2016/02/21/news/unioni_civili_lettera_appello_change_org-133932321/?ref=HREC1-3

3 – art. 44 della legge n. 184/83 così come sostituito dalla legge n. 149/2001

4 – Legge 19 ottobre 2015, n. 173 “Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184, sul diritto alla continuità affettiva dei bambini e delle bambine in affido familiare”.
8 novembre 2015 –   https://diariealtro.it/?p=4081

5 – 1 novembre 2009 . Mi ha convinto l’on. Binetti. https://diariealtro.it/?p=222

23 Febbraio 2016Permalink