21 agosto 2015 – Una lettera aperta. Si attende risposta del destinatario

oggetto: lettera aperta – diritto di ogni neonato al certificato di nascita

19 agosto 2015

A S. E. mons Nunzio Galantino Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana

Egregio monsignore,
cito da un articolo di Avvenire del 18 agosto «nessun politico dovrebbe mai cercare voti sulla pelle degli altri».
La frase che le è attribuita si colloca nella polemica di questi giorni che riguarda l’incapacità della politica di fronte alla necessità di accoglienza a dei profughi.
Da parte mia voglio fare un passo indietro, indietro di sei anni, quando fu approvata la legge 94/2009 (il cd ‘pacchetto sicurezza’) che impose la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione della nascita di un figlio in Italia anche a chi, per essere irregolare, il permesso di soggiorno non ha.
Preciso, per evitare una diffusa confusione fra la garanzia del certificato di nascita e la concessione della cittadinanza italiana, che quel figlio, se ne fosse registrata la nascita, avrebbe la cittadinanza dei genitori e non quella italiana.
Quella norma, che ancora è in vigore, fu voluta e votata con voto di fiducia (era il quarto governo Berlusconi, ministro dell’interno Maroni) nonostante l’abiezione insita nella trasformazione di un neonato in capo d’accusa per determinare l’espulsione di coloro che, non avendo il piccolo neppure un certificato di nascita, non sono legalmente i suoi genitori.
Esiste la scappatoia di una circolare che consente ciò che la legge nega … ma il principio d’infamia resta in legge, funzionale alla ricerca del consenso di una politica che Lei ha definito esercitarsi ‘sulla pelle degli altri’, in questo caso neonati.
La situazione che ne consegue è descritta nell’annuale rapporto del Gruppo Convention on the Rights of the Child dove 80 associazioni, fra cui la Caritas nazionale, segnalano che “l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato, obbliga alla denuncia i pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio che vengano a conoscenza della situazione di irregolarità di un migrante. Tale obbligo rappresenta un deterrente per quei genitori che, trovandosi in situazione irregolare, non si presentano agli uffici anagrafici per la registrazione del figlio, per paura di essere identificati ed eventualmente espulsi”.
Il parlamento ha gli strumenti per modificare la legge ma a tanto non provvede anche se il ritorno alla situazione precedente il ‘pacchetto sicurezza’ non comporta oneri di spesa.
La Chiesa cattolica si appresta a celebrare due importanti appuntamenti: il Sinodo ordinario (4-25 ottobre 2015) e il Quinto Convegno Ecclesiale Nazionale (Firenze 9 -13 novembre 2015) ed esistono documenti preparatori di quegli eventi che testimoniano un’attenzione ampia e anche nuova alla famiglia e ai soggetti fragili che ne fanno parte o ne sono privi ma i neonati stranieri, cui la famiglia è negata per legge, non sono nominati mai.
Le chiedo, come Segretario generale della CEI, di inserire nella sua richiesta di una politica ‘diversa’ anche l’attenzione dovuta a questi neonati abbandonati da tutti e di provvedere che a tanto si dimostri attenta anche la Chiesa che si esprimerà nel Sinodo e che si riunirà in Firenze il prossimo novembre.
Grata per la Sua attenzione, porgo distinti saluti

Augusta De Piero

La lettera è stata pubblicata il 20 agosto nel sito ‘ildialogo[.]org’

21 Agosto 2015Permalink

14 agosto 2015 – Globalizzazione del razzismo

 Un premio Nobel contro il razzismo

La Repubblica. 12 agosto 2015  pag.29
Mario Vargasllosa. Donald Trump  “Se il razzismo si candida a guidare l’America”.
Forse in futuro copierò l’articolo che si può leggere dal sito di cui riporto l’indirizzo.
Ma non voglio trascurarlo per la futura memoria del mio blog che da anni si occupa soprattutto del razzismo che in Italia ha come obiettivo i neonati

http://80.241.231.25/Ucei/PDF/2015/2015-08-12/2015081230977566.pdf

Un vescovo che si oppone al razzismo

Il mio pezzo del 29 giugno documenta quanto ha scritto su Il Sole 24Ore (sic!) un vescovo italiano e noto teologo
Però nei documenti preparatori di due prossime grandi occasioni che la chiesa cattolica prepara in merito alla famiglia (il (Sinodo ordinario di ottobre e il Quinto Convegno ecclesiale nazionale di novembre) non si parla dei bambini che – per essere figli di migranti senza permesso di soggiorno – non hanno certificato di nascita e quindi sono senza nome e senza famiglia per legge.

Antirazzisti consapevoli in parrocchia

Hanno constatato l’assenza dei bambini invisibili, cui sono negati nome e famiglia, anche nei documenti della chiesa cattolica che si preparano a incontri sistematici sul problema famiglia e ne hanno scritto su il giornale diocesano (La Vita Cattolica del 6 agosto).
Non trovo il link e ricopio:

Neonati, senza volto, senza nome, senza identità:  neonati inesistenti per legge.
E’ possibile ! Dove ? Ma come dove, qui da noi, in Italia !
Incredibile, ma vero; e tutto sotto i nostri occhi, nella disinformazione generale.
Vediamo il perché.

Come noto, l’ingresso degli stranieri in Italia, è ammesso nei casi previsti dalla legge (ad esempio, per motivi economico/lavorativi o di studio).
Agli stranieri che entrano regolarmente nel nostro Paese, viene rilasciato un permesso di soggiorno.
Chi entra in Italia al di fuori dei casi e secondo le modalità previste dalla legge, viene considerato un irregolare ed è privo di permesso di soggiorno.
Mentre, peraltro, talune prestazioni (quali quelle sanitarie, o quelle relative alle prestazioni scolastiche obbligatorie) (art. 6 D.Lgs 286/98 e successive modifiche) prescindono dall’esibizione del permesso di soggiorno, gli atti dello stato civile (tra i quali il certificato di nascita) no.
Infatti, nel 2009, la norma che escludeva la necessità di esibire il permesso di soggiorno per gli atti di stato civile è stata abrogata.
E così, stando alla lettera della legge, i genitori stranieri privi di permesso di soggiorno, non potrebbero dichiarare all’anagrafe la nascita di un bimbo, o la presenza di un minore, trovandosi nel dilemma se svelare la propria clandestinità dinnanzi a un pubblico ufficiale (con relativo obbligo di segnalazione), o chiedere riconoscimento per il neonato.

La situazione è descritta nell’annuale rapporto del Gruppo Convention on the Rights of the Child dove 80 associazioni, fra cui la Caritas nazionale, segnalano che l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato, obbliga alla denuncia i pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio che vengano a conoscenza della situazione di irregolarità di un migrante. Tale obbligo rappresenta un deterrente per quei genitori che, trovandosi in situazione irregolare, non si presentano agli uffici anagrafici per la registrazione del figlio, per paura di essere identificati ed eventualmente espulsi”. La paradossale situazione è stata affrontata non a livello legislativo (così da ridare certezza giuridica ai genitori stranieri irregolari), ma a livello amministrativo, mediante una circolare indirizzata agli Uffici Anagrafe sul territorio (al cui contenuto non è stato peraltro  dato significativo risalto mediatico), in base alla quale il certificato di nascita dovrebbe essere garantito a prescindere dal possesso del permesso di soggiorno.
Ma si sa, la forza di una circolare cede rispetto al contenuto della legge, e allora, nel silenzio normativo, e in ragione del generale obbligo di denuncia, la circolare potrebbe essere disapplicata.
La Chiesa si appresta a celebrare due importanti appuntamenti: il Sinodo ordinario (4-25 ottobre 2015) e il Quinto Convegno Ecclesiale Nazionale  (Firenze 9 -13 novembre 2015). In nome della solidarietà e della vicinanza che emerge dalla lettura di tutti i documenti preparatori agli appuntamenti suindicati (….a tutti costoro va annunciato che Dio non abbandona mai nessuno…), mentre ricordiamo che le norme internazionali e le leggi del nostro Stato riconoscono il diritto del bambino alla famiglia (“il pilastro fondamentale e irrinunciabile del vivere sociale”), non possiamo tacere che altra norma presente nell’ordinamento italiano dal 2009 nega ai figli dei migranti privi di permesso di soggiorno il certificato di nascita che è più di un semplice diritto perché riguarda il modo in cui la società riconosce l’identità e l’esistenza di un bambino ed è fondamentale per garantire che i bambini non vengano dimenticati, che non vedano negati i propri diritti o che siano esclusi dall’avere una famiglia. Perciò chiediamo che fra le forme di solidarietà che si esprimeranno nel ‘nuovo umanesimo’ – tema del Quinto Convegno Ecclesiale Nazionale del prossimo novembre – si faccia riferimento anche a quei nuovi nati che la legge italiana condanna e non esistere. Speriamo quindi che la Chiesa che si riunirà in Firenze voglia esprimersi con chiarezza in merito alla necessità di assicurare che il certificato di nascita sia garantito per legge a tutti i nuovi nati in Italia, come chiede anche la Caritas italiana insieme ai firmatari dell’ottavo rapporto del Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza. 

don Claudio Como, parroco delle parrocchie del SS. Redentore e di S. Quirino
Paolo Agosti     (Referente per la parrocchia di San Quirino nel Consiglio Pastorale Unificato)
Franco Zoratti (Referente per la parrocchia del SS. Redentore nel Consiglio Pastorale Unificato)

 

14 Agosto 2015Permalink

26 luglio 2015 — La Conferenza episcopale e le scuole paritarie (per minori riconosciuti esistenti)

25 luglio 2015 – Cassazione, il caso di Livorno
Il Comune di Livorno che presentò ricorso in Cassazione in merito a chi (in questo caso scuole religiose) non paga l’imposta sugli immobili ha ottenuto sentenza favorevole dalla Corte di Cassazione.
Mons. Galantino, segretario generale della Conferenza Episcopale italiana, definisce tale sentenza “pericolosa” perché, afferma: « ho la netta sensazione che con questo modo di pensare, si aspetti l’applauso di qualche parte ideologizzata. Il fatto è che non ci si sta rendendo conto del servizio che svolgono le scuole pubbliche paritarie». E aggiunge: «come ha detto giustamente il presidente della Fidae si rischia davvero la chiusura di queste scuole. Ma la chiusura delle scuole paritarie vuol dire limitare la libertà educativa…. » Fidae= Federazione Istituti di attività educativa (da Avvenire del 25 luglio. Link in calce)

La mia solita domanda
Perché i genitori che possono mandare i figli alle scuole paritarie (non solo cattoliche precisa il rigoroso, pluralistico monsignore) devono essere sostenuti nell’esercizio del loro diritto ad educare liberamente i figli, mentre la legge italiana da sei anni nega a chi non abbia il permesso di soggiorno persino il riconoscimento dei figli che nascono in Italia e quindi afferma – in quel caso – l’insussistenza di ogni possibile processo educativo?
Come mai l’esplicito, dichiarato interesse del Segretario della Cei per la legge e le sentenze della magistratura italiana non si estende alla norma che ad alcuni bambini nega esistenza giuridica, nome, appartenenza familiare e quindi esclude l’esercizio di ogni possibile attività educativa per genitori che per legge non esistono?
Forse che per mons. segretario i bambini i non sono tutti uguali nell’affermazione dei diritti fondamentali che appartengono alla loro persona?

Link agli articoli citati:
– il caso di Livorno
http://www.avvenire.it/Chiesa/Pagine/ici-scuole-cei-galantino-sentenza-cassazione-pericolosa.aspx

Aggiungo il link a due articoli, sempre da Avvenire, di cui ritengo importante aver memoria:
– Monsignor Galantino “Unioni civili, questo non è il bene comune 23 luglio http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/galantino-unioni-civili-22-luglio-2015.aspx

– 24 luglio 2015 Sentenze forti e ragioni deboli – Ma la Corte dei diritti di Strasburgo serve davvero? DI MARCO Olivetti
http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/corte-diritti-Strasburgo-serve-davvero.aspx

26 Luglio 2015Permalink

23 luglio 2015 – Il nuovo capro espiatorio: i nati in Italia dal 2009, figli di migranti irregolari

La sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo (CEDU)

Il 21 luglio 2015 la Corte di Strasburgo, nel censurare l’Italia perché la sua legislazione non tutela “le esigenze fondamentali di una coppia convivente dello stesso sesso impegnata in una relazione stabile”, ha ricordato al nostro paese che le unioni fra persone dello stesso sesso devono essere riconosciute in una forma che ne cancelli la discriminazione fondata appunto sull’orientamento sessuale

Il 22 luglio scriveva su la Repubblica il giurista Rodotà (in un articolo di cui non posso riportare il link perché on line è leggibile solo per chi sia iscritto al sito a pagamento e mi limito quindi a quanto ne ho manualmente ricopiato): «I giudici di Strasburgo hanno esplicitamente ricordato le loro precedenti decisioni sul riconoscimento delle unioni civili […]  Su questo punto la sentenza è chiarissima. I silenzi del Governo, la totale disattenzione di fronte ad espliciti inviti rivolti nel 2010 dalla Corte Costituzionale e nel 2013 dalla Corte di Cassazione , l’assoluta inazione del Parlamento hanno determinato una grave violazione del diritto alla tutela della vita privata e familiare, riconosciuto dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. […] La decisione della Corte non può essere facilmente aggirata ed è bene ricordare che è stata presa all’unanimità» 

Non dobbiamo dimenticare che la Corte europea agisce a seguito di denunce precise.

Nel caso specifico la vicenda che ha aperto la strada alla sentenza parte dalla denuncia di tre coppie, guidate da Enrico Oliari (Gaylib, associazione di gay liberali e di centrodestra), che, rivoltesi ai comuni di appartenenza, hanno visto negare il loro riconoscimento da parte dell’ente.

Il seguito è noto e perché ne sia chiaro il riferimento trascrivo l’art. 8 della Convenzione, citato da Rodotà:
«Articolo 8   Diritto al rispetto della vita privata e familiare

  1. Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza.
    2. Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui
    »

Quindi oggi, per penalizzare un’unione omossessuale, dovremmo ripristinare la concezione e la prassi praticate quando l’omosessualità era considerata reato (ricordiamo Oscar Wilde? le misure fasciste contro gli omossessuali che sono state anche oggetto di un film con Mastroianni e Sofia Loren?)

In risposta alla sentenza della CEDU, Avvenire (“quotidiano di ispirazione cattolica” come dice la testata) pubblica numerosi articoli con cui nega che alla sentenza di Strasburgo consegua di necessità il riconoscimento del matrimonio fra persone dello stesso sesso. Non è una gran scoperta e neppure esclusiva ma Avvenire non si ferma qui e, nel timore di un ‘cedimento’ del governo italiano alla sentenza europea, si erge a paladino dell’autonomia del parlamento nei confronti del governo stesso. Evidentemente in questo contesto conta di più sulla propria possibile influenza  sul parlamento che sul governo. Ricopio, un po’ stupefatta, un passo dell’articolo di Avvenire (che si può leggere integralmente con il link riportato sotto)

23 luglio Unioni civili, chi è che alle Camere intima di «obbedire»?

«Di questi tempi, per molti, maternità e paternità hanno confini piuttosto labili. Sarà bene chiarire, però, di chi è ‘figlia’ la proposta di legge sulle unioni di fatto, il cosiddetto ‘Ddl Cirinnà’. Se nasce da un’iniziativa parlamentare o da una precisa volontà del governo.
Perché negli ultimi giorni la situazione si è fatta assai confusa e foriera di rischi, forse anche per la tenuta del quadro politico, certo per il libero e democratico esercizio dell’attività legislativa. Con il ministro dei Rapporti con il Parlamento che prende l’impegno ad approvare la legge entro l’anno». 

Che c’entra la chiesa cattolica nei rapporti politico istituzionali e che mettono in relazione governo e parlamento fino ad intervenire nell’agenda delle scadenze di discussioni di leggi? Non sentivamo da molti anni un  linguaggio così aggressivo e grossolano che meriterebbe per sé un’analisi, ma lasciamo perdere e veniamo all’argomento che per questo blog da molti anni è veramente centrale e dirimente. 

I diritti dei senza voce  – se nasce in Italia un figlio di sans papier  

Il 22 luglio Avvenire pubblicava un ampio editoriale del giurista Carlo Cardia intitolato ”Il bene decisivo è quello dei figli – I seri diritti da difendere”  (che si può leggere integralmente dal link riportato sotto) che riprende la tesi della non esclusività del matrimonio come scelta legislativa dovuta.

E in conclusione così annota a proposito di questo ‘bene decisivo’ «  se ne deve discutere, guardando alla realtà. Una società che nega al bambino che nasce il calore del corpo e dell’abbraccio della madre, perché in casa ci sono due padri, o nega programmaticamente la presenza e la sicurezza della figura paterna, è una società malata, che emargina la maternità e la paternità a un ruolo secondario nella vita delle persone, che viola quel diritto alla doppia genitorialità che è la culla di tutti i diritti, la base per una crescita armonica della personalità, il presupposto per poter fruire di tanti altri diritti che la società del Novecento ha riconosciuto quando ha combattuto contro tutti i totalitarismi e tutti gli egoismi.

Stiamo parlando di un argomento che investe la vita intera della persona che nasce, che ha bisogno di tutto, e alla quale non si vuole dare niente, negandogli la madre o il padre. Si tratta di un tema cruciale per il futuro della società, che non può essere affrontato in un orizzonte ideologico, o di sperimentazione antropologica sulle generazioni future, ma attraverso un dibattito al quale dia il proprio contributo ciascuna di quelle tradizioni culturali e religiose che hanno favorito una storia più dolce dell’Italia rispetto ad altri Paesi, che l’hanno resa terra e fonte di un umanesimo che non può rinnegare le proprie basi fondamentali. Trovare la scusa, oggi di una sentenza, domani di un’altra, anche se estranee al tema specifico, per spingere una riforma legislativa verso sponde estremiste, può sembrare vantaggioso. Ma è più serio e proficuo discutere e impegnarsi per tutelare i diritti dei minori che chiedono alla società di poter conservare un solo grande bene: il diritto di avere un papà e una mamma come tutti i bambini del mondo, di qualunque latitudine, colore, religione, siano».

Cercando di riassumerne la tesi fondamentale, Cardia (in un editoriale non in un articolo delle pagine culturali o altro luogo meno impegnativo per la testata che lo ha ospitato) sembra equiparare il riconoscimento di figli di coppie omossessuali  (anche nella forma dell’adozione del figlio del compagno o della compagna) a una sottrazione di bambini alla genitorialità eterosessuale. Quando –in anni ormai molto lontani – mi interessavo alla modifica della legge sull’adozione tante ne ho sentite per giustificare allora la permanenza di bambini negli istituti ma questa trovata rappresenta veramente una sconcertante novità.
Non voglio dimenticare che la legge del 1983 aprì la strada alla cultura che si esprime nella legge 176/1991, ratifica della Convenzione di New Your sui diritti del minore (20 novembre 1989), affermando, per la prima volta in Italia, che ‘Il minore ha diritto di essere educato nell’ambito della propria famiglia’ dove, per propria famiglia, si intende anche quella adottiva.

(Per una breve storia delle norme in questioni si veda il link: per un cenno alla storia dei diritti del minore).

E finalmente il ‘capro espiatorio’

Non posso ignorare la scelta di un linguaggio emotivo che si riscontra nell’editoriale del 22 luglio. Sembra fatto per confondere le idee, già precarie, di tanta opinione pubblica che, non sentendosi più legittimata da una qualche evoluzione nella coscienza collettiva, alla ‘liberatoria’ volgarità punitiva del linguaggio stile Salvini, pure vuole continuare ad esprimere la propria distanza dai ‘diversi per identità sessuale’. Questo linguaggio teneramente emotivo vorrebbe indurci ad assumere la certezza di una chiesa madre e protettiva – anche nei silenzi omissivi e mirati a una precisa categoria – come madre e protettiva sarebbe la società  che a tale chiesa si conformi. Ma non è così.
C’è una pubblica opinione impegnata a prendere le distanze dall’affermazione di diritti in termini di uguaglianza e sembra che a questa appartenga anche l’opinione dei vescovi italiani nella loro omissiva scelta di ignorare chi, per essere figlio di migranti irregolari, non ha diritto al certificato di nascita (si veda link relativo del 9 giugno).
Non mi si dica che è questione di leggi e che sulla formulazione delle leggi i vescovi, rispettosi della laicità dello stato, non vogliono intervenire, pur mantenendo legittimamente fermo il loro diritto ad esprimere un giudizio.
Non io, ma le rabbiose, recenti pagine di Avvenire li smentiscono.
Essere buoni e accoglienti va bene ma, a propria garanzia, è meglio assicurarsi una possibile deroga. E se è in legge tanto meglio.
E’ una deroga che si sente esprimere in una formula ripetuta e diffusa che ecumenicamente unisce credenti e non, laici e laicisti, cristiani cattolici e d’altre chiese anch’esse silenti: ‘Io non sono razzista ma…”
E se c’è bisogno di tener ferma una rassicurante deroga quale miglior oggetto d’uso di bambini indifesi? Se si parla di donne queste insorgono (ah! il femminismo!), se si parla di omossessuali si uniscono e si coalizzano nella giusta difesa della propria identità, se si parla di migranti adulti qualcuno ci ricorda che fra loro ci sono i richiedenti asilo che pur di sfuggire alla guerra rischiano di annegare e annegano … ma i neonati no, non possono parlare né alcuno può parlare per loro: sono il silente capro espiatorio perfetto da gettare alla forza invadente del pregiudizio come un osso a un cane. (vedi link relativo)

Eccezioni?

Alcuni parlamentari e senatori hanno presentato due proposte di legge per correggere lo scempio di civiltà voluto nel 2009 (rispettivamente n. 740 camera e 1562 senato, leggibili dal mio link del 9 giugno 2015) e, infine, recentissimo, il vescovo mons Bruno Forte, segretario speciale dell’assemblea dei vescovi sulla famiglia, ha ripreso correttamente la questione.
Se vogliamo conoscere le sue parole non le troviamo però nelle roventi pagine di Avvenire ma ne Il Sole 24 ore del 28 giugno scorso (il testo è riportato nel mio link datato 29 giugno) ll prossimo mese di ottobre si riunirà il sinodo sulla famiglia. Spero che non ne escano ancora una volta bambini indicati (o taciuti, ma è lo stesso) per essere senza famiglia –capri espiatori per la sicurezza delle perfidie del comune buon senso che, se lo desidera,  può giovarsi del conforto di vescovili autorità. 

Link ai documenti citati 

– LEGGE 27 maggio 1991, n.176 Ratifica ed esecuzione della convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989.
http://www.comune.jesi.an.it/MV/leggi/l176-91.htm

– come un osso a un cane – 18 giugno 2015
https://diariealtro.it/?p=3835

 

24 Luglio 2015Permalink

22 luglio 2015 – L’Europa e le unioni gay – Raccolta informazioni

Premessa: tutti i link per raggiungere le fonti citate sono in nota

LA STAMPA
« L’Italia deve introdurre il riconoscimento legale per le coppie dello stesso sesso. L’ha stabilito la Corte europea dei diritti umani. I giudici di Strasburgo hanno condannato l’Italia per la violazione dell’articolo 8 – il diritto al rispetto della famiglia e della vita privata – della convenzione europea dei diritti umani, per il mancato riconoscimento delle unioni omosessuali. Per i gay “un’unione civile sarebbe il modo più appropriato per ottenere il riconoscimento delle loro relazioni”, si legge in una nota pubblicata a corredo della sentenza emessa a seguito del ricorso di tre coppie».

la Repubblica
«La sentenza: violato art. 8 Convenzione Diritti umani. Il giudizio è stato emesso all’unanimità nell’ambito del caso sollevato da Oliari e altri contro l’Italia. Si tratta di tre coppie omosessuali, guidate da di Enrico Oliari, presidente di Gaylib, l’associazione nazionale dei gay liberali e di centrodestra, che hanno fatto ricorso a Strasburgo contro l’impossibilità di vedersi riconoscere in patria l’unione. Le tre coppie omosessuali che vivono insieme da anni rispettivamente a Trento, Milano e Lissone (provincia di Milano) hanno chiesto ai loro Comuni di fare le pubblicazioni per potersi sposare ma si sono viste rifiutare la possibilità. “La corte ha considerato che la tutela legale attualmente disponibile in Italia per le coppie omosessuali non solo fallisce nel provvedere ai bisogni chiave di una coppia impegnata in una relazione stabile, ma non è nemmeno sufficientemente affidabile”, si legge in una nota della Corte. Per la corte dunque “un’unione civile o una partnership registrata sarebbe il modo più adeguato per riconoscere legalmente le coppie dello stesso sesso“».

Unioni gay, Scalfarotto:
“Ora la politica si assuma la sua responsabilità” Naturalmente come la sentenza europea così l’on. Scalfarotto si riferisce alle coppie adulte per garantire loro il riconoscimento giuridico della loro unione nella società civile, con i diritti che ne possono conseguire. Il fatto che vi siano bambini nati in Italia, privi per legge di nome, di famiglia, di identità non è cosa che meriti considerazione. Non ne parla l’on. Scalfarotto, che per il riconoscimento delle unioni civili ha affrontato anche il digiuno, non interessa al parlamento italiano che non mette a calendario le due proposte di legge che risolverebbero il problema, non interessa alla quasi totalità delle associazioni laiche, sedicenti finalizzate alla tutela dei diritti dei soggetti deboli, non interessa alle chiese cristiane che sul problema mantengono un ecumenico silenzio.

La chiesa cattolica in particolare non riesce a sfuggire all’argomento dal momento che si prepara al Sinodo ordinario sulla famiglia (4-25 ottobre) e al Convegno ecclesiale nazionale del 2015 (Firenze 9-13 novembre – tema «In Gesù Cristo il nuovo umanesimo»).
Il card. Lorenzo Baldisseri, segretario generale del sinodo dei vescovi, nella lettera (12 dicembre 2014) con cui trasmette alle conferenze episcopali il documento noto come ‘Lineamenta’ (che costituisce il risultato del dibattito sulla Relatio da cui furono espunti con voto negativo tre articoli – vedi nota finale), afferma che il sinodo straordinario dello scorso anno e quello ordinario del prossimo ottobre non sono due tappe celebrative ma “vengono integrate in un unico processo sinodale”.

E infine – in vista della conclusione di questo processo – (che sarà il sinodo ordinario di ottobre cui farà seguito il Convegno ecclesiale di Firenze) è stato approvato un documento ufficiale, noto come Instrumentum Laboris che all’art. 8 comma 2 afferma, criticando l’ipotesi del riconoscimento dei matrimoni gay: «Nello stesso tempo, però, si vuole riconoscere alla stabilità di una coppia istituita indipendentemente dalla differenza sessuale la stessa titolarità della relazione matrimoniale intrinsecamente legata ai ruoli paterno e materno, definiti a partire dalla biologia della generazione. La confusione non aiuta a definire la specificità sociale di tali unioni, mentre consegna all’opzione individualistica lo speciale legame fra differenza, generazione, identità umana. È certamente necessario un migliore approfondimento umano e culturale, non solo biologico, della differenza sessuale, nella consapevolezza che «la rimozione della differenza […] è il problema, non la soluzione (Francesco, Udienza generale, 15 aprile 2015)».

Papa censurato o documento difficile da trovare?

Devo precisare che non ho trovato la citazione riportata dall’Instrumentum Laboris nella predicazione del papa pronunciata nell’udienza del 15 aprile. L’unica frase comune è: “La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione”.
Non so se gli estensori dell’Instrumentum Laboris considerino il comma 2 dell’art. 8 un riassunto delle parole del papa. Forse, a loro modo di vedere, corrisponde e comunque non so se sia stato posto all’approvazione del papa e approvato. Ma, a mio parere e a meno che non esista un documento che non ho trovato, la citazione, posta così, è scorretta.
Mi limito a considerare che questo testo (cap 1 art. 8 comma 2) rappresenta una novità rispetto alla Relatio dato che non c’è la numerazione in corsivo che ne esplicita il riferimento).
Per comprendere questo rimando fra corsivi e non, cito dalla presentazione firmata dal card. Baldisseri: «Il presente Instrumentum Laboris è composto dal testo definitivo della Relatio Synodi integrato dalla sintesi delle Risposte, delle Osservazioni e dei Contributi di studio. Per facilitare la lettura, si segnala che la numerazione contiene sia il testo della Relatio che le integrazioni. Il testo originale della Relatio è riconoscibile dal numero tra parentesi e dal carattere corsivo».

Neonati cancellati con l’omissivo silenzio della chiesa cattolica?

Per trovare un documento, firmato da un vescovo, a proposito della ‘rimozione’ legale dell’esistenza di alcuni bambini dobbiamo andare all’articolo del 28 giugno di mons. Forte pubblicato da Il Sole 24 ore e riportato nel mio blog il 29 giugno.
In quell’articolo è correttamente citata la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, unica organizzazione laica che in Italia abbia preso una posizione ufficiale sul problema e la documentazione del CRC (Convention on the Rights of the Child) che altri hanno riportato nei loro siti.

Documenti:

– testo articolo da LA STAMPA http://www.lastampa.it/2015/07/21/italia/cronache/strasburgo-condanna-litalia-riconosca-le-unioni-per-le-coppie-dello-stesso-sesso-ImopwAuERW4Vb1woQQQqaN/pagina.html

– testo articolo da la Repubblica http://www.repubblica.it/politica/2015/07/21/news/unioni_gay_arriva_la_condanna_di_strasburgo_all_italia_riconosca_i_loro_diritti_-119511643/?ref=HREA-1

– Testo integrale della sentenza della Corte Europea dei diritti umani 21 luglio 2015 – testo inglese http://www.repubblica.it/politica/2015/07/21/news/unioni_gay_il_testo_della_sentenza_della_corte_europea_dei_diritti_umani_che_condanna_l_italia-119515346/

– testo lettera card. Baldisseri http://www.vatican.va/roman_curia/synod/documents/rc_synod_doc_20141212_lettera-lineamenta-xiv-assembly_it.html

– testo Instrumentum laboris (che sarà discusso nel Sinodo) http://www.vatican.va/roman_curia/synod/documents/rc_synod_doc_20150623_instrumentum-xiv-assembly_it.html

– conferenza stampa di presentazione dell’Instumentum laboris “3 giugno 2015) http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2015/06/23/0499/01085.html

– Nota informativa con qualche nozione sulle caratteristiche dei documenti http://www.documentazione.info/instrumentum-laboris-del-sinodo-sulla-famiglia-guida-alla-lettura

– Udienza generale papa 15 aprile 2015 – https://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2015/documents/papa-francesco_20150415_udienza-generale.html

– articolo Prosperi relativo al famoso “Chi sono io..?” del papa http://www.cinemagay.it/dosart.asp?ID=37911

– testo articolo mons Forte https://diariealtro.it/?p=3863

NOTA: Testo degli articoli espunti con voto dalla Relatio discussa nel sinodo ordinario del 2014 52. Si è riflettuto sulla possibilità che i divorziati e risposati accedano ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Diversi Padri sinodali hanno insistito a favore della disciplina attuale, in forza del rapporto costitutivo fra la partecipazione all’Eucaristia e la comunione con la Chiesa ed il suo insegnamento sul matrimonio indissolubile. Altri si sono espressi per un’accoglienza non generalizzata alla mensa eucaristica, in alcune situazioni particolari ed a condizioni ben precise, soprattutto quando si tratta di casi irreversibili e legati ad obblighi morali verso i figli che verrebbero a subire sofferenze ingiuste. L’eventuale accesso ai sacramenti dovrebbe essere preceduto da un cammino penitenziale sotto la responsabilità del Vescovo diocesano. Va ancora approfondita la questione, tenendo ben presente la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti, dato che «l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate» da diversi «fattori psichici oppure sociali» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1735). 53. Alcuni Padri hanno sostenuto che le persone divorziate e risposate o conviventi possono ricorrere fruttuosamente alla comunione spirituale. Altri Padri si sono domandati perché allora non possano accedere a quella sacramentale. Viene quindi sollecitato un approfondimento della tematica in grado di far emergere la peculiarità delle due forme e la loro connessione con la teologia del matrimonio. 55. Alcune famiglie vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con orientamento omosessuale. Al riguardo ci si è interrogati su quale attenzione pastorale sia opportuna di fronte a questa situazione riferendosi a quanto insegna la Chiesa: «Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. «A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 4).

22 Luglio 2015Permalink

17 luglio 2015 – L’improbabile geografia esclusiva del sindaco di Alassio

Ricevo il testo di un’ordinanza del sindaco di Alassio che risale al primo luglio che allego e di cui ricopio, poche righe più avanti, la parte dispositiva. Credo che, per capire come un sindaco possa arrivare ad emettere un’ordinanza in cui viene affermato il fondamento razzista di una discriminazione, sia opportuno ripercorrere una storia che forse avrebbe prodotto effetti meno devastanti se qualche soggetto ritenuto autorevole se ne fosse interessato fin dall’inizio, quando nel 2009 fu approvato il ‘pacchetto sicurezza’ (legge 94). Lo faccio nella consapevolezza che quello che io posso proporre documentandolo è solo un filone di una vicenda più ampia ma è bene osservare le cose cercando di capirle punto per punto. Altri, che abbiano seguito altri filoni, ne parlino!
E così leggiamo ciò che il sindaco di Alassio

ORDINA:

«il divieto a persone prive di fissa dimora, provenienti da paesi dell’area africana, asiatica e sud americana, se non in possesso di regolare certificato sanitario attestante la negatività da malattie infettive e trasmissibili, di insediarsi anche occasionalmente nel territorio comunale»  allegato1435748608 ALASSIO

A tanto si sono opposte una serie di organizzazioni  Cgil, Arci, Medici Senza Frontiere, Amnesty International, Terre des Hommes, Avvocato di Strada, Asgi, Comunità di San Benedetto, Campagna LasciateCIEntrare, Simm, in nome delle quali un’avvocata di Genova ha presentato una segnalazione al governativo Ufficio Nazionale  Anti discriminazioni Razziali (Largo Chigi, 19  00187 – Roma) (mi riservo di pubblicare in seguito il testo interessante della segnalazione).

Ora mi limito a una domanda: come si è potuti arrivare a un’ordinanza sindacale che discrimina le persone per provenienza geografica e – soprattutto – fonda la discriminazione su un improbabile documento sanitario? E sarei molto curiosa di sapere perché nordamericani, australiani (non comunitari) ed europei (comunitari) non possano essere senza fissa dimora e ‘a rischio di malattie infettive e trasmissibili’. Ma non esageriamo; restiamo al testo com’è per cercar di capire come a tanto  si è arrivati e come, finalmente, si riscontri una civile opposizione.

Una squallida storia che ci si ostina ad ignorare.

Nel 2009, prima che fosse approvato il pacchetto sicurezza , si tentò di introdurre un emendamento  in una norma che per emendamenti  procede. Si sarebbe dovuto cancellare il comma 5 dell’art. 35 (che è invece ancora in vigore) del Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286  (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero). Il comma 5, che trascrivo di seguito, faceva parte del testo unico a seguito della legge 6 marzo 1998, n. 40, la cd Turco Napolitano che , per questo aspetto, non era stata modificata neppure dalla successiva Bossi Fini  (2002/189). La proposta di cancellazione determinò un forte impegno dell’Ordine dei Medici (nazionale e nelle sedi provinciali) e del personale sanitario in genere, indisponibile a farsi spia e il comma 5 restò in vigore.

Diceva e dice il comma 5 dell’art. 35 del Testo Unico citato sopra: «L’accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all’autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano». Per leggere correttamente questo comma non dobbiamo dimenticare il precedente comma 3 che afferma: «Ai cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale, non in regola con le norme relative all’ingresso ed al soggiorno, sono assicurate, nei presidi pubblici ed accreditati, le cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti o comunque essenziali, ancorché’ continuative, per malattia ed infortunio e sono estesi i programmi di medicina preventiva a salvaguardia della salute individuale e collettiva”. Segue l’elenco della tipologia degli interventi assicurati a chi sia privo di permesso di soggiorno.

Neonati e giullari.

Tutta questa storia l’ho raccontata in un articolo nel mese di marzo del 2011, pubblicandola nel mensile il Gallo di Genova che, ricopiato nel mio blog, si può leggere anche da qui.

Se un lavoro accorto, intenso, ragionevole e convinto dell’ordine dei medici e di varie organizzazioni legate alla sanità era riuscito a salvare il comma 5 riportato sopra, era rimasta nel dannato pacchetto una norma altrettanto grave che avrebbe dovuto trovare il dissenso della società civile invece del tutto indifferente, spudoratamente beffarda che fosse o biascicante non so che. Si trattava della lettera g del comma 22 dell’articolo 1 che, decodificato nella sua criptica formulazione, afferma che per accedere alla registrazione degli atti di stato civile è necessario presentare il permesso di soggiorno, che non è invece richiesto, ad esempio, per “l’esercizio di attività sportive e ricreative a carattere temporaneo”. Quindi per dichiarare la nascita dei propri figli (e assicurare loro un’esistenza giuridicamente riconosciuta) e per sposarsi è necessario disporre del permesso di soggiorno, invece, per entrare in Italia a temporaneo divertimento dei residenti, no. Il ministro dell’Interno del IV governo Berlusconi (tale Maroni) sapeva bene che si possono penalizzare neonati che non interessano a nessuno ma non i giullari; ‘sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re’ cantava qualcuno che aveva capito.

Quando mi fu offerta l’opportunità di scriverne su Il Gallo (e sono sempre grata al suo direttore) me ne occupavo da due anni e mi ero con orrore resa conto che nessuno voleva saperne e che avevo bisogno di un punto fermo per non essere in seguito accusata di aver inventato tutto. La mia fiducia nella competenza democratica degli italiani in genere e degli autoctoni in particolare era arrivata allo zero, soprattutto se si trattasse di soggetti ‘buoni’ e pensavo ormai alla scrittura come documentata necessaria difesa a futura memoria.

Come un osso a un cane

Nel mese di luglio del 2011 la Corte Costituzionale modificava il codice civile, cancellandone la norma introdotta a seguito del pacchetto sicurezza decidendo ci si potesse sposare senza presentare il permesso di soggiorno. Anche questa vicenda si può leggere da qui

Quindi:- esclusa  fin dall’inizio la funzione di spionaggio sanitario e salvati i matrimoni – la penalizzazione esplicita e implacabile restava per i neonati che non hanno titolo a chiedere alcunché alla Corte Costituzionale, né lo hanno i loro terrorizzati genitori. La soluzione del loro caso sarebbe politica o meglio legislativa e, se intervenisse, ci ridarebbe un po’ di quella dignità che abbiamo buttato nel pattume ovunque presente.

L’on Maroni e i suoi complici –potenti o solo silenti- sapevano bene che mantenendo una simile norma rafforzavano le certezze della cultura che la Lega ormai aveva diffuso (e che ancora diffonde) oltre se stessa e che non avevano quindi prezzi da pagare a un’opinione pubblica ormai convinta alla necessità della paura dello ‘straniero’. E a questa ‘pubblica opinione’ si possono gettare alcuni ben definiti neonati come si getta un osso a un cane che infastidisce per renderlo ‘inoffensivo’.
Infatti anche le associazioni che si proclamano finalizzate alla tutela dei diritti umani potevano, con paciosa viltà, infischiarsene perché solo dal rapporto con adulti visibili e parlanti era ed è loro dato godere dei vantaggi del consenso che appaga e, a volte, paga.
I parlamentari così potevano – e possono- soddisfarsi delle proposte di legge presentate per rimediare allo scempio senza oneri di spesa, non impegnandosi a farle discutere e approvare

.Non torno a raccontare questa storia ampiamente e reiteratamente riportata nel mio blog dove faccio memoria anche dei pochi che se ne sono occupati da persone adulte, consapevoli e civili. Anche questo aspetto è ripreso nel blog il 9 giugno

Confortando il sindaco di Alassio

E così arriviamo alla grottesca ordinanza del sindaco di Alassio che sostanzialmente chiude il cerchio. Il signor sindaco è certamente consapevole di ciò che affermano anche  i rapporti del gruppo Convention on the Rights of the Child (CRC). Esiste infatti una circolare che, affiancata al pacchetto sicurezza, consentirebbe ciò che la legge nega se, invece di risolvere il più semplice dei problemi, non creasse dubbi agli uffici, Probabilmente consapevole della possibilità che tali dubbi possano essere risolti nel peggiore dei modi e del silenzio dell’opinione pubblica il sindaco ha riaperto il cerchio ed è tornato alla norma originaria, negata nel 2009: le condizioni di salute vengano accertate per espellere! I neonati come strumenti di espulsione dei genitori sono stati e sono un ripiego. Manteniamolo, ma torniamo a pensare in grande. Sappiamo che la società, altrimenti civile, accetta e tace.

17 Luglio 2015Permalink

4 luglio 2015 – Uno dei primi atti dell’amministrazione Brugnaro a Venezia.

Il neo-sindaco del capoluogo veneto ha dato l’ordine di ritirare da tutte le scuole dell’infanzia i libri illustrati che descrivono la famiglia come fondata da un genitore 1 e un genitore 2, non necessariamente donna e uomo.

Al riferimento alla notizia, illustrata con i link che trascrivo, faccio seguire un intelligente comunicato stampa

http://www.repubblica.it/cronaca/2015/07/04/news/venezia_nei_libri_all_indice_per_il_gender_anche_i_capolavori_dell_infanzia-118306936/

http://nuovavenezia.gelocal.it/venezia/cronaca/2015/07/02/news/brugnaro-oggi-l-insediamento-consigliere-anziano-sara-crovato-1.11712583

** COMUNICATO STAMPA ** Liberi di leggere tutto, leggere per essere liberi

IBBY Italia, Nati per Leggere, la Commissione nazionale Biblioteche e servizi per ragazzi dell’Associazione Italiana Biblioteche guardano a queste due figure [* vedi nota], e a molte altre che ne hanno condiviso i principi, per il mandato di sostegno, educazione e promozione alla lettura che portano avanti. Un percorso che ha messo al centro, in tutte le azioni svolte in questi anni, il rispetto e il diritto di parola, di scrittura, di rappresentazione e il diritto alle storie delle bambine e dei bambini. La scelta del sindaco di Venezia ci vede sconcertati, addolorati, arrabbiati. Come è possibile che nel 2015 venga stilata una lista di libri messi all’indice, libri straordinari, patrimonio di molte biblioteche, nidi e scuole dell’infanzia in Italia e nel mondo? Libri cancellati dalle istituzioni educative della prima infanzia nella città che ospita il pluralismo artistico della Biennale, le diversità filmografiche del Festival del Cinema, in nome di una non ben chiara salvaguardia della famiglia. Ma cos’è una famiglia? L’etimologia ci dice, in prima istanza, che per famiglia si intendono le persone che abitano nella stessa casa, e aggiunge, poi, legate da vincoli di sangue, rapporti di parentela o affinità. I quarantanove libri raccontano lo stare assieme, raccontano cosa significa creare comunità, raccontano le scelte, raccontano la diversità e l’accoglienza, raccontano famiglie che si allargano e cambiano. Tutti libri che con le parole, ma in modo straordinario con le figure, trasmettono un senso di serenità, di condivisione, di incontro, di affetto: di famiglia. E allora perché impedire a bravi insegnanti di leggerli assieme, perché impedire a quei libri, buoni libri nella storia dell’editoria internazionale, di svolgere il loro ruolo primo, cioè quello di essere strumento necessario nella relazione adulto-bambino, utile a garantire una migliore qualità della vita, in nome della pluralità e del rispetto delle scelte?

– IBBY Italia – International Board on Books for Young People
– Nati per Leggere
– Associazione Italiana Biblioteche – Commissione nazionale Biblioteche e servizi per ragazzi

[*NOTA. Jella Lepman sceglie di usare i libri per cercare di ridare ai bambini tedeschi, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, un’idea di futuro e di speranza. Ai roghi che hanno caratterizzato il regime nazista, Jella sostituisce montagne di libri arrivati da tutto il mondo, in particolare libri con figure. Condivide l’avventura di quella che sarà (ed è) la Jugendbibliothek di Monaco di Baviera con lo scrittore tedesco Eric Kastner che nel libro La conferenza degli animali invita a una forma di pacifismo che non è solo opposizione al guerreggiare, ma apertura, rispetto, libertà di scelta e di vita]

4 Luglio 2015Permalink

29 giugno 2015 – Un arcivescovo mi sorprende felicemente

Scrivo all’Arcivescovo di Chieti e Vasto e Segretario speciale dell’Assemblea dei Vescovi sulla famiglia.

Il 25 giugno ho scritto a mons Forte arcivescovo di Chieti e Vasto perché ero venuta a sapere (leggendo l’Instrumentum Laboris, il documento preparatorio del Sinodo ordinario sulla famiglia del prossimo ottobre) che si trattava del Segretario speciale dell’Assemblea dei Vescovi sulla famiglia. Ieri, dopo qualche incertezza, ho pubblicato la lettera in questo blog

Dopo avergli esposto lo stato della questione (di cui su questo blog scrivo dal 2009) mi chiedevo e gli chiedevo (riporto la parte conclusiva della mia lettera): «è tollerabile che l’esistenza giuridica di nuovi nati sia affidata a una circolare che, così come è stata emessa, potrebbe venir cancellata senza neppur informarne il parlamento? E che comunque crea opportunistici dubbi negli uffici anagrafe? Perché nei documenti del Sinodo, in tanto attento elencare e ragionevole classificare famiglie non si fa menzione di neonati cui, per legge in Italia la famiglia è negata? Perché si sostiene col silenzio la scelta inumana che impedisce per legge a due genitori (o almeno a chi di loro riconosca quel bambino se la madre si trovasse sola o il padre vedovo) di dire “questo è mio figlio”?» Con mia meraviglia ho ricevuto un immediato un più che cortese cenno di riscontro e, successivamente, la segnalazione della pubblicazione da parte del segretario dell’articolo a firma dell’Arcivescovo di Chieti e Vasto. Non riesco a trovarlo sul quotidiano on line ma approfitto i quanto gentilmente allegatomi dal segretario di mons Bruno Forte. Penso sia un testo importante in sé e anche per il quotidiano che lo ha pubblicato. Lo ricopio come mi è pervenuto inserendo il carattere grassetto nella parte finale che voglio particolarmente segnalare

                                          Il nodo cittadinanza
                               I migranti, risorsa da premiare

(Il Sole 24 Ore, Domenica 28 Giugno 2015, 1 e 9)

di Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti-Vasto

Si parla molto di migranti in questi mesi, dalle cronache che ne raccontano il flusso continuo verso l’Italia e l’Europa, alle riflessioni sul fenomeno in atto, che spaziano dai rozzi pregiudizi di alcuni, pronti a considerare reato ogni arrivo di clandestino, al ventaglio di proposte per l’accoglienza e l’integrazione a medio e lungo termine, talvolta purtroppo solo teoriche, fino alla rincorsa a soluzioni tampone, che spesso restano le uniche a tempo indeterminato. Diventa perciò importante riflettere sulle dinamiche che il processo migratorio implica, da quella della provenienza dei migranti, e dunque delle cause che spingono intere masse umane ad abbandonare la propria terra, i propri affetti e le proprie per quanto povere certezze per andare verso un futuro in buona parte ignoto, a quella della destinazione, che aiuti a capire quali sono le mete perseguite da chi accetta il rischio dell’immigrazione clandestina, a quella delle possibilità d’inserimento e d’integrazione effettiva nei luoghi di arrivo.

I migranti verso l’Italia provengono oggi per la quasi totalità dall’Africa e dal Medio Oriente. Le ragioni che motivano la decisione – tutt’altro che facile – di emigrare, da una parte sono legate ai processi di disgregazione di ampi gruppi sociali e di interi Stati, come nel caso della Somalia, dell’Iraq, della Libia e dello Yemen, dall’altra sono spesso dovute a situazioni di guerra, ispirata a motivazioni etniche e religiose, o a crisi economiche pesanti e durature, come ad esempio in Nigeria, nel Mali, in Eritrea ed in Etiopia. La gravità dei fattori che entrano in gioco nello spingere uomini e donne di ogni età a rischiare tutto, pur di fuggire da simili contesti, rende difficile applicare in concreto la distinzione cui spesso si ricorre fra “rifugiato” e migrante “per ragioni economiche”. Appellarsi a questa differenza come a un criterio decisivo in ordine alle possibili espulsioni e ai rimpatri, rischia di esporre chi dovrà decidere a gravi ingiustizie e a discriminazioni insostenibili dal punto di vista morale. Un intervento preventivo nei Paesi di provenienza appare certamente più corretto, anche se per essere onesto ed efficace implicherebbe componenti politiche ed economiche di vasta portata e dai costi certamente elevati. Soprattutto, di una simile azione, che valica confini e responsabilità nazionali, dovrebbero farsi carico entità sovranazionali, quali le Nazioni Unite e la stessa Europa, la cui divisione e latitanza in materia appare sempre più grave.

Circa poi la destinazione reale dei flussi migratori non è difficile riconoscere che per tantissimi essa non è il Paese di prima accoglienza: molti dei migranti, in particolare quelli provenienti dal Medio Oriente, hanno parenti già inseriti in diverse società del Nord Europa o dell’America, tanto del Nord, quanto del Sud. È verosimile, dunque, che essi guardino all’Italia soltanto come a un Paese di transito, senza intenzione di stabilirvisi. La dimostrazione pratica di quest’asserto sta nel fatto che tanti di quelli che arrivano più o meno fortunosamente nel nostro Paese rifiutano di adempiere atti burocratici che li legherebbero allo Stato coinvolto nella prima accoglienza. Anche qui c’è nella legislazione europea un insieme di carenze che andrebbero colmate e di disposizioni che andrebbero modificate. L’impressione che l’Europa unita sta dando al mondo è quella di una sconcertante (e per vari aspetti perfino vergognosa) disunità, per cui ciascuno dei Paesi membro appare più preoccupato di “difendersi” dai migranti che di affrontare il fenomeno migrazioni in maniera organica e capace di tutelare e promuovere la dignità delle persone in gioco.

C’è, infine, da considerare l’effettiva possibilità di accoglienza e d’integrazione degli immigrati: una semplice considerazione economica, fatta anche da numerosi imprenditori, è che senza l’apporto del lavoro che gli immigrati svolgono, non una singola azienda, ma l’azienda Italia nel suo insieme avrebbe conosciuto enormi difficoltà e rischierebbe autentici crolli di produttività. Per dirla in altre parole, l’immigrato non è un peso o un pericolo, come viene definito da alcune delle più rozze fra le voci che gridano sulla scena politica, è spesso al contrario un’autentica risorsa, che andrebbe accolta con rispetto per la dignità delle persone e valorizzata per le capacità di contribuire alla crescita di tutti.

La cecità di fronte al fenomeno migratorio tocca a volte vertici che, se non fossero drammatici, rasenterebbero il ridicolo: per limitarsi a un solo esempio, che è di estrema gravità, si potrebbe citare il caso del rifiuto della registrazione della dichiarazione di nascita in Italia dei figli di migranti privi di permesso di soggiorno! Su questo fatto c’è stato a lungo un assordante silenzio (con poche eccezioni, come ad esempio la raccomandazione proposta nel congresso del 2014 dalla Società Italiana di Medicina delle Migrazioni). Eppure, da diversi anni, nei rapporti firmati anche dalla Caritas Nazionale, il gruppo Convention on the Rights of the Child (CRC) segnala questo problema e ne raccomanda una soluzione a livello istituzionale. È vero che al presente la registrazione della dichiarazione di nascita è possibile a norma di una circolare del Ministero dell’Interno (n. 19 del 7 Agosto 2009), di cui  lo stesso gruppo a favore dei diritti dei bambini segnala però l’inadeguata diffusione. In Parlamento esistono proposte di legge che, se approvate, potrebbero risolvere la questione e che, però, pur affidate alle commissioni competenti, non vengono messe a calendario. Si può tollerare che l’esistenza giuridica di nuovi nati sia affidata a una circolare che, così come è stata emessa, potrebbe venir cancellata senza neppur informarne il Parlamento e che, comunque, crea dubbi negli uffici anagrafe? La domanda di chi si batte per una soluzione piena e dignitosa del problema diventa: perché impedire per legge a due genitori (o almeno a chi di loro riconosca quel bambino) di dire “questo è mio figlio”, che ha diritti uguali a ogni altro nato in questo Paese che si dice democratico? Anche su punti come questo la sfida delle migrazioni ci interpella tutti sulla pienezza e autenticità del nostro essere e volerci umani e sulle esigenze morali che nessuna coscienza retta dovrebbe ignorare.

Ancora una domanda

Il Sinodo del prossimo ottobre affronterà il problema della registrazione della dichiarazione di nascita? E, ancor prima il mondo cattolico e non solo riceverà un segnale di sveglia dall’articolo così importante che ho trascritto?

 

29 Giugno 2015Permalink

28 giugno 2015 – Scrivo all’Arcivescovo di Chieti e Vasto

oggetto: rifiuto della registrazione della dichiarazione di nascita in Italia dei figli di migranti privi di permesso di soggiorno.

A S.E. mons. Bruno Forte Segretario speciale dell’Assemblea dei Vescovi sulla famiglia
Sua Sede

Egregio monsignore non so se mi rivolgo a Lei con l’indirizzo giusto e con il titolo corretto e i modi adeguati ma poiché desidero con tutta la mia forza che Le venga segnalato il problema che esporrò, mi affido all’indirizzo che ho trovato e a modalità di comunicazione che spero corrette. L’unico titolo che per me voglio segnalare è quello di essere stata battezzata nella chiesa cattolica. Ho letto (per ora frettolosamente ma ripeterò l’operazione con attenzione) l’Instrumentum Laboris, così come avevo letto la documentazione relativa al Sinodo straordinario sulla famiglia svoltosi lo scorso anno. Ho notato una significativa, rispettosa e interessante attenzione a cogliere il senso di tante relazioni umane, a porre la questione se costituiscano famiglia e famiglia riconoscibile, senza ignorarne la pluralità, nella dottrina e nella prassi della chiesa cattolica. Ho riscontrato una rispettosa attenzione ai figli “7. Nella società odierna si osservano disposizioni differenti.  … Si vanno diffondendo il riconoscimento della dignità di ogni persona, uomo, donna e bambini …” In quei documenti ho riscontrato ancora una attenzione puntuale – e non invasiva – alla legislazione in ambito civile.

Quello che non  ho trovato – e che segnalo – è la menzione della legge italiana che nega il certificato di nascita a chi nasce in Italia figlio di migranti privi di permesso di soggiorno [1] Ne immagino le ragioni. Sul fatto che alcuni bambini non abbiano il certificato di nascita la società civile (di cui fa ovviamente parte anche la base del mondo cattolico) ha monoliticamente taciuto e quindi non ha sollecitato alcuna occasione di riflessione. Da sei anni mi occupo personalmente della questione, ho trovato condivisioni di persone responsabili (cattolici e non) ma non della società civile organizzata [2]. Ritengo doveroso segnalare che in tale ambito si è fatta carico del problema, con una raccomandazione proposta nel suo congresso del 2014, solo la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM). Eppure, da quattro anni, nei rapporti firmati anche dalla Caritas Nazionale, il gruppo Convention on the Rights of the Child (Gruppo CRC) segnala questo problema e ne raccomanda una soluzione a livello istituzionale. Così si esprime, ad esempio, nel suo VIII recentissimo rapporto “non si può escludere che tra gli immigrati in situazione di irregolarità vi possa essere anche un numero di gestanti che, per paura di essere identificate, potrebbero non richiedere le cure ospedaliere cui avrebbero diritto, né provvedere alla registrazione anagrafica del figlio”. E raccomanda esplicitamente “Al Parlamento, una riforma legislativa che garantisca il diritto alla registrazione per tutti i minorenni nati in Italia, indipendentemente dalla situazione amministrativa dei genitori”.

In realtà in Parlamento esistono due proposte di legge, identiche nella sostanza, [3] che, se fossero approvate, risolverebbero il problema senza oneri di spesa ma, pur se affidate alle rispettive commissioni Affari Costituzionali, non vengono messe a calendario. Sembra prevalere un interesse esclusivo per i gruppi che riescono a farsi lobby, possibilità che non appartiene ai neonati in genere e, in questo caso, nemmeno ai loro terrorizzati genitori. E’ ben chiaro che autorevoli silenzi sostengono, insieme a una neghittosa opinione pubblica, la pigra negligenza di chi dovrebbe rappresentarci. So che negligenza può sembrare parola forte: la uso consapevolmente perché qui sono in gioco fondamenti costituzionali (art. 2, 3 e 10) in cui doverosamente mi riconosco. Devo lealmente riconoscere che la registrazione della dichiarazione di nascita oggi è possibile a norma di circolare [4] di cui  lo stesso gruppo CRC segnala l’inadeguata diffusione. Fosse anche diffusa io mi pongo però un problema fondante: è tollerabile che l’esistenza giuridica di nuovi nati sia affidata a una circolare che, così come è stata emessa, potrebbe venir cancellata senza neppur informarne il parlamento? E che comunque crea opportunistici dubbi negli uffici anagrafe? E chiedo: perché nei documenti del Sinodo, in tanto attento elencare e ragionevole classificare famiglie non si fa menzione di neonati cui, per legge in Italia la famiglia è negata? Perché si sostiene col silenzio la scelta inumana che impedisce per legge a due genitori (o almeno a chi di loro riconosca quel bambino se la madre si trovasse sola o il padre vedovo) di dire “questo è mio figlio”? Cordialmente

Augusta De Piero

[1] legge 94/2009, art 1 comma 22 lettera g che ha modificato l’art 6, comma 2 del Decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”)

[2] Molti mi rispondono citando un  impegno – comunque rimasto per ora al livello di intenzioni – del riconoscimento della cittadinanza italiana a tutti i bambini che nascono in Italia ignorando – o fingendo di ignorare – che questo è problema altro e che chi nasce figlio di stranieri assume la cittadinanza dei genitori e che anche i nuovi nati italiani devono essere registrati all’anagrafe del comune di nascita.

[3] proposta di legge presentata alla Camera:   proposta di legge  n. 740 Modifica all’articolo 6 del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, in materia di obbligo di esibizione dei documenti di soggiorno Presentata il 13 aprile 2013   proposta di legge presentata al Senato Modifiche al testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n.286, in materia di obbligo di esibizione dei documenti di soggiorno e divieti di segnalazione Comunicato alla presidenza il 10 luglio 2014

[4] Circolare n. 19 del 7 Agosto 2009, concernente indicazioni operative in materia di anagrafe e stato civile in applicazione della legge 15 Luglio 2009, n.94, recante Disposizioni in materia di sicurezza pubblica.

29 Giugno 2015Permalink

20 giugno 2015 – Casa mia è la bocca di uno squalo

Questa mattina ho trovato casualmente i versi di una poetessa nata in Kenya da genitori somali ed emigrata ancora piccola in Gran Bretagna. Li ho pubblicati così come li avevo trovati, a frammenti, impegnandomi a una ricerca del testo completo. Ho continuato quasi con furia perché ritengo che la poesia abbia capacità di sintesi fulminee e imperdibili e che la scrittura sia fondamentale nella costruzione della storia. E’ difficile confrontare ‘Casa’ di Warsan Shire con gli squallidi proclami di chi ha costruito abilmente paura fino a diffondere la viltà che gli appartiene e la smemoratezza della propria storia. Non lo volevo fare e poi mi sono detta che se gli eventi dei nostri giorni diventeranno, non so quando, memoria anche questi versi potranno essere una delle guide per capire, come lo è stato ed è ‘Se questo è un uomo’ di Primo Levi che ci ha concesso di conoscere un tempo oscuro del nostro passato e non ci permette di rimuoverlo. Ringrazio Walter Tomada che mi ha segnalato, commentando il mio blog senza ricorrere alla pigra banalità del ‘mi piace’, la nota e la traduzione che segue..  

Warsan Shire

Articolo di Eleonora Terrile, blogger accreditata nel 2010 per il Festival del settimanale Internazionale a Ferrara, leggibile anche da qui.

Il giornalista Tiziano Terzani, durante una delle sue ultime interviste, disse che gli piaceva immaginare una “Congiura dei Poeti”, un piccolo gruppo di persone che si preparasse a prendere in mano e a ribaltare le sorti del mondo. Perché i poeti? Perché “Solo chi lascia volare il cuore è capace di pensare diversamente”. Ascoltando e, soprattutto, sentendo la poetessa Warsan Shire durante la performance “La Diaspora in versi”, mi sono tornate in mente le parole di Terzani. Ora sogno anche io una “Congiura dei Poeti” e vorrei vederla nascere da questa giovane donna.

La poetessa Warsan Shire è nata nel 1988 in Kenya da genitori somali in fuga dalla guerra civile. Arrivata a Londra a sei mesi è cresciuta là, entrando poi a far parte del movimento letterario dei “Black British Poets” e vincendo diversi premi letterari alle “Slam Competitions”. Con i suoi versi dà voce ai rifugiati, agli immigrati, ai respinti, ai tanti uomini, donne e bambini in fuga e alla ricerca della salvezza, di un posto qualsiasi più sicuro di una casa che è “la bocca di uno squalo, la canna di un fucile”. Il 2 Ottobre, al Festival di Internazionale a Ferrara, Warsan Shire e la traduttrice delle sue poesie Paola Splendore hanno recitato in inglese e in italiano “La Diaspora in versi”. Fra le poesie: Casa; La Central Line è rossa, la Circle Line è gialla; La Bocca di Maymuun; Domande a Miriam; Piccola Zia.

Parti del componimento poetico sono stati letti (in altra traduzione) durante l’omelia del card. Antonio Maria Vegliò alla veglia di preghiera “Morire di speranza” organizzata dalla Comunità di S. Egidio.

In una Santa Maria in Trastevere piena all’inverosimile, mentre risuonano i canti della comunità etiope e di quella siriaca, una grande croce fatta con il legno delle barche naufragate al largo di Lampedusa, attraversa la navata e viene collocata sull’altare.

Inizia così la preghiera “Morire di speranza”, promossa dalla Comunità di Sant’Egidio insieme al Pontificio Consiglio per i Migranti e i Rifugiati e un folto gruppo di associazioni cattoliche e di diverse denominazioni cristiane.

Quando si leggono i nomi di coloro che hanno perso la vita – e quanti sono i bambini tra di loro- in tanti si alzano silenziosamente dai banchi per andare ad accendere una candela. Tra il popolo ci sono anche i parenti di alcune delle vittime. E’ un momento di intensa commozione.

Segue il testo dell’omelia, leggibile anche da qui.

E infine la poesia di Warsan Shire

CASA  (traduzione di Paola Splendore)

Nessuno lascia la casa a meno che
la casa non sia la bocca di uno squalo

scappi al confine solo
quando vedi tutti gli altri scappare
i tuoi vicini corrono più veloci di te
il fiato insanguinato in gola
il ragazzo con cui sei andata a scuola
che ti baciava follemente dietro la fabbrica di lattine
tiene in mano una pistola più grande del suo corpo
lasci la casa solo
quando la casa non ti lascia più stare

Nessuno lascia la casa a meno che la casa non ti cacci
fuoco sotto i piedi
sangue caldo in pancia

qualcosa che non avresti mai pensato di fare
finché la falce non ti ha segnato il collo
di minacce
e anche allora continui a mormorare l’inno nazionale
sotto il respiro/a mezza bocca
solo quando hai strappato il passaporto nei bagni di un aeroporto
singhiozzando a ogni boccone di carta
ti sei resa conto che non saresti più tornata.

devi capire
che nessuno mette i figli su una barca
a meno che l’acqua non sia più sicura della terra
nessuno si brucia i palmi
sotto i treni
sotto le carrozze
nessuno passa giorni e notti nel ventre di un camion
nutrendosi di carta di giornale a meno che le miglia percorse
non siano più di un semplice viaggio

nessuno striscia sotto i reticolati
nessuno vuole essere picchiato
compatito
nessuno sceglie campi di rifugiati
o perquisizioni a nudo che ti lasciano
il corpo dolorante

né la prigione
perché la prigione è più sicura
di una città che brucia
e un secondino
nella notte
è meglio di un camion pieno
di uomini che assomigliano a tuo padre

nessuno ce la può fare
nessuno può sopportarlo
nessuna pelle può essere tanto resistente

II

andatevene a casa neri
rifugiati
sporchi immigrati
richiedenti asilo
che prosciugano il nostro paese
negri con le mani tese
e odori sconosciuti
selvaggi
hanno distrutto il loro paese e ora vogliono
distruggere il nostro

come fate a scrollarvi di dosso
le parole
gli sguardi malevoli

forse perché il colpo è meno forte
di un arto strappato
o le parole sono meno dure
di quattordici uomini
tra le cosce
perché gli insulti sono più facili
da mandare giù
delle macerie
delle ossa
del corpo di tuo figlio
fatto a pezzi.

voglio tornare a casa,
ma casa mia è la bocca di uno squalo
casa mia è la canna di un fucile
e nessuno lascerebbe la casa
a meno che non sia la casa a spingerti verso il mare
a meno che non sia la casa a dirti
di affrettare il passo
lasciarti dietro i vestiti
strisciare nel deserto
attraversare gli oceani

annega
salvati
fai la fame
chiedi l’elemosina
dimentica l’orgoglio
è più importante che tu sopravviva

nessuno se ne va via da casa finché la casa è una voce soffocante
che gli mormora all’orecchio
vattene
scappa lontano adesso
non so più quello che sono
so solo che qualsiasi altro posto
è più sicuro di qua.

20 Giugno 2015Permalink