17 aprile 2013 – La presidente Boldrini riconosce il problema della registrazione anagrafica.

Così avevo scritto in data  28/03/2013 – alla presidente Boldrini che oggi mi ha risposto (ricopio il messaggio della Presidente a seguito della mia lettera)
Contemporaneamente avevo scritto ad alcuni deputati e senatori eletti nella circoscrizione del FVG.
Da alcuni di loro ho ricevuto qualche espressione di cortesia (che in qualche caso mi è sembrato esprimesse anche un generico consenso. Nessuno certamente ha usato la parola ‘suggerimenti’, come ha fatto la Presidente, il cui linguaggio –così diretto e inconsueto – mi ha fatto un’ulteriore positiva impressione).
Adesso non resta che sperare nel lavoro dei parlamentari. Nella precedente legislatura è andata buca, in questa vedremo se le loro azioni risaliranno nella mia privata graduatoria.

Gentile Presidente,
 Il Suo discorso di insediamento appartiene alla voce di quella politica che può suscitare speranza e passione in chi abbia mente aperta e cuore sapiente Prima di tutto la ringrazio per quanto ha scritto a Patrizia Moretti e ora vorrei scriverle molte cose che affido a un nuovo sintetico grazie per dar spazio a un argomento specifico che mi sta a cuore.  Attendevo con ansia l’istituzione della Sua casella per proporglielo. Lei ha detto “Dovremo impegnarci tutti a restituire piena dignità a ogni diritto. Dovremo ingaggiare una battaglia vera contro la povertà, e non contro i poveri. In questa Aula sono stati scritti i diritti universali della nostra Costituzione, la più bella del mondo. La responsabilità di questa istituzione si misura anche nella capacità di saperli rappresentare e garantire uno a uno” e ha opportunamente ricordato i “tanti anni a difendere e a rappresentare i diritti degli ultimi, in Italia come in molte periferie del mondo. È un’esperienza che mi accompagnerà sempre e che da oggi metto al servizio di questa Camera”.
Devo pensare che Le siano state stella polare le Convenzioni dell’ONU e voglio condividere un articolo della legge 176/1991 (che è ratifica della Convenzione di New York sui diritti dei minori) che recita: “Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto ad un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori ed a essere allevato da essi”.
Sono certa che nel suo lungo impegno nelle periferie del mondo si sia confrontata con il problema dei bambini senza un nome che non sia semplicemente l’espressione cui si rivolgono loro genitori amorevoli. Ora io le chiedo di considerare questo problema in Italia. Lei ha parlato di diritti da ‘rappresentare e garantire uno a uno’. Dal 2009 il diritto alla registrazione anagrafica è stato umiliato al livello di privilegio per essere stato negato ai figli dei migranti senza permesso di soggiorno (lettera g comma 22 articolo 1 legge 94/2009). Il fatto che – con manovra surrettizia – sia stata introdotta una circolare che consente la registrazione come percorso burocratico possibile, nulla toglie all’umiliazione che – con quella decisione – è stata imposta a tutti noi, declassati da cittadini a privilegiati che possono riconoscere i loro figli, diritto ad altri negato nel nostro stesso paese. Ho parlato con molti rappresentanti istituzionali e ho trovato purtroppo indifferenza e convincimento che il riconoscimento della cittadinanza secondo jus soli (obiettivo alto, certamente da perseguire) risolva il problema. Purtroppo non è così, ma fortunatamente intervenire nel rispetto della Convenzione delle Nazioni Unite (che ben precisa la sequenza: nome, cittadinanza, conoscenza dei genitori) non richiede sconvolgenti modifiche e un parlamento che lo voglia e non dovrebbe caricarsi di un grande lavoro per risolvere il problema.
Conto su di Lei. Buon lavoro
Augusta De Piero

Gentile dottoressa De Piero,
la ringrazio per le sue parole e per i suoi suggerimenti in vista di una riforma della cittadinanza, che auspico avvenga presto e che deve comprendere, come lei giustamente sottolinea, una revisione delle modalità della registrazione anagrafica. Provvederò dunque ad inoltrare il suo messaggio alle Commissioni competenti, non appena verranno costituite.
Laura Boldrini

17 Aprile 2013Permalink

28 marzo 2013 Legislatori in attività o no?

Ho scritto ad alcuni parlamentari della mia regione a proposito del problema della registrazione anagrafica. Ho usato la loro casella di  posta nei rispettivi siti istituzionali, salvo che per uno che ne è privo. Ho pubblicato la lettera su facebook
Fra una settimana pubblicherò di seguito le eventuali risposte.
Non mi sembra il periodo in cui si possa supporre che siano in vacanza pasquale.

I destinatari

Alla Sen  Isabella De Monte   al Sen  Carlo Pegorer    al Sen Francesco Russo  al Sen Lodovico Sonego
 Sen Marino Germano Mastrangeli aggiunto il 29 aprile

All’ on Tamara Blazina  e  all’on Giorgio Brandolin  all’on Gianna Malisani  all’on Serena Pellegrino  all’on Ettore Rosato  all’on  Giorgio Zanin

La mia lettera

Gentile sen   Gent on
nel Suo discorso di insediamento la Presidente della Camera ha pronunciato parole importanti dando voce a quella politica  che può suscitare speranza e passione in chi abbia mente aperta e cuore sapiente:
Ma non le scrivo per commentare quel discorso bensì per chiederle di fermare la sua attenzione su un punto preciso.
Ha detto l’on. Boldrini: “Dovremo impegnarci tutti a restituire piena dignità a ogni diritto. Dovremo ingaggiare una battaglia vera contro la povertà, e non contro i poveri. In questa Aula sono stati scritti i diritti universali della nostra Costituzione, la più bella del mondo. La responsabilità di questa istituzione si misura anche nella capacità di saperli rappresentare e garantire uno a uno” e ha opportunamente ricordato i tanti anni a difendere e a rappresentare i diritti degli ultimi, in Italia come in molte periferie del mondo. È un’esperienza che mi accompagnerà sempre e che da oggi metto al servizio di questa Camera”.
Sono certa che ‘nelle periferie del mondo’ la Presidente abbia constatato il problema dei bambini privi di registrazione anagrafica, di cui mi consta si occupino anche importanti ong, promuovendo apposite campagne.
Paradossalmente ora si incontrerà con quel problema in Italia perché dal 2009 la registrazione anagrafica è negata a chi nasca figlio di persone prive di permesso di soggiorno (lettera g comma 22 art. 1 legge 94/2009) ed è possibile invece ottenere il certificato di nascita a seguito di una circolare che, come tale, potrebbe essere revocata senza informarne il Parlamento.
Dice la Convenzione di New York del 1989, che l’Italia ha ratificato con legge n.176  nel 1991  “Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto ad un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori ed a essere allevato da essi”.
Un tentativo di riportarci alla situazione precedente il 2009, rispettando quindi la norma in vigore poco fa citata, era stato fatto nella precedente legislatura con la proposta di legge n. 4756 (presentata il 7 novembre 2011)  che, sebbene affidata alle commissioni di competenza dall’allora presidente della camera, non venne mai presa in efficace considerazione.
Spero che vorrà farsi carico di questo problema.
Mi permetta di aggiungere una preghiera.
Ho dovuto constatare in passato che molti parlamentari non riescono a sostenere l’impegno della corrispondenza cui è aperta la loro casella personale di cui ora mi giovo; altri addirittura la ignorano.
Io prego chi di voi non intenda servirsene di far apparire, quando qualcuno vi scriva, una qualsiasi scritta che scoraggi l’attesa della risposta.
E’ meglio il rifiuto che l’oscurità del silenzio.
Distinti saluti
Augusta De Piero  –  Udine

29 aprile – aggiungo

Ieri ho pubblicato la mia lettera ad alcuni parlamentari della mia regione.
Una riflessione continuava però a girarmi per la testa.
I destinatari cui mi ero rivolta avevano già alle spalle una precedente legislatura e i neoeletti appartengono a partiti che,  attraverso rappresentanti locali, avevo da tempo  informato sul problema che espongo o sono persone con cui avevo direttamente dialogato (cito in particolare l’on. Serena Pellegrino).
Sarei stata e sono molto curiosa di conoscere il parere sulla negazione del certificato di nascita ai sans papier dei totalmente nuovi, aggrappati – tra l’alto -all’immagine della loro differenza. Parlo evidentemente dei M5S di cui però non posso accettare tante cose e in particolare la presentazione di sé più massificata che unitaria, anche se non posso negare che ho molto apprezzato il voto con cui  alcuni di loro hanno assicurato la funzionalità del Senato.
Quando ho saputo che uno di loro si era dichiarato libero nelle sue scelte in una trasmissione televisiva –ed era anche uno di quelli che avevano votato per il presidente del Senato – gli ho inviato la lettera di ieri e che ripropongo, condividendo me stessa.
Il nome del senatore cui ho scritto è: Marino Germano Mastrangeli.

28 Marzo 2013Permalink

22 marzo 2013 – Hai avuto il certificato di nascita con qualche anno di ritardo? Niente cittadinanza

Rinvio al tag anagrafe chi eventualmente legga il mio blog e desideri verificare i precedenti alla lettera che trascrivo.
E’ evidente che non è possibile far ordine nel caos normativo italiano che purtroppo sembra essere anche una linea di indirizzo per il futuro.
Perché infatti non ci impegniamo per la modifica della norma che chiede il permesso di soggiorno a chi voglia registrare i propri figli e abbiamo quindi deciso di continuare a creare apolidi?
Vorrei che i politici italiani meditassero sulle conseguenze che la firmataria della lettera subisce per essere stata per qualche anno nella sua infanzia priva di certificato di nascita.
Quanto ho visto finora non mi fa sperare in un soprassalto di competenza e dignità né nei responsabili politici né nella società civile.

11.03.2013 Che colpa abbiamo noi?
Mi chiamo M., e sono una ragazza di origine albanese, nata in Italia nel 1994. Il 3/6/2012 ho compiuto 18 anni ed ho presentato al Comune di M., dove risiedo, la dichiarazione di elezione della cittadinanza italiana.
La dichiarazione non è stata ancora accolta per il fatto che, benché’ io abbia soggiornato legalmente in Italia ininterrottamente dalla nascita, la mia iscrizione anagrafica è avvenuta in ritardo.
Il mio Sindaco ha inviato una lettera, nonché tutta la documentazione (permessi di soggiorno, libretto vaccinazione, iscrizione sanitaria, ricevute di affitto ecc) a dimostrazione della continuità del mio soggiorno legale. Per il momento, il Ministero si è espresso negativamente, sebbene risulti provata di fatto la ininterrotta presenza mia nel territorio italiano, in quanto, nessuno dei miei genitori era iscritto all’anagrafe al momento della mia nascita.
Mi sento una condannata, per un reato che non ho commesso, per colpa di una legge ingiusta, e vi spiego anche perché.

Art. 1 co. 2 lettera a) DPR 572/1993 stabilisce che

2. Ai fini dell’acquisto della cittadinanza italiana:
a. si considera legalmente residente nel territorio dello stato chi vi risiede avendo soddisfatto le condizioni e gli adempimenti previsti dalle norme in materia d’ingresso e di soggiorno degli stranieri in Italia e da quelle in materia d’iscrizione anagrafica;

L’iscrizione anagrafica avvenne tardivamente perché’ mia madre, se la vide rifiutare, prima ancora della mia nascita, sulla base del fatto che il permesso di soggiorno per studio (di cui mia madre era titolare all’epoca) non consentiva l’iscrizione anagrafica. Tale motivazione, comunicata a mia madre – secondo una prassi diffusa, quanto deprecabile – solo verbalmente, era già al tempo del tutto priva di fondamento giuridico, dato che art. 6 co. 1 della Legge 39/1990 stabiliva:

1. Gli stranieri in possesso di permesso di soggiorno hanno diritto all’iscrizione anagrafica presso il comune di residenza secondo le norme in vigore per i cittadini italiani.

In questa situazione, appare evidente come mia madre e, a maggior ragione, io stessa abbiamo “soddisfatto le condizioni e gli adempimenti previsti dalle norme in materia d’ingresso e di soggiorno degli stranieri in Italia e da quelle in materia d’iscrizione anagrafica” e che il requisito di residenza legale ininterrotta dalla nascita fino al compimento dei 18 anni sia quindi da me soddisfatto, non potendo rilevare a tal fine il mancato adempimento da parte di terzi (in questo caso, chi allora agiva come ufficiale d’anagrafe del Comune di residenza di mia madre).
Una recente sentenza della Corte d’Appello di Napoli, sostiene che non possono imputarsi al minore gli inadempimenti dei genitori, rilevando solo, quindi, la residenza di fatto. Meno che mai, sulla base di questo orientamento, il diritto del neo-diciottenne dovrebbe essere sterilizzato da inadempimenti dell’amministrazione.
Questo orientamento appare perfettamente compatibile con il tenore letterale della disposizione di cui all’art. 1 comma 2 lettera a) del DPR 572/1993, dal momento che, trattandosi di un diritto soggettivo della persona (l’acquisto della cittadinanza iure soli), le condizioni che lo integrano non possono che riguardare dati e comportamenti del neo-diciottenne richiedente.
In altri termini, anche prescindendo dal fatto che nel caso che mi riguarda l’iscrizione anagrafica di mia madre e’ stata a suo tempo illegittimamente rifiutata, non esiste alcun adempimento in materia anagrafica al quale il minorenne sia tenuto, spettando a chi esercita la patria potesta’ di rendere le dichiarazioni anagrafiche di cui all’articolo 13 DPR 223/1989. Non si puo’ quindi ritenere inadempiente il neo-diciottenne in relazione ad obblighi che non gli spettavano.

Nella mia situazione si trovano migliaia di ragazzi, che aspirano al riconoscimento della cittadinanza italiana, ma che non possono ottenerlo perché i loro genitori, per vari motivi, non hanno potuto perfezionare, a tempo debito, l’iscrizione anagrafica, pur vivendo legalmente in Italia, lavorando in Italia, pagando le tasse in Italia.
In attesa di una riforma legislativa, che richiederà comunque tempi lunghi, chiedo con questa lettera al Ministro dell’interno, di dare istruzioni, con una circolare, perché’ venga riconosciuto il nostro essere italiani, non solo di fatto, ma di diritto.

Cordiali Saluti
M. D.

22 Marzo 2013Permalink

18 marzo 2013 – Il nuovo vescovo di Roma

I care

Ieri ho sentito la necessità di trascrivere i due discorsi di insediamento della Presidente della Camera e del presidente del Senato. Ne ho inviato il testo a parecchie persone e ho ricevuto entusiastici riscontri, ‘un regalo’ mi ha scritto un’amica.

Sono due discorsi brevi ma intensi che ci  danno la possibilità di fare esperienza di un linguaggio politico autentico, pulito, condivisibile. Spostano il centro di gravità dalla conta di sedie e dalla blandizie alle varie lobbies che sembrano aver oscurato la società civile e ne occupano il palcoscenico per lasciarci sperare in un’etica per cui la politica sia competente e responsabile servizio. E non  parlo del becerume straripante e della volgarità del linguaggio che riconduce implacabilmente alla volgarità della mente di chi lo pratica e che vorremmo definitivamente cancellare.
L’incipit dei due interventi ha rotto le formalità protocollari.
“Care deputate e cari deputati”, ha detto la neo presidente della camera.
“Care senatrici e cari senatori”, le ha fatto eco il neo presidente del Senato.
Avrebbero dovuto dire ‘Onorevoli colleghi’, ma per fortuna non lo hanno fatto e sono certa che intendevano assumersi tutta la pregnanza della parola care e cari.
‘Mi state a cuore’, ‘I care’ insegnava don Milani ai ragazzi della scuola di Barbiana.
E non voglio dimenticare il mio apprezzamento ai senatori del Movimento 5 stelle che, entrati in Senato al seguito di urla spesso sguaiate di chi si presenta loro  leader, hanno capito il significato alto dell’art. 67 della Costituzione “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” e a quello hanno obbedito, con difficile esercizio di dignità, non a un carisma autoritario.
I ‘no’ possono essere faticosi, ma necessari.

Fratelli, non signori

La rottura protocollare  dei due presidenti me ne ha richiamato un’altra, forse anche più dirompente: “Fratelli cardinali” ha esordito Francesco I° nella sua prima allocuzione ai cardinali, poco dopo quell’elezione per cui Dio (lo ha detto il papa, non io) dovrebbe perdonarli. Avrebbe dovuto dire ‘signori cardinali’.
E poi si è presentato al balcone di S. Pietro, parlando di sé come vescovo di Roma e, se qualcuno non avesse capito, ha onorato il suo predecessore con il titolo di vescovo emerito.
Vescovo quindi di una precisa diocesi. Per questo e tanti altri motivi è una parola che apre alla collegialità. Si riparla di Vaticano II°. Non posso che sperarlo.
E poi ha fatto un gesto che a me ha dato un’impressione profonda: ha chiesto al popolo di cui è vescovo un favore. Ha detto, e voglio trascrivere esattamente  le sue parole “E adesso vorrei dare la Benedizione, ma prima – prima, vi chiedo un favore; prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la Benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me”.
Chiedo scusa per questi riferimenti di natura religiosa che so essere per qualcuno  irritanti, ma il papa è papa e va considerato non solo perché i suoi gesti piacciono ma anche per la sua fede.
Mi permetto quindi di sottolineare che ha chiesto una preghiera ‘SU di me’, non ‘PER me’. E ha ottenuto il silenzio di una piazza normalmente chiassosa mentre si inchinava a chi pregava SU di lui.
L’ho vissuto come il silenzio richiamato in un passo di un antico testo della Bibbia, quando Dio parla al profeta Elia: “11Gli disse: “Esci e férmati sul monte alla presenza del Signore”. Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12 Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. 13Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna”. (1Re, 19).

Gesti e simpatia
Non occorre che scriva dei gesti di Francesco I° che, in pochi giorni gli hanno suscitato la simpatia del mondo.
Voglio sottolineare una speranza, anzi due.
Certamente, anche se potessi parlargli non chiederei al papa di rinunciare a quello che, in scienza e coscienza, ritiene il suo magistero (anche se non nascondo la speranza di cambiamenti nello spirito del Vaticano II°), ma di non fare di questo magistero un oggetto per un mercato di potere, questo sì glielo chiederei. Quando decidesse di entrare nella coscienza di chi ha un ruolo politico nelle istituzioni, nelle decisioni dei cittadini in quanto tali, si fermi, eviti un ingresso a gamba tesa (un solo esempio: l’esercizio spregiudicato di potere fatto dal card. Ruini a proposito del referendum sulla fecondazione assistita) .
L’esercizio di questo magistero può arrivare a decisioni irritanti, non condivisibili nell’esercizio – eticamente sostenibile – delle attività istituzionale.?
La risposta non appartiene alla sudditanza ma alla libertà di coscienza.
Se ne facciano carico i politici cattolici e non usino la religione come un comodo passepartout.
E la seconda speranza è ancora più urgente e pressante.

La patata bollente

Ho visto la foto del papa che, durante i riti del giovedì santo,  bacia il piede di un malato di Aids. E’ un gesto significativo, importante, ammirevole.
Ma non voglio dimenticare che questo papa ha ricevuto dal predecessore la patata bollente della ‘relatio’ di tre cardinali (Julian Herranz, Jozef Tomko e Salvatore De Giorgi)  che hanno indagato su politiche di curia i cui segni che appaiono all’esterno sono sconvolgenti. I segni che ho potuto intuire riguardano le politiche dello IOR e la pedofilia.
Saprà papa Francesco agire nei confronti della società civile con la stessa umiltà dimostrata verso il malato cui bacia il piede e rendere quella relatio (si prenda il tempo necessario per meditarla!) trasparente e pubblica, chiedendo perdono a coloro che da scelte curiali improprie siano stati offesi?
Voglio sottolineare che l’abuso sui minori, anche se apparentemente non violento, è violenza, e questa consapevolezza appartiene alla società civile e in questa società ha trovato norme anche sanzionatorie e a questa società –tutta- non solo al mondo cattolico – è dovere rispondere.

18 Marzo 2013Permalink

6 marzo 2013 – Un notizia positiva e una mia perplessità

La notizia positiva

Ho ricevuto dal sito change.org (che propone petizioni che segnalo, che firmo e che non firmo)  la comunicazione che trascrivo e  che trasmetto con piacere:

“Grazie! Abbiamo ottenuto la cittadinanza italiana per i tre senegalesi feriti il 13 dicembre 2011 a Firenze.

Il Consiglio dei Ministri ha conferito la cittadinanza italiana ai sopravvissuti del raid razzista di Gianluca Casseri. “La concessione della cittadinanza – spiega il Consiglio dei Ministri – rappresenta un gesto di doveroso riconoscimento e di concreta solidarietà”.

Abbiamo raggiunto questo incredibile obiettivo anche con la tua firma.

Il 13 dicembre 2011 a Firenze Modou Samb e Mor Diop vennero assassinati e Sougou Mor, Mbengue Cheike e Moustapha Dieng furono gravemente feriti durante l’attacco armato di un fanatico razzista. Moustapha è tetraplegico e non potrà più essere autosufficiente.

Ma per loro si accende ora una speranza e una certezza, quella che nel Paese in cui vivono non tutti sono razzisti.

Grazie ancora a nome di tutti loro,
Pape Diaw via Change.org

La mia perplessità

Ieri ho ricevuto un’altra petizione che afferma “Ispirandoci all’articolo 3 della nostra Costituzione che stabilisce il principio dell’uguaglianza tra le persone, abbiamo sostenuto una Proposta di Legge Popolare che promuove lo ius soli e quindi il diritto di cittadinanza per i ragazzi che nascono e crescono in Italia” e conseguentemente chiede al Parlamento non ancora insediato di mettere in agenda e discutere tale proposta.

La richiesta è pienamente condivisibile o meglio la condividevo totalmente finché non mi sono resa conto che la concessione della cittadinanza italiana così come prevista non può estendersi ai piccoli che nascono in Italia se i loro genitori non dispongono del permesso di soggiorno.

Trascrivo l’art. 1 della legge in vigore sulla cittadinanza e l’art. 1 della proposta di legge a iniziativa popolare con cui dovrebbe confrontarsi anche il futuro parlamento (se mai lo farà).

Legge n. 91/1992 Art. 1
1. È cittadino per nascita:
a) il figlio di padre o di madre cittadini;
b) chi è nato nel territorio della Repubblica se entrambi i genitori sono ignoti o apolidi, ovvero se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori secondo la legge dello Stato al quale questi appartengono.
2. È considerato cittadino per nascita il figlio di ignoti trovato nel territorio della Repubblica, se non venga provato il possesso di altra cittadinanza
.

Proposta di legge a iniziativa popolare:

Art. 1. (Nascita)
1. Al comma 1 dell’articolo 1 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, sono aggiunte, in fine, le seguenti lettere:
b-bis).Chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri di cui almeno uno sia legalmente soggiornante in Italia da almeno un anno.”
“b-ter). Chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri di cui almeno uno sia nato in Italia.”

Purtroppo parlando con parlamentari e amministratori locali ho scoperto che c’è un’incredibile confusione fra il concetto di cittadinanza e quello di registrazione anagrafica: molti pensano che la seconda sia una conseguenza automatica della prima come se la cittadinanza fosse un segno visibile sulla persona e non un dato riportato nel certificato di nascita che consegue la registrazione.
E io non riesco ad accettare che un problema burocratico riguardante i genitori penalizzi i figli fino a farli apolidi e che si ‘abbandoni’ la proposta sulla cittadinanza nelle mani di persone che non capiscono un problema così elementare.
Inoltre ci facciamo beffe del recepimento nella nostra legislazione della Convenzione di New York sui diritti dei minori che per noi è legge n.176/1991 che così recita all’art. 7 “1. Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto ad un nome, ad acquisire una cittadinanza”
Tenterò di parlarne con qualche parlamentare neoeletto e, se non otterrò alcun risultato, non mi resterà che prendere atto del fatto che non c’è opposizione a una legislazione barbara che mi ripugna.

Una considerazione finale.
Il 3 marzo avevo scritto del broglio che –già nel 2oo6- aveva penalizzato la sen. Menapace, sottraendole il ruolo di presidente della commissione difesa che le sarebbe spettato.
Poiché non voglio che il ricordo di quell’episodio sia completamente rimosso, dopo aver considerato che nessun giornale ne parla pur essendo venuto ai disonori delle cronache il fatto della compravendita del sen. De Gregorio, ho inviato una lettera a un’ampia cerchia di amici e conoscenti.
Per la prima volta ho ricevuto riscontri positivi.

6 Marzo 2013Permalink

20 febbraio 2013 – Riflessioni che continuano, autocitazioni e confronti

Riprendo dall’ampia rassegna stampa ‘L’abdicazione di Benedetto XVI’, firmata da Patrizia Vita, che potete trovare nel sito ‘ildialogo.org’ l’articolo che segue, con l’indicazione delle fonti tutte accessibili. Ho verificato.

Immunità: ecco perché Ratzinger resterà in Vaticano

Sicurezza e privacy, certo, sono i motivi contingenti che hanno spinto alla scelta di far risiedere papa Ratzinger all’interno del Vaticano. Ma ce n’è un terzo, più sottile e meno immediatamente percepibile, che è quello della conservazione dell’immunità: decaduta quella diplomatica con il decadere della carica di capo di Stato, infatti, solo la residenza all’interno dello Stato della Città del Vaticano, in base ai Patti Lateranensi, può continuare a garantirgliela. Non un dato irrilevante, dal momento che, in passato, diverse iniziative hanno cercato di coinvolgere il pontefice per citarlo in giudizio. E questo sia durante il suo incarico precedente di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, sia per il ruolo di capo di Stato vaticano, come sottolinea il quotidiano
The Huffington Post.

L’ambito è quello dello scandalo degli abusi sessuali perpetrati dal clero e dei processi avviati da varie associazioni delle vittime, specialmente negli Stati Uniti, che hanno coinvolto Ratzinger nel ruolo di “datore di lavoro” dei preti colpevoli di abusi, ma anche per il silenzio rispetto alla copertura da parte della Santa Sede. Fu quanto accadde in Oregon nel 2010, quando, nell’ambito della denuncia di abusi sessuali commessi negli anni ‘60 a Portland da un prete proveniente dall’Irlanda, i legali della vittima fecero leva sulla responsabilità diretta della Santa Sede, chiamata a rispondere delle azioni dei suoi “dipendenti”. L’accusa, per la Santa Sede, era di non aver preso provvedimenti limitandosi a trasferire il prete da una diocesi all’altra. La tesi, accolta dalla Corte d’appello dell’Oregon ma contestata dai legali del Vaticano, fu discussa davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che contestò l’immunità per la Santa Sede, stabilendo che il tribunale potesse proseguire nell’accertamento delle specifiche responsabilità degli organi vaticani.

In Wisconsin un analogo processo venne archiviato. L’avvocato Jeff Anderson, in rappresentanza di centinaia di vittime di abusi sessuali, aveva depositato una notifica di archiviazione – che comporta l’immediata chiusura del procedimento senza bisogno che la Corte si esprima – per un’azione legale che riguardava gli abusi perpretati, tra il 1950 e il 1974, da p. Lawrence Murphy. Secondo i documenti pubblicati nel 2010 dal New York Times, nel 1998, investita della questione, la Congregazione per la Dottrina della Fede, allora guidata da Ratzinger, rifiutò di procedere contro p. Murphy. «Era anziano e in precarie condizioni di salute», aveva motivato al quotidiano statunitense il portavoce della Sala stampa vaticana, p. Federico Lombardi, sottolineando che la Congregazione era venuta a conoscenza della questione solo a 20 anni di distanza dalla denuncia dei fatti alle autorità diocesane e di polizia. La notizia dell’archiviazione fu accolta con entusiasmo dall’avvocato che rappresenta la Santa Sede negli Usa, per il quale si trattava di una causa tenuta insieme solo da una «rete mendace di accuse infondate di complotti internazionali».

Non fu possibile aggirare l’immunità diplomatica di Benedetto XVI nemmeno nel 2010 quando, durante la sua visita in Gran Bretagna, lo scrittore inglese Richard Dawkins e il giornalista Christopher Hitchens chiesero l’arresto del papa.
Ma già nel febbraio 2005 Ratzinger, allora “solo” prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, era stato citato in giudizio per “ostruzione alla giustizia” davanti al tribunale dalla Corte distrettuale della contea di Harris (Texas). Secondo l’avvocato Shea, infatti, il testo emanato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 2001, l’Istruzione De delictis gravioribus che imponeva il silenzio su tutti i casi di pedofilia di cui i vescovi cattolici fossero venuti a conoscenza, avrebbe favorito la copertura di prelati coinvolti nei casi di molestie sessuali ai danni di minori negli Stati Uniti. La corte texana emise un ordine di comparizione per il prefetto del dicastero vaticano. Ma il 19 aprile 2005 Ratzinger fu eletto papa e i suoi legali negli Stati Uniti si rivolsero al Dipartimento di Stato Usa per chiedere l’immunità diplomatica per il loro assistito. L’amministrazione Bush acconsentì, anche per l’evidente imbarazzo che avrebbe suscitato l’audizione giudiziaria di un papa. E’ evidente, però, che con il passare del tempo le condanne per copertura degli abusi stanno colpendo sempre più in alto nella scala gerarchica ecclesiastica: basti pensare al recente coinvolgimento dell’ex arcivescovo di Los Angeles, card. Roger Mahony, che dovrà deporre in tribunale il prossimo 23 febbraio e la cui corrispondenza con la Santa Sede sul tema è compresa nelle migliaia di pagine di documentazione rese pubbliche.

I legali delle vittime di abusi presentarono, poi, nell’autunno 2011 un esposto alla Corte Penale Internazionale dell’Aia per dimostrare che «i più alti livelli del Vaticano hanno tollerato e reso possibile la copertura sistematica e diffusa di stupri e crimini sessuali contro bambini di tutto il mondo». Ancora non si conosce l’esito della procedura. Certo è, in ogni caso, che Ratzinger, al riparo del monastero Mater Ecclesiae, all’interno delle mura vaticane, potrà dormire sonni più tranquilli. Lo affermano anche funzionari vaticani: «La sua permanenza in Vaticano è necessaria – conferma un’autorità vaticana citata in forma anonima in un articolo dell’Huffington Post – altrimenti sarebbe indifeso. Altrove non avrebbe la sua immunità, le sue prerogative, la sua sicurezza».

Leggi tutto da:
linkiesta.it;    giornalettismo.com;     articolo21.org;    babylonpost.globalist.it;

17 febbraio – autocitazioni e verifica 

Riprendo, a mia futura memoria, quello che avevo scritto due giorni fa. Non mi associavo alla richiesta che si trova nell’articolo che ho trascritto (e che allora non conoscevo) ma mi chiedevo se il papa non avesse rivisto i motivi che potevano averlo indotto a non denunciare all’autorità competente i preti pedofili.
L’eventuale pentimento e confessione non cancella quello che per la società civile di molti paese è un crimine.
Ora fioccano sui quotidiani le notizie relative alla protesta di cattolici statunitensi che si oppongono a che il cardinale Roger Mahony entri in conclave. Il cardinale ha coperto preti pedofili. In Italia della questione si occupa Famiglia Cristiana.
Io mi chiedo invece se il suo silenzio non lo renda complice di un crimine e perché non entri come tale in tribunale. Solo lui?

Ecco le mie considerazioni del 17 febbraio:

“Mi viene da pensare a uno splendido racconto di Pirandello, Il treno ha fischiato, la storia di un poveretto la cui vita è solo lavoro di contabile che, per necessità, continua anche la sera a casa finché una notte, chissà perché, sente il fischio di un treno che rompe la sua ossessiva, totalizzante routine, tanto da stroncarlo. Pareva “gli si fosse scoperto, spalancato d’improvviso all’intorno lo spettacolo della vita.”

E se fosse successo anche al papa? Se a un certo punto avesse sentito un fischio, non credo di treno ma da chissà dove, e si fosse chiesto che cosa poteva fare sulla cattedra di Pietro che non sembra appoggiare su basi esemplarmente virtuose e si fosse reso conto che cardinali esperti in alta contabilità più che in pratiche di meditazione, usi forse a leggere bilanci con più interesse che salmi, erano più forti di lui? Se si fosse chiesto se non fosse il caso –come timidamente aveva cominciato a fare (con esiti finanziariamente disastrosi) nel caso della pedofilia – di consegnare alcuni suoi collaboratori all’autorità giudiziaria, dando a Cesare quel che è di Cesare?

E se a questo punto avesse pensato a un atto di radicale rottura come l’abdicazione, ammettendo la propria irrimediabile debolezza?”

20 Febbraio 2013Permalink

9 febbraio 2013 – Una firma per un caso

Ho firmato e chiesto ad alcuni amici di firmare (pubblicando anche su facebook la mia adesione) la petizione che potete raggiungere facendo clic sull’indicazione che segue. Visualizza la petizione: |
Poi ho ricevuto di nuovo il testo della petizione che ora non voglio trascurare. Eccolo:

Sono la mamma di Cristian, un ragazzo con sindrome di Down che, pur essendo nato in Italia non è italiano, perché io sono cittadina colombiana e il padre italiano non lo ha riconosciuto.

Al compimento della maggiore età Cristian ha provato a inoltrare la richiesta di cittadinanza italiana (come prevede la legge n. 91/92 l’istanza può essere presentata, per i nati in Italia, fino al compimento del 19mo anno di età). Ma ancora prima di entrare nel merito della questione, è bastato alla prefettura sapere che Cristian è persona con sindrome di Down per ritenerlo non idoneo a prestare il giuramento di fedeltà alla Repubblica, atto necessario per la convalida del decreto di cittadinanza.
Sia all’anagrafe che in prefettura, mi hanno detto: secondo la legislazione italiana, può ottenere la cittadinanza solo chi sia in grado di manifestare «autonomamente la propria volontà e il desiderio di diventare cittadino».

Se è certamente possibile che alcune persone con sindrome di Down, o con altra disabilità intellettiva, non comprendano il senso di quanto devono giurare, è altrettanto vero che tale incapacità non può essere presunta a priori per tutti.
Impedire a Cristian di accedere a tale diritto si traduce in un atto di discriminazione basata sul suo stato di persona con disabilità, violando l’art. 18 della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dal nostro Paese con la legge n. 18/2009.

Cristian è nato nel nostro Paese e vorrebbe che il suo essere cittadino italiano di fatto fosse riconosciuto a livello giuridico, cosa che sarebbe possibile semplicemente prevedendo l’acquisizione per “ius soli” cioè per nascita nel territorio italiano.

Nonostante sia uscita la notizia che il Ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri abbia richiesto una risoluzione del mio caso, a tutt’oggi non ho ricevuto alcuna comunicazione ufficiale. Chiedo pertanto che venga risolto il caso di mio figlio e che l’ufficio legislativo del Viminale lavori alla stesura di un disegno di legge, da lasciare pronto per l’avvio della prossima legislatura, che eviti per il futuro il ripetersi di casi simili.

Questo messaggio è di Gloria Ramos, il creatore della petizione Cittadinanza per Cristian, discriminato in quanto disabile che hai firmato su Change.org.

Non solo un caso

La signora Ramos, mamma di Cristian, dice una cosa importantissima “Chiedo pertanto <…> che l’ufficio legislativo del Viminale lavori alla stesura di un disegno di legge, da lasciare pronto per l’avvio della prossima legislatura, che eviti per il futuro il ripetersi di casi simili”.
E’ emozionante trovare una cittadina (in questo caso non italiana ma residente in Italia) che ha capito quello che sfugge a politici, aspiranti a un seggio al Parlamento e, se non al Parlamento, a una qualche regione o comune e persino a esponenti della società civile. Risolvere un caso è un atto riparatorio di giustizia negata ma UN CASO può essere una spia di pessima, confusa legislazione costruita (da incompetenti o irresponsabili) su spinte di lobbies e non sul rispetto di norme fondanti la nostra convivenza che pur ci vincolano.
Purtroppo ho verificato molti esempi di questa malinconica deriva che ci umilia tutti.
La signora Ramos richiama tutti alla responsabilità, all’etica e alla competenza necessarie a chi ci rappresenta e ci rappresenterà.
Il mio commosso grazie alla mamma di Cristian.

E voglio proseguire

Chi legge il mio blog sa bene come da anni io mi occupi della registrazione anagrafica negata in legge a chi non ha il permesso di soggiorno.
Il mio è un chiaro fallimento, ma nella mia etica ci sono impegni che prescindono dal successo e perciò mi ostino e ora voglio leggere le mie considerazioni in parallelo a quanto scrive la signora Ramos, sostenendo – da cittadina che sa leggere i segni positivi che il nostro tempo riesce ancora ad offrire – la causa di suo figlio.

Scrive la signora Ramos: che suo figlio ‘pur essendo nato in Italia non è italiano, perché io sono cittadina colombiana e il padre italiano non lo ha riconosciuto’.
Sorvolo sul ‘padre italiano’ (la cui scelta di negarsi a un figlio è legittima per quanto ripugnante) e ricordo che – in parallelo – ci sono padri che vorrebbero registrare all’anagrafe i propri figli, sottraendoli così al destino di apolidi. Questi padri però (e madri evidentemente la cui condizione è in qualche modo e per un certo tempo meglio protetta) al momento della richiesta di registrazione in comune devono presentare il permesso di soggiorno e, se non ce l’hanno (quale che sia la ragione), rischiano l’espulsione e quindi l’abbandono coatto del figlio. E’ vero che la madre potrebbe tenerlo con sé ma se la coppia volesse restare unita (sostenitori della famiglia procreativa dove siete?) e portare il figlio con sé, nonostante l’assenza di qualsiasi registrazione che testimoniasse la loro genitorialità, potrebbero trovarsi nella condizione di rapitori di bambini. Quindi si nascondono e nascondono il piccolo se non è stato loro possibile giovarsi della volatile circolare che consente la registrazione del nuovo nato.
Questa infamia (ha altre definizioni la negazione di paternità e maternità riconosciute e certificate come si conviene nella società civile?) funziona dal 2009, da quando cioè fu approvato il cosiddetto ‘pacchetto sicurezza’. Prima sia la legge Turco Napolitano, sia la Bossi Fini non richiedevano l’esibizione del permesso di soggiorno per la registrazione delle nascite. Rinvio, per altre informazioni, al tag anagrafe.
Naturalmente le mie sono ipotesi relative a una non remota possibilità.
Casi concreti non ne conosco e se li conoscessi non li dichiarerei
Testimonianze della situazione si possono trovare nella documentazione del gruppo CRC che qui collego (si veda il cap. 3.1)

Io spero che ci sia un intervento efficace per il figlio della signora Ramos ma so che i rappresentanti politici da me interpellati e i rappresentanti di quella che viene ancora chiamata – chissà perché – società civile hanno negato qualsiasi attenzione al problema della mancata registrazione anagrafica, pur prevista per tutti dalla legge 176/1991 (legge di ratifica alla Convenzione di New York sui diritti dei minori).

9 Febbraio 2013Permalink

7 febbraio 2013 – Bambini proibiti in Svizzera e non solo.

Riprendo dal numero di gennaio (n.215/2013) del mensile Ho un sogno la recensione di un libro che era già stato annunciato in questo blog.

Marina Frigerio Martina BAMBINI PROIBITI – Storie di famiglie italiane in Svizzera tra clandestinità e separazione COLLANA Orizzonti pp. 208 Casa editrice IL MARGINE  Via Taramelli n.8 – 38122 Trento € 16,00

Il 25 aprile 2012 ho scritto in merito a ‘La mia casa è dove sono felice’, quattordici racconti di emigranti italiani e immigrati stranieri, che sono “la stessa cosa vista da due punti di vista diversi” come puntualizza l’autore, Max Mauro, che ne ha raccolto le storie.
Fra queste c’è la vicenda di un bambino nascosto, figlio di migranti stagionali cui la legge svizzera impediva di tenere con sé i propri figli, costringendo molti genitori a nascondere letteralmente i bambini o farli crescere in collegio.
Ines, una ragazza friulana che si era sposata con il fidanzato che l’aveva raggiunta in Svizzera dove lavorava, quando le nacque un bambino (‘solo le stupide rimangono incinte’ l’aveva ammonita la padrona di casa) si trovò in una situazione drammatica.
Dove lasciare il piccolo, che doveva restare invisibile, per poter lavorare senza separarsene?
La giovane coppia ebbe l’aiuto di amici ma mai la tranquillità che sarebbe necessaria per crescere un figlio perché la fremdepolizei (la polizia degli stranieri) vigilava con attenzione sulla minaccia infantile.
E oggi quel bambino in un lavoro recente, una ricerca di Marina Frigerio Martina di cui Max Mauro ha scritto la postfazione, svela la sua identità. E’ lo stesso Max tornato con i genitori in Italia ancor piccolo che, dopo essersi negato il ricordo degli anni vissuti come ‘bambino nascosto’, ora si rivela a se stesso: “Tra la nascita, e l’infanzia cosciente cominciata in un paesino della pianura friulana, c’era qualcosa che aveva lasciato delle tracce profonde ma, paradossalmente, invisibili. Qualcosa di cui in casa non si parlava, in nessuna casa di emigranti rientrati”.
E questa negazione della memoria richiama a Max Mauro l’incipit de I sommersi e i salvati di    Primo Levi: “I ricordi che giacciono in noi non sono incisi sulla pietra”.
Ma il dolore può pietrificarli ed estrarli dalla pietra che li blocca è un duro, doloroso, necessario lavoro e deve essere fatto perché la memoria entri, com’è giusto, in una pagina che non è solo personale ma elemento della storia europea.
Ci è stato detto che la clandestinità è criminalità, e molti l’hanno creduto. In troppe circostanze nel passato e nel presente una creatura umana deve essere protetta nell’ombra perché la luce cui ha diritto potrebbe distruggere, se non la sua vita, i suoi rapporti più cari.
La cittadinanza, nata come concetto a fondamento dell’uguaglianza, è diventata per una coscienza diffusa privilegio che ha spezzato, persino per i neonati, la continuità uomo-cittadino. E questa tragica frattura oggi in Italia si ripropone.
Sulla copertina del libro della Frigerio c’è un bambino che regge un cartello ‘Voglio restare con il mio papà’. E’ evidentemente un piccolo figlio di emigranti le cui storie sono narrate in quel volume. Oggi un bambino immigrato in Italia potrebbe scrivere: “Voglio avere un papà” perché la legge italiana nega anche questo a chi non ha un permesso di soggiorno.

7 Febbraio 2013Permalink

25 gennaio 2013 – Un po’ di sintesi e un manifesto

Il sonno della ragione genera mostri

‘Il sonno della ragione genera mostri’, così nel 1797 Francisco Goya intitolava una sua acquaforte e tanto gli abbiamo dato ragione che potremmo anche sospendere  questa azione di postuma solidarietà. Poiché parecchi tentativi di inserirmi in un collettivo ragionare sono falliti assicuro almeno a me stessa uno spazio per far sintesi delle notizie che ho raccolto e che mi hanno costretta a qualche non occasionale riflessione.

La scuola dell’obbligo senza permesso di soggiorno?

Così raccontava la lettera g) del comma 22 della legge 94/2009 (nota come ‘pacchetto sicurezza’) e, per la cronaca, l’eccezione relativa alla scuola dell’obbligo era stata frutto di un emendamento presentato dalla on. Mussolini, ispirata dal presidente della Camera on. Fini. Questa eccezione risolveva solo un frammento del problema (più a discutibile onore dei proponenti che a garanzia dei soggetti interessati) perché restavano del tutto scoperti gli asili nido, le scuole dell’infanzia e, posto che fosse possibile l’accesso alla scuola superiore, c’era il rischio che al compimento dei 18 anni lo studente non potesse essere ammesso all’esame di maturità. Problemi emersi, fallimenti, circolari occasionali … un caos e una perdita di tempo dovuti a una pessima modalità di legiferare.

Ora anche quel frammento crolla perché

1) chi iscrive i figli alla scuola pubblica, con le modalità previste per la metodologia elettronica, anche se non possiede un PC – e la scuola stessa lo soccorre- deve però disporre di un indirizzo e-mail.
Che se ne fa uno senza computer di un indirizzo di posta elettronica? Credo siamo nello spazio culturale della regina Maria Antonietta: “Se non hanno pane mangino brioches”;

2) Nella documentazione da proporre per l’iscrizione alla scuola ci deve essere il codice fiscale di cui, chi non ha il permesso di soggiorno, non dispone. Fantastico!
Adesso capisco perché un destino ironico e amaro ha fatto sì che tutto questo pastrocchio facesse capo a un comma 22! Joseph Heller era stato profeta e oggi potrebbe riscrivere il suo cerchio indistruttibile così:
‘Chi non ha il permesso di soggiorno può iscrivere i propri figli alla scuola dell’obbligo
ma chi iscrive i propri figli alla scuola dell’obbligo deve avere il permesso di soggiorno’.

Il Manifesto dell’Associazione Studi Giuridici Immigrazione (ASGI) per riformare la legislazione sull’immigrazione

Il Manifesto si sostanzia in dieci punti che non trascrivo. Sono indicazioni preziose e chi vorrà potrà andarsele a leggere nel sito che ho collegato all’acronimo ASGI, sperando che chi lo praticherà non si fermi all’enunciazione ma entri, secondo le proprie competenze e interessi, nelle singole voci.
E’ un’operazione che ho fatto anch’io e mi limito a un punto che è strettamente connesso a quello che scrivo inutilmente da anni:
Ricopio dal paragrafo 3 del Manifesto ASGI:

I minori stranieri devono essere trattati, in primo luogo, come minori.
La
Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, ratificata dall’Italia con legge n. 176/91, stabilisce che i diritti da essa sanciti devono essere riconosciuti a tutti i minori che rientrano nella giurisdizione dello Stato, senza alcuna discriminazione, indipendentemente dalla loro nazionalità, regolarità del soggiorno o apolidia. Ai sensi della Convenzione, inoltre, in tutte le decisioni che riguardano i minori, il superiore interesse del minore deve essere una considerazione preminente. Tali principi sono già previsti nel testo unico delle leggi sull’immigrazione, ma spesso, nella prassi, sono disapplicati o non attuati.
Per garantire i diritti dei minori stranieri è dunque necessario che:
1) si affermi inequivocabilmente che ai minori stranieri presenti sul territorio nazionale, indipendentemente dal possesso di un permesso di soggiorno da parte loro o dei genitori, sono riconosciuti in via generale pari diritti rispetto ai minori italiani, inclusi i diritti inerenti gli atti di stato civile, il diritto all’iscrizione al servizio sanitario nazionale, l’accesso agli interventi di sostegno al nucleo familiare finalizzati a consentire al minore di essere educato nell’ambito della propria famiglia, il diritto all’istruzione e alla formazione fino al conseguimento del titolo finale del corso iniziato durante la minore età;

Come rendere operativi i principi del manifesto ASGI?

Per me gli ostacoli sono due e mi limito ad enunciarli

1) nei parlamentari, senatori o deputati che siano, o aspiranti tali, l’incapacità a considerare i diritti fondamentali al di fuori di una logica di voto di scambio e la determinazione a dare risposte occasionali con un occhio di riguardo alle lobbies e quindi al numero e alla visibilità di chi si rivolge loro con qualche proposta. Di recente una persona, che è ben emersa alle primarie e quindi si proporrà al nostro acritico voto (condizionato dalla scelta del partito a norma di legge suina) mi ha detto: ‘ma a queste cose penseremo in un futuro con una nuova legge sull’immigrazione!” E io parlavo di registrazione anagrafica! Possibile che non riescano a capire che i diritti fondamentali non sono beneficenza, per quanto nobile, ma garanzie universali?!

2) nella società civile, l’arroccamento attorno al proprio ‘particulare’, nobile o ignobile che sia (provate a rileggere Guicciardini!) che riduce il rapporto politico se non a un voto di scambio alle sue premesse e l’incapacità –per paura di perdere simpatie calate dall’alto – a farsi propositivi. Non diverso danno viene da coloro che limitano la propria partecipazione a un urlo contro, tanto appagante se collettivamente esercitato, quanto inutile.

C’è il rischio che i principi ASGI, sventolati come bandiere, vengano vanificati nel loro significato e non si sostanzino in leggi di cui abbiamo bisogno. Che fare?

La prima cosa che faccio io

Trascrivo l’art. 1 della legge in vigore sulla cittadinanza e l’art. 1 della proposta di legge a iniziativa popolare con cui dovrebbe confrontarsi anche il futuro parlamento (se mai lo farà).

Legge n. 91/1992   Art. 1

1. È cittadino per nascita:
a) il figlio di padre o di madre cittadini;
b) chi è nato nel territorio della Repubblica se entrambi i genitori sono ignoti o apolidi, ovvero se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori secondo la legge dello Stato al quale questi appartengono.
2. È considerato cittadino per nascita il figlio di ignoti trovato nel territorio della Repubblica, se non venga provato il possesso di altra cittadinanza
.

Proposta di legge a iniziativa popolare:

Art. 1. (Nascita)

1. Al comma 1 dell’articolo 1 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, sono aggiunte, in fine, le seguenti lettere:
b-bis).Chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri di cui almeno uno sia legalmente soggiornante in Italia da almeno un anno.”

“b-ter). Chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri di cui almeno uno sia nato in Italia.”

Ultima domanda:
perché quando pongo il problema della registrazione anagrafica dei sans papier molti mi dicono che l’accoglimento della proposta  di legge a iniziativa popolare risolverà il problema?
Pensano di tranquillizzarmi?
Signori miei, essere vecchie non significa essere sceme e comunque non fa perdere il diritto di voto, anche se vale uno e non si unisce a lobbies da sondaggio.

25 Gennaio 2013Permalink

16 gennaio 2013 – Le notizie si affollano

Minori, pediatri e permessi di soggiorno.

In due precedenti articoli avevo scritto del caso di una bambina che, priva del permesso di soggiorno, non otteneva l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale per poter fruire delle cure di un pediatra..
Quella notizia si è intrecciata con la ‘promessa’, da parte del Ministero della Sanità, alla Società Italiana di Medicina delle Migrazioni di un documento che rendesse obbligatoria l’iscrizione per i minori al Servizio Sanitario Nazionale. Il documento si è poi sostanziato in una circolare del Ministero della Sanità che ha reso possibile la regolare iscrizione al SSN della piccola cui in prima battuta era stato negato (entrambi i passaggi sono reperibili nel mio blog il 3 e il 6 gennaio- Questo dimostra tra l’altro l’importanza della circolazione corretta e puntuale delle informazioni che non vengano ridotte a facile attività di tipo deprecatorio).
E’ necessaria comunque una precisazione: il permesso di soggiorno assicurato ha la validità di tre mesi, secondo una prassi consolidata e identica per cittadini italiani e stranieri. La scelta ha aspetti ovvii: la mancanza del permesso di soggiorno è facilmente collegabile alla temporaneità. se non alla precarietà, della residenza e cerca di corrispondere a questa situazione. Mi assicurano comunque che i tre mesi, almeno per esigenze di tipo pediatrico,  sono rinnovabili con procedura praticamente automatica.
Resta però una osservazione obbligata: considerato che la legge di ratifica della Convenzione di New York sui diritti del minore (legge n. 176 /1991) identifica l’attenzione ai minori come un valore prioritario e incondizionato, senza distinzioni di sesso, di religione ecc. ecc., rispecchiando perfettamente l’art. 3 della Costituzione, è evidente che la legislazione italiana necessita di un aggiornamento radicale e rapido.
La gimcana virtuosa fra circolari e direttive fa onore ai professionisti che vi si dedicano con competenza e rispetto dei soggetti di cui si occupano ma non a chi, politicamente, se ne disinteressa o peggio.
A questo punto non posso non esprimere la mia dissennata speranza che il prossimo parlamento legiferi e trovi una soluzione anche alla norma che vuole neonati del tutto inesistenti sempre per ragioni burocratiche. Ne ho parlato tante volte nel mio blog che non mi ripeto.
Se i candidati alle prossime elezioni hanno una qualche consuetudine alla lettura (cosa di cui dubito) affido loro la notizia e la mia – temo improbabile- speranza.

Il fulmine che attraversa i pastrocchi e arriva alla sintesi

Due giorni fa scrivevo della bambina affidata alla mamma e della canea scatenata attorno alla sentenza della Corte di Cassazione che ha affermato la priorità dei diritti del minore su ogni altra considerazione. Ho già inserito il link e non mi ripeto, ma voglio segnalare la pubblicazione della sentenza nel sito dell’Asgi. limitandomi a trascrivere la sintesi che ne propone la stessa associazione.

La Corte di Cassazione, I sez. civile, con la sentenza n. 601/2013 depositata l’11 gennaio 2013, ha respinto il ricorso proposto da un padre avverso la sentenza della Corte di Appello di Brescia che aveva confermato il decreto del Tribunale dei Minorenni con il quale veniva disposto l’affidamento esclusivo del figlio naturale alla madre, con diritto di visita del padre regolato e vigilato dai servizi sociali territoriali.

Il padre aveva sostenuto che il provvedimento andava censurato perché, tra l’altro, il nucleo familiare della madre del bambino era composto da due donne, legate tra di loro da una relazione lesbica e pertanto, non sarebbe stato adeguatamente motivato se tale fatto fosse idoneo, sotto il profilo educativo, ad assicurare l’equilibrato sviluppo del minore in relazione al suo diritto di “essere educato nell’ambito di una famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio”. Ulteriormente, il ricorrente sosteneva che l’affido del minore alla madre convivente in una relazione omosessuale sarebbe di pregiudizio al diritto fondamentale di entrambi i genitori di provvedere all’educazione dei figli secondo le loro convinzioni religiose e culturali, non potendosi prescindere dal contesto religioso e culturale del padre, di religione musulmana.

I giudici della Cassazione hanno respinto il ricorso sostenendo che considerare dannoso di per sé all’equilibrato sviluppo del minore il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale, a prescindere da dati di esperienza riferibili alla situazione concreta, equivarrebbe a sancire un mero pregiudizio discriminatorio, così come i principi costituzionali del diritto di entrambi i genitori ad educare i propri figli secondo le proprie convinzioni educative e religiose non possono essere fatti valere in astratto, in maniera generica e non concludente, ma debbono essere calati nella realtà concreta dei rapporti relazionali genitori-figli, secondo il principio della valutazione del superiore interesse del minore.

Pertanto, la Cassazione ricorda che non si può avallare il pregiudizio nei confronti delle coppie omosessuali, secondo il quale quel contesto familiare sarebbe di per sé inidoneo per lo sviluppo equilibrato di un minore, senza che nella situazione concreta venissero invece specificate quali fossero le paventate ripercussioni negative per il bambino.

A tale riguardo, la Cassazione rileva che nel caso in specie, la Corte di Appello aveva correttamente valutato negativamente il comportamento del padre, il quale aveva esercitato violenza fisica nei confronti della convivente della madre del bambino, in presenza di quest’ultimo, con conseguente disagio manifestato dal minore; fatto di cui doveva tenersi in adeguato conto nell’interesse del minore essendo la convivente della madre comunque una persona familiare al bambino, mentre la dedotta difficoltà del ricorrente di accettare, date la sua origine e formazione culturale, il contesto familiare in cui suo figlio cresceva, non poteva essere considerata circostanza alleviante la gravità della sua condotta.

La sentenza della Cassazione è dunque importante perché sancisce il fondamentale principio del divieto di discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale nell’ambito della vita privata e familiare, ma anche perché fornisce alcune sommarie ma importanti considerazioni sul limite, anche sotto il profilo giudiziale, che può trovare il riconoscimento della diversità culturale e religiosa nel momento in cui entrano in gioco i principi e i valori dell’autonomia e responsabilità personale e del superiore interesse del minore.

Per quanto concerne il primo punto, la sentenza della Cassazione appare pienamente conforme ed in linea con gli orientamenti della Corte europea dei diritti dell’Uomo che si è espressa sul divieto di discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale, in relazione anche a questioni di adozione e affido dei minori. Ad esempio, nella causa E.B. c. Francia (sentenza 22 gennaio 2008 n. 43546/02), la domanda di adozione della ricorrente era stata respinta in ragione del fatto che nella sua famiglia non era presente una figura maschile. Il diritto nazionale francese permetteva le adozioni da pater di genitori single e la Corte di Strasburgo ha constatato che la decisione delle autorità era principalmente basata sul fatto che la ricorrente aveva una relazione e conviveva con una donna. Di conseguenza, la Corte di Strasburgo ha dichiarato che si trattava di una discriminazione fondata sull’orientamento sessuale vietata dall’art. 14 CEDU in collegamento con l’art. 8 (protezione vita privata e familiare).                                                      a cura di Walter Citti

Credo sia importante leggere l’intera sentenza anche se ne esce con una sensazione di amarezza: c’era bisogno che si sventolasse questa povera bambina come una bandiere, da una parte contro il ‘matrimonio’ di omossessuali, dall’altra come argomento a favore?

Un comune si corregge.

Sempre dal sito ASGI in data 15 gennaio:

A seguito della segnalazione del Servizio antidiscriminazioni dell’ASGI, l’Assessore all’Istruzione del Comune di Pordenone ha annunciato che verrà modificato il Regolamento comunale per l’assegnazione di borse di studio per studenti universitari meritevoli appartenenti a famiglie in condizione di bisogno economico dal lascito testamentario “Mior-Brussa”, alle quali possono attualmente concorrere solo gli studenti di cittadinanza italiana residenti nel comune di Pordenone da almeno cinque anni.

L’Assessore all’Istruzione, Ines Flavia Rubino, ha annunciato che i requisiti di cittadinanza italiana e di anzianità di residenza verranno tolti a partire dal prossimo bando che verrà indetto nel settembre 2013, consentendo la partecipazione a tutti gli studenti in possesso dei requisiti di merito e di bisogno, residenti nel Comune di Pordenone e a prescindere dalla loro nazionalità.

L’Assessore ha precisato che non vi era un intenzione dell’Amministrazione di discriminare gli studenti stranieri, ma che i requisiti ‘discriminatori’ erano stati previsti originariamente sulla base del contenuto del lascito testamentario. L’Amministrazione comunale ha condiviso le osservazioni mosse dall’ASGI che una pubblica amministrazione non può ritenersi vincolata da un negozio giuridico privato a mettere in atto una discriminazione contraria ai principi costituzionali fondamentali.

L’ASGI esprime apprezzamento per la decisione dell’Amministrazione comunale di Pordenone.

16 Gennaio 2013Permalink