25 settembre 2015 – In Europa non entrino gli atei!

Ho un sogno n. 239 – settembre
FRA UNA NUOVA DEVOZIONE E SINODI ECCLESIALI

IN EUROPA NON ENTRINO GLI ATEI
Dopo che in un mare che è il cuore dell’Europa fin dall’antichità sono annegati centinaia di migranti, altri si accalcano alle frontiere orientali.
Correttamente dovremmo chiamarli richiedenti asilo ma subito dobbiamo precisare.
Sono richiedenti asilo solo quelli che fuggono dalla Siria? E quelli che fuggono da altri stati pure in guerra come li consideriamo? E quelli che fuggono dalla fame? E dalla persecuzione religiosa?
Sull’ultimo punto veniamo illuminati dal direttore responsabile de ‘Il giornale’ che, in data 17 settembre dedica ben tre pagine del suo quotidiano all’argomento.
In apertura di questa ampia trattazione ci offre un editoriale su cui è fondamentale soffermarsi e da cui ci permettiamo due brevi citazioni.
“Delle oltre duecentomila persone sbarcate quest’anno sulle nostre coste, si calcola che almeno una su otto sia cristiana” e “quel gregge di fedeli perseguitati perché crede nel nostro stesso Dio … merita una corsia preferenziale”.
Poiché abbiamo il vizio delle concretezza immaginiamo un poliziotto che – al di là dei nuovi muri di cemento o filo spinato, armato di gas urticante da spruzzare anche sui bambini (si presuma che prima chieda ‘sei battezzato?’) – accosti adulti che vogliono entrare in Europa e –per sapere se sono cristiani o meno – faccia loro un esame di religione. Ne ha le competenze? Forse sarebbe aiutato se uno stato attento alle proprie forze di sicurezza organizzasse corsi di formazione religiosa tali da fare dei poliziotti competenti inquisitori.
Ove fosse chiarito per gli islamici anche questo ostacolo e stabilito un ‘no, tu no’ o un ‘tu vieni dopo quando avrò soddisfatto i cristiani’ resta il problema degli atei per cui l’esame di religione è impossibile per insussistenza dell’oggetto..
Che fare di coloro che per l’imprevidenza dei genitori o per spericolate decisioni personali non siano muniti del certificato di battesimo e non se lo possano procurare perché inesistente?
Infatti il direttore di cui sopra fa riferimento come garanzia identitaria salvifica a questo documento che ogni cristiano si porterebbe appresso come la carta d’identità.
Ci aspetteremmo un soprassalto di manifesta dignità da parte dei cristiani (cattolici, protestanti e ortodossi) ma non osiamo sperare.

BAMBINI SENZA NOME E SENZA FAMIGLIA PER LEGGE E PER ECUMENICA SCELTA DELLE CHIESE CRISTIANE.
Da anni Ho un Sogno segnala la legge che dal 2009 vuole che sia negato il certificato di nascita ai neonati che nascono in Italia, figli di migranti privi di permesso di soggiorno,.
La chiesa cattolica si appresta a celebrare il Sinodo ordinario sul tema «La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo» cui farà seguito un Convegno Ecclesiale Nazionale che si ispira anche a un ‘Nuovo umanesimo’.
Considerata l’enorme spazio che ha l’informazione che proviene da questa fonte non vogliamo ignorarla.
Abbiamo perciò esaminato il materiale proposto ai lavori dell’assemblea dei due incontri e abbiamo constatato che, nel pur corposo elenco di situazioni in cui si dibatte chi sia famiglia e chi no, i neonati, marchiati dal neo peccato originale di essere figli di genitori irregolari per l’amministrazione italiana, non ci sono, così come non ne abbiamo trovato traccia nei documenti del recente Sinodo delle chiese metodiste e valdesi apertamente attente alle nuove famiglie.
Fanno eccezione un vescovo, mons Bruno Forte, che si è espresso in proposito il 28 giugno su Il Sole 24 Ore e due parrocchie udinesi, la cui voce ha trovato spazio il 6 agosto nel settimanale diocesano locale. Chiedono che nel Sinodo e nel Convegno Ecclesiale si faccia riferimento anche a quei neonati che la legge italiana condanna e non esistere. Saranno ascoltati?

25 Settembre 2015Permalink

8 settembre 2015 – Non solo il ricordo di un armistizio

Il papa parla e io mi preoccupo e scrivo alle poche e piccole realtà del mondo cattolico con cui sono in comunicazione

A proposito della rete di parrocchie proposta dal papa per l’accoglienza dei profughi non so quale sia la reazione delle nostre due parrocchie, né voglio stimolarne alcuna in alcun senso.
Poiché di fronte a tanto dolore le reazioni emotive sono prevedibili (e io ne ho paura se non c’è lo sforzo di affrontarne l’ambito con razionalità che non è riduttiva ma fondamento di sicurezze non volatili) mi permetto di segnalare qualche punto su cui forse è bene riflettere (non per lasciar perdere ma per essere veramente propositivi).
Credo che una rete di parrocchie, e non solo, possa promuovere una rete diffusa per non creare ghetti, ma dovrebbe nel contempo stimolare la società civile e le istituzioni ad elaborare un progetto che consenta all’accoglienza di andare oltre la materialità essenziale del tetto e del vitto.

Punti da non trascurare (secondo me) :
1. chiarezza di informazioni sull’assistenza sanitaria legalmente possibile (e lo è) e garantita nella sua funzionalità dal sistema pubblico;
2. chiarezza nel rapporto con i centri ufficiali in cui vengono espletate le pratiche per il riconoscimento dello status di rifugiato. Facilitazione nell’accesso che non sia scaricato sulle spalle della famiglia accogliente;
3. corsi di italiano soprattutto per chi voglia restare in Italia;
4. progetti per l’inserimento di minori ad asili nido, scuole dell’infanzia e scolarizzazione in genere;
5. identificazione di una rete di traduttori, disponibili anche al telefono quando insorgessero problemi urgenti di comunicazione linguistica,
6. qualora vi fosse accoglienza di mussulmani contatti con serie organizzazioni islamiche che possano dare informazioni su costumi relativi alla vita quotidiana per facilitare la convivenza (es. tabou alimentari);
7. affrontare il problema dell’eventuale non riconoscimento dello status di rifugiato e delle conseguenze per una convivenza la cui interruzione si presenterebbe drammatica.
8. Solidarietà della parrocchia nel sostegno alla famiglia accogliente

Conclusione

Se ci saranno risposte interessanti le copierò.

 

 

9 Settembre 2015Permalink

24 agosto 2015 – Il card. Bagnasco dice bugie

Traggo questa citazione da un’intervista del card. Bagnasco al Corriere della sera di ieri

E come giudica le posizioni del governo Renzi sulle unioni civili?
«La Chiesa non è contro nessuno. Crede nella famiglia quale base della società, presidio dell’umano e garanzia per vivere insieme; la famiglia come è riconosciuta dalla nostra Costituzione e come corrisponde all’esperienza universale dei singoli e dei popoli: papà, mamma, bambini, con diritti e doveri che conseguono il patto matrimoniale. Applicare gli stessi diritti della famiglia ad altri tipi di relazione è voler trattare allo stesso modo realtà diverse: è un criterio scorretto anche logicamente e, quindi, un’omologazione impropria. I diritti individuali dei singoli conviventi, del resto, sono già riconosciuti in larga misura a livello normativo e giurisprudenziale».

Una considerazione per me non marginale
Oggi non posso e, a causa della mia lontananza, riprenderò a scrivere (ma mantengo in continuità il diritto a pensare) il mese prossimo.
Personalmente ritengo che il card. Bagnasco, se avesse dichiarato di non ritenere celebrabili nella forma prevista dal concordato matrimoni di coppie omossessuali, si sarebbe mosso nel suo legittimo ambito di autorità della chiesa cattolica (che tra l’altro oggi non si manifesta come monolite, ed è un bene).
Ha voluto andare oltre ma per sostenere la sua posizione ha detto una sciagurata bugia.
La ripeto: «I diritti individuali dei singoli conviventi, del resto, sono già riconosciuti in larga misura a livello normativo e giurisprudenziale».

Non è così.
La legge italiana nega a  conviventi e coniugi stranieri privi di permesso di soggiorno il diritto a registrare la dichiarazione di nascita dei figli che vengano al mondo in Italia. Viola quindi i diritti individuali dei coniugi o conviventi che siano e di neonati totalmente indifesi. (si veda il mio post del 9 giugno: https://diariealtro.it/?p=3821)

Un autorevole supporter del card Bagnasco

Le reazioni politiche sono varie e confuse. Spero che il parlamento sappia garantire una dignità che in questa circostanza non mi sembra appartenere al card. Bagnasco. A seguito dell’intervista del Corriere della sera c’è un twitt-dichiarazione dell’on Maroni.. L’on. Maroni fu colui che, nella sua veste di ministro dell’interno,  volle il pacchetto sicurezza del 2009, il tempo del quarto governo Berlusconi, maggioranza connivente.
Lo ricopio, eccolo:
Maroni, questa è la Chiesa che mi piace–
“Questa e’ la Chiesa che mi piace”. Così, sul suo profilo Twitter, il presidente di Regione Lombardia Roberto Maroni con il link all’intervista del presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, al Corriere della Sera, sulla legge in discussione in Parlamento per le unioni civili.

Riporto anche per esteso i link di riferimento:

http://www.corriere.it/cronache/15_agosto_23/migranti-cardinal-bagnasco-poveri-mondo-non-vogliono-piu-vivere-modo-disumano-41382a02-495c-11e5-b566-99560c716b18.shtml#

http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2015/08/23/unioni-civili-card.bagnasco-no-a-stessi-diritti-famiglie_e38626d3-a9bd-41b1-8801-95e25ebc449d.html

 

 

24 Agosto 2015Permalink

23 agosto 2015 – Fra i vescovi italiani e il fondatore de La Repubblica

Due premesse, una considerazione e una domanda

Avvenire, quotidiano che si propone di ispirazione cattolica (ed è noto come la voce della Conferenza Episcopale Italiana) oggi pubblica un articolo che tratta dello sfruttamento dei minori profughi.
Sempre oggi lo ‘storico’ editoriale di Eugenio Scalfari afferma, riferendosi, a papa Francesco, “il compito che sta cercando di condurre a termine è il mandato ricevuto dal Vaticano II laddove indica come finalità l’incontro della Chiesa con il mondo moderno”.

Il mondo moderno ha inserito, prima in legge che nella propria cultura, la concezione del minore come persona, cui vengono riconosciuti diritti propri, e non come individuo dipendente, per lo status giuridico che gli viene riconosciuto, dai suoi genitori.
E lo strumento che sancisce questa sua caratteristica di persona la cui tutela deve essere riconosciuta come ‘supremo interesse’, da promuoversi con mezzi adeguati, è la Convenzione di New York sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza La Convenzione è ratificata da molti stati e anche dalla Santa Sede.
In Italia è la legge 176 del 1991.

In Italia però la legge nota come ‘pacchetto sicurezza’ (legge 94/2009) non rispetta questo principio alla lettera g del comma 22 dell’art. 1 quando impone al genitore che chiede di registrare la nascita del figlio la presentazione del permesso di soggiorno, affermando quindi che la garanzia del certificato di nascita, garanzia che appartiene al nuovo nato, è subordinata alla condizione amministrativa dei genitori.
Si instaura quindi una condizione di sfruttamento del minore  che posso chiamare burocratico-amministrativo (ma che a mio parere è criminale).
Viene abusato come fosse un Centro di Identificazione ed Espulsione per provocare l’espulsione dei genitori, nell’indifferenza ratificata in legge per i danni che alla persona del nuovo nato conseguono, a partire dalla possibile decisione dei genitori di nasconderne la ‘minacciosa’ presenza. (Si veda l’ottavo rapporto di Save the Children cap.3.1-pag.53)
Se il genitore deve essere espulso per ragioni legalmente fondate non si usi del figlio per scoprirlo!

Finalmente la domanda I
l silenzio omissivo dei recenti documenti della chiesa cattolica sul problema specifico ne  indica l’incontro con il mondo moderno che sfrutta i minori o con quello che li riconosce persone con diritti propri?

Da Avvenire – Così il racket sfrutta i piccoli profughi”

Le rotte dei migranti, i Balcani come il Mar Mediterraneo, costituiscono il corridoio principale di transito usato dai trafficanti per trasferire in Europa minori vulnerabili. Ed è così che cresce la schiavitù dei più piccoli. Dal 2012 a oggi 1.679 sono le vittime di tratta accertate in Italia e tra loro, dal 2013, ci sono 130 sono ragazzini, inseriti in progetti di protezione; mentre 7.357 sono gli adolescenti migranti arrivati in Italia dall’inizio dell’anno. Sono alcuni dei numeri del dossier 2015, «Piccoli schiavi invisibili», diffuso da Save the Children, alla vigilia della giornata Onu in ricordo della schiavitù e della sua abolizione.

La Nigeria e le schiave bambine

La Nigeria è considerato il principale Paese di provenienza, seguito da Romania, Marocco, Ghana, Senegal e Albania. Due sono le prime destinazioni in Italia per le giovani nigeriane: Napoli, dove avviene la compravendita delle ragazze che non hanno già una destinazione prefissata, e Torino per coloro che invece giungono in aereo. Ad attenderle una maman nigeriana, che da quel momento in avanti terrà in pugno le loro vite, stabilendo quando e dove debbano prostituirsi per ripagare il debito contratto dalle famiglie per il loro viaggio.

Dall’Est Europa anche per traffici illegali

Il dossier di Save the Children mette in luce anche altre forme di sfruttamento, oltre a quello sessuale. Sono soprattutto ragazzine, di origine rom e romena, a essere date in sposa dai loro stessi genitori alla famiglia del marito: diventando così “merce di scambio”, vendute per un costo variabile che può spingersi anche oltre i 50.000 euro. Per ripagare il debito contratto con il “matrimonio” le giovanissime sono costrette a compiere attività illegali come borseggi e furti in appartamenti. Dall’Est non mancano le storie di sfruttamento sessuale di 1617enni, rumene, albanesi, bulgare o moldave, adescate da conoscenti o giovani uomini che le portano in Italia con la promessa di un lavoro da parrucchiera o da baby sitter per poi obbligarle a prostituirsi, sia in strada che al chiuso, in appartamenti o night club.

Il lavoro nero riguarda i minori egiziani

Quasi 400 minori egiziani, tra giugno e agosto, sono arrivati in Italia: povertà e carenza di opportunità lavorative dell’Egitto sono i principali fattori li spingono a venire nel nostro Paese, con le famiglie che si sobbarcano un debito di viaggio con i trafficanti compreso fra i 2mila e i 5mila euro e che i ragazzi dovranno quindi ripagare con il loro lavoro. A rischio di vita e sotto il controllo dei trafficanti, affrontano il viaggio in mare: una volta approdati in Italia vengono collocati in strutture di accoglienza da cui però solitamente scappano per raggiungere Roma, o altre città del Nord come Torino o Milano. Dove vengono sfruttati nei mercati generali di frutta e verdura, negli autolavaggi, nelle pizzerie o nelle frutterie. 10 euro per caricare un camion di frutta e verdura e 50 centesimi per ogni cassetta riempita. Negli autolavaggi si lavora ininterrottamente anche per 12 ore a 2-3 euro all’ora, come nelle pizzerie.

Il racket dei minori eritrei e afghani

Lo sfruttamento non ha nazionalità: il racket, infatti, riguarda anche i minori afghani non accompagnati – 850 presenti in Italia al 30 giugno 2015 -: il loro viaggio può costare 3-4mila euro, per ripagare il quale i ragazzi si fermano anche mesi a lavorare in Turchia o Grecia, subendo sfruttamento, violenze e abusi. Talvolta coloro che non hanno disponibilità economica vengono usati dai trafficanti per manovrare il gommone dalla Turchia alla Grecia e così non pagano la tratta. Secondo alcune testimonianze sembra addirittura che, al fine di garantire l’arrivo, i trafficanti facciano fare loro una giornata di prova per imparare a guidare l’imbarcazione. Ad alto rischio anche i ragazzi eritrei – 1.600 arrivati in Italia al 30 giugno 2015 – che possono diventare vittime di tratta, sfruttamento e violenze soprattutto durante l’attraversamento del Sahara o la detenzione in Libia. Nel transito in Italia le loro condizioni di vita sono caratterizzate da un massiccio controllo dei connazionali e una forte promiscuità che, nel caso delle ragazze, può sfociare in violenze e abusi.

http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/Quei-piccoli-schiavi-del-2015-Il-racket-sfrutta-i-minori-stranieri-.aspx

http://www.repubblica.it/politica/2015/08/23/news/quando_un_papa_cita_ulisse_e_si_oppone_al_potere_temporale-121448559/?ref=HRER2-1

http://images.savethechildren.it/IT/f/img_pubblicazioni/img272_b.pdf?_ga=1.71298002.334414312.1415517229

23 Agosto 2015Permalink

21 agosto 2015 – Una lettera aperta. Si attende risposta del destinatario

oggetto: lettera aperta – diritto di ogni neonato al certificato di nascita

19 agosto 2015

A S. E. mons Nunzio Galantino Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana

Egregio monsignore,
cito da un articolo di Avvenire del 18 agosto «nessun politico dovrebbe mai cercare voti sulla pelle degli altri».
La frase che le è attribuita si colloca nella polemica di questi giorni che riguarda l’incapacità della politica di fronte alla necessità di accoglienza a dei profughi.
Da parte mia voglio fare un passo indietro, indietro di sei anni, quando fu approvata la legge 94/2009 (il cd ‘pacchetto sicurezza’) che impose la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione della nascita di un figlio in Italia anche a chi, per essere irregolare, il permesso di soggiorno non ha.
Preciso, per evitare una diffusa confusione fra la garanzia del certificato di nascita e la concessione della cittadinanza italiana, che quel figlio, se ne fosse registrata la nascita, avrebbe la cittadinanza dei genitori e non quella italiana.
Quella norma, che ancora è in vigore, fu voluta e votata con voto di fiducia (era il quarto governo Berlusconi, ministro dell’interno Maroni) nonostante l’abiezione insita nella trasformazione di un neonato in capo d’accusa per determinare l’espulsione di coloro che, non avendo il piccolo neppure un certificato di nascita, non sono legalmente i suoi genitori.
Esiste la scappatoia di una circolare che consente ciò che la legge nega … ma il principio d’infamia resta in legge, funzionale alla ricerca del consenso di una politica che Lei ha definito esercitarsi ‘sulla pelle degli altri’, in questo caso neonati.
La situazione che ne consegue è descritta nell’annuale rapporto del Gruppo Convention on the Rights of the Child dove 80 associazioni, fra cui la Caritas nazionale, segnalano che “l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato, obbliga alla denuncia i pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio che vengano a conoscenza della situazione di irregolarità di un migrante. Tale obbligo rappresenta un deterrente per quei genitori che, trovandosi in situazione irregolare, non si presentano agli uffici anagrafici per la registrazione del figlio, per paura di essere identificati ed eventualmente espulsi”.
Il parlamento ha gli strumenti per modificare la legge ma a tanto non provvede anche se il ritorno alla situazione precedente il ‘pacchetto sicurezza’ non comporta oneri di spesa.
La Chiesa cattolica si appresta a celebrare due importanti appuntamenti: il Sinodo ordinario (4-25 ottobre 2015) e il Quinto Convegno Ecclesiale Nazionale (Firenze 9 -13 novembre 2015) ed esistono documenti preparatori di quegli eventi che testimoniano un’attenzione ampia e anche nuova alla famiglia e ai soggetti fragili che ne fanno parte o ne sono privi ma i neonati stranieri, cui la famiglia è negata per legge, non sono nominati mai.
Le chiedo, come Segretario generale della CEI, di inserire nella sua richiesta di una politica ‘diversa’ anche l’attenzione dovuta a questi neonati abbandonati da tutti e di provvedere che a tanto si dimostri attenta anche la Chiesa che si esprimerà nel Sinodo e che si riunirà in Firenze il prossimo novembre.
Grata per la Sua attenzione, porgo distinti saluti

Augusta De Piero

La lettera è stata pubblicata il 20 agosto nel sito ‘ildialogo[.]org’

21 Agosto 2015Permalink

18 agosto 2015 – La volgarità di Salvini non può cancellare la memoria

  • Per non dimenticare: il riconoscimento dell’obiezione di coscienza

Spero che ci sia una rivolta della coscienza civile di fronte alla volgarità con cui viene difesa la ‘preghiera degli alpini’ nella sua integrità dalla neoteologia a marca leghista che ha il suo profeta nell’on. Salvini. Un vescovo avrebbe fatto censurare, in vista del canto in chiesa, il passo che afferma: “Rendi forti le nostre armi contro chiunque minacci la nostra patria, la nostra bandiera, la nostra millenaria civiltà cristiana”. E’ un passaggio che mi ha sempre fatto orrore e se mai l’avessi sentito cantare in chiesa (per fortuna dato che ho sempre evitato le cerimonie militarizzate non mi è mai successo) sarei uscita per dignità almeno mia. Ho partecipato in anni lontani all’impegno per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza. Eravamo in tanti uniti da un’esigenza profonda e convinta avendo ragioni convergenti di coscienza civile e di fede. L’obiezione di coscienza fu riconosciuta in legge(n. 772)  il 15 dicembre 1972, n. 772.

Per non dimenticare: don Lorenzo Milani

Voglio perciò ricordare don Lorenzo Milani, priore di Barbiana che dal paesino dove era stato inviato dal vescovo di Firenze, seppe costruire una prassi di attenzione e rispetto ai giovani per cui avviò una scuola a tempo pieno. Le finalità educative della scuola erano sintetizzate su un cartello all’ingresso che proponeva il motto I care in contrapposizione, come Milani stesso spiegava, al ‘me ne frego’ fascista.

Ma l’episodio del canto degli alpini richiama soprattutto la lettera ai cappellani militari della Toscana che don Milani scrisse in risposta a un loro comunicato del 12 febbraio 1965 in cui tra l’altro affermavano:

«Considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà».

Il documento con cui Milani espose le ragioni che impedivano a lui e ai suoi ragazzi di accettare la pronuncia dei cappellani militari si può leggere anche da qui:

http://www2.units.it/cusrp/presentazioni/milani_cappellani.html

Ebbe l’adesione di padre Ernesto Balducci e fu pubblicato da Rinascita, mensile politico culturale del partito comunista italiano (6 marzo 1965). Milani, Balducci e Luca Pavolini (il direttore di Rinascita) furono processati per apologia di reato. Il processo di primo grado si concluse con l’assoluzione (15 febbraio1966) ma il pubblico ministero ricorse subito in appello. Il processo di secondo grado si svolse senza don Milani che era morto  qualche mese prima che fosse celebrato (28 ottobre 1967):

Scrisse Luca Pavolini: «In appello sono andato solo, perché purtroppo don Milani era già morto. E naturalmente mi hanno condannato: a cinque mesi e dieci giorni… Ma non si sono accorti che la condanna veniva a cadere sotto amnistia».

Pur se radicalmente impedito a presenzia al processo don Milani non fece mancare la sua voce con una lettera ai giudici che si può leggere anche da qui. E’ un documento importante: spero venga letto.

http://www2.units.it/cusrp/presentazioni/milani_giudici.html

18 Agosto 2015Permalink

14 agosto 2015 – Globalizzazione del razzismo

 Un premio Nobel contro il razzismo

La Repubblica. 12 agosto 2015  pag.29
Mario Vargasllosa. Donald Trump  “Se il razzismo si candida a guidare l’America”.
Forse in futuro copierò l’articolo che si può leggere dal sito di cui riporto l’indirizzo.
Ma non voglio trascurarlo per la futura memoria del mio blog che da anni si occupa soprattutto del razzismo che in Italia ha come obiettivo i neonati

http://80.241.231.25/Ucei/PDF/2015/2015-08-12/2015081230977566.pdf

Un vescovo che si oppone al razzismo

Il mio pezzo del 29 giugno documenta quanto ha scritto su Il Sole 24Ore (sic!) un vescovo italiano e noto teologo
Però nei documenti preparatori di due prossime grandi occasioni che la chiesa cattolica prepara in merito alla famiglia (il (Sinodo ordinario di ottobre e il Quinto Convegno ecclesiale nazionale di novembre) non si parla dei bambini che – per essere figli di migranti senza permesso di soggiorno – non hanno certificato di nascita e quindi sono senza nome e senza famiglia per legge.

Antirazzisti consapevoli in parrocchia

Hanno constatato l’assenza dei bambini invisibili, cui sono negati nome e famiglia, anche nei documenti della chiesa cattolica che si preparano a incontri sistematici sul problema famiglia e ne hanno scritto su il giornale diocesano (La Vita Cattolica del 6 agosto).
Non trovo il link e ricopio:

Neonati, senza volto, senza nome, senza identità:  neonati inesistenti per legge.
E’ possibile ! Dove ? Ma come dove, qui da noi, in Italia !
Incredibile, ma vero; e tutto sotto i nostri occhi, nella disinformazione generale.
Vediamo il perché.

Come noto, l’ingresso degli stranieri in Italia, è ammesso nei casi previsti dalla legge (ad esempio, per motivi economico/lavorativi o di studio).
Agli stranieri che entrano regolarmente nel nostro Paese, viene rilasciato un permesso di soggiorno.
Chi entra in Italia al di fuori dei casi e secondo le modalità previste dalla legge, viene considerato un irregolare ed è privo di permesso di soggiorno.
Mentre, peraltro, talune prestazioni (quali quelle sanitarie, o quelle relative alle prestazioni scolastiche obbligatorie) (art. 6 D.Lgs 286/98 e successive modifiche) prescindono dall’esibizione del permesso di soggiorno, gli atti dello stato civile (tra i quali il certificato di nascita) no.
Infatti, nel 2009, la norma che escludeva la necessità di esibire il permesso di soggiorno per gli atti di stato civile è stata abrogata.
E così, stando alla lettera della legge, i genitori stranieri privi di permesso di soggiorno, non potrebbero dichiarare all’anagrafe la nascita di un bimbo, o la presenza di un minore, trovandosi nel dilemma se svelare la propria clandestinità dinnanzi a un pubblico ufficiale (con relativo obbligo di segnalazione), o chiedere riconoscimento per il neonato.

La situazione è descritta nell’annuale rapporto del Gruppo Convention on the Rights of the Child dove 80 associazioni, fra cui la Caritas nazionale, segnalano che “l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato, obbliga alla denuncia i pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio che vengano a conoscenza della situazione di irregolarità di un migrante. Tale obbligo rappresenta un deterrente per quei genitori che, trovandosi in situazione irregolare, non si presentano agli uffici anagrafici per la registrazione del figlio, per paura di essere identificati ed eventualmente espulsi”. La paradossale situazione è stata affrontata non a livello legislativo (così da ridare certezza giuridica ai genitori stranieri irregolari), ma a livello amministrativo, mediante una circolare indirizzata agli Uffici Anagrafe sul territorio (al cui contenuto non è stato peraltro  dato significativo risalto mediatico), in base alla quale il certificato di nascita dovrebbe essere garantito a prescindere dal possesso del permesso di soggiorno.
Ma si sa, la forza di una circolare cede rispetto al contenuto della legge, e allora, nel silenzio normativo, e in ragione del generale obbligo di denuncia, la circolare potrebbe essere disapplicata.
La Chiesa si appresta a celebrare due importanti appuntamenti: il Sinodo ordinario (4-25 ottobre 2015) e il Quinto Convegno Ecclesiale Nazionale  (Firenze 9 -13 novembre 2015). In nome della solidarietà e della vicinanza che emerge dalla lettura di tutti i documenti preparatori agli appuntamenti suindicati (….a tutti costoro va annunciato che Dio non abbandona mai nessuno…), mentre ricordiamo che le norme internazionali e le leggi del nostro Stato riconoscono il diritto del bambino alla famiglia (“il pilastro fondamentale e irrinunciabile del vivere sociale”), non possiamo tacere che altra norma presente nell’ordinamento italiano dal 2009 nega ai figli dei migranti privi di permesso di soggiorno il certificato di nascita che è più di un semplice diritto perché riguarda il modo in cui la società riconosce l’identità e l’esistenza di un bambino ed è fondamentale per garantire che i bambini non vengano dimenticati, che non vedano negati i propri diritti o che siano esclusi dall’avere una famiglia. Perciò chiediamo che fra le forme di solidarietà che si esprimeranno nel ‘nuovo umanesimo’ – tema del Quinto Convegno Ecclesiale Nazionale del prossimo novembre – si faccia riferimento anche a quei nuovi nati che la legge italiana condanna e non esistere. Speriamo quindi che la Chiesa che si riunirà in Firenze voglia esprimersi con chiarezza in merito alla necessità di assicurare che il certificato di nascita sia garantito per legge a tutti i nuovi nati in Italia, come chiede anche la Caritas italiana insieme ai firmatari dell’ottavo rapporto del Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza. 

don Claudio Como, parroco delle parrocchie del SS. Redentore e di S. Quirino
Paolo Agosti     (Referente per la parrocchia di San Quirino nel Consiglio Pastorale Unificato)
Franco Zoratti (Referente per la parrocchia del SS. Redentore nel Consiglio Pastorale Unificato)

 

14 Agosto 2015Permalink

26 luglio 2015 — La Conferenza episcopale e le scuole paritarie (per minori riconosciuti esistenti)

25 luglio 2015 – Cassazione, il caso di Livorno
Il Comune di Livorno che presentò ricorso in Cassazione in merito a chi (in questo caso scuole religiose) non paga l’imposta sugli immobili ha ottenuto sentenza favorevole dalla Corte di Cassazione.
Mons. Galantino, segretario generale della Conferenza Episcopale italiana, definisce tale sentenza “pericolosa” perché, afferma: « ho la netta sensazione che con questo modo di pensare, si aspetti l’applauso di qualche parte ideologizzata. Il fatto è che non ci si sta rendendo conto del servizio che svolgono le scuole pubbliche paritarie». E aggiunge: «come ha detto giustamente il presidente della Fidae si rischia davvero la chiusura di queste scuole. Ma la chiusura delle scuole paritarie vuol dire limitare la libertà educativa…. » Fidae= Federazione Istituti di attività educativa (da Avvenire del 25 luglio. Link in calce)

La mia solita domanda
Perché i genitori che possono mandare i figli alle scuole paritarie (non solo cattoliche precisa il rigoroso, pluralistico monsignore) devono essere sostenuti nell’esercizio del loro diritto ad educare liberamente i figli, mentre la legge italiana da sei anni nega a chi non abbia il permesso di soggiorno persino il riconoscimento dei figli che nascono in Italia e quindi afferma – in quel caso – l’insussistenza di ogni possibile processo educativo?
Come mai l’esplicito, dichiarato interesse del Segretario della Cei per la legge e le sentenze della magistratura italiana non si estende alla norma che ad alcuni bambini nega esistenza giuridica, nome, appartenenza familiare e quindi esclude l’esercizio di ogni possibile attività educativa per genitori che per legge non esistono?
Forse che per mons. segretario i bambini i non sono tutti uguali nell’affermazione dei diritti fondamentali che appartengono alla loro persona?

Link agli articoli citati:
– il caso di Livorno
http://www.avvenire.it/Chiesa/Pagine/ici-scuole-cei-galantino-sentenza-cassazione-pericolosa.aspx

Aggiungo il link a due articoli, sempre da Avvenire, di cui ritengo importante aver memoria:
– Monsignor Galantino “Unioni civili, questo non è il bene comune 23 luglio http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/galantino-unioni-civili-22-luglio-2015.aspx

– 24 luglio 2015 Sentenze forti e ragioni deboli – Ma la Corte dei diritti di Strasburgo serve davvero? DI MARCO Olivetti
http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/corte-diritti-Strasburgo-serve-davvero.aspx

26 Luglio 2015Permalink

23 luglio 2015 – Il nuovo capro espiatorio: i nati in Italia dal 2009, figli di migranti irregolari

La sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo (CEDU)

Il 21 luglio 2015 la Corte di Strasburgo, nel censurare l’Italia perché la sua legislazione non tutela “le esigenze fondamentali di una coppia convivente dello stesso sesso impegnata in una relazione stabile”, ha ricordato al nostro paese che le unioni fra persone dello stesso sesso devono essere riconosciute in una forma che ne cancelli la discriminazione fondata appunto sull’orientamento sessuale

Il 22 luglio scriveva su la Repubblica il giurista Rodotà (in un articolo di cui non posso riportare il link perché on line è leggibile solo per chi sia iscritto al sito a pagamento e mi limito quindi a quanto ne ho manualmente ricopiato): «I giudici di Strasburgo hanno esplicitamente ricordato le loro precedenti decisioni sul riconoscimento delle unioni civili […]  Su questo punto la sentenza è chiarissima. I silenzi del Governo, la totale disattenzione di fronte ad espliciti inviti rivolti nel 2010 dalla Corte Costituzionale e nel 2013 dalla Corte di Cassazione , l’assoluta inazione del Parlamento hanno determinato una grave violazione del diritto alla tutela della vita privata e familiare, riconosciuto dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. […] La decisione della Corte non può essere facilmente aggirata ed è bene ricordare che è stata presa all’unanimità» 

Non dobbiamo dimenticare che la Corte europea agisce a seguito di denunce precise.

Nel caso specifico la vicenda che ha aperto la strada alla sentenza parte dalla denuncia di tre coppie, guidate da Enrico Oliari (Gaylib, associazione di gay liberali e di centrodestra), che, rivoltesi ai comuni di appartenenza, hanno visto negare il loro riconoscimento da parte dell’ente.

Il seguito è noto e perché ne sia chiaro il riferimento trascrivo l’art. 8 della Convenzione, citato da Rodotà:
«Articolo 8   Diritto al rispetto della vita privata e familiare

  1. Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza.
    2. Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui
    »

Quindi oggi, per penalizzare un’unione omossessuale, dovremmo ripristinare la concezione e la prassi praticate quando l’omosessualità era considerata reato (ricordiamo Oscar Wilde? le misure fasciste contro gli omossessuali che sono state anche oggetto di un film con Mastroianni e Sofia Loren?)

In risposta alla sentenza della CEDU, Avvenire (“quotidiano di ispirazione cattolica” come dice la testata) pubblica numerosi articoli con cui nega che alla sentenza di Strasburgo consegua di necessità il riconoscimento del matrimonio fra persone dello stesso sesso. Non è una gran scoperta e neppure esclusiva ma Avvenire non si ferma qui e, nel timore di un ‘cedimento’ del governo italiano alla sentenza europea, si erge a paladino dell’autonomia del parlamento nei confronti del governo stesso. Evidentemente in questo contesto conta di più sulla propria possibile influenza  sul parlamento che sul governo. Ricopio, un po’ stupefatta, un passo dell’articolo di Avvenire (che si può leggere integralmente con il link riportato sotto)

23 luglio Unioni civili, chi è che alle Camere intima di «obbedire»?

«Di questi tempi, per molti, maternità e paternità hanno confini piuttosto labili. Sarà bene chiarire, però, di chi è ‘figlia’ la proposta di legge sulle unioni di fatto, il cosiddetto ‘Ddl Cirinnà’. Se nasce da un’iniziativa parlamentare o da una precisa volontà del governo.
Perché negli ultimi giorni la situazione si è fatta assai confusa e foriera di rischi, forse anche per la tenuta del quadro politico, certo per il libero e democratico esercizio dell’attività legislativa. Con il ministro dei Rapporti con il Parlamento che prende l’impegno ad approvare la legge entro l’anno». 

Che c’entra la chiesa cattolica nei rapporti politico istituzionali e che mettono in relazione governo e parlamento fino ad intervenire nell’agenda delle scadenze di discussioni di leggi? Non sentivamo da molti anni un  linguaggio così aggressivo e grossolano che meriterebbe per sé un’analisi, ma lasciamo perdere e veniamo all’argomento che per questo blog da molti anni è veramente centrale e dirimente. 

I diritti dei senza voce  – se nasce in Italia un figlio di sans papier  

Il 22 luglio Avvenire pubblicava un ampio editoriale del giurista Carlo Cardia intitolato ”Il bene decisivo è quello dei figli – I seri diritti da difendere”  (che si può leggere integralmente dal link riportato sotto) che riprende la tesi della non esclusività del matrimonio come scelta legislativa dovuta.

E in conclusione così annota a proposito di questo ‘bene decisivo’ «  se ne deve discutere, guardando alla realtà. Una società che nega al bambino che nasce il calore del corpo e dell’abbraccio della madre, perché in casa ci sono due padri, o nega programmaticamente la presenza e la sicurezza della figura paterna, è una società malata, che emargina la maternità e la paternità a un ruolo secondario nella vita delle persone, che viola quel diritto alla doppia genitorialità che è la culla di tutti i diritti, la base per una crescita armonica della personalità, il presupposto per poter fruire di tanti altri diritti che la società del Novecento ha riconosciuto quando ha combattuto contro tutti i totalitarismi e tutti gli egoismi.

Stiamo parlando di un argomento che investe la vita intera della persona che nasce, che ha bisogno di tutto, e alla quale non si vuole dare niente, negandogli la madre o il padre. Si tratta di un tema cruciale per il futuro della società, che non può essere affrontato in un orizzonte ideologico, o di sperimentazione antropologica sulle generazioni future, ma attraverso un dibattito al quale dia il proprio contributo ciascuna di quelle tradizioni culturali e religiose che hanno favorito una storia più dolce dell’Italia rispetto ad altri Paesi, che l’hanno resa terra e fonte di un umanesimo che non può rinnegare le proprie basi fondamentali. Trovare la scusa, oggi di una sentenza, domani di un’altra, anche se estranee al tema specifico, per spingere una riforma legislativa verso sponde estremiste, può sembrare vantaggioso. Ma è più serio e proficuo discutere e impegnarsi per tutelare i diritti dei minori che chiedono alla società di poter conservare un solo grande bene: il diritto di avere un papà e una mamma come tutti i bambini del mondo, di qualunque latitudine, colore, religione, siano».

Cercando di riassumerne la tesi fondamentale, Cardia (in un editoriale non in un articolo delle pagine culturali o altro luogo meno impegnativo per la testata che lo ha ospitato) sembra equiparare il riconoscimento di figli di coppie omossessuali  (anche nella forma dell’adozione del figlio del compagno o della compagna) a una sottrazione di bambini alla genitorialità eterosessuale. Quando –in anni ormai molto lontani – mi interessavo alla modifica della legge sull’adozione tante ne ho sentite per giustificare allora la permanenza di bambini negli istituti ma questa trovata rappresenta veramente una sconcertante novità.
Non voglio dimenticare che la legge del 1983 aprì la strada alla cultura che si esprime nella legge 176/1991, ratifica della Convenzione di New Your sui diritti del minore (20 novembre 1989), affermando, per la prima volta in Italia, che ‘Il minore ha diritto di essere educato nell’ambito della propria famiglia’ dove, per propria famiglia, si intende anche quella adottiva.

(Per una breve storia delle norme in questioni si veda il link: per un cenno alla storia dei diritti del minore).

E finalmente il ‘capro espiatorio’

Non posso ignorare la scelta di un linguaggio emotivo che si riscontra nell’editoriale del 22 luglio. Sembra fatto per confondere le idee, già precarie, di tanta opinione pubblica che, non sentendosi più legittimata da una qualche evoluzione nella coscienza collettiva, alla ‘liberatoria’ volgarità punitiva del linguaggio stile Salvini, pure vuole continuare ad esprimere la propria distanza dai ‘diversi per identità sessuale’. Questo linguaggio teneramente emotivo vorrebbe indurci ad assumere la certezza di una chiesa madre e protettiva – anche nei silenzi omissivi e mirati a una precisa categoria – come madre e protettiva sarebbe la società  che a tale chiesa si conformi. Ma non è così.
C’è una pubblica opinione impegnata a prendere le distanze dall’affermazione di diritti in termini di uguaglianza e sembra che a questa appartenga anche l’opinione dei vescovi italiani nella loro omissiva scelta di ignorare chi, per essere figlio di migranti irregolari, non ha diritto al certificato di nascita (si veda link relativo del 9 giugno).
Non mi si dica che è questione di leggi e che sulla formulazione delle leggi i vescovi, rispettosi della laicità dello stato, non vogliono intervenire, pur mantenendo legittimamente fermo il loro diritto ad esprimere un giudizio.
Non io, ma le rabbiose, recenti pagine di Avvenire li smentiscono.
Essere buoni e accoglienti va bene ma, a propria garanzia, è meglio assicurarsi una possibile deroga. E se è in legge tanto meglio.
E’ una deroga che si sente esprimere in una formula ripetuta e diffusa che ecumenicamente unisce credenti e non, laici e laicisti, cristiani cattolici e d’altre chiese anch’esse silenti: ‘Io non sono razzista ma…”
E se c’è bisogno di tener ferma una rassicurante deroga quale miglior oggetto d’uso di bambini indifesi? Se si parla di donne queste insorgono (ah! il femminismo!), se si parla di omossessuali si uniscono e si coalizzano nella giusta difesa della propria identità, se si parla di migranti adulti qualcuno ci ricorda che fra loro ci sono i richiedenti asilo che pur di sfuggire alla guerra rischiano di annegare e annegano … ma i neonati no, non possono parlare né alcuno può parlare per loro: sono il silente capro espiatorio perfetto da gettare alla forza invadente del pregiudizio come un osso a un cane. (vedi link relativo)

Eccezioni?

Alcuni parlamentari e senatori hanno presentato due proposte di legge per correggere lo scempio di civiltà voluto nel 2009 (rispettivamente n. 740 camera e 1562 senato, leggibili dal mio link del 9 giugno 2015) e, infine, recentissimo, il vescovo mons Bruno Forte, segretario speciale dell’assemblea dei vescovi sulla famiglia, ha ripreso correttamente la questione.
Se vogliamo conoscere le sue parole non le troviamo però nelle roventi pagine di Avvenire ma ne Il Sole 24 ore del 28 giugno scorso (il testo è riportato nel mio link datato 29 giugno) ll prossimo mese di ottobre si riunirà il sinodo sulla famiglia. Spero che non ne escano ancora una volta bambini indicati (o taciuti, ma è lo stesso) per essere senza famiglia –capri espiatori per la sicurezza delle perfidie del comune buon senso che, se lo desidera,  può giovarsi del conforto di vescovili autorità. 

Link ai documenti citati 

– LEGGE 27 maggio 1991, n.176 Ratifica ed esecuzione della convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989.
http://www.comune.jesi.an.it/MV/leggi/l176-91.htm

– come un osso a un cane – 18 giugno 2015
https://diariealtro.it/?p=3835

 

24 Luglio 2015Permalink

22 luglio 2015 – L’Europa e le unioni gay – Raccolta informazioni

Premessa: tutti i link per raggiungere le fonti citate sono in nota

LA STAMPA
« L’Italia deve introdurre il riconoscimento legale per le coppie dello stesso sesso. L’ha stabilito la Corte europea dei diritti umani. I giudici di Strasburgo hanno condannato l’Italia per la violazione dell’articolo 8 – il diritto al rispetto della famiglia e della vita privata – della convenzione europea dei diritti umani, per il mancato riconoscimento delle unioni omosessuali. Per i gay “un’unione civile sarebbe il modo più appropriato per ottenere il riconoscimento delle loro relazioni”, si legge in una nota pubblicata a corredo della sentenza emessa a seguito del ricorso di tre coppie».

la Repubblica
«La sentenza: violato art. 8 Convenzione Diritti umani. Il giudizio è stato emesso all’unanimità nell’ambito del caso sollevato da Oliari e altri contro l’Italia. Si tratta di tre coppie omosessuali, guidate da di Enrico Oliari, presidente di Gaylib, l’associazione nazionale dei gay liberali e di centrodestra, che hanno fatto ricorso a Strasburgo contro l’impossibilità di vedersi riconoscere in patria l’unione. Le tre coppie omosessuali che vivono insieme da anni rispettivamente a Trento, Milano e Lissone (provincia di Milano) hanno chiesto ai loro Comuni di fare le pubblicazioni per potersi sposare ma si sono viste rifiutare la possibilità. “La corte ha considerato che la tutela legale attualmente disponibile in Italia per le coppie omosessuali non solo fallisce nel provvedere ai bisogni chiave di una coppia impegnata in una relazione stabile, ma non è nemmeno sufficientemente affidabile”, si legge in una nota della Corte. Per la corte dunque “un’unione civile o una partnership registrata sarebbe il modo più adeguato per riconoscere legalmente le coppie dello stesso sesso“».

Unioni gay, Scalfarotto:
“Ora la politica si assuma la sua responsabilità” Naturalmente come la sentenza europea così l’on. Scalfarotto si riferisce alle coppie adulte per garantire loro il riconoscimento giuridico della loro unione nella società civile, con i diritti che ne possono conseguire. Il fatto che vi siano bambini nati in Italia, privi per legge di nome, di famiglia, di identità non è cosa che meriti considerazione. Non ne parla l’on. Scalfarotto, che per il riconoscimento delle unioni civili ha affrontato anche il digiuno, non interessa al parlamento italiano che non mette a calendario le due proposte di legge che risolverebbero il problema, non interessa alla quasi totalità delle associazioni laiche, sedicenti finalizzate alla tutela dei diritti dei soggetti deboli, non interessa alle chiese cristiane che sul problema mantengono un ecumenico silenzio.

La chiesa cattolica in particolare non riesce a sfuggire all’argomento dal momento che si prepara al Sinodo ordinario sulla famiglia (4-25 ottobre) e al Convegno ecclesiale nazionale del 2015 (Firenze 9-13 novembre – tema «In Gesù Cristo il nuovo umanesimo»).
Il card. Lorenzo Baldisseri, segretario generale del sinodo dei vescovi, nella lettera (12 dicembre 2014) con cui trasmette alle conferenze episcopali il documento noto come ‘Lineamenta’ (che costituisce il risultato del dibattito sulla Relatio da cui furono espunti con voto negativo tre articoli – vedi nota finale), afferma che il sinodo straordinario dello scorso anno e quello ordinario del prossimo ottobre non sono due tappe celebrative ma “vengono integrate in un unico processo sinodale”.

E infine – in vista della conclusione di questo processo – (che sarà il sinodo ordinario di ottobre cui farà seguito il Convegno ecclesiale di Firenze) è stato approvato un documento ufficiale, noto come Instrumentum Laboris che all’art. 8 comma 2 afferma, criticando l’ipotesi del riconoscimento dei matrimoni gay: «Nello stesso tempo, però, si vuole riconoscere alla stabilità di una coppia istituita indipendentemente dalla differenza sessuale la stessa titolarità della relazione matrimoniale intrinsecamente legata ai ruoli paterno e materno, definiti a partire dalla biologia della generazione. La confusione non aiuta a definire la specificità sociale di tali unioni, mentre consegna all’opzione individualistica lo speciale legame fra differenza, generazione, identità umana. È certamente necessario un migliore approfondimento umano e culturale, non solo biologico, della differenza sessuale, nella consapevolezza che «la rimozione della differenza […] è il problema, non la soluzione (Francesco, Udienza generale, 15 aprile 2015)».

Papa censurato o documento difficile da trovare?

Devo precisare che non ho trovato la citazione riportata dall’Instrumentum Laboris nella predicazione del papa pronunciata nell’udienza del 15 aprile. L’unica frase comune è: “La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione”.
Non so se gli estensori dell’Instrumentum Laboris considerino il comma 2 dell’art. 8 un riassunto delle parole del papa. Forse, a loro modo di vedere, corrisponde e comunque non so se sia stato posto all’approvazione del papa e approvato. Ma, a mio parere e a meno che non esista un documento che non ho trovato, la citazione, posta così, è scorretta.
Mi limito a considerare che questo testo (cap 1 art. 8 comma 2) rappresenta una novità rispetto alla Relatio dato che non c’è la numerazione in corsivo che ne esplicita il riferimento).
Per comprendere questo rimando fra corsivi e non, cito dalla presentazione firmata dal card. Baldisseri: «Il presente Instrumentum Laboris è composto dal testo definitivo della Relatio Synodi integrato dalla sintesi delle Risposte, delle Osservazioni e dei Contributi di studio. Per facilitare la lettura, si segnala che la numerazione contiene sia il testo della Relatio che le integrazioni. Il testo originale della Relatio è riconoscibile dal numero tra parentesi e dal carattere corsivo».

Neonati cancellati con l’omissivo silenzio della chiesa cattolica?

Per trovare un documento, firmato da un vescovo, a proposito della ‘rimozione’ legale dell’esistenza di alcuni bambini dobbiamo andare all’articolo del 28 giugno di mons. Forte pubblicato da Il Sole 24 ore e riportato nel mio blog il 29 giugno.
In quell’articolo è correttamente citata la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, unica organizzazione laica che in Italia abbia preso una posizione ufficiale sul problema e la documentazione del CRC (Convention on the Rights of the Child) che altri hanno riportato nei loro siti.

Documenti:

– testo articolo da LA STAMPA http://www.lastampa.it/2015/07/21/italia/cronache/strasburgo-condanna-litalia-riconosca-le-unioni-per-le-coppie-dello-stesso-sesso-ImopwAuERW4Vb1woQQQqaN/pagina.html

– testo articolo da la Repubblica http://www.repubblica.it/politica/2015/07/21/news/unioni_gay_arriva_la_condanna_di_strasburgo_all_italia_riconosca_i_loro_diritti_-119511643/?ref=HREA-1

– Testo integrale della sentenza della Corte Europea dei diritti umani 21 luglio 2015 – testo inglese http://www.repubblica.it/politica/2015/07/21/news/unioni_gay_il_testo_della_sentenza_della_corte_europea_dei_diritti_umani_che_condanna_l_italia-119515346/

– testo lettera card. Baldisseri http://www.vatican.va/roman_curia/synod/documents/rc_synod_doc_20141212_lettera-lineamenta-xiv-assembly_it.html

– testo Instrumentum laboris (che sarà discusso nel Sinodo) http://www.vatican.va/roman_curia/synod/documents/rc_synod_doc_20150623_instrumentum-xiv-assembly_it.html

– conferenza stampa di presentazione dell’Instumentum laboris “3 giugno 2015) http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2015/06/23/0499/01085.html

– Nota informativa con qualche nozione sulle caratteristiche dei documenti http://www.documentazione.info/instrumentum-laboris-del-sinodo-sulla-famiglia-guida-alla-lettura

– Udienza generale papa 15 aprile 2015 – https://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2015/documents/papa-francesco_20150415_udienza-generale.html

– articolo Prosperi relativo al famoso “Chi sono io..?” del papa http://www.cinemagay.it/dosart.asp?ID=37911

– testo articolo mons Forte https://diariealtro.it/?p=3863

NOTA: Testo degli articoli espunti con voto dalla Relatio discussa nel sinodo ordinario del 2014 52. Si è riflettuto sulla possibilità che i divorziati e risposati accedano ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Diversi Padri sinodali hanno insistito a favore della disciplina attuale, in forza del rapporto costitutivo fra la partecipazione all’Eucaristia e la comunione con la Chiesa ed il suo insegnamento sul matrimonio indissolubile. Altri si sono espressi per un’accoglienza non generalizzata alla mensa eucaristica, in alcune situazioni particolari ed a condizioni ben precise, soprattutto quando si tratta di casi irreversibili e legati ad obblighi morali verso i figli che verrebbero a subire sofferenze ingiuste. L’eventuale accesso ai sacramenti dovrebbe essere preceduto da un cammino penitenziale sotto la responsabilità del Vescovo diocesano. Va ancora approfondita la questione, tenendo ben presente la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti, dato che «l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate» da diversi «fattori psichici oppure sociali» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1735). 53. Alcuni Padri hanno sostenuto che le persone divorziate e risposate o conviventi possono ricorrere fruttuosamente alla comunione spirituale. Altri Padri si sono domandati perché allora non possano accedere a quella sacramentale. Viene quindi sollecitato un approfondimento della tematica in grado di far emergere la peculiarità delle due forme e la loro connessione con la teologia del matrimonio. 55. Alcune famiglie vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con orientamento omosessuale. Al riguardo ci si è interrogati su quale attenzione pastorale sia opportuna di fronte a questa situazione riferendosi a quanto insegna la Chiesa: «Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. «A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 4).

22 Luglio 2015Permalink