20 novembre 2010 – Il 18 novembre è morta Adriana Zarri. E poi una ricorrenza e una notizia

Ricordo di Adriana Zarri.Chi volesse conoscere alcune parole di chi la ricorda può farlo da qui.
Rossana Rossanda ha avuto la capacità tra le cose che ha scritto di dirne una che, da sola, è per me il ritratto di Adriana: “Un giorno le dicevo che del cristianesimo mi interessava la disciplina interiore, protestò con veemenza: disciplina era un termine che non tollerava. Né esteriore né interiore”.
Io voglio ricordarla trascrivendo l’epigrafe che lei stessa si preparò:  

EPIGRAFE

Non mi vestite di nero:
è triste e funebre.
Non mi vestite di bianco:
è superbo e retorico.
Vestitemi
a fiori gialli e rossi
e con ali di uccelli.
E tu, Signore, guarda le mie mani.
Forse c’è una corona.
Forse
ci hanno messo una croce.
Hanno sbagliato.
In mano ho foglie verdi
e sulla croce,
la tua resurrezione.
E, sulla tomba,
non mi mettete marmo freddo
con sopra le solite bugie
che consolano i vivi.
Lasciate solo la terra
che scriva, a primavera,
un’epigrafe d’erba.
E dirà
che ho vissuto,
che attendo.
E scriverà il mio nome e il tuo,
uniti come due bocche di papaveri. 

E all’epigrafe aggiungo la citazione con cui Uomini e Profeti (radio 3) apre il testo che annuncia la trasmissione che oggi dedicherà  ad Adriana (appena possibile aggiungerò la sigla per risentirla in podcast):

Signore, non voglio il tuo cielo, Signore, voglio la mia terra:
le strade, i pozzi, le fontane, e le lune che cadono nell’acqua;
e, se c’è un rovo irto di spine, voglio anche quello,
perché fiorisce, a primavera;
 e se c’è un rospo, sul sentiero, voglio anche quello,
perché sa gracidare, nella notte, lungo la riva dello stagno…
Adriana Zarri

Una ricorrenza – 20 novembre

Copio le notizie che seguono dal sito della CISL scuola:
Il 20 novembre 1959 l'”Assemblea Generale” dell’ONU, su proposta della “Commissione per i diritti umani”, ha adottato la “Dichiarazione dei diritti del bambino”. E’ una risoluzione, una dichiarazione di principi che espande e amplifica il diritto abbozzato nel 1948 nella “Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo” che all’art. 25 stabilisce “che alla maternità e all’infanzia devono essere assicurate speciali tutele e assistenza”.

Il 20.11.1989 è ¨ stata approvata la “Convenzione internazionale dei diritti dell’infanzia”. Da allora molti passi avanti sono stati fatti ed oggi i Paesi che hanno assunto questo importante impegno nei confronti dell’infanzia sono ben 193 (mancano all’appello solo gli Stati Uniti d’America e la Somalia).
Ogni anno, nella sua ricorrenza, si rinnova un impegno.

Possiamo oggi considerare quei documenti qualche cosa di diverso da una presa in giro? Perché lo penso?
Chi volesse capirlo può far ricorso nel mio blog alle parole chiave (gergo tag) bambini, anagrafe, nascita. 

Notizie dal sito ASGI   19.11.2010 

Tribunale di Udine:  E’ illegittimo il requisito di anzianità di residenza decennale in Italia ai fini dell’accesso ai contributi per il sostegno alle locazioni in quanto in contrasto con il diritto dell’Unione europea.
I Comuni e la direzione regionale devono disapplicare la normativa regionale, assicurando rispettivamente l’accesso dei richiedenti ai bandi di concorso ed il trasferimento delle risorse economiche agli enti locali. 

Chi volesse saperne di più può farlo da qui.
Domanda finale: Quando accadrà, se mai accadrà, che il parlamento si faccia carico delle indicazioni che vengono dalla magistratura sollecitata, nell’esercizio del compito che le è proprio, caso per caso e saprà farne principi di carattere generale?

P.S.: Due notizie su analogo argomento (e sempre riferite al Friuli Venezia Giulia) si possono leggere, dal sito Asgi. in data 17 novembre e 18 novembre.
Vi si può accedere evidenziando le rispettive date.

20 Novembre 2010Permalink

29 ottobre 2010 – Fra il Presidente del Consiglio e il Presidente della Conferenza Episcopale … non c’é spazio per tutti.

Eminenze ed Eccellenze

Mentre il Presidente del Consiglio soccorre, pietoso e benevolo, una ragazzina ora da pochi giorni maggiorenne, minacciata (??) dalla questura (altrimenti perché se ne sarebbe fatto carico?), il presidente della Conferenza Episcopale presenta gli Orientamenti Pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, un documento pontificio in cui ci spiega ciò che minaccia la famiglia.

Meglio lasciare la descrizione alle sue parole

“La famiglia, a un tempo, è forte e fragile. La sua debolezza non deriva solo da “motivi interni alla vita della coppia e al rapporto tra genitori e figli. Molto più “pesanti sono i condizionamenti esterni: il sostegno inadeguato al desiderio di “maternità e paternità, pur a fronte del grave problema demografico; la difficoltà a “conciliare l’impegno lavorativo con la vita familiare, a prendersi cura dei soggetti “più deboli, a costruire rapporti sereni in condizioni abitative e urbanistiche “sfavorevoli.
“A ciò si aggiunga il numero crescente delle convivenze di fatto, delle separazioni “coniugali e dei divorzi, come pure gli ostacoli di un quadro economico, fiscale e “sociale che disincentiva la procreazione. Non si possono trascurare, tra i fattori “destabilizzanti, il diffondersi di stili di vita che rifuggono dalla creazione di legami “affettivi stabili e i tentativi di equiparare alla famiglia forme di convivenza tra “persone dello stesso sesso”.

Ho letto e riletto le 42 pagine dell’intero documento ma non ho trovato quello che cercavo.
Già perché fra le minacce io cercavo quella della paura: la paura che impedisce a un genitore privo di permesso di soggiorno di dire ‘questo bambino è mio figlio’ per non scoprirsi, affrontando il rischio dell’espulsione (ne ho parlato tante volte nel mio blog, comunque chi volesse una sintesi della questione può farlo da qui)

Famiglie e non

Gli Orientamenti Pastorali danno grande spazio alla proclamazione dell’importanza dell’educazione fino a dichiarare: “Avvertiamo infine la necessità di educare alla cittadinanza responsabile”.
Ma evidentemente c’è famiglia e non famiglia e gli irregolari –a parere di Sua Santità, di Sua Eminenza e dei legislatori italiani dominati da un Presidente del Consiglio pietoso anche se forte di presenze dichiaratamente razziste nel suo governo- non costituiscono soggetti capaci di unirsi ad altri per formare famiglie e quindi i loro figli non sono soggetti da amare né da educare alla ‘cittadinanza responsabile’. Fin qui nulla potrebbe meravigliarmi. In Europa abbiamo già conosciuto poteri diversi intrecciati solidamente fra loro per devastare in nome di scelte di razza o di guerra.
Quello che mi turba sono i cittadini indifferenti quando non complici di tutto questo, ignari che i bambini sono soggetti di diritto che non dipende dalla razza né da ciò che la burocrazia conseguente a questa deriva riconosce ai loro genitori.
E lo sono i singoli e le associazioni, i partiti, le parrocchie (tanto esaltate nel documento di cui sopra come luoghi deputati ad attività educative, compresa la formazione alla cittadinanza responsabile nell’esclusione mirata?).
Criticare avversari politici, contemplare sofferenze lontane garantisce la consolazione della catarsi per chi ci riesce. E ci riescono in molti perché il luogo di esibizione di dolore, indignazione o altro che sia genera, a chi ne sa far uso, un consenso quantitativamente verificabile e visibile.  E i neonati non producono nulla, non vanno in piazza e non partecipano a trasmissioni televisive, sono inutili nella ricerca di quella popolarità che nasce dall’uso ampio e reciproco del voto di scambio.

 Consenso e svendita dei figli.

E’ un altro problema di cui gli Orientamenti Pastorali, ben sostenuti dall’opinione pubblica,   non dicono nulla.
Alla televisione capita spesso di vedere corpi di bambini usati per pubblicità: non è un bello spettacolo e forse nemmeno decente, ma, a mio parere, esistono casi intollerabili per le contraddizioni interne che presentano.
Ci sono due signore che praticano con successo internazionalmente riconosciuto lo sport loro congeniale che, attraverso ciò che propinano ai loro figli e figlie impietosamente esibiti in attività masticatorie, traggono un reddito aggiuntivo.
A me consta che quando si fanno campagne contro l’obesità infantile uno dei cibi indicati come pericolosi siano le merendine che le due sventate propinano alle loro redditizie creature.
E si tratta di signore che per la loro attività hanno cura del proprio corpo ben conservato e anche i loro figli non sono obesi.
Forse nella  vita privata non faranno ingurgitare ai graziosi piccini ciò che danno loro davanti alla macchina da presa.
Come spiegheranno la contraddizione?
Diranno – o lasceranno intendere- che ci sono bambini di qualità, che devono avere rispetto per la loro salute e altri, di qualità inferiore, cui tanto non è dovuto?
Di qui all’accettazione dei bambini di razza il passo non è poi così lungo.
A questo punto mi vengono in mente le critiche ai rom che mandano i loro figli a mendicare.
Non so perché mi frullino per la testa queste strane idee.
Qualcuno me lo sa spiegare?

29 Ottobre 2010Permalink

26 ottobre 2010 – Una scienziata, il gergo di facebook e altro ancora

 Domani, 27 ottobre, si celebrerà a Roma la nona giornata del dialogo cristiano islamico, nata nel 2001, dopo l’attentato alle torri gemelle, per iniziativa della rivista Confronti.
Ne ho parlato nel mio blog negli anni precedenti.
Quest’anno mi limito a segnalare il riferimento che consente di accedere al sito ildialogo.org per raccogliere informazioni, notizie, pareri e, per chi volesse, di aderire.  
Ho partecipato parecchie volte a questa giornata, soprattutto a Roma, convinta che le religioni, nella storia e nell’attualità spesso veicoli di violenza, abbiamo gli strumenti per essere anche veicoli di pace.

La voce di facebook
Ma ancora una volta ho dovuto scontrarmi con il pregiudizio.
Su facebook infatti è comparsa una citazione della scienziata Margherita Hack che trascrivo:
Noi atei crediamo di dover agire secondo coscienza per un principio morale, non perché ci aspettiamo una ricompensa in paradiso.
Inaspettatamente (mi capita ancora di riscoprirmi illusa) ho constatato che un’affermazione, che da una donna del livello intellettuale della Hack mai mi sarei aspettata, suscitava diffuso consenso.
Ciò che mi turba è la mancata consapevolezza del limite che impedisce le assolutizzazioni, la divisione degli umani in blocchi totalizzanti (atei, credenti ecc. ecc….), identificandoli irrimediabilmente per ciò che sono, e supponendone l’uniformità all’interno di questo loro predefinito essere. 

Mai più con facebook
E dato che sono arrivata a facebook – di cui cercherò di non occuparmi più perché usa un linguaggio che mi turba e mi disturba (ma non lo devo dire) – pressoché contemporaneamente alla registrazione della citazione che ho riportato – ho dovuto, mio malgrado, registrare un’altro atteggiamento per me inaccettabile.
Scrivevo di non capire le risposte prefabbricate stile ‘mi piace’, la brevità delle affermazioni che non si fanno mai argomentazioni, l’espressione di un disagio o di gioia limitata all’esternazione di un’emozione …quando una persona che mi aveva letto mi ha scritto che adesso la comunicazione funziona così.
C’ero arrivata ma volevo capire cosa pensavano gli altri, per me questo atteggiamento appartiene al significato della parola amicizia che facebook proclama (ho consultato pregevoli dizionari e nessuno mi ha smentito) ma evidentemente quello di facebook è un gergo per iniziati che io ignoro.
 
A questo punto ho confermato richieste di amicizia ricevute e non corrisposte, così –quando invierò questo testo con la parola ‘condividi’ arriverà a tutti con i miei saluti.
Chi vuol leggermi può andare sul mio blog ‘diariealtro.altervista.org’ che penso che continuerà a non essere visitato. Io mi limiterò a curiosare in silenzio.
Non so adeguarmi. Senilità. 

E ora una notizia
Chiuso con la sacralità di facebook segnalo una notizia comparsa su Repubblica.
Con un titolo a dir poco di dubbio gusto, Repubblica ci informa che “Aumentano le tutele per i figli di immigrati. Sarà più difficile espellere i genitori”
“La Corte di Cassazione, nel massimo consesso delle Sezioni Unite, ha deciso che non si possono mandare via gli stranieri, anche se hanno commesso reati, nel caso in cui il loro allontanamento dall’Italia, tramite il rimpatrio, abbia riflessi negativi sul generale equilibrio psico-fisico dei loro bambini. Con questa decisione la Suprema Corte ha accolto il ricorso di una signora africana, madre di tre figli residenti a Perugia, condannata per sfruttamento della prostituzione e raggiunta da foglio di via”.
A prescindere dal fatto che non di foglio di via sembra trattarsi, ma di decreto di espulsione, non è aumentato proprio nulla.
Semplicemente la Corte di Cassazione ha applicato le convenzioni internazionali e non la lettera della legge 94/2009 sulla sicurezza pubblica.
Se il giornalista, anziché partire dalla situazione della madre avesse ragionato muovendo dai diritti del bambino (tanto per cominciare dalla Convenzione di New York) avrebbe scritto meno banalità.
Ma può permettersele: dei bambini all’opinione pubblica non importa nulla.
La mamma in questione ha potuto far valere le sue ragioni e ne ha avuto i mezzi..
Quante non potranno permetterselo?
Molto ho scritto sull’argomento. Ne fanno fede i testi raggiungibili con i tag anagrafe, bambini, istituzioni local/regionali. 

Continua
Ci sarebbero altre notizia.
Ne scriverò presto: dare, almeno a me, una continuità di informazione aiuta.

26 Ottobre 2010Permalink

18 settembre 2010 – Lombardia: Una scuola insozzata e forse ripulita – Friuli: un sindaco saggio.

Una ministra, autorità scolastiche e poteri locali.

Adro (Brescia) è un paese diventato famoso per una iniziativa ignobile: una scuola pubblica è stata insozzata con simboli leghisti inseriti ovunque, e non disegnati sui muri per iniziativa di ragazzini maleducati, ma ufficialmente rappresentati sugli arredi dell’edificio. Ora la ministra Gelmini ne ha ordinato la rimozione per via gerarchica, facendo inviare dal direttore dell’ufficio scolastico della Lombardia una lettera con cui viene richiesto al sindaco di Adro di «adoperarsi per la rimozione dal polo scolastico del simbolo» noto come il «sole delle Alpi».
A questo punto, secondo me, dovrebbe essere rimosso – insieme ai simboli- il suddetto direttore, ma la cosa più importante è che a tanto si è arrivati in seguito a una motivata protesta popolare.
Anch’io ho firmato uno degli appelli che circolavano sul web ricordando uno degli scontri – seguito per punizione dal lavaggio dell’aula- con i miei studenti che avevano disegnato una svastica sulla lavagna.
I simboli sono carichi di significati ed è indecente che si inquini la mente dei bambini con la trasmissione dei pregiudizi che hanno inquinato quella di molti genitori. 

A questo punto trascrivo un mio piccolo articolo, pubblicati su Ho un Sogno, un bollettino mensile che testardamente pubblichiamo a Udine da 19 anni.
Non ha molti lettori ma consente di dire e dirsi a chi, in questo paese di lingue tagliate, non ne avrebbe altrimenti la possibilità.
Ho scelto di intervistare un sindaco che fa il suo lavoro con dignità e intelligenza, una voce che non si adegua alla deriva podestarile che umilia il ruolo di molti suoi colleghi, più intesi ad occupare seggiole che a governare un territorio.

Ma su questo ritornerò. 

Da Ho un sogno n.191

Chi, forse nel ricordo della prima guerra mondiale, volesse visitare Caporetto (oggi Kobarid, Slovenia) si inoltrerebbe, superata Cividale, nel territorio delle Valli del Natisone, attraversando, prima di arrivare al confine, il comune di Pulfero, il maggiore della zona per estensione di territorio. E in quel passaggio vedrebbe numerosi cartelli indicanti le varie frazioni, alcune piccolissime, abitate da un paio di famiglie soltanto, altre ormai disabitate o praticate da chi, vivendo altrove ma non lontano, torna nei fine settimana.
Il Sindaco di Pulfero, con cui abbiamo avuto una lunga chiacchierata, puntualizza che la popolazione del comune, un tempo la più numerosa del territorio, oggi si é ridotta a 1150 residenti e, precisa con la dignità di chi conosce il significato del ruolo che ricopre, di averne l’evidenza per ‘dovere di anagrafe’.
La riduzione della popolazione si lega a una storia di migrazioni.
Fra le due guerre mondiali i pulferesi (allora i residenti erano circa 4000) che emigravano in Belgio, Germania, Francia e nell’America latina e del Nord, al momento del pensionamento tornavano e costruivano o ristrutturavano la loro abitazione. Nemmeno l’emigrazione stagionale in Svizzera, tipica degli anno ’60, aveva modificato significativamente la situazione.
Solo dopo il terremoto del 1976, l’emigrazione è diventata, come dice il Sindaco, ‘esodo definitivo’. La mancanza, allora, di un piano regolatore, e conseguentemente di una adeguata viabilità, l’assenza di una organizzazione che assicurasse opportunità di lavoro in loco, spinse molti pulferesi a risiedere nei comuni, spesso poco lontani, dove lavoravano e dove si erano definitivamente stabiliti come gli emigrati che si integrano là dove lavorano e dove i loro figli sono nati e cresciuti.
Le crisi balcaniche degli anni ’90 portarono nelle Valli – e anche a Pulfero – profughi di guerra e così il fenomeno migratorio si è rovesciato: ora il 15% dei residenti sono immigrati (nel 2007 costituivano il 12%), in prevalenza bosniaci e serbi che, veniamo informati, disponibili a qualsiasi tipo di lavoro, si sono pienamente integrati delle comunità locali.
Fanno quello che gli italiani non vogliono o non ‘sanno’ (precisa ancora il Sindaco) più fare. Hanno creato soprattutto piccole imprese edilizie e possiedono quelle competenze che appartenevano ai vecchi muratori e che ora è difficile ritrovare in imprese italiane.
Nelle Valli – e non solo a Pulfero- si sono sistemati per il basso costo degli affitti e qui sono nati i loro figli.
La presenza di bambini e ragazzi a Pulfero è minima e con l’anno scolastico trascorso si è chiuso il servizio di scuola elementare- Non così la scuola dell’infanzia: le iscrizioni per il prossimo anno oscillano fra i 15 e i 17 piccoli di cui 9 figli di immigrati. 
Le scuole elementare e media si trovano nel vicino comune di San Pietro al Natisone e agli spostamenti dei ragazzi possono provvedere anche i normali servizi di trasporto urbano.
E’ una realtà che si modifica. E a una modificazione positiva pensa anche il Sindaco la cui amministrazione ha scommesso –dice- sulla valorizzazione di un turismo ‘di nicchia’ –come lo definisce – che, sempre più diffuso, potrebbe sostenere anche la rinascita di un mercato locale di prodotti caseari e salumi della zona. E non solo questi: potrebbe risultarne favorita la rinascita di quella agricoltura che implica per sé la cura dell’ambiente e che in passato interessava la maggior parte del territorio (in alcune frazioni anche l’80%) e oggi si è ridotta a valori minimi. ‘Non ci sono più le pesche prelibate di un tempo, oggi dominano i meleti’ ricorda il sindaco con il rimpianto di un attimo che non soffoca la determinazione di un impegno che vuol farsi progetto. 

 

Comune di Pulfero
Territorio 48 kmq
Frazioni 59 p   parecchie disabitate;
Abitanti 1.150
Scuole elementari Nell’anno scolastico 2009 – 10
é stata attiva una pluriclasse
di 6 bambini che costituiva
il servizio di scuola
elementare,  ora chiuso. 
Scuola dell’infanzia  –
 statale
15/17 bambini iscritti per il prossimo anno scolastico, di cui 9 ‘extracomunitari’. 
 
18 Settembre 2010Permalink

7 settembre 2010 – Lettera al Presidente della Camera dei deputati.

 
Fra il grottesco e il tragico

Nell’attuale turbolenza politica, fra il grottesco e il tragico (tragicità non certo attribuibile a chi gli eventi muove, per essere tragici bisogna essere seri e non occasionali occupatori di seggiole già diversamente praticate) faccio ancora un tentativo per rendere nota la questione della registrazione anagrafica dei neonati figli di immigrati irregolari.
Ho praticato associazioni, parrocchie, politici in regione e enti locali, parlamentari e non so più chi altro.
                                          
Non sto ad elencare  tutte le volte che sul blog ne ho scritto (chi vuole può averne elenco tramite i tag anagrafe, bambini e istituzioni local/regionali).
So bene che scriverne ancora è inutile ma, quando, il 19 agosto, ho pubblicato l’interrogazione dell’on Leoluca Orlando (che potete leggere anche da qui) mi sono posta l’eterna domanda: ora che faccio?
Constatato che mi farebbe piacere conoscerne la risposta ho deciso di scrivere a chi della pronuncia di quella risposta è istituzionalmente garante, il presidente della camera.
Se risponderà – e se mi verrà inviato il testo della risposta-  pubblicherò.

Intanto copio un’immagine che un’amica invita a mettere sulla propria bacheca in facebook (operazione la cui esecuzione mi è ignota).

Lettera al presidente della camera

Egregio Presidente,

mi rivolgo a Lei nell’esercizio del suo mandato istituzionale per presentarLe il mio interesse da cittadina, che si sforza di essere responsabile, per l’esito dell’interrogazione recentemente presentata dall’on. Leoluca Orlando che chiede al Ministro dell’Interno “se non ritenga opportuno assumere iniziative che attribuiscano valore normativo alla circolare del 7 agosto 2009 prot. 0008899 fornendo così strumenti sicuramente più incisivi a chi la stessa debba applicare”.
Mi piacerebbe che quell’interrogazione avesse una risposta tempestiva (e questo esito, ritengo, Le appartenga mentre evidentemente non Le appartiene l’indirizzo di ciò che il Ministro dirà). Tuttavia desidero chiarirLe perché a una persona che non é più legata ad alcuna organizzazione politica o della società civile interessi la risposta a quell’interrogazione.
Recita la circolare che l’on. Orlando cita e che interpreta e decripta la lettera g del comma 22 dell’art. 1 della legge 94/2009: Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto”..
A questo punto abbiamo un articolo di legge che, dichiarando la necessità di presentazione del permesso di soggiorno (o documento equipollente) per la registrazione degli atti di stato civile, afferma la discriminazione dei neonati in nome dello status giuridico dei genitori e li condanna quindi a diventare apolidi, cui si affianca una circolare che dice che così non ha da essere.
Al di là di quella che a me sembra una allarmante contraddizione giuridica restano almeno due fatti tragici.
Il primo è un principio razzista che si afferma in legge a danno dei più deboli.
E mi permetta di aggiungere che quei piccoli sono affidati alla nostra necessaria protezione non in nome del nostro personale buon cuore ma della dignità che ci viene dall’essere cittadini che si riconoscono nella Costituzione della Repubblica.
Il secondo è la paura dei genitori all’atto della – pur “concessa” – registrazione anagrafica. Uno strumento squisitamente burocratico non basta certo (anche se loro noto) a frenarne il timore dell’espulsione, tanto più che è invece ben nota la serie di violenti e volgari arbitri che appartengono alla parola e all’azione pubblica di sindaci leghisti e forse non solo. Altri e diversi sindaci su questo punto tacciono, umiliando il proprio alto ruolo a una funzione grossolanamente podestarile.
Non so se i necessari filtri che prendono atto della sua corrispondenza Le proporranno la lettura della mia lettera. Se sì, e se vorrà rispondermi, pubblicherò la sua risposta nel mio blog ‘diariealtro.altervista.org’, unico luogo in cui ormai mi sento in grado di esprimermi e far memoria della mia storia personale, intrecciata a quella di tante altre persone che vivono nello stesso territorio in cui anch’io vivo e sono nata.
Distinti saluti
Augusta De Piero
33100 Udine – Via Caccia 33

7 Settembre 2010Permalink

21 agosto 2010 – Chi garantisce il diritto di esistere?

Una notizia da Israele.

Il 16 agosto 2010 Lucia Cuocci (di cui ben conosco la conoscenza profonda della realtà israelo-palestinese) ha pubblicato su facebook un articolo del giornalista israeliano Aviad Glickman. Era in lingua inglese e io ho deciso di tradurlo.
Chi comunque volesse leggerlo nell’originale potrebbe farlo da qui. 

Eccone il testo:
“Lunedì il tribunale distrettuale di Gerusalemme ha deciso che lo Stato é responsabile per la morte avvenuta nel 2007 di Abir Aramin, una ragazzina palestinese di 10 anni e risarcirà la sua famiglia.
Il tribunale ha stabilito che la ragazzina è stata uccisa da un proiettile vagante di gomma sparato da un ufficiale della Guardia Confinaria.
Secondo la sentenza lo sparo fu il risultato di una negligenza dello Stato.
Inoltre con procedura civile la famiglia della ragazzina ha presentato appello all’Alta Corte di Giustizia chiedendo che gli sparatori israeliani siano sottoposti a processo dopo che il Pubblico Ministero avrà chiuso la causa intentata contro di loro.
Il giudice Orit Efal-Gabai ha affermato nella sua sentenza che non c’é dubbio che la sparatoria, avvenuta nel villaggio di Anata nella West Bank, ha violato delle regole di ingaggio.
”La sparatoria non aveva come obiettivo dimostranti o lanciatori di pietre. Abir e i suoi amici camminavano luongo una strada da cui non erano state lanciate pietre contro le Guardie confinarie. Secondo la sentenza  “non c’era un apparente motivo per sparare in quella direzione”.
L’azione legale, promossa nel mese di luglio 2007 dall’avvocato di parte civile Lea Tsemel in rappresentanza dei genitori di Abir, ha richiesto un risarcimento per la famiglia.
Per determinare l’ammontare del danno il giudice Efal-Gabai ha stabilito una successiva udienza che si terrà in ottobre. La sentenza si è basata sulle testimonianze degli amici di Abir. “Hanno vissuto un’esperienza veramente pesante e sono stati testimoni del ferimento di Abir ” ha affermato il giudice, aggiungendo che la versione degli eventi data dallo Stato, secondo la quale Abir sarebbe stata ferita da una pietra e non da una pallottola di gomma, era inattendibile.
In seguito alla morte di Abir la famiglia ha presentato un rapporto di un anatomopatologo che stabiliva che era stata colpita da un proiettile sebbene la Polizia Israeliana affermasse che un’autopsia aveva dimostrato che non era stata uccisa da un proiettile di gomma.
Il gruppo per i diritti umani Yesh Din e Bassan Aramin, padre di Abir, hanno presentato una petizione all’Alta Corte contro il procuratore generale e due ufficiali della Guardia Confinaria, chiedendo che gli stessi fossero processati.
A seguito dell’appello il Pubblico Ministero ha annunciato ulteriori indagini sulla morte della ragazzina.”
 

La notizia non è sorprendente: le morti di bambini palestinesi, colpevoli solo di vivere nei Territori Occupati, sono frequenti e non solo a Gaza, terra terribile di strage infinita, ma anche nella West Bank.
  Nel 2003 la fotografia di una bambina uccisa copriva i muri di Betlemme e così ne scriveva un coraggioso giornalista israeliano, Gideon Levy, in un articolo che il quotidiano Ha’aretz pubblicò con il titolo “Uccidere i bambini non è più una faccenda tanto importante” (Domenica 17 ottobre 2004, Cheshvan 2, 5765 secondo il calendario ebraico) : “Kristen Saada era nell’auto dei genitori, di ritorno a casa dopo una visita di famiglia, quando i soldati colpirono la macchina con una raffica di proiettili. Aveva 12 anni al tempo della sua morte … La pubblica indifferenza che accompagna questo seguito di sofferenze ignorate fa di ogni israeliano il complice di un crimine. Persino i genitori, che capiscono che cosa significa l’angoscia per il destino dei figli, si girano dall’altra parte e non vogliono sentir parlare dell’ansietà dei genitori dall’altra parte della barriera. Chi avrebbe creduto che i soldati di Israele avrebbero ucciso centinaia di bambini e che la maggioranza degli israeliani sarebbe rimasta in silenzio? Persino i bambini palestinesi sono diventati parte della campagna di disumanizzazione: uccidere centinaia di loro non è più una faccenda tanto importante”. 

E poco importante é rimasta, tanto che i casi singoli non fanno più notizia.
E invece l’articolo che ho riportato sopra, segnala un fatto di estremo interesse: l’intervento di un tribunale su un caso specifico, la morte di un’altra bambina per cui il padre e Yesh-Din, un gruppo israeliano impegnato nella difesa dei diritti umani, chiedono giustizia.

I diritti dei bambini: giustizia e politica.

La giustizia può agire caso per caso, diventando forse spia di un disagio, la politica potrebbe produrre indicazioni di ordine generale tali da modificare una situazione.
Questo non accade in Israele e non accade in Italia.
Le leggi balorde che vengono votate avviandoci a un democratico precipizio affondano nella stessa pubblica indifferenza di cui scriveva ormai sette anni fa Gideon Levy.
La nostra Costituzione “richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” nel rispetto di quei “diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” che “la Repubblica riconosce e garantisce”.
Non a caso l’art. 2 usa il termine Repubblica e non Stato ad indicare tutti i livelli dell’ordinamento, ognuno dei quali sembra –fra silenzio e consenso – sfuggire alle proprie responsabilità o violare i principi della Carta.

Paradossalmente gli attivissimi sindaci leghisti non esitano a proclamare oscenità,  pronunciandosi nella consapevolezza del loro ruolo, pur violato e umiliato dalle loro stesse affermazioni, mentre quelli che ancora hanno coscienza della dignità di ogni cittadino e cittadina non osano parlare e delegano il rispetto dei diritti ad associazioni certamente meritevoli ma sempre più implose su se stesse e incapaci di stimolare le istituzioni locali a un esercizio pubblico e trasparente del proprio ruolo.
Sindaci, province, regioni sostengono queste associazioni –sfuggendo alle proprie responsabilità istituzionali e coprendosi dietro l’altrui ‘bontà’ per non urtare direttamente il diffuso razzismo del buon senso- e quel rapporto appare materia di voto di scambio.
Non é una bella deriva.

 Sindaci d’Italia fra abiezione e dignità

Propongo di nuovo la fotografia del manifesto del Sindaco di San Martino dall’Argine, che ho già pubblicato il 26 novembre 2009, sperando che qualcuno mi indichi un documento altrettanto esplicito ma promotore dei diritti dei cittadini, forti o deboli che siano, e non della pratica della caccia all’uomo già cara al Ku Klux Klan. 
Ho il dubbio che non esista nulla di altrettanto esplicito e trasparente ma speculare e opposto.
Le scritto precedente riporta il testo di un’interrogazione parlamentare che chiede la revisione di un punto di una legge intollerabile ma, a proposito della registrazione anagrafica dei figli dei sans papier, particolarmente abietta.
Attendo con curiosità di sapere se vi sia almeno un altro parlamentare –comunque collocato – capace di farsi carico del problema e se i sindaci sono disposti a farsi carico del fatto che la legge impone una umiliazione del loro ruolo. Un loro primario obiettivo dovrebbe essere l’evidenza della popolazione che vive sul loro territorio: gli ostacoli costruiti dal nuovo concetto di sicurezza possono renderlo impraticabile

21 Agosto 2010Permalink

19 agosto 2010 – Un parlamentare si occupa della registrazione anagrafica dei figli dei sans papier.

Mentre scrivevo uno dei miei pezzi sui bambini, mi è arrivato (e ringrazio la consigliera provinciale – Udine – dr. Schiratti che me lo ha inviato) il testo dell’interrogazione parlamentare  che pubblico di seguito.
E’ il primo intervento parlamentare che registro dopo quelli in corso di dibattito (inizio 2009) degli on. Bachelet e Capano.
Non so se avrà un seguito: io non ho certo la forza per provocarlo.
Chi volesse ulteriori informazioni sulla questione cui l’on. Orlando, firmatario dell’interrogazione, fa riferimento, può trovarne nel pezzo che ho pubblicato, riprendendolo dalla newsletter Notam, il 10 novembre 2009.Il collegamento è possibile da qui

Seduta n. 363 del 2/8/2010

INTERNO   Interrogazioni a risposta scritta:

LEOLUCA ORLANDO. – Al Ministro dell’interno. – Per sapere – premesso che:

in data 8 agosto 2009 è entrata in vigore la legge 15 luglio 2009, n. 94 «Disposizioni in materia di sicurezza pubblica»;

alla lettera g del comma 22 dell’articolo 1 della predetta legge si modificava il comma 2 dell’articolo 6 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, sostituendone una parte, con la frase «, per quelli inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie di cui ali ‘articolo 35 e per quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie, »;

questa modifica è stata di fondamentale importanza per la tutela della maternità, della salute e dell’istruzione di tutte le persone extracomunitarie che si trovano, anche illegalmente, nel nostro Paese,

in quanto non obbliga le persone in situazione di bisogno sanitario urgente alla presentazione del permesso di soggiorno per ottenere le giuste cure;

in data 7 agosto 2009 è stata emanata, dal dipartimento per gli affari interni e territoriali del Ministero dell’interno, una circolare (prot. 0008899) con oggetto: «Legge 15 luglio 2009, n. 94, recante »Disposizioni in materia di sicurezza pubblica«. Indicazioni in materia di anagrafe e stato civile», ed è stata inviata a tutti i prefetti della Repubblica italiana;

con questa circolare il Ministero dell’interno andava a sanare una situazione di interpretazione dubbia della suddetta legge, su alcuni temi, tra cui quello importantissimo delle dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione;

al punto 3 della predetta circolare si chiariva che «Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita-stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto. L’atto di stato civile ha natura diversa e non assimilabile a quella dei provvedimenti menzionati nel citato articolo 6»;

a parere dell’interrogante, molti punti della circolare stessa sono fondamentali per la struttura e per la funzionale applicazione della legge n. 94 del 2009, ma il metodo applicato dell’uso della circolare stessa appare di indicazione troppo lieve e sicuramente meno impegnativa dell’uso di una legge nell’applicazione della stessa -:

se il Ministro non ritenga opportuno assumere iniziative che attribuiscano valore normativo alla circolare del 7 agosto 2009 prot. 0008899 fornendo così strumenti sicuramente più incisivi a chi la stessa debba applicare.

19 Agosto 2010Permalink

17 agosto 2010 – Verdini, Obama e il mio blog.

Le ragioni di un titolo stravagante

Il titolo stravagante che propongo mi è venuto in mente da sé, senza sforzo e ora cerco di spiegarmene le ragioni.
Comincio da Verdini. Scrive nel sito on line del Corriere della Sera (15 agosto) il giornalista Massimo Muchetti: “ … fin d’ora si può dire che la vicenda Verdini fa riemergere la cattiva abitudine dell’uso privatistico della cosa comune. Una cooperativa creditizia è un soggetto economico privato. E tuttavia, quando è a mutualità prevalente come sono il Credito Cooperativo Fiorentino e le altre 400 e passa banche di credito cooperativo italiane, l’interesse del socio viene perseguito nel quadro dell’interesse generale della compagine sociale, a sua volta legata alla comunità locale. Non a caso queste banche hanno un regime speciale che ne lega l’attività al territorio, limita la remunerazione, l’emissione e la compravendita delle azioni e, al tempo stesso, detassa ampiamente gli utili portati a riserva. Le Bcc sono una grande e positiva espressione dell’autogoverno delle comunità locali. Non perseguono il profitto, ma servono valori. Non speculano, non concentrano il rischio a favore dei soliti noti, possono perdere durante le crisi con artigiani, commercianti, agricoltori, ma non con gli amici degli amici.”
Ma i giornali proni al governo difendono Verdini. Perché?
Forse é meglio porre diversamente la domanda.
Chi governa deve comperare il consenso funzionale al mantenimento di posizioni in qualsivoglia modo acquisite o costruirlo attorno ai principi che fondano la vita di uno stato e che  ne costituiscono la base?
Il presidente degli Stati Uniti, riferendosi alla costruzione di una moschea a New York nei pressi di ground zero, ha detto:  “Con la massima chiarezza in quanto cittadino, in quanto presidente, sono convinto che i musulmani abbiano lo stesso diritto di praticare la propria religione come qualsiasi altra persone in questo paese. Ciò comprende il diritto di costruire un luogo di culto e un centro per la comunità su una proprietà privata a Lower Manhattan, nel rispetto delle leggi e delle ordinanze locali”. E ancora: “questa è l’America, e il nostro impegno per la libertà religiosa deve essere incrollabile. Il principio in base al quale i popoli di tutte le fedi sono benvenuti in questo paese, e che non verranno trattati in maniera diversa dal loro governo, è essenziale per quello che siamo. La volontà dei nostri Fondatori deve essere rispettata”.
E’ abbastanza evidente che nella dialettica della vita di una società organizzata c’é chi ritrova nella convinta chiarezza dei propri principi e nella propria forza contrattuale la capacità di difesa propria e per chi di quella difesa ha bisogno ed è a questo punto che diritti e consenso si intrecciano e, quando invece il consenso si può mercanteggiare con qualsiasi moneta, i diritti dei deboli sono i primi a venir calpestati.
E chi é più debole di un bambino?
Ho scritto tante volte nel mio blog della questione della registrazione anagrafica dei figli degli immigrati irregolari. Il mio blog è fornito di un indice analitico –chiamato tag (non mi piace ma funzione così). Evidenziando nell’elenco della colonna a destra le parole ‘anagrafe’ o ‘bambini’ (o la parola ‘minori’ nell’elenco delle categorie della stessa colonna) ne esce abbondante materiale con l’indicazione delle varie fonti.
Io suggerisco, prima di passare ad altro, l’articolo del 10 novembre 2009.

Di analogia in analogia

Il caso della banca di Credito Cooperativo Fiorentino mi ha fatto venire in mente un mio –fallito – tentativo di dialogo con l’ Unicoop Firenze, cooperativa che aderisce all’ Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori  della Lega delle Cooperative.
Nel 2005 mi trovavo a Betlemme e osservavo con interesse (era uno degli scopi che mi ero prefissa) il sistema scolastico. Una delle scuole più stimate era –ed é -la scuola di Terrasanta, gestita dai francescani, che comprende anche una scuola dell’infanzia, rigorosamente allora (oggi non so) solo maschile eppure –e ciò va a onore soprattutto delle scuole protestanti – in Palestina ci sono anche scuole miste.
Quella scuola, un vero gioiello finanziato dall’Italia, così veniva e viene ancora presentata dall’Ufficio stampa dell’Unicoopo (uno dei finanziatori del progetto)
”L’intento di tutti e’ quello di offrire ai bambini e alle bambine di Betlemme un ambiente accogliente per far crescere una speranza di pace e normalità”.
Una frottola che inutilmente provai a segnalare, inviando numerosi messaggi ai politici che avevano partecipato all’inaugurazione della scuola (fra cui l’on. Bindi) e all’ufficio stampa dell’Unicoop  senza mai ricevere risposta).
Evidentemente l’obiettivo era soddisfare il rispetto delle pari opportunità – che si presumeva presente nei donatori – e insieme l’opportunismo della scelta che prevalse a Betlemme.
Sia stata sciatteria o consapevole doppio gioco, mi resta la domanda “è più grave rubare consenso con i quattrini o con l’ostentazione di buoni sentimenti fondati su un falso, in quel caso le bambine di Betlemme, ancora una volta beffate e tradite, abusate quali esche per un consenso evidentemente utile?”

Una scultura che mi ha dato una scossa.

Ieri ho visitato la mostra dedicata ai fratelli Basaldella   La statuetta di cui propongo l’immagine   è un lavoro di Mirko (1930). Si intitola la strage degli innocenti.
Quel bambino aggrappato, come se ne volesse ricavare sicurezza, alla gamba di chi lo massacrerà (sembra che anche il dr. Mengele ad Auschswitz sapesse suscitare fiducia nei piccoli che avrebbe torturato e massacrato) mi ha fatto tornare in mente troppe cose.
Se segnalare la responsabilità di chi compera il consenso altrui è doveroso è insieme opportuno ignorare la responsabilità di chi –con quattrini o sollecitazioni sentimentali – si lascia comperare?
Qual è il confine fra l’essere vittime e l’essere complici?
Purtroppo per molti funziona non il criterio della conoscenza ma quello dell’appartenenza acriticamente accettata.

P. S.: Chi volesse saperne di più sulla scuola dell’infanzia di Terrasanta può andare, sempre attraverso la colonna destra a blog precedenti – diari e altro – 14 agosto 2005 e 30 gennaio 2007

17 Agosto 2010Permalink

08 luglio 2010 – I tempi non si scelgono – 2

8 luglio 2010 –

I tempi non si scelgono
In essi si vive e si muore – 2

Ho ricopiato il titolo dalla citazione di una poesia di Aleksander Kušner, proiettata alla mostra Russie! A Ca’ Foscari – Venezia.

I comuni, primo luogo istituzionale del vivere insieme, ma
….. ormai si sono poste le basi per riportarli a un ruolo neopodestarile non contestato.
La solidarietà si trasforma in pietà capace di assistenza ma la pietà dei ‘buoni’ non riscatta la sciatteria di chi vuole ignorare l’etica della solidarietà ‘politica, economica e sociale’ (Costituzione della Repubblica – art.2)
Anni fa avevo sperato in una svolta promossa e voluta dalle associazioni che si formano nella società civile. Ora non più…
Così concludevo la mia puntata precedente.
Ero arrivata al nodo che mi assilla da anni, l’involuzione del mondo associativo, quale luogo di pensiero discusso e condiviso e insieme momento di forza nella società civile.
L’associazione, più o meno formalizzata, è spazio offerto a chiunque e può farsi anche luogo per giudicare i livelli istituzionali che dovrebbero rappresentarci.
Non mi sembra funzioni così.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, (Costituzione. Art. 2)

Di conseguenza “i cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi” (Costituzione Art. 17). Forse sarò irrispettosa ma non posso impedirmi di dire che i padri costituenti erano ingenui. Le armi cui pensavano erano quelle, deposte a guerra finita, ma non immaginavano che arma potesse diventare la parola, che stavano adoperando con attenzione e rispetto nello sforzo condiviso di creare le basi del contratto sociale per l’Italia che stava nascendo.
E proprio qui il degrado della funzione associativa ha un ruolo che provo a raccontare a modo mio, dal mio punto di vista che diventa indiscusso non per mia volontà di egemonia ma perché non riesco più a trovare i luoghi per discuterlo.
Recentemente, e questo mi ha molto turbato, questa mia ricerca è stata definita ‘nostalgia’.

Qui e ora – ascesa e degrado delle associazioni

Era il 1991 e, quando scoppiò la crisi balcanica, il Friuli Venezia Giulia si trovò in una posizione protagonista. Nella prima fase della guerra i profughi fuggivano verso le frontiere del nord est italiano. Ponevano almeno due ordini di problemi: l’emergenza assistenziale e il riconoscimento del loro status.
Non fuggivano a seguito di persecuzioni dirette e personali per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a determinati gruppi sociali o di opinioni politiche ma solo –e, almeno nella fase iniziale, erano per lo più donne e bambini –
perché la loro vita era minacciata dalla guerra e dai suoi effetti collaterali.
L’anno successivo la legge 390 (‘recante interventi straordinari di carattere umanitario a favore degli sfollati delle Repubbliche sorte nei territori della ex Jugoslavia’) costruì le basi perché fosse possibile sostenerli nel nuovo percorso di vita.
Varie associazioni che si erano immediatamente mosse per offrire loro un sostegno si impegnarono anche per garantirli sul piano giuridico in un confronto che si volle caratterizzato da competenza e che fu stretto –e a volte anche aspro- con i livelli istituzionali.
Il permanere della crisi balcanica, l’intensificarsi del fenomeno migratorio tolsero a quell’intervento ogni carattere di occasionalità. La legge chiamata Martelli (n.30/1990) aveva consentito più ampio spazio all’accoglienza, sciogliendo la ‘riserva geografica’ che la voleva limitata coloro che provenivano da paesi d’Europa (leggi URSS e paesi satelliti).
I poteri locali riconobbero il ruolo delle associazioni e offrirono loro sostegno perché continuassero in un’attività di ormai indispensabile supplenza.

E la supplenza si fece scambio
Lentamente, con il farsi più significativo e visibile il ruolo delle migrazioni, la cultura della Lega Nord segnò l’area del suo maggior successo e poco a poco, senza che vi fossero difese al senso minacciato della decenza etica e politica, il razzismo divenne senso comune. Così regioni e enti locali, nella confusa girandola normativa di leggi statali, identificarono nell’accoglienza dei migranti un ruolo politico della ‘sinistra’ e le associazioni che di accoglienza si occupavano –e che lo facevano anche, ma non sempre, in forma dignitosa e positiva- divennero i referenti privilegiati per un sostegno che spesso si trasformava in occasione di possibile voto di scambio (o almeno per suscitare i sospetti delle persone consapevolmente maligne come me).
Anche per questa connotazione gli impegni a rimuovere le conseguenze perverse del razzismo dilagante tennero conto soprattutto di quei soggetti che potevano essere incisivi nei confronti dell’opinione pubblica, mentre altri vennero ignorati.
L’informazione sui diritti sanciti spesso si sciolse nella propaganda per questa o quella realtà associativa e per l’obiettivo specifico che questa o quella perseguivano..
Chi non poteva. per sua condizione, rendersi visibile fu ignorato.
Ne so personalmente qualche cosa per il mio peregrinare cercando di suscitare inutilmente o quasi interesse per la questione della registrazione anagrafica dei figli dei sans papier che qui ricordo solo riportando l’immagine che per tanto tempo ho lasciato nella homepage di questo mio sito e ricollegandomi per l’ennesima volta alla magistrale sintesi della questione curata da Enrica Brunetti.

Cappuccetto rosso non deve allontanarsi da casa per conoscere la violenza.
Dove nasce non la vogliono riconoscere e, rendendola invisibile, la abbandonano ad ogni minaccia.
L’immagine é stata gentilmente concessa dall’autrice Sarolta Szulyovszky.

 

 

 

Particolarmente sconvolgente l’indifferenza al problema della chiesa cattolica e delle aggregazioni (parrocchie e simili) che a questa fanno riferimento, in ipocrita contraddizione con i ‘valori’ della famiglia che ormai mi sembrano più schiamazzi che autorevoli comunicazioni.
Ma di ciò dirò più avanti.
(continua)

8 Luglio 2010Permalink

08 luglio 2010 – I tempi non si scelgono – 1

I tempi non si scelgono
In essi si vive e si muore. -1

Ho ricopiato il titolo dalla citazione di una poesia di Aleksander Kušner, proiettata alla mostra Russie! A Ca’ Foscari – Venezia

Ricomincio a scrivere, provo perché credo non sia giusto abbandonare un impegno intrapreso con me stessa (anche se non sarebbe il primo) e poi questa ‘non carta’ è l’unico luogo in cui posso rendere visibili, almeno a me, le mie parole.
Sto leggendo un libro di grande interesse, un’inchiesta giornalistica vera fatta sul campo e non sulle veline. E’ un volume regalatomi da un’amica, cui sono molto grata. Si tratta di Fabrizio Gatti. Bilal (viaggiare, lavorare, morire da clandestini. 2007 BUR).
Leggendo per un po’ ho riconosciuto i modi di scrittura e i modi del lavoro di Ryszard Kapuscinski, il vero giornalismo d’inchiesta, quello dei giornalisti che consumano le scarpe diceva Igor Man. Qualche cosa però mi turbava: quanto più Gatti si addentrava nelle piaghe di un’Africa percorsa da lui come da uno dei tanti dannati che da quella terra cercano di venire in Europa, tanto più mi richiamava il giornalista polacco e insieme percepivo una distanza enorme fra loro.
L’africa postcoloniale di Kapuscinski, per quanto misera, lasciava intravedere la possibilità di un futuro sperato, desiderato, prossimo ad essere progetto (che solo nel Sud Africa di Mandela ha funzionato). L’Africa di Gatti è solo disperazione che il coraggio di chi se ne va non riscatta. Il futuro, se c’é, è altrove e altrove va ricercato senza progetto perché progetto non è possibile. Lo ‘sprezzo del pericolo’ scrive Gatti, riprendendo con voluto sarcasmo un’espressione cara ai militari che riconoscono quello sprezzo nelle loro medaglie e non in chi affronta un viaggio folle per aiutare altri –forse- a sopravvivere. E sono proprio i militari che contribuiscono alla reclusione dei disperati, identificati come ‘clandestini’, di cui non sanno riconoscere il coraggio che celebrano nei loro medaglieri..
E ancora Gatti, tentato da pensieri violenti verso gli schiavisti che incontra in Italia. : “Abbiamo soltanto due modi di risolvere i conflitti. Attraverso le parole o attraverso la violenza” (pag. 481) Nell’alternativa parole-violenza il giornalista crede ancora; io sempre meno: scopro ogni giorno parole che coprono violenza attraverso quella rassegnazione che si propone come saggezza realista ed è fondamentalmente ipocrisia.

La violenza del non detto.
Ogni volta che affronto il senso delle parole, la loro possibilità di essere sostanza di un progetto, di farsi motori di modifica, provo uno sgomento crescente.
Non trovo silenzio (sarebbe meglio quando la parola si fa beffa), trovo chiacchiera, adeguamento al peggio il cui confine, sempre più mobile, si sposta verso il baratro facile da prevedere ma contro il quale non si sono costruite difese.
Da anni era facile presagire il crollo della politica: la caricatura vile e ben accolta da molti fattane dalla Lega Nord, epifania di quanto di peggio si può costruire nel vivere collettivo, avamposto spudorato e gradito del berlusconismo più becero, catalogo delle bestialità del buon senso e crogiolo per la loro esasperazione, non aveva trovato oppositori e oggi è senso comune.
Da una parte se ne rideva con la spocchiosa superiorità di chi è immediatamente in grado di identificare le stupidaggini dette da altri, dall’altra la si accoglieva come un laboratorio di matte e insieme utili bestialità: se quel che diceva Bossi riusciva sgradito lo si attaccava (la bandiera come carta igienica…) se quel che diceva Bossi passava senza traumi – o addirittura riusciva accettabile – se ne faceva tesoro. Un tabù violato può diventare un luogo comune pronto all’uso (le espressioni di antimeridionalismo, le dichiarazioni razziste…).
Se a ciò si unisce il degrado delle istituzioni, conseguente il degrado del personale politico, è chiaro che il luogo deputato alle decisioni collettive si fa impraticabile.
A livello nazionale deputati e senatori sono eletti dal popolo solo nella loro quantità ma, come persone, sono designati in forma ferrea dalle decisioni delle segreterie dei partiti. Quel che conta è avere molti eletti per governare con qualsiasi mezzo (la storia del ministro lampo Brancher ne è un esempio meravigliosamente chiaro) o per fare opposizione senza scomodarsi a creare un progetto, soddisfatti di urlare vari e scoordinati ‘no’, logicamente traballanti quanto i ‘sì’.
Chi parla e prima pensa in questo coacervo non è gradito da nessuna parte.
Il consenso sembra incompatibile con il pensiero.

I comuni, primo luogo istituzionale del vivere insieme.
I comuni, primo luogo istituzionale del pensare insieme. Sono diventati il primo gradino di un cursus honorum o, se l’onore ricevuto non ha corso, un luogo per elevarsi sopra i propri concittadini a onore e gloria del partito o della lobby che ti ha sostenuto. E partito e lobby agli eletti chiedono poi di pagare il conto e il pagamento viene onorato per quanto squallido..
Ho scritto per più di un anno del problema della registrazione anagrafica dei figli dei sans papier e non sono riuscita a trovare quasi nessuno che capisse come questa dissennata decisione del governo, diventata legge e malamente rabberciata da una circolare salva vergogne come un perizoma raccattato per necessità, fosse un insulto al ruolo stesso dei sindaci, tranquilli nel loro pacioso adattarsi a non conoscere chi nasce nel loro territorio.
Stiamo costruendo – segnandoli dalla nascita- persone senza cittadinanza, senza genitori riconosciuti come tali, senza diritti. Fra una quindicina d’anni forse ne parlerà un nuovo Kapuscinski, ne inorridirà un nuovo Gatti senza bisogno di cambiare continente.
Contemporaneamente si pongono le basi per riportare i comuni a un ruolo neopodestarile.
La solidarietà si trasforma in pietà capace di assistenza ma la pietà dei ‘buoni’ non riscatta la sciatteria di chi vuole ignorare l’etica della solidarietà ‘politica, economica e sociale’ (Costituzione della Repubblica – art.2)
Anni fa avevo sperato in una svolta promossa e voluta dalle associazioni che si formano nella società civile. Ora non più…
(continua)

 

8 Luglio 2010Permalink