7 marzo 2016 – Quando girano le informazioni

Ricevo una segnalazione dal dr. G. Pitzalis, della segreteria della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni Il percorso è un po’ complesso. Si comincia da un articolo del mensile socialnews del 2 marzo, raggiungibile con il link che trascrivo (purtroppo non posso riportare le mappe citate)

http://www.socialnews.it/le-nostre-firme/extraeuropei-ed-ex-europei/

 e si arriva a un numero di Limes dello scorso anno (numero 6/2015) dove è possibile leggere l’editoriale del direttore Lucio Caracciolo, testo di straordinaria attualità 

Lucio Caracciolo “Chi bussa alla nostra porta” 

La paura dei migranti frantuma l’Europa. Tornano le frontiere, si rialzano i muri. E, alla fine, ci scopriamo tutti ex Europei.

  1. Il migrante ci smaschera. Lo straniero che approda sulle nostre sponde rompe il ritmo della quotidianità. E l’irregolare per eccellenza. Perciò ci costringe a riflettere sulle regole della nostra vita sociale e politica. Ce ne spalanca gli abissi insondati, ce ne illumina gli angoli oscuri. Mette in questione tutto ciò che per noi non è questionabile. E ci espone alla più radicale delle domande: chi siamo? Pur di non rispondere a tanto dolorosa interrogazione, spesso preferiamo respingere – non solo metaforicamente – l’altro da noi.

Rimuoverlo. Almeno restringerlo in un ghetto che ce lo renda invisibile. E configgerlo in una definizione di specie – ≪il Marocchino≫, ≪l’Afghano≫, ≪il Somalo≫ – a certificare che di fronte non abbiamo una persona, con la sua storia di vita, ma una molecola di un mondo inferiore che non vogliamo conoscere. Una razza, non un individuo. Un oggetto, non un umano. Cui imponiamo una maschera, mentre lui ce la toglie.

Di fronte al migrante diventiamo stranieri a noi stessi. Soli con la nostra ipocrisia cognitiva, indifferenti a riconoscerlo e ad esserne riconosciuti, perché ≪straniero e colui il cui sguardo e incapace di farci provare vergogna≫. Sicché l’Europa, che ieri volle alzare la fiaccola della ≪missione civilizzatrice≫ colonizzando spazi e anime di quegli Africani e Asiatici i cui pronipoti ne puntano oggi le terre, sembra incapace di venire a patti con la pressione di presunti alieni in fuga dalle nostre ex colonie. Se alcune centinaia di migliaia di persone – si, persone – mettono a soqquadro l’ordine mentale e sociale di un continente di oltre mezzo miliardo di anime (anime?), qualcosa di essenziale non funziona nella ‟culla della civiltà”. Se, poi, il 38% degli Italiani connette i migranti ai

terroristi e la maggioranza assoluta (51%) ne invoca il respingimento, significa che a casa nostra siamo governati dal panico. Certo non dalla politica, che da queste paure appare ipnotizzata. Tanto da farsene dirigere. Trattare con distanza analitica un tema sconvolgente, fuggendo la retorica (con annessa industria) dell’umanitarismo e le scorciatoie securitarie che speculano sulla para dell’altro, può apparire velleitario.

Eppure, e uno sforzo che dobbiamo a noi stessi, dopo che lo straniero in fuga da molti Sud in miseria o in fiamme che affacciano sul già Mare Nostrum ci ha strappato la maschera. Perché una certezza l’abbiamo: l’ordine europeo non c’è più né potremo ripristinarlo. Le migrazioni in corso e, soprattutto, il nostro modo di rappresentarle, incrociando la lunga crisi economica che sembra sfociare in strutturale stagnazione e la decomposizione del quadro geopolitico e istituzionale accelerata dall’infinita tragedia greca, marcano la fine dell’idea di Europa. Non solo dell’Unione Europea come (non) attore geopolitico – su cui il lettore di Limes e informato ad nauseam – ma della coscienza di essere Europei, senza di che e vano architettare un qualsiasi progetto di casa comune. Non abbiamo retto alla prova del migrante.

Sotto la maschera che lo straniero ci ha strappato scopriamo mille identità, dalle nazionali alle locali, opportunamente inflazionate dalla paura del diverso. Tanti volti sfigurati dalla paura. Ne manca uno: l’Europeo. Gli Extraeuropei ci svelano ex Europei.

  1. Nel 1964, il settimanale tedesco Der Spiegel festeggiava in copertina Armando Rodriguez, il milionesimo Gastarbeiter, accolto nella Germania Federale con una cerimonia ufficiale a Colonia e il regalo di una motocicletta. Campione di una specie, quella del ≪lavoratore ospite≫, il cui prototipo potremmo rintracciare nel Protocollo italo-belga del 1946 che sanciva lo scambio fra migliaia di minatori in Vallonia e vagoni di locale carbone per noi. Oggi a nessun governante europeo salterebbe in mente di celebrare un immigrato straniero.

Perché è venuto da tempo al pettine il nodo che non sciogliemmo negli anni ‘50 e ‘60, quando in Europa le campagne si svuotavano e milioni di braccianti andavano ad alimentare industrie e servizi della ricostruzione, nel clima inebriante del miracolo economico. Quel dilemma posto con icastica sintesi dallo scrittore zurighese Max Frisch appena un anno dopo le celebrazioni per Rodriguez: ≪Cercavamo braccia, sono arrivati uomini≫.

Frisch squadernava cosi l’irriducibile contrasto tra capitalismo e Nazione. Tra il più o meno libero flusso dei capitali e delle persone e la necessita degli Stati di identificarsi con una comunità di popolo, dotata di un proprio limes. Un recinto nel quale distinguere, convivendo, i nostri dagli alieni. So che nel secondo dopoguerra in Europa gli alieni eravamo noi: Portoghesi, Italiani, Greci, Spagnoli.

Se all’ingresso di un ristorante svizzero o tedesco ci si poteva imbattere in divieti ≪ai cani e agli Italiani≫ – gli Inglesi ai quadrupedi avrebbero sommato gli Irlandesi – oggi lo stesso spirito e, talvolta, le stesse parole investono gli extracomunitari che, ad occhi xenofobi, o semplicemente impauriti, turbano il panorama umano delle nostre città. Stando agli etologi, che postulano l’origine genetica dell’imperativo territoriale, il conflitto fra uomini di dentro e forestieri e inestirpabile, immune dalla storia e dall’ambiente.

Sicché stabiliscono, con Robert Ardrey, che ≪l’uomo è animale territoriale quanto un tordo ripetitore che canta in una chiara notte californiana≫. E ≪quando ognuno di noi difende con tenacia l’appartenenza alla sua terra o la sovranità del proprio Paese lo fa per motivi non meno innati (…) delle più basse specie di animali≫.

Eccesso di determinismo, probabilmente. Resta il dramma del migrante, che subisce e incarna nella propria persona il conflitto fra le necessita dei ricchi Paesi europei – nei quali e chiamato a riempire i vuoti prodotti dalla declinante demografia e dall’indisponibilità dei cittadini ≪di ceppo≫ a svolgere mansioni faticose, pericolose, sporche – e le loro pulsioni razziste. Il termine ≪razzismo≫ puo infastidire. Sicché tendiamo a circumnavigarlo consapevolmente, surrogando con il meno impegnativo ≪xenofobia≫, o inconsapevolmente, discettando di ≪multiculturalismo≫ (in Italiano: ogni razza al suo posto).

Ma dopo l’11 settembre, e in coincidenza con gli attentati jihadisti che continuano a scuotere il continente e le sue periferie, le avanguardie dell’apartheid mietono successi elettorali e d’immagine in quasi tutti i Paesi europei. A decretare il fallimento delle velleità di integrazione, se non di assimilazione, che correvano sotto la pelle dell’Europa occidentale al tempo della guerra fredda. Quando l’idea di Europa – pur nella vaghezza o, forse, grazie ad essa – aveva libero corso. Grazie, appunto, al carattere occidentale di quella formazione geopolitica.

Pigmento culturale ormai disperso. Eravamo il continente del Muro, oggi lo siamo dei muri fisici e mentali che dividono questo spazio frastagliato dai cinquanta e più Stati, staterelli e terrae nullius che i geografici russi avevano ragione di appellare Asia Anteriore. E se prima dell’’89 la radice della partizione poteva parere ideologica, le molte fratture attuali sono figlie della paura dell’altro. Del migrante.

Contro di loro si ergono barriere vigenti – tra Grecia e Turchia, tra Bulgaria e Turchia, tra Spagna africana (Ceuta e Melilla) e Marocco – o in costruzione, come l’annunciato muro tra Ungheria (il Paese che per primo apri uno squarcio nella cortina di ferro) e Serbia. La nostra ipocrisia cognitiva, per cui ci rappresentavamo svettanti al di sopra della mischia universale in quanto spazio civile, segnacolo di pace, Democrazia, progresso, modello di convivenza e di tolleranza, e stata smascherata nel termine di una generazione da due treni di paura: lo spettro dell’invasione slavo/albanese, nei primi anni ‘90, e il timore della penetrazione arabo/islamica, degli inizi del secolo.

Per fedeltà alla retorica europeista, rispondemmo con gli accordi di Schengen, entrati in vigore nel 1995, che ormai includono quasi l’intero ambito comunitario e oltre. Li servimmo al pubblico sotto specie di apertura delle frontiere interne, mentre si trattava di chiudere quelle esterne, affidandone la guardia (a titolo gratuito, s’intende) ai Paesi di frontiera, tra cui il nostro. Equivoco che ha contribuito ad eccitare la reazione alla corrente crisi, spacciata per invasione di orde migratorie che minaccerebbero la nostra civiltà e obbligherebbero a rintanarci nella Fortezza Europa, opportunamente decurtata d’ogni ponte levatoio. E siccome le invasioni esistono per il solo fatto che le crediamo tali, sarà opportuno indagarne origini, profili, conseguenze.

A partire, per quanto possibile, dai dati di realtà.

  1. Allarghiamo lo sguardo al mondo. Con un’avvertenza: ogni tentativo di incasellare i flussi migratori in ordinate tabelle e in tipologie perfette è alquanto approssimativo, quando non arbitrario. Masse umane che si muovono sotto i radar delle polizie (e dei demografi) non possono essere identificate con qualche certezza. E le categorie giuridico-scientifiche che intendono fermare i gia incerti dati in contenitori statistici lasciano il tempo che trovano. Sia perché le definizioni variano di Paese in Paese – il mio ≪irregolare≫ può essere il tuo ≪regolare≫ – sia, soprattutto, per la difficolta di discernere le motivazioni che spingono gli individui a muoversi.

Tracciare una linea per distinguere il profugo dal migrante economico e operazione spesso abusiva.

Massimo Livi Bacci fissa proprio nella mutazione e nella mescolanza dei fattori di spinta e di attrazione dei popoli in movimento la tendenza della ≪quarta globalizzazione≫ in corso. Nel pianeta dai sette miliardi di anime, che le proiezioni immaginano diventare almeno nove di qui alla meta del secolo, il fenomeno migratorio ostenta globalmente quattro tendenze.

  1. A) Cresce l’universo degli umani che vivono in un Paese diverso da quello di nascita: erano 154 milioni nel 1990, mentre nel 2013 se ne contavano 232 milioni. Anno nel quale i migranti rappresentavano il 3,2% della popolazione mondiale (contro il 2.9% di tredici anni prima). Due Paesi da soli ricevevano, nel 2013, un quarto dei migranti internazionali: Stati Uniti d’America e Federazione Russa. Seguiti dalla Germania, con l’Italia all’undicesimo posto.
  2. B) Si espande la famiglia di coloro i quali sono stati costretti a fuggire dalla terra d’origine in cerca di salvezza altrove. I profughi erano quasi 60 milioni nel 2014, in teoria la ventiquattresima Nazione al mondo: 8,3 milioni più dell’anno precedente, aumento mai registrato prima (carte 1 e 2). Il loro numero si aggirava intorno ai 40 milioni nei primi dieci anni del secolo, salvo impennarsi nell’ultimo quadriennio soprattutto a causa dei nuovi conflitti nel Levante siriano, in Ucraina, in Nordafrica e nel Sahel. Gli apolidi sono stimati intorno ai dieci milioni.
  3. C) Se le direttrici di flusso Sud-Nord e Sud-Sud rappresentano ciascuna poco più di un terzo delle migrazioni globali, a ricevere la massa dei rifugiati sono all’86% Paesi ≪in via di sviluppo≫ (leggi: poveri), tra cui i ≪meno sviluppati≫ (leggi: poverissimi) ne accolgono il 25%. Il principale Paese di ricezione delle persone in fuga dalla guerra e dall’oppressione e la Turchia (1,59 milioni), seguita da Pakistan, Libano, Iran, Etiopia e Giordania. I tre massimi produttori di profughi sono Siria (3,88 milioni), Afghanistan e Somalia. L’Africa e, dopo l’Oceania, il continente che produce meno emigrazione, non perché scarseggiano i candidati alla fuga da guerra e miseria, ma per carenza del denaro necessario.

L’invasione dei profughi e, anzitutto, un dramma interno al Sud del mondo, alla Caoslandia nella quale si concentrano miseria, conflitti armati, traffici clandestini, epidemie e carestie (carta a colori 1). Gli ingredienti per le guerre fra poveri ci sono tutti. Da dove i migranti sono doppiamente vittime: perché fuggono dagli incendi bellici e perché maltrattati o respinti dai Paesi nei quali cercano scampo.

  1. D) L’esplosione delle migrazioni forzate ha una primaria radice geopolitica: la decomposizione degli Stati post-coloniali fra Medio Oriente, Africa ed Europa sud-orientale. Fenomeno recente, rivelato dalle ≪primavere arabe≫ e dalle controrivoluzioni in partenza dal Golfo (Arabia Saudita e dintorni), con epicentri nel Siraq (carta 3) – cio che residua della partizione franco-britannica del Levante e della Mesopotamia ottomana – nel Sahel, cuore dell’ex impero africano di Parigi, e nell’Ucraina, dove sono in gioco le sorti della Russia e della sparsa famiglia euro-atlantica. Secondo la discutibile classificazione degli ≪Stati fragili≫ compilata dal Fund for Peace, i Paesi il cui indice d’instabilità è maggiormente peggiorato tra 2014 e 2015 sono, infatti, tutti pertinenti ai tre citati ambiti: nell’ordine, Ucraina, Libia, Siria, Russia e Mali (carta a colori 2).
  2. In questo contesto possiamo meglio intendere i flussi verso l’Europa.
    Il nostro continente si e trasformato, nel giro di un secolo, da soggetto colonizzatore in obiettivo privilegiato di rilevanti quote dei suoi ex colonizzati. In particolare, dal fatidico 1990, discrimine fra l’ordine della guerra fredda e il non troppo creativo disordine seguente, lo stock migratorio (stranieri piu persone nate fuori del Paese di residenza) e cresciuta della meta, sicché oggi comprende un abitante ogni dieci Europei (Tabella 1).
    Quota certamente digeribile altrove, dove la mobilità è un valore, meno nella pancia ricca del Vecchio Continente, dove si onora la stanzialità e i pregiudizi razzisti, radicati nella storia, sono acutizzati ad ogni emergenza. Specie se lo straniero e Musulmano o, comunque, proveniente da culture che noi facilmente associamo all’alterità, alla minaccia. Vige tuttora il paradigma mentale fissato dopo la Seconda Guerra Mondiale dalla britannica Royal Commission on Population: ≪L’immigrazione su larga scala in una società pienamente stabilita come la nostra sarà benvenuta senza riserva solo se gli immigrati sono di buon ceppo umano e non impediti dalla loro religione o razza da contrarre matrimoni con la popolazione locale e mescolarsi ad essa≫.

La refrattarietà al migrante esaspera le conseguenze della massima pressione migratoria che abbia mai investito l’Unione Europea. Questa si concentra sui crocevia fra Africa/Asia ed Europa, dallo Stretto di Gibilterra al Canale di Sicilia al fiume Evros, munita frontiera tra Turchia e Grecia (carta 4).

Il Mediterraneo è lo spartiterre, l’Italia la principale passerella fra i migranti e il loro obiettivo privilegiato, l’Europa centro-settentrionale. Attraversando acque e terre euro-mediterranee, dal 2000 ad oggi almeno 1.200.000 ≪irregolari≫ hanno bussato alle porte dell’Europa. Nel 2014 furono 280.000, quest’anno, forse, di più. I profeti di sciagura annunciano che presto si metteranno in movimento anche le 6-700.000 anime concentrate nei campi della Tripolitania. Nelle traversate arrischiate su barche e gommoni di fortuna gestiti dai trafficanti di esseri umani – spesso con la complicità delle autorità locali, ma anche di mafie e imprenditori di casa nostra a caccia di

braccia da sfruttare – sono morte, nell’ultimo quindicennio, almeno 25.000 persone: il Mediterraneo è la più grande fossa comune del pianeta. Il transito avviene attraverso i corridoi sud-nord già sperimentati dai mercanti di droga, armi, sigarette o pietre preziose. Si tratta, quasi sempre, delle antiche carovaniere, a spezzare le quali le potenze coloniali si dedicarono nell’’8-900, tracciando con squadra e righello confini insensati, intenibili. Qui trafficanti e Jihadisti si mescolano volentieri, quando non coincidono. Il viaggio può durare anni e implica l’investimento di migliaia di dollari da centellinare tappa dopo tappa tra passeurs, poliziotti e miliziani che si frappongono fra migrante e meta. Un affare complessivo da svariati miliardi che lega economie informali e circuiti legali, criminali africani ed aziende europee che investono in lucrose meraviglie dell’ingegneria elettronica e militare per filtrare i flussi, tra cui nasi artificiali (sniffers) dotati di selettivo olfatto in grado di snidare i ≪clandestini≫ compressi nei camion dei contrabbandieri.

Tre sono i percorsi più battuti dai migranti transmediterranei: l’occidente, il centrale e l’orientale (carte a colori 3 e 4). Cinghie di trasmissione estese per migliaia di chilometri che trasportano uomini, donne e bambini (molti non accompagnati) dal cuore dell’Africa nera e dall’Asia occidentale fino a Berlino, Parigi, Stoccolma o verso rifugi improvvisati e provvisori ovunque possibile.

I tre corridoi meridionali attingono ai rispettivi bacini privilegiati: Africa occidentale, Centrafrica e Corno d’Africa, Levante siriano. Il primo afferisce ai territori compresi fra Senegal, Guinea, Mali, attraversa Mauritania e Marocco per sfociare in Spagna. Nel secondo incrociamo genti in marcia da Camerun, Nigeria, Repubblica Centrafricana miranti alla piattaforma dei porti tripolitani (Zuwāra, Zāwiya, Tripoli, Sabrata) o cirenaici (Bengasi) da dove affrontano la traversata verso l’Italia. Anche il terzo fronte investe gli sbocchi libici, muovendo, pero, da Uganda, Kenya, Somalia, Eritrea, Etiopia, Sud Sudan e Sudan, avendo raccolto anche parte dei profughi sfuggiti alla mattanza siro-irachena – dei quali un’altra, montante quota bussa, invece, al confine turco-greco per investirei Balcani puntando, via Serbia, all’Ungheria.

Speciale attenzione merita l’asse sud-nord che collega, via Niger, la Nigeria settentrionale, terra d’elezione della guerriglia di Boko Haram, al Fezzan libico, deserto di nessuno dove, dopo la caduta di Gheddafi, spadroneggiano milizie claniche, narcojihadisti e altri gestori del mercato delle migrazioni. Siamo in pieno Sahel, baricentro continentale semiarido tra Sahara e savane meridionali, esteso dal Senegal al Sudan. La fascia forse più misera del continente, sconvolta da ricorrenti siccità. Ricca, pero, di minerali strategici, come l’uranio, cui attingono soprattutto Francia e Cina. Povera di strutture statali funzionanti, surrogate da precarie forme di autogoverno comunitario e/o per bande, nel contesto di un’economia predatoria fondata sul contrabbando d’ogni genere e merce, per il cui controllo infuriano conflitti locali e regionali nei quali prolifera il jihadismo. Strabordante di gioventù senza orizzonti: la maggioranza della popolazione ha meno di 18 anni. Serbatoio inesauribile di potenziali ed effettivi migranti, molti dei quali confluiscono verso lo hub nigeriano di Agadez, capitale informale dei traffici nordafricani, porta d’ingresso verso il Fezzan e i porti mediterranei dell’ex Libia. Qui si gioca molto del nostro futuro di Italiani ed Europei.

Se ai giovani di questa vasta regione in rapida crescita demografica (+3% all’anno) – analogamente al complesso dei Paesi africani, che dovrebbe superare il miliardo e mezzo di abitanti entro il 2030 e toccare i due miliardi attorno al 2050 – non sarà offerto un ambiente sociale, economico e politico consono alle loro crescenti aspettative, nemmeno asserragliandoci dietro chissà quali fortificazioni potremo fermarne la pressione. Valga il monito di un ragazzo di Kano, nella Nigeria del Nord: ≪Non ho soldi, ne lavoro, ne istruzione. Non posso avere una casa, ne formare una famiglia, non credo nello Stato, non credo in niente e nessuno. Prego Dio di lasciarmi andar via o di darmi un’arma per combattere≫.

  1. Angela Merkel non ama l’enfasi. Quando stabilisce che ≪la questione migratoria e la sfida piu grande per l’Unione Europea che io abbia mai visto da quando sono in carica≫ va presa sul serio. Ma seria non e la risposta europea. Siamo un continente, non uno Stato. Di fronte alla crisi migratoria, ognuno difende il suo particulare. I Ventotto rinnegano gli ideali umanitari ricamati nelle Convenzioni internazionali, nelle Costituzioni e nelle Leggi che li declinano. Di questi tempi, i visti regolari per lo spazio Schengen sono rari come i quadrifogli nel Sahara. E, anziché assicurare protezione ai richiedenti asilo che ne avrebbero diritto, offrendo loro mezzi decenti per raggiungerci e integrarsi, li rigettiamo nell’indefinita mischia degli ≪irregolari≫, esponendoli all’arbitrio di sommarie selezioni. Ognuno con metodi e procedure differenti. I profughi non nascono illegali, siamo noi a renderli tali. Attraverso un meccanismo perverso, nel quale siamo tutti perdenti (tabella 2). Il principio e quello del beggar-thy-neighbor. Volgarmente: scaricabarile.

In politica economica si configura come svalutazione competitiva per conquistare quote di mercato nel commercio internazionale. Nella geopolitica delle migrazioni diventa scaricamigrante. Le regole di questo sport sono iscritte nel Regolamento europeo di Dublino, in base al quale la richiesta d’asilo dev’essere valutata dal primo Paese dell’Unione Europea in cui il fuggiasco mette piede. Incrociando la norma con la geografia, poiché i flussi procedono dalle latitudini inferiori alle superiori, gli Stati comunitari dotati di confini con lo spazio mediterraneo, in primo luogo Italia, Grecia e Spagna, sono esposti all’onere di soccorrere e gestire i migranti. E ad accollarsi l’arduo compito di selezionare coloro i quali, in quanto rifugiati, potranno insediarsi a casa loro. Salvo espellere gli altri verso il Paese di origine, se identificato – in diversi casi, l’equivalente della condanna a morte – o lanciarli nell’orbita della fuga infinita da una terra all’altra, inchiodandoli alla clandestinità permanente.

Risultato: procedendo da nord a sud, ogni socio comunitario, Schengen o non Schengen, cerca di costringere il vicino meridionale a custodire nei suoi centri di detenzione – eufemisticamente battezzati d’accoglienza – i richiedenti asilo e, con essi, il maggior numero possibile di irregolari. Siccome le armi della persuasione non funzionano, si mette mano al ventaglio di rappresaglie. Ad esempio, noi Italiani riduciamo al minimo la sorveglianza nei centri di contenimento dei richiedenti asilo, noti in gergo come hot spots, spingendoli verso l’agognato Nord, dove possono sperare in un welfare invidiabile. Oppure, i settentrionali offrono soldi ai vicini meridionali: tot milioni per tot migranti riportati a casa tua. Ci hanno provato i Francesi con noi, offrendoci fino a cinquecento milioni di euro, rifiutati, dopo qualche incertezza, in un impeto di orgoglio cisalpino. Partecipano al torneo anche le regioni italiane, con Veneti, Lombardi, financo Valdostani, a determinare che la loro barca e piena, restassero quindi gli sgraditi ospiti aggrappati al tacco dello Stivale.

La partita ha i suoi ambiti esoterici fra le mura dell’eurocrazia brussellese, nelle risse verbali dei Consigli europei e nella diplomazia bilaterale segreta fra scaricanti, attenti agli umori del proprio pubblico, meno al destino degli scaricati. E ha la sua poco commendevole messa in scena da Calais alla Sicilia via Ventimiglia.

Con file di poliziotti schierate lungo i famosi confini aperti dell’Unione Europea a proteggerli dagli irregolari che cercano di penetrarli. In attesa che almeno parte di questa massa umana possa essere ripartita, pro-quota, tra i soci umanitari. Ma l’idea della Commissione Europea, sostenuta dall’Italia, sembra essere destinata ad arenarsi di fronte alla resistenza di Francesi e nordici, che non vogliono sentir parlare di obbligatorietà di un onere per loro intollerabile. Ai Paesi euro-mediterranei non resta che rivalersi sui vicini extracomunitari. Lo scaricamigrante procede allora verso la quarta sponda. Il migrante va rispedito, accompagnato, se necessario, da congruo indennizzo monetario. Tornerà, cosi, al mittente verso le piattaforme di lancio: Libia, Tunisia, Egitto… Le quali sono, pero, in tale stato di disordine da rinunciare volentieri all’indennizzo pur di non essere sopraffatte dai migranti di ritorno. Nessuno ama ridursi a Stato cuscinetto del vicino. Il destino di centinaia di migliaia di «irregolari» in attesa di giudizio sembra inchiodarli in fatiscenti strutture prossime ai punti di sbarco. Universo concentrazionario che richiama tristi memorie. L’ultima cartuccia europea si configura come spedizione navale contro i trafficanti. Sotto la burocratica sigla Eunavfor Med e partita la missione – oggi aeronavale, domani, forse, estesa a forze speciali – per colpire le reti dei sensali di carne umana che infestano il Mediterraneo. A guidarla, l’orgoglio della nostra Marina, la portaerei Cavour. Dopo aver girato il mondo come una fiera galleggiante, ad esibire primizie e meraviglie del Belpaese, la nostra ammiraglia assume il comando di un’operazione che si propone di mettere fuori combattimento ferrivecchi e gommoni gonfiabili adibiti dai trafficanti al traghettamento dei loro bagagli umani dal Nordafrica al vecchio Continente. Gli stessi ideatori dell’impresa ammettono di non saper bene come procedere, forte essendo il rischio di affondare il naviglio nemico con il suo carico di innocenti. Siamo finiti dentro un ingranaggio distruttivo. Per fermarlo sarebbe necessario un soprassalto di solidarietà europea. La UE non diventerà Stato, certo, ma vorrà almeno concordare un approccio comune, ripartendo non troppo iniquamente sulle spalle degli uni e degli altri un carico comunque sopportabile.

Ma chi, oggi, si sente di scommettere sullo spirito europeo?

  1. Jacques Delors, presidente della Commissione Europea quando questa contava qualcosa, sosteneva che l’Europa avanza mascherata. Vero il contrario. Dopo aver indossato ogni possibile mascheratura – verso l’esterno, nell’illusione di apparire agli altri migliori di quanto siamo, ma anche per impedire a noi stessi di capire qualche ≪mostro buono≫ avessimo allestito in nome dell’Europa – scopriamo di stare rapidamente arretrando. Non nella direzione di irriproducibili passati, ma verso l’ignoto. Per ora sappiamo solo che non sarà l’unificazione politica sognata dai padri fondatori. Semmai, qualcosa di simile al suo opposto: la riproduzione di barriere culturali, economiche, financo fisiche, fra gli Stati esistenti e le loro eventuali gemmazioni (Catalogna, Fiandre, Scozia). Forse, ancora per conto della mitica Europa, a salvare i ≪veri≫ Europei dal contagio dei ≪falsi≫. La geopolitica continentale corre su un piano inclinato. Chi e troppo prossimo alla frontiera di Caoslandia minaccia di precipitarvi. Italia compresa. Chi si considera paradigma di virtù difende con unghie e denti i privilegi che si e conquistato per restare nell’emisfero della pace e del relativo benessere. A cominciare dalla Germania. Alcuni pensano o temono l’avvento dell’Europa tedesca. Pensieri e timori impropri. Il metro di Berlino non è, né sarà mai, il paradigma dell’Europa. Perché di Europe, nel pur modesto spazio di questa penisola asiatica, ve ne

sono sempre state molte, e altre se ne stanno (ri)formando. E perché la geopolitica tedesca, figlia irriflessa della sua ideologia economica, si nutre dell’ambiente nel quale vive e prospera, assorbendone le risorse senza ripartirne i profitti fra i soci. Esporta deflazione mentre assorbe liquidità.

Per restare stabile, produce e riproduce instabilità. Almeno finche questa non la toccherà. Allora si scoprirà circondata da vicini in tempesta. E domarli, per salvarsi, sarà molto più difficile. Meccanismo semiautomatico, del quale gli stessi leader tedeschi non sono pienamente consapevoli. Il dramma dei migranti e l’eurotragedia greca sono (anche) figlie di questa compulsione. Il rifiuto nordico della ripartizione dei profughi per quote calibrate equivale all’orrore di quegli stessi attori per la Transferunion, ovvero l’unico modo in cui una sana unione monetaria può funzionare: per trasferimenti solidali e intelligenti, nell’interesse del sistema, non della sua pur dominante parte.

Altrimenti, dall’euro scaturirà il Neuro, divisa riservata alla sfera geoeconomica germanica. E il rifiuto del migrante, declassato a clandestino, dara nuovo slancio all’edilizia muraria – settore che s’immaginava in crisi dopo l’’89 – ulteriormente selezionando il corpo del Vecchio Continente. Amavamo discettare di ≪Europa gentile≫. Scopriamo che la nostra gentilezza e carica di aggressività, del genere prodotto dai temperamenti ossessionati dall’ordine. Forse l’Unione Europea sopravvivrà a noi stessi, scheletro senz’anima. Avremo la delicatezza di smettere di chiamarla Europa?

Lucio Caracciolo, direttore di Limes

 

7 Marzo 2016Permalink

2 marzo 2016 – I bambini si possono abusare senza stupri.

Copio di seguito da La Repubblica (1 marzo) l’articolo di Conchita De Gregorio che totalmente condivido.
Girando per fb ho trovato appelli a firmare contro la maternità surrogata che in questi casi viene chiamata con la più popolare espressione di utero in affitto. Per quanto io abbia molte perplessità su questa pratica oggi mi sento di appoggiare solo ciò che cerca di fondare il diritto del bambino alla sicurezza della continuità affettiva. Infatti non  posso ignorare il cinismo con cui sono state stralciate dal testo della legge sulle Unioni Civili le adozioni coparentali o del figliastro o stepchild adoption, come le si voglia chiamare. Il bambino è il soggetto più debole, non può difendersi da sé e i danni irrimediabili che gli vengono fatti, negandogli la possibilità della continuità di una relazione fondante –ove scompaia il soggetto adulto che a tale relazione ha legalmente diritto – sono sventolati cinicamente come una minaccia contro chi voglia far uso della pratica della maternità surrogata. Qualcuno, soprattutto nell’ambito cattolico, ha artatamente confuso – e fatto confondere – la pratica della maternità surrogata con la sottrazione di un bambino alla madre. La pessima fede di tutti costoro ha una verifica per me certa: il totale disinteresse – esteso dalla politica alla società civile -nei confronti dei bambini cui dal 2009 è negata la registrazione della nascita e quindi la stessa esistenza dei genitori (cfr. in questo blog il tag anagrafe).

1 marzo 2016 –  I diritti dell’amore e quelli dei bambini.
Conchita  De Gregorio

DIPENDE. Vorrei vivere in un mondo dove fosse ancora possibile rispondere così a chi ti chiede – continuamente qualcuno ti chiede – cosa pensi della medicina naturale della riforma del Senato dell’accesso ai tracciati telefonici di un morto, delle donne che portano in grembo un bambino che sarà poi figlio di altri. Dipende, vorrei poter rispondere e invece non si può perché non c’è tempo, non c’è voglia di capire e di ascoltare, di distinguere: puoi solo votare adesso, mettere un mi piace, un pollice verso, scrivere un wow – oppure tacere. Finché un Salvini non dice “disgustoso egoismo” del fatto che Nichi Vendola e il suo compagno Ed Testa hanno avuto un figlio.

E allora cosa pensate dell’opinione di Salvini, su quale spalto sedete, in quale tifoseria vi iscrivete. Avanti, votate. No, non voto, vorrei poter dire. E poi non essere obbligata a tacere, il silenzio unico riparo superstite dal circo osceno delle opinioni sempre nette, sempre urlate, sempre senza dubbio e quasi sempre ignoranti delle ragioni ultime delle cose – ma domandare e ascoltare, piuttosto. Perché dipende. La complessità e la delicatezza delle scelte che riguardano la vita merita ascolto, prima di tutto, e uno sforzo grande di comprensione. Ciascuno di noi si è trovato almeno una volta a dover decidere se mettere al mondo o no un figlio, se mettere fine o no alla vita di un malato terminale, se rivelare o no un segreto, un tradimento, una passione. Ciascuno fa i conti con la legge certo, ma prima e soprattutto con la sua coscienza. Allora vorrei – lo vorrei per me, poi per gli altri – che ci fosse la capacità di provare a capire, conoscere, mettersi nei panni. Il giudizio, se proprio è necessario, dopo. Che poi non sempre è necessario. Il tribunale permanente delle coscienze altrui potrebbe ogni tanto anche prendersi un turno di riposo e considerare magari, nel silenzio del foro interiore, la propria.

“Ognuno dal proprio cuor l’altro misura”, ha detto Nichi Vendola di fronte al rigurgito del web. Ha ragione. Vi piace? Mettete un like. Se proprio è indispensabile dare un’opinione prima di esaminare i fatti dirò che sono sempre felice della felicità altrui. Per una ragione egoista e non altruista, aggiungo: perché mi rallegra, mi contagia. Sono dunque davvero e semplicemente felice di sapere che due persone che si amano abbiano il figlio che desideravano. Sono contenta di sapere che sia nato Tobia, e che la sua famiglia viva ore di meraviglia.

I fatti poi, finalmente: l’ex governatore della Puglia ha avuto un figlio in California da una donna che lo ha generato nel rispetto della legge. Il padre biologico del bambino è il suo compagno, Ed Testa. “La donna che lo ha portato in grembo e la sua famiglia sono parte della nostra vita”, ha detto Vendola. In America, Paese che continuamente e a buon diritto portiamo ad esempio di libertà e democrazia, esistono delle regole in base alle quali una coppia dello stesso sesso può non solo sposarsi ma avere un figlio. Se sono due uomini, naturalmente da una donna. La quale deve avere alcune caratteristiche che riassumo brutalmente, me ne scuso, così: deve essere benestante e volontaria. Non in condizioni di necessità, non costretta. Una libera scelta. Lo schiavismo, la tratta delle donne, la sopraffazione, lo sfruttamento non hanno casa in questa storia. Siete dunque favorevoli o contrari all’utero in affitto, come lo abbiamo chiamato con orrenda formula? Dipende. Se la donna è prigioniera, indigente, schiava, costretta dalle condizioni di vita o dal sopruso di altri a vendere il tempo della sua gravidanza e poi suo figlio: sicuramente contrari. Se è una sua libera scelta, regolata dalla legge del Paese in cui vive, seguita e controllata da cento e cento occhi che vigilano su di lei sulla sua decisione chi sono io, chi siamo noi per giudicare?

Sull’adozione del figlio dell’altro ho letto e ascoltato parole sensatissime, competenti, chiare. Dal magistrato Melita Cavallo, per esempio, una vita spesa al servizio delle adozioni e dei bambini. Da Stefano Rodotà, giurista e uomo integro. Ma il bene del bambino?, sento però chiedere. È giusto che un bambino nato dal ventre di una donna debba essere separato dalla madre, non allattato da lei, portato a vivere in un altro Paese per assecondare il desiderio di una coppia che vuole un figlio? Istintivamente no, viene da dire. È qualcosa che ci mette a disagio, che crea malessere. Però dipende. Da un’infinità di variabili: chi sono quelle persone, che relazione avranno tra loro, se manterranno o meno il legame con le origini. Di che natura sarà quel legame. Dipende da quanto amore ci sarà, in definitiva. Viviamo in un Paese dove i tribunali dei minori tolgono i figli alle madri per darli in affido in numero triplo rispetto ad altri Paesi europei. Un racket dell’affido, hanno mostrato alcune inchieste. Conviene toglierli, qualcuno si arricchisce. È dunque sempre il bene del bambino, quello che orienta le decisioni? È sempre vero che per un bambino stare con sua madre è meglio che stare con una coppia di genitori che lo accoglie e lo ama diversamente da come il suo destino avrebbe deciso? Dipende. Caso per caso, bisogna andare a vedere. Avere testa e cuore. Tobia Antonio è un bambino strappato a sua madre? Tecnicamente, giuridicamente no. È un bambino nato in un cerchio di amore di cui la madre farà parte? Una vita ricca e complessa e difficile come quella di tutti, la sua vita? È possibile. Probabilmente sì.

In altre circostanze – moltissime altre – questo su Tobia non sarebbe un dibattito pubblico. Le coppie eterosessuali vanno a fare l’eterologa all’estero, le donne sole li concepiscono dove possono. Decine di bambini nascono così ogni mese da quelli che hanno soldi per farlo, questa sì è la vera discriminazione. Solo chi ha denaro può farlo, in Italia. In altri Paesi le donne e gli uomini soli – star, attrici, cantanti celebri – adottano e concepiscono in un batter di ciglia, poi occupano le copertine dei rotocalchi. Altri mentono: è il figlio naturale di mio marito, la madre lo ha abbandonato. Ci sono casi celebri, tutto lo sanno ma nessuno lo dice.

La nascita del figlio di Nichi Vendola è un fatto pubblico perché lui è un uomo pubblico. Il suo gesto e quello di Ed, all’indomani dell’approvazione della legge sulle unioni civili orfana dell’adozione del figlio dell’altro (stepchild adoption, lo abbiamo detto in inglese) è un gesto anche politico. È un modo per incarnare una battaglia. Per dire: eccomi, io sono qui. Quello che penso sia giusto è questo, faccio della mia vita un manifesto. È perciò legittimo il dibattito. Certo per chi lo patisce faticoso, ma legittimo. Se e quando l’Italia arriverà a scrivere una legge che prende atto della realtà è qualcosa che non sappiamo. Difficile, in questo clima, adesso. Ciascuno continuerà a fare come crede, e come può.

Secondo coscienza. E se sia giusto o sbagliato non possiamo davvero dirlo al posto di altri, è già molto difficile decidere per sé. Certo non possiamo farlo al posto di Tobia, che è senz’altro benvenuto al mondo. Potremmo chiederglielo quando sarà grande, se avremo la pazienza di aspettare. Pensa che sorpresa se fra vent’anni, con un sorriso, rispondesse: mah, dipende.

Fonte: http://www.repubblica.it/politica/2016/03/01/news/i_diritti_dell_amore_e_quelli_dei_bambini-134590656/

Fonti precedenti + altre reperibili con i tag anagrafe, bambini, nascita:

21 gennaio 2016- un articolo di S. Rodotà. Il Parlamento si volterà dall’altra parte?                https://diariealtro.it/?p=4194

14 gennaio 2016 – appello di giuristi: Il parlamento non si volti dall’altra parte                               https://diariealtro.it/?p=4186

24 ottobre 2014 – proposta di legge Lo Giudice n. 1562    –   https://diariealtro.it/?p=3401

2 Marzo 2016Permalink

25 febbraio 2016 – Un capro espiatorio deve continuare ad esistere

Il senato ha approvato.

E voglio pensare con riconoscenza ai senatori che si sono adoperati per salvare il salvabile. Ricordo tre nomi: Cirinnà, Lo Giudice, Lo Moro, sperando ce ne siano altri altrettanto determinati.

Intanto però non mi nego il diritto di scrivere quello che penso io.

L’amara fulminea battuta di Jena è una buona premessa “Tesoro, la tua mamma è morta ma io non ti posso adottare.  E quindi?   Divertiti all’orfanotrofio”.

E’ accaduto l’inimmaginabile: un senato organizzato contro i bambini!

Infatti uno dei punti di forza imposti col voto di fiducia è la scomparsa della stepchild adoption

I nostri eroi hanno dimenticato la necessità di tutelare il superiore interesse dei bambini, di tutti i bambini, pur affermato in una legge, ratifica di una convenzione ONU, che forse non conoscono (176/1991). Nel 2009 erano riusciti (benedicente Maroni) a cancellare del tutto quelli con genitori non comunitari burocraticamente irregolari, oggi hanno pensato a cancellare la certezza della continuità affettiva per quelli con due mamme e due papà.

Dal cinismo politico al cinismo vescovile

L’Avvenire (autorevole voce della Conferenza Episcopale Italiana) oggi scrive a firma di Angelo Picariello: «.. sulle adozioni viene detto con chiarezza che non si applica per intero la legge 184 del 1983 che regolamenta la materia: non c’è più quindi non solo la stepchild adoption, ma anche l’ac cesso alle adozioni speciali. Sebbene, si aggiunge, “resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozioni dalle norme vigenti”, lasciando quindi aperta la possibilità di specifici pronunciamenti dei giudici minorili» Poiché questi signori e monsignori sciocchi non sono sanno benissimo che, per quanto esperti e consapevoli siano i magistrati, la situazione dei loro uffici rende per sé lenti i processi e che quindi la posizione del bambino, abusato per spaventare i genitori, si può ancora adoperare in uno spazio di grave insicurezza. L’avevo già sospettato seguendo il disinteresse con cui il mondo cattolico in genere e la sua componente gerarchica in particolare (pur impegnata in un “sinodo sulla famiglia”) aveva voltato le spalle ai bambini invisibili per legge. C’è stato un momento in cui avevo sperato la voce della CEI si scuotesse dal suo glaciale torpore (che tanto l’avvicina al torpore laico) quando – fra il 30 settembre e i primissimi giorni di ottobre delle scorso anno – Avvenire ne aveva parlato. Una svista perché poi ha perseguito della sua cecità tanto ignobile quanto volontaria. Ne avevo scritto sul mio blog del 17 ottobre   https://diariealtro.it/?p=4045 Concludo con una citazione da un articolo di Rodotà da La Repubblica di oggi: «… i bambini, strumentalmente come oggetto di una necessaria tutela e che. invece, rischiano d’essere ricacciati in una condizione di discriminazione, creando una nuova categoria di ‘illegittimi’. più che un intento discriminatorio ormai uno spirito persecutorio».

Un capro espiatorio deve continuare ad esistere

La triste approvazione probabilmente necessaria del ddl Cirinnà ora affida il testo alla Camera. Cosa accadrà se non lo approvano così com’è? Un nuovo balletto sulla pelle dei bambini? Il capogruppo del Pd ha concluso assicurando una prossima modifica della legge sull’adozione. Legge necessaria ma qualcuno gli avrà detto che l’adozione riguarda chi non ha genitori e che invece i piccoli discriminati radicalmente dalla nascita hanno i genitori che però la legge ha condannato a costruire l’inesistenza dei figli? Qualcuno si occuperà anche di loro o un capro espiatorio deve continuare ad esistere? E perché continui ad esistere tornerà a sbucare un cardinale sostituto del presidente dell’Assemblea?

25 Febbraio 2016Permalink

23 febbraio 2016 – Capri espiatori sempre pronti all’uso

Il Senato voterà (se voterà) la ‘legge Cirinnà’ senza l’art. 5.
Ci sono riusciti: hanno ‘concesso’ ciò che era possibile, avendo di fronte una richiesta consolidata dal fatto di proporre come obiettivo una norma ormai diffusa in molti stati europei, pur escludendo il matrimonio e collocandola nell’ambito delle Unioni Civili. Era necessario però mantenere un ostacolo di quelli cari ai muri che, non potendo tradursi in filo spinato e cemento, si consolidano nelle nostre teste. Dovevano dimostrare alla cultura del pregiudizio (cui non premetto l’abusato ‘catto’ perché appesta anche le più sedicenti ‘laiche’ collocazioni) di essere forti di fronte ai cedimenti a una diversità incombente e così. sordi all’appello di più di 700 giuristi, indifferenti all’appello di 400 intellettuali, hanno ostentato di ignorare la disparità che la legge ora impone fra i figli che vivono nell’ambito di unioni omossessuali e i figli di un componente di coppie sposate che possono essere adottati dal coniuge.

Il giurista Stefano Rodotà ha scritto: (La Repubblica 23 febbraio 2016): «Di fronte a noi è una grande questione di uguaglianza, di rispetto delle persone e dei loro diritti fondamentali, che non merita di essere sbrigativamente declassata, perché altre urgenze premono. I diritti, dovremmo ormai averlo appreso, sono indivisibili e quelli civili non sono un lusso , perché riguardano libertà e dignità di ognuno» Occorre invece: « sfuggire alla superficialità con la quale troppo spesso in Italia si affrontano questioni serie come quelle riguardanti le adozioni coparentali (stepchild adoption). Tema, questo, che trascura del tutto le dinamiche degli affetti, la genitorialità come costruzione sociale e che, a giudicare da alcuni improvvidi emendamenti al disegno di legge in discussione al Senato, rischia di lasciare bambine e bambini in un avvilente limbo che di nuovo nega dignità ed eguaglianza».

La memoria risveglia il disgusto.
Risento quello che mi aveva inorridito in anni lontani quando si usava lo spauracchio di una stigmatizzazione infamante contro le ragazze madri (non c’era ancora la prova del DNA e i padri potevano scivolare nell’ombra) e i bambini finivano in istituti così redditizi per i gestori che credo li rimpiangano ancora. Non riesco a dissociarmi dall’immagine del senator Monti (uno fra i tanti) che si pronuncia contro la stepchild adoption. E’ ben vero che ha cinque anni meno di me ma non sono abbastanza per immaginare si sia dimenticato del dibattito nella società che portò nel 1975 alla modifica del codice civile che fece scomparire l’infamia di quel NN. E dov’era quando si discusse la legge sulle adozioni? Ora parla e a me sembra un penoso vecchio immemore, un’icona della cultura che non ha imparato a guardare ai bambini come persona. Ma è solo uno fra tanti.

Le colpe dei padri e delle madri ricadano sui figli. Il parlamento approva

In questo blog, nel 2009 avevo parlato dei figli dei migranti senza permesso di soggiorno, cui è negato il certificato di nascita, come di cartine al tornasole e la mia vecchia intuizione ha funzionato. Quei bambini invisibili mi hanno accompagnato in tutti questi anni e, se non è dato vederli, sono però ben visibili coloro che hanno ostinatamente scelto di non riconoscerli uguali nei diritti ai loro coetanei, ricchi del merito di aver genitori burocraticamente accettabili. Ho potuto constatare come l’esercizio del rifiuto alla registrazione della nascita di questi bambini, il fermo riconoscimento che una categoria di nuovi nati si può negare, abbiano consentito a chi dovrebbe avere l’onore di testimoniarne l’esistenza (i sindaci prima di tutto)  di esercitarsi a non farlo.

Se il parlamento approva, il ‘sacro’ consente

Il rifiuto può assumere addirittura il marchio accattivante della sacralità Un sacerdote, trasmettendo legittimamente e con timbro vescovile, le informazioni turistiche relative al trasferimento a Roma per il recente family day così si firmava:  “Responsabile del Coordinamento Diocesano per la custodia della verità su persona, procreazione e famiglia”. Ne ho parlato con parecchie persone e ho trovato da parte di non cattolici supponente irrisione e da parte di cattolici acquiescenza che, quando non era consenso, era fatalistica rassegnazione. Comprensione del problema, poca. Dovrò pensarci ancora.

FONTI:

1 – Appello dei giuristi. Si legge nel sito di magistratura democratica:
http://www.magistraturademocratica.it/mdem/articolo.php?id=2440&a=on ed è trascritto nel mio blog il 14 gennaio
https://diariealtro.it/?p=4186

2  –  Agli onorevoli membri del Parlamento italiano, La legge Cirinnà rappresenta, oggi, l’occasione storica di fare un primo passo verso il riconoscimento di diritti civili e umani fondamentali. È tardi per perdersi in strategie politiche, si sta parlando delle vite concrete di milioni d’italiani in estenuante attesa di esistere agli occhi dello Stato. Siamo fuori tempo massimo, come hanno chiaramente indicato la Corte Costituzionale e la Corte Europea dei Diritti Umani. La legge Cirinnà è già frutto di numerosi compromessi con un Parlamento che, in nome di una presunta difesa dell’infanzia, sceglie di ignorare i bambini italiani che oggi crescono privati dei loro diritti. Se comparata alle leggi vigenti nei Paesi a noi vicini e affini, questa legge, oltre ad arrivare ultima in Europa occidentale, garantisce il minimo dei diritti alle persone LGBT. Un minimo oltre il quale non si può sconfinare, perché significherebbe approvare una legge di facciata o peggio lesiva, rimandando al mittente il riconoscimento di legittimità di milioni d’italiani e delle loro famiglie. Accorgersi di un’ingiustizia e correggerla a metà, significa perpetuarla. È insufficiente non essere razzisti, omofobi o sessisti, è necessario essere operosi nella lotta contro il razzismo, l’omofobia o il sessismo, combatterli ovunque si celino, soprattutto attraverso gli strumenti legislativi in mano al Parlamento. Un Paese dove tutti i cittadini, di là dal genere, razza, o orientamento sessuale, godono di pari opportunità, è un Paese più ricco, produttivo e felice. Il prezzo dell’esclusione lo paga la società intera. Abbiamo oggi l’occasione di fare la Storia, chiediamo pertanto la celere approvazione della legge Cirinnà nella sua completezza, permettendo all’Italia di unirsi al resto d’Europa e di sempre più Paesi del mondo nel riconoscimento di diritti fondamentali a tutti i suoi cittadini.

http://www.repubblica.it/politica/2016/02/21/news/unioni_civili_lettera_appello_change_org-133932321/?ref=HREC1-3

3 – art. 44 della legge n. 184/83 così come sostituito dalla legge n. 149/2001

4 – Legge 19 ottobre 2015, n. 173 “Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184, sul diritto alla continuità affettiva dei bambini e delle bambine in affido familiare”.
8 novembre 2015 –   https://diariealtro.it/?p=4081

5 – 1 novembre 2009 . Mi ha convinto l’on. Binetti. https://diariealtro.it/?p=222

23 Febbraio 2016Permalink

22 febbraio 2016 – Il 20 febbraio è morto Fernando Cardenal

Copio da repubblica on line

ROMA – E’ morto all’età di 82 anni Fernando Cardenal, popolare prete del Nicaragua che negli anni Ottanta sfidò l’ordine del Vaticano di lasciare il governo rivoluzionario sandinista in cui era ministro dell’istruzione.

Cardenal, convinto sostenitore della Teologia della Liberazione, è morto ieri a Managua. All’epoca, davanti alle contestazioni della Santa Sede, ricorda Bbc online, rispose che avrebbe “commesso un grave peccato” se avesse lasciato il governo sandinista. “Non posso concepire che Dio mi chieda di abbandonare il mio impegno per la gente”, disse in un’intervista.

Cardenal era nato a Granada, in Spagna, nel gennaio del 1934. Personalità notissima al tempo della guerra civile in Nicaragua (1979), assieme al fratello anche lui sacerdote e poeta Ernesto, e al sacerdote Miguel d’Escoto Brockmann, fu sospeso ‘a divinis’ per aver abbracciato la lotta armata con la quale il Comandante (e poi presidente) sandinista Daniel Ortega mise fine alla dittatura del dittatore Anastasio Somoza. La misura disciplinare venne tolta nell’agosto del 2014 da Papa Francesco.

Già durante la fase sandinista, prima di essere ministro dell’istruzione tra il 1984 e il 1990, Cardenal promosse e coordinò una grande campagna di alfabetizzazione, che gli valse un riconoscimento mondiale da parte dell’Unesco. Grazie a quella campagna, almeno 500.000 nicaraguensi impararono a leggere e a scrivere.

Nel ’97, dopo aver ripetuto un anno di noviziato tra i diseredati del Salvador, a 63 anni Cardenal fu riammesso a pieno titolo nell’ordine dei gesuiti, da cui era stato espulso nel 1984 proprio per aver fatto parte del governo rivoluzionario

Non voglio dimenticare:

La pubblica umiliazione  che                      Woytila-Cardenal
papa Giovanni Paolo II volle
infliggere  all’aeroporto di Managua
a Fernando  Cardenal, Ministro dell’Istruzione

 

 

 

 

 

Un altro incomprimibile ricordo: Giovanni Paolo II e Pinochet, dittatore del Cile.                                           Woytila-Pinochet
Le vittime  non appaiono
ma ci sono più visibili
– per chi ne voglia far
memoria – della coppia
in preghiera dietro il
papa.

 

 

Fonti:

http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/21/news/morto_padre_cardenal-133889586/

http://www.vita.it/it/article/2016/02/21/il-potere-corrompe-ogni-cosa-ernesto-cardenal-da-cristo-alla-rivoluzio/138370/

http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2016/02/21/ASIrFifB-scomunicato_riabilitato_nicaragua.shtml

 

 

22 Febbraio 2016Permalink

19 febbraio 2016 – IL SENATO NEL PALLONE

  • Concordo con Federico Geremicca ma non mi basta

IL 17 febbraio Federico Geremicca, giornalista de  La Stampa ha scritto: «Una questione che è nervi e sangue per migliaia di coppie omosessuali è stata trasformata in una Torre di Babele fatta di “canguri”, inglesismi e “affidi rafforzati”, capace di sgomentare qualunque normale cittadino. E se a questo si aggiungono i trucchi e gli sgambetti ideati per lucrare un qualche consenso elettorale, il quadro è completo».

A prescindere dal fatto che Torre di Babele mi sembra –per la solennità dell’enunciato – espressione troppo nobile in quel contesto e preferisco il mio titolo familiare e intenzionalmente irridente, ho bisogno di ritrovare ragionevolezza e provo a seguire una linea mia più rassicurante di quello che emerge dalle cronache, senza ignorare quello che non  emerge.

Al ‘tutti uguali’ non ci sto. Fa parte di quella cultura populista, che mi sembra sempre più forte e pervasiva, per cui nell’indifferenza che si forma a seguito appunto del ‘tutti uguali’ trovano spazio le ideologie nate dal pregiudizio che ormai domina l’immaginario dei molti (resisto alla tentazione di scrivere ‘dei più’).

Così si finge di vivere in una società che, inizialmente coesa, si sarebbe poi spezzata per il prevalere di interessi e forze estranee, fingendo di non sapere che una società nasce appunto come luogo della coesione di interessi diversi che in una società democratica devono poter convivere senza che nessuno cannibalizzi gli altri.

Mentre si contano seggiole

Penso con vergogna ai senatori che – nell’intento rivelatore di dissociare la stepchild adoption dal contesto della legge – dimostrano di voler gettare l’esca dell’approvazione delle Unioni Civili ad adulti che siano capaci di voltare la testa di fronte ai bambini, ostentando di considerarli persone senza diritti, bagaglio appresso dei loro genitori.

Ma si rendono conto costoro che i bambini cui è dovuto il riconoscimento della sicurezza della loro continuità affettiva esistono? Questi miei non rappresentanti fingono di ignorare che la continuità affettiva è giustamente assicurata in legge ai bimbi affidati, privilegiando gli affidatari in caso di adozione. Cito esattamente la legge – di cui avevo scritto in questo blog l’8 novembre scorso – perché fra pregiudizi e ignoranza non  riesco a liberarmi da una sgradevole sensazione di malafede: “legge 19 ottobre 2015, n. 173. Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184, sul diritto alla continuità affettiva dei bambini e delle bambine in affido familiare”.

Quindi nelle famiglie considerate ‘normali’ il bambino è giustamente garantito, in quelle che così non sono considerate non lo è. Pur di punire i genitori, uno dei quali solo con la stepchild adoption potrebbe essere considerato tale, la maggioranza dei senatori è disposta ad infischiarsene di un elementare principio di uguaglianza sulla pelle di chi non può difendersi.

Ricordo il caso dei cd cattodem (che, insisto, non sono “i” cattolici ma un gruppo di cattolici) e tre nomi che voglio ricordare perché devo a me stessa la conoscenza di chi pretende rappresentarmi: Alfano, Lorenzin e Monti.

Uno di loro è abbastanza vecchio (come me) per ricordare cos’erano i figli di NN prima della riforma del codice civile del 1975.

Ma non prova orrore all’idea di costruirne altri con nuova denominazione ma altrettanto reietti? Se dal 2009 sopravvive senza scrupoli alla presenza della legge che nega il certificato di nascita ai figli dei sans papier potrà continuare così, temo insieme ai suoi ideologicamente simili.

Per arrivare a tanto si allenano da sette anni

Quando fu approvato il pacchetto sicurezza (legge 94/2009) si stabilì che, per registrare la nascita dei propri figli i migranti non comunitari dovessero presentare il permesso di soggiorno. E’ chiaro che la misura voleva terrorizzare chi, per essere irregolare, tale permesso non aveva. Era la stessa logica della dissuasione che oggi si usa per rifiutare la stepchild adoption. Ieri si minacciava ‘se ti riveli padre o madre e non sei amministrativamente regolare rischi l’espulsione’. Oggi si minaccia: ‘se cresci un figlio insieme al tuo compagno o alla tua compagna e il genitore riconosciuto tale venisse a mancare tu non potrai occuparti di quel bambino’.
Per ciò che riguarda i non comunitari irregolari nel corso di sette anni il parlamento italiano non ha voluto rimediare alla bestialità del 2009. Esistevano due proposte di legge per poterlo fare ma non sono state discusse (una si deve all’on. Rosato, capogruppo del PD alla camera, l’altra al sen Lo Giudice che ora si batte per la norma sulle Unioni Civili, compreso l’art. 5, quello che consentirebbe di riconoscere la stepchild adoption). Sette anni a voltar la testa dall’altra parte hanno insegnato agli eroi della famiglia ‘normale’  come si possa abusare di piccoli indifesi per affermare volontà in ogni caso devastanti.
Molto tempo fa avevo chiamato le piccole vittime del pacchetto sicurezza le mie cartine al tornasole: seguirne la sorte che la legge italiana vuole far subire loro mi ha permesso di entrare con più convincimento nei meandri della norma ora in discussione.

E che ha da dire la chiesa cattolica che non molti mesi fa aveva promosso un sinodo sulla famiglia? Ne scriverò i prossimi giorni.

19 Febbraio 2016Permalink

12 febbraio 2016 – Sguaiataggini laico cardinalizie

Quando il gatto non c’è, i topi gongolano

Non so se l’uscita il card Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, abbia a che fare con il fatto che ieri papa Francesco stava organizzando metaforiche valige per prepararsi all’incontro con  Sua Santità Kirill, patriarca di tutte le Russie, ma certamente l’uscita di Sua Eminenza ha meritato la dignitosa replica del sottosegretario Pizzetti. Secondo l’informativa dell’Ansa Bagnasco aveva proclamato: «Ci auguriamo che il dibattito in Parlamento e nelle varie sedi istituzionali sia ampiamente democratico, che tutti possano esprimersi, che le loro obiezioni possano essere considerate e che la libertà di coscienza su temi fondamentali per la vita della società e delle persone sia, non solo rispettata, ma anche promossa con una votazione a scrutinio segreto» Ha risposto il sottosegretario: «Le esortazioni sono giuste e condivisibili, ma come regolare il dibattito del Senato lo decide il presidente del Senato. Non il presidente della Cei». A mio parere le prime parole peccano di un eccesso di cortesia, totalmente assente invece dall’intervento, volgare e sguaiato, indegno di un parlamentare quale che sia la forza politica di appartenenza, dell’on  Gasparri che è arrivato ad accusare un collega di compravendita di minori.

Cardinali che non apprezzano gli strumenti della democrazia

Nell’intervento di Bagnasco riconosco la linea seguita da Ruini nel 2005 quando non si limitò ad esprimere il suo legittimo parere sulla legge 40 ma invitò gli italiani a non  andare a votare al referendum abrogativo (pro memoria: legge 40/2004. “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”) Era giugno, la giornata invitava alla gita, votare significa esercitare sia pur per breve tempo una modesta ma sempre impegnativa attività di pensiero … e il colpaccio di Sua Eminenza raggiunse il suo obiettivo e da allora la legge 40, salvata dalla ‘astensione’,  ha impegnato la Corte Costituzionale che ne ha distrutto brandelli vari.

E gli italiani si adeguano

Il Senato va avanti con un dibattito che rattrista e umilia, salvo poche, difficili posizioni. E la gente (uso un termine che non mi va ma a questo punto è il caso) sbadiglia annoiata. “Tutti uguali”. Parlo con parecchie persone e provo a sentirne le opinioni: la maggior parte (il mio non è un sondaggio ma ha abbastanza credibilità per spaventarmi) non  riesce a capire che i bambini sulla cui pelle ci si batte per cancellare la possibilità di sicurezza e continuità affettiva (la stepchild adoption!) esistono, non sono astrazioni ideologiche. Il fatto che l’adozione coparentale sia pratica che dal 1983 riguarda i figli di un solo membro di una coppia eterosessuale (1983/184 Diritto del minore ad una famiglia) e che quindi nel negarne l’estensione alle coppie che in futuro (forse) potranno avvalersi delle norme sulle Unioni Civili si penalizzano e si discriminano minori, di cui si fa cinico uso come deterrente nei confronti dei genitori, non turba l’opinione pubblica. Il meccanismo è lo stesso per cui dal 2009 i genitori privi del permesso di soggiorno devono esibire il documento di cui non dispongono per registrare la nascita del figlio esponendosi, nel momento in cui affermano la propria genitorialità, al rischio di espulsione. Anche in questo caso la norma che disonora (se mai ve ne fosse bisogno) l’allora ministro dell’interno on. Maroni, resta dov’è senza che l’opinione pubblica se ne senta turbata.

Non ho il diritto alla meraviglia ma ho il dovere del dissenso

Quando è stato organizzato il trasferimento a Roma per il Family Day nella mia città ha girato una circolare (intestata all’Arcidiocesi) con tutte le informazioni per la partecipazione (mezzi di trasporto, orari, costi ecc.). Nulla di illegittimo se non fosse stato per un  titolo strabiliante posto in finale in cui il firmatario si dichiarava: “Responsabile del Coordinamento Diocesano per la custodia della verità su persona, procreazione e famiglia”.
La cosa mi ha profondamente offeso perché carica di una cultura dell’inquisizione certamente valida ai tempi del Concilio di Trento ma superata nei testi del Vaticano II, nNon per la curia udinese (e chissà per quante altre di cui possiamo considerare l’on. Giovanardi “braccio secolare”). Speravo di trovare cattolici locali associati al mio sdegno. Niente da fare. Quell’espressione lascia i più indifferenti e comunque non disponibili ad assumersi la responsabilità di una dovuta protesta. Pochi si associano. Ho provato a scrivere ad amici, l’ho detto in pubblico … mi è stato persino risposto che ‘non ci si salva da soli’. Non so se mi salverò. Ma vi tengo a tenere la schiena dritta  e a guardarmi allo specchio senza vergognarmi troppo della mia impotenza.

Fonti:

http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2016/02/10/unioni-civili-senato-renzi-voto-segreto_1306a2a3-ac0f-4891-aca3-62c4e516b132.html

Per ciò che riguarda l’esistenza dei bambini che potrebbero giovarsi della stepchild adoption se la legge sarà approvata si veda l’appello presentato al parlamento lo scorso gennaio  da un numeroso gruppo di giuristi. Si trova anche trascritto nel mio blog      https://diariealtro.it/?p=4186

   

 

12 Febbraio 2016Permalink

9 febbraio 2016- Giulio Regeni

da la Repubblica 9 febbraio 2016regeni

Egitto, capo procura Giza: “Cellulare di Regeni scomparso” . Casson: “Il Cairo non ci prenda in giro”

Il segretario del Copasir a Repubblica: “Non c’è bisogno di arrestare per torturare”. Il capo di servizi segreti, Massolo, riferisce al Comitato parlamentare di controllo. Il ministro degli Esteri del Cairo continua a smentire il coinvolgimento del governo nel barbaro omicidio di Regeni e parla di “criminalità comune”. Primo rapporto in procura: “Il dottorando aveva partecipato a un incontro con il sindacato indipendente” di ALBERTO CUSTODERO

Giulio Regeni (ansa)IL CAIRO – Giulio Regeni, lo scorso dicembre, aveva partecipato al Cairo ad un incontro presso il Centro Servizi per i Lavoratori e i Sindacati cui avevano preso parte esponenti locali del sindacato indipendente. E questo interesse del ricercatore friulano 28enne, per le tematiche socio-economiche della realtà egiziana potrebbe aver dato fastidio a qualcuno o, comunque, non essere passato inosservato. Il primo rapporto in procura. La circostanza è indicata in una prima informativa che gli specialisti di Ros e Sco, in trasferta in Egitto in questi giorni, hanno inviato alla Procura di Roma. Il pm Sergio Colaiocco, che indaga contro ignoti per omicidio, vuole anzitutto capire che cosa facesse in Egitto Giulio Regeni e su quale rete di informatori contasse per acquisire informazioni utili al suo lavoro. Per questo motivo, il magistrato ha dato incarico agli investigatori di interrogare gli accademici, i ricercatori e gli stagisti che dall’Egitto raggiungeranno Fiumicello per i funerali di Regeni. La versione del magistrato egiziano. Il capo della Procura di Giza, quella incaricata dell’indagine sull’uccisione di Giulio Regeni – torturato perchè pensavano che fosse una spia – aveva riferito che accanto al corpo del ricercatore italiano o nel suo appartamento non era stato rivenuto alcun telefonino, computer portatile o tablet. Ad una domanda dell’Ansa se fosse stato trovato alcun cellulare, laptop o iPad, il procuratore Ahmed Nagy aveva risposto che “non erano stati trovati accanto al corpo, e neanche a casa”. L’equivoco del computer: è in Italia. Il computer, s’è saputo poi, risulta in mano alla polizia e alla magistratura italiane. La famiglia ha smentito che avesse un iPad. Non è stato trovato, dunque, il telefonino. L’ultima telefonata di Regeni. Secondo il capo degli inquirenti egiziani, è un lettore universitario italiano la persona con cui Giulio Regeni ha avuto l’ultimo contatto telefonico prima di sparire nel nulla. “L’ultima persona con cui c’è stata una chiamata è un suo amico italiano, Gennaro Gervasio”, ha detto all’Ansa il capo della Procura di Giza, Ahmed Nagy, rispondendo alla domande su chi sia, stando alle indagini, l’ultima persona che Regeni ha visto o con cui ha scambiato chiamate telefoniche o messaggi. Le smentite dell’Egitto. Le autorità governative del Cairo continuano a smentire il coinvolgimento di apparati dello stato egiziano nel barbaro omicidio di Regeni. È il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, in un’intervista a Foreign Policy riportata dal sito del quotidiano egiziano al Ahram, a ribadire che l’assassinio di Giulio Regeni è stato “un crimine”. “Ma l’Egitto respinge ogni accusa di coinvolgimento”. Shoukry ha puntualizzato che i giornalisti che si occupano della vicenda stanno “saltando a conclusioni” e stanno facendo “speculazioni senza alcuna informazione autorevole o una verifica di ciò a cui alludono” Il ministro egiziano ha poi liquidato come “bugie” le accuse che in Egitto ci siano prigionieri politici. La replica di Casson: “Non ci prendano in giro”. Felice Casson, uno dei massimi esperti di servizi segreti (da giudice istruttore indagò su Gladio e la strategia della tensione, ora è segretario del Copasir), non crede a una parola alle smentite delle autorità egiziane. “Ma per favore, che non ci prendano in giro – dice a Repubblica – forse pensano che noi crediamo alla favoletta che non è stato arrestato? Ma per torturare, sappiamo benissimo che non c’è bisogno di arrestare“.  L’Egitto dice da giorni che Regeni non è mai stato arrestato. Questo è vero, osserva Casson. Il sospetto, infatti, è un altro: che sia stato sequestrato da “squadroni della morte” degli apparati dei servizi segreti egiziani perchè forse pensavano che il dottorando fosse un informatore dell’intelligence italiana. Nessuno ha mai pensato che fosse stato arrestato dalla polizia, apparato pubblico che risponde al ministero dell’Interno e all’autorità giudiziaria. Qui, osserva il segretario del Copasir, si parla di un’altra cosa: di apparati occulti, di prigioni segrete, di squadre di torturatori, di omicidi e perseczioni di oppositori politici. Il ministro degli Esteri egiziano fa riferimento a un episodio di “criminalità comune”, ma in Italia – ribadisce il senatore Pd – nessuno ci crede. Il modus operandi del sequestro e della morte di Regeni (il tipo di torture che solo reparti specializzati “sanno” infliggere, la sparizione del telefono, la logistica dell’intera operazione che non ha lasciato tracce o prove) nulla ha a che fare con le modalità operative della criminalità comune. Quest’ultima può essere interessata a impossessarsi di soldi, non certo a conoscere i contenuti riservati custoditi nel telefonino del dottorando che svolgeva indagini di studio sugli “attivisti dei lavoratori”. Ecco perchè i giornalisti italiani e di tutto il mondo continuano a fare domande. E il Copasir a sospettare che il governo egiziano nasconda la verità.

fonte:
http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/09/news/regeni_capo_procura_giza_non_trovato_alcun_pc_o_ipad-133045714/?ref=HRER1-1

 

9 Febbraio 2016Permalink

27 gennaio 2016 – Titoli allarmanti e articoli dissociati.

Oggi, mercoledì, l’Avvenire (quotidiano ‘di ispirazione cattolica’) titola in prima pagina «Ddl Cirinnà. I numeri dell’”emergenza”. Per ora. Bimbi adottabili. Non 100.000 ma appena 500». Un po’ criptico ma alla pag. 8 il discorso si chiarisce. Copio dall’articolo «Stepchild, una battaglia per solo 529 casi».

«Dati precisi di bambini che potrebbero essere interessati alle “novità” del ddl Ciurinnà non ce ne sono. Ma esiste un ordine di grandezza che viene fuori dal censimento Istat del 2011: 529, ricordava ieri l’agenzia Redattore sociale. Queste infatti sarebbero le coppie dello stesso sesso fra le 7513 conviventi».

Quindi 529, arrotondate a 500, sarebbero le coppie non i bambini. proclamati in prima pagina, e men che meno gli improbabili  100.000 affermati dal Corriere della sera, secondo Avvenire.

Non mi interessa verificare. Quello che mi turba è l’attenzione determinante alla quantità . Quando parliamo di diritti civili davvero la quantità ha un senso?

Recita l’art. 3 della Costituzione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli ….»

A questo punto, se l’aspetto quantitativo avesse un senso in questo contesto, dovemmo scrivere una cifra, in connessione con le forme del discrimine elencate al primo comma, per indicare la quantità da cui iniziare la rimozione degli ostacoli.

L’aspetto quantitativo evidentemente non ha senso ma questa insensatezza mi aiuta a capire anche la ragione per cui  il mondo cattolico non si è mai adoperato a “rimuovere l’ostacolo” che – per legge – impedisce ai migranti irregolari di registrare la dichiarazione di nascita dei propri figli.

Anche questi sono pochi. Vengono nascosti per paura. Chi se ne importa! Andiamo spensieratamente al family day dove nessuno ce ne parlerà

Fonte (un po’ lenta da raggiungere, almeno per me):
http://www.avvenire.it/Politica/Pagine/Stepchild-una-battaglia-per-soli-529-casi-.aspx

 

27 Gennaio 2016Permalink

21 gennaio 2016 –Il Parlamento si volterà dall’altra parte?

Il sito (il cui link riporto in calce) ha copiato un articolo, che riprendo,  comparso ieri su La Repubblica .
Vi si trovano profonde ragioni perché, in una questione così delicata e così intimamente legata agli inalienabili diritti della persona, il Parlamento italiano riacquisti dignità e non decida sulla base di valutazioni di convenienza elettorale .

 Tutti gli alibi che inquinano le unioni civili di Stefano Rodotà

La discussione sulle unioni civili avrebbe bisogno di limpidezza e di rispetto reciproco, invece d’essere posseduta da convenienze politiche, forzature ideologiche, intolleranze religiose. Di fronte a noi è una grande questione di eguaglianza, di rispetto delle persone e dei loro diritti fondamentali, che non merita d’essere sbrigativamente declassata, perché altre urgenze premono. I diritti, dovremmo ormai averlo appreso, sono indivisibili, e quelli civili non sono un lusso, perché riguardano libertà e dignità di ognuno. Bisogna liberarsi dai continui depistaggi. La maternità surrogata, vietata fin dal 2004, viene evocata per opporsi all’adozione dei figli del partner, penalizzando proprio quei bambini che si dice di voler tutelare e tornando così a quella penalizzazione dei figli nati fuori dal matrimonio eliminata dalla civile riforma del diritto di famiglia del 1975. E si dovrebbe ricordare che la Costituzione parla della famiglia come società “naturale” non per evitare qualsiasi accostamento alle unioni tra persone dello stesso sesso.Ma per impedire interferenze da parte dello Stato in «una delle formazioni sociali alle quali la persona umana dà liberamente vita », come disse Aldo Moro all’Assemblea costituente. Altrimenti ricompare la stigmatizzazione dell’omosessualità, degli atti “contro natura”. L’impegno significativo del presidente del Consiglio per arrivare ad una disciplina delle unioni civili rispettosa di quello che la Corte costituzionale ha definito come un diritto fondamentale a vivere liberamente la condizione di coppia si è via via impigliato nel prevalere delle preoccupazioni legate alla tenuta della maggioranza. Il riconoscimento effettivo di diritti fondamentali viene così subordinato ad una esigenza propriamente politica che sta svuotando la portata della nuova legge. E non si può dire che si cerchi di procedere con la cautela necessaria, data la delicatezza dell’argomento, perché la cautela si è trasformata nel progressivo abbandono di una linea rigorosa, nel gioco delle concessioni verbali che tuttavia inquinano il senso della legge in punti significativi. È indispensabile riprendere una strada coerente con il fatto che si sta discutendo di dignità e identità delle persone, dunque di una materia dove non tutto è negoziabile. Il legislatore sta oscillando tra concessioni improprie e irrigidimenti ingiustificati. Una assai discutibile e discussa sentenza del 2010 della Corte costituzionale viene eretta a baluardo inespugnabile, che non consentirebbe neppure di adempiere a quel dovere positivo di riconoscimento pieno dei diritti delle coppie tra persone dello stesso sesso imposto all’Italia da una sentenza di condanna del 2015 della Corte europea dei diritti dell’uomo. Per sfuggire a questa responsabilità, più si va avanti più si delinea una situazione in cui il legislatore sta costruendo una sua gradita impotenza. Non posso intervenire perché avrei bisogno di una legge costituzionale. Non posso intervenire perché devo ancora considerare il codice civile come un riferimento ineludibile. Non posso muovermi nel nuovo contesto costruito dai principi e dalle regole europee. Non posso intervenire perché l’opportunità politica variamente mascherata me lo preclude.

Nessuno di questi argomenti regge. Nel 2013 la Corte di Cassazione ha detto esplicitamente che le scelte in questa materia sono affidate al legislatore ordinario. Ricostruire il principio di riferimento nel fatto che il codice civile parla ancora di diversità di sesso nel matrimonio è un errore di grammatica giuridica perché si dimentica che la Costituzione si pone in una posizione gerarchicamente superiore al codice civile e bisogna interpretare la Costituzione partendo dal principio di eguaglianza. Proprio la forza di questo principio ha determinato un radicale cambiamento del sistema istituzionale europeo. La Carta dei diritti fondamentali ha cancellato il requisito della diversità di sesso sia per il matrimonio, sia per ogni altra forma di costituzione della famiglia, e ha ribadito con forza che non sono ammesse discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale. Se si guarda più a fondo nel nostro sistema, neppure l’accesso al matrimonio egualitario sarebbe precluso al legislatore ordinario.

n questo nuovo mondo, che pure le appartiene e nel quale ha liberamente deciso di stare, l’Italia è recalcitrante ad entrare. E così conferma un ritardo culturale, che in altri tempi aveva vittoriosamente sconfitto, anche in occasioni difficili come quelle dell’approvazione delle leggi sul divorzio e dell’aborto, seInza restare prigioniera delle preoccupazioni della Chiesa, che oggi tornano in maniera inquietante e inattesa.

Di nuovo lo sguardo si fa ristretto, la riflessione culturale si rattrappisce e non si riesce a dare il giusto rilievo al fatto, sottolineato con forza dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che ormai la maggioranza dei Paesi del Consiglio d’Europa riconosce le unioni civili e che aumentano continuamente gli Stati dov’è riconosciuto il matrimonio tra persone dello stesso sesso — Francia, Spagna, Portogallo, Stati Uniti, Danimarca, Inghilterra, Irlanda, Svezia, Norvegia, Svizzera, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Slovenia, Argentina, Brasile, Uruguay, Sudafrica. Strada che questi Paesi non percorrono con avventatezza, ma riflettendo con serietà, e che dovrebbero essere un riferimento per sfuggire alla superficialità con la quale troppo spesso in Italia si affrontano questioni serie come quelle riguardanti le adozioni coparentali ( stepchild adoption). Tema, questo, che trascura del tutto le dinamiche degli affetti, la genitorialità come costruzione sociale e che, a giudicare da alcuni improvvidi emendamenti al disegno di legge in discussione al Senato, rischia di lasciare bambine e bambini in un avvilente limbo, che di nuovo nega dignità ed eguaglianza. Ancora e sempre l’eguaglianza, che la Corte costituzionale non ha adeguatamente considerato in quella sentenza del 2010, la cui interpretazione dovrebbe essere seriamente riconsiderata a partire dal nuovo contesto istituzionale europeo. Perché no? Ricordiamo che, con una violazione clamorosa del principio di eguaglianza, nel 1961 la Corte costituzionale dichiarò legittima la discriminazione tra moglie e marito in materia di adulterio. La Corte sui ravvide nel 1968, mostrando che l’eguaglianza e la vita non possono essere consegnate alla fissità di una decisione. Un legislatore, che sta costruendo la sua impotenza, dovrebbe piuttosto riflettere sulla sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che, nel 2015, ha ammesso il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Ferma restando la legittima manifestazione di ogni opinione, i giudici americani hanno affermato il loro dovere di sottrarre i diritti fondamentali alle «vicissitudini della politica».

fonte:
http://www.eddyburg.it/2016/01/tutti-gli-alibi-che-inquinano-le-unioni.html
«Temi e principi » de homine

21 Gennaio 2016Permalink