15 dicembre 2010 – Se l’istituzione è forte, è più forte della politica – 4

Una data importante: 10 dicembre

Nel mio scritto del 6 dicembre riportavo un passo della relazione ‘Bambini e Migrazioni’ del Convegno Congiunto della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) e del Gruppo di Lavoro Nazionale Bambino Immigrato (GLNBI –SIP, dove SIP sta per Società Italiana di Pediatria).
Quella relazione è diventata la base per il documento conclusivo (che potete leggere qui) e che significativamente è stato così sottoscritto: “Formulato il 20 novembre 2010, 21mo anniversario della Convenzione di New York sui Diritti dell’Infanzia – Sottoscritto il 10 dicembre 2010, Giornata Mondiale sui Diritti Umani a 62 anni dalla proclamazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”        

Ora l’impegno culturale e civile, unito alla competenza professionale dei firmatari, offrono un grosso contributo a chi voglia occuparsi del problema migratorio da cittadino e non da benefattore, ma resteranno inefficaci – se non all’interno di qualche dimensione privata – se le istituzioni politiche (dal parlamento ai comuni) non se ne faranno carico.

A questo processo potranno dare un significativo apporto le associazioni di settore, informando, stimolando, verificando, senza limitarsi, come alcune fanno, a promuovere la propria immagine.
In questi giorni sono invasa da messaggi postali (grosse buste che getto con rabbia prima di aprirle: mi basta il nome del mittente) e da e-mail destinate alla cancellazione senza lettura, che mi chiedono denaro.
Non darò un euro a chi non si colloca in un processo dove tutti concorrono a un obiettivo condiviso e ognuno fa, consapevolmente, la sua parte, nel contesto di una cultura che non sfugge né ai doveri di solidarietà né ai comportamenti propri di una moderna concezione della cittadinanza.

Fra i vuoti della politica e gli svolazzi dei buoni sentimenti.

Sabato scorso, a conclusione della manifestazione indetta dal Pd, l’on Bersani, segretario del partito, ha ripetuto una espressione che aveva già proferito nella trasmissione di Fazio ‘ Vieni via con me’. Ha detto di volere leggi  “che impediscano che il disordine dell’immigrazione ricada sulla parte più debole della nostra popolazione e che dicano finalmente ad un bambino qui e figlio di immigrati: tu sei dei nostri, sei un italiano”.

Come temevo ho verificato purtroppo che molti ascoltatori si sono commossi, ne hanno ammirato la bontà d’animo (come se la cittadinanza avesse a che fare con un sentimento) e, soddisfatti della loro occasione di piccola catarsi stagionale, si sono fermati lì.
Nobile sogno (e così lo ha chiamato Bersani) quello di trasferire il concetto di cittadinanza dallo jus sanguinis allo jus loci, praticabile certo in un paese civile che però, a voler essere sfrenatamente ottimisti, a noi richiederebbe tempi lunghissimi per farsi realtà. E io spero si faccia realtà.
Io chiedevo solo di impegnarci in una corretta amministrazione dell’anagrafe, impegno altrettanto nobile, anche se meno esaltante, che non è certamente ostacolo alla modifica delle modalità di fondo del concetto di cittadinanza, anzi potrebbe facilitarne l’approccio.
E allora perché tanta difficoltà a cogliere il senso di una proposta così modesta?
Ho una mia interpretazione

Non sanno riconoscere il razzismo

L’idea mi è venuta quando, parlandone con qualche giornalista, mi sono sentita chiedere la segnalazione di un caso, perché altrimenti le mie considerazioni –pur condivise dagli interlocutori – non avrebbero potuto costituire notizia.
Quindi per i giornalisti, almeno per quelli che ho interpellato, l’esistenza di un principio razzista in legge non fa notizia, le notizie devono emozionare e perciò vogliono il loro cadaverino fresco di giornata.
Non si rendono conto che una persona che, per proteggere il neonato e se stesso, nasconda la nascita di un figlio non viene certo a raccontare pubblicamente il fatto e non sono al corrente che, intrecciando con solidale competenza varie disposizioni e circolari, chi si occupa dei migranti può riuscire ad allungare il periodo di permanenza in Italia di persone pur identificate irregolari.
Ma se questo risultato è risposta a un impegno attento e intelligente non può bastare a chi considera la realtà con il filtro della politica (intesa come faccenda della polis e non del gioco delle tre seggiole) e non ignora la storia (che non si riduce a tramandare usanze popolari e ad esaltare il conseguente ‘buon senso’, trasformando il pregiudizio in luogo comune).
Una prassi non può sostituire l’affermazione di un principio fondativo.
E invece basta. Perché?
E’ un altro tema che voglio affrontare in una prossima, e spero ultima, puntata
Ho bisogno di dar ordine ai miei pensieri sempre più turbati.

continua

15 Dicembre 2010Permalink

8 dicembre 2010 – Se l’istituzione è forte, è più forte della politica – 3

Una frase chiave

La frase chiave per comprendere il crimine che la legge sulla sicurezza pubblica rende praticabile anche dai benpensanti è stata scritta dal sottosegretario Michelino Davico (origine Lega Nord – ora Sottosegretario di Stato per l’ interno dal 12 maggio 2008)

Ricopio la frase, anche se l’intero testo della comunicazione Davico si trova nel mio pezzo del 6 dicembre.

E’ stato chiarito che l’eventuale situazione di irregolarità riguarda il genitore e non può andare ad incidere sul minore, il quale ha diritto al riconoscimento del suo status di figlio, legittimo o naturale, indipendentemente dalla situazione di irregolarità di uno o di entrambi i genitori stessi. La mancata iscrizione nei registri dello stato civile, pertanto, andrebbe a ledere un diritto assoluto del figlio, che nulla ha a che fare con la situazione di irregolarità di colui che lo ha generato. Se dovesse mancare l’atto di nascita, infatti, il bambino non risulterebbe esistere quale persona destinataria delle regole dell’ordinamento giuridico.

Il principio della inviolabilità del diritto del nato è coerente con i diritti garantiti dalla Costituzione italiana a tutti i soggetti, senza alcuna distinzione di sorta (artt. 2,3,30 ecc .), nonché con la tutela del minore sancita dalla Convenzione di New York del 20 novembre 1989 (Legge di ratifica n. 176 del 27/05/1991), in particolare agli artt. 1 e 7 della stessa, e da diverse norme comunitarie.

L’inequivoca valutazione del ‘’diritto assoluto’ del neonato (suo, come persona non come grazioso bagaglio della sua famiglia) – espressa da un membro del governo in carica – nasce dallo stimolo proposto da un’interrogazione parlamentare (nella fattispecie dell’on. Orlando – vedasi i miei scritti del 6 dicembre e del 19 agosto).
Prima domanda: perché nessun altro parlamentare si é mosso, salvo –a mia conoscenza – qualcuno (ricordo in particolare l’on. Capano) durante il dibattito del 2008 e 2009 su quello che allora chiamavamo ‘pacchetto sicurezza’, diventato poi legge 94/2009, Disposizioni in materia di sicurezza pubblica?
Tentar di rispondere a questa domanda implica l’aprirsi di una catena di infamie silenziose che arriva fino agli enti locali e, ai mezzi di informazione e quindi alle organizzazioni di una società sedicente civile, alle chiese, ai gruppi di ispirazione religiosa genericamente intesi.

Ancora un po’ di esegesi di testi non sacri 

Il convincimento governativo relativo al diritto del neonato, come espresso dal sottosegretario Davico –origine Lega Nord- è inequivocabile.

Quindi gli sciagurati consapevoli (non tutto è ignoranza, anche se il livello di ignoranza montante non è un rassicurante spettacolo) sanno quello che fanno quando scrivono “all’articolo 6, comma 2, le parole: «e per quelli inerenti agli atti di stato civile o all’accesso a pubblici servizi» sono sostituite dalle seguenti: «, per quelli inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie di cui all’articolo 35 e per quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie»” (art. 1, comma 22, lettera g della legge 94/2009). 

Decripto il testo non tanto artatamente astruso, quanto conforme a una sciatta abitudine di legiferare per modifiche delle norme precedenti  “Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo e  «, per quelli inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie di cui all’articolo 35 e per quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie», i documenti inerenti al soggiorno di cui all’articolo 5, comma 8, devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati”.Ne riassumo il senso per l’aspetto che ci interessa.

Le registrazioni degli atti di stato civile –nascite, matrimoni, morte –che venivano assicurate senza esibizione del permesso di soggiorno a norma del Testo Unico sull’immigrazione, Dlgs 286/1998, a seguito della legge 94 vengono concesse a condizione dell’esibizione del permesso stesso.

Di conseguenza l’immigrato irregolare (sia irregolarmente entrato o diventato tale a seguito della perdita del lavoro) non potrebbe avere figli che siano riconosciuti come suoi (se non fosse intervenuta la precaria garanzia della circolare interpretativa di cui ho scritto il 6 dicembre), non può sposarsi, non può uscire dal mondo dei vivi perché non gli è concessa la registrazione della morte.
Un essenziale documento di cui può disporre è la tessera Stranieri Temporaneamente Presenti (STP) che gli garantisce una serie di misure sanitarie (a tutela sua e della comunità in cui vive), contro cui, almeno in Friuli Venezia Giulia, la Lega Nord ha espresso un’opposizione feroce.
Inoltre gli è assicurato l’accesso alla scuola dell’obbligo a seguito di un emendamento dell’on. Mussoline, accolto nella legge 94. Se poi è capace e meritevole e vuol proseguire gli studi … torniamo all’esibizione del permesso di soggiorno.

Se i diritti dei nascituri non ci interessano, il trastullo offerto dai giullari invece …

Tra l’altro la richiesta di un documento che l’irregolare non può avere “per la contraddizion che nol consente” (Dante, Inferno, XXVII, 118-120) sembra una incongruenza folle, quasi che la numerazione 22 del comma tante volte citato fosse una scelta sarcastica e non una casualità. Certamente la pretesa che i cittadini italiani, ancorché parlamentari, per dimostrare la loro buona integrazione nella società debbano conoscere il vecchio romanzo di Heller non ha senso e quindi possiamo tranquillamente accettare come casuale la numerazione del comma 22.
E, in ogni caso, non preoccupiamoci perché sempre allegri bisogna stare, come cantava Jannacci, “che il nostro piangere fa male al re / fa male al ricco e al cardinale / diventan tristi se noi piangiam!”.
E a garanzia della serenità di chi se la può permettere la presenza dei giullari è assicurata; infatti chi eserciti ‘attività sportive e ricreative a carattere temporaneo’ non deve esibire il permesso che non ha.

Il candore di un leghista a collocazione ministeriale.


Nell’incipit della risposta all’on. Orlando firmata dal sottosegretario Davico possiamo leggere che la legge 94 è “volta a consentire la verifica della regolarità del soggiorno dello straniero che intende sposarsi e ad arginare il noto fenomeno dei matrimoni “fittizi” o di “comodo”.

Così. per arginare il fenomeno dei matrimoni di comodo, il provvedimento governativo diventato legge a seguito di voto parlamentare, ha creato un’ampia voragine che probabilmente soddisfa il più osceno e volgare populismo, quello che condivide un razzismo profondo che l’esito, pur noto, delle leggi razziali del 1938 non ha evidentemente spento.
Non dimentichiamo però che il giudice di pace di Trento ha rimesso alla Corte Costituzionale la questione di legittimità di un provvedimento di espulsione di una immigrata – che si era scoperta criminale chiedendo le pubblicazioni di matrimonio con un cittadini italiano – ricordando che il diritto a contrarre matrimonio ha carattere di universalità e può essere esercitato quindi indipendentemente dalla regolarità del soggiorno e dalla cittadinanza.
Possiamo sperare nell’alta corte per il diritto sia degli sposi che dei neonati?

Continua

8 Dicembre 2010Permalink

6 dicembre 2010 – Se l’istituzione è forte, è più forte della politica – 2

L’argomento che scelgo diventa un’anguilla  

Ogni volta che cerco di affrontare la seconda puntata delle mie riflessioni la realtà mi impone cambiamenti rispetto a quello che avevo pensato fino a poco prima.  

Continuo a tenere come filo conduttore la questione della problematica iscrizione anagrafica dei figli degli immigrati irregolari.
Credo non ci sia misura più vergognosamente razzista della discriminazione di un neonato, che per legge diventa, per il solo fatto di essere nato, un pericolo per i propri genitori e per sé.  

Quando le istituzioni esprimono forza  

Il mio blog, anche nella sua precedente edizione, segue questa faccenda ormai da più di due anni e, solo da pochi mesi, ho ottenuto una prova di interesse da parte di un parlamentare che ha presentato un’interrogazione sull’argomento (Leoluca Orlando – vedi qui)
Decisa a fare tutto ciò che potevo perché quell’interrogazione non cadesse nel vuoto, il 7 settembre pubblicavo la lettera che avevo scritto al Presidente della Camera chiedendogli di adoperarsi affinché l’interrogazione avesse una risposta tempestiva precisando “e questo esito, ritengo, Le appartenga mentre evidentemente non Le appartiene l’indirizzo di ciò che il Ministro dirà”.
La lettera è leggibile integralmente anche da qui  

Il 5 novembre la segreteria del Presidente della Camera mi scriveva:
“Si comunica che il Presidente ha disposto la trasmissione della Sua e-mail alla Commissione parlamentare competente, affinché i deputati che ne fanno parte possano prenderne visione ed assumere le iniziative che ritengano opportune”.    

Non solo politici 

Il 19 e 20 novembre si svolgeva a Chieti il quarto convegno congiunto SIMM e SIP – GLNBI su “Bambini e Migrazioni”.

Una breve digressione dentro la digressione perché a me piace informare non proclamare.
Potete trovare notizie sul Convegno nel sito della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM- www.simmweb.it) .
E ricordo anche il significato delle altre sigle:
Sip (società italiana di pediatria http://www.sip.it/)
GLNBI (Gruppo di Lavoro Nazionale per il Bambino Immigrato http://www.glnbi.org/) 
  

Una delle relazioni centrali di quel convegno (Bambini stranieri in Italia: di quali leggi abbiamo bisogno. Intervento di Geraci e Mazzetti – potete leggerla da qui)  inseriva finalmente il riferimento al problema della registrazione anagrafica, dichiarando: “Di fondo, ci sembra anche assolutamente necessario affrontare in modo definitivo la questione della iscrizione anagrafica dei figli degli immigrati irregolari oggi garantita grazie ad una circolare del Ministero dell’Interno del 7 agosto 2009 prot. 0008899: il “diritto umano” alla iscrizione anagrafica viene “prima” della questione della cittadinanza e attiene ai diritti civili fondamentali dei bambini (vedi le campagne per l’iscrizione anagrafica che molte ong conducono in vari paesi africani etc) e ci sembra fondamentale assumere iniziative che attribuiscano valore normativo al contenuto specifico di tale circolare fornendo così strumenti più sicuri e incontestabili per garantire tale diritto”.   

Il ministro risponde  

E torniamo così alla comunicazione del Presidente della Camera. Il 3 dicembre inaspettatamente (confesso il mio pessimismo) potevo scoprire che aveva centrato l’obiettivo e, tramite l’on. Orlando, ricevevo il testo che ricopio:
“Il Ministero dell’Interno, con la circolare n. 19 del 7 agosto 2009, ha inteso fornire indicazioni mirate a tutti gli operatori dello stato civile e di anagrafe, che quotidianamente si trovano a dover intervenire riguardo ai casi concreti, alla luce delle novità introdotte dalla legge n. 94/09 (entrata in vigore in data 8 agosto 2009), volta a consentire la verifica della regolarità del soggiorno dello straniero che intende sposarsi e ad arginare il noto fenomeno dei matrimoni “fittizi” o di “comodo”.
E’ stato chiarito che l’eventuale situazione di irregolarità riguarda il genitore e non può andare ad incidere sul minore, il quale ha diritto al riconoscimento del suo status di figlio, legittimo o naturale, indipendentemente dalla situazione di irregolarità di uno o di entrambi i genitori stessi. La mancata iscrizione nei registri dello stato civile, pertanto, andrebbe a ledere un diritto assoluto del figlio, che nulla ha a che fare con la situazione di irregolarità di colui che lo ha generato. Se dovesse mancare l’atto di nascita, infatti, il bambino non risulterebbe esistere quale persona destinataria delle regole dell’ordinamento giuridico.
Il principio della inviolabilità del diritto del nato è coerente con i diritti garantiti dalla Costituzione italiana a tutti i soggetti, senza alcuna distinzione di sorta (artt. 2,3,30 ecc .), nonché con la tutela del minore sancita dalla Convenzione di New York del 20 novembre 1989 (Legge di ratifica n. 176 del 27/05/1991), in particolare agli artt. 1 e 7 della stessa, e da diverse norme comunitarie.
Considerato che a un anno dall’entrata in vigore della legge 94/09 non risultano essere pervenute segnalazioni e/o richieste di ulteriori chiarimenti, si ritiene che le disposizioni contenute nella predetta circolare siano state chiare ed esaustive, per cui non si è ravvisata sinora la necessita di prospettare interventi normativi in materia.
IL SOTTOSEGRETARIO DI STATO   (Miche1ino Davico)”  

 Un po’ di esegesi di testi non sacri  

Nella ministerial risposta sono dette chiaramente due cose importanti, mentre una –altrettanto importante –è taciuta.

Vediamo per ordine:  

1. L’inconsulta esclusione degli atti di stato civile (registrazione dell’atto di nascita, del matrimonio e di morte) da quelli per cui non è necessario presentare il permesso di soggiorno era stata progettata per “arginare il noto fenomeno dei matrimoni “fittizi” o di “comodo”.
E allora per non fare la fatica di immaginare un ostacolo a un percorso improprio si era creata una voragine ampia e – a parere del legislatore ignorante e in malafede – risolutiva del problema.  

2.  L’on. Sottosegretario si dimostrava informato sul fatto che: “Il principio della inviolabilità del diritto del nato è coerente con i diritti garantiti dalla Costituzione italiana a tutti i soggetti, senza alcuna distinzione di sorta (artt. 2,3,30 ecc .), nonché con la tutela del minore sancita dalla Convenzione di New York del 20 novembre 1989 (Legge di ratifica n. 176 del 27/05/1991), in particolare agli artt. 1 e 7 della stessa, e da diverse norme comunitarie”  

3.  Ma ostentava di ignorare i rischi cui si espone un immigrato irregolare denunciando la nascita di un figlio, rischi che neppure il paravento della burocrazia può permettersi di cancellare.  

Infatti, e ce ne dà documentazione proprio il prezioso sito della SIMM, il 28 novembre la questura di Milano denunciava il medico che aveva soccorso un immigrato irregolare che partecipava su una gru alla protesta contro la ex Carlo Erba, senza che sia chiaro se la denuncia per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina si estenda anche al medico dell’Ospedale San Paolo che aveva preso in cura l’immigrato. 

E’ doveroso ricordare a questo punto che l’immigrazione cd ‘clandestina’ (perché non la chiamano irregolare?) a seguito della legge 94 è reato (vedi).

Lo schema dei rischi è chiaro  

I denuncianti non sono i medici (rispettosi del segreto sanitario che la Lega Nord e complici dei partiti di maggioranza non sono riusciti ad abolire) ma qualcuno che ha assistito all’attività di soccorso.
Lo stesso potrebbe avvenire per una persona (papà o mamma) che si rechi in Comune a denunciare la nascita di un figlio.
Proprio la Simm aveva creato il logo per una lunga battaglia per il rispetto del segreto sanitario, ma qui il  mio argomento anguilla si snoda e si allunga e lo devo rimandare a una prossima puntata.

 

6 Dicembre 2010Permalink

20 novembre 2010 – Il 18 novembre è morta Adriana Zarri. E poi una ricorrenza e una notizia

Ricordo di Adriana Zarri.Chi volesse conoscere alcune parole di chi la ricorda può farlo da qui.
Rossana Rossanda ha avuto la capacità tra le cose che ha scritto di dirne una che, da sola, è per me il ritratto di Adriana: “Un giorno le dicevo che del cristianesimo mi interessava la disciplina interiore, protestò con veemenza: disciplina era un termine che non tollerava. Né esteriore né interiore”.
Io voglio ricordarla trascrivendo l’epigrafe che lei stessa si preparò:  

EPIGRAFE

Non mi vestite di nero:
è triste e funebre.
Non mi vestite di bianco:
è superbo e retorico.
Vestitemi
a fiori gialli e rossi
e con ali di uccelli.
E tu, Signore, guarda le mie mani.
Forse c’è una corona.
Forse
ci hanno messo una croce.
Hanno sbagliato.
In mano ho foglie verdi
e sulla croce,
la tua resurrezione.
E, sulla tomba,
non mi mettete marmo freddo
con sopra le solite bugie
che consolano i vivi.
Lasciate solo la terra
che scriva, a primavera,
un’epigrafe d’erba.
E dirà
che ho vissuto,
che attendo.
E scriverà il mio nome e il tuo,
uniti come due bocche di papaveri. 

E all’epigrafe aggiungo la citazione con cui Uomini e Profeti (radio 3) apre il testo che annuncia la trasmissione che oggi dedicherà  ad Adriana (appena possibile aggiungerò la sigla per risentirla in podcast):

Signore, non voglio il tuo cielo, Signore, voglio la mia terra:
le strade, i pozzi, le fontane, e le lune che cadono nell’acqua;
e, se c’è un rovo irto di spine, voglio anche quello,
perché fiorisce, a primavera;
 e se c’è un rospo, sul sentiero, voglio anche quello,
perché sa gracidare, nella notte, lungo la riva dello stagno…
Adriana Zarri

Una ricorrenza – 20 novembre

Copio le notizie che seguono dal sito della CISL scuola:
Il 20 novembre 1959 l'”Assemblea Generale” dell’ONU, su proposta della “Commissione per i diritti umani”, ha adottato la “Dichiarazione dei diritti del bambino”. E’ una risoluzione, una dichiarazione di principi che espande e amplifica il diritto abbozzato nel 1948 nella “Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo” che all’art. 25 stabilisce “che alla maternità e all’infanzia devono essere assicurate speciali tutele e assistenza”.

Il 20.11.1989 è ¨ stata approvata la “Convenzione internazionale dei diritti dell’infanzia”. Da allora molti passi avanti sono stati fatti ed oggi i Paesi che hanno assunto questo importante impegno nei confronti dell’infanzia sono ben 193 (mancano all’appello solo gli Stati Uniti d’America e la Somalia).
Ogni anno, nella sua ricorrenza, si rinnova un impegno.

Possiamo oggi considerare quei documenti qualche cosa di diverso da una presa in giro? Perché lo penso?
Chi volesse capirlo può far ricorso nel mio blog alle parole chiave (gergo tag) bambini, anagrafe, nascita. 

Notizie dal sito ASGI   19.11.2010 

Tribunale di Udine:  E’ illegittimo il requisito di anzianità di residenza decennale in Italia ai fini dell’accesso ai contributi per il sostegno alle locazioni in quanto in contrasto con il diritto dell’Unione europea.
I Comuni e la direzione regionale devono disapplicare la normativa regionale, assicurando rispettivamente l’accesso dei richiedenti ai bandi di concorso ed il trasferimento delle risorse economiche agli enti locali. 

Chi volesse saperne di più può farlo da qui.
Domanda finale: Quando accadrà, se mai accadrà, che il parlamento si faccia carico delle indicazioni che vengono dalla magistratura sollecitata, nell’esercizio del compito che le è proprio, caso per caso e saprà farne principi di carattere generale?

P.S.: Due notizie su analogo argomento (e sempre riferite al Friuli Venezia Giulia) si possono leggere, dal sito Asgi. in data 17 novembre e 18 novembre.
Vi si può accedere evidenziando le rispettive date.

20 Novembre 2010Permalink

19 Novembre 2010 – Se l’istituzione è forte, è più forte della politica – 1

Se l’istituzione è forte, è più forte della politica – 1  

“Se l’istituzione è forte, è più forte della politica” lo ha detto l’8 novembre lo scrittore Saviano nella trasmissione Vieni via con me, la prima della serie ascoltata e discussa.
Tanto mi sono piaciute queste parole che le ho immediatamente trascritte: erano una sintesi di ciò che io penso, anzi di uno dei fondamenti dei pensieri che vengo via via elaborando
Cercherò di spiegarmi le più recenti ragioni di questo mio interesse, consapevole che la strada della ricerca del significato di ciò che accade e vedo  non è molto praticata.
Di solito, quando la percorro, non incontro nessuno.

Quindi, camminando da sola, mi racconto: chi non c’è non si annoierà

Partendo da una stufetta elettrica.

Vivo in un condominio dotato di servizi comuni che lo rendono una potenziale residenza protetta, per chi abbia bisogno di fruirne. Ho scelto di vivere qui ritenendolo non un rifugio dell’ultima ora ma uno strumento per garantirmi autonomia quanto più a lungo possibile, senza dover inquinare la vita di parenti e amici di buona volontà e senza costringermi a cercare un’assistenza individuale. almeno finché sarò in grado di suonare un campanelle e di sapere quando farlo.
E’ chiaro che chi abita questo luogo è di regola in età avanzata e portatore di esigenze particolari. Una delle esigenze è il calore del proprio alloggio per cui il manifestarsi di necessità di riparazioni, anche tali da richiedere tempi prolungati, quando fa freddo può essere pericolosa. Ma, per ragioni che ignoro, la verifica annuale dell’impianto di riscaldamento viene fatta al momento dell’accensione stagionale … quando fa freddo.
Basterebbe anticiparla e io – come il solito sciocca e sprovveduta – ho cercato il consenso di altri condomini in appoggio a un’esigenza ragionevole e non mia (per il momento mi basta una maglia di più).
Risposta illuminante. “ma chi ha questi problemi non potrebbe comperarsi una stufetta elettrica?”.
Eh già potrebbe … e io potrei mettermi a promuovere la vendita di stufette ricavandone un pizzo e, soprattutto, mi chiedo perché dobbiamo pagare il lavoro si un manutentore senza poter interloquire nelle modalità di svolgimento del lavoro stesso.
Lo penso ma non lo dico: è un grande sforzo, facilitato dal fatto che – folgorata dall’inossidabilità del buon senso – mi sono messa a pensare ad altro, tanto per cominciare a chi ritiene che il problema degli infortuni sul lavoro si possa affrontare partendo dalla sciatteria individuale nell’usi dei mezzi di protezione.

Fra stufette elettriche e barriere architettoniche.

Tempo fa, dopo un repellente ricovero ospedaliero dove ho constatato con disgusto la riduzione per molti operatori sanitari della professionalità a una tecnica autoreferenziale per chi la esercita (che poi sia utile, e spesso lo è, mi sembra solo un effetto collaterale), avendo scoperto che l’ospedale pullula di barriere architettoniche anche di recente costruzione, ho cercato di farne un  problema collettivo.
In fondo chi ricopre incarichi di alta amministrazione (alta. leggasi ben pagata) è stato nominato dalle forze politiche di governo e di maggioranza, quindi l’espressione di dissenso dei sudditi (già cittadini) avrebbe un senso, ma tutti tacciono.
Comincio a pensare che l’unico sistema per suscitare interesse sul problema sia quello di azzoppare il prossimo, sistema che non riuscirei a praticare.
Ho scritto a un quotidiano locale e ho diffuso la mia lettera sperando di interessare le associazioni di categoria.
Con una ci sono riuscita con altre no.
Perché? Vari fatti e ripetute esperienze ormai mi convincono che molte associazioni – soprattutto quelle più socialmente visibili – agiscono da ammortizzatori, mediando fra istituzioni e cittadini a beneficio delle prime.
Infatti – e ecco che cominciano a comparire le istituzioni del mio incipit – molti politici amano starnazzare in pubblici incontri a scopo benefico. Se hanno responsabilità istituzionali (sia come forze di governo, sia come maggioranza, sia come opposizione) possono garantirsi il disimpegno nel luogo politico loro proprio e nello stesso mostrare alle anime buone che le buone associazioni riescono a convocare nei loro catartici incontri quanto sono impegnati nella solidarietà (delegata).
Naturalmente anche i palcoscenici hanno il loro pizzo e le associazioni ricevono contributi per le loro –reali- azioni positive, tanto più consistenti quanto maggiore è la loro visibilità. Così attorno a questo tipo di associazioni si crea uno spazio (non sempre e  non tutto trasparente) di partecipazione e consenso che a me provoca un vago malessere.

Fra associazioni operanti, politici starnazzanti e cittadini silenti.

Cosa potrebbero fare in tutto ciò le istituzioni?
Non certo garantire tramite pubblici servizi assistenza individuale, ma emanare norme che assicurino un ‘ordine’ alla manifestazione della solidarietà.
Tanto per restare al mio primo esempio assicurare che negli edifici  pubblici o di pubblico interesse (strade, ospedali, scuole, mezzi di trasporto, uffici, alberghi, luoghi di svago …) non ci siano barriere architettoniche e venga quindi privilegiata l’autonomia di chi ha difficoltà motorie (stabili o momentanee) rispetto al sostegno finanziario di chi –in presenza di barriere – si adopera a tirare su e giù le persone che ne hanno bisogno.
Che poi nulla vieta che ci sia chi, in mancanza d’altro si adopera con personale espressione di solidarietà. Quel che conta sarebbe garantire istituzioni – e quindi norme, regole, trasparenza – più forti della politica, soprattutto di quella che ha come primo obiettivo la connessione indissolubile fra seggiola e fondo schiena o, almeno, il mantenimento del privilegio di poter determinare quale fondo schiena sia conveniente per quale seggiola, con sovrano disinteresse per diritto di scelta dei propri rappresentanti che dovrebbe spettare ai cittadini, che tali ancora sono, anche loro malgrado quando sembrano avviticchiati al loro ruolo di sudditi.

Per oggi basta, ma continuerò … mi fa bene.

19 Novembre 2010Permalink

29 ottobre 2010 – Fra il Presidente del Consiglio e il Presidente della Conferenza Episcopale … non c’é spazio per tutti.

Eminenze ed Eccellenze

Mentre il Presidente del Consiglio soccorre, pietoso e benevolo, una ragazzina ora da pochi giorni maggiorenne, minacciata (??) dalla questura (altrimenti perché se ne sarebbe fatto carico?), il presidente della Conferenza Episcopale presenta gli Orientamenti Pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, un documento pontificio in cui ci spiega ciò che minaccia la famiglia.

Meglio lasciare la descrizione alle sue parole

“La famiglia, a un tempo, è forte e fragile. La sua debolezza non deriva solo da “motivi interni alla vita della coppia e al rapporto tra genitori e figli. Molto più “pesanti sono i condizionamenti esterni: il sostegno inadeguato al desiderio di “maternità e paternità, pur a fronte del grave problema demografico; la difficoltà a “conciliare l’impegno lavorativo con la vita familiare, a prendersi cura dei soggetti “più deboli, a costruire rapporti sereni in condizioni abitative e urbanistiche “sfavorevoli.
“A ciò si aggiunga il numero crescente delle convivenze di fatto, delle separazioni “coniugali e dei divorzi, come pure gli ostacoli di un quadro economico, fiscale e “sociale che disincentiva la procreazione. Non si possono trascurare, tra i fattori “destabilizzanti, il diffondersi di stili di vita che rifuggono dalla creazione di legami “affettivi stabili e i tentativi di equiparare alla famiglia forme di convivenza tra “persone dello stesso sesso”.

Ho letto e riletto le 42 pagine dell’intero documento ma non ho trovato quello che cercavo.
Già perché fra le minacce io cercavo quella della paura: la paura che impedisce a un genitore privo di permesso di soggiorno di dire ‘questo bambino è mio figlio’ per non scoprirsi, affrontando il rischio dell’espulsione (ne ho parlato tante volte nel mio blog, comunque chi volesse una sintesi della questione può farlo da qui)

Famiglie e non

Gli Orientamenti Pastorali danno grande spazio alla proclamazione dell’importanza dell’educazione fino a dichiarare: “Avvertiamo infine la necessità di educare alla cittadinanza responsabile”.
Ma evidentemente c’è famiglia e non famiglia e gli irregolari –a parere di Sua Santità, di Sua Eminenza e dei legislatori italiani dominati da un Presidente del Consiglio pietoso anche se forte di presenze dichiaratamente razziste nel suo governo- non costituiscono soggetti capaci di unirsi ad altri per formare famiglie e quindi i loro figli non sono soggetti da amare né da educare alla ‘cittadinanza responsabile’. Fin qui nulla potrebbe meravigliarmi. In Europa abbiamo già conosciuto poteri diversi intrecciati solidamente fra loro per devastare in nome di scelte di razza o di guerra.
Quello che mi turba sono i cittadini indifferenti quando non complici di tutto questo, ignari che i bambini sono soggetti di diritto che non dipende dalla razza né da ciò che la burocrazia conseguente a questa deriva riconosce ai loro genitori.
E lo sono i singoli e le associazioni, i partiti, le parrocchie (tanto esaltate nel documento di cui sopra come luoghi deputati ad attività educative, compresa la formazione alla cittadinanza responsabile nell’esclusione mirata?).
Criticare avversari politici, contemplare sofferenze lontane garantisce la consolazione della catarsi per chi ci riesce. E ci riescono in molti perché il luogo di esibizione di dolore, indignazione o altro che sia genera, a chi ne sa far uso, un consenso quantitativamente verificabile e visibile.  E i neonati non producono nulla, non vanno in piazza e non partecipano a trasmissioni televisive, sono inutili nella ricerca di quella popolarità che nasce dall’uso ampio e reciproco del voto di scambio.

 Consenso e svendita dei figli.

E’ un altro problema di cui gli Orientamenti Pastorali, ben sostenuti dall’opinione pubblica,   non dicono nulla.
Alla televisione capita spesso di vedere corpi di bambini usati per pubblicità: non è un bello spettacolo e forse nemmeno decente, ma, a mio parere, esistono casi intollerabili per le contraddizioni interne che presentano.
Ci sono due signore che praticano con successo internazionalmente riconosciuto lo sport loro congeniale che, attraverso ciò che propinano ai loro figli e figlie impietosamente esibiti in attività masticatorie, traggono un reddito aggiuntivo.
A me consta che quando si fanno campagne contro l’obesità infantile uno dei cibi indicati come pericolosi siano le merendine che le due sventate propinano alle loro redditizie creature.
E si tratta di signore che per la loro attività hanno cura del proprio corpo ben conservato e anche i loro figli non sono obesi.
Forse nella  vita privata non faranno ingurgitare ai graziosi piccini ciò che danno loro davanti alla macchina da presa.
Come spiegheranno la contraddizione?
Diranno – o lasceranno intendere- che ci sono bambini di qualità, che devono avere rispetto per la loro salute e altri, di qualità inferiore, cui tanto non è dovuto?
Di qui all’accettazione dei bambini di razza il passo non è poi così lungo.
A questo punto mi vengono in mente le critiche ai rom che mandano i loro figli a mendicare.
Non so perché mi frullino per la testa queste strane idee.
Qualcuno me lo sa spiegare?

29 Ottobre 2010Permalink

26 ottobre 2010 – Una scienziata, il gergo di facebook e altro ancora

 Domani, 27 ottobre, si celebrerà a Roma la nona giornata del dialogo cristiano islamico, nata nel 2001, dopo l’attentato alle torri gemelle, per iniziativa della rivista Confronti.
Ne ho parlato nel mio blog negli anni precedenti.
Quest’anno mi limito a segnalare il riferimento che consente di accedere al sito ildialogo.org per raccogliere informazioni, notizie, pareri e, per chi volesse, di aderire.  
Ho partecipato parecchie volte a questa giornata, soprattutto a Roma, convinta che le religioni, nella storia e nell’attualità spesso veicoli di violenza, abbiamo gli strumenti per essere anche veicoli di pace.

La voce di facebook
Ma ancora una volta ho dovuto scontrarmi con il pregiudizio.
Su facebook infatti è comparsa una citazione della scienziata Margherita Hack che trascrivo:
Noi atei crediamo di dover agire secondo coscienza per un principio morale, non perché ci aspettiamo una ricompensa in paradiso.
Inaspettatamente (mi capita ancora di riscoprirmi illusa) ho constatato che un’affermazione, che da una donna del livello intellettuale della Hack mai mi sarei aspettata, suscitava diffuso consenso.
Ciò che mi turba è la mancata consapevolezza del limite che impedisce le assolutizzazioni, la divisione degli umani in blocchi totalizzanti (atei, credenti ecc. ecc….), identificandoli irrimediabilmente per ciò che sono, e supponendone l’uniformità all’interno di questo loro predefinito essere. 

Mai più con facebook
E dato che sono arrivata a facebook – di cui cercherò di non occuparmi più perché usa un linguaggio che mi turba e mi disturba (ma non lo devo dire) – pressoché contemporaneamente alla registrazione della citazione che ho riportato – ho dovuto, mio malgrado, registrare un’altro atteggiamento per me inaccettabile.
Scrivevo di non capire le risposte prefabbricate stile ‘mi piace’, la brevità delle affermazioni che non si fanno mai argomentazioni, l’espressione di un disagio o di gioia limitata all’esternazione di un’emozione …quando una persona che mi aveva letto mi ha scritto che adesso la comunicazione funziona così.
C’ero arrivata ma volevo capire cosa pensavano gli altri, per me questo atteggiamento appartiene al significato della parola amicizia che facebook proclama (ho consultato pregevoli dizionari e nessuno mi ha smentito) ma evidentemente quello di facebook è un gergo per iniziati che io ignoro.
 
A questo punto ho confermato richieste di amicizia ricevute e non corrisposte, così –quando invierò questo testo con la parola ‘condividi’ arriverà a tutti con i miei saluti.
Chi vuol leggermi può andare sul mio blog ‘diariealtro.altervista.org’ che penso che continuerà a non essere visitato. Io mi limiterò a curiosare in silenzio.
Non so adeguarmi. Senilità. 

E ora una notizia
Chiuso con la sacralità di facebook segnalo una notizia comparsa su Repubblica.
Con un titolo a dir poco di dubbio gusto, Repubblica ci informa che “Aumentano le tutele per i figli di immigrati. Sarà più difficile espellere i genitori”
“La Corte di Cassazione, nel massimo consesso delle Sezioni Unite, ha deciso che non si possono mandare via gli stranieri, anche se hanno commesso reati, nel caso in cui il loro allontanamento dall’Italia, tramite il rimpatrio, abbia riflessi negativi sul generale equilibrio psico-fisico dei loro bambini. Con questa decisione la Suprema Corte ha accolto il ricorso di una signora africana, madre di tre figli residenti a Perugia, condannata per sfruttamento della prostituzione e raggiunta da foglio di via”.
A prescindere dal fatto che non di foglio di via sembra trattarsi, ma di decreto di espulsione, non è aumentato proprio nulla.
Semplicemente la Corte di Cassazione ha applicato le convenzioni internazionali e non la lettera della legge 94/2009 sulla sicurezza pubblica.
Se il giornalista, anziché partire dalla situazione della madre avesse ragionato muovendo dai diritti del bambino (tanto per cominciare dalla Convenzione di New York) avrebbe scritto meno banalità.
Ma può permettersele: dei bambini all’opinione pubblica non importa nulla.
La mamma in questione ha potuto far valere le sue ragioni e ne ha avuto i mezzi..
Quante non potranno permetterselo?
Molto ho scritto sull’argomento. Ne fanno fede i testi raggiungibili con i tag anagrafe, bambini, istituzioni local/regionali. 

Continua
Ci sarebbero altre notizia.
Ne scriverò presto: dare, almeno a me, una continuità di informazione aiuta.

26 Ottobre 2010Permalink

18 ottobre 2010 – Un NO grazie. – Ricevo e giro

Non so se l’iniziativa di rinviare il prodotto letterario del cav. Berlusconi sia, oltre che intelligente, provocatoria.
Fosse accolta … non voglio pensare all’uso che potrebbero fare degli eventuali introiti i ministri (in)competenti. Intanto ho inviato, se provocazione ha da essere il numero conta. 

Con riferimento all’annuncio del Presidente del Consiglio On. Silvio Berlusconi di inviare ad ogni famiglia italiana il libro “Due anni di governo”, mi preme comunicarVi che desidero assolutamente NON riceverlo, essendo un mio diritto in base alla legge per la tutela della privacy n. 675/1996 ed il relativo D.P.R. n. 501/1998, nella fattispecie articolo 13 comma e), e che la spesa relativa che si risparmierà  venga messa   a disposizione del Ministero della Pubblica istruzione e/o del Ministero della Sanità .
Ringraziando per l’attenzione porgo distinti saluti.

 http://www.governo.it/scrivia/scrivi_a_trasparenza.asp
A seguito dell’invio ho ricevuto il riscontro che trascrivo.

La Presidenza del Consiglio la ringrazia per l’invio del suo messaggio al quale risponderà al più presto.

 

18 Ottobre 2010Permalink

17 ottobre 2010 – Un giornalista ebreo, cittadino di Israele.

Israele. Il progetto dello stato «puro»di Zvi Schuldiner – 15/10/2010    

L’intenso dibattito delle ultime settimane sulla ripresa delle costruzioni nelle colonie ebraiche nei territori occupati palestinesi ha coperto i veri problemi che Israele affronta, che tormentano la sua società e mettono in pericolo il suo futuro ben più delle presunte minacce del terrorismo musulmano o palestinese.

Oggi appare chiaro che il governo israeliano non ha un reale interesse in un processo di pace che metta fine al neocolonialismo cominciato nel 1967. Oggi quel colonialismo arriva al culmine con chiari elementi fascisti, antidemocratici e fondamentalisti religiosi. La richiesta israeliana circa il riconoscimento dello «stato ebraico» non si riferisce tanto a Israele, come stato, ma è il frutto di uno disegno razzista che nega la realtà e la presenza di un 20% dei suoi cittadini non ebrei. Non è più una democrazia, nel migliore dei casi sarebbe una etnocrazia.
Le richieste negoziali non fanno che scoprire il vero disegno del governo israeliano: il lebensraum tedesco, il concetto di «territorio vitale» essenziale, la colonizzazione espansionista, sono preferibili a concessioni territoriali. Tutto il dibattito sulla costruzione di colonie è solo la trappola in cui cadono gli attori che mancano di riferimenti chiari.

La pace con Egitto e Giordania è stata una chiara accettazione dell’esistenza dello stato di Israele, e in nessuno dei due casi si discusse del carattere ebraico dello stato, perché tutti, israeliani inclusi, erano coscienti del fatto che Israele non era uno stato confessionale e vi abitavano anche cittadini non ebrei. Ancora di più: prevaleva ancora tra gli israeliani l’idea che il popolo ebraico non è definibile solo in termini religiosi, che essere ebreo – un dibattito non risolto a tutt’oggi neppure tra gli ebrei – non può basarsi solo su determinate concezioni religiose.
A partire dal 1988 i palestinesi hanno annunciato il riconoscimento del diritto all’esistenza di Israele, senza addentrarsi nella «questione ebraica». Quando oggi si agita questa questione, il significato è duplice: sia rendere impossibili i negoziati, sia anche aprire la questione di una «purificazione» necessaria dello stato di Israele.

Il ministro degli esteri Avigdor Lieberman lo ha detto in modo chiaro: è disposto ad accettare la formula dei due stati, con uno scambio di territori – ovvero, che la parte di Israele popolata in maggioranza da palestinese israeliani sia trasferita al futuro stato palestinese in cambio dell’annessione dei territori predominantemente colonizzati dopo il 1967. per dirla ancora più chiaramente: l’idea dell’espulsione dei cittadini palestinesi di Israele non è più solo patrimonio di gruppi neonazisti come quello del defunto rabbino Kahane. Ora è accettabile anche per un partito estremista che è il pivot centrale della coalizione di Benyamin Netaniahu. «Capite, comprendetemi, io Netaniahu sono disponibile ai due stati, ai negoziati, alla pace che tutti noi ebrei vogliamo, ma ho una coalizione che punta i piedi e devo tener conto dei miei associati…». Questo manda a dire il premier israeliano, ma questo è falso: la decisione adottata questa settimana in materia di acquisizione della cittadinanza rivela la verità. Lieberman è l’alibi brutale di ciò che Netaniahu persegue con delicatezza.

Chi sono i candidati ad acquisire la cittadinanza israeliana che dovranno prestare il nuovo giuramento di fedeltà? L’ultranazionalista ministro della giustizia ha proposto che il nuovo giuramento sia destinato a tutti, ma per il momento non è così e l’ipocrisia razzista si svela: i destinatari sono gli arabi (molto pochi, per la verità) che sposino palestinesi israeliani. Sono loro che dovranno giurare fedeltà a Israele come «stato ebraico».

E’ vero che in molti paesi l’acquisizione della cittadinanza è accompagnata da un giuramento di fedeltà allo stato e alle sue leggi. Ma non si tratta di un giuramento riferito a una determinata confessione religiosa. Si giura fedeltà alla Francia o al Canada o agli Stati uniti, non al cattolicesimo o qualunque altra confessione.

Lieberman e i suoi adepti riflettono oggi idee maggioritarie nella società israeliana: il giuramento di fedeltà in fondo è destinato agli infedeli, o chi è sospettato di fedeltà dubbie. Invece di chiedersi se lo stato è fedele ai suoi cittadini – tutti i suoi cittadini – gli israeliani ora cominciano la caccia agli infedeli e i loro soci.

Nell’ultimo anno abbiamo assistito in Israele a una continua aggressione alle norme democratiche. E come succede sempre in questi casi il maccartismo, gli attacchi fascisti non si limitano ai cittadini palestinesi israeliani: l’aggressione alle università libere e alle organizzazioni impegnate nella lotta a favore dei diritti umani e politici è diventata norma accettabile anche per i membri del governo.

Alcuni ministri del Likud si sono pronunciati contro la nuova regolamentazione della cittadinanza. Sono una minoranza che resta fedele a certi concetti liberali che erano parte del patrimonio ideologico della destra. Ma sono una minoranza che oggi si arrende al razzismo fascista che comincia a dominare ampi settori della società israeliana.
Sul piano internazionale, purtroppo il razzismo antimusulmano dominante in Europa aiuta a rendere accettabile il razzismo israeliano, e gli esempi europei non fanno che aiutare gli elementi fascisti e fondamentalisti in Israele.

Un processo di pace reale vorrebbe dire per Israele cancellare le acquisizioni territoriali del 1967: il disegno colonialista quindi ha bisogno di mettere ostacoli a l negoziato, e per continuare su questa linea di uno stato sleale con i suoi cittadini, in particolare palestinesi, aumenta la pressione fascista.
E’ tragico per il popolo ebraico: oggi in nome dell’ebraismo il governo israeliano si lancia in politiche che farebbero l’orgoglio dei peggiori nemici del popolo ebraico. Il giuramento di lealtà è un ulteriore passo su una linea suicida che non farà danno solo ai palestinese ma porterà gli stessi israeliani a svolte tragiche.

P.S.: Non sono riuscita a risalire all’articolo attraverso il sito on line de Il Manifesto. 
     Ho insistito e ho trovato il link utile che trascrivo. http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=35102

16 Ottobre 2010Permalink

14 ottobre 2010 – Dalla crisi all’espulsione.

Permesso  di soggiorno

Così il decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286
“Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”

”Il permesso di soggiorno è rinnovato per una durata non superiore al doppio di quella stabilita con il rilascio iniziale.
Inoltre la perdita del posto di lavoro non costituisce motivo per privare il lavoratore extracomunitario ed i suoi familiari legalmente residenti del permesso di soggiorno 

Così la legge 30 luglio 2002 n. 189 (nota come Bossi Fini)

Il permesso di soggiorno verrà concesso solo a chi ha già un contratto di lavoro. Durerà due anni. Alla perdita del lavoro, l’immigrato dovrà tornare in patria.

E ora il mio commento dal mensile Ho un Sogno  –  ottobre 2010.

Un po’ di storia

Sappiamo che durante il dibattito parlamentare su quello che allora si chiamava –con intrigante definizione – ‘pacchetto sicurezza’ (oggi legge 94/2009) si era profilato il rischio che il testo definitivo prevedesse l’abolizione del segreto sanitario e quindi obbligasse i medici e gli operatori sanitari tutti a segnalare all’Autorità (genericamente indicata) la presenza di stranieri irregolari identificabili dall’assenza del permesso di soggiorno.

Tale norma non è passata per l’impegno della società civile e soprattutto – è bene ricordarlo – degli organi professionali che seppero percepire la ferita alla loro deontologia e alla loro dignità e oggi il segreto sanitario è ancora in legge con la riserva – ovvia in clima di uguaglianza – per “casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano”. Sinteticamente tali casi si riassumono come delitti “procedibili d’ufficio” (art. 365 codice penale) e fra questi si ritrovano anche le conseguenze di infortuni sul lavoro, siano essi morti o lesioni personali o malattie professionali.

Infortuni e disoccupazione

Tali situazioni invalidanti possono comportare tra l’altro la perdita del posto di lavoro il che trasformerà automaticamente l’infortunato non comunitario in irregolare e quindi non assumibile.

E se tanto non bastasse all’emergere del caso seguiranno le dovute segnalazioni anche per chi risulti irregolare o lavoratore in nero.

Prima della crisi la segnalazione si rivelava un ‘vantaggio’ per il lavoratore colpito che il datore di lavoro doveva mettere in regola e quindi, tramite il dovuto contratto, assicurarne il passaggio da irregolare a regolare.
In clima di crisi tale passaggio è improponibile.

A questo punto infatti l’irrimediabile perdita del lavoro (che non c’é per nessuno, cittadino o straniero) lo priverà di quello status che gli consente di disporre di un permesso di soggiorno trasformando automaticamente lo straniero, legalmente entrato in Italia, in irregolare.

Italiani e stranieri – uguali e diversi

Non è difficile immaginare un’altra situazione: il lavoratore in cassa integrazione all’esaurirsi di tale misura se italiano potrà giovarsi delle labili tutele di solidarietà sociale ancora esistenti (dall’assegno di disoccupazione fino alla rete familiare) ma il lavoratore non comunitario passerà – sempre per la conseguente cancellazione della sua figura di lavoratore – dallo status di regolare a quello di irregolare.

In questi casi per il lavoratore irregolare seguirà l’espulsione e, posto che le condizioni politiche del paese da cui si è legalmente allontanato gli consentano il ritorno, non avrà i mezzi per provvedere al rimpatrio proprio e della famiglia (ancorché regolarmente presente a seguito di una procedura di ricongiungimento).
Passerà quindi –in nome della puntuale applicazione di una legge, non solo infame ma anche sciocca – a un obbligato stato di clandestinità.

Sono pochi esempi dei casi che dovremo affrontare a seguito dell’imprevidenza governativa su cui sarebbe opportuno si concentrasse l’attenzione della società civile e, perché no. della silente classe politica.

 

14 Ottobre 2010Permalink