11 settembre 2019 – La senatrice Segre compie ottantanove anni e sostiene il governo che nasce

10 settembre 2019 Governo, Segre vota sì: “Basta con l’odio. Ho visto quanto è facile passare dalle parole ai fatti”

La senatrice a vita Liliana Segre annuncia in aula il suo voto favorevole alla nascita del nuovo governo giallo-rosso. Riceve gli auguri della presidente Elisabetta Casellati per i suoi 89 anni che compie oggi e gli applausi che fioccano dai banchi della maggioranza. Perché la senatrice a vita non si limita ad annunciare il suo voto. “Mi accingo a esprimere fiduciosa la fiducia a questo governo”, spiega.
Pronuncia invece un discorso forte che ruota intorno ad un concetto chiaro: “Ho vissuto sulla mia pelle l’intolleranza e l’odio e so la facilità di passare dalle parole ai fatti. Mi hanno insegnato che chi salva una vita salva il mondo intero; per questo un mondo in cui chi salva vite viene osteggiato mi pare proprio un mondo rovesciato”. Una citazione dal Talmud. Uno schiaffo ai senatori del centrodestra che proprio quello gridano: è reato salvare in mare vite umane. E il bersaglio dei suo discorso è Matteo Salvini: “Mi hanno preoccupato i numerosi episodi susseguitisi durante l’ultimo anno che mi hanno fatto temere un imbarbarimento con casi di razzismo trattati con indulgenza, la diffusione dei linguaggi di odio. Anche con l’utilizzo di simboli religiosi in modo farsesco e pericoloso, un revival del ‘gott mit uns’. A me fanno questo effetto, forse solo a me in quest’aula”, dice. La senatrice non replica ai leghisti che gli ricordano che Conte è andato a Porta a Porta con l’immagine di Padre Pio.
La senatrice a vita da tempo combatte una battaglia contro gli odiatori che infestano la Rete. “La politica che investe nell’odio è sempre una medaglia a due facce, non danneggia solo coloro che vengono scelti come bersaglio, ma incendia anche gli animi di chi vive con rabbia e disperazione il disagio. L’odio si diffonde e questo è anche un po’ più pericoloso”, dice.
Dai banchi del centrodestra la interrompono. Lei continua: Un altro motivo di disagio, spiega, “è che la festa del 25 aprile si è trasformata da alcuni, solo alcuni, in una sorta di faida”. La Segre aggiunge: “Penso poi alla storia, perdere la storia è uno dei primi effetti collaterali della perdita del futuro”. Spiega che ha “apprezzato la reintroduzione dell’educazione civica ma non basta una materia in più dobbiamo comportarci con disciplina e onore, ma anche con sobrietà e rispetto per gli avversari. La mia speranza è che il nuovo governo assuma e faccia proprio il rispetto civico, ricordando quei versi di John Donne ‘non chiedere mai per chi suona la campana, essa suona per te””.
La senatrice a vita dice che guarda al “nuovo governo con preoccupazione ma anche con speranza”. “Vorrei, dice, che questo governo non nascesse dalla consapevolezza di uno scampato pericolo, dal senso di sollievo dopo che si è giunti sull’orlo di un precipizio e ci si ritrae in tempo. Occorre ripristinare un terreno di valori condiviso nella difesa costante della democrazia e dei principi di solidarietà nati dalla  sull’istituzione di una commissione sull’hate speech, un fenomeno che purtroppo conosco. E mi auguro che maggioranza e opposizione la istituiscano”.                 [nota: testo della notizia ripreso da Repubblica.it]

La proposta della senatrice Segre
Le parole della senatrice Segre sono un  patrimonio che non può essere conservato in una scatola chiusa ma deve essere diffuso per diventare fondamento consapevole di speranza .
La proposta di cui la senatrice fa cenno nel suo intervento aveva suscitato in Friuli Venezia Giulia l’attenzione del consigliere regionale Furio Honsell che aveva chiesto di diffonderne la conoscenza con una mozione presentata il 19 febbraio scorso e respinta nella seduta n. 83 del Consiglio Regionale del 26 giugno .
Nella stessa seduta era stata respinta anche la mozione del il gruppo PD (prima firmataria Da Giau) “Istituzione di una Commissione parlamentare di indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza”.

Il commento del consigliere: Aula perde occasione per contrastare discorso d’odio.
Il Consiglio Regionale ha perduto un’occasione per contrastare il “discorso d’odio” che sta imbarbarendo la comunicazione sui social e sui media, dai giornali alle televisioni: ha votato infatti contro la mia mozione di sostegno al Parlamento della legge Segre e la richiesta di anticiparne i contenuti in questa regione istituendo un osservatorio che monitori il fenomeno. Questo voto negativo è un fatto grave anche perché il dibattito in aula di alcuni consiglieri è stato un chiaro esempio di discorso d’odio.

Il testo della mozione respinta ma non spenta.
La giunta Fedriga e i suoi sostenitori hanno tentato di soffocare la voce della senatrice Segre.
La proposta di cui la senatrice fa cenno nel suo intervento aveva suscitato in Friuli Venezia Giulia l’attenzione del consigliere regionale Furio Honsell che aveva chiesto di diffonderne la conoscenza con una mozione presentata il 19 febbraio scorso e respinta nella seduta n. 83 del Consiglio Regionale del 26 giugno .
Spero che qualcuno se ne faccia apertamente carico.
Nella stessa seduta era stata respinta anche la mozione del il gruppo PD (prima firmataria Da Giau) “Istituzione di una Commissione parlamentare di indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza”.

Mozione n. 55 “Sulla necessità di completare l’iter e approvare al più presto il Ddl nazionale S. 362”
Il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia,
VISTO il Disegno di legge nazionale S. 362 “Istituzione di una Commissione parlamentare di indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza”, presentato in data 14 maggio 2018;
APPURATO che il suddetto disegno di legge non ha ancora iniziato l’esame presso la prima Commissione permanente a cui è stato assegnato in data 26 giugno 2018;
RAVVISATO che recentemente l’ODIHR (Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti dell’uomo), istituito dall’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), ente che si occupa di censire gli hate crimes in diversi Paesi del mondo, ha aggiornato i dati relativi al censimento dei crimini d’odio, intolleranza o razzismo, perpetrati in Italia nel 2017, rilevando che i crimini sono aumentati di circa il 30% rispetto al 2016 e quasi del 60% rispetto al 2013;
CONSIDERATO che i suddetti dati, su stessa specificazione dell’ODIHR, potrebbero rappresentare una stima a ribasso in quanto basata su crimini riconosciuti come tali dallo Stato italiano, il quale riconosce quali crimini d’odio i reati previsti dalla legge Mancino del 1993, che però si limita a punire l’odio razziale;
RILEVATO che il Codice Penale italiano non prevede una definizione di “crimine d’odio” e di conseguenza una legislazione specifica dedicata ai crimini d’odio verso altre categorie a rischio come ad esempio persone con disabilità, LGBTQ o appartenenti a minoranze, quale che sia la connotazione;
ATTESO che numerosi sono i casi di cronaca che testimoniano crimini d’odio perpetrati anche nel territorio regionale;
Tutto ciò premesso
impegna la Giunta regionale
1. ad attivarsi con le Presidenze di Camera e Senato e con la Presidenza del Consiglio affinché si inizi al più presto l’esame del Disegno di Legge citato al fine di velocizzare e rendere il più possibile condiviso il testo della legge e l’iter di approvazione;
2. ad attivare politiche di sensibilizzazione e promozione sul territorio regionale anticipando in tal modo i contenuti e il senso della proposta legislativa della senatrice Segre, con la finalità di ribadire e rafforzare la tradizione di civiltà e apertura della nostra comunità regionale.

Le parole della senatrice possono essere anche ascoltate:
https://www.youtube.com/watch?v=lZ1H0D1hr4E

 

Settembre 10, 2019Permalink

10 agosto 2019 – Un poeta nato in Friuli che si era conquistato uno sguardo ampio

Mentre mi trovavo impossibilitata a pubblicare qualunque cosa per le difficoltà del mio PC, molto ho raccolto. Ora mi do da fare perché non tutto vada perso.
Il blog è uno spazio che spero resti sicuro.
Sono riuscita a scaricare anche la poesia di Turoldo che mi sembra descriva situazioni del secolo scorso anche nei loro risvolti drammatici quando l’aspetto militare si era connesso direttamente alla politica.
Probabilmente nella poesia che trascrivo mi ha colpito in modo particolare l’eco dei passi della ronda nazista.
Un suono che ho sentito da bambina durante le orribili ore di coprifuoco e che non si cancella.

Torniamo ai giorni del rischio
Torniamo ai giorni del rischio,
quando tu salutavi a sera
senza essere certo mai
di rivedere l’amico al mattino.

E i passi della ronda nazista
dal selciato ti facevano eco
dentro il cervello, nel nero
silenzio della notte.

Torniamo a sperare
come primavera torna
ogni anno a fiorire.
E i bimbi nascano ancora,
profezia e segno
che Dio non si è pentito.

Torniamo a credere
pur se le voci dai pergami
persuadono a fatica
e altro vento spira
di più raffinata barbarie.

Torniamo all’amore,
pure se anche del familiare
il dubbio ti morde,
e solitudine pare invalicabile …

http://www.sullasoglia.it/turoldo/poesia5.htm
David Maria Turoldo. Ritorniamo ai giorni del rischio. CENS. Milano 1985, pp. 51-52

Un mio commento estemporaneo

Condivido totalmente la connessione fra amore e dubbio: la leggo come abbandono di certezze di comodo, garantite da una tradizione che vuole il silenzio ben collocato in  categorie predefinite in cui le donne hanno ancora  l’ombra della chiacchiera vacua e di un dominio dei sentimenti ritenuto limite che impoverisce la razionalità.
Vogliamo ragionare?
Cosa sono se non sentimenti ripugnanti – ma non disprezzati  come meriterebbero – i sostegni alle urla becere, volgari, cattive, pericolose fino a consentire la deresponsabilizzazione che appaga chi vi si accoccola come un cane contento di accucciarsi ai piedi di un padrone .
Proprio per questo nel mio blog ho scelto la tartarughina della cripta nord della basilica di Aquileia come mia immagine identificativa.
So che la mia interpretazione è totalmente inaccettabile per chi la vede – in un quadro gnostico – tenebre (tartaruga) a fronte di un gallo arrogante, colorato, minaccioso (luce).
La mia tartarughina lì non ci sta; esce dal mosaico per tenere il suo collo tozzo fuori dal carapace, opposto al gallo sapendo che le sue possibilità di successo sono pressoché nulle, ma ragione e etica non le consentono di nascondersi.
Ciò che ripugna alla ragione non può essere vinto dalla paura anche se i tempi della ragione sono lunghi e richiedono fermezza e, se necessario, anche coraggio, oltre se stessi, capaci di pensare a un futuro che appartiene ad altri.
Ma è coraggio vero non  militarizzato

Continua : volevo parlare dei bambini zittiti, odiati, umiliati a oggetto carino dei propri sentimenti (buoni o proprietari?) . Lo farò uno dei prossimi giorni

 

 

Agosto 10, 2019Permalink

10 agosto 2019 – Chi dorme sulla collina?

07 agosto – Elogio del pessimismo di Gianpaolo Carbonetto      (link in calce)

È quasi come veder crescere un bambino standogli accanto ogni giorno, o quasi: nessuno ne annota quotidianamente la crescita in altezza di una frazione di millimetro, o l’aumento di peso di un paio di grammi. Però, a un certo punto, ci si rende conto che qualcosa è profondamente cambiato e non soltanto nelle dimensioni del piccolo, ma anche nelle sue capacità: comincia a distinguere i numeri e le lettere e a compitare le prime sillabe. E allora ci si accorge che la sommatoria di piccoli mutamenti inevitabilmente porta a cambiamenti profondi.
La stessa cosa sta accadendo con la situazione sociale, politica ed economica in Italia.
Solo che se si guarda ai cambiamenti di mese in mese, l’osservazione non porta gioia, bensì sgomento.

Chi, soltanto qualche mese fa, per esempio, avrebbe potuto pensare che la sindaca di Monfalcone, la leghista Anna Maria Cisint, sia pure dopo aver fissato un tetto di presenze di bambini stranieri per classe nella scuola materna e dopo avere eliminato dalla biblioteca comunale i quotidiani “Il Manifesto” e “Avvenire”, potesse arrivare al punto di istituire un «punto di ascolto riservato» – in pratica una buca per delazioni anonime, con tutto quel che ne consegue – per denunciare gli insegnanti di sinistra che «con le loro ideologie, avvelenano i giovani, osteggiando apertamente le scelte democratiche che gli italiani stanno manifestando verso gli amministratori della Lega»?

Chi avrebbe potuto immaginare che una sezione della Lega, in un comunicato, attribuisse la strage di Bologna alle Brigate Rosse, mentre c’è una sentenza definitiva che ne ascrive la responsabilità alla destra eversiva e segnatamente a Mambro e Fioravanti? E che poi, davanti alle proteste per l’ennesima delle fake-news, si limitasse a dire che si può sbagliare, ma guardandosi bene dal ricordare che la responsabilità di tutti quei morti va attribuita, appunto, alla destra e non a quella sinistra terrorista che di morti ne ha tanti altri – ma altri – sulla coscienza.

Chi avrebbe ipotizzato che la parte leghista del governo, con il solito timoroso assenso di Di Maio e dei suoi più privi di autonomia di pensiero, fosse tanto desiderosa di mettere le mani sul mondo dello sport italiano e sui soldi del CONI da ignorare gli avvertimenti del CIO che da sempre pretende l’autonomia dello sport dalla politica e che adesso minaccia esplicitamente l’esclusione dell’Italia dalle Olimpiadi di Tokyo e l’annullamento della scelta di Milano e Cortina come sede per i futuri Giochi invernali?

Chi, soprattutto tra coloro che hanno avuto l’idea di votare 5stelle, avrebbe mai pensato di vedere il proprio partito preferito praticamente comandato da Salvini, quel ministro degli Inferni che travalica largamente gli ambiti istituzionalmente assegnatigli e che ottiene quello che vuole semplicemente ricordando a Di Maio e ai suoi senatori e deputati che quando questo governo cadrà e si tornerà alle urne, saranno in molti, e in primis il cosiddetto “capo politico” della Casaleggio Associati, a restare fuori dalle Camere e a dover cercare un nuovo sistema di sostentamento perché resteranno esclusi per il limite del doppio mandato, ma soprattutto per il crollo verticale del loro gradimento nei tanti che si erano illusi e che ora sono schifati e incattiviti?

Chi avrebbe mai immaginato che il ministro degli Inferni non avesse neppure preso in considerazione quello che è scritto in diversi articoli della nostra Costituzione prima di stilare quello che beffardamente è chiamato “Decreto Sicurezza bis” che è stato approvato chiedendo la fiducia a tanti grillini e darà tanto lavoro alla Consulta?

Chi poteva pensare che a tutt’oggi la teorica sinistra italiana potesse essere ancora più preoccupata delle lotte di potere intestine piuttosto che della necessità di formare nuovamente uno o più partiti che possano ridare fiducia agli elettori, magari preparando programmi seri e non vuoti slogan di velleitaria propaganda?
Potrei andare avanti a lungo con altre domande su questo tono, ma queste mi appaiono già sufficienti per mettere in luce il punto fondamentale: distrarsi, o rassegnarsi, è vietato anche per un solo giorno. È sbagliato starsene in silenzio, o senza scrivere, perché – si pensa – tanto si finisce per dire sempre le stesse cose, o in quanto si ritiene che comunque non si potrà influire sulla possibilità di accelerare almeno un po’ la fine di questa maledetta notte che stiamo attraversando. Saranno vere entrambe le motivazioni, ma il silenzio è comunque sbagliato, sia perché non si pungola gli altri, sia in quanto si perde la propria dignità. Me ne scuso.

Non è accettabile il rassegnarsi al fatto che ormai il bordo del burrone sia talmente vicino che la caduta appare quasi inevitabile, solo perché non si è ritenuto di opporsi ogni giorno, ma solo una volta ogni tanto. E non è neanche più lecito nascondere la realtà dietro le parole. È vero: in Italia non c’è il nazismo, ma, come allora in quel partito, oggi ci sono tantissimi italiani disumani. È vero: in Italia non c’è il fascismo, ma, come allora in quel partito, oggi ci sono tantissimi italiani che sentono la democrazia come un fastidio da limitare, se non da eliminare. È vero: in Italia non c’è nessuno che vada in giro con il cappuccio del Ku Klux Klan, ma oggi ci sono tantissimi italiani che neppure più si sognano di nascondere il loro razzismo.

E a questo punto l’unica possibile ancora di salvezza è il pessimismo, quel sentimento che ci fa temere sempre quel peggio che poi quasi sempre avviene e che ci sprona a fare qualcosa per resistere e per sovvertire quello che non è un destino ineluttabile. Ogni giorno e non solo di tanto in tanto.

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07 agosto 2019      Un commento sum ergo dubito     (commento al testo di Gianpaolo Carbonetto)

Da ”Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters
Dorcas Gustine

Non ero amato dagli abitanti del villaggio,
tutto perché dicevo il mio pensiero,
e affrontavo quelli che mancavano verso di me
con chiara protesta, non nascondendo né nutrendo
segreti affanni o rancori.
È assai lodato l’atto del ragazzo spartano,
che si nascose il lupo sotto il mantello,
lasciandosi divorare, senza lamentarsi.
È più coraggioso, io penso, strapparsi il lupo dal corpo
e lottare con lui all’aperto, magari per strada,
tra polvere e ululi di dolore.
La lingua è magari un membro indisciplinato —
ma il silenzio avvelena l’anima.
Mi biasimi chi vuole — io son contento.

…ma qui non dobbiamo lottare contro un lupo (o una mucca in corridoio), bensì contro una malattia subdola ed infiltrante!
Nel frattempo i guru della sinistra, sempre per citare Lee Masters,
“Tutti, tutti dormono sulla collina”.

http://carbonetto-udine.blogautore.repubblica.it/2019/08/07/elogio-del-pessimismo/

http://lovemeblue.altervista.org/parlare-antologia-spoon-river/

Agosto 10, 2019Permalink

23 luglio 2019 – Interni senza pietà.

Dieci anni fra il Ministro Maroni e il  Ministro Salvini & C.
Per anni ho cercato consensi efficaci al mio tentativo di far cancellare la norma che dal 2009 vuole rendere invisibili i nati in Italia che siano figli di migranti non comunitari privi di permesso di soggiorno, negando loro il certificato di nascita.
Una scelta che dobbiamo all’on. Maroni, ministro dell’Interno del IV governo Berlusconi (2009).

Per me circoscrivere un gruppo di persone per negare loro un diritto che è di tutti è modalità in odor di razzismo.
Scrivi e riscrivi a questo e a quello, a questa a quella (ricordando che la maternità è riconosciuta legalmente perché certificata appunto sul certificato di nascita) ma non c’è stato niente da fare:
i neonati sono di poco peso nel panorama sociale, non fanno manifestazioni di piazza, non trovano spazio sui social, non interessano neppure a chi si fa carico professionalmente dell’informazione quando può appropriarsi di un consenso esplicito e pubblico, utile ad ogni carriera.
Anche chi abbiamo eletto come nostro rappresentante si giova della promozione della norma discriminante o del silenzio (l’indifferenza ricordata dalla senatrice Segre!) per consolidare la propria fama che sarebbe disturbata se si piegasse a chi conta peggio che nulla.
E vorrei sorvolare sui maître à penser (senza escludere le maîtresse: il rifiuto del maschile neutro universale vale anche per le silenti) fra cui ho cercato riscontri autorevoli che dessero una scossa all’infinita pennichella di chi si giace nelle istituzioni.
Niente da fare nemmeno nel campo cattolico dove la pietà è proclamata e anche promossa, ma non a sostegno dei diritti dei nati in Italia, esclusi dal contesto dei diritti umani in quanto ‘figli di …’.

Dopo aver letto lo scorso mese di giugno che S.E. il cardinale Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità aveva dichiarato di voler dialogare con M.S., ministro dell’Interno del governo Conte, dissociandosi da alcune affermazioni care appunto all’eloquio e alla gestualità di quel ministro, gli ho scritto chiedendogli di dissociarsi anche dalla norma che vuole rendere invisibili alcuni nati in Italia.
Mi ha risposto e affido il suo scritto a chi qui lo può leggere sperando sia prova di una presa di posizione finalmente efficace cui unisco la mozione recentemente presentata al Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia per promuovere attenzione ai nati senza nome (n.92: Sull’ottenimento del certificato di nascita per figli nati in Italia da persone non comunitarie irregolari).
Si può leggere dal mio blog: http://diariealtro.it/?p=6724

E infine una storica  fotografia.
La piccola Ruby Bridges entra nella scuola
cui è stata iscritta (1960)
scortata dalla polizia
non per cacciarla ma per assicurarne al presenza .
Lo voleva una legge cui la folla urlante
contro la piccola si opponeva e lo aveva deciso
l’allora Presidente degli USA, Eisenhower.
Una storia che Trump e i sui seguaci globalizzati
non conoscono.

 

La lettera del Segretario di stato
di Sua Santità si raggiunge
anche dal mio blog con il link
 http://diariealtro.it/?p=6730

 

Per conoscere la storia di Ruby:
https://www.vanillamagazine.it/il-primo-giorno-di-scuola-di-ruby-bridges/

 

Luglio 23, 2019Permalink

16 luglio 2019 – In alcuni comuni veneti si rinnova il censimento etnico

 In alcuni comuni veneti si rinnova il censimento etnico (un tempo razziale ora forse non si può dire, però..)

Per iscriversi alla scuola elementare di una località a cavallo tra Venezia e Padova bisogna specificare la propria etnia, ovvero se sei sinti, rom, nomade o camminante.
Leggo che il modulo consegnato ai genitori ha fatto scattare l’immediata polemica sostenuta dalle famiglie che si sono rivolte ad una associazione che fa capo a Rifondazione Comunista che a sua volta ha contattato i propri legali perché si tratterebbe di un “abuso e discriminazione gravissima”, mentre la direzione scolastica sostiene che l’atto “serve per favorire l’integrazione”, salvo cambiare parere in rapida successione temporale.

Metamorfosi dirigenziale
Le finalità del modulo – chiarisce il dirigente – erano quelle della maggior inclusione possibile e non certo il contrario” e “Le informazioni che noi raccogliamo – rileva Marzolo (il dirigente scolastico) – hanno finalità istituzionali, tese a tutelare gli alunni e non a discriminali”.
Ma poco dopo leggiamo: “Se il modulo dal punto di vista legale ha dei profili di illegittimità lo cambieremo sicuramente“, dice Carlo Marzolo, il dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo Corner di Fossò e Vigonovo.
Mentre apprezzo la denuncia di Rifondazione Comunista, meravigliata dalla velocità della metamorfosi , vado avanti e scopro l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali)

Un inciso necessario: cos’è UNAR
L’Ufficio per la promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni fondate sulla razza o sull’origine etnica, brevemente denominato UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, è l’ufficio deputato dallo Stato italiano a garantire il diritto alla parità di trattamento di tutte le persone, indipendentemente dalla origine etnica o razziale, dalla loro età, dal loro credo religioso, dal loro orientamento sessuale, dalla loro identità di genere o dal fatto di essere persone con disabilità.
L’Ufficio è stato istituito nel 2003 (d.lgs. n. 215/2003) in seguito a una direttiva comunitaria (n. 2000/43/CE), che impone a ciascun Stato Membro di attivare un organismo appositamente dedicato a contrastare le forme di discriminazione.
In particolare, UNAR si occupa di monitorare cause e fenomeni connessi ad ogni tipo di discriminazione, studiare possibili soluzioni, promuovere una cultura del rispetto dei diritti umani e delle pari opportunità e di fornire assistenza concreta alle vittime.

Tanto basti per sapere con chi e cosa abbiamo a che fare
Dichiara il direttore di UNAR
13 Luglio 2019 Scuola distribuisce moduli con etnia per i bambini rom.
Loukarelis, Unar: “Inaccettabile discriminazione”
Ritengo assolutamente inaccettabile quanto accaduto nell’Istituto Comprensivo di Fossò-Vigonovo, dove ai bambini sono stati distribuiti dei moduli all’interno dei quali andava indicata anche la loro etnia, se rom”.
Così il Direttore dell’Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), Triantafillos Loukarelis ha commentato l’episodio accaduto nell’istituto scolastico di Fossò-Vigonovo. “Si tratta di un atteggiamento discriminatorio – continua Loukarelis – condannato non solo dalla nostra Costituzione ma anche dal diritto internazionale. In nessun caso sono infatti ammessi censimenti del genere”.
Il dirigente scolastico ha prontamente assicurato il ritiro dei moduli e la ristampa senza l’etnia. “Provvedimento che cogliamo positivamente e, contestualmente, segnaliamo che i nostri uffici sono a disposizione di ogni altro ente che dovesse avere dubbi su simili questioni. Tutto ciò al fine di evitare il verificarsi di situazioni discriminatorie, che non fanno onore al nostro Paese”.
(Nota stampa UNAR) – 13 Luglio 2019                                                            [Fonte 1]

Le sorprese non finiscono qui
Vado ancora avanti e trovo nel sito dell’UNAR la scheda per la segnalazione di discriminazioni nel sito dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) in cui potevo dichiararmi vittima o testimone di discriminazioni.                                                                      [Fonte 2]

Ho scelto di essere ‘testimone’ come cittadina. Non so se accetteranno comunque ho scritto (rispettando i 500 caratteri imposti)
«Mi dichiaro cittadina testimone di una discriminazione indotta da legge. Dal 2009 la legge 94 all’art. 1 comma 22 lettera g impone la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione delle dichiarazioni di nascita. Tale prescrizione può condizionare i genitori identificati per uno ‘status geografico/burocratico’ a non presentarsi agli uffici anagrafici per timore di essere eventualmente espulsi. Non posso testimoniare casi concreti ma solo la mia indignazione di cittadina responsabile per una norma che ci umilia tutti minacciando alcuni».
Immediata la risposta automatica ma sempre gradevole visto che non è assimilabile a urla e ululati consueti in alto loco. “Your message was sent successfully. Thanks”.

Se non mi fossi trovata nella necessità di rispettare il limite avrei scritto, ma non è detto che il testo non mi serva a una prossima occasione quindi lo mantengo pro memoria:
“Sono testimone di una discriminazione indotta da legge.
Dal 2009 la legge 94 all’art. 1 comma 22 lettera g impone la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione delle dichiarazioni di nascita . Infatti l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello stato, avvenuta con la legge 15 luglio 2009 n.94 in combinato disposto con gli artt. 316-362 c.p., obbliga alla denuncia i pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio che vengano a conoscenza delle irregolarità di un migrante.
«Tale prescrizione condiziona i genitori stranieri che, trovandosi in situazione irregolare, spesso non si presentano agli uffici anagrafici, proprio per timore di essere eventualmente espulsi», sostiene il Terzo Rapporto Supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia (novembre 2017. cap.3.1).
Il rischio della irrimediabile ferita a chi nasce in Italia, differenziato dagli altri per le ragioni geografico/burocratiche del/dei genitori permane anche se la circolare n. 19 del 7 agosto 2009 del Ministero dell’Interno (Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali) afferma:
« Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto».
Personalmente non posso testimoniare casi concreti ma solo la mia indignazione di cittadina consapevole e responsabile per una norma che ci umilia tutti minacciando alcuni.

[Fonte 1]
http://www.unar.it/scuola-distribuisce-moduli-con-etnia-per-i-bambini-nomadi-loukarelis-unar-inaccettabile-discriminazione/
[Fonte 2]
http://www.unar.it/cosa-facciamo/contact-center/fai-una-segnalazione/

Per leggere il testo della mozione 92 relativa alla registrazione delle dichiarazioni di nascita (presentatore Furio Honsell – regione FVG):                                                      http://diariealtro.it/?p=6724

Luglio 16, 2019Permalink

5 luglio 2019 – Provando e riprovando, sperando senza fiducia

Quando cominciarono a girare in Europa le immagini dei sopravvissuti ai lager lo sgomento, l’incredulità sopravanzarono il dovere di capire; prevalse un a sorta di rigetto che indusse persino l’editrice Einaudi (che pur si avvaleva di un ottimo comitato di consulenti) a rifiutare, in prima battuta, il libro di Primo Levi, Se questo è un uomo, che solo più tardi sarebbe stata pubblicato e che rappresenta ancora una voce importante nel nostro panorama storico e letterario.
Credo che altrettanto stia succedendo oggi per i fuggiaschi dai porti libici, libici loro stessi o provenienti da altri stati africani, persone disperate approdate al bordo del cimitero mediterraneo nella speranza di una traversata.
Per questo probabilmente M.S., vicepremier, ministro dell’interno e riferimento di molti oltre il partito di cui è leader, può chiudere i porti, insultare i magistrati, indifferente alle condizioni di chi sta giocando la propria sopravvivenza nello spazio fragile di una nave di disperati.
Chissà perché a me vengono i mente i giochini di battaglia navale che si facevano sottobanco a scuola: colpito, affondato..
Già ma quei giochini erano pezzi di carta …
Pezzi di carta: qui scatta la mia reazione perché i pezzi di carta non sempre sono giochini ma fondamento di vita e ce n’è uno che è essenziale alla vita di ognuno di noi, che è essenziale alla vita dei nostri figli: il certificato di nascita.
Dieci anni fa R.M., predecessore di M.S. in almeno due dei ruoli che costui ricopre fece approvare con voto di fiducia le ”Disposizioni in materia di sicurezza pubblica”, la legge che contiene un punto a mio parere dirimente, che descrivo al card. Parolin nella lettera che segue

A S. Em. Card. Pietro Parolin
Segretario di Stato
Palazzo Apostolico –
Città del Vaticano – 00120 ROMA                                                                              Udine 2 giugno 2019

Eminenza,
ho letto in vari quotidiani italiani la Sua dichiarazione del 29 maggio in merito a una disponibilità a dialogare con il ministro Salvini. Lei ha opportunamente sottolineato la riprovazione alla strumentalizzazione di simboli religiosi e contemporaneamente affermato che «il dialogo si fa soprattutto con quelli che non la pensano come noi e con i quali abbiamo qualche difficoltà e qualche problema».
Sono certa Eminenza che quando avvicinerà il ministro Salvini avrà con sé le voci di chi soffre (quale che ne sia il credo religioso o anche l’assenza di un credo qualsivoglia) in una situazione storica che ha fatto del nostro Mediterraneo una tomba e l’attraversamento di quello spazio – e di altri in Europa – luoghi di morte, violenza e devastazione.
Le chiedo però di portare con sé anche coloro cui la legge italiana dal 2009 ha deciso di spegnere la voce (legge 94/2009 art. 1 comma 22 lettera g).
Sono i nati in Italia, figli di migranti non comunitari: a quei genitori la legge chiede – nel momento in cui si presentano a dichiararne la nascita – il permesso di soggiorno di cui, se irregolari, non dispongono.
Così i genitori – che non vogliono sottrarsi al dovere di garantire ai loro nati il diritto personale al certificato di nascita – vengono soffocati dalla paura che li rende vittime dei loro piccoli, innocenti umiliati per legge a spie della irregolarità di mamma e/o papà.
E quei genitori sono artatamente indotti a farsi complici del disprezzo di norme internazionali, ratificate in legge già dal 1991, per cui “Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi” (art. 7 legge 176/1991).
E’ ben vero che una circolare, emanata lo stesso giorno della approvazione della legge 94, offre loro la possibilità della registrazione ma la paura (la circolare non è adeguatamente pubblicizzata fra chi avrebbe diritto a conoscerla) potrebbe indurli a mancare al loro dovere e a nascondere i loro piccoli per non esserne separati dalla brutalità di una espulsione conseguente la loro nascita.
Il rischio è segnalato dal Terzo Rapporto Supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia (novembre 2017. cap.3.1) che da una decina d’anni vivamente raccomanda al Parlamento di legiferare in modo da garantire il diritto alla registrazione per tutti i nati in Italia, indipendentemente dalla situazione amministrativa dei genitori, adeguando in tal senso l’ordinamento interno .
Quei piccoli di cui ho descritto la ferita loro imposta nel venire al mondo non hanno voce.
La prego Eminenza non li abbandoni, offra loro la Sua voce autorevole e partecipe.
Distinti saluti
Augusta De Piero

La lettera partì il 3 giugno e , pur prevedendo che Sua Eminenza non mi avrebbe risposto, cerco ora di renderla nota per quel poco di spazio che troverò ma soprattutto nella speranza che se ne assuma il carico una voce più accettabile della mia e qualcuno ne faccia autorevole impulso alla modifica di una legge intesa a istituire una classificazione che vuole alcuni privi di quelle caratteristiche cui ogni persona avrebbe altrimenti diritto.

E comunque già nella oscurità dell’oggi punti di riferimento e di sicurezza possono essere i sindaci se sapranno con convinzione, pronunciando parole che esprimano certezza, farsi mezzo che consenta ad ogni nato di sapersi rispettato nel suo essere, estraneo ad ogni norma che gli nega persino la certezza di un nome nel momento in cui viene al mondo

Luglio 5, 2019Permalink

16 giugno 2019 – Due blog parlano fra loro di dignità

Comincio dal blog di G. Carbonetto ricopiando uno dei suoi “Eppure…”

Uno dei parametri più certi per valutare lo stato di salute di una democrazia è quello basato sulla quantità di rischi da correre per mantenere la propria dignità. E la diagnosi attuale appare assolutamente infausta.

Provate a pensarci. Quanta dignità perde una persona che magari decide di non alzare più un terribile cartello con su scritto l’evangelico «Ama il prossimo tuo», perché rischia di essere picchiato a pugni e calci dai sostenitori del ministro degli Inferni?

Quanta ne perde chi magari rinuncia a esprimere il proprio dissenso davanti a una manifestazione – questa sì con grandi striscioni in testa – nella quale si solidarizza con una persona che ha ucciso un ladro sparandogli alle spalle da un balcone?

Quanta chi non dice che si preoccupa di essere in un Paese che sta diventando razzista quando sente sempre lo stesso padrone del governo che minaccia di ripulire l’Italia dai Rom e che, davanti all’obiezione «Ma sono quasi tutti italiani», ghigna minacciosamente: «Beh, quelli purtroppo ce li dobbiamo tenere».

Ma forse l’esempio più clamoroso di sottrazione di dignità arriva da Udine. E di questo Salvini – scusate la parola – con tutta probabilità non sa nulla. Ed è proprio per questo che diventa il più clamoroso; perché ormai il nascondersi e il nascondere la propria dignità per molti sta diventando un automatismo di sopravvivenza.

Alla scuola media Fermi, dove il 45 per cento degli studenti è di origine straniera e dove sono rappresentate più di venti etnie, due bravi insegnanti hanno fatto svolgere ai propri alunni dell’ultimo anno un progetto teso a riflettere su quanto è stato fatto nel corso del triennio. E ne sono uscite delle colorate strisce di stoffa con su delle parole assolutamente pericolose, se non sediziose: “Solidarietà”, “Amicizia”, “Integrazione”, “Autonomia”, “Essere poesia” e altri concetti di simile elevata pericolosità.

E, infatti, davanti a una simile protervia, qualcuno deve aver protestato, se è vero che l’avvenimento ha fatto discutere e se il Comune di Udine, pro tempore saldamente nelle mani della destra, ha magnanimamente concesso di non togliere fino alla fine dell’estate le cosiddette “bandiere tibetane” esposte.

Quello che colpisce, a proposito dell’ormai impiantato automatismo di autodifesa, è – almeno a leggere le cronache – la reazione dei due bravissimi insegnanti che hanno voluto far pensare e ragionare, in una parola educare, i propri studenti: hanno ritenuto di dover scusare i propri giovani e, in definitiva, se stessi, sottolineando che tutte queste rivoluzionarie scritte non erano assolutamente contro Salvini e che in tutto questo non c’è alcun collegamento con la politica.

Di tutte le cose brutte che hanno seguito un’iniziativa assolutamente bella, forse la frase peggiore, anche se detta per difendere i propri ragazzi e soprattutto quelli “stranieri”, è stata proprio quella che esclude ogni collegamento tra le nostre azioni e la politica, perché in realtà tutto quello che facciamo, o che non facciamo è politica. Perché quel personaggio che ama travestirsi con le divise come tanti altri nella storia hanno fatto, fa politica e noi facciamo politica sia che diciamo di essere d’accordo, sia che esprimiamo il nostro dissenso, sia che stiamo timorosamente zitti.

Ma perché quei giovani che oggi hanno distillato quelle parole dalla loro esperienza comunitaria in una scuola domani dovrebbero rispettare la politica se prima si fa loro percepire che l’umanità è parte fondamentale della politica e poi lo si smentisce? E perché dovrebbero praticarla ancora se si nega loro l’onore e l’orgoglio di averla già fatta pacificamente e razionalmente? Perché non dovrebbero rinunciare a quella dignità che la democrazia – unico regime che dà davvero spazio alla politica – ci consente?

Tutti gli “Eppure…” li puoi trovare anche all’indirizzo http://g-carbonetto.blogspot.it/

E alle domande elencate ne aggiungo una mia.

Quanto perdiamo in dignità ostentando la nostra indifferenza a una legge che da dieci anni agita lo spauracchio della minaccia di espulsione davanti a un genitore che si presenta allo sportello di un comune per registrare la nascita di un figlio in Italia senza avere il permesso di soggiorno?
E che quel genitore trovi più sicurezza nel nascondimento che nella richiesta di ciò che al nuovo nato è dovuto: una identità riconosciuta?
La prima perdita di dignità è davanti ai nostri figli: nati in uno stato democratico devono apprendere di essere non degli ‘uguali’ ma dei ‘privilegiati’, devono sapere che ci sono loro simili cui già dalla nascita è negato ciò che dovrebbe essere di tutti.

Giugno 16, 2019Permalink

17 maggio 2019 – Due vispe senatrici si propongono di ospitare l’ormai famosa insegnante di Palermo con i suoi alunni

Il fatto che seguire gli interventi in merito alla vicenda della scuola palermitana oggi sia diventato una specie di impegno a tempo pieno mi consola.
I veleni –sia eccitanti che sedativi – propinati da anni (per un problema che mi è noto una decina) non hanno ancora avuto la funzione lobotomizzante su cui contavano, suppongo, molti di coloro che li avevano distribuiti e li distribuiscono. Quindi continuo

Segre e Cattaneo invitano prof sospesa al Senato   Pubblicato il: 17/05/2019 19:23

“Siamo preoccupate per la vicenda della sospensione di 15 giorni della insegnante di Palermo per ‘omessa vigilanza’ sul lavoro dei suoi giovani alunni che per la giornata della memoria, hanno fatto un raffronto tra le leggi razziali e la nuova disciplina in tema di diritto d’asilo introdotto dal cd. decreto sicurezza”.
E’ quanto si legge in una dichiarazione congiunta delle senatrici a vita Liliana Segre e Elena Cattaneo.
“Sono, inoltre, del tutto incomprensibili -aggiungono la testimone della Shoah e la scienziata- le ragioni che, stando alle notizie di oggi, vedono gli organi di polizia entrare nella scuola per ‘ricostruire l’accaduto’. Alla ferita democratica inferta da una articolazione dello stato deputata all’ordine pubblico che entra in una scuola per interessarsi di un lavoro didattico frutto della libera elaborazione di alcuni studenti nell’ambito delle attività per il Giorno della Memoria vorremmo rispondere con l’invito che rivolgiamo alla Prof.ssa e ai suoi alunni presso il Senato per accoglierli nel cuore dell’istituzione repubblicana che sulla Costituzione e i suoi valori trova il suo fondamento”.
“Insieme -concludono- saremo felici di riflettere del valore della memoria e della sua attualizzazione che, pur nella semplificazione che può esservi stata, autonomamente e meritoriamente i ragazzi hanno fatto. Nei prossimi giorni provvederemo alla formalizzazione dell’invito alla Prof.ssa Rosa Maria Dell’Aria affinché con i suoi alunni possa essere nostra graditissima ospite”.

https://www.adnkronos.com/fatti/politica/2019/05/17/segre-cattaneo-invitano-prof-sospesa-senato_CAQwROGsdVEx7UIQ4mNLYJ.html

A fronte della notizia della polizia a scuola in funzione didattica mi piace ricordare la senatrice Segre che dialoga con i carabinieri a binario 21. Ne ho scritto nel mio blog il 19 dicembre scorso.
http://diariealtro.it/?p=6308 

 

Maggio 17, 2019Permalink

4 maggio 2019 – Sostituzione di popoli con popoli

Deja vu: Bambini confezionati e madri fattrici

Un testo del 29 aprile scorso.
Trasecolo e, prima di pubblicare ascolto la registrazione . Corrisponde allo scritto alla cui fonte si può accedere con il link in calce.

Adulto confezionato a gloria dell’impero

LA CRONACA
Matteo Salvini a Cantù si scaglia contro i bambini «confezionati in Africa» – Video
Redazione – 29/04/2019

Durante il comizio in favore della candidata sindaca leghista, il vicepremier ha parlato di «sostituzione dei popoli», facendo riferimento ai bambini stranieri

Dal palco di Piazza Garibaldi a Cantù, in provincia di Como, nella sua Lombardia, per lanciare la vicesindaca leghista Alice Galbiati, in corsa per diventare prima cittadina, il vicepremier si è rivolto agli spettatori, invitando i bambini sul palco: «Ci sono dei bimbi che vogliono salire? Venite su».
Poi, dopo aver fatto i complimenti a una coppia di genitori con sei figli – «Tenete su l’economia del Paese!» – Salvini si è rivolto alla platea: «È questa l’Italia a cui stiamo lavorando, [vogliamo] che i figli nascano in Italia e che non ci arrivino sui barconi dall’altra parte del mondo già confezionati», un chiaro riferimento all’esodo di migranti e di profughi dal nord Africa.

Ai microfoni dei giornalisti il vicepremier ha poi accusato «una certa sinistra» di incoraggiare l’immigrazione per rimediare alla crisi demografica in Italia e per alimentare la forza lavoro del Paese, dicendosi contrario. «Io sono al Governo per aiutare gli italiani a fare figli, perché accogliere chi scappa dalla guerra è giusto, ma le sostituzioni di popoli con altri popoli non mi piacciono».

Una frase – «sostituzioni di popoli con popoli» – usata spesso dai suprematisti bianchi, come nel caso del terrorista del 28enne australiano Brenton Tarrant che a marzo ha ucciso a colpi di arma da fuoco 49 musulmani mentre pregavano in alcune moschee a Chirstchurch, in Nuova Zelanda.
Nel manifesto in cui spiegava le ragioni dell’attentato Tarrant faceva riferimento alla Grande sostituzione, una teoria cospirazionista per cui ci sarebbe in atto una sostituzione sistematica delle popolazioni bianche da parte di persone provenienti in particolare dal Medio Oriente e dall’Africa sub-sahariana attraverso migrazioni di massa.
Durante il comizio a Cantù, il vicepremier ha parlato di truffe agli anziani, del traffico di droga e di maltrattamenti di animali. Nessun accenno alla criminalità organizzata, nonostante in passato sia stata rilevata la presenza dell’ndrangheta nella cittadina.
Fonte video: YouTube/Davide Cantoni

https://www.open.online/cronaca/2019/04/28/video/salvini_cantu_no_bambini_confezionati_africa-202020/

Maggio 4, 2019Permalink

27 aprile 2019 – Il 25 aprile straripa oltre le 24 ore che gli sono attribuite

Girellando per i siti internet (un lusso da pensionata: non devo nemmeno togliermi il pigiama appena mi alzo) trovo inaspettatamente il testo del discorso tenuto da Luca Bottura, un giornalista, scrittore, conduttore radiofonico e autore televisivo italiano.

Il tono è leggero come voleva Italo Calvino nelle sue Lezioni Americane.
Ben si addice a chi pronuncia il suo discorso a Sasso Marconi, una città che nel 2010 è stata insignita di Medaglia d’Oro al Merito Civile per il suo ruolo durante la II guerra mondiale.
E il valor civile, tradotto in impegno civile, non si contempla ma si fa proprio proseguendo, ricercando oltre il contesto di allora il contesto di oggi.
Nel discorso di Luca Bottura che trascrivo e di cui in calce ci sono i link (mi piace verificare e contribuire alle altrui verifiche: anche questo è impegno civile oltre gli ululati e i piagnistei che sembrano essere il gioco della parti di due vicepresidenti in attività di disservizio) ci sono molte citazioni comprensibili per chi le sa identificare come in una mattutina caccia al tesoro che posso giocare da sola e spesso la tiro in lungo perché mi piace.

Ecco una citazione fulminante : nasce dal discorso della luna di Giovanni 23mo , un papa che la pronunciò l’11 ottobre 1962 alla folla che lo volle alla finestra durante la fiaccolata serale di apertura del Concilio Vaticano II.

Tra poco tornerete nelle vostre case… date una carezza ai bambini,
così il papa… e Luca Bottura spiega la sua carezza dicendo subito “scherzo” come se appropriarsi della parola di un papa, quel papa, fosse una birichinata.
«Noi oggi celebriamo qualcosa che continua. Una piccola battaglia di civiltà quotidiana contro tutti i fascismi, anche quelli più subdoli, che cambiano nome ma alla fine una cosa sola vogliono: la sottomissione dei più fragili e dei più deboli.
Grazie alle donne e agli uomini che hanno dato la loro vita perché oggi potessimo essere qui.
Perché i diritti ci mancano solo quando li abbiamo persi».

E aggiungo io quando li neghiamo ad altri – fino a rifiutarne la visibilità di un’identità riconosciuta-
colpevoli di essere, nati in Italia, figli di migranti senza permesso di soggiorno e lo facciamo non in una pur intollerabile violenza privata ma con la legge che, per starsene incontrastata da dieci anni, ci trasforma da cittadini in sudditi complici di una misura ripugnante, finalizzata ad assicurare la paura come condizione per la sicurezza di un governo uso a giocare spudoratamente con i pregiudizi.

25 aprile, l’orazione civile di Luca Bottura a Sasso Marconi [Fonte 1]
di LUCA BOTTURA

Ringrazio il sindaco, l’Anpi, le autorità per l’onore che mi concedono oggi.

Quando ho ricevuto la chiamata, ho subito chiesto chi avesse dato buca all’ultimo momento.

Era una battuta, ma neanche tanto.

Loro non mi hanno risposto.

Forse qualcuno aveva DAVVERO dato buca all’ultimo momento. E sono quasi sicuro che sarebbe stato meno emozionato di me nell’affrontare questi pochi minuti che vi ruberò, sperando che non mi chiediate di restituirveli.

È che come molti della mia generazione, e ancora di più delle generazioni che hanno fatto seguito alla mia, mi dimeno tra diversi mestieri. Scrivo, più o meno seriamente, per qualche giornale. Scrivo, più o meno seriamente, per la televisione. Scrivo, più o meno seriamente, in genere.

E la domanda che mi sono fatto, dovendo celebrare la festa della Liberazione in questo comune che è medaglia d’oro al merito civile, che fu distrutto dalla guerra, che fu svuotato dai bombardamenti, era proprio sul tono da usare, su come parlare: più o meno seriamente?

Permettetemi allora di cominciare con una battuta di spirito: il fascismo ha fatto anche cose buone.

Lo so, non è una battuta nuova. La dicono in tanti, ormai sempre di più. E ce ne sono tante altre divertentissime. Il Duce ci diede la tredicesima… falso. Il duce creò le pensioni… falso. Il duce sconfisse la mafia e la corruzione… falso. Matteotti fu ucciso anche perché aveva scovato i fascisti ladri.

Italiani brava gente… falso.

Io non so voi, ma se uno che porta la mia stessa bandiera commette qualcosa di atroce, non lo giustifico. Mi incazzo il doppio. Quindi che ci siano stati italiani che durante il fascismo hanno commesso atrocità in Libia, in Etiopia, in Grecia… che siano stati manovalanza per il macello nazista di ebrei, omosessuali, zingari, dissidenti, che abbiano torturato e ucciso a mio nome… mi fa vergognare il doppio. Perché hanno avevano un passaporto in tasca simile al mio.

Come i soldati italiani che in Jugoslavia hanno ammazzato 7000 persone. Inermi. Dopo ci sono state le foibe. Nelle quali sono finite a loro volta migliaia di persone. Inermi. Non è vero che i morti sono tutti uguali. I morti sono uguali quando sono innocenti. Per questo le vittime dei fascisti e dei partigiani titini vanno piante alla stessa maniera.

Magari nello stesso giorno. Oggi.

Anche se venivano da patrie diverse.

Perché… avete notato una cosa? I fascisti più io meno dichiarati si riempiono la bocca col concetto di patria. E per schernire gli altri, quelli che la propria bandiera la vorrebbero senza il sangue degli innocenti, parlano di anti-italianità. L’altro giorno la leader di un partito di estrema destra, quella che sui manifesti si fa sostituire da Scarlett Johannson, tanto sono ritoccate le foto, ha lanciato sui social network un sondaggio: “Chi è il più antitaliano?”.

Molti hanno risposto che era lei, col suo concetto distorto di nazione.

Ma provo a chiederglielo io. Chi è più antitaliano? Chi prese le armi per salvare il nostro onore e aiutare gli alleati, o chi fece morire 500.000 italiani in guerra? Chi accendeva le camere a gas della Risiera di San Sabba o i caduti italiani che a Cefalonia si immolarono per non lustrare le scarpe ai nazisti? I repubblichini che sono rimasti legati fino all’ultimo a uno sterminatore o i partigiani, e le partigiane, che hanno difeso l’onore della nostra gente combattendo il male assoluto?

Però forse hanno ragione loro. Non bisogna farsi corrodere dall’ideologia. Bisogna riconoscere i meriti del fascismo… anzi: voglio elencarli uno per uno. Fatto.

Che poi, come diceva credo Goethe, ma grazie al piffero, che hai costruito quattro strade, che hai bonificato due paludi, che i treni partivano in orario però poi magari finivano ad Auschwitz.

C’era una dittatura. Vent’anni di diritti civili sequestrati. I prigionieri politici. Le libertà di espressione violentate. Guerre insensate. Cinquecentomila morti nei vari conflitti, appunto. Italiani. Non so voi, ma io mi tengo i Frecciarossa in ritardo. Almeno posso dirlo senza finire al confino. Per ora.

Ecco, lo so. Non dovrei. Ho parlato di politica. Durante il fascismo c’era scritto persino nei bar: qui non si parla di politica.

Andrebbe scritto anche in qualche talkshow di prima serata, oggi. Magari facendo la prova del palloncino a chi partecipa.

Però tutto è politica. E poi, anche se non te ne occupi, prima o poi si occupa di te. Prima o poi arriva il momento in cui tocca schierarsi. In cui anche i buonisti, nel loro piccolo, s’incazzano.

Vi racconto la storia di un giovane autiere, faceva il birocciaio, da civile. Portava in giro i cavalli. Un giorno Mussolini decise che era l’ora delle decisioni irrevocabili e quel contadino si ritrovò a 17 anni in caserma. Era a Treviso. Quando era arrivato avevano chiesto chi sapesse guidare la macchina… quelli che avevano risposto di sì erano finiti a pulire i cessi. Lui, al volante. Il 25 luglio 1943, quando cadde il fascismo, rimase come tutti senza ordini. Scriveva alla fidanzata di allora che le milizie fasciste provavano a prendersi la caserma, ma loro li respingevano. La salutava così: viva il re, viva Badoglio, abbaso i fascisti. Abbaso, con una “s” sola. Aveva la terza elementare.

L’8 settembre arrivarono i tedeschi e gli diedero la possibilità di scegliere: Salò o la deportazione, a fare lo schiavo. Poche ore dopo era su un vagone piombato in direzione Kostryn, Prussia orientale. Oggi è in Polonia. Ho cercato la storia di quello stalag: ci morirono oltre diecimila prigionieri di guerra. Il campo fu liberato poco prima della caduta di Berlino dall’Armata Rossa. L’autiere riuscì a tornare in Italia nel settembre del 1945. Pesava 36 chili.

Era mio padre.

Io sono stato fortunato, perché, finché è campato, il manuale di storia ce l’avevo in casa. E sono quasi felice che non gli sia toccato in sorte di vedere questa specie di fascismo strisciante, da operetta, in cui rischiamo di vivere oggi. Perché badate bene: anche quello di allora era un fascismo da operetta, all’inizio. Ma ce l’avete presente Mussolini? Un comico. Le braccia a botticella. Lo sguardo che roteava. Malato di fi… passione sessuale. Un mitomane. Un clown. Finché non trovò la spalla coi baffetti e partì per il suo tour europeo.

E lì, la farsa diventò tragedia.

Chiedo scusa, sto dicendo banalità. Ovvietà. Ma le ovvietà siano ormai sono quasi rivoluzionarie. Noi siamo l’unico Paese al mondo in cui quelli che cantano nel coro dicono di essere fuori dal coro.

Il teppismo della maggioranza che si definisce minoranza. Il senso comune più becero scambiato per buonsenso.

L’ipocrisia che si fa violenza, verbale e non. Codarda. Sempre.

Tipo allo stadio. Dove, non a caso, abbonda gente che ha di sé una percezione eroica, antagonista, coraggiosa. Il coraggio che serve loro per fare gu gu a un giocatore nero che sta a centro metri. Vigliacchi. Come quelli che ieri a Milano, ultrà della Lazio, hanno esposto uno striscione inneggiante a Mussolini. Impuniti. Perché da qualche tempo in qua, in questo curioso Paese, se fischi il Ministro dell’Interno ti portano via e ti identificano. Se sfili col braccio teso il massimo che rischi è un battimani.

Dice: stai dicendo cose divisive. È una festa…

Ma certo che dico cose divisive, anche se i ragazzi che salirono in montagna 74 anni fa la divisa manco ce l’avevano.

Ma erano patrioti veri, mica come i fascistelli da Facebook di oggi. Perché volevano, semplicemente, la loro patria libera. A prescindere dalle convinzioni politiche. Piccoli eroi che oggi, i pochi che sono ancora tra noi, quasi devono giustificarsi. Eppure erano davvero un unico fronte. C’erano i partigiani bianchi, gli azionisti, la brigata ebraica, non solo i “nostri”, se capite cosa intendo.

Perché anche se è vero che non tutti i partigiani erano comunisti, ma tutti i comunisti erano partigiani, è anche vero che la presenza così forte della sinistra ha indotto troppi di noi in un errore: pensare che il contrario di fascismo fosse, appunto, comunismo.

Invece no. Invece il contrario di fascismo è democrazia.

E non è neanche populismo. Il populismo è l’anticamera della dittatura. Fa credere al popolo che un tizio li rappresenti. Invece li manipola. Un bacione dopo l’altro. Un vaffanculo dopo l’altro.

Quella tra partigiani e nazifascisti non fu ciò che oggi qualcuno cerca di spacciarci, una lotta tra pari. Tra posizioni ugualmente redimibili, negoziabili, presentabili.

Perché da qualche anno c’è un aspetto grottesco che accompagna questo giorno di festa. Ed è difficile non vederlo. Ci siamo abituati, ci hanno abituati, a considerarlo come una specie di derby.

L’altro giorno sentivo un giornale radio della Rai che parlava del 25 aprile come data controversa. Cosa c’è di controverso?

È facile, semplice, a prova di cretino.

Da un lato la resistenza, la democrazia. Dall’altro i nazifascisti, la dittatura.

Democrazia bene, dittatura male.

Poi, certo, ci saranno anche stati, anzi: ci sono stati, partigiani per male, vendette sanguinarie, violenze compiute contro inermi. E saranno esistiti fascisti dabbene, gente che qualche ebreo magari l’ha nascosto, perché lo conosceva, perché da vicino non solo nessuno è normale, ma nessuno è davvero il male, anche se te lo dice il duce.

Ci saranno stati repubblichini che credevano a una loro forma di coerenza.

Però: democrazia, resistenza, bene.

Fascisti, dittatura, male.

Come scriveva Italo Calvino: dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c’erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l’Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c’era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, ché di queste non ce ne sono.

Non era un derby.

Anche se oggi dirlo è impopolare. Anzi, come direbbero loro, fuori dal coro.

Nella via in cui abito, a Milano, c’è un negozio per il fascista moderno… Non scherzo: vendono scarpe, giubbotti, magliette… tutte riconducibili a quello che voleva Dio, Patria e Famiglia ed era ateo, fu preso mentre scappava in Svizzera, e di famiglie ne aveva almeno un paio.

Hanno usato come ragazzo immagine, come testimonial, come modello grandi forme, proprio il ministro dell’Interno, che poi all’Interno non c’è mai, farebbero meglio a chiamarlo ministro dell’esterno.

Lui, che usa le frasi di Mussolini per vedere l’effetto che fa. E ne produce due, di effetti: i suoi camerati lo riconoscono, noi ci abituiamo a considerarla una simpatica provocazione. Finché rimane tale. Perché quando ci si abitua alle parole della discriminazione, quando si dà che per scontato che ci sia qualcuno che ha meno diritti, sia per il colore della sua pelle, per la sua religione, per il suo genere, per i suoi orientamenti sessuali, si cambia nel profondo e tutti insieme.

E poi c’è il luna park di Predappio, coi calendari del duce, e l’ironia involontaria chi li compra poi li appende.

E c’è la leader di un partito dell’estrema destra, che fino a questa piccola Weimar senza manco lo strudel, sembrava persino una persona gradevole. La stessa di prima, quella che è entrata nel tunnel del photoshop. Ora ha bisogno di like, di consensi spiccioli, di sfidare il ministro dell’esterno a chi estroflette meglio la mascella. E candida uno che si chiama Mussolini, e si fa fotografare all’Eur sotto il colosseo quadrato, a Roma.

Come se fosse normale.

Ora pensate al nipote di Hitler che si candida in Germania facendosi fotografare davanti allo stadio olimpico di Berlino.

Non è normale. E non succede. Perché loro, i conti con la loro storia li hanno fatti. A differenza nostra.

Ma non è solo una questione di simboli, di esteriorità. C’è un bel libro di William Sheridan Allen che racconta come si possa scivolare nell’autoritarismo senza accorgersene, basta che ci venga indicato un nemico chiaro. Si intitola “Come si diventa nazisti”. E qui voglio citare la senatrice a vita Liliana Segre, numero 75190 ad Auschwitz: “Mio papà mi spiegò che ero stata espulsa da scuola facendomi sentire per la prima volta “l’altra”, la diversa… La maestra venne a casa e invece di abbracciarmi disse: “Non le ho fatte mica io le leggi razziali”. Quell’indifferenza fu peggio di uno schiaffo. La parola “indifferenza” è peggio della violenza”.

Quindi non possiamo essere indifferenti a quello che accade in Italia qui e ora. A quelli che dicono “voi vedete fascisti ovunque”.

Voi vedete fascisti ovunque: li ho visti a Milano inneggiare a Mussolini, li ho visti irrompere nelle sedi di associazioni che aiutano i migranti, li ho visti sparare addosso ai neri come a Macerata, li ho visti bruciare la statua della partigiana di Vighignolo, li ho visti ieri a Bologna a spaccare una lapide che ricordava la liberazione, li vedo a raccogliere i fondi solo per gli italiani, a occupare le case e le sedi a Roma come Casa Pound, li vedo quando picchiano gli omosessuali, li vedo fare i concerti con la loro musica di merda, quando aggrediscono quelli che chiamano zecche rosse, li vedo allo stadio, li vedo sui giornalacci che spargono odio, livore, vittimismo passivo aggressivo.

Li vedo approfittarsi della stessa democrazia che è nata contro di loro. Perché è facile fare i fasci in democrazia, è eroico essere democratici durante il fascismo.

Ma non mi rassegno. E non per una questione di memoria. Che la memoria ce l’abbiamo ancora, è la consapevolezza che ci manca. La consapevolezza che quelli fuori dal coro siamo diventati noi. Che ci facciamo mettere all’angolo da quelli che parlano di retorica della resistenza. Ma quale retorica? I conformisti sono loro. I conformisti dell’anticonformismo. Che lasciamo parlare perché ci sentiamo anacronistici, passati, vecchi.

Ma cosa c’è di più vecchio di un vecchio fascista?

Proviamo a guardarci da fuori.

In tutto il mondo Bella Ciao è un canto intonato da chi cerca la libertà. Lo cantavano in Francia dopo la strage del Bataclan, lo cantavano i turchi oppressi da Erdogan, la cantano in Spagna, in Grecia, la intonavano durante la primavera araba… l’hanno cantata i dissidenti cinesi. È un canto di libertà che solo in Italia e diventato sinonimo di una fazione. Pochi giorni fa la suonavano in una scuola materna, qua vicino, non a Salò, e le maestre hanno dovuto scusarsi perché il solito papà che non si occupa di politica ha chiesto lumi. Ha protestato. E loro si sono scusate: “Ma no, la musica era quella. Ma cantavano La nonna è vecchierella!”.

La nonna è vecchierella?

Ma perché dobbiamo vergognarci dell’unico mito fondante di questo Paese dopo il risorgimento? Perché noi che ne siamo i custodi non la difendiamo ogni giorno soprattutto ora che è in discussione.

È come l’Europa. All’inizio abbiamo capito quanto ci servisse… ci ricordavamo ancora di quando Alcide De Gasperi andava all’Onu, nel ’46, col cappello in mano sapendo, come disse, che tutto era contro di lui tranne la cortesia di chi lo ascoltava.

Per colpa dei fascisti.

Eravamo i paria del mondo. L’Europa ci ha accolti. Protetti. Ridato dignità. E adesso è diventata il nemico solo perché, con tutti i difetti, ci ricorda che se fai parte di un condominio devi cercare di tenere pulito per la tua parte.

Dalle mafie, per esempio.

Devi pagare le quote. È normale. Anzi: essere in regola è un onore. Sono i poveri che hanno sempre odiato avere debiti. Me lo insegno mio padre.

Diamo per scontati 74 anni di pace, dacché gli europei hanno smesso di spararsi addosso. Basterebbe solo questo, per voler bene all’Europa.

Ho quasi concluso. Tra poco tornerete nelle vostre case… date una carezza ai bambini… scherzo.

Però i bambini sono la nostra memoria. La nostra consapevolezza. La nostra speranza. Loro, o gli adolescenti, che consideriamo a volte sdraiati, spesso hanno la schiena più dritta della nostra, si informano senza abbeverarsi al conformismo ai giornali e ai telegiornali iniettano odio nel Paese per qualche copia in più. E se conosci, se ti informi, se sai cosa è successo, se i migranti ce li hai ogni giorno in classe e sai bene che sono persone e non nemici, compagni e non bersagli, che sono come te ma per avere una vita degna hanno dovuto prendere una rincorsa più lunga, saprai anche che la Resistenza non è una parola vuota.

Noi oggi celebriamo qualcosa che continua. Una piccola battaglia di civiltà quotidiana contro tutti i fascismi, anche quelli più subdoli, che cambiano nome ma alla fine una cosa sola vogliono: la sottomissione dei più fragili e dei più deboli.

Di un popolo che in realtà disprezzano profondamente.

Grazie alle donne e agli uomini che hanno dato la loro vita perché oggi potessimo essere qui.

Perché i diritti ci mancano solo quando li abbiamo persi.

Viva la Liberazione, viva la Resistenza, viva il 25 aprile.

Comunicato stampa – Sasso Marconi (BO), 19/04/2010 [Fonte 2]
La Città di Sasso Marconi si prepara a ricevere una nuova onorificenza: il 25 Aprile infatti verrà insignita della Medaglia d’Oro al Merito Civile per il suo ruolo durante la II guerra mondiale..
Il sindaco di Sasso Marconi, Stefano Mazzetti, andrà a Roma nella mattinata di domenica 25 aprile per ricevere dalle mani del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano la medaglia d’oro al Merito Civile, rientrando a Sasso Marconi in tempo utile per festeggiare insieme ai cittadini sassesi il prestigioso riconoscimento, in occasione delle celebrazioni di piazza dedicate al 65° Anniversario della Liberazione.
I motivi che hanno portato la precedente amministrazione (sindaco Marilena Fabbri) a richiedere l’onoreficenza (prevista dalla Legge n. 658 del 1956*)stanno nel ruolo del nostro comune durante la Seconda Guerra Mondiale: “…Posto in posizione strategica per l’accesso alla Città di Bologna dall’Appennino e attraversato da importanti linee di comunicazione, Sasso Marconi subì durante il Secondo Conflitto Mondiale danni gravissimi non solo alle infrastrutture ed alle abitazioni, ma soprattutto al proprio tessuto sociale. Gran parte della popolazione fu costretta ad evacuare, anche se molti restarono per contribuire alla Lotta di Liberazione, a prezzo di grandi sacrifici e della vita stessa. L’occupazione nazi-fascista fu infatti particolarmente cruenta, tanto che nello storico Borgo di Colle Ameno venne insediato un campo di prigionia, teatro di violenze e torture…”.
Oggi la comunità sassese continua a ricordare i tristi avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale con un costante lavoro sulla memoria: incontri pubblici, pubblicazioni e ricerche storiche, allestimento di un’aula didattica dedicata alla Memoria locale (www.auladellamemoria.it), coinvolgimento delle scuole e dei giovani con le staffette (di corsa e di lettura) e il confronto con i protagonisti in occasione delle celebrazioni del 25 aprile.
“Sarà per me un onore poter ricevere dalle mani del Capo dello Stato questa importante onorificenza – ha commentato Stefano Mazzetti -, si tratta di un riconoscimento che testimonia il pesante tributo pagato dalla nostra comunità durante la Seconda Guerra Mondiale ma anche di un simbolo a cui fare riferimento nei momenti più difficili per la collettività. Intendo condividere questo riconoscimento con tutti i cittadini di Sasso Marconi, soprattutto con i più giovani, per ricordare che un tessuto sociale coeso e compatto intorno a valori etici e morali è sempre meglio attrezzato per affrontare le avversità”.
Sasso Marconi è il quinto Comune Medaglia al Merito Civile della provincia di Bologna, insieme a Casalecchio di Reno, Monzuno, Pianoro e Vergato che hanno ricevuto in passato la prestigiosa onorificenza.
*L’art. 1 della Legge n. 658 del 20/6/1956 prevede la possibilità di concedere ricompense al Merito Civile intese a premiare persone, enti e corpi che si siano prodigati, con eccezionale senso di abnegazione nell’alleviare le altrui sofferenze o, comunque, nel soccorrere chi si trovi in stato di bisogno. I riconoscimenti al Valore Civile sono riservati esclusivamente a quanti siano stati diretti protagonisti di specifici atti o fatti di eroismo civile, mentre le persone fisiche e la persone giuridiche che si sono distinte e prodigate in atti di valore e di abnegazione possono ottenere il riconoscimento di ricompense al Merito Civile

[Fonte 1]
https://bologna.repubblica.it/cronaca/2019/04/26/news/25_aprile_orazione_civile_luca_bottura_sasso_marconi-224883127/
[Fonte 2]
http://www.comune.sassomarconi.bologna.it/upload/sassomarconi_ecm8v2/gestionedocumentale/Comunicato%20stampa_784_2541.pdf

Aprile 27, 2019Permalink