22 febbraio 2016 – Il 20 febbraio è morto Fernando Cardenal

Copio da repubblica on line

ROMA – E’ morto all’età di 82 anni Fernando Cardenal, popolare prete del Nicaragua che negli anni Ottanta sfidò l’ordine del Vaticano di lasciare il governo rivoluzionario sandinista in cui era ministro dell’istruzione.

Cardenal, convinto sostenitore della Teologia della Liberazione, è morto ieri a Managua. All’epoca, davanti alle contestazioni della Santa Sede, ricorda Bbc online, rispose che avrebbe “commesso un grave peccato” se avesse lasciato il governo sandinista. “Non posso concepire che Dio mi chieda di abbandonare il mio impegno per la gente”, disse in un’intervista.

Cardenal era nato a Granada, in Spagna, nel gennaio del 1934. Personalità notissima al tempo della guerra civile in Nicaragua (1979), assieme al fratello anche lui sacerdote e poeta Ernesto, e al sacerdote Miguel d’Escoto Brockmann, fu sospeso ‘a divinis’ per aver abbracciato la lotta armata con la quale il Comandante (e poi presidente) sandinista Daniel Ortega mise fine alla dittatura del dittatore Anastasio Somoza. La misura disciplinare venne tolta nell’agosto del 2014 da Papa Francesco.

Già durante la fase sandinista, prima di essere ministro dell’istruzione tra il 1984 e il 1990, Cardenal promosse e coordinò una grande campagna di alfabetizzazione, che gli valse un riconoscimento mondiale da parte dell’Unesco. Grazie a quella campagna, almeno 500.000 nicaraguensi impararono a leggere e a scrivere.

Nel ’97, dopo aver ripetuto un anno di noviziato tra i diseredati del Salvador, a 63 anni Cardenal fu riammesso a pieno titolo nell’ordine dei gesuiti, da cui era stato espulso nel 1984 proprio per aver fatto parte del governo rivoluzionario

Non voglio dimenticare:

La pubblica umiliazione  che                      Woytila-Cardenal
papa Giovanni Paolo II volle
infliggere  all’aeroporto di Managua
a Fernando  Cardenal, Ministro dell’Istruzione

 

 

 

 

 

Un altro incomprimibile ricordo: Giovanni Paolo II e Pinochet, dittatore del Cile.                                           Woytila-Pinochet
Le vittime  non appaiono
ma ci sono più visibili
– per chi ne voglia far
memoria – della coppia
in preghiera dietro il
papa.

 

 

Fonti:

http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/21/news/morto_padre_cardenal-133889586/

http://www.vita.it/it/article/2016/02/21/il-potere-corrompe-ogni-cosa-ernesto-cardenal-da-cristo-alla-rivoluzio/138370/

http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2016/02/21/ASIrFifB-scomunicato_riabilitato_nicaragua.shtml

 

 

22 Febbraio 2016Permalink

9 febbraio 2016- Giulio Regeni

da la Repubblica 9 febbraio 2016regeni

Egitto, capo procura Giza: “Cellulare di Regeni scomparso” . Casson: “Il Cairo non ci prenda in giro”

Il segretario del Copasir a Repubblica: “Non c’è bisogno di arrestare per torturare”. Il capo di servizi segreti, Massolo, riferisce al Comitato parlamentare di controllo. Il ministro degli Esteri del Cairo continua a smentire il coinvolgimento del governo nel barbaro omicidio di Regeni e parla di “criminalità comune”. Primo rapporto in procura: “Il dottorando aveva partecipato a un incontro con il sindacato indipendente” di ALBERTO CUSTODERO

Giulio Regeni (ansa)IL CAIRO – Giulio Regeni, lo scorso dicembre, aveva partecipato al Cairo ad un incontro presso il Centro Servizi per i Lavoratori e i Sindacati cui avevano preso parte esponenti locali del sindacato indipendente. E questo interesse del ricercatore friulano 28enne, per le tematiche socio-economiche della realtà egiziana potrebbe aver dato fastidio a qualcuno o, comunque, non essere passato inosservato. Il primo rapporto in procura. La circostanza è indicata in una prima informativa che gli specialisti di Ros e Sco, in trasferta in Egitto in questi giorni, hanno inviato alla Procura di Roma. Il pm Sergio Colaiocco, che indaga contro ignoti per omicidio, vuole anzitutto capire che cosa facesse in Egitto Giulio Regeni e su quale rete di informatori contasse per acquisire informazioni utili al suo lavoro. Per questo motivo, il magistrato ha dato incarico agli investigatori di interrogare gli accademici, i ricercatori e gli stagisti che dall’Egitto raggiungeranno Fiumicello per i funerali di Regeni. La versione del magistrato egiziano. Il capo della Procura di Giza, quella incaricata dell’indagine sull’uccisione di Giulio Regeni – torturato perchè pensavano che fosse una spia – aveva riferito che accanto al corpo del ricercatore italiano o nel suo appartamento non era stato rivenuto alcun telefonino, computer portatile o tablet. Ad una domanda dell’Ansa se fosse stato trovato alcun cellulare, laptop o iPad, il procuratore Ahmed Nagy aveva risposto che “non erano stati trovati accanto al corpo, e neanche a casa”. L’equivoco del computer: è in Italia. Il computer, s’è saputo poi, risulta in mano alla polizia e alla magistratura italiane. La famiglia ha smentito che avesse un iPad. Non è stato trovato, dunque, il telefonino. L’ultima telefonata di Regeni. Secondo il capo degli inquirenti egiziani, è un lettore universitario italiano la persona con cui Giulio Regeni ha avuto l’ultimo contatto telefonico prima di sparire nel nulla. “L’ultima persona con cui c’è stata una chiamata è un suo amico italiano, Gennaro Gervasio”, ha detto all’Ansa il capo della Procura di Giza, Ahmed Nagy, rispondendo alla domande su chi sia, stando alle indagini, l’ultima persona che Regeni ha visto o con cui ha scambiato chiamate telefoniche o messaggi. Le smentite dell’Egitto. Le autorità governative del Cairo continuano a smentire il coinvolgimento di apparati dello stato egiziano nel barbaro omicidio di Regeni. È il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, in un’intervista a Foreign Policy riportata dal sito del quotidiano egiziano al Ahram, a ribadire che l’assassinio di Giulio Regeni è stato “un crimine”. “Ma l’Egitto respinge ogni accusa di coinvolgimento”. Shoukry ha puntualizzato che i giornalisti che si occupano della vicenda stanno “saltando a conclusioni” e stanno facendo “speculazioni senza alcuna informazione autorevole o una verifica di ciò a cui alludono” Il ministro egiziano ha poi liquidato come “bugie” le accuse che in Egitto ci siano prigionieri politici. La replica di Casson: “Non ci prendano in giro”. Felice Casson, uno dei massimi esperti di servizi segreti (da giudice istruttore indagò su Gladio e la strategia della tensione, ora è segretario del Copasir), non crede a una parola alle smentite delle autorità egiziane. “Ma per favore, che non ci prendano in giro – dice a Repubblica – forse pensano che noi crediamo alla favoletta che non è stato arrestato? Ma per torturare, sappiamo benissimo che non c’è bisogno di arrestare“.  L’Egitto dice da giorni che Regeni non è mai stato arrestato. Questo è vero, osserva Casson. Il sospetto, infatti, è un altro: che sia stato sequestrato da “squadroni della morte” degli apparati dei servizi segreti egiziani perchè forse pensavano che il dottorando fosse un informatore dell’intelligence italiana. Nessuno ha mai pensato che fosse stato arrestato dalla polizia, apparato pubblico che risponde al ministero dell’Interno e all’autorità giudiziaria. Qui, osserva il segretario del Copasir, si parla di un’altra cosa: di apparati occulti, di prigioni segrete, di squadre di torturatori, di omicidi e perseczioni di oppositori politici. Il ministro degli Esteri egiziano fa riferimento a un episodio di “criminalità comune”, ma in Italia – ribadisce il senatore Pd – nessuno ci crede. Il modus operandi del sequestro e della morte di Regeni (il tipo di torture che solo reparti specializzati “sanno” infliggere, la sparizione del telefono, la logistica dell’intera operazione che non ha lasciato tracce o prove) nulla ha a che fare con le modalità operative della criminalità comune. Quest’ultima può essere interessata a impossessarsi di soldi, non certo a conoscere i contenuti riservati custoditi nel telefonino del dottorando che svolgeva indagini di studio sugli “attivisti dei lavoratori”. Ecco perchè i giornalisti italiani e di tutto il mondo continuano a fare domande. E il Copasir a sospettare che il governo egiziano nasconda la verità.

fonte:
http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/09/news/regeni_capo_procura_giza_non_trovato_alcun_pc_o_ipad-133045714/?ref=HRER1-1

 

9 Febbraio 2016Permalink

31 gennaio 2015 – Per conoscere esempi di ragionevolezza

LE UNIONI CIVILI TRA DIRITTO ED ETICA

Mi è chiesto un commento sulla nuova disciplina sulle unioni civili, cd. Cirinnà, come giurista, docente universitaria ma anche donna credente impegnata all’interno della Chiesa locale.

Premetto che in queste settimane ho vissuto con fatica e disagio, sul tema, queste mie diverse «appartenenze» nella ricerca di un’analisi fedele al dettato normativo ma anche filtrata dall’universo dei valori della mia formazione cristiana, sui quali cerco di fondare la mia vita. Questo scritto riflette dunque il difficile equilibrio che ho individuato fra queste mie diverse «radici».

 

Non ho condiviso, anzitutto, l’affermazione ricorrente per cui un intervento del legislatore sul tema delle unioni civili non è affatto urgente, data l’emergenza ben più pressante della tutela dei diritti sociali, imposta dalla crisi economica. L’attuazione dei diritti fondamentali, in realtà, è sempre essenzialmente indivisibile; ogni diritto è uno specchio o un Giano Bifronte che impone responsabilità e solidarietà parallele.

Così proclama la stessa Costituzione nei Principi fondamentali, dove il riconoscimento dei diritti fondamentali, civili e sociali, all’art. 2, è associato al rispetto dei doveri inderogabili di solidarietà economica e sociale. Il diritto all’assistenza in ospedale al partner comporta dunque, inevitabilmente, la responsabilità di provvedervi, come quello al mantenimento successivo alla cessazione della convivenza implica l’assunzione del relativo dovere.

Se legiferare sui diritti impone sempre, certamente, la prudenza e la cautela richieste dalla delicatezza delle situazioni personali coinvolte, la loro appartenenza ad una minoranza non pare liquidabile con il pretesto di un interesse generale giudicato più rilevante; il rispetto e la dignità di ogni persona, alla base del riconoscimento dei diritti civili, ne sono componenti essenziali e irrinunciabili. Con la stessa logica irragionevole si sarebbero dovute procrastinare sine die la tutela delle minoranze linguistiche o l’integrazione scolastica dei disabili, in entrambi i casi giudicate viceversa, a ragione, un ineludibile dovere costituzionale.

Da giurista mi è imposta, ancora, una collocazione della disciplina sulle unioni civili nel diritto europeo e nella giurisprudenza della Corte di Strasburgo; questo non per supina imitazione di altre discipline nazionali ma perché da tempo è quello il contesto obbligato in cui situare il tema della tutela dei diritti civili e sociali, per la nostra stessa adesione alla Convenzione europea dei diritti fondamentali e al processo di integrazione europeo.

La condanna del nostro Paese da parte della Corte europea di Strasburgo, con la sentenza del 21 luglio 2015, ad attuare i diritti fondamentali alla vita privata e familiare delle coppie omosessuali, al pari di quanto hanno già fatto tutti gli altri Stati europei, è, dunque, un obbligo ineludibile, non una volubile convinzione del nostro legislatore nazionale. Se ne impone, pertanto, l’attuazione con la sollecitudine invocata anche dalla nostra stessa Corte costituzionale, senza che nessun alibi possa essere ritrovato nel nostro sistema giuridico, nazionale ed europeo.

Certamente il costituente del 1948 non aveva in mente l’unione di persone omosessuali quando scrisse l’art. 29 sulla «famiglia come società naturale fondata sul matrimonio»; l’innovazione decisiva dell’art. 29 Cost. fu quella, in realtà, di introdurre «l’uguaglianza giuridica e morale dei coniugi» per sancire il progressivo superamento, nella realtà sociale, del modello di famiglia patriarcale.

E’ in ogni caso da escludersi, allo stesso modo, un’interpretazione dell’aggettivo «naturale» utilizzato dall’art. 29 in relazione alla famiglia, inteso come riferito al dato biologico della diversità dei sessi che precluda il riconoscimento dei diritti civili ad una coppia omosessuale. Come precisò Aldo Moro all’Assemblea costituente l’intenzione del legislatore costituzionale era piuttosto quella di scongiurare un’ingerenza indebita dei pubblici poteri nelle dinamiche della vita familiare, non di irrigidire il modello familiare in uno specifico dato biologico.

Il diritto regola i rapporti sociali e ne coglie, recepisce e orienta i mutamenti in atto, non dovrebbe mai imporre modelli astratti o lontani dalla realtà, pena la sua disapplicazione o irrilevanza. Ci è richiesto inoltre un grande sforzo, come cittadini e credenti, per mutare e adeguare i nostri schemi concettuali alla realtà del mutamento sociale e abbandonare quelli ormai inadatti a interpretarlo senza paure o resistenze irragionevoli che non siano effettivamente fondati su valori meritevoli di tutela.

L’universo familiare si presenta, oggi, come una realtà molto variegata riconducibile ormai con difficoltà al modello costituzionale di famiglia, se rigidamente interpretato o alla fissità dello schema convenzionale «mamma, papà, bambino/a».

Vi sono convivenze di fatto, nuclei monogenitoriali con minori, coppie sterili o adottive, coniugi rimasti soli per la morte del coniuge, nuclei riformati dopo lo scioglimento di un precedente matrimonio, genitori separati e divorziati con figli e coppie omosessuali, talora con figli. A queste realtà negheremmo oggi con difficoltà, nella sostanza e nel linguaggio quotidiano, la definizione di «famiglia».

Appare quindi altrettanto inconcepibile negare a qualcuna di queste il riconoscimento dei diritti e l’imposizione delle responsabilità necessarie a garantire il rispetto e la dignità di ciascuna persona impegnata in una convivenza affettiva stabile, solo sulla base del suo orientamento sessuale.

La fedeltà al dato costituzionale vigente va dunque necessariamente coniugata con il rispetto dei vincoli costituzionali europei e l’adeguamento al mutamento sociale in atto. Un’equiparazione assoluta dell’unione civile fra omosessuali al regime giuridico del matrimonio sarebbe oggi probabilmente dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale alla luce dell’attuale formulazione dell’art. 29 Cost.. Allo stesso modo, tuttavia, qualsiasi discriminazione nel riconoscimento dei diritti civili ad un’unione affettiva stabile fra persone dello stesso sesso derivante dall’orientamento sessuale sarebbe da giudicarsi, oggi, altrettanto incostituzionale. La Carta europea dei diritti fondamentali, infatti, ha eliminato il requisito della diversità dei sessi per la costruzione di un’unione affettiva stabile e ha reclamato con forza l’inammissibilità di discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale per l’insieme dei diritti e doveri diretti a disciplinarne la convivenza.

Nessun alibi ad evitare l’approvazione di tale disciplina può essere rinvenuto, infine, nel pericolo, tanto paventato, del ricorso alla maternità surrogata da parte dei partner di un’unione civile. Il suo utilizzo, peraltro praticato illegalmente, per il 98%, da coppie eterosessuali, non è in alcun modo previsto dalla disciplina in corso di approvazione ed è anzi sanzionato nel nostro Paese con la reclusione fino ai due anni, oltre che nella maggior parte dei Paesi europei. Utilizzare questo argomento logico per negare il riconoscimento dei diritti civili di una coppia omossessuale equivarrebbe ad impedire l’accesso al matrimonio a due persone di sesso diverso, per la sterilità di una o entrambe, per l’eventuale pericolo del ricorso ad una pratica illegittima di filiazione.

L’eventuale introduzione della stepchild adoption, la cd. «adozione in casi particolari» ossia la possibilità di adozione del figlio naturale del partner di un’unione civile è, giustamente, da valutare con la massima prudenza e delicatezza richieste dal rischio di assegnare una priorità ai desideri degli adulti sui diritti dei minori. A questo pericolo si cerca di far fronte, nella nuova disciplina, prevedendo una previa e rigorosa valutazione dell’ammissibilità della richiesta da parte del Tribunale dei minori, diretta ad assegnare la giusta priorità all’interesse del minore e pretendere un’adeguata capacità dei richiedenti nell’assolvere la responsabilità genitoriale.

A chi obietta, in modo condivisibile, che «ogni bambino ha diritto di crescere con un padre e una madre» secondo una logica antropologica e non ideologica, si può rispondere che questa condizione in linea di principio può venir meno o non essere possibile, per mancato riconoscimento, abbondono o morte di uno dei genitori naturali. Se infatti non sempre la sessualità coincide con la procreazione, non sempre il concepimento comporta assunzione di responsabilità genitoriale. In questa condizione, purché non artificiosamente o illegalmente precostituita allo scopo, sarebbe altrettanto ideologico negare ad un Tribunale la possibilità di valutare, con il massimo rigore possibile e nell’interesse esclusivo del minore, la capacità del convivente di assumere la responsabilità genitoriale, con i conseguenti doveri di mantenimento, assistenza e cura, solo perché di un determinato orientamento sessuale. Non bisogna trascurare, infatti, che l’assunzione di questi compiti da parte del cd. genitore sociale avverrebbe in una situazione di fatto già esistente in cui il minore avrebbe, in alternativa, un unico riferimento genitoriale ed è già stata riconosciuta, nella prassi, dai Tribunali dei minori attraverso il ricorso all’art. 44 lett. d), della legge sull’adozione.

Infine, da credente impegnata nella Chiesa locale, aggiungo che proprio il Vangelo della Misericordia imporrebbe la massima delicatezza e rispetto umano nell’affrontare temi così legati alla vita intima e affettiva delle persone e l’astensione da alcun giudizio o condanna che possa ferirne la dignità o produrre inutili sofferenze.

Monica Cocconi

 

fonte: http://ilborgodiparma.net/web/index.php?option=com_content&view=article&id=1397:le-unioni-civili-tra-diritto-ed-etica&catid=13:il-palco&Itemid=34

31 Gennaio 2016Permalink

14 gennaio 2016 – Il Parlamento non si volti dall’altra parte

L’appello dei giuristi a sostegno della stepchild adoption.

Unioni gay: i bambini, innanzitutto     –

I giudici di Strasburgo con la sentenza del 21 luglio 2015 hanno condannato l’Italia per inottemperanza all’obbligo positivo di dare attuazione ai diritti fondamentali alla vita privata e alla vita familiare delle coppie dello stesso sesso. Come sottolineato dalla Corte costituzionale, il Parlamento italiano è chiamato oggi ad approvare “con la massima sollecitudine” una “disciplina di carattere generale” che tuteli le unioni omosessuali. Le corti europee richiedono che la normativa da emanare sia conforme al principio di non discriminazione ed assicuri un trattamento giuridico omogeneo a quello delle coppie coniugate, giacché ogni disparità esporrebbe la legge a nuovo vaglio di legittimità. Preoccupa, quindi, che il dibattito sociale e parlamentare sembri bloccarsi sul tema della genitorialità, agitando questioni estranee al ddl (quale quella della surrogazione di maternità, comunque oggi vietata in Italia) e rischi di arenarsi sullo scoglio della c. d. stepchild adoption. Quali giuristi (docenti universitari, giudici, avvocati) impegnati sui temi dei diritti fondamentali, del diritto di famiglia e dei minori, non possiamo non rilevare che l’adozione del figlio da parte del partner del genitore biologico (c. d. “adozione in casi particolari”), diretta a dare veste giuridica ad una situazione familiare già esistente di fatto, rappresenta la garanzia minima per i bambini che vivono oggi con genitori dello stesso sesso. Il riconoscimento giuridico della relazione anche nei confronti del genitore sociale assicura difatti al bambino i diritti di cura, di mantenimento, ereditari ed evita conseguenze drammatiche in caso di separazione o intervenuta incapacità o morte del genitore biologico, salvaguardando la continuità della responsabilità genitoriale nell’esclusivo interesse del minore. Queste bambine e questi bambini esistono. Il Legislatore non può cancellarli, non può voltarsi dall’altra parte, ignorandone le esigenze di protezione. La giurisprudenza italiana ed europea segnala come la scelta più ragionevole e giuridicamente corretta consista nel consentire ai giudici di valutare caso per caso se l’adozione da parte del partner assicuri la migliore protezione dell’interesse superiore dei figli di genitori omosessuali. La giurisprudenza di merito ha già individuato diverse modalità di tutela, secondo la disciplina vigente, consentendo l’adozione ex art. 44, lettera d, Legge adozioni e, in alcuni casi, la trascrizione di atti esteri. Tutti i Paesi con civiltà giuridica a noi affine si sono dotati di strumenti efficaci per la tutela dei figli di genitori omosessuali: la stepchild adoption, in forma analoga a quella prefigurata nel ddl in discussione, è prevista da anni nella legge tedesca; alcuni dei maggiori Paesi europei (Regno unito, Francia, Spagna) già ammettono l’adozione piena e legittimante. Va, dunque, rigettato il ricorso a un inedito “affidamento in casi particolari” perché del tutto inadeguato alla protezione dei bambini, che non possono restare in balia di status precarî e revocabili, ma che, al contrario, necessitano di stabilità giuridica, di genitori che abbiano responsabilità nella cura, nell’educazione e nel mantenimento sino alla maggiore età ed oltre. Va, pure, respinta con forza l’ipotesi di una legge sulle unioni civili che oggi regoli soltanto le relazioni tra gli adulti, perché ciò significherebbe l’ennesimo rinvio che ancora una volta lascerebbe senza protezione proprio i soggetti più deboli, i bambini.

(verifica di poco fa: 444 firme)

I diritti dei bambini avanzano, forse, a brandelli

Nel 1975 la riforma del codice civile produsse la scomparsa dell’infame dizione ‘figli illegittimi’ e la legge 10/12/2012 n° 219  Disposizioni in materia di riconoscimento dei figli naturali cancellò anche la buffa dizione ‘figli naturali’. Perché qualcuno può supporre l’esistenza di figli ‘innaturali’? Misteri del linguaggio giuridico-politico.
I figli sono figli e basta, si disse.
Lo aveva già affermato, nel contesto di una cultura tutta da costruire, la Costituzione della Repubblica che all’art 30 afferma La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima”.
Il 19 ottobre 2015, la legge  n. 173 proponeva un altro passo avanti: “Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184, sul diritto alla continuità affettiva dei bambini e delle bambine in affido familiare”
A questo punto restavano (e restano) altri settori scoperti per cui vale la fondamentale espressione che ho evidenziato nell’appello dei giuristi trascritto in partenza (appello di cui in calce si trova il link che consente di raggiungerlo)
Queste bambine e questi bambini esistono. Il Legislatore non può cancellarli, non può voltarsi dall’altra parte, ignorandone le esigenze di protezione”.
E’ chiaro che i giuristi (magistrati ed avvocati) considerano i bambini che conoscono nell’esercizio della loro professione e che, nel caso di piccoli soggetti possibili della stepchild adoption, sono protetti  dalla esposizione di sé che hanno fatto i loro papà e le loro mamme. I figli dei sans papier che nascono in Italia (cui dal 2009 è negata la garanzia del certificato  di nascita) vengono nascosti, non hanno possibilità di incontro con i professionisti della giustizia.

Dovrebbero farsene carico la ‘politica’ e la società civile ma, finché si continuerà a pensare ai figli come appendici dei genitori, classificando gli uni, classificheremo, in maniera tanto nefasta quanto incivile, gli altri, godendo di un ampio consenso anche della cultura che si dichiara cattolica  e che si è resa cinicamente disponibile a strumentalizzare i bambini per favorire il rigetto dell’istituto della stepchild adoption.
Il suo cinismo le ha consentito anche un laico conforto. Infatti l’Unicef nel suo rapporto del 2013, ora tradotto anche in italiano, elenca puntigliosamente i paesi in via di sviluppo che non hanno anagrafe (e promuove campagne perché quei bambini abbiano un certificato di nascita) ma finge di ignorare l’Italia che ha ben circoscritto e definito  coloro che possono nascere ma non devono esistere..

Mia considerazione con risvolti liturgici

Il 3 gennaio la liturgia celebra il nome di Gesù, che san Paolo dice essere «al di sopra di ogni nome» (lettera ai Filippesi 2, 9). Pochi giorni prima, a Natale, siamo stati chiamati a onorare ben altro protagonista, un nuovo bambino, intrufolato fra suoni frastornanti di mercati, mercatini e bancarelle.
Eppure, se vogliamo pensare a un Dio che, incarnatosi, si è fatto uomo, lo dobbiamo accettare anche con la fragilità di un bambino. Giuseppe, che era conosciuto come suo padre (e aveva già salvato la sua sposa, misteriosamente madre, dalla pena riservata alle adultere), l’aveva chiamato Gesù. Appena nato, il piccolo Gesù si era trovato in pericolo, minacciato da un sovrano fantoccio presto rivelatosi infanticida.
Suo padre l’aveva protetto, nascondendolo in una terra lontana.
Anche oggi in Italia ci sono bambini che vengono nascosti perché la legge nega loro il nome, trasformando il certificato di nascita loro dovuto in una minaccia. Così si è deciso sei anni fa e oggi, se vengono dichiarati all’anagrafe del comune che li deve registrare, quei bambini svelano la situazione dei loro genitori, privi di permesso di soggiorno e obbligati a dichiarare la propria irregolarità per garantire ai propri bambini il certificato di nascita. Il rischio si fa minaccia, voluta ed evidente. Eppure la registrazione del nome è necessaria per esistere giuridicamente.
È su questa contraddizione fra segni dei tempi, che richiamano anche alla giustizia, e «nuove forme di schiavitù sociale e psichica», che già la costituzione conciliare Gaudium et spes aveva richiamato l’attenzione.
Posso sperare che in qualcuna delle nostre chiese il 3 gennaio, qualcuno si sia fatto voce udibile anche nella società civile per assicurare accanto al nome di un Bambino, misterioso ma non lontano, quello di bambini che ne vengono privati? E non prevalga chi ne approfitta per creare la paura che rende l’uomo schiavo del più ingiusto dei poteri, talmente ingiusto da trasformare le creature più fragili e più degne di protezione in una minaccia?

FONTI:
fonte delle mie considerazioni sulla continuità affettiva (8 novembre 2015)
https://diariealtro.it/?p=4081
Fonte:  www.notam.it
Fonte del r
apporto UNICEF “Every Child’s Birth Right 2013
Fonte dell’appello dei giuristi
http://www.articolo29.it/2016/appello-dei-giuristi-a-tutela-dei-bambini-si-alla-stepchild-adoption-il-parlamento-non-si-volti-dallaltra-parte-3/

 

14 Gennaio 2016Permalink

9 gennaio 2016. Dal n. 242 di Ho un sogno (dicembre 2015 – Due)

Il corpo delle donne, costante oggetto di contesa

Il 9 dicembre un diffuso quotidiano locale intitolava in cronaca di Udine: “Le mussulmane: sì allo sport ma in palestre senza maschi”. Tutto era partito da un  gruppo di donne che si riuniscono nei locali della scuola media Bellavitis a seguito di una intelligente iniziativa dell’associazione locale La Tela che ha promosso un laboratorio di italiano. Sono donne straniere, ben integrate, che affrontano consapevolmente i problemi dei loro figli, ormai seconda generazione nata, cresciuta e scolarizzata in Italia e hanno trovato una risposta al loro desiderio di acquisire migliori competenze nell’uso della lingua italiana. Gli interventi che si sono susseguiti sul quotidiano hanno giocato fra due possibili, diverse interpretazioni. La prima muove dalla constatazione che l’esercizio fisico delle donne corrisponde ad esigenze diverse da quelle degli uomini, come ben sanno palestre private che offrono iniziative riservate integralmente alle donne e come tali pubblicizzate senza che intervengano obiezioni. La seconda sembra essere una interpretazione ricondotta a motivazioni ‘religiose’, un no ad attività che avvengano in contatto con maschi non familiari. In tal caso sarebbe stato auspicabile un chiarimento della prima notizia, informando l’opinione pubblica che anche l’accesso a strutture sportive in Italia non può avvenire a seguito di un discrimine religioso mentre nulla vieta la creazione di spazi separati, ove necessario, per sesso. Comunque, come ci dice Maria Rosa Loffreda presidente de La Tela, le corsiste hanno semplicemente ragionato sull’importanza dello sport in un processo di integrazione senza nulla chiedere. Il dibattito iniziato il 9 dicembre si è trascinato per alcuni giorni fino ad approdare a un articolo il cui titolo, in luogo di un discrimine, afferma un rifiuto generalizzato, chiosato in forma che lascia perplessi. “No a spazi per sole donne negli impianti sportivi”, recita il 13 dicembre il sullodato quotidiano. Chiariscono le assessore allo Sport, all’Educazione e agli Stili di Vita (Basana) e al Bilancio e all’Efficacia Organizzativa (Del Torre), pur senza rifiutare in assoluto la possibilità di “chiedere uno spazio in palestra e riservarlo alle sole donne” (Basana), che la “Casa delle Donne è aperta da sempre anche agli uomini” (Del Torre). E ancora all’inizio dell’articolo, in un testo non virgolettato riferito all’assessore Basana, è riportata una curiosa considerazione per cui “i diritti di alcuni non possono ledere quelli di altri. Ovvero quelli degli uomini che in quelle ore verrebbero esclusi dagli impianti sportivi”. Chi si è occupato di pari opportunità fin da quando il termine ha fatto la sua comparsa nel linguaggio istituzionale ricorda bene i muri alzati in nome della ‘reverse discrimination’, la discriminazione indiretta che avvantaggerebbe impropriamente il soggetto debole. Ricominciamo aggrappandoci al pretesto religioso di cui, anche in questo caso, c’è chi ha già fatto politico abuso? Augusta De Piero

“El muro devi restar su”,

A Trieste, vicino al Molo Fratelli Bandiera, c’è l’ultimo stabilimento balneare in Italia – ma forse anche in Europa – in cui la spiaggia e il mare sono divisi in base ai sessi, metà per gli uomini e metà per le donne, che accedono al bagno per accessi diversi. Si chiama Lanterna ed è noto come Pedocin (piccola cozza). La storia della Lanterna è iniziata più di un secolo fa, quando Trieste era ancora porto  dell’impero austro ungarico. E’ stato più volte proposto invano l’abbattimento del muro che divide uomini e donne. Anni fa venne fatto anche un referendum e il responso che sanciva il mantenimento del muro fu praticamente plebiscitario. Nel 2009 il bagno è stato interamente ristrutturato e riportato alle sue sembianze originarie e, come allora, resta inamovibile la divisione per sessi, difesa in nome di una dichiarata scelta di libertà, una possibilità in più per le bagnanti (e specularmente i bagnanti) di fare quello che vogliono.

NOTA
Ho scritto quanto precede per Ho un sogno turbata dall’uso fatto dalla locale informazione in merito al fatto che signore di origine nord africana e non solo (e perfettamente inserite nel quartiere udinese di via Di Giusto) esprimessero un proprio parere sulla positività di una disponibilità della palestra per attività al femminile. Ho riportato brevi citazioni delle dichiarazioni di due assessore del comune, pubblicate virgolettate dalla stampa locale, che mi hanno lasciato sgomenta.

9 Gennaio 2016Permalink

8 gennaio 2016 – Inconsapevoli o spietati?

Non ho voglia di scriverne ma ho deciso che nel mio blog resti memoria di una notizia locale proposta dai mezzi di informazione con leggerezza incosciente (e secondo me con pesante sottovalutazione)  che voglio trasferire solo per dire che io oggi mi sento spettatrice sconvolta dell’abiezione che ha trovato radici anche vicino a me.
Pensavo che dopo quello che è accaduto in Germania la notte di Capodanno  (e che abbiamo conosciuto tanto lentamente da far pensare a una volontà di occultamento) l’Europa avrebbe saputo finalmente reagire con la dignità che le consente una storia lunga, difficile, controversa ma che sul piano della costruzione di principi di civiltà ha molto da dire.
Invece … leggo che in un piccolo comune alle porte di Udine la sera dell’Epifania è stato dato fuoco a un tradizionale falò, uno di quelli che da noi sono chiamati pignarûl, e che probabilmente si ricollegano ad antichi riti di luce propri del solstizio d’inverno.
Tutto normale …purtroppo no.
Sulla cima di quel pignarûl era stato messo un pupazzo che, nelle intenzioni degli organizzatori, doveva rappresentare un fantoccio dell’Is. La stampa ce ne offre anche la fotografia che non cercherò di scaricare e che mai proporrei ad alcuno perché a me ha fatto venire in mente antichi e non  troppo antichi roghi suggerendomi la continuità con le pagine più buie della storia d’Europa.
La presa di distanza dignitosamente espressa dal sindaco del paese non mi basta (anche se so che altro non poteva fare).
Non provo paura ma vergogna: è successo vicino a casa mia.
Se questo è il modo di reagire a ciò che ci minaccia, forse sempre più da vicino, la speranza diventa una scelta faticosa e non c’è appoggio per una necessaria fiducia..

8 Gennaio 2016Permalink

7 gennaio 2016 – Dal n. 242 di Ho un sogno (dicembre 2015 – Uno)

Antichità accogliente
Al Museo Archeologico Nazionale di Aquileia sono esposti otto reperti del museo del Bardo di Tunisi, dove il 18 marzo 2015 un gruppo di terroristi fondamentalisti, provocò una strage che costò 22 vittime. L’obiettivo di questa mostra, che si intitola ‘Archeologia ferita ’ è quello di tenere in vita, opponendosi ad ogni scontro di civiltà, la memoria storica dell’umanità che si vuole distruggere..
Aquileia, grande porto adriatico dell’antichità e riferimento di commerci mediterranei in particolare con il vicino e medio oriente, ha conosciuto allora la convivenza tra romani, giudei, greci, alessandrini, nord africani e oggi è patrimonio mondiale dell’Unesco.
A sottolineare il significato dell’ospitalità archeologica all’ingresso è stata trascritta una  lastra funeraria di un africano morto ad Aquileia fra la fine del IV e la metà del V sec. d. C. che si trova al Museo Paleocristiano di Aquileia.
Qui giace il forestiero Restituto.
Era venuto dall’Africa per vedere questa città (Aquileia)
Da qui desiderava tornare là dov’era nato, ciò tanto più fu crudele, in quanto non poté rivedere nessuno dei suoi.
(Qui però) aveva trovato molto di più che non i suoi propri genitori.
Ormai non era più forestiero come era venuto, così da essere (considerato) come uno di loro.

stele-cavaliere-dettaglio-©-gianluca-baronchelli-150x150La  scultura – sempre proveniente dal Museo del Bardo –
racconta una storia parallela a quella scelta come
‘ingresso’ alla mostra: è la stele funeraria di un cavaliere
proveniente dalla Gallia e morto in Africa.

 

 

E non solo antichità:  Accomunati dall’eterno riposo  
Trieste_cimitero mussulmanoSempre a Trieste, nel cimitero cattolico di Sant’Anna, sono presenti anche cimiteri di altre confessioni religiose, quelli serbo, greco, ebraico, evangelico, anglicano e l’ex-cimitero militare. Non manca neppure un piccolo cimitero musulmano che risale al 1849.
La sua particolarità è innanzitutto quella di essere l’unico cimitero interamente musulmano in Italia: si tratta di un’eredità del passato asburgico della città e dei rapporti diplomatici tra l’impero austro-ungarico e quello ottomano
E’ presente la camera mortuaria e sopra l’edificio c’è una cupola con in cima una mezzaluna e, accanto, un pozzo da cui attingere l’acqua per il lavaggio rituale dei defunti.
Queste concrete manifestazioni di rispetto interculturale sono un’eredità che fa risaltare la limitatezza di certe attuali polemiche.

7 Gennaio 2016Permalink

28 dicembre 2015 – Vent’anni fa: da delitti contro la morale a delitti contro la persona

Il 26 dicembre non uscivano i quotidiani ma una giornalista competente si è ricordata (e ne ha scritto il giorno successivo) che nel 1965 proprio quel giorno era stata rapita una giovanissima ragazza di Alcamo il cui coraggio sarebbe stato determinante per modificare il codice penale.
Per quella modifica ci vollero trent’anni.
Infatti solo il 15 febbraio del 1996 fu approvata la legge n. 66, “Norme contro la violenza sessuale” che dispose lo spostamento dei delitti sessuali da delitti contro la moralità pubblica e il buon costume a delitti contro la persona.
Furono trent’anni di impegno costante e di rapporto fra una società civile consapevole e parlamentari capaci di una responsabile ed efficace attività veramente politica.

26 dicembre- Franca Viola: “Io, che 50 anni fa ho fatto la storia con il mio no alle nozze riparatrici”
Nel ’67 rifiutò di sposare l’uomo che l’aveva violentata. Il suo coraggio cambiò il codice penale.
“Mai avere paura di lottare” di CONCITA DE GREGORIO

ALCAMO. È di nuovo Natale a casa Viola. In sala da pranzo finiscono il dolce e i racconti il marito, Giuseppe, i due figli, Sergio e Mauro, le nuore. L’unica nipote, tredici anni, è appena uscita per raggiungere gli amici. Una ragazzina bellissima, Sonia: bruna e bianca come sua nonna Franca. “Ha visto com’è cresciuta? Mi ricordo che dieci anni fa, quando lei signora venne a trovarmi, mi trovò che pulivo le scale, di fuori, e quando la feci entrare in soggiorno c’era il triciclo della bambina e i suoi giocattoli a terra. Che vergogna questo disordine, pensai. Ancora me ne dispiaccio. Lei è l’unica giornalista che ho fatto entrare in casa mia, lo sa? Non lo so perché: certe volte è una parola, uno sguardo. Una cosa piccola, è quella che cambia”.

Non c’era nessun disordine signora Franca, solo il triciclo di una bambina. “Sonia adesso ha la stessa età di quando mi sono promessa a suo nonno Giuseppe. La vita è un lungo attimo. Mi somiglia moltissimo: quando a scuola hanno chiesto le foto dei nonni le ho dato la mia alla prima comunione e la maestra ha detto ‘Sonia, avevo chiesto la foto di tua nonna non la tua’. Ma questa è mia nonna, è Franca Viola… Mi rende così felice che sia orgogliosa di sua nonna. Certo che la sa la storia, sì, gliel’ho raccontata io ma non ce ne sarebbe stato bisogno. Sta su Internet, mi cerca lei tutte le notizie. Io non so usare il computer, neppure riesco a vedere i messaggi nel telefono. Però c’è lei che fa tutto. Le ho solo detto, in più: l’importante Sonia è che tu faccia quello che ti dice il cuore, sempre. Poi certo, bisogna che le persone che ti amano ti aiutino e non ti ostacolino, come è successo a me con mio padre e mia madre. Ma lo sa che sono passati cinquant’anni dal fatto?”. Il fatto, lo ha sempre chiamato. “Chi se lo poteva immaginare che sarebbe stata una vita così”. Così come? “Così bella. Perché poi la storia grande nella vita delle persone è una storia piccola. Un gesto, una scelta naturale. Io per tantissimi anni non mi sono resa conto di quello che mi era successo. Quando mi volle vedere il Papa, il giorno del mio matrimonio, chiesi a mio marito: ma come fa il Papa a sapere la nostra storia, Giuseppe?”.

“Per me la mia vita è stata la mia famiglia. Stamattina sono andata a trovare mia madre, che vive qui accanto, da sola. Ha 92 anni, è lucidissima. Per prima cosa mi ha detto: Franca, ti ricordi che giorno è oggi? È il 26 mamma, sì. Per lei il 26 dicembre è il giorno del mio rapimento e il giorno della morte di mio padre. Lo sa che mio padre è morto 18 anni dopo il mio rapimento, lo stesso giorno alla stessa ora? È stato in coma tre giorni, io pensavo: vuoi vedere che aspetta la stessa ora. E infatti: è morto alle nove del mattino, l’ora in cui entrarono a casa a prendermi. Ha aspettato, voleva dirmi: vai avanti”.

Cinquant’anni fa, alle nove del mattino, Franca aveva 17 anni e 11 mesi. Era la ragazza più bella di Alcamo, figlia di contadini. Filippo Melodia, nipote di un boss, la voleva per sé. Lei si era promessa a Giuseppe Ruisi, un coetaneo amico di famiglia. Melodia e altri dodici della sua banda bussarono alla porta e rapirono lei e il fratello Mariano, 8 anni. Li portarono in un casolare in campagna. Dopo due giorni lasciarono andare il bambino, dopo sei portarono Franca a casa della sorella di Melodia, in paese. La legge diceva, allora, all’articolo 544 del codice penale, che il matrimonio avrebbe estinto il reato di sequestro di persona e violenza carnale. Reato estinto per la legge, onore riparato per la società. Doveva sposare Melodia, insomma: era scritto. Ma Franca non volle. Fu la prima donna in Italia – in Sicilia – a dire di no alla “paciata”, la pacificazione fra famiglie, e al matrimonio riparatore. Ci fu un processo, lungo, a Trapani. Lei lo affrontò. Un grande giudice, Giovanni Albeggiani.

I sequestratori furono tutti condannati. Melodia è morto, ucciso da ignoti con un colpo di lupara, molti anni dopo. Gli altri sono ancora lì, in paese. «Quando li incontro per strada, capita, abbassano lo sguardo. Non fu difficile decidere. Mio padre Bernardo venne a prendermi con la barba lunga di una settimana: non potevo radermi se non c’eri tu, mi disse. Cosa vuoi fare, Franca. Non voglio sposarlo. Va bene: tu metti una mano io ne metto cento. Questa frase mi disse. Basta che tu sia felice, non mi interessa altro. Mi riportò a casa e la fatica grande l’ha fatta lui, non io. È stato lui a sopportare che nessuno lo salutasse più, che gli amici suoi sparissero. La vergogna, il disonore. Lui a testa alta. Voleva solo il bene per me. È per questo che quando ho letto quel libro sulla mia storia, “Niente ci fu”, mi sono tanto arrabbiata. Non è quella la mia storia, per niente. Mio padre non era un padre padrone: era un uomo buono e generoso. Lo scriva». Lo scrivo. «Perché poi vede, il Signore mi ha dato una grazia grande: non ho mai avuto paura di nessuno. Non ho paura e non provo risentimento». Intende risentimento per chi la rapì? «Né per loro nè per nessun altro dopo. Sono stati molti altri i dolori della vita, ma di più sono state le gioie. Ho un marito meraviglioso. Nei giorni del processo e anche dopo mi arrivarono tante proposte di matrimonio, per lettera. Giuseppe però mi aveva aspettata. Io non volevo più maritarmi, dopo. Gli dicevo: sarà durissima per te. Ma lui mi ha detto non esistono altre donne per me, Franca. Esisti tu. Sono arrivati i figli, mio padre ha fatto in tempo a vederli e vedermi felice. Poi c’è stata la malattia di Sergio: temevo che morisse. Quando nel 2014 il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha voluto darmi il titolo di Grande ufficiale ho pensato ecco, una persona ora la conosco. E ho chiesto aiuto per curare Sergio. Ma non è servito a niente. Mi hanno dato il numero di un medico, dal Quirinale, poi questo medico non rispondeva e quando sono andata a Roma con mio figlio, ad agosto, mi hanno detto che era in ferie. Ho lasciato stare e ho fatto da sola. Un difetto si ce l’ho: l’orgoglio. Il Signore spero mi perdoni».

Il 9 gennaio Franca Viola compirà 69 anni. Nella sua vita ha visto abolire la norma del codice penale sul matrimonio riparatore. Ha visto nel 1996, solo 20 anni fa, la legge che fa dello stupro un reato contro la persona e non contro la morale. Si è vista riprodotta in foto, con grande incredulità, sui libri di scuola. «Il primo è stato Sergio. Era alle medie, mi ha detto: mamma sul mio libro c’è una tua foto da ragazza. Come mai? Gli ho raccontato. Un poco, certo, non tutto. Certe cose non si possono raccontare. Ma altre sì: che ciascuno è libero fino all’ultimo secondo, che tutto quello che dipende da te è nelle tue mani. Questo ho potuto spiegare ai miei figli e adesso a mia nipote. Sonia è una ragazzina del suo tempo. Vorrebbe fare l’attrice, mi fa sorridere: mi dice nonna, ma tu non conosci nessuno che mi possa insegnare a recitare? Le dico amore mio, impara da sola. Ciascuno si fa con le sue mani. I fatti grandi della vita, glielo ripeto sempre, mentre accadono sono fatti piccoli. Bisogna decidere quello che è giusto, non quello che conviene».

E per se stessa, Franca? Cosa si augura, ancora? «Di vedere guarito del tutto mio figlio. Di avere altri Natali con mio marito, con Sergio e Mauro, le loro mogli. Che ci sia un mondo meno ostile, meno feroce tutto attorno a noi. Perché è peggiorato, il mondo, sa, in questi anni. Però ora vedo questo Papa e sì, ecco, un desiderio ce l’avrei. Quando andai da Paolo VI ero giovane, tante cose non le capivo. Adesso che sono vecchia mi piacerebbe andare da Papa Francesco e consegnare a lui i miei ringraziamenti al Signore per la vita meravigliosa che mi ha dato. Ma lo faccio qui, se me lo consente lo faccio attraverso di lei. Ho il peccato dell’orgoglio, è vero, ma non quello della presunzione. Il Papa non può certo conoscere una storia così vecchia, una piccola storia siciliana. Come fa. Ha tantissime cose molto importanti da fare, in tutto il mondo. Un compito enorme. Infatti lo penso e lo prego. Tanto, prego per lui».

http://www.repubblica.it/cronaca/2015/12/27/news/_io_che_50_anni_fa_ho_fatto_la_storia_con_il_mio_no_alle_nozze_riparatrici_-130210807/?ref=HREC1-4

28 Dicembre 2015Permalink

1 novembre 2015 – Calendario di novembre

1 novembre 1911   –    Primo bombardamento aereo italiano in Libia (e primo bombardamento aereo della storia)
2 novembre 1975 –     Assassinio di Pasolini
3 novembre 1970  –     Salvador Allende diventa presidente del Cile
4 novembre 1966 –      Alluvione di Firenze
4 novembre 1995  –     Assassinio di Yitzhak Rabin –
6 novembre 1962 –     Risoluzione ONU contro l’apartheid in Sudafrica
7 novembre 1917 –     Rivoluzione d’Ottobre
8 novembre 1960 –     USA: elezione alla presidenza di J.F.Kennedy
9 novembre         –       Giornata internazionale contro il fascismo e l’antisemitismo
9 novembre 1938  –    Germania: “notte dei cristalli”
9 novembre 1989  –    Germania: abbattimento del muro di Berlino
9 novembre 1993 –     Distruzione del ponte di Mostar
10 novembre 1483  –  Nascita di Martin Lutero
11 novembre 1992 –   La chiesa anglicana inglese ammette le donne prete
13 novembre 2015 –    Stragi dell’ISIS a Parigi
15 novembre 1988 –   L’ANP annuncia la nascita dello stato palestinese
17 Novembre 1938 –  REGIO DECRETO LEGGE n. 1728 Provvedimenti per la difesa della razza italiana
19 novembre 1975 –   Spagna: morte di Francisco Franco
20 novembre               Giornata internazionale per i diritti dell’Infanzia e dell’adolescenza
20 novembre 1945 –   Inizio del processo di Norimberga
20 novembre 1989 –   L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approva la Convenzione internazionale sui diritti del minore
22 novembre 2004 –   Ucraina: inizio della ‘rivoluzione arancione’
23 novembre 1971 –   La Cina sostituisce Taiwan nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
25 novembre 1973 –   Grecia: golpe militare
25 novembre 1992 –   Il Parlamento vota la divisione fra Repubblica Ceca e Slovacca
26 novembre 1915 –   Einstein presenta la teoria della relatività generale
26 novembre 1954 –   Ritorno di Trieste all’Italia
27 novembre 1941 –   Resa di Gondar: l’Italia lascia l’Africa Orientale
29 novembre –            ONU: giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese
30 novembre 1943 –   Morte di Etty Hillesum ad Auschwitz
30 novembre 1999 –   Seattle: prima mobilitazione del movimento no-global
Giornate internazionali celebrate dalle Nazioni Unite

http://www.centrounesco.to.it/?action=view&id=337

 

 

1 Novembre 2015Permalink

29 ottobre 2015 – Lo ius soli approda in parlamento e i figli dei sans papier non sono cancellati

Da Ho un sogno n. 240 – L’ITALIA SONO ANCH’IO

Non c’è solo lo Ius soli

Il 14 ottobre, dopo essere stata votata dalla Camera è all’attenzione del Senato la legge “Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni in materia di cittadinanza”. Si tratta del risultato del dibattito aperto nel 2012 dalla proposta di legge a iniziativa popolare che proponeva il passaggio dallo ius sanguinis allo ius soli. Probabilmente molti ricordano lo slogan accattivante che apriva quella campagna “L’Italia sono anch’io” che non ha cancellato l’equivoco in cui molti sono caduti immaginando uno ius soli assoluto (simile a quello praticato negli USA). Non era e non è così. La norma, che si presenta ora al dibattito del Senato e introduce il principio dello ius culturae, è evidentemente il frutto di una mediazione e propone limiti più significativi di quelli della prima iniziativa.

I bambini nati in Italia saranno italiani per nascita solo se almeno uno dei genitori abbia il permesso Ue per soggiornanti di lungo periodo (cittadini extraUe) o il “diritto di soggiorno permanente” (cittadini Ue). Altrimenti, come gli altri bambini non nati in Italia, ma arrivati qui entro i dodici anni, dovranno prima frequentare uno o più cicli scolastici per almeno 5 anni e, se si tratta delle elementari, concluderle positivamente.

Per l’acquisto della cittadinanza servirà una dichiarazione di volontà presentata in Comune da un genitore entro il compimento della maggiore età del figlio, altrimenti questo potrà presentarla personalmente tra i 18 e i 20 anni. Sempre tra i 18 e i 20 anni il diretto interessato potrà anche rinunciare alla cittadi­nanza italiana, purché sia possesso di altra cittadinanza. Diverse le regole per i ragazzi arrivati in Italia entro i 18 anni di età. Potranno diventare italiani dopo sei anni di residenza regolare e dopo aver frequentato e concluso un ciclo scolastico o un percorso di istruzione e formazione professionale. In questo caso, però, non si tratterà di un diritto acquisito, ma di una “concessione”, soggetta quindi a una certa discrezionalità da parte dello Stato.

C’è anche una norma transitoria per chi ha superato i 20 anni, ma intanto ha maturato i requisiti previsti dalla nuova legge. Potranno infatti diventare italiani i nati in Italia, o arrivati qui quando avevano meno di dodici anni, se abbiano frequentato in Italia per almeno cinque anni uno o più cicli scolastici e risieduto “legalmente e ininterrottamente negli ultimi cinque anni nel territorio nazionale”.

Chi rientra nella norma transitoria avrà solo un anno di tem­po dall’ entrata in vigore della riforma per presentare in Comune la dichiarazione di volontà e diventare italiano. Dovrà poi però aspettare che entro sei mesi il ministero dell’Interno dia il via libera, dopo aver verificato che a suo carico in passato non ci siano stati dinieghi di cittadinanza, espulsioni o allontanamenti per motivi di sicurezza della Repubblica.

Certificato di nascita ai figli dei sans papier

Nel testo precedente abbiamo cercato di riassumere la com­plessa norma, approvata dalla camera e che il senato si ap­presta a discutere, sulle “Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni in materia di cittadinanza”. Vogliamo ora soffermarci su una questione che Ho un sogno segue con continuità da anni e che si intreccia con la problematica della cittadinanza. Nel 2009 il pacchetto sicurezza aveva imposto la presentazione del permesso di soggiorno anche per la registrazione degli atti di stato civile (legge 94/2009, art.1, comma 22 lettera g). Ora, se sarà approvata la legge all’attenzione del senato(n. 2092) si tornerà al regime precedente e di nuovo non potrà venir richiesto il permesso di soggiorno a chi si presenterà a registrare la dichiarazione di nascita del proprio figlio (art. 2 comma 3 del progetto 2092). Ciò porrà anche i figli dei sans papier in condizione di attenersi alle nuove norme sulla richiesta della cittadinanza definendo la data della propria nascita (finalmente registrata in un documento ufficiale) come punto di partenza per tutti gli adempimenti, anche di ordine temporale, che la legge prevede. Non solo, ma i genitori, finalmente riconosciuti tali, potranno provvedere agli atti necessari per aprire al figlio, nato in Italia dopo il 2009 e forse non registrato all’anagrafe, il percorso per ottenere la cittadinanza italiana.

29 Ottobre 2015Permalink