15 luglio 2012 – Ricevo un messaggio e interrompo per oggi il diario di Santiago

Il messaggio

Il testo che trascrivo mi è stato inviato da una donna che non fa parte dell’organizzazione firmataria

Ciao a tutt*,

Da circa 10 giorni fuori dal CIE di Gradisca staziona con grande tenacia Yasemin, vent’anni, incinta di 7 mesi di Radouane, 25 anni, detenuto a Gradisca da un mese dopo aver passato due settimane al centro di Torino. Yasemin chiede l’immediata scarcerazione di Radouane, con cui è già sposata con rito islamico e con cui conviveva a Torino da due anni. Radouane è uno dei tre detenuti che da venti giorni stanno portando avanti uno sciopero della fame. Erano partiti in 48 quando le misure repressive all’interno del CIE si sono fatte ancora più insopportabili. Durante l’ultima visita di una delegazione di parlamentari, circa 20 giorni fa, un ragazzo si è gettato con forza contro il vetro anti-sfondamento delle celle, riportando una ferita alla testa e perdendo I sensi. La delegazione ha parlato con un altro ragazzo che si trova in sedia a rotelle poichè durante l’ultima grossa rivolta gli è stato sparato un lacrimogeno sulla gamba. Come sempre non possiamo sapere tutto quello che succede all’interno del CIE, date le misure di isolamento cui I detenuti sono sottoposti: tuttavia ora abbiamo delle notizie anche all’esterno, grazie a Yasemin e alla sua lotta. Crediamo sia fondamentale sostenerla non solo affinchè possa ricongiungersi a Radouane ma anche per riprendere a parlare e a mobilitarsi contro I CIE.

Alcune persone di Tenda per la Pace e i diritti e dell’UDS da giorni si alternano per non lasciare sola Yasemin, che questa notte è arrivata a rifiutare l’accoglienza che le era sempre stata offerta e ha passato la notte su un materassino davanti al CIE, con i “ci dispiace” dei poliziotti che lavorano al suo interno.

C’è da fare molto di più: abbiamo già una serie di proposte e ragionamenti da fare che ci piacerebbe condividere con voi, pertanto convochiamo una riunione presso la nostre sede a Staranzano (Piazza Dante 4) alle ore 21.00 di martedì 17 luglio. Chiediamo inoltre a chi è disponibile a passare qualche ore fuori dal CIE con Yasemin per non lasciarla sola questo weekend di farsi vivo a questo numero: 3208105362 (Marta).

A martedì!                                                   Tenda per la pace e i diritti 

La risposta che ho inviato 

Grazie per l’informazione.

Consiglio di contattare i responsabili del GrIS (livello operativo locale della società di medicina delle migrazioni www.simmweb.it)
Dovrebbero potervi spiegare i doveri dei vari livelli istituzionali – previsti in legge – nei confronti di gravide, madri e padri dei neonati che credo sia un punto di partenza ineludibile, certo e vincolante.

Il 13 dicembre scorso ho inserito nel mio blog (www.diariealtro.it) un documento del ministro Cancellieri per ciò che concerne l’accesso ai CIE (è chiaro che il Prefetto vi si deve adeguare).
Provate a mandare la notizia anche all’ASGI (Associazione Studi Giuridici Immigrazione); a mia conoscenza è referente locale silviacanciani@gmail.com.

Per ragioni personali ora non posso raggiungere Yasmine, cui faccio i miei più affettuosi auguri.
Mi spiace non esservi utile.
Augusta De Piero Udine tel.0432204274 

La risposta che avrei dovuto inviare
Cito dal Decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”
Art. 35 Assistenza sanitaria per gli stranieri non iscritti al Servizio sanitario nazionale (Legge 6 marzo 1998, n. 40, art. 33)  
<omissis>
3. Ai cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale, non in regola con le norme relative all’ingresso ed al soggiorno, sono assicurate, nei presidi pubblici ed accreditati, le cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti o comunque essenziali, ancorché continuative, per malattia ed infortunio e sono estesi i programmi di medicina preventiva a salvaguardia della salute individuale e collettiva. Sono, in particolare, garantiti:
a. la tutela sociale della gravidanza e della maternità, a parità di trattamento con le cittadine italiane, ai sensi delle leggi 29 luglio 1975, n. 405, e 22 maggio 1978, n. 194, e del decreto del Ministro della sanità 6 marzo 1995, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 87 del 13 aprile 1995, a parità di trattamento con i cittadini

La domanda che ne segue è banale: potrebbe il comune di Gradisca ignorare la presenza di una cittadina italiana incinta ‘accampata’ fuori del CIE?
Evidentemente no.
Ma non mi sento di estendere il mio ragionamento alla situazione di cui sono stata informata trasmettendolo a chi di dovere perché ho avuto troppe esperienze negative e non vorrei che il sindaco di quel comune (persona che non conosco) considerasse questo fatto un problema di ordine pubblico e peggiorasse la condizione di quella poveretta.
Ormai so che per questo tipo di soggetti tutto è possibile e l’indifferenza delle istituzioni pressoché totale dal livello nazionale a quello locale (colore politico a prescindere).
Comunque ho inviato il messaggio che qui ho trascritto ai soggetti indicati alla mia sconosciuta interlocutrice.

Aghi nel pagliaio

Ho inviato il testo ricevuto anche al sito www.ildialogo.org che già ieri l’ha pubblicato.
So che quel sito nulla può fare direttamente ma la mia speranza è che la notizia sia letta da qualcuno che abbia la competenza e il ruolo per fare qualche cosa.
A volte con gli aghi perduti nei pagliai ci si punge.
Oggi su Repubblica c’è un articolo “Clandestini, Italia disumana. La Germania blocca i rinvii”.
Ora cerco un eventuale indirizzo email del giornalista che l’ha scritto e se non lo trovassi proverò a scrivergli presso la redazione di Repubblica.
Sarà un altro ago spuntato nel pagliaio … ma che altro posso fare?

15 Luglio 2012Permalink

5 luglio 1012 – Informazione disinformata e deprimente: è solo effetto del caldo?

Informazione e caos

Ieri (4 luglio), durante il giornale radio 3 delle 8.45, c’è stata un’intervista a un signore presentato come il Segretario dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani.
Sono andata alla ricerca dei dati relativi a questa associazione e ne ho trovato la seguente autodefinizione “un’associazione di avvocati fondata il 2 marzo 1968, con lo scopo di diffondere la conoscenza delle norme interne e di carattere internazionale riguardanti la tutela dei diritti umani e di promuoverne l’osservanza concreta ed effettiva in sede giurisdizionale, amministrativa e legislativa”.
Stabilito che il relativo sito non mi ha aperto spazi illuminanti che chiarissero l’intervista*, a questa mi fermo. E’ durata un minuto e mezzo e spero che la brevità del tempo sia la causa della confusione che l’ha caratterizzata, certamente facilitata dalle domande della intervistatrice a loro volta non appropriate.
Voglio lo stesso puntualizzare quello che ne ho ricavato.
In Italia sarebbero 835 ‘i minori scomparsi del nulla’, ‘piccolo esercito di desaparecidos’ (il termine non è mio, definiti in oscura alternanza figli di immigrati e minori non accompagnati.
Quello che il Segretario dell’Unione forense ha detto con chiarezza è che i diritti dei minori non possono essere trattati nell’ambito della immigrazione irregolare ma impongono protezione come i diritti dei rifugiati.
Naturalmente l’intervistatrice non gli ha chiesto come si può configurare la situazione di un minore figlio di immigrato irregolare poiché, date le premesse, verrebbero a configurarsi due situazioni collocabili in categorie estranee l’una all’altra..
Che ne pensano i politici italiani?
Probabilmente non sono neppure in grado di definire i termini del problema, dato che – quando viene loro posto – ne rifuggono.
Riporto per documentazione il testo di una lettera inviata a un parlamentare locale (da cui dovrei sentirmi rappresentata?!) ovviamente senza risposta (inviata tramite la casella postale del parlamento lo scorso mese di maggio)

Testo della lettera al deputato silente

Egregio onorevole
sono una cittadina italiana fortemente interessata alla proposta di legge n. 4756 (primo firmatario l’on. Orlando – “Modifica all’articolo 6 del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione” ecc. ecc.) di cui Lei è cofirmatario. Riconosco in quella norma l’unico tentativo finora messo in atto nel Parlamento italiano per cancellare la vergogna della discriminazione che differenzia –penalizzandoli- i figli dei sans papier dagli altri neonati.
Se bene che esiste una circolare, precipitosamente emanata dal ministero Maroni a pochi giorni dall’approvazione della legge 94/2009 che, affermando il contrario della norma, rende possibile l’iscrizione anagrafica. Ma come cittadina italiana la presenza di un discrimine legato non a un reato eventualmente commesso bensì all’esistenza di una persona mi offende profondamente e vorrei fosse cancellato (considerando, in via subordinata ma non irrilevante, che vecchie affezioni alla logica –derivanti forse dalla mia lontana professione di insegnante di filosofia –mi irritano e in questo quadro colloco la contraddizione fra legge e circolare).
Ora noto che, se alla proposta 4756 è possibile arrivare dal Suo sito, così più non è dalla home page della camera dei deputati, dove sono solita esercitare le mie ricerche.
La prego di darmi qualche indicazione in merito al permanere dell’interesse del Suo gruppo parlamentare a proposito della pdl 4756 e, se lo ritiene, di spiegarmi le ragioni della scomparsa della stessa proposta dall’home page della camera. Altra strada per informarmi non ho.
Ringrazio e porgo distinti saluti
Augusta De Piero via Caccia 33 – Udine tel. 0432204274

 *Chi volesse ascoltare la notizia di cui ho scritto in apertura può far uso del seguente indirizzo (che non posso collegare con link perché il computer mi dice essere troppo lungo) dal minuto 9.03 al minuto 10.35
http://www.rai.it/dl/grr/edizioni/ContentItem-824ac410-5173-4a29-85ec-7e329d1d68b1.htm

Un sindaco e un assessore intelligenti

Trascrivo da Repubblica dell’1 luglio.
“E’ vietato vietare i giochi dei bambini in cortile. Lo ha deciso il Comune di Milano modificando il regolamento di polizia urbana. L’obiettivo è restituire i giardini condominiali al loro scopo storico”, quello di essere spazi per il gioco dei bambini.
A Udine nel post terremoto (1976) erano stati organizzati alcuni campetti comuni appunto per il gioco. Successivamente sono stati sottratti ai bambini per essere affittati alle squadrette appartenenti a società sportive.

5 Luglio 2012Permalink

2 luglio 2012 – Un appello

 

 

Undicesima Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico del 27 ottobre 2012

 

Comunicato stampa n. 1
“Islam, cristianesimo, Costituzione: cristiani e musulmani a confronto con la laicità dello Stato”  

E’ questo il tema che quest’anno proponiamo all’attenzione delle comunità cristiane e musulmane per l’undicesima edizione della giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico.

I motivi che ci spingono a proporre tale tema sono:

1 La nostra Carta Costituzionale, a 65 anni dalla sua promulgazione, è ancora largamente inattuata ed anzi continuamente calpestata nei suoi principi fondamentali e necessita, quindi, di una sua robusta difesa che si può attuare con la sua conoscenza e con lo stimolare iniziative concrete dal basso per la sua attuazione.

2 L’Islam in Italia, come è sottolineato in numerosi studi sull’argomento, fa ancora fatica a diventare un “islam italiano”, è ancora un fenomeno legato molto strettamente all’immigrazione, pur essendoci già le seconde e forse anche terze generazioni degli immigrati musulmani arrivati in Italia 40 anni fa, che però sono ancora legati alle loro terre d’origine di cui vivono intensamente come proprie le vicissitudini attuali.

3 C’è, infine, sia tutta la questione della costruzione delle moschee, che sono di fatto bloccate in tutta Italia (vedi ad esempio la vicenda di Genova) , sia la questione dell’intesa, che è del tutto in alto mare e non solo per i musulmani.

Invitiamo così anche quest’anno a celebrare, il prossimo 27 ottobre 2012, la Undicesima Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico, nella convinzione che sono “Beati quelli che si adoperano per la pace” (Mat 5:9) , perché Dio (Allah) “chiama alla dimora della pace” (Sura 10, 25) perché Lui è “La Pace” (Sura LIX, 23 ), perché il dialogo è lo sforzo sulla via di Dio che ci compete e ci onora.

Con un fraterno augurio di  Shalom, salaam, pace

I promotori della giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico

Roma li, 28/06/2012

Per l’elenco dei promotori, per le adesioni e le iniziative, vedi la pagina: http://www.ildialogo.org/cristianoislamico

 

1 Luglio 2012Permalink

28 giugno 2012 – il mosaico di Moha

Riprendo un articolo da Ho un sogno di giugno (n.210), come faccio ogni mese.
Nel 2011 il mensile Ho un sogno ha pubblicato (riprendendo una serie di dieci anni prima) storie di donne immigrate
che nel 2012 sono diventate storie di migranti, immi ed emi-grati, uomini e donne.
Sono lieta che HUS abbia dato spazio alla mia sfida a superare l’abitudine di considerare i migranti soltanto all’interno dei ‘grandi numeri’ relativi alle tragiche vicende dell’attraversamento del Mediterraneo o peggio con definizioni etniche, quando non grossolanamente religiose, ispirate al pregiudizio.
Quando (e penso fra molto tempo) le vicende che oggi viviamo saranno affidate alla memoria per farsi storia, gli argomenti che descriveranno un fenomeno che segna, secondo me, una delle possibili grandi svolte che descrivono  l’evolversi dell’umanità non saranno solo tragedie e pregiudizi. O almeno lo spero anche se non farò in tempo a conoscere l’evolversi di questo fenomeno.

IL MOSAICO DI MOHA

“A questo punto capisco finalmente che non tutti possono avere a cuore la mia causa … e cerco di capire cos’altro ho in comune con le persone con cui vivo, studio, lavoro…”.

Sto chiacchierando piacevolmente, seduta nella bottega del giovane maestro mosaicista Mohammed Chabarik, siriano e quella frase mi fa trasecolare. Conosco bene Mohammed (Moha per gli amici) e sono in grado di datare ‘quel punto’. Siamo nel 2001, nel clima rovente successivo all’11 settembre e gli USA hanno invaso l’Afghanistan per prendere Osama Bin Laden, primo responsabile di quel giorno terribile.

Mohammed frequenta la Scuola Mosaicisti di Spilimbergo ed espone la bandiera della pace suscitando una reazione se non ostile, preoccupata che lo induce a riflettere, agganciando, allora forse inconsapevolmente, la sua piccola storia alla grande storia che in qualche modo ci ingloba tutti. Certamente la scuola di Spilimbergo è un luogo di notorietà e frequentazione internazionale ma Mohammed non è arrivato lì attraverso quel richiamo che sarà una scoperta successiva.

“Ad Aleppo dove sono nato – racconta – ho frequentato la scuola dell’obbligo (che allora in Siria era di otto anni) poi – a 12 anni – ho iniziato un percorso lavorativo che mi ha infine introdotto in uno studio di calligrafia e grafica (prima dell’avvento del computer la calligrafia era importante per il disegno di manifesti pubblicitari, insegne, biglietti da visita ecc.). Ma la mia carriera di calligrafo non poteva durare: a 18 anni ho iniziato il servizio militare obbligatorio da cui sono uscito consapevole della ipocrisia della trasmissione di pretesi valori con cui si era cercato di indottrinarmi. Allora ho deciso di andarmene e ho pensato all’Italia perché là c’era mia sorella e un legame è sempre importante.

Mi sono messo a studiare italiano, sono entrato con un permesso legale e ho poi scoperto l’esistenza della scuola mosaicisti. Ho fatto il test di ammissione, quasi per gioco, forse suggestionato da quella commistione fra arte e manualità che caratterizza il lavoro del mosaicista. Mi è andata bene e poi sono stati tre anni di scuola e lavoro, superati anche con il sostegno di amici. Negli studi, ma anche ora nel mio lavoro, mi è stata utile la mia esperienza di calligrafo e la mia conoscenza dei motivi decorativi islamici che ornano le moschee e che mi hanno assicurato una sorta di archivio mentale. Ho deciso che il mio posto è qui ma non voglio rischiare di appartenere a un sistema chiuso”.

E così Mohammed racconta della sua recente esperienza sudafricana, nata da un’altra casualità (ma il ripetersi di casualità non indica forse la sua capacità di trasformarle in opportunità?). Venuto a conoscenza che in Sudafrica, in un’impresa riconducibile a un quadro di attività promosse da un locale mecenate, cercavano un insegnante di mosaico che conoscesse la lingua inglese si è proposto ed è stato accettato.

Ha goduto di un’esperienza ricca anche dal punto di vista umano dove ha approfittato di quelle relazioni che nella ‘contaminazione’ (ed è proprio questo il termine significativo che usa) trovano la loro ricchezza che potrebbe aprire a un possibile futuro diverso.

28 Giugno 2012Permalink

24 giugno 2012 – Elezioni in Egitto

Non voglio riportare lunghi articoli ma nemmeno evitare la segnalazione di alcuni che mi sembrano di significativo rilievo e che è possibile collegare con link.
Mentre si attende di conoscere le reazioni dell’Egitto alla proclamazione della vittoria del candidato dei Fratelli Mussulmani a Capo dello Stato, rileggo l’articolo di Tariq Ramadan che mi sembra molto utile: ‘I fratelli Mussulmani di fronte alla storia’ 22 giugno.
Si trova nel sito www.ildialogo.org  (sezione Conoscere l’Islam).e si può raggiungere anche da qui.

Approfitto della segnalazione per far presente che il sito, oltre a facilitare la massimo la possibilità di scaricare ciò che pubblica e di collegarlo in link, ha inserito anche la possibilità dell’ascolto di ogni testo con sintetizzatore vocale.

24 Giugno 2012Permalink

22 giugno 2012 – Banalità del male in provincia

Ho inviato questa lettera al direttore del Messaggero Veneto e al sindaco di Udine.
Le probabilità che non ci sia un seguito seno alte.

Egregio direttore
leggo – in data 20 giugno 2012 – sul giornale da lei diretto l’articolo «Dordolo vuole ‘adottare’ una bimba indiana orfana». La proposta (e sono lieta che il redattore del suo giornale abbia virgolettato – con una chiara manifestazione di perplessità – il termine adottare) fa seguito alla dichiarazione del medesimo sig. Dordolo, consigliere comunale a Udine, eletto nella lista della Lega Nord, che così il Messaggero Veneto riportava il primo giugno: «La donna indiana gettata nel Po ha inquinato il nostro fiume sacro. Cosa direbbero se andassimo a fare lo stesso nel Gange?».
Quindi un individuo che ritiene inquinante (e lasciamo perdere il ridicolo del termine ‘sacro’, forse riferito a reinventate leggende pseudo celtiche care alla Lega Nord) la salma di una vittima di uxoricidio chiede, con procedura bizzarra e non prevista, di poter praticare l’adozione di una bambina proveniente dallo stesso paese di quella rimasta sola per la morte della madre e per il carcere comminato al padre.
Spero che, trattandosi di dichiarazioni di un consigliere comunale che possono indurre a una falsa opinione in materia di adozioni, il sindaco stesso ne prenda le distanze e voglia informare i cittadini udinesi che l’adozione nulla ha a che fare con beneficenza, attività penitenzial-riparatorie e neppure con pur autentiche esigenze affettive di chi esprima la volontà di praticarla ma è la risposta al diritto di ogni bambino ad avere una famiglia quando ne sia rimasto privo.
Se il sindaco non rispondesse a questo mio appello, che direttamente gli invierò, prego il suo giornale di dare corrette informazioni che collochino la richiesta Dordolo al posto che merita.
Augusta De Piero
augusta.depiero@tin.it
Udine – Via Caccia 33

Aggiungo un messaggio ricevuto.
Un amico ha pensato di dar seguito alla mia lettera inviandone al Messaggero Veneto una sua che mi ha girato e trascrivo

Circa il desiderio di adozione di un’orfana indiana da parte del sig. Luca Dordolo…Una bimba indiana orfana è già molto digraziata, perchè infierire contro la poveretta affidandola a Dordolo?
Fabiano Zaina
22 Giugno 2012Permalink

20 giugno 2012 – Ancora sulla registrazione anagrafica: informazioni, ipocrisie, doppiezze

Volevo continuare senza interruzioni il mio diario di viaggio a Santiago ma una serie di notizie la cui prima segnalazione mi è venuta dal dott. Pitzalis (responsabile del GrIS del Friuli Venezia Giulia che ringrazio) mi costringono ad inserire un lungo nuovo testo che è frutto di una estrapolazione da un ampio documento del Gruppo CRC e di un inserimento di previe note esplicative.
I miei commenti – che nulla aggiungono all’intelligenza del testo stesso, ma sono un mio pro memoria- alla fine.

Nota esplicativa sul gruppo CRC

CRC Acronimo di Convention on the Rights of the Child la cui traduzione ufficiale in italiano e ≪Convenzione sui diritti del fanciullo≫, ma nel testo si preferisce utilizzare la denominazione di uso corrente ≪Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza≫.
Il Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Gruppo CRC) è un network aperto a tutti i soggetti del Terzo Settore che da tempo si occupano attivamente della promozione e tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.
Il Gruppo CRC si è costituito nel dicembre 2000 con l’obiettivo prioritario di preparare il Rapporto sull’attuazione della Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Convention on the Rights of the Child – CRC) in Italia, supplementare a quello presentato dal Governo italiano, da sottoporre al Comitato ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza presso l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.
FINALITA’ DEL GRUPPO CRC Ottenere una maggiore ed effettiva applicazione in Italia della CRC e dei suoi Protocolli Opzionali.

Per ulteriori ricerche
http://www.gruppocrc.net/IMG/pdf/5o_Rapporto_di_aggiornamento__Gruppo_CRC-2.pdfhttp://www.senato.it/commissioni/161968/172620/278003/genpaginavetrinaspalla.htm

Testo estrapolato dal documento CRC pag. 36

Capitolo III Diritti Civili e libertà Diritto registrazione e cittadinanza

29. Il Comitato, alla luce dell’accettazione delle Stato italiano della Raccomandazione n.40 della Universal Periodic Review di implementare la legge 91/1992 sulla cittadinanza italiana in modo da tutelare i diritti di tutti i minori che vivono in Italia , raccomanda che l’Italia
(a) garantisca per legge l’obbligo e agevoli nella pratica la registrazione alla nascita di tutti i bambini che nascono e vivono in Italia
(b) intraprenda campagne per accrescere la consapevolezza sul diritto di tutti i bambini di essere registrati alla nascita, indipendentemente dall’origine sociale ed etnica e dallo stato di residenza dei genitori;
(c) agevoli l’accesso alla cittadinaza per i minori che diversamente ne sarebbero privi.

Come indicato già nel 2° Rapporto supplementare, l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale [1] previsto dalla Legge 94/2009, con il conseguente obbligo di denuncia da parte dei pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio che vengano a conoscenza della situazione di irregolarità di un migrante[2], comporta il rischio che i genitori presenti in Italia privi di permesso di soggiorno possano non accedere ai pubblici servizi, compresi quelli anagrafici per la registrazione del figlio appena nato.
La Legge, infatti, stabilisce anche per gli atti di stato civile quali la dichiarazione di nascita e il riconoscimento del figlio naturale, l’obbligo di presentare il permesso di soggiorno[3].
La Circolare del 7 agosto 2009 del Ministero dell’Interno ha cercato di porre rimedio a questa situazione, chiarendo che non e necessario esibire documenti inerenti al soggiorno per attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile).

Tuttavia la scarsa conoscenza dei contenuti di questa circolare, in primo luogo tra le donne immigrate prive di permesso di soggiorno, rende necessario [4] promuovere una reale e diffusa campagna di sensibilizzazione sul diritto di tutti i bambini ad essere registrati alla nascita senza che questo comporti alcun rischio per le loro famiglie[5]. Si deve comunque sottolineare come la Circolare Ministeriale non sia una fonte primaria del diritto e di conseguenza sia suscettibile di essere modificata o revocata dal potere esecutivo senza bisogno di alcun passaggio parlamentare.

Il timore, quindi, di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità (art. 7 CRC), nonché dell’art. 9 CRC contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori.

Pur non esistendo dati certi sull’entità del fenomeno, le ultime stime evidenziano la presenza di 544 mila migranti privi di permesso di soggiorno [6]6. Questo può far supporre che vi sia un numero significativo di gestanti in situazione irregolare.

Il secondo aspetto considerato dal Comitato ONU che risulta poi essere strettamente legato al tema della registrazione anagrafica, e quello dell’accesso alla cittadinanza per i minori di origine straniera. La registrazione anagrafica al momento della nascita, assieme alla presenza legale della famiglia sul territorio senza alcuna interruzione di residenza legale sono, infatti, i due punti cardine su cui si basa il procedimento di acquisizione della cittadinanza per i minori di origine straniera nati in Italia. In estrema sintesi, l’attuale Legge sulla cittadinanza (L. 91/1992) prevede l’acquisizione automatica della cittadinanza se il padre o la madre sono cittadini (art.1 lett.a) in base al principio dello jus sanguinis e limita l’acquisizione in base al principio della nascita sul territorio, lo ius soli, solo al bambino figlio di ignoti o apolidi o nel caso in cui i genitori non trasmettano, secondo la legge del paese di provenienza, la propria cittadinanza al figlio (art. 1 lett.b).

[1] Art. 1 comma 16 Legge 94/2009.
[2] Codice penale art. 361 e art. 362
[3] Art. 1 comma 22 lett. g Legge 94/2009
[4] Si vedano le raccomandazioni del Comitato ONU sui diritti dell’infanzia nelle ultime Osservazioni conclusive rivolte all’Italia. Committee on the Rights of the Child, 58th Session, 19 September-7 October 2011 CRC/C/ITA/CO/3-4 «Considerations of Reports submitted by States parties under article 44 of the Convention. Concluding Observations: Italy», 31 October 2011.
[5] Occorre infatti ricordare come spesso la paura dettata da un clima generale di timore e di criminalizzazione nei confronti dell’irregolarita del soggiorno porti le famiglie a nascondersi evitando qualsiasi contatto con le strutture pubbliche, anche quelle sanitarie. Cfr. Bicocchi L., Undocumented Children in Europe: Invisible Victims of Immigration Restrictions, PICUM 2008.
[6] Fonte: Dossier Statistico immigrazione 2011Caritas/Migrantes.
 

I miei commenti pro (mia) memoria

Dopo aver letto e riletto la pagina che ho trascritto sono andata a controllare i nomi dei firmatari del Rapporto CRC e ho trovato nomi di chiara fama in  Friuli Venezia Giulia (cerco di circoscrivere il mio profondo sconcerto al luogo in cui tristemente vivo).
Comincio dall’eccezione positiva nell’ambito delle realtà associative . Il GrIS del Friuli Venezia Giulia, che è componente operativo della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, il 24 ottobre 2011 pubblicò un documento con cui chiedeva la cancellazione della norma che obbliga a presentare il permesso di soggiorno per la registrazione delle nascite. Il 24 ottobre 2011 trascrissi  integralmente il documento, reperibile anche da qui.  
Trasecolo invece di fronte alla firma della Caritas Italiana: so per sconsolata esperienza che nulla di questo problema è emerso nelle locali attività ispirate alla Caritas: parrocchie, comunità, associazioni negano pervicacemente il problema, aggrappate a una concezione che con la caritas (in questo caso mi riferisco al significato della parola e non all’organizzazione che lo ha fatto proprio) nulla ha a che fare.
Sintetizzo: beneficenza, anche nobilmente esercitata  sì, riconoscimento dei diritti del beneficato non sempre.
E passo alla società civile. In un recente incontro sul tema della cittadinanza riconosciuta ai bambini che nascono in Italia il segretario regionale della CGI, a cui avevo chiesto di esprimersi sul tema del riconoscimento anagrafico, ha mantenuto un silenzio che non posso indicare come dignitoso … ma almeno la CGIL non è fra i firmatari del rapporto. Una ipocrisia in meno … è già qualche cosa.
E non sono – giustamente – fra i firmatari  i partiti politici di cui segnalo il sinistro silenzio in merito.
Unica eccezione: una consigliera provinciale di Udine che ha avvicinato l’on. Orlando ottenendone una precisa proposta di legge che ho riportato in questo blog il 5 dicembre 2011 (testo reperibile anche da qui)..
Poi l’on. Orlando si è occupato della sua candidatura a sindaco di Palermo e gli altri due firmatari (di cui uno eletto nella circoscrizione del FVG) nulla hanno fatto e nulla fanno in merito alla promozione della proposta anche da loro firmata. Ho scritto ad entrambi nella casella postale on line di cui dispongono come parlamentari – e non ho ottenuto risposta.
Nessuna risposta da rappresentanti di altri partiti sinistramente collocati a sinistra.
Anche coloro che operano in un gruppo di associazioni che qui si identifica con il nome di ‘rete diritti’ tacciono, impegnatissimi a criticare il governo regionale che gliene offre ampie e facili opportunità.
Rappresentanti assortiti di istituzioni locali tacciono pure loro compresi i sindaci che dovrebbero essersi resi conto che la sciagurata norma che prevede la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione anagrafica ha prodotto un vulnus nella funzione di garanti del territorio che rappresentano.
Temo che il successo della Lega Nord  – successo che, pur conoscendo un momento di oscuramento politico, permane nella cultura ormai diffusa – susciti in loro un senso di invidia e di voglia di imitazione.
Conclusione personalissima: ho buttato via tre anni di impegno sul problema della registrazione anagrafica. Solo Kant mi conforta

20 Giugno 2012Permalink

30 maggio 2012 – Da cingali a medam

Riprendo un articolo da Ho un sogno di maggio, come faccio ogni mese.
Da più di un anno Ho un sogno si occupa di storie di immigrati per scoprire le analogie che legano queste vicende a quelle degli emigranti. Lo scorso mese ce ne ha parlato lo scrittore Max Mauro, ora una voce di donna ci ricorda quanto la discriminazione sia crudele e mutevole.

SENZA COLPE, NE’ MERITI. Da cincali a medam.

Emigrata in Svizzera giovanissima ho scoperto di essere una “cincali”.
Così venivano chiamati gli emigranti italiani, una strana parola che, secondo alcuni sarebbe derivata dal suono “cinq”, ripetuto nel gioco della morra, secondo altri da “zingari”.
Comunque era un termine spregiativo, la sintesi di tutti gli stereotipi presenti nell’immaginario che ha accompagnato le nostre storie di emigrazione.
”Cincali” significava strimpellatori di mandolino, divoratori di pane e pomodoro, individui ignoranti che non amavano acqua e sapone e molto altro ancora. Persone di pelo e pelle scuri, pertanto di dubbia origine e natura. Ai “cincali” venivano riservati i lavori rifiutati dagli svizzeri, l’unica ragione che rendeva tollerabile la loro presenza. Bastava quella parola a creare una netta distinzione fra “noi” e “loro”. Era un ostacolo insuperabile al desiderio di vivere in armonia. In quanto a me, il solo fatto di essere italiana non mi consentiva vie di scampo, né io, del resto, avrei voluto rinunciare alla mia “italianità” per compiacere una falsa opinione. Mi rammaricavo, questo sì, di non poter frequentare giovani. Fra i miei coetanei svizzeri non c’era posto per noi “cincali”; anche i sogni erano diversi! E costretta in un mondo di soli adulti ho perso una piccola parte della mia giovinezza.
In breve tempo la vita mi ha portato all’altro capo del mondo, precipitandomi in una situazione completamente diversa. A Città del Capo, una città bellissima situata nella punta estrema dell’Africa e affacciata sullo stesso oceano che allora imprigionava Mandela, vigeva il regime di ”apartheid”.
La società era divisa in rigide classi sociali identificabili esclusivamente per il colore della pelle: nell’ordine: bianchi, gialli, meticci, colorati del Capo e nativi.
Una comunità minoritaria di individui dalla pelle bianca costringeva connazionali e immigrati di colore ad abbandonare la loro identità dotandosi di un nome facilmente pronunciabile dai bianchi e non permetteva loro di rivolgersi a me, giovane donna bianca, chiamandomi per nome.
Io per loro ero “medam” oppure “madame”.
Di nuovo una parola diventava strumento per impormi un’identità non mia, introducendomi nello schema del distacco, dell’ubbidienza dovutami da altri costretti ad accettare una condizione di sudditanza..
Avevo lasciato la Svizzera da pochi mesi ed ero precipitata di nuovo nella gabbia del ‘noi’ e del ‘loro’, nella crudeltà di una distanza costruita fra me e le persone di colore per renderci nemici.
Vittima anch’io dello schema della differenza, sono rimasta me stessa convinta che, se le geometrie della vita segnano i nostri limiti, la stupidità di chi vuole imporre il pregiudizio che umilia non può che essere causa di immenso dolore.              
Mary Silva Remonato

 

30 Maggio 2012Permalink

29 maggio 2012 – Un’intrigante citazione e un profetico racconto di Italo Calvino

Il discepolo aveva peccato gravemente e pubblicamente. Il maestro non lo punì. Un altro discepolo protestò: non si può ignorare la colpa. Dio ci ha dato gli occhi! Il maestro replicò: si, ma anche le palpebre!

L’intrigante citazione che un’amica mi ha inviato è tratta da un articolo del card. Ravasi. Purtroppo sua eminenza non ha citato la fonte.
Quale che sia l’origine della fulminante storiella mi permetto una chiosa: adoperare le palpebre ragionevolmente è saggezza purché ci si ricordi che si possono sollevare e abbassare secondo opportunità. Solo il sonno e la morte le rendono immobili. 

Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti          di Italo Calvino
C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita. 

Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo ( e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza ( così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta. 

Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere. Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri. 

Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche ( e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita. 

In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.

Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti. 

Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione ( non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile. 

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società , ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé ( almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità , di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.

Tratto da Romanzi e racconti – volume 3°, Racconti e apologhi sparsi, i Meridiani, Arnoldo Mondadori editore. Uscito su la Repubblica, 15 marzo 1980, col titolo “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti”.

29 Maggio 2012Permalink

24 maggio 2012 – ALBA 5 (e forse conclusione di questo tentativo di dialogo)

Il 10 maggio avevo trascritto un passo del documento fondativo di A.L.B.A. che ora riprendo. Diceva; “Un soggetto politico nuovo dovrebbe impegnarsi su tanti terreni, sia dentro le istituzioni che fuori, cercando sempre di coniugare fra di loro livelli diversi della democrazia: quella rappresentativa, quella partecipativa e quella di prossimità. In prima istanza esso dovrebbe interagire con le forze e movimenti della società civile”:
Allora, ragionandoci su,  mi ero soffermata sul alcuni aspetti dell’istituzione comune che solleticano in particolare la mia riflessione, e avevo tralasciato, non per trascuratezza ma pensando a un altro scritto, una riflessione sui soggetti della società civile prossimi alle istituzioni.
Il richiamo fatto non solo a me dall’amico che, proponendo il documento di ALBA (poi commentato – 14 maggio, Alba 4), aveva scritto ‘parliamone’, mi era sembrato esemplare.
Infatti l’interlocutore primo e il minuscolo gruppo di interpellati non erano in grado di parlarne tutti assieme a voce perché vivono in località distanti fra loro, esiste – e tutti i componenti di quel piccolo gruppo ne dispongono – la possibilità di scrivere a tutti e per tutti di leggere senza rincorrerci con spedizioni di lettere da singola persona a singola persona mentre gli impegni di ognuno sconsigliano una comunicazione verbale collettiva (pur possibile: skype?).
Così mi era sembrato che uno spazio potenzialmente comune di scrittura e lettura fosse un’opportunità che luoghi un tempo deputati all’incontro non offrono più e men che meno in situazioni di distanza, qualora non si voglia ricorrere ai volatili percorsi a battute di facebook.
Non è andata così e qui mi limito a sottolineare una discrasia fra i mezzi che ci sono offerti per realizzare una comunicazione come quella che sopra ho descritto e i nostri desideri (che so sinceri).
Peccato. Avevo tentato e registro un mio ulteriore fallimento: sono fuggita –per senso di impotente decenza- dalle realtà politiche e associative degradate (i grillici vincenti, che reputo espressione di una cultura diffusa, ne sono un esempio che mi esime da qualsiasi altro commento).
Però a me resta il bisogno della comunicazione e non vorrei che questo blog diventasse la connessione di un corto circuito per cui parlo con me stessa. Meglio che niente perché almeno, trasferendo i miei pensieri in parola scritta, mi consento il farmaco del pensare ordinato.

L’immagine come risposta
Un amico del nostro informale gruppetto per la verità mi ha risposto, inviandomi immagini di sua creazione di cui lo ringrazio (una ne ho pubblicata in Alba 3 l’11 maggio) ma poiché le accompagna solo occasionalmente con scritti esplicativi – che pur estremamente sintetici – possono suggerire una potenziale connessione con i temi di ALBA in possibile dialogo, mi crea la difficoltà di sovrapporre impropriamente il mio pensiero al suo, si cui non ho sufficiente conoscenza per farmene interprete.
Di una in particolare mi spiace rinunciare alla pubblicazione ma purtroppo, quando ho espresso le mie perplessità sul titolo che a quell’immagine l’autore aveva attribuito, non ne ho avuto un titolo alternativo e perciò, per non prevaricare, rinuncio: il mio blog non è una galleria d’arte ma un tentativo di comunicazione.
Ne pubblico invece una, che ritengo perfettamente congrua alla ricerca di un’alternativa ai modi del vivere proposti o imposti che siano a tutti noi, e che si arricchisce del commento dell’autore. Aggiungo anche il testo inserito perché non vorrei che i caratteri minuscoli ne impedissero la lettura:  
   
“mòderati dicono in moderàti
la moderazione è il loro dogma
la loro imposizione.

a viva voce e in pienezza di cuore
mai moderato fu inchiodato in croce.

Penso che Alba 5 sarà la conclusione della serie.

(Se continua 5, ma probabile fine– precedenti puntate 5, 10, 11, 14 maggio)

25 Maggio 2012Permalink